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Marte: l'acqua è ovunque!

Marte non è quel pianeta inospitale com’è stato da sempre dipinto. Negli ultimi 15 anni si è scoperto con certezza che c'è acqua sul pianeta rosso.

Se inizialmente si riteneva che l'acqua fosse confinata soltanto nei depositi polari di ghiaccio, oggi la situazione è cambiata drasticamente. La scoperta dei primi depositi di ghiaccio nelle regioni polari, risale al 2001. All'epoca, la presenza di probabili depositi di ghiaccio fu evidenziata dall'analisi dei dati della sonda orbitale Odyssey (così chiamata in onore dell'autore di "2001 Odissea nello spazio", Arthur C. Clarke), lanciata nel 2001 dalla Nasa, dotata di fotocamere termiche e spettrometri per individuare la presenza di acqua liquida o ghiaccio. La presenza di ghiaccio fu poi confermata nel 2008 dal Lander Phoenix, inviato per esplorare in quelle regioni marziane, dotato di un braccio robotizzato che riuscì a "grattare" la superfice del pianeta rosso, confermando la presenza di ghiaccio appena sotto.

Nel settembre del 2015, la Nasa organizzò poi una conferenza stampa per rivelare la scoperta di corsi d'acqua che compaiono periodicamente sulla superfice del pianeta, lasciando striature scure. In quest’occasione ad annunciare la scoperta era stato Luju Ojha, giovane ricercatore del Georgia Institute of Technology. "Abbiamo raccolto le prove chimiche" aveva spiegato, facendo scorrere una serie di slides e soprattutto mostrando la spettacolare animazione in 3D di un cratere marziano. L'immagine del cratere (noto come Hale Crater) era eloquente anche per i non addetti ai lavori. Dalla sommità si propagano tante linee scure e parallele, l’evidenza visiva che l’acqua, in certe condizioni, si manifesta su Marte così come noi terrestri siamo abituati a vederla. Liquida, appunto. Le linee, che nel gergo dei geologi sono le straordinarie Rsl (acronimo di Recurring Slope Lineae) erano state individuate da un altro satellite in orbita marziana, il Mars Reconnaissance Orbiter. Nel successivo studio pubblicato su Nature Geoscience, si spiegava come i dati fossero inconfutabili. I solchi sono lunghi centinaia di metri e larghi cinque. E' lì che scorre l’acqua durante l’estate marziana, svanendo d’inverno.

Il cratere in questione (Hale Crater) si trova nell'emisfero sud marziano a circa metà strada tra l'equatore e il polo sud.

Oggi i dati della sonda Odyssey (che è ormai divenuta la missione ancora attiva, in questo momento più anziana operante su Marte) hanno fornito la prova che depositi di ghiaccio sussistono anche nella regione equatoriale di Marte.

Uno degli strumenti di Odyssey, misura i neutroni scatenati sulla superficie marziana dai raggi cosmici che colpiscono il pianeta. Dalla misurazione di questi neutroni, gli scienziati possono misurare la quantità d’idrogeno (e quindi, verosimilmente la quantità di acqua) presente nel metro più alto di terreno sulla superfice. In piccole quantità, l'acqua può assumere molte forme in minerali idratati o come piccole particelle di ghiaccio bloccate tra particelle di sabbia o di siluro. Quando i livelli salgono però al di sopra del 26%, come appunto in questo caso, gli scienziati sono abbastanza sicuri che i depositi di ghiaccio si trovi lì, appena sotto la superficie. Lo ha affermato Jack Wilson, uno scienziato planetario presso l'Applied Physics Laboratory di Johns Hopkins University a Laurel, Maryland.

La scoperta no si limita ad un solo deposito ma ad una serie di depositi distribuiti a macchia di leopardo su tutta l'area presa in esame.

Diverse regioni su Marte sono potenzialmente ricche di acque (blu scuro), comprese zone ampie vicino all'equatore.

"Questo è un esempio davvero meraviglioso di come i dati, una volta raccolti, possano essere analizzati con nuove tecniche", spiega Jim Head, geologo planetario dell'Università Brown. "Quando finalmente invieremo la gente a Marte, vorremmo inviarli dove c'è l'acqua".

La scoperta di grossi depositi di ghiaccio d'acqua sepolti in terreni poco profondi, vicino all'equatore di Marte potrebbe suscitare speranze per gli astrobiologi che cercano la vita su Marte o per i futuri coloni che cercano una fornitura di acqua, tuttavia tale presenza suscita anche un mistero per gli scienziati del clima marziano.

I depositi di ghiaccio, infatti, rappresentano anche un rompicapo. Secondo i modelli attuali del clima di Marte, il ghiaccio equatoriale su Marte non può persistere per più di 125.000 anni. Questo perché sublimerebbe gradualmente nell'atmosfera, anche se sepolto sotto uno strato superficiale di terreno isolante.

Quali le possibili spiegazioni?

Se il ghiaccio veramente esiste, potrebbe essere la prova di un cambiamento nell'asse rotazionale di Marte entro tale intervallo di tempo, spiega l'astrofisico Jack Wilson. A differenza della Terra, Marte non ha una grande luna per aiutare a "soffocare" la vibrazione a lungo termine del suo asse orbitale. Se l'asse del pianeta però, si fosse inclinato più del suo attuale 25°, un certo ghiaccio polare si sarebbe sublimato e si è spostato verso le latitudini più basse.

Lo stesso Jack Wilson riconosce che la spiegazione avanzata è assai improbabile, poiché l'asse rotazione di Marte non dovrebbe oscillare su scale così rapide.

Un'altra possibilità, ha affermato sempre Wilson, è che la composizione del suolo di Marte, fornisca anche una barriera al vapore per aiutare a soffocare la sublimazione e l'isolamento fisico.

Ad ogni modo, indipendentemente dalle cause per le quali il ghiaccio equatoriale è arrivato lì, se come nel caso del cratere Hale, trova un modo per raggiungere la superficie e talvolta si scioglie, potrebbe fornire un ambiente accogliente per i microbi, e per la vita in generale.

Marte, il pianeta rosso, il pianeta che nel nostro sistema solare è più simile alla Terra e come la Terra si trova nella cosiddetta fascia abitabile (né troppo lontano né troppo vicino al Sole), potrebbe essere molto più ospitale di quanto si riteneva solo pochi anni fa. Più si studia questo pianeta e più emerge chiara la possibilità che il pianeta rosso, ritenuto già abitabile in un remoto passato, conservi ancora apparentemente ben celate, tutte le caratteristiche per tornare ad ospitare forme di vita, ad ogni latitudine, sempre ammesso che d'indigene non ce ne siano più. Quando quel giorno arriverà, gli alieni saremo noi ... o forse no!

Stefano Nasetti

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Imparare dormendo è possibile

Imparare dormendo è possibile, ma solo in alcuni momenti, quelli in cui si formano i nuovi ricordi.

Per i più attenti alle ricerche scientifiche nel campo delle neuroscienze, questa non è certo una novità, ma ormai una realtà molto concreta, non soltanto dal punto di vista teorico ma anche da quello tecnologico.

Già nel 2015 riportavo nel mio libro la possibilità già in fase sperimentale di creare ricordi "artificiali" direttamente nel cervello.

Successivamente, nel novembre del 2015 tornavo a ribadire l'argomento nell'articolo dal titolo "e se matrix fosse vero" evidenziando come, la carenza di conoscenza scientifica, porta comunemente a ritenere fantascienza, concetti e realtà scientifiche concrete.

Nel frattempo i progressi in questo settore viaggiavano veloci e moltissimi altri studi, ricerche ed esperimenti hanno dimostrato questa possibilità scientifica e tecnologica.

In realtà l'aumentata conoscenza ottenuta sul funzionamento del cervello, permette oggi alla scienza (anche se ufficialmente, tutto ciò avviene al momento solo in via sperimentale) di interagire sulle diverse aree del cervello, con l'obiettivo spesso raggiunto con successo, di interferire sulla sua attività dello stesso, condizionando o determinando addirittura il comportamento dell'individuo oggetto di questa "sperimentazione".

Nel Febbraio 2016 e nel dicembre 2016, altri due studi uno ad opera dei ricercatori del HRL Laboratories, con sede in California, e l'altro condotto dai quelli dell’Università di Washington pubblicato sulla rivista Frontiers in Robotics and AI, avevano dimostrato la possibilità di far interagire in modo diretto e bidirezionale, il cervello umano con l'intelligenza artificiale (leggi l'articolo).

Nel mese di luglio 2016 in una serie di 6 articoli, facevo il punto su questo aspetto della ricerca scientifica, raccogliendo e citando tutte le ultime ricerche in grado di dimostrare inequivocabilmente tutto questo.

Pochi giorni fa, nel mese di Agosto 2017, un nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori francesi con a capo la Scuola Normale Superiore di Parigi, che è stato pubblicato sulla rivista Nature Communication, ha confermato questa realtà.

Sonno e memoria sono profondamente legati e, sebbene questo sia ormai noto, alcuni esperimenti condotti sull'uomo che miravano all'apprendimento durante il sonno, avevano dato risultati contrastanti.

Secondo i ricercatori francesi, queste discrepanze, sono dovute al fatto che le diverse fasi del sonno sono caratterizzate da diversi tipi di attività cerebrale, per cui in alcune è possibile imparare in altre no (leggi anche quanto scritto nell'articolo precedente).

Per verificare questa ipotesi, gli autori dello studio hanno sottoposto alcuni soggetti a un test, nel quale i partecipanti sono stati fatti addormentare e, durante il sonno, sono stati sottoposti a sequenze di suoni. Al loro risveglio gli è stato di riconoscere i suoni ascoltati. I risultati del test hanno confermato che l'apprendimento avviene solo in alcune fasi del sonno.

Il sonno infatti, non è costante, ma costituito di cicli, in cui si alternano due fasi: la fase REM (Rapid Eyes Moviment), accompagnata da sogni e caratterizzata da movimenti rapidi degli occhi e la fase NREM, non legata al movimento rapido degli occhi  composta a sua volta da diversi stadi in cui il sonno diventa via via più profondo.
 

Lo studio condotto dai ricercatori francesi, ha dimostrato  ancora una volta, che è possibile apprendere durante il sonno. Ciò è possibile principalmente nella fase Rem, ma anche successivamente, durante la cosiddetta fase NREM di sonno leggero . I ricercatori hanno invece constatato che l'apprendimento è inibito durante la fase NREM di sonno profondo.

 

Questa tecnologia è oggi ufficialmente a nostra disposizione ma la domanda è: ne sapremo fare un uso utile e consapevole?

Il timore (spesso fondato) è che queste tecnologie vengano utilizzate in modo distorto, addirittura come armi. Fantasie? Non lo era anche questa possibilità scientifica?

A riguardo è utile evidenziare che queste tecnologie non dobbiamo considerarle reali soltanto nel momento in cui ne veniamo a conoscenza, perché se una cosa è scientificamente possibile, lo è da sempre e non soltanto da  quando noi ne diventiamo consapevoli.

Stefano Nasetti

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Un nuovo pianeta sconosciuto ai margini del nostro sistema solare?

In uno studio in corso di pubblicazione su The Astronomical Journal, un team di ricercatori del Lunar and Planetary Laboratory presso l’University of Arizona, analizzando gli angoli d’inclinazione rispetto al piano orbitale di più di 600 corpi della fascia di Kuiper (una regione che si estende oltre l’orbita di Nettuno, simile alla fascia degli asteroidi tra Marte e Giove, che rappresenta idealmente il confine del nostro sistema solare), hanno ipotizzato la presenza di un nuovo pianeta.

Secondo gli autori dello studio, il pianeta dovrebbe avere una massa compresa tra quella di Marte e Terra che, con la sua massa, disturberebbe il piano orbitale medio di questa popolazione di rocce spaziali, che risale alle origini del nostro sistema planetario e che compone appunto la fascia di Kuiper.

Kat Volk primo firmatario dello studio in pubblicazione, ha dichiarato “La spiegazione più probabile ai nostri calcoli è la presenza di una massa al momento sconosciuta".

Non è la prima volta che nella comunità scientifica ufficiale, analizzando i dati delle orbite dei corpi trans nettuniani, è avanzata l'ipotesi dell'esistenza di uno o più pianeti ancora sconosciuti. Che si possa trattare del famoso pianeta Nibiru, chiamato anche Pianeta X o Pianeta 9?

Nel mese di gennaio 2016, sulla rivista sull'Astronomical Journal, era stato pubblicato un articolo nel quale erano esposti i calcoli effettuati dagli astronomi dell'Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech) Michael Brown e Konstantin Batygin, che affermavano di aver "scoperto", durante una simulazione, l'esistenza di un pianeta con massa di circa 10 volte superiore alla Terra con orbita ellittica, situato oltre l'orbita di Nettuno. Anche in questo caso lo studio partiva dall'analisi delle orbite degli altri corpi trans nettuniani (leggi l'articolo). 

Solo pochi mesi più tardi, nel mese di gennaio 2016, sulla rivista sull'Astronomical Journal, è stato poi pubblicato un un'ulteriore articolo a riguardo, nel quale venivano esposti i calcoli effettuati dagli astronomi dell'Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech), dal quale appariva chiaro che il pianeta ipotizzato, non doveva essere il solo.

Nel mese seguente (Aprile 2016) la rivista Astronomy & Astrophysics, ha pubblicato altri studi, stavolta eseguiti da Christoph Mordasini ed Esther Linder dell'Università svizzera di Berna, specializzati nella simulazione delle dimensioni dei pianeti esterni al Sistema Solare, che hanno fornito nuove caratteristiche di uno (il più grande) di questi corpi celesti. Secondo l'identikit da loro elaborato, il pianeta sarebbe coperto di ghiacci, avrebbe un raggio di 3,7 volte superiore a quello della Terra (poco più piccolo di Urano e Nettuno) una massa 10 volte maggiore e la temperatura di 226 gradi sotto zero.

Nel Giungo 2016 una successiva nuova ricerca è stata pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Gli astronomi spagnoli Carlos e Raúl de la Fuente Marcos, insieme a Sverre Aarseth, dell'università britannica di Cambridge, hanno confermato che il pianeta dovrebbe effettivamente avere una massa 10 volta a quella della Terra, la sua orbita fortemente ellittica durerebbe addirittura tra i 10.000 e i 20.000 anni. (leggi l'articolo)

Infine, nel Dicembre 2016, erano stati ancora una volta i ricercatori del Caltech (Californian Institute of Technology) pubblicato sull’Astrophysical Journal ad affermare che questo forse non più fantomatico pianeta, sebbene non ancora avvistato e fotografato ma della cui esistenza sembra ormai non esserci più alcun dubbio, possa provocare una sorta di "ondeggiamento" del Sistema solare, dando l’impressione che il Sole sia lievemente inclinato (leggi l'articolo).

Tornando alla ricerca in via di pubblicazione in questi giorni dei ricercatori dell'Università dell'Arizona, per il momento, i calcoli degli studiosi tendono a escludere la possibilità che si tratti del cosiddetto decimo pianeta del Sistema Solare, anche perché come detto, le dimensioni (una via di mezzo tra quelle di Marte e Terra) non coincidono con quelle evidenziate dagli studi precedenti che concordano nella presenza di un pianeta avente massa pari a 10 volte la Terra. Siamo dunque in presenza di un nuovo pianeta?

La possibilità di osservare e studiare direttamente questo misterioso oggetto potrebbe presentarsi nei prossimi anni, quando sarà operativo il Large Synoptic Survey Telescope (LSST), che dovrebbe vedere la luce nel 2020. “Con questo nuovo telescopio ci aspettiamo d’incrementare il numero di corpi della fascia di Kuiper conosciuti, passando dagli attuali 2.000 ai circa 40.000”, conclude Renu Malhotra, altro firmatario della ricerca.

Stefano Nasetti

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Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere anche per la scienza?

Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere è il titolo di un famoso libro scritto dallo scrittore saggista statunitense John Gray, pubblicato nel 1992. Il libro analizza le problematiche delle relazioni sentimentali uomo-donna, da un punto di vista psicologico, evidenziando le sostanziali differenze tra i due sessi. La citazione su Marte e Venere dunque, è soltanto una similitudine utilizzata per il concetto che vede uomo e donna come esseri di due mondi diversi che stentano a capirsi reciprocamente.

Se perciò il tutto è stato finora giustamente ricondotto a semplici differenze di tipo psicologico comportamentale, certamente influenzato anche da aspetti culturali, una recente ricerca in campo genetico sembra poter far supporre che questa “diversità” sia un qualcosa presente nei nostri geni.

E' necessario comprendere che “[…] Il nostro DNA è stato quasi del tutto decifrato; ciò nonostante comprendiamo solo il 5% delle informazioni che contiene. I genetisti hanno stabilito che è sufficiente comunque soltanto il 5% del DNA umano per creare da esso, un altro essere umano e che il resto, quel 95% di DNA rimanente, si potrebbe definire, secondo i genetisti stessi, “spazzatura genetica” o “DNA di scarto”. I genetisti sostengono che la spiegazione alla presenza di questa “spazzatura genetica” all’interno del nostro DNA, materiale genetico senza un’apparente e utile funzione, è che questa rappresenti magari dei resti di una qualche cosa che usavamo in passato, come la nostra appendice. […]”(brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.)

Ho già trattato tuttavia l’argomento evidenziando che tale considerazione riguardo all’apparente inutilità del 95% della nostra essenza, rappresenti soltanto un limite della nostra conoscenza e non una reale inutilità del DNA stesso. Tale mia affermazione è dunque frutto di un’evidenza scientifica oggettiva, come già dimostrato nel mio libro, e non solo di una logica e razionale visione e considerazione della vita.

Tuttavia, tralasciando ora questa dissertazione scientifica e volendo attenerci alle affermazioni ufficiali della comunità scientifica, “[…] Nonostante oggi ci siano sulla Terra quasi otto miliardi di persone, e che l’uomo nel corso della sua storia abbia saputo adattarsi a climi e situazione di vita diversa e si presenti oggi con molteplici diversità (colore della pelle, forme degli occhi, altezza, ecc.), il DNA umano da individuo a individuo, differisce solo per meno di un decimo dell’1%. Per renderci conto di quanto sia particolare questa “anomalia” nel nostro DNA, gli antropologi ci fanno capire che questa scarsa variabilità nel nostro DNA, è addirittura inferiore a quella presente in una comunità di appena poche decine di scimpanzé […]”[…]”(brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.)

Siamo perciò tutti molto più uguali di quanto possiamo pensare, al punto che sotto il profilo genetico, il concetto di “razza” per quanto riguarda l’umanità, è un qualcosa di assolutamente irrilevante.

Secondo il pensiero scientifico dominante, dei circa 460.000 geni che compongono il nostro DNA, soltanto 23.000 circa (pari al citato 5% del DNA) sono ad oggi considerati codificanti proteine e dunque utile ad una qualche funzione. Come detto ogni individuo differisce da un altro (colore della pelle, altezza, forma degli occhi, ecc) soltanto per la combinazione di appena 460 geni (pari ad 1/10 dell1% del totale dei geni presenti nel DNA). (NB: 460 geni possono apparire pochi, ma dal punto di vista matematico la permutazione senza ripetizione di 460 da origine ad un numero abbastanza grande da giustificare le differenze fisiche presenti anche nell'attuale popolazione umana, pari a oltre 7,5 miliardi d’individui.)

Se fino ad ora ciò è stato considerato assolutamente vero, uno studio pubblicato lo scorso mese di Maggio (2017) sulla rivista BMC Medicine dall'istituto Weizmann di Israele, sembra poter cambiare totalmente tale considerazione, al punto da rimettere in discussione la dogmatica teoria dell’evoluzione darwiniana (la cui inapplicabilità all’uomo sembra emergere sempre più in ragione delle scoperte antropologiche fatte nell’ultimo decennio, ricerche già ampiamente esposte e dibattute sempre nel mio libro oltre che in precedenti articoli), arrivando addirittura ad ipotizzare una “diversità” genetica oggettiva tra uomo e donna tale da far tornare alla mente proprio il titolo del libro di John Gray di cui ho parlato nell’incipit e nel titolo di quest’articolo.

I coordinatori della citata ricerca pubblicata sulla rivista BMC Medicine, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni, hanno usato i dati raccolti dal progetto GTEx, un grande studio che ha analizzato i “geni accesi”, ossia espressi, nei vari organi e tessuti del corpo umano di quasi 550 adulti di entrambi i sessi, portando alla realizzazione della prima mappa delle differenze genetiche tra uomini e donne. Lo studio ha utilizzato i tali dati, per valutare nello specifico l'espressione di 20.000 geni, arrivando così a identificarne 6.500 che sebbene presenti sia nell'uomo e sia nella donna e dunque facenti parte di quel 5% che accomuna tutti noi, sono “accesi” in modo diverso tra maschi e femmine in almeno un tessuto dell'organismo.

Questi 6.500 geni che sono "accesi" in maniera diversa tra uomini e donne, controllano vari aspetti che vanno dai muscoli alla peluria, dall'accumulo di grasso alla produzione di latte, e potrebbero spiegare molte differenze che distinguono i due sessi nella suscettibilità a certe malattie così come nella risposta ai farmaci.

Secondo i risultati della ricerca, l'evoluzione con questi geni è stata poco selettiva, favorendo, di fatto, la diffusione di mutazioni che possono determinare problemi come l'infertilità.

Oltre ai geni legati a caratteristiche specifiche del sesso, come la peluria o la produzione di latte, ne sono emersi molti altri insospettabili. Ad esempio è il caso di alcuni geni “accesi” solo nel ventricolo sinistro del cuore della donna, tra i quali uno in particolare, legato all'uso del calcio, che tende a spegnersi con l'avanzare dell'età, probabilmente aumentando il rischio di malattie cardiovascolari e osteoporosi dopo la menopausa. E' stato trovato anche un gene espresso prevalentemente nel cervello delle donne, che potrebbe proteggere i neuroni dal Parkinson.

Lo studio in questione a trovato poca diffusione nei mass media tradizionali e quando è stata riportata, è stata diffusa più come una cuiriosità piuttosto che come un qualcosa di sconcertante, probabilmente perchè non se ne è compresa con esattezza l'importanza.

L’aspetto più rivoluzionario di questo studio è nel fatto che i ricercatori hanno scoperto che la selezione naturale è stata più indulgente con le mutazioni sesso-specifiche contenute in questi geni, soprattutto quelle legate al genere maschile, favorendone, di fatto, la diffusione.  La cosa è talmente anomala dal punto di vista evoluzionistico che i ricercatori, per riuscire a spiegare tale anomalia, hanno dovuto mettere  obbligatoriamente in discussione l’intera idea dell’evoluzione dell’uomo fin qui formulata.

Secondo i ricercatori infatti, la spiegazione può essere soltanto una e cioè che è estremamente probabile che uomini e donne non abbiano seguito lo stesso cammino evolutivo, bensì due percorsi separati e interconnessi fra loro: l'evoluzione umana sarebbe dunque da rileggere come una co-evoluzione.

Può sembrare un'inezia per coloro che non sono addentro a queste tematiche, ma la portata di tale conclusione (ripetiamo, non frutto d’ipotesi o suggestioni ma avanzata su basi scientifiche oggettive da genetisti appartenenti alla comunità scientifica tradizionale) è oltremodo rivoluzionaria e coinvolge necessariamente, aspetti della vita che non riguardano soltanto il discorso biologico, ma anche quello di tipo storico/religioso.

Prima di approfondire le conseguenze di questo tipo di ipotesi avanzata dai ricercatori dell'istituto Weizmann di Israele, è necessario comprendere cosa s’intende per co-evoluzione. A scanso di equivoci o strumentalizzazioni di sorta, riporto qui di seguito la definizione di co-evoluzione presa dalla prestigiosa enciclopedia Treccani: In biologia la co-evoluzione è l’insieme delle modificazioni correlate che si verificano nel tempo in specie legate tra loro da un rapporto di dipendenza, come per es. alcune specie vegetali e gli animali che se ne nutrono, o i parassiti e i loro ospiti. Talora il significato dell’espressione viene ristretto a quei cambiamenti che conferiscono un vantaggio ad entrambe le specie coinvolte.

In campo scientifico ogni parola ha un proprio peso specifico e l'utilizzo del termine "co-evoluzione" indica un concetto ben preciso che presuppone dunque, la presenza di due specie distinte che, sebbene in questo caso quasi identiche, rimangono biologicamente differenti.

Con l'utilizzo del termine co-evoluzione per uomini e donne, i ricercatori hanno quindi voluto parlare apertamente di specie differenti benché certamente compatibili e non di sessi (genere maschile e femminile) diversi di una stessa specie.  Ciò fa presupporre che tali differenti specie (l'uomo e la donna) possano avere avuto origine differente, se non come luogo (come provocatoriamente aveva proposto nel suo libro John Gray Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere) più verosimilmente come tempi.

Se dal punto di vista biologico e quindi scientifico, ciò evidenzia ancora una volta come la teoria Darwiniana trova nuovamente un oggettivo dato che ne evidenzia l’inapplicabilità alla specie umana, quale appiglio può trovare questa ricerca in tema religioso?

Per chi ha avuto modo di leggere attentamente gli scritti antichi o chi s’interessa di esegesi biblica, la mente non può che andare in automatico a quanto scritto nel libro della Genesi dell'Antico Testamento. Riporto qui di seguito i passi in questione presi dalla versione CEI (Conferenza Episcopale Italiana):

Genesi 1:26 E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
Genesi 1:27 Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

Soprassiedo in questo frangente sull'identità del "Dio" creatore, giacché tale identificazione non ha alcuna rilevanza nell'ambito della presente discussione riguardo all’origine della specie uomo e donna. In molti hanno già ampiamente trattato in modo mirabile quest’aspetto e, per quanto mi riguarda, rimando ciò che ho già scritto nel mio libro. Tornando al tema oggetto di quest'articolo, possiamo affermare che da questi primi passi biblici, appare evidente come "l'entità creatrice", dia origine ad una specie sola, preoccupandosi poi di crearne la doppia natura, maschile e femminile. Se ci si ferma qui potrebbe sembrare che la questione sembrerebbe risolta e l'ipotesi avanzata dai ricercatori dell'istituto Weizmann di Israele, non trovi alcun riscontro dal punto di vista teologico/religioso o anche da quello storico, poiché la Bibbia continua ad essere considerata da molti e per molti versi, un testo storico attendibile. Tuttavia proseguendo la lettura, il testo ritorna sull'argomento con queste parole:

Genesi 2:21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

Genesi 2:22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo.

Genesi 2:23 Allora l'uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta».

Perché il testo ritorna sull'argomento e sembra descrivere una "creazione" successiva?

Per rispondere a questa domanda è necessario ancora una volta, sottolineare come la Bibbia (in qualunque versione la si voglia leggere) è una raccolta di libri scritti da più autori nel corso di secoli differenti. Solo in tempi a noi molto più vicini, rispetto a quelli presunti a cui i fatti narrati si riferiscono, i libri sono stati raccolti e selezionati a formare la Bibbia. Tale raccolta ha poi subito altre integrazioni e manipolazioni nel corso del tempo che hanno fatto si che il libro non sia assolutamente da considerarsi univoco (Anche in questo caso per ulteriori approfondimenti a riguardo, rimando a quanto da me scritto in precedenza o ai libri di altri autori che hanno avuto modo in questi anni, di illustrare sapientemente l'origine e il contenuto di questo testo considerato sacro ancora oggi dalle tre principali religioni monoteiste).

Alla luce di ciò, si può affermare con certezza che tra il capitolo primo ed il secondo del libro della Genesi (certamente nella versione cattolica), sono stati tolti dei brani che invece possiamo trovare in altre versioni della Bibbia, ad esempio in quella dei cristiani Copti, o anche in testi differenti che riportano gli stessi fatti, come nella Cabala Ebraica.

In particolare quest'ultima ci spiega che Lilith (la prima donna a cui si riferirebbero i passi 1:26 e 1:27 della Genesi) fu creata dalla terra come Adamo, quindi alla pari e nello stesso momento. Tuttavia Adamo voleva comandare e giacere sopra Lilith come dimostrazione della sua superiorità ma Lilith si ribellò. Secondo tale narrazione, Lilith fu trasformata in un demone (sto ovviamente sintetizzando al massimo la storia) e da qui l'esigenza "dell'entità creatrice" di intervenire nuovamente per generare una nuova controparte femminile, la donna (Eva), non più creata contemporaneamente alla pari dell'uomo dal fango ma, onde evitare il ripetersi dell'inconveniente (spirito di ribellione e non sottomissione) verificatosi nella prima donna Lilith, utilizzando come base non più la terra ma una costola da Adamo per poi plasmarla, dando vita a Eva (a cui si riferirebbero quindi i passi dal 2:21 al 2:23 del libro della Genesi).

C'è da precisare che tale versione dei fatti è soltanto una delle tante possibili e che la figura di Lilith è presente anche in molte religioni mesopotamiche preesistenti l'antico testamento. Sappiamo tuttavia che gran parte dell'antico testamento non è un testo "originale", ma ricalca proprio scritti più antichi di origine mesopotamica.

Ora, tralasciando tutte le implicazioni che riguardano questi passi biblici, che sembrano essi stessi mettere in discussione l'onnipotenza e l'infallibilità del Dio biblico poiché ha dovuto compiere un doppio intervento (non essendo riuscito al primo tentativo) o quello che riguarda anche il discorso del plurale utilizzato in quel "facciamo l'uomo a nostra immagine...", dal punto di vista strettamente scientifico siamo certamente di fronte ad una creazione dell'uomo e della donna avvenuta in due momenti differenti dal punto di vista temporale. Non c’è dato sapere (e sotto molti aspetti a poca importanza) quanto tempo intercorre tra l'una e l'altra creazione ma, in ogni caso, si può affermare che non ci troviamo di fronte a quella differenziazione di genere (maschile e femminile) originatasi "spontaneamente" (o meno a secondo della visione scentifica o teologica) come "naturale evoluzione" da una sola specie. A tal riguardo, nulla toglie a quest’affermazione la constatazione che la donna sia stata creata partendo da una "costola" dell'uomo. In questa seconda "creazione" c'è evidenza che sia stata certamente utilizzata una parte dell'uomo, che è stata modificata (aggiungendo o alterando un qualcosa) in modo da originare la donna. La questione è quindi molto attinente al riscontro scientifico illustrato sulla rivista BMC Medicine nel maggio scorso.

Tutto ciò dovrebbe essere agli occhi di tutti, molto soprendente, perchè la teoria del creazionismo proposta dalle religioni odierne, è incompatibile con la teoria evoluzionistica proposta e sostenuta dalla scienza ufficiale. Riscontrare che dati scientifici abbiano una qualche forma di "contatto" con la teoria creazionista è incredibilmente affascinante.

Siamo davanti a due specie originatesi in momenti differenti che, giacché compatibili, hanno poi condiviso un percorso di co-evoluzione.

La scienza sembra quindi dirci che uomini e donne sono biologicamente da considerarsi specie diverse, e forse John Gray non è andato così lontano dalla verità affermando che gli uomini vengono da Marte (anche qui ci sono possibili indizi scientifici, più che altro in merito all'origine della vita in generale) e le donne da Venere. Questa diversità non è più soltanto un luogo comune, ma un dato scientifico. Ma dobbiamo veramente fidarci di tutto ciò che sembra affermare la scienza?

Stefano Nasetti

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Pronto Darwin?

Sono passati quasi 160 anni da quanto Darwin, nel 1859, pubblicò il suo saggio “L’origine delle specie” nella quale avanzava per la prima volta la celebre teoria dell'evoluzione. Inizialmente etichettata come blasfema, poiché contraddiceva la così detta teoria del “creazionismo” e quindi le interpretazioni letterali di vari testi religiosi (tutte le tre grandi religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islamismo hanno come base l’Antico Testamento della Bibbia e quindi il libro della Genesi), la teoria non ebbe inizialmente vita facile.

In tutto questo tempo, sono state fatte moltissime scoperte in campo paleontologico, antropologico, biologico e genetico. Molte di queste scoperte hanno certamente confermato l'ipotesi avanzata dal naturalista britannico. Sono stati scoperti i resti di numerose nuove specie animali di ogni tipo e dimensione, di piante, ma anche nuove specie di ominidi che hanno arricchito il presunto albero dell'evoluzione umana. Sì, presunto, perché ancora oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, non è stata ancora trovata la conferma che la teoria dell'evoluzione avanzata da Darwin possa essere applicata all'uomo.

Gli antropologi sono ancora in cerca del cosiddetto "anello mancante", il resto di un nostro presunto antenato che possa fungere da congiunzione tra l'homo di Neanderthal e l'homo Sapiens. Tant'è che le riserve a riguardo non sono ancora state del tutto sciolte e l'ipotesi avanzata dal naturalista britannico è e rimane al momento ancora solo una teoria, così come ancora oggi viene chiamata.

Ciò nonostante, tale ipotesi è considerata uno dei capisaldi della scienza e il giusto dubbio che la scienza dovrebbe coltivare in assenza di prove certe, secondo l'applicazione del metodo scientifico, sembra invece essere stato dimenticato o forse volutamente accantonato.

Secondo la teoria darwiniana, "[...] gruppi di organismi di una stessa specie si sono evoluti gradualmente nel tempo attraverso un processo chiamato “selezione naturale”; grazie a questo processo, nel corso della storia sono sopravvissuti gli organismi che sono stati capaci ad adattarsi meglio alle mutevoli condizioni ambientali sviluppando, casualmente, capacità e caratteristiche differenti rispetto alla loro specie di origine. L’adattamento non ha riguardato soltanto lo stile di vita ma si parla addirittura di mutazione a livello genetico. Le specie che hanno evidenziato tali caratteristiche sono state, e sono ancora oggi, avvantaggiate nella corsa per la conservazione della propria specie; la mutazione ha quindi consentito all’individuo di sopravvivere al cambiamento dell’ambiente, riprodursi e passare quindi questo elemento distintivo e “vincente” alla generazione successiva. Secondo questa teoria il processo di selezione naturale ha riguardato tutti gli organismi viventi e quindi anche l’uomo che pertanto, nel corso di milioni di anni, si è evoluto passando dallo “stato” di scimmia o primate, a ominide e poi a quello che siamo oggi [...]" (brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.)

A seguito della frustrante ricerca delle conferme della teoria dell'evoluzione (applicata all'uomo), nel corso dei decenni gli antropologi si sono spesso imbattuti in situazioni rivelatesi poi, a distanza di tempo, poco gratificanti per loro e poco edificanti per la scienza in generale.

Solo poche settimane or sono (nell'Aprile del 2017) la prestigiosa ed autorevole rivista Science ha pubblicato sul suo sito, i risultati di un nuovo studio su alcuni reperti rinvenuti nelle grotte di Malapa, in Sud Africa, nel 2008.

Qui, assieme a moltissimi altri resti di ominidi, erano stati scoperti anche i resti attribuiti ad nuova specie dell'Australopithecus sediba, resti che nel 2010, erano stati considerati gli unici in grado di completare il "vuoto" di reperti nel periodo compreso fra 2 e 3 milioni di anni fa, quando gli australopiteci hanno cominciato ad evolversi nel genere Homo. Se non proprio considerati finalmente l'anello mancante, potremmo certamente affermare che tali resti erano considerati un "mezzo anello". C'è da sottolineare che la ricostruzione e la valutazione di questa nuova specie di ominide era stata molto difficile perché i resti più antichi di questo esemplare di Homo ritrovati, risalgono a 2,9 milioni di anni fa ed erano (e sono) decisamente incompleti. Tale aspetto più che andare a giustificare l'errata valutazione dei reperti, dovrebbe essere considerata invece un'aggravante, data la scarsa cautela usata dai ricercatori nel formulare le loro affermazioni.

Soltanto nel 2013 infatti, ben sei articoli pubblicati sulla rivista Science indicavano  questi resti di Australopithecus sediba, come il progenitore più vicino all'uomo lungo la scala evolutiva. Sull'interpretazione in tal senso dei reperti si erano pronunciati tra gli altri, un gruppo di ricerca coordinato dal britannico Joel Irish, della Liverpool John Moores University, il gruppo di antropologi coordinati da Jeremy DeSilva, dell'università di Boston, Darryl de Ruiter, dell'università del Texas, l'antropologa americana Debbie Guatelli-Steinberg della Ohio State University e il paleontologo Lorenzo Rook, dell'Università di Firenze.

Il nuovo studio pubblicato da Science condotto dal paleo antropologo Bill Kimbel, dell'università dell'Arizona a Tempe, ha dimostrato che i resti dell'Australopithecus sediba ritrovati nelle grotte in Sud Africa nel 2008, appartengono ad un ominide troppo giovane per essere considerato un progenitore dell'uomo. Il paleontologo americano ha dimostrato che lo scheletro era ancora in via di formazione e di conseguenza troppo indefinito per consentire qualsiasi tipo di conclusione. Dunque non esiste alcuna nuova specie di homo sapiens, l'Australopithecus sediba è un errore di interpretazione. E' dello stesso parere Yoel Rak, dell'università israeliana di Tel Aviv, secondo il quale non è improbabile che il giovane australopiteco potesse cambiare radicalmente i tratti facciali nell'età adulta, proprio come accadeva a un suo simile, l'Austrapithecus africanus. Non sono dello stesso avviso ovviamente, i ricercatori autori degli studi precedenti ma a questo punto, l'unico modo per risolvere la vicenda resta ormai la scoperta dei resti di un esemplare adulto di Australopithecus sediba, cosa non ancora avvenuta.

Lo studio pubblicato da Science nell'Aprile del 2017 ha portato a dover rivedere dunque, l'albero genealogico dell'Homo sapiens che perde così un ramo e, con esso, quello che finora era ritenuto essere il suo antenato più prossimo.

La vicenda sopra citata, è assai simile ad una accaduta nella prima metà del secolo scorso "[...] relativa all'uomo di Piltdown, i cui resti furono trovati in una cava di ghiaia all'inizio del XX secolo in Inghilterra. Il rinvenimento di frammenti di un cranio umano e di una mascella scimmiesca fu oggetto di aspre polemiche tra chi sosteneva essere un falso e quanti invece ne sostenevano l’autenticità, poiché confermava per la paleontologia ufficiale e ortodossa, l'esistenza del cosiddetto "anello mancante" tra scimmia e uomo.

Prevalse inizialmente, la fazione che ne sosteneva l’autenticità e fu decretata la scoperta della nuova specie umana. Ma la vicenda si protrasse fino agli anni cinquanta, quando la truffa fu scoperta e la falsità dei reperti dimostrata. Secondo i sostenitori dell'archeologia misteriosa, il falso ebbe la possibilità di resistere tanto a lungo grazie al fatto che confermava la teoria ufficiale sull'evoluzione di Darwin. [...]" (brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.).

A conferma di cio, è possibile citare anche un altro esempio. Sempre nel 2008 e sempre nel medesimo sito, le grotte sudafricane di Malapa, in cui erano stati trovati i resti del presunto (ora lo possiamo dire senza sopra di dubbio) homo sapiens Austrolapihtecus sediba, "[...] il paleo antropologo Lee Rogers Berger ha rinvenuto molteplici resti di ossa umane risalenti a oltre 2 milioni di anni fa: grazie a questa scoperta oggi sappiamo che molteplici specie di ominidi hanno vissuto contemporaneamente negli stessi territori. In seguito altri scavi sono stati poi compiuti, portando alla luce oltre una dozzina di altre ossa di ominidi appartenenti a specie diverse.

Tutto questo dovrebbe apparirci come un assurdo, soprattutto se riteniamo plausibile la teoria darwiniana (che come detto concatena la scomparsa e la comparsa delle varie specie, l’una alle altre) poiché oggi sulla Terra, ci sono oltre sette miliardi d’individui di un'unica specie, la nostra. [...]" (brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.).

Così come nel caso del l'homo di Piltdown, anche nel caso dell'Austrolapihtecus sediba gli antropologi hanno "selezionato" i ritrovamenti studiando e traendo conclusioni (che si sono sempre rivelate errate) solo sui reperti che in qualche modo potevano confermare la teoria tuttora dominante, quella Darwiniana, omettendo di prendere in considerazioni le evidenze sopra menzionate riguardanti la presenza contemporanea di più specie di ominidi, presenza in parte inconciliabile con la teoria evoluzionistica darwiniana.

Tale anomala presenza contemporanea di più specie di ominidi aveva trovato successiva conferma proprio nel 2013. Mentre i citati gruppi di antropologi conservatori, si affrettavano a confermare il ritrovamento dei resti del fantasioso Austrolapihtecus sediba quale possibile "anello mancante", "[...] Nell’ottobre del 2013 la rivista scientifica Science ha pubblicato i risultati di una ricerca fatta a seguito del ritrovamento di alcuni teschi di ominidi, ritrovati a Dmanisi in Georgia, risalenti a circa 1 milione e 800 mila anni fa. Da quanto emerge, in almeno uno di questi teschi, sono presenti caratteristiche di ominidi di specie diverse (cervello piccolo come quello dell’Homo Habilis, viso simile a quello del più moderno Homo Erectus e denti più simili a quello del più antico Homo Rudolfensis) il che potrebbe significare e confermare appunto, che più specie coesistevano e si accoppiavano, dando origine a loro volta a specie nuove. Purtroppo non lo si può affermare con certezza poiché si tratta d’ipotesi soltanto frutto dell’osservazione dei reperti ritrovati, perché le attuali tecnologie non consentono di estrarre il DNA su reperti così antichi. [...]" (brano tratto dal libro Il Lato Oscuro della Luna.).

Tuttavia, questi ultimi ritrovamenti non avevano avuto lo stesso eco e risalto, nell'ambito della valutazione della bontà della teoria di Darwin, rispetto a quelli riguardanti il presunto dell'Austrolapihtecus sediba, chissà perché!

Sono trascorsi oltre 150 anni dalla pubblicazione del libro "L'origine delle specie" di Darwin, molto abbiamo appreso riguardo lo sviluppo della vita in tutte le sue forme, trovando molti riscontri in merito (sempre supponendo che le interpretazioni dei reperti fin qui dati siano corrette). Ciò nonostante, paradossalmente non abbiamo ancora nessuna prova certa e definitiva che la teoria dell'evoluzione possa essere applicata all'uomo. Al contrario, sembra quasi di essere arrivati ad un punto di svolta ma in senso opposto. Se la teoria dell'evoluzione di Darwin può avere forse una sua attendibilità a livello generale dello sviluppo della vita, molti dei recenti ritrovamenti sembrano suggerire che l'uomo in tutto questo possa fare (almeno parzialmente) eccezione.

Mi chiedo: nonostante ci sia oggi addirittura una corrente di pensiero tra gli antropologi più conservatori, che affermi che non c'è alcun "anello mancante" nell'albero evolutivo umano (contraddicendo un secolo e mezzo di affermazioni in tal senso da parte della scienza), l'infruttuosa caccia all'anello mancante è stata così frustrante perché si cerca forse qualcosa che non c'è? Eppure essendo l'antenato più prossimo a noi, i resti dell'"anello mancante" dovrebbero essere più semplici da trovare rispetto a quelli dei suoi predecessori più antichi (anche se ciò potrebbe non essere necessariamente vero.)

Sarà forse giunto il momento di prendere in considerazione e senza pregiudizi, ipotesi differenti per spiegare la "particolare" evoluzione umana, anziché continuare a girare intorno in modo grottesco ad una teoria che sembra ormai inconcludente (ameno im parte)?

Alla luce di tutte queste informazioni, se fosse in qualche modo possibile (Darwin è morto nel 1882), verrebbe voglia di chiedere un parere proprio a colui che ha teorizzato tutto questo, ed esclamare ironicamente: Pronto Darwin?!?!

Stefano Nasetti

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