Immigrazione: non chiamatela “Emergenza”.

Il fenomeno della migrazione delle persone è qualcosa che esiste da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sul pianeta. I motivi che spingono gruppi di persone a spostarsi sul territorio da un luogo ad un altro, sono pressoché rimasti invariati nel corso dei millenni. Tali motivi sono ravvisabili ovviamente, nella ricerca di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, o addirittura la sopravvivenza. Si tratta quindi di un qualcosa di normale e non eccezionale, e soprattutto non imprevisto o imprevedibile quando ci si trova in presenza di guerre o altri eventi di notevole importanza, come disastri naturali e cataclismi quando questi di verificano nei Paesi poveri del mondo (intendendo per “poveri” non necessariamente o solamente quelli considerati tali in termini assoluti, ma quelli considerati poveri in relazione ai Paesi confinanti che presentano condizioni medie di vita decisamente superiori).

Nel vocabolario della lingua italiana la parola “emergenza” significa: caso imprevisto, pericolo estremo ma di carattere temporaneo. In quello che oramai vediamo tutti i giorni e che va avanti da mesi, con migliaia e migliaia di persone che dalle regioni del Nord Africa, del Medio Oriente, cercano di raggiungere l’Europa compiendo viaggi disumani e spesso fatali, possiamo ravvisare le condizioni di  imprevedibilità e temporaneità propri della definizione di “emergenza”? Sebbene qualcuno possa affermare che è presente la condizione di pericolosità insita nell’evento, bisognerebbe poi chiedersi dove si ravvisi questa pericolosità. Per chi ravvisa la pericolosità nel fenomeno dell’immigrazione, bisognerebbe distinguere chi intende che essa è pericolosa per coloro che ne sono protagonisti, da chi ravvisa pericolosità in quanto vede in essa una minaccia al proprio Paese e al proprio benessere. Mentre si può facilmente essere d’accordo con i primi, e più difficile poter essere d’accordo con i secondi. Tuttavia non possiamo certamente sostenere che tale fenomeno era imprevedibile, così come non è possibile sostenere con certezza che sia temporaneo. L’utilizzo del termine “emergenza” con il fenomeno dell’immigrazione è dunque senz’altro sbagliato. Non sorprende ovviamente che i mass media che, per quanto detto nei post precedenti, seguono logiche diverse dalla vera informazione, utilizzino questa espressione. Il sensazionalismo fa vendere più copie o fa fare più ascolti, ormai lo sappiamo bene. Ciò che risulta più fastidioso, è ascoltare politici italiani, europei e mondiali oserei dire, che continuano sulla scia tracciata dai mezzi di comunicazione, ad utilizzare e associare questi due termini, e a trattare l’argomento immigrazione come un qualcosa da gestire solo nel momento in cui si viene toccati da vicino, sempre continuando a dare l’impressione che si tratti di qualcosa di passeggero, temporaneo. 

Paesi come Italia, Spagna e Grecia, da anni chiedono sostegno agli altri Paesi della Comunità Europea, per la gestione della questione già presente ed evidente. Ma ovviamente ognuno pensa a sé, in barba a i principi fondamentali cui quali l’Unione Europea si basa. Ignorando o facendo finta di ignorare la storia, politici e media, continuano a trasmettere l’idea che il fenomeno a cui stiamo assistendo sia un qualcosa di talmente eccezionale ed improvviso, da non poter essere in alcun modo prevedibile. Quest’atteggiamento è talmente orami radicato che nel giorno in cui la foto del corpicino senza vita di un bimbo siriano, raccolto su una spiaggia della Turchia dopo essere annegato durante il viaggio verso l’Europa, ha sconvolto il mondo, i mass media trasmettono con la stessa enfasi un video in cui un bambino siriano di 13 ann,i fuggito insieme alla sua famiglia verso l’Europa, dice: “I siriani non piacciono ai poliziotti, in Serbia come in Ungheria, in Macedonia come in Grecia - dice il ragazzo visibilmente provato - Ma per favore aiutate i siriani. Fermate la guerra e noi non verremo in Europa. Non vogliamo venire in Europa. Per favore fermate la guerra in Siria adesso!”. Il messaggio ribalzato in ogni angolo del mondo, vuole trasmettere ancora una volta, l’idea semplicistica che la migrazione a cui stiamo assistendo ora, è dovuto esclusivamente alla guerra in quella parte del pianeta e che è quindi un fatto temporaneo. L’idea che si vuole trasmettere è che fermando la guerra si fermerebbe il flusso migratorio. Purtroppo non è così.

