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La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?

Uno studio scientifico ha provato rispondere a queste domande in modo oggettivo. I risultati però hanno avuto poco eco presso i mass media mainstream, soprattutto in Italia, perché?

Esistono persone che, con le loro opinioni, sono in grado di condizionare l’opinione pubblica. Molti grandi politici e statisti del passato, molti dittatori del XX secolo, erano grandi oratori. Sapevano utilizzare le parole giuste e smuovere le masse per “indirizzarle” nella direzione voluta.

Nel secondo dopoguerra, con la nascita delle scienze che riguardano lo studio della comunicazione efficace, queste capacità sono state tradotte in vere e proprie tecniche comunicative e si sono diffuse in molti campi. Non è ovviamente sufficiente conoscere e saper applicare queste tecniche per avere successo. Immagine pubblica e professionalità sono gli altri elementi che consentono di acquisire particolari posizioni di potere.

Nel campo della comunicazione queste persone sono chiamate Opinion Leader. Nell’era del digitale, in cui gran parte della comunicazione passa attraverso la rete, sebbene con qualche differenza, queste persone sono oggi chiamate “influencer”.

Insomma, parliamo d’individui con un più o meno ampio seguito di pubblico, che hanno la capacità di influenzare i comportamenti delle persone in ragione del loro carisma e della loro autorevolezza, rispetto a determinate tematiche o aree d’interesse.

È proprio l’alto potenziale relazionale e una consolidata reputazione, derivante dall’alto grado d’interesse e conoscenza di un certo argomento, che contraddistingue l’opinion leader, che avvalora la sua autorevolezza e la fiducia da parte del suo seguito. La credibilità può derivare, oltre che dal fatto di essere considerato un esperto in un particolare settore, anche dall’esser percepito come neutrale rispetto ai portatori d’interesse che operano in quel dato settore.

Ma ciò avviene anche in campo scientifico?

Esistono scienziati che con le loro opinioni sono in grado di influenzare il progresso scientifico, indirizzandolo verso una direzione anziché altre o, addirittura, ostacolare il progresso?

Ciò è un bene o un male per l’umanità?

Per chi si occupa di scienza, anche se solo dall’esterno, ormai da vent’anni, appaiono evidenti certe anomale situazioni.

Nei miei libri e articoli, non manco mai di porre l’accento su questa problematica in ambito scientifico, in particolar modo quando si tratta di spiegare determinati aspetti riguardanti il nostro passato.

L’idea secondo cui i progressi scientifici sono il risultato di una pura competizione d’idee, una competizione in cui le intuizioni di alta qualità inevitabilmente emergono come vittoriose, è ancora considerata garanzia di un progresso lineare e libero.

La scienza, nell'immaginario collettivo, è sovente associata al progresso, all'innovazione. La storia insegna però, come quest'immagine della scienza, non corrisponda poi molto alla verità, non perché la scienza non persegua il sapere o la conoscenza, quanto piuttosto perché è gestita dagli uomini, e non tutti gli uomini hanno l'interesse ha cambiare lo stato delle cose. Quest'atteggiamento ha fatto sì che la scienza tenda a essere estremamente cauta quando si parla di nuove conoscenze o ipotesi, che possono mettere in discussione le teorie tradizionali. Tale comportamento è talmente radicato, che è possibile affermare che la scienza è molto più conservatrice che progressista. (dal libro –“Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”)

Tuttavia si ritiene spesso che questa idea, sebbene non originale, sia da ritenersi più un’opinione che un dato di fatto.

Già all’inizio del XX secolo, Marx Planck, il pioniere della meccanica quantistica, affermava: "Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, ma piuttosto perché alla fine i suoi avversari muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari “.

Neil Turok, fisico sudafricano, uno dei massimi esperti mondiali della teoria delle stringhe, che ricopre il ruolo di direttore del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Waterloo (Ontario), ed ha ricoperto la cattedra di fisica matematica alla Cambridge University, fino al 2008, in un’intervista televisiva di qualche anno fa ha dichiarato: “Ci sono dei principi che si danno per scontato in ambito scientifico, e si fa fatica ad abbracciare nuove idee. A dire il vero in molti hanno costruito la propria carriera sullo status quo e non vogliono per questo, che nuove idee agitino le acque”. (dal libro “Il lato oscuro della Luna”)

Fino ad oggi si poteva sostenere che questa idea o sensazione, benché fosse stata manifestata e condivisa anche da scienziati importanti come quelli appena citati, fosse soltanto un’opinione. Grazie ad uno studio pubblicato su Scienze nel mese di settembre 2018 possiamo finalmente dire che non è assolutamente così.

Il Professor Pierre Azoulay, del dipartimento Sloan School of Management del MIT di Boston, ha voluto verificare le affermazioni di Planck secondo cui la scienza avanzerebbe “un funerale alla volta”, poiché più conservatrice che progressista.

Per cercare di fornire oggettiva risposta alle domande poste nel corso di quest’articolo, Azoulay ha compiuto diversi studi nel corso degli ultimi 10 anni.

Per farlo ha preso in considerazione tutte le pubblicazioni scientifiche nel campo delle scienze della vita (biomedicina), in un intervallo compreso tra il 1968 e il 1998. Una quantità di dati veramente enorme.

Una volta stabiliti criteri e modalità della ricerca, lo studio ha individuato 12.935 scienziati definiti, attraverso criteri oggettivi di valutazione (premi ricevuti, impatto delle ricerche nel proprio settore, numero di citazioni, ecc.) “superstar”.

Di questi ha poi individuato quelli deceduti nell’intervallo preso in considerazione, e il numero è sceso a 452 superstar. Così facendo ha potuto valutare quale impatto ha avuto la scomparsa di questi scienziati, nel campo d loro competenza.

Già con un primo studio pubblicato nel 2008, (in un documento di lavoro intitolato "Superstar Extinction", pubblicato dalla National Bureau of Economic Research) Azoulay aveva scoperto che quando gli scienziati accademici "superstar" muoiono, i loro collaboratori sperimentano un declino rilevante e permanente della produttività (numero di pubblicazioni e importanza delle stesse) nell’ordine del 5-10%. Studiando il ruolo della collaborazione nell'incrementare la creazione di nuove conoscenze scientifiche, ha scoperto che più le aree di studio dei collaboratori si sovrappongono alla superstar, più si accentua il calo della produzione.  Il calo di produzione si perpetua nel tempo, aumentando costantemente per tutto il periodo preso in considerazione (5 successivi anni dalla scomparsa della superstar).

