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C'è Vita su Marte!

C’è vita su Marte!

È questo l’annuncio che ormai si attende e che probabilmente, per tutta una serie di ragioni prettamente politiche a tutela dell’attendibilità e reputazione di alcune autorità scientifiche, sarà data soltanto entro i prossimi 5-7 anni. Ma le prove della passata esistenza di forme di vita sul pianeta rosso ci sono già. Decine di studi, pubblicati sulle principali riviste scientifiche, hanno fornito, sebbene in modo frammentario, evidenza inconfutabile, sgretolando punto per punto, tutte le obiezioni e i punti della ormai quarantennale idea che Marte fosse un pianeta morto, pressoché dalla sua formazione.

Questa idea affermatasi nella comunità scientifica tra la meta degli anni sessanta e quella degli anni settanta del secolo scorso, si basava esclusivamente sui pochi e superficiali dati forniti dalle missioni Mariner e Viking (benché alcuni esperimenti di quest’ultima avessero già fornito evidenza della presenza di forme di vita) costituiti principalmente da immagini fotografiche. Soprattutto quest’ultime ebbero una grande influenza nella formazione dell’idea che Marte fosse un pianeta morto. Infatti, le immagini disponibili all’epoca, sembravano confermare l’idea che il pianeta rosso fosse un pianeta desertico, arido e inospitale.

A distanza di oltre quarant’anni e grazie ai dati raccolti dalle varie missioni di esplorazione degli ultimi vent’anni, come detto, questa idea è sostanzialmente stata del tutto smentita.

La vecchia idea di un Marte inadatto ad ospitare la vita, si basava principalmente su questi presupposti:

  • assenza di segni evidenti di forme di vita;
  • assenza di acqua liquida in superficie;
  • scarsa quantità di acqua disponibile anche sottoforma di ghiaccio;
  • assenza di segni evidenti di attività vulcanica e tettonica “recenti”;
  • assenza di un’atmosfera densa e spessa che potesse proteggere dalle radiazioni solari e dai raggi cosmici;
  • assenza di un campo magnetico sufficientemente forte a trattenere l’atmosfera.

Ciascuno di questi punti sembrava all’apparenza essere confermato dalle immagini raccolte dalle missioni Mariner e Viking.

Quarant’anni fa si pensava che Marte, una volta formatesi, avesse perso rapidamente il suo campo magnetico e la sua attività vulcanica e tettonica. Ciò avrebbe comportato una “rapida” (nell’ordine di un paio di centinaia di migliaia di anni) evaporazione dell’eventuale acqua liquida presente e, complice anche un drastico assottigliamento dell’atmosfera, a sua volta dovuto alla scomparsa del campo magnetico del pianeta. Impatti con altri corpi celesti minori, quali comete ed asteroidi (i cui segni erano e sono ancora visibili) avrebbero di fatto “sterilizzato” il pianeta, rendendolo così come ci appare oggi, appenda 700 milioni di anni dopo la sua formazione, quindi 3,7 miliardi di anni fa!

Negli ultimi quindici anni, ciascuno di questi punti è stato annichilito e cancellato dalle evidenze e dai risultati emersi dagli studi sui dati raccolti al suolo soprattutto dai lander, dai rover ma anche dagli orbiter inviati.

Studi scientifici compiuti dai maggiori centri di ricerca in tema di astronomia e astrobiologia, università e agenzie spaziali di tutto il mondo, hanno confermato che Marte non solo è stato un pianeta caldo ed umido durante molti periodi della sua storia (così come la Terra ha alternato “ere glaciali” a periodi più caldi, umidi e temperati), ma che tali periodi hanno garantito la presenza di grandi quantità di acqua allo stato liquido fino a periodi geologicamente (o addirittura) storicamente più recenti (alcuni studi collocano la presenza di grandi oceani e di acqua allo stato liquido fino a “soli” 200.000 anni fa, quando sulla Terra c’erano i Neanderthal).

Sappiamo che ciò implica necessariamente che il campo magnetico marziano non è dunque scomparso 3,7 miliardi di anni fa come si pensava prima, e che dunque anche l’azione di protezione dalle radiazioni dell’atmosfera marziana si è necessariamente protratta più a lungo di quanto si pensasse.