Si dovrebbe invece sottolineare come il fenomeno sia iniziato ormai da diversi anni,  coinvolge anche persone provenienti da altri Paesi diversi da quelli dell’area siriana, e come non sia un fenomeno riguardante soltanto l’area sub europea, ma è presente e coinvolge purtroppo con le medesime tragedie, anche altre parti del globo. Ad esempio il flusso migratorio riguarda anche l’area del sud est asiatico. Dalla Birmania barconi di migranti tentano di raggiungere Paesi come la Malesia o l’Australia, con le medesime aspettative di quelli che lasciano l’Africa o il Medio Oriente verso l’Europa. Nel giugno 2015 è addirittura scoppiato uno scandalo a seguito di un rapporto indonesiano che afferma che funzionari di Canberra hanno pagato in mare scafisti per "dirottare" verso l'Indonesia, un barcone di migranti diretto inizialmente verso l’Australia. Nonostante le smentite del governo Australiano, secondo un rapporto della polizia indonesiana, 6 scafisti hanno ammesso di aver ricevuto 5.000 dollari americani ciascuno, scatenando critiche nel mondo, la rivolta dell'opposizione in Parlamento e provocato la convocazione dell'ambasciatore australiano a Giakarta. Non è quindi soltanto un problema europeo, non è un problema derivante dalla guerra e soprattutto non è un qualcosa di improvviso ed imprevedibile.

Il fenomeno della migrazione è oggigiorno, più che nel passato, una conseguenza dello squilibrio con cui la ricchezza è distribuita sul pianeta. Come detto anche nel mio libro “Il lato oscuro della Luna”, la popolazione mondiale ha subito un incremento soprattutto negli ultimi 75 anni, passando dai 2 miliardi d’individui del 1927, ai 7,5 del 2011 (più del triplo!). Addirittura è quasi raddoppiata negli ultimi 35 (nel 1975 la popolazione mondiale ammontava a circa 4 miliardi di persone. Dei 7,5 miliardi persone che costituiscono oggi la popolazione del pianeta, circa il 15% (pari a circa 1 miliardo e 125 milioni di persone) abita nei paesi così detti occidentali (America settentrionale ed Europa), vale a dire i più ricchi. Gli altri 6 miliardi e 375 milioni circa di persone che abita il resto del pianeta, hanno condizioni di vita certamente meno agiate e, in moltissimi di questi paesi, non è garantita neanche la sopravvivenza dal punto di vista alimentare.

L’anomalia è ancora più evidente se si analizza chi dispone effettivamente di tale ricchezza e a quanto ammonta il loro patrimonio. In pratica oggi il 2% della popolazione mondiale possiede quasi l’80% della ricchezza prodotta.

Nel mese di Agosto del 2015, durante il Convegno Internazionale di Statistica, l’Onu ha presentato i dati riguardanti le stime di crescita della popolazione mondiale. Secondo questi dati la popolazione mondiale raggiungerà entro il 2050 i 9,7 miliardi di abitanti ed addirittura gli 11,2 miliardi entro il 2100. Nonostante il generale declino della fertilità, la popolazione aumenterà complessivamente del 23% e la crescita riguarderà soprattutto alcune zone dell'Africa sub sahariana, con la Nigeria a farla da padrona che quadruplicherà i suoi abitanti entro il 2100, passando da 182 a 752 milioni. Se per alcuni Paesi il problema sarà la crescita della popolazione, per altri, Italia compresa, sarà l'invecchiamento, con i suoi costi.
La rapida crescita della popolazione nei paesi ad alta fertilità come l'Africa può invece far aumentare una serie di problemi già esistenti. Tra questi i problemi legati all'uso delle risorse e l'inquinamento, la salute materna e la mortalità infantile, disoccupazione, bassi salari e povertà. Secondo gli esperti di demografia questi dati evidenziano la necessità di creare solo in Africa, 600-700 milioni nuovi posti di lavoro. Sempre secondo gli esperti, dal momento che ciò è impossibile, bisogna pensare a una Unione Euro-Africana con la libera circolazione di persone e merci che potrà equilibrare la situazioni. Più in generale l’aumento della popolazione amplificherà ancor di più il divario tra i paesi ricchi occidentali, e quelli del resto del mondo. Quel 2% che oggi possiede l’80% della ricchezza del pianeta, potrebbe a causa dell’aumento della popolazione mondiale, scendere a poco più dell’1,3% nel 2100.