La risultanza dei dati della ricerca è che le superstar riempiono il loro campo scientifico con le loro idee, ma quando muoiono, l'intero campo si contrae, quindi si tratta davvero delle loro idee e gli effetti della loro perdita sono piuttosto ampi e diffusi.

Molti collaboratori delle superstar deceduti sono stati intervistati. Alcuni hanno detto che la scomparsa della superstar è stata una terribile perdita per la scienza, ma altri, hanno detto invece che erano un po' stanchi di quella leadership, affermando addirittura che potrebbe esserci un lato positivo in tutto questo, perché le superstar tendono a “succhiare tutto l'ossigeno fuori dalla stanza” (vale a dire che non lasciano spazio a nuove idee se non le loro).

Nella nuova ricerca pubblicata nel 2018, i risultati sono ancor più interessanti.

I risultati dello studio di Azoulay, hanno posto in evidenza che le morti delle superstar hanno un effetto opposto (quindi positivo) sui non collaboratori.

La morte di una star è seguita da un afflusso di nuove persone nel campo in cui la superstar operava. Il flusso proviene da campi di studio correlati a quello della superstar, ma non dai campi in cui la superstar esercitava la sua influenza.

Le nuove persone che entrano direttamente nel campo lasciato parzialmente libero, portano idee diverse. Le nuove persone pubblicano molti paper, e i loro articoli ricevono molte citazioni, come a indicare che hanno avuto un impatto significativo.

I riferimenti nei documenti dei nuovi arrivati ​​sono quindi diversi, suggerendo che affrontano sì i medesimi problemi scientifici, ma da nuovi punti di vista.

È importante notare, che i risultati di cui sopra non implicano che gli studi scientifici pubblicati dai nuovi partecipanti al settore di ricerca siano necessariamente in contraddizione o rovescino l’idea scientifica prevalente.

Piuttosto, sembrano indicare la presenza di una miriade di "piccole rivoluzioni". Rivoluzioni permanenti in cui nuove idee vengono alla ribalta senza necessariamente eclissarne gli approcci precedenti.

Con sorpresa per chi pensa che in ambito scientifico trionfi sempre la qualità dell’idea e il dato oggettivo, non sono i collaboratori o i concorrenti che lavorano già in quel settore scientifico ad assumerne leadership, ma piuttosto gli scienziati di altri campi che entrano per riempire il vuoto creato dalla scomparsa della superstar.

Pertanto, coerente con le affermazioni di Planck, la perdita di un luminare offre un'opportunità per l’ingresso di nuove idee per evolvere in nuove direzioni, opportunità che fa avanzare rapidamente la frontiera scientifica.

Non si può comunque sostenere in modo assoluto che le superstar scientifiche costituiscano un netto negativo per il progresso scientifico.

Piuttosto, i risultati di questo studio suggeriscono che, una volta giunti al comando dei loro campi di ricerca, gli scienziati superstar tendono a mantenere la loro posizione di autorevolezza, e il potere che ne deriva, un po' troppo lungo.

Infatti, sempre dalla stessa ricerca, non sembra che le superstar usino la loro influenza finanziaria o editoriale, per bloccare l'ingresso di nuove idee nei loro campi, ma piuttosto la prospettiva stessa di sfidare un luminare nel campo serve come deterrente per l'ingresso da parte di estranei.

Appare più che concreta la possibilità che gli “estranei” siano semplicemente scoraggiati dalla prospettiva di sfidare un luminare sul suo campo. L'esistenza di una figura imponente può certamente far pendere la bilancia verso il negativo nel calcolo costi/benefici di proporre studi in contrasto con la teoria dominante. Ciò spinge i ricercatori esterni a ritardare la pubblicazione di certi risultati in attesa “di tempi migliori”, o li spinge a concentrarsi su attività alternative.

D’altro canto gli scienziati devono essere considerati alla stregua di ogni altro lavoratore. Giacché persone normali, non dobbiamo pensare che lo scienziato persegua il sapere, la conoscenza o il progresso ad ogni costo. Anche lui ha esigenze e aspirazioni comuni. Anche lui ambisce ad acquisire fama, prestigio e il potere che esso comporta. Anche lui ha la necessità di mantenere il suo posto di lavoro e “portare a casa” il suo stipendio. Insomma, le logiche che sottintendono la ricerca sono diverse da quelle a cui comunemente si pensa. Per ulteriori approfondimenti in merito, suggerisco la lettura del precedente articolo “ La scienza ha un problema di Fake News ”.

Tornando ai risultati dello studio di Azoulay, per quanto riguarda le superstar oggetto dello studio, queste piuttosto che concentrare i loro sforzi per ostacolare direttamente l’arrivo di potenziali “estranei” concorrenti, sembra che demandino implicitamente questo compito ai loro collaboratori (controllo indiretto).

Infatti, è vero che le superstar in carica all'interno di un campo, possono fungere “da guardiani” dei finanziamenti e dell'accesso alle pubblicazioni su un determinato giornale. Potrebbero essere in grado di allontanare efficacemente le minacce d’ingresso da parte di estranei. Nello studio però, non è stato possibile rilevare alcuna attività in tal senso. Allo stesso tempo, è implicitamente vero che i collaboratori, come capita sovente, sono i principali destinatari dei finanziamenti che arrivano in quel campo di ricerca.

Dai risultati dello studio emerge infatti, che il controllo indiretto (quello esercitato dai collaboratori) sembra quindi essere un potenziale meccanismo attraverso il quale le superstar possono esercitare un'influenza sull'evoluzione dei loro campi, anche dopo la loro morte.

I coautori degli studi della superstar, sia attraverso il loro sforzo diretto per mantenere viva la fiamma intellettuale della superstar scomparsa, sia semplicemente per la loro posizione dominante (finanziaria) sul campo, erigono barriere all'entrata in quei campi, impedendo in prima battuta, il ringiovanimento del settore con l’ingresso da parte di estranei.

Insomma, presi insieme, questi risultati suggeriscono che gli estranei sono riluttanti a sfidare l'egemonia leadership in un campo quando la stella è viva, mentre sono più propensi a correre il rischio quando questa scompare.