Abbiamo riscontrato i segni di un’attività vulcanica e tettonica risalente a “soli” 75 milioni di anni fa (per intenderci quanto sulla Terra c’erano i dinosauri.)

Sappiamo che i perclorati presenti nel terreno marziano, le radiazioni cosmiche e i raggi ultravioletti rendono “sterile” e tossico il terreno marziano soltanto nel primo millimetro della superficie.

Sappiamo che Marte ha enormi cavità e tunnel di lava in cui la vita potrebbe essere fiorita o si potrebbe essere rifugiata.

Sappiamo oggi che l’acqua liquida, sebbene in quantità modeste, scorra ancora oggi sul pianeta rosso. Sappiamo che l’acqua sul pianeta è praticamente ovunque, imprigionata appena sotto la superficie, sotto forma di ghiaccio finanche nelle zone equatoriali del pianeta.

I rover che stanno ancora esplorando il pianeta, hanno mostrato i segni lasciati nella sedimentazione delle rocce dall’acqua e da primitive forme di vita. Nei meteoriti marziani giunti sulla Terra abbiamo trovato le medesime tracce.

Sappiamo che nell’atmosfera marziana è presente il metano, la cui quantità varia ciclicamente. Questo gas, secondo la teoria tradizionale ormai obsoleta che vedeva l’assenza di campo magnetico già 3,7 miliardi di anni fa, non dovrebbe essere presente poiché la radiazione solare avrebbe dovuto disgregarne le molecole nel giro di poche migliaia di anni. Oggi si pensa che il metano sia presente non solo perché il campo magnetico marziano non è scomparso così presto, ma che addirittura il metano sia “prodotto” da organismi viventi presenti su Marte, così come il metano terrestre è generato da organismi viventi.

Insomma, tutte queste ricerche hanno dimostrato l’inattendibilità della vecchia “immagine” di Marte come pianeta morto, costringendo a rivalutare anche i risultati degli esperimenti fatti dalle sonde Viking, che avevano dimostrato, sebbene solo parzialmente, la presenza di forme di vita (oggi) sul pianeta rosso.

La consapevolezza di tutto questo cambia radicalmente tutto!

Se oggi sappiamo che Marte è stato, e probabilmente è ancora, ospitale alla vita, perché non prendere in considerazione la possibilità che questa possa essersi evoluta in forme più complesse e magari anche intelligenti?

Nei prossimi 5 o al massimo 7 anni assisteremo certamente all’annuncio ufficiale del ritrovamento della vita su Marte, così come abbiamo assistito nel 2016 a quello del ritrovamento dell’acqua in forma liquida (benché già dal 2004 la Nasa fosse in possesso delle immagini che dimostravano questa realtà).  Se, come detto, le prove di tutto questo sono già state frammentariamente pubblicate, i mass media e tutti coloro che si occupano della divulgazione scientifica non si “sbilanceranno mai” a favore di questa realtà se non dopo che una qualche “autorità” scientifica (Nasa in primis) non “sdoganerà” (per così dire) la cosa. Non abbiamo dubbi al riguardo, poiché è quello a cui abbiamo assistito per l’annuncio del ritrovamento dell’acqua liquida su Marte. Pubblicamente se n’è parlato soltanto dopo l’annuncio della Nasa e non prima, benché i dati ci fossero già.

C’è vita su Marte e le probabilità (o le evidenze) che ci siano, o ce ne siano state anche forme complesse o addirittura intelligenti, sono assolutamente elevate. L’accettazione di ciò che è possibile e di ciò che non lo è, di ciò che è vero e ciò che è falso è, come sempre, determinato dal grado di conoscenza e consapevolezza delle informazioni che ciascuno ha. C’è chi preferisce attendere e credere, senza la “fatica” di formarsi una propria idea, a ciò che viene detto dalle autorità, e chi invece preferisce sapere e farsi la propria idea sulla base delle informazioni ufficiali già disponibili, leggendo e studiando.

Tu da che parte stai?

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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La scienza ha un problema di fake news

Appena si parla di fake news, la maggioranza della popolazione pensa subito a improbabili teorie complottiste, a