Se non si cambia l’intero sistema economico mondiale, che ha generato questa disuguaglianza, ha incentivato e sta incentivando la crescita demografica in modo esponenziale e con essa l’inquinamento ambientale, il fenomeno della migrazione sarà inarrestabile. Sarà inutile tentare di respingere i barconi dei migranti, cercali di tenerli fuori dai nostri confini, costruendo muri o recinzioni come ha provato a fare nelle scorse settimane l’Ungheria. La marea di persone supererà e sommergerà tutto. Così facendo il nostro benessere certamente sarà compromesso. Una volta Ghandi disse che la Terra è abbastanza grande da soddisfare le necessità di tutti i suoi abitanti, ma è troppo piccola per soddisfarne l’avidità.Tanto vale allora, tentare di trovare una soluzione più “soft”, in grado di accrescere il benessere del resto della popolazione mondiale, cominciando ad entrare nell’ottica dell’idea che le risorse del pianeta sono limitate, e dunque non è possibile innalzare il benessere economico del resto del mondo senza rinunciare almeno in parte al nostro.

Come ho scritto nel mio libro, il sistema economico attuale deriva dall’applicazione in modo estensivo di un principi economico chiamato “obsolescenza programmata”. Questo principio ha determinato l’idea che la salute ed il benessere di un Paese, vada misurato sulla base della crescita della sua economia rispetto all’anno precedente. Quindi una crescita demografica è ben vista, dato che ciò vuol dire più persone alle quali vendere beni e servizi, dunque un mercato potenzialmente più ampio. Secondo tale idea perciò, la crescita economica di ciascun Paese, deve tendere verso l’infinito. Purtroppo ciò è ovviamente impossibile visto che le risorse del pianeta sono limitate, oltre al fatto che la ricchezza non è ripartita in modo omogeneo. La diretta conseguenza è che le inadeguate condizioni di vita per la maggior parte della popolazione, soprattutto nei paesi più disagiati, creano l’ambiente ideale per l’attecchimento di idee radicali ed estremiste, sia di tipo politico, sia religioso. Si generano quindi continuamente conflitti e lotte sociali che con il passare del tempo sfociano in guerre, che determinano a loro volta un incremento dell’attività migratoria, comunque già presente. Il fermare le guerre dunque, non risolve il problema in modo definitivo, ma soltanto temporaneo.

L’attuale sistema economico mondiale si basa su equilibri di forza non soltanto di tipo politico, ma soprattutto di tipo economico alla cui base c’è il controllo del mercato dell’energia. Per cambiare il sistema economico globale è necessario cambiare gli attuali equilibri basati sull’indipendenza energetica. L’energia è infatti essenziale per la nostra attuale civiltà. Dal paese più ricco fino a quello più povero, non esiste nazione al mondo che possa far a meno di disporre di una certa quantità di energia. Chi controlla dunque questo mercato, ha indubbiamente un potere politico maggiore di altri. Chi riveste oggi posizione di potere non vuole di certo vedere intaccato la propria posizione dominate, quindi non ha interesse allo sviluppo di fonte di energia alternative a quelle tradizionali.

Nel 1900 i fratelli Wright furono i primi uomini a riuscire a volare con un aliante. Soltanto 70 anni dopo, Neil Armostrong e Buzz Auldrin misero piede sulla Luna. Oggi la Nasa ha in programma entro il 2030 lo sbarco su Marte, mentre addirittura l’imprenditore olandese Bas Lansdorp, nel 2012 ha annunciato il progetto Mars One che prevede la prima colonia umana su Marte già per il 2025. Già nei primi del ‘900 grazie agli esperimenti di Tesla e successivamente grazie alla Teoria della Relatività di Einstein, si sono gettate la basi della tecnologia e della fisica moderna. Oggi disponiamo nei nostri smarphone, di super processori con capacità di calcolo 100.000 volte superiore a quelli presenti sull’Apollo 11 che ha portato gli uomini sulla Luna. I progressi nel campo della fotonica, consentiranno di ampliare notevolmente questa potenza. Nel settore della medicina e delle biotecnologie, siamo passati da una situazione a dir poco precaria dei primi del ‘900, alla capacità di sequenziare ed analizzare il DNA umano ed animale, riuscendo addirittura a clonare degli esseri viventi. Nel campo della fisica siamo riusciti a scindere l’atomo, abbiamo scoperto particelle inaspettate come i quark, o il bosone di Highs soltanto per citare le scoperte più note. Abbiamo imparato che si può viaggiare nello spazio-tempo, che il teletrasporto non è fantascienza, così come non è fantasia l’invisibilità. In astronomia abbiamo compreso e studiato a fondo tutti i corpi del nostro sistema solare, riuscendo ad avere studi diretti di essi, attraverso immagini e dati provenienti da sonde spaziali inviate ad hoc, abbiamo potuto osservare galassie e altri sistemi solari. Oggi stiamo scoprendo pianeti che potrebbero ospitare la vita, stiamo capendo che forse il nostro universo ha dei confini e che forse non è l’unico universo. Di tutte queste cose e di molte altre, ho già parlato diffusamente nel mio libro pertanto è inutile approfondire ulteriormente l’argomento. Negli ultimi 100 anni il progresso tecnologico dell’uomo è avvenuto quindi, in modo sempre più rapido in tutti i campi, tranne uno. Nel settore energetico dipendiamo ancora in larga parte dalle fonti tradizionali, vale a dire carbone, petrolio e gas naturale. Oggi nel 2015, il fabbisogno energetico globale è soddisfatto ancora per l’80% dalle fonti tradizionali (34% il petrolio, 26% il carbone e 22% il gas metano). Tutto ciò non è strano?

Quando si tratta questa argomento l’idea che viene propagandata e diffusa dai mezzi di comunicazione, imbeccati da politici e da presunti esperti, è quella che se progressi si stanno facendo, non si dispone ancora di tecnologia efficiente che possa determinare una rinuncia alle fonti tradizionali. Ciò però non è vero. Ancora una volta se cambiamo la nostra posizione e proviamo a vedere cosa c’è sul “lato oscuro della Luna”, ci accorgeremo che la tecnologia esiste già, ma che non viene incentivata (se non addirittura ostacolata), al fine di non stravolgere l’intero panorama politico ed economico mondiale. Nei prossimi post evidenzierò come la tecnologia per la produzione di energia da fonti alternative pulite è presente e da qualche parte utilizzata, oltre ad evidenziare i risultati di altri studi che possono consentire già da oggi, di disporre di fonti di energia pulita, illimitata che potrebbe essere distribuita ovunque gratuitamente.

L’idea della Free Energy, l’energia libera, è senza dubbio il primo passo necessario da compiere per risolvere i problemi alla base delle guerre, delle tensioni sociali, delle migrazioni di massa, della ripartizione più omogenea della ricchezza e anche della salvaguardia del pianeta. Sempre nei prossimi post evidenzierò come l’industrializzazione, che ha trovato un volano eccezionale nell’applicazione dell’idea dell’obsolescenza programmata e della crescita economica illimitata, abbia favorito la crescita demografica oltre ogni limite, oltre che compromesso buona parte della salute del pianeta.

La presunta miopia con la quale ancora oggi i politici di tutto il mondo, sopratutto quelli dei paesi occidentali, servendosi dei mezzi di comunicazione, continuano a propagandare l’idea che il fenomeno migratorio sia una emergenza e vada considerata, gestita e risolta come tale, è soltanto un assurdo! Non possono non sapere veramente da cosa è generata, dunque è probabile che non vogliano farsi carico del problema. Allora è necessario che la conoscenza dell’esistenza della tecnologia necessaria a risolvere buona parete dei principali problemi del pianeta, venga diffusa il più possibile. Solo così potremo sperare che poi qualche politico, sospinto dalla volontà popolare, cominci a farsi portavoce della questione e carico del problema. Nell’attesa e nella speranza che tutto ciò accada presto, vorrei lanciare un appello a tutti coloro che oggi trattano l’argomento immigrazione: per favore, non insultate la nostra intelligenza, non parlate di emergenza, perché l’immigrazione non lo è!

Stefano Nasetti

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