Concludendo, appare ormai oggettivo che le superstar della scienza condizionino, non sempre positivamente e non sempre volutamente, il progresso o, almeno, la sua linearità e la sua velocità. La loro influenza, diretta o indiretta, è spesso finalizzata al mantenimento dello status quo.

Gli autori di questo studio precisano che i risultati ottenuti nel campo da loro esaminato (biomedicina), non debbano necessariamente intendersi esemplificativi delle dinamiche presenti in tutti i settori della scienza. Alcuni settori, come quello della fisica ad esempio, in cui gli scienziati lavorano spesso individualmente o in gruppi di pochissime unità, queste dinamiche potrebbero essere differenti.

Tuttavia esistono molti altri settori (archeologia, astronomia, ecc.) in cui le dinamiche sono certamente simili se non addirittura più accentuate (come nel campo delle scienze di frontiera), poiché la ricerca è subordinata e condizionata da finanziamenti soprattutto privati.

Gli autori della ricerca sottolineano infine, come simili dinamiche (e quindi simili ostacoli all’andamento auspicabile del progresso scientifico) si verificano e vengono addirittura accentuate, quando la superstar scientifica si occupa anche di divulgazione al pubblico.

Le superstar scientifiche che si occupano di comunicazione scientifica, o i comunicatori scientifici che diventano superstar, potrebbero rappresentare un ulteriore problema per l’avanzare della scienza nell’interesse collettivo (e forse in Italia lo sappiamo bene!)

In ultimo, perchè i risutlati di questa ricerca non hanno trovato spazio nei mass media mainstram in Italia? Forse perchè mettono in risalto, per la prima volta in modo oggettivo, la presenza di un sistema di potere che mina le fondamenta dello status quo e può ledere l'immagine e la credibilità di qualche superstar scientifica italiana?

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Le persone possono prevedere ciò che scriverai sui social anche se non sei sui social

Ormai molti sanno che viviamo in un’epoca di raccolta dati. Internet e tutte le tecnologie connesse alla rete (dagli smartphone ai nuovi agli elettrodomestici di casa) forniscono ai giganti del web (con Google, Facebook, Microsoft schierate in prima fila), terabyte di dati ogni secondo che rivelano ogni aspetto delle nostre vite.

Sebbene ormai questa sia cosa abbastanza nota, quante persone sono davvero coscienti di quanto questi dati possano rivelare di ciascun cittadino?

La quantità e la qualità dei dati sono così importanti che, oltre ad alimentare un vero e proprio mercato delle informazioni, in cui pacchetti di dati sono poi venduti da un’azienda a un’altra per fini commerciali, alimenta anche un mercato clandestino nel dark web dove tra la moltitudine di dati, quelli riguardanti lo stato di salute delle persone sono quelli più costosi, ancor più di user e password di conti bancari.

Ma non tutti sono interessati ai dati per trarne un profitto, diretto o indiretto.

Sono soprattutto i Governi a essere interessati ad analizzare e “lavorare” i dati raccolti dai grandi giganti del web, poiché da questi possono ricavare un quadro abbastanza preciso di ciascun cittadino.

Che ciò accade sistematicamente e che questa tendenza sia in aumento lo dimostrano i report, pubblicati periodicamente dai vari social, delle richieste di accesso ai dati ricevuti dai vari governi (liste nelle quali è il “democraticissimo e garantista” Governo a stelle e strisce a fare la parte del leone).

In articoli di alcuni anni fa, ho già fornito evidenza di come già solo attraverso i dati raccolti sui social, si può tracciare facilmente il profilo di un’utente individuando con precisione il suo orientamento politico, sessuale, religioso, ecc., in modo rapido e automatizzato.

Negli ultimi anni, sempre più utenti ne hanno avuto abbastanza, limitando il loro uso dei social media o eliminando completamente i loro account, pensando che questo sia sufficiente a sfuggire a questa costante profilazione coatta.

Tuttavia questa non è garanzia di privacy, come ha confermato un nuovo studio compiuto dai ricercatori dell'Università del Vermont di Burlington .

Dai risultati di questo studio è emerso che è molto più facile di quanto sembri capire il carattere, le abitudini e le idee di una persona da una “sorveglianza di seconda mano". Ma di cosa si tratta?

I ricercatori dell'Università del Vermont di Burlington hanno provato a profilare utenti che non avevano più account social, monitorando l’attività e il contenuto di altri utenti a lui collegati. Il loro obiettivo è stato quello di provare a prevedere il contenuto di nuovi messaggi (su Twitter).

Sostanzialmente hanno messo appunto degli algoritmi in grado di anticipare le parole future che un utente avrebbe scritto nei suoi successivi twitter, usando una misura nota come entropia. Più entropia significa più casualità e meno ripetizioni.

Se è vero che qualcosa di simile è già presente nelle “tastiere virtuali” degli smartphone, che spesso “suggeriscono” la parola che vorremmo scrivere ancor prima di digitare la prima lettera, a differenza di questi sistemi già esistenti (che utilizzano le sequenze di parole che abbiamo già digitato in precedenza per fornire il suggerimento), i nuovi algoritmi messi a punto dall’equipe di ricercatori anglo-statunitensi, utilizzano invece le informazioni delle altre persone che sono in contatto con l’utente sotto esame.

Per valutare l’attendibilità della previsione dei nuovi algoritmi, i ricercatori hanno prima esaminato i flussi Twitter di 927 utenti, ognuno dei quali aveva da 50 a 500 follower, prestando particolare attenzione ai primi 15 utenti con cui ciascuno di loro aveva twittato di più. Nel flusso di ciascuno dei 927 individui, hanno calcolato la quantità di entropia (casualità) contenuta nella sequenza di parole. Hanno quindi inserito quel numero in uno strumento, un’equazione, dalla teoria dell'informazione chiamato "disuguaglianza di Fano" per calcolare quanto bene il flusso di dati di una persona potesse predire la prima parola nel suo prossimo tweet. L’accuratezza è stata in media, del 53%, ma la percentuale scendeva nel prevedere ogni parola successiva alla prima.

Una volta ottenuto un parametro di riferimento, hanno calcolato l’accuratezza della previsione in base non solo allo stream dell'utente, ma anche a quello dei 15 contatti più vicini. La precisione è salita al 60%. Quando hanno rimosso il flusso dell'utente dall'equazione, lasciando soltanto i tweet dei contatti, tale cifra è scesa a circa il 57%.

Nello studio pubblicato su Nature Human Behaviour, i ricercatori hanno concluso che osservare i flussi dei contatti di un utente è quasi altrettanto valido, o addirittura meglio che sorvegliare direttamente l’utente stesso.

Con questo studio quindi, non solo si è dimostrata l’attendibilità del famoso adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, ma addirittura hanno dimostrato che non è necessario sorvegliare una persona per tracciarne il profilo.

È sufficiente “monitorare” le persone, gli amici o gli individui con cui interagisce maggiormente per riuscire addirittura a prevedere le parole che utilizzerà in futuro e dunque, volendo estenderne sommariamente il concetto, sebbene per ora soltanto in modo circoscritto, i pensieri.

Ciò che i tuoi contatti scrivono sui social può rivelare una quantità sorprendente di informazioni su di te.

Sono stati sufficienti solo 10 contatti per superare la precisione predittiva derivante dal proprio flusso Twitter individuale.

Per fare un confronto, la previsione di ciò che qualcuno scriverà basandosi su un assortimento casuale di tweet di estranei produce una precisione massima del 51%. Ciò rappresenta pressoché la stessa prevedibilità (53%) che si ottiene usando i tweet della persona stessa (anche perché c'è molta regolarità nella lingua inglese e in quello di cui parlano le persone.)

“I risultati mostrano quindi che, in linea di principio, si potrebbe approssimativamente prevedere cosa twitterebbe qualcuno che non è nemmeno su Twitter, o su un altro social” ha affermato James Bagrow, uno degli autori dello studio.

È sufficiente scoprire chi sono gli amici di una persona offline e poi trovare i feed di quegli amici sui social.

Come ho già fatto notare in un articolo del 2015 dal titolo “Smartphone o smartspy”, ma molte App (anche quelle preinstallate) richiedono l'accesso a molte funzioni del telefono che non rientrano nella diretta esigenza di quell’applicazione. In particolare molte richiedono accessi alla galleria delle foto, al registro delle chiamate e agli elenchi di contatti.

Oggi sappiamo, a seguito dei numerosi scandali che sono emersi negli ultimi anni, che alcune App, acquisiscono dati per poi condividerli e utilizzarli per profilare l’utente.

Facebook (App spesso preinstallata su tutti i telefoni), ad esempio, ha utilizzato le liste di contatti degli utenti per creare “profili ombra”, vale a dire pagine di persone che non si trovano nemmeno sulla rete.

In altri studi, altri ricercatori hanno già dimostrato come si posano utilizzare i tweet delle persone (o qualunque altro dato messo in rete) per prevedere la personalità, segni di depressione e orientamento politico, religioso e sessuale.

I tweet ipotetici basati sui tweet degli amici, come dimostrato da questa ricerca, potrebbero consentire le stesse conclusioni.

"Abbiamo appena scalfito la superficie di quali tipi d’informazioni possono essere rivelate in questo modo", ha affermato Joanne Hinds, altra coautrice della ricerca.

Ciò che dovrebbe essere preoccupante per tutti in termini di privacy, è che ci sono così tanti modi in cui i giganti del web stanno acquisendo dati, che la possibilità di controllo della popolazione sembra non avere limiti.

La gente non si rende conto di quanto tutto ciò comporti, comporterà (o potrebbe comportare) in termini di minaccia alla democrazia e alla libertà individuale.

Un'altra cosa che le persone non comprendono e non prendono neanche in considerazione, è che quando inseriscono i propri dati, le proprie abitudini ecc, nella rete attraverso la moltitudine di dispositivi “smart” che ormai ci circondano, non solo stanno mettendo a rischio o addirittura rinunciando alla propria privacy, ma stanno compromettendo anche quella dei propri amici.

Ciò che tutti pensano sia una scelta individuale, in realtà in un mondo interconnesso, non lo è.

Stefano Nasetti

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Il pianeta X non è necessario (forse)

 

Si torna a parlare nuovamente del pianeta X. Negli scorsi anni sono stati pubblicati diversi studi, ad opera di differenti atenei europei e statunitensi, che evidenziavano la presenza di anomalie orbitali nei pianeti del nostro sistema solare. I ricercatori, dati alla mano, avevano proposto modelli matematici per spiegare queste anomalie dovute, secondo la loro ipotesi, alla presenza di uno o più grandi corpi celesti oltre l’orbita di Nettuno.

Nello scorso decennio si è scoperto che oltre l’orbita di Nettuno, si trova la fascia di Kuiper, che è costituita da piccoli corpi, rimasti dalla formazione del sistema solare. Nettuno e gli altri pianeti giganti, con la loro gravità, influenzano gli oggetti nella fascia di Kuiper e oltre, collettivamente noti come oggetti trans nettuniani (TNO), che orbitano il Sole su percorsi quasi circolari in quasi tutti i piani orbitali.

Tuttavia, gli astronomi hanno scoperto alcuni misteriosi “fuori linea”, oggetti, circa una trentina, con orbite molto ellittiche e che condividono tra loro lo stesso orientamento spaziale. Questa scoperta, non potendo essere spiegata dai vecchi modelli del sistema solare a otto pianeti (più Plutone inizialmente considerato il 9° pianeta per poi essere declassato a pianeta nano), ha fatto ipotizzare la presenza del pianeta X, poi “confermata” da successivi studi.

In questi studi s’ipotizzava la presenza di un grande corpo celeste, il pianeta X appunto. Con un’orbita molto ellittica durerebbe addirittura tra i 10.000 e i 20.000 anni e una massa 10 volta a quella della Terra, successivi studi avevano addirittura concluso che questo pianeta, sebbene non ancora visivamente scoperto, sia addirittura il responsabile “dell’inclinazione” del Sole.

Questi studi hanno riscosso molti consensi all’interno della comunità scientifica, al punto che la maggioranza degli astronomi considera la presenza di questo pianeta ormai scontata e la sua scoperta visiva pressoché una questione di tempo.

Ma come spesso accade, finché non si ha certezza, nulla può essere dato per scontato.

Secondo un recente studio proposto dai ricercatori dell’Università di Cambridge e dall’università americana di Beirut, e pubblicato su The Astronomical Journal, le anomalie orbitali potrebbero avere una spiegazione differente, spiegazione che non richiederebbe necessariamente la presenza di un corpo gigantesco come il pianeta X.

La spiegazione alternativa si basa sull’ipotesi che al posto del pianeta X ci sia invece un disco composto da piccoli corpi ghiacciati con una massa complessiva fino a dieci volte quella della Terra. Nel nuovo studio, la forza gravitazionale combinata di questi piccoli oggetti in orbita attorno al Sole nella fascia oltre Nettuno, combinate con un modello semplificato del sistema solare, può spiegare l’insolita architettura orbitale esibita da alcuni oggetti alle estremità esterne del sistema solare.

Questa nuova teoria, anch’essa al pari dei precedenti studi che sotto intendevano la presenza del pianeta X, riesce quindi ad ottenere i medesimi risultati, dal punto di vista matematico. Dopo essere balzato alle cronache ormai decenni or sono, con la pubblicazione delle teorie dello scrittore azero Zacharia Sitchin (che aveva tratto informazioni dell’esistenza di un decimo pianeta, chiamato Nibiru in alcuni miti sumero-accadici), il Pianeta X sembrava ormai, sebbene con molte differenze, aver travalicato il limite della mitologia o della fantascienza, per fare il suo ingresso nella scienza ufficiale.

Gli studi ufficiali degli ultimi anni sembravano sul punto di confermare l’esistenza di un altro importante pianeta nel nostro sistema solare, un membro avente caratteristiche (l’orbita fortemente ellittica e le notevoli dimensioni) che richiamavano i racconti sumeri.

Il nuovo studio quindi rimette, di fatto, in discussione l’esistenza di questo famigerato pianeta.

Il nuovo studio infatti, al pari di tutti quelli che hanno supposto la presenza del pianeta X, non ha né maggiore né minore valenza degli studi precedenti.

Allora, il pianeta X esiste o no?

La comunità scientifica torna a dividersi sul tema ma, siccome come diceva Galileo Galilei: ”Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza”, al momento e in attesa di nuovi dati, tutte le ipotesi rimangono quindi sul tavolo.

Stefano Nasetti

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La Cina sul lato oscuro della Luna

La Cina sul lato oscuro della Luna, là dove nessuno mai è giunto prima (almeno ufficialmente).

Dopo decenni di disinteresse generale, la Luna sembra essere tornata di moda.

La corsa al nostro satellite si aprì ufficialmente nel settembre 1959, quando la sonda sovietica Luna 2 si posò sul suolo lunare. La precedente missione sovietica, Luna 1, mancò il bersaglio. Luna 2 fu invece un successo. Era la prima volta per un veicolo umano, anche se l’atterraggio fu tutt’altro che morbido. La sonda era sprovvista di un sistema di atterraggio o propulsione e dunque impattò violentemente al suolo.

Il successo sovietico fu ripetuto un mese più tardi, con la missione Luna 3 che raggiunse e fotografò, per la prima volta nella storia, la faccia opposta della Luna, quasi totalmente invisibile dalla Terra e per questo spesso noto come “il lato oscuro della Luna”. Grazie alle foto inviate dalla macchina, furono creati i primi atlanti della nuova regione lunare seguita da molti fallimenti.

In piena corsa allo spazio, la Luna era l’obiettivo principale e irrinunciabile anche per gli Stati Uniti. Nel 1958 l’ente spaziale americano lanciò le sonde Pioneer, seguite dalle Ranger, collezionando una lunga serie d’insuccessi. Ci vollero diversi anni per eguagliare i successi sovietici. Solo fra il 1964 e il 1965, infatti, le missioni Ranger cominciarono a inviare a Terra le prime foto della Luna vista da vicino, prima di impattare contro il suolo lunare.

La metà degli anni '60 segnò una svolta positiva anche per l'Urss, che aggiunsero un nuovo primato alla loro collezione di successi spaziali. Nel febbraio 1966, la missione sovietica Luna 9 fu la prima a compiere con successo l’atterraggio morbido sulla Luna.

Lo stesso obiettivo fu raggiunto qualche mese più tardi (nel maggio dello stesso anno) dagli Usa con la missione con il Surveyor 1. Fu questo l’anno in cui le due superpotenze ebbero consapevolezza di avere raggiunto un pari livello tecnologico.

Quello della Surveyor fu anche il primo di una lunga serie di successi che aprì, di fatto, la strada allo storico allunaggio dell'Apollo 11, la missione che il 20 luglio 1969 ha portato i primi uomini sulla Luna. Nelle cinque missioni Apollo che l'hanno seguita (di cui una fallita, l’Apollo 13), 12 uomini hanno camminato sul suolo lunare e sono stati riportati a Terra numerosi campioni del suolo lunare, studiati in tutto il mondo ancora oggi.

Il fiore all'occhiello del programma sovietico restarono invece le missioni Luna 16, che nel 1970 riportò a Terra i primi campioni di suolo lunare (altro primato sovietico), e Luna 17, che rilasciò il rover Lunokhod 1 sul suolo lunare. All’Unione sovietica spettò anche il primato di chiudere, il 9 agosto 1976, la storia degli allunaggi, con la missione sovietica Luna 24.

Dei motivi, più o meno misteriosi che portarono all’improvviso e inspiegabile disinteresse verso il nostro satellite, ho già parlato in articoli precedenti. Così come rimane ancora ufficialmente molto strana la collaborazione tra USA e URSS del 1975, con la missione Apollo-Sojuz in piena guerra fredda.

Per quasi quarant’anni la Luna fu abbandonata. Le missioni di esplorazione si concentrarono su altri obiettivi come l’esplorazione di Marte (soprattutto con le missioni americano Mariner e Viking, anche se ai sovietici spetta ancora una volta il primato di aver fatto giungere il primo veicolo umano sul pianeta rosso) e del nostro sistema solare con le missioni Voyager.

Negli ultimi cinque anni però, la Luna torna a essere un obiettivo interessante come lo era stato alla fine degli anni '50, per quasi 18 anni. Oggi interessa soprattutto i Paesi che si affacciano allo spazio, come Cina e India, ma è tornata ad essere considerata un punto interessante anche per Usa e Russia oltre che per l’Europa.

Nel dicembre del 2013 la sonda spaziale Chang'e-3 (preceduta dalla sonda orbitale Chang’e 1 del 2007, e Chang’e 2 del 2010) si è posata sulla Luna, facendo così diventare la Cina, la terza nazione a riuscire nell'allunaggio, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica. L'arrivo della sonda cinese Chang'e 3 sulla Luna ha rotto 37 anni di silenzio. Era, infatti, dal 1976 che un veicolo spaziale non si posava sulla superficie lunare e finora a raggiungere quest’obiettivo erano stati solo Unione Sovietica e Stati Uniti.

Nel 2013 la Cina è entrata in scena in grande stile, non limitandosi al semplice allunaggio ma facendo sbarcare dalla sonda Chang’e 3 (dal nome di una dea della Luna cinese), un piccolo rover (chiamato Yutu, come il coniglio che nella mitologia cinese accompagna la dea Chang'e nel viaggio verso la Luna) che per tre mesi ha esplorato il suolo lunare.

I dati e le immagini fornite dalle sonde cinesi hanno fatto molto discutere. Da alcune di esse si evincerebbe la presenza di strutture insolite che alcuni sostengono essere artificiali.

Negli anni successivi anche Unione Europea, India e Giappone sono riusciti con successo a far atterrare i propri rover, sulla faccia visibile della Luna e, mentre Stati Uniti Russia ed Europa, si stanno concentrando sulla creazione di una stazione spaziale in orbita cislunare e, in seguito alla creazione di basi permanenti sulla Luna, lo sfruttamento minerario della Luna ha allettato molte compagnie private.

Come spesso accade, mentre gli altri parlano e discutono, altri agiscono.

Incoraggiata dai successi della Chang’e 3, il prossimo 8 dicembre 2018 la Cina si prepara a lanciare l’ambiziosa missione Chang’e 4, con l’obiettivo ma riuscito ad alcuno, di far atterrare un lander sul lato nascosto della Luna.

Già annunciato come obiettivo raggiungibile entro il 2020, la Cina è addirittura in anticipo nei tempi previsti. Un inedito nelle missioni spaziali e che dimostra con quale e quanta rapidità ed efficienza la Cina si sta affacciando nel panorama internazionale anche nel settore aerospaziale. Il programma lunare cinese è infatti partito solo 2004.

Anche in questo caso, il lander ospiterà a bordo un rover, che esplorerà l’emisfero più misterioso del nostro satellite.

Dal momento che allunerà dal lato opposto, la Luna bloccherà il contatto radio diretto tra il controllo missione sulla Terra, il lander Chang'e 4 e il rover, il collegamento è stato affidato ad un micro satellite chiamato Queqiao, già lanciato nei giorni scorsi, che si posizionerà nel punto di equilibrio gravitazionale Terra-Luna, chiamato Punto di Lagrange 2 a circa 65.000 chilometri al di là della Luna stessa.

Il lander Chang'e-4 atterrerà nel cratere Von Kármán, la struttura d’impatto più grande, profonda e antica della Luna; all'interno del bacino del Polo Sud-Aitken. Probabilmente formato da un gigantesco impatto di un asteroide, il bacino è di circa 2500 chilometri di diametro e 12 chilometri di profondità. Secondo i geologi cinesi, l'impatto potrebbe aver portato in superficie il materiale dal manto superiore della Luna, uno scenario che i dati di uno spettrometro che misura lo spettro visibile e quello vicino all'infrarosso potrebbero essere in grado di verificare. Lo spettrometro a bordo della sonda cinese esplorerà anche la composizione geochimica del terreno del “lato oscuro della Luna”, che si ritiene differisca dal suolo del lato a noi rivolto a causa degli stessi processi che hanno prodotto la differenza nello spessore della crosta.

Infine, il radar del rover, simile a quello a bordo della precedente missione Chang'e-3, fornirà un altro sguardo fino a circa 100 metri sotto la superficie, sondando la profondità della regolite e cercando strutture sottosuperficiali. Combinare i dati del radar con le immagini di superficie raccolte dalle telecamere montate sul lander e sul rover, potrebbe far avanzare la comprensione degli scienziati del processo che ha portato i due emisferi Lunari, ad essere così diversi.

Esplorando il “lato oscuro della Luna” si apre anche "una finestra completamente nuova per la radioastronomia", ha affermato Ping Jinsong, un radioastronomo dell'Osservatorio astronomico nazionale cinese dell'Accademia delle Scienze (NAOC) di Pechino. Infatti, sulla Terra, e persino nello spazio vicino alla Terra, l'interferenza naturale e umana ostacola le osservazioni radio a bassa frequenza. La Luna invece blocca questo rumore terrestre. La missione sul lato nascosto della Luna dispone quindi di un trio di ricevitori a bassa frequenza: uno sul lander, uno (di fabbricazione olandese) sul rover e un terzo sul micro satellite Queqiao in un'orbita lunare (il contatto con un secondo micro satellite che trasporta un quarto ricevitore è andato perso).

I ricevitori potranno così ascoltare senza interferenze le raffiche di radiazioni solari, i segnali delle aurore su altri pianeti e i deboli segnali delle nubi primordiali di gas idrogeno che si sono formate nelle prime stelle dell'universo.

Oltre ai citati strumenti per lo studio della geologia lunare la sonda porterà anche un contenitore di 3 kg in lega di alluminio pieno di semi e insetti.

Zhang Yuanxun, capo progettista di una parte del Progetto Chang’e-4 ha detto al Chongqing Morning Post: “A bordo della sonda vi saranno patate, semi di arabidopsis  uova di bachi da seta. Le uova si schiuderanno dando vita ai bachi da seta che produrranno anidride carbonica, mentre le patate e i semi emetteranno ossigeno attraverso la fotosintesi. Insieme potranno creare un semplice ecosistema sul nostro satellite naturale”.

Una telecamera in miniatura ne mostrerà l’eventuale crescita. Se l’esperimento avrà successo non sarà comunque la prima volta che una pianta terreste crescerà nello spazio. Ormai sono decine le piante messe a cultura sulla Sazione Spaziale Internazionale. Il prima anche in questo campo spetta però sempre ai sovietici. Nel 1982, l'equipaggio della stazione spaziale sovietica Salyut 7 hanno coltivato con successo alcune Arabidopsis, diventando così le prime piante a fiorire e produrre semi nello spazio. Le piante hanno prosperato per 40 giorni.

L'ambizioso programma lunare della Cina continuerà poi il prossimo anno con Chang'e-5. Questa missione recupererà fino a 2 chilogrammi di terriccio e roccia lunare dall'Oceanus Procellarum, una vasta pianura lunare sul lato visibile della Luna, non toccata da precedenti allunaggi, originatasi, secondo i geologi, da uno dei più giovani flussi vulcanici della Luna.

Cosa scopriranno le missioni cinesi questa volta?

La Luna è il programma spaziale più strategico varato dalla Cina, ma nel frattempo si sta lavorando anche per la costruzione di una stazione spaziale (già sono stati sperimentati i moduli abitati Tyangong) e in prospettiva per arrivare su Marte. Per questo ultimo obiettivo Pechino sta collaborando anche con Mosca.

Il rinnovato interesse internazionale verso la Luna è certamente motivato da interessi economici (quali quello dello sfruttamento delle risorse energetiche lunari come l’Elio 3), da motivi strategici legati all’esplorazione di altri corpi celesti del nostro sistema solare (come lo sbarco dell’uomo su Marte) ma anche da motivazioni scientifiche. La lune da sempre ci affascina e forse ci nasconde sopra e sotto la sua superficie, sul “lato oscuro” in particolar modo, importanti informazioni riguardanti la nostra storia e quella del nostro pianeta.

Stefano Nasetti

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Lune aliene: aumentano le possibilità di vita extraterreste

Solo vent'anni fa alla domanda “siamo soli nell’universo?” la maggioranza della comunità scientifica rispondeva in maniera assolutamente negativa, ipotizzando al massimo solo la possibilità di una vita intesa come presenza di batteri o organismi molto semplici, e utilizzando frasi come “è assolutamente improbabile che ci siano omini verdi presenti nel cosmo”, prendendosi gioco apertamente di chi aveva posto loro la domanda.*

Nonostante non tutti fossero di quest’avviso, gli scienziati che si dimostravano più aperti alla possibilità di vita extraterrestre e che avevano il coraggio di partecipare a progetti di ricerca come quelli del SETI, venivano guardati con scetticismo e ilarità dagli altri membri della comunità scientifica.

Quest’ultima infatti, non riconosceva la serietà di questi studi, poiché arroccata sulle posizioni tradizionali della visione antropocentrica dell’universo (principio antropico) e sull’assurda presunzione dell’unicità della vita sulla Terra.

Quest’atteggiamento si registrava soprattutto tra i membri più anziani e più autorevoli della  comunità scientifica , quelli che, di fatto, ne tiravano le fila.

La perentorietà delle risposte, il sarcasmo e la presunzione di questi scienziati, nascondeva in realtà la paura degli stessi, di non essere in grado di rispondere alle inevitabili domande che, anche la semplice ammissione della possibilità di esistenza della vita aliena avrebbe comportato.

La conferma di tutto questo arrivò direttamente da un membro autorevole della comunità scientifica, l’astronomo Geoff Marcy dell’Università della California, il più famoso scopritore di pianeti extrasolari (ha scoperto 70 dei primi 100 esopianeti). In un’intervista televisiva rilasciata nel 2011, ha dichiarò: “…..fino agli anni ’90 il mondo scientifico non si poneva neanche la domanda riguardo alla possibilità dell’esistenza di vita intelligente su pianeti appartenenti ad altri sistemi solari, questo perché non si sapeva come scovare questi pianeti e quindi, volutamente, si evitava di parlarne perché non si sarebbe potuto dare una risposta”.*

Già, perché il 5 Ottobre 1995 all'improvviso e inaspettatamente tutto cambiò.

Michel Mayor e Didier Queloz, dell'Osservatorio di Ginevra, annunciarono di avere scoperto il primo pianeta extrasolare, di massa paragonabile a quella di Giove, attorno alla stella 51 Pegasi. Benché già nel 1989 e poi nel 1992 e nel 1993 fosse stata annunciata la scoperta di pianeti extrasolari, quella del 1995 fu davvero per l’intera comunità scientifica, la scoperta spartiacque.

Adesso che la tecnologia attuale consente di individuare in modo univoco altri pianeti che orbitano intorno ad altre stelle e identificare addirittura quelli presenti nella così detta “fascia abitabile”, la presenza di vita intelligente su altri mondi viene addirittura quasi data per scontata.*

Da quel giorno, infatti, sono stati scoperti migliaia di esopianeti. La scoperta procede a un ritmo esponenziale. Nei primi 18 anni (cioè fino al 2013) i pianeti extrasolari sono stati 1.000 mentre nei 5 anni successivi il numero è più che triplicato. Al 30 novembre 2018 i pianeti extrasolari scoperti sono 3.901 pianeti extrasolari in 2.907 sistemi planetari diversi (di cui 647 in sistemi multipli). Altri 213 esopianeti scoperti sono in attesa di conferma mentre altri 2.443 sono corpi celesti già individuati potenziali candidati a essere catalogati come pianeti. (Guarda 300 anni di scoperte esopianeti in 30 secondi)

Se prima nell’ambito della comunità scientifica si riteneva estremamente rara la presenza di pianeti attorno alle stelle, i dati raccolti negli ultimi anni hanno dimostrato che quasi ogni stella ha il suo gruppo di pianeti che le orbita attorno. Sono pianeti molto diversi ovviamente alcuni rocciosi, altri gassosi, alcuni nella cosiddetta fascia di abitabilità (né troppo vicini né troppo lontani dalla stella di riferimento, in modo che presentino condizioni di temperatura al suolo e pressione da consentire la presenza di acqua liquida), altri al di fuori.

Negli anni ’60-’70, ben prima della scoperta del primo pianeta extrasolare, l’astronomo Carl Sagan, uno dei fondatori del progetto SETI, aveva stimato che, solo nella nostra galassia, ci fossero un milione di civiltà intelligenti.*

Il suo collega Frank Drake, un po’ più conservatore, nel 1961 aveva sviluppato un’equazione matematica, nota come “Equazione di Drake” per calcolare il numero di civiltà intelligenti possibili. Questa equazione è entrata in tutti i libri di astrofisica del mondo.*

Secondo Drake le civiltà intelligenti presenti nella nostra galassia sarebbero “solo” 10.000. L'equazione tiene conto di numerose variabili quali ad esempio il numero delle stelle presenti nella galassia, il numero di pianeti rocciosi presenti nella cosiddetta fascia abitabile, il numero di questi in cui è presente acqua allo stato liquido, la durata di una civiltà prima che si autodistrugga. Ci sono però ancora troppe variabili a cui non siamo ancora in grado di dare un valore certo. Pertanto il risultato esatto di questa equazione, è destinato continuamente a essere aggiornato, sulla base dell’evoluzione delle nostre conoscenze in campo astronomico.*

L’ultimo aggiornamento in ordine di tempo è appunto avvenuto a fine 2012, quando l’astronomo italiano Claudio Maccone ha rivisto l’Equazione di Drake alla luce delle ultime scoperte dei pianeti extrasolari. I risultati delle più recenti ricerche hanno appunto rivelato, che i pianeti sono molto più diffusi di quanto si potesse immaginare cinquanta anni fa. Tutto ciò ha quindi reso indispensabile l’aggiornamento dell’Equazione di Drake, trasformandola appunto nella così detta Equazione di Drake Statistica.*

Il risultato della nuova equazione ha dunque stabilito che il numero delle civiltà intelligenti della nostra galassia sarebbero approssimativamente 4.590. La nuova formula ha permesso anche di abbassare drasticamente la distanza media alla quale si troverebbero dalla Terra queste civiltà. Si stima, infatti, una distanza media di “soli” 2.670 anni luce dalla Terra, con il 75% di probabilità che almeno una di queste civiltà si trovi tra i 1.361 e i 3.979 anni luce da noi. Una distanza tuttavia pur sempre enorme, che sembrerebbe escludere ogni possibilità di comunicazione.*

Questa stima però è stata fatta con i dati disponibili fino al 2012, quando, come detto, i pianeti extrasolari scoperti erano ancora meno di 1.000.

Oggi questo numero è più che triplicato oltre al fatto che si è scoperto che esistono altre stelle (le nane rosse) non visibili a occhio nudo, poiché emettono una luce nello spettro dell’infrarosso, che sono numericamente le più diffuse nella nostra galassia (il triplo di quelle simili al nostro Sole). La maggioranza dei pianeti extrasolari scoperti orbita proprio attorno a questo tipo di stelle, più piccole e meno calde del Sole. Sebbene oggi si ritenga più difficile che possano consentire ai pianeti del loro sistema di ospitare forme di vita, la questione non può essere esclusa.

Negli ultimi anni, infatti, sono state scoperte sulla Terra forme di vita in grado di prosperare in condizioni estreme, senza luce, acqua e/o ossigeno, in grado di resistere a pressioni incredibili o di vivere in luoghi apparentemente inospitali come laghi di arsenico o idrocarburi.

L’acqua ritenuta da sempre essenziale, benché come appena detto, questo sappiamo oggi non sia necessariamente vero, è stat scoperta sulla Luna, su Marte, su Cerere e su Mercurio.

Se tutto questo non fosse ancora sufficiente ad ampliare le possibilità di vita extraterrestre, c’è da aggiungere che già nel nostro sistema solare, ben fuori dalla “fascia di abitabilità” e lontano dai pianeti rocciosi prima considerati essenziali per la vita, sono stati individuati altri ambienti potenzialmente ospitali alla vita. Parliamo delle lune che orbitano attorno a pianeti gassosi come Giove e Saturno. Le lune Europa (Giove), Ganimede (Giove) ed Encelado (Saturno) hanno oceani di acqua salata sotto a una crosta di ghiaccio, in condizioni tali da poter ospitare forme di vita. Ma anche gli oceani d’idrocarburi della luna Titano (Saturno) potrebbero averne.

Nel nostro Sistema Solare sono presenti un gran numero di lune che orbitano attorno ai pianeti. L’astronomia di oggi tenta di scoprire se i satelliti naturali sono così comuni anche al di fuori del Sistema Solare. Risale, infatti, al mese di ottobre 2018 l’annuncio della scoperta del primo esopianeta candidato a ospitare un’esoluna, ma la conferma delle prime rilevazioni dell’oggetto è ancora in corso.

Un passo in più verso la soluzione del mistero delle esolune ci viene fornito da un nuovo studio, pubblicato su Astrophysical Journal Letters, condotto dai ricercatori dell’università di Zurigo, guidati dall’astrofisico Judit Szulágyi.

Se giganti di ghiaccio possono formare i loro satelliti naturali, significa che la popolazione delle lune nell’Universo è molto più abbondante di quanto si pensasse, dato che nel cosmo la categoria di pianeti ghiacciati è molto comune” - riassume il Dr.Szulágyi. “Possiamo quindi aspettarci molte altre scoperte di esolune nel prossimo decennio”,  ha affermato l’astrofisico.

Questo risultato è significativo anche nell’ottica della ricerca mondi abitabili. Gli oceani sotto la superficie sono posti ovvi in ​​cui la vita come noi la conosciamo potrebbe potenzialmente svilupparsi” - ha continuato Judit Szulágyi. “Quindi una popolazione molto più grande di lune ghiacciate nell’Universo implica un maggior numero di mondi potenzialmente abitabili, molti di più di quanto si era immaginato finora. Saranno quindi degli obiettivi eccellenti per cercare la vita al di fuori del Sistema Solare”. Le esolune saranno dunque la nuova frontiera della ricerca di vita aliena?

L’equazione di Drake dovrà dunque essere radicalmente rivista. Dovrà contemplare no più solo i pianeti rocciosi nella fascia abitabile ma anche tutte le lune, sia quella dei pianeti rocciosi, sia quelle dei pianeti gassosi dentro e fuori la fascia di abitabilità, oltre a dover aggiungere tutti quei pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole, come le numerosissime nane rosse.

Alla luce di tutto ciò, la scienza sì è dovuta ricredere. In attesa di riscontri ufficiali, quantomeno la possibilità che la vita (anche in forma intelligente) si sia sviluppata solo sulla Terra è pressoché esigua se non nulla. Siamo dunque soli nell’universo? Solo vent’anni fa la comunità scientifica rispondeva “quasi certamente sì”.

Oggi la risposta è diametralmente opposta: “Quasi certamente no”.

*(i paragrafi con l’asterisco sono tratti dal libro del 2015 Il Lato Oscuro della Luna)

Stefano Nasetti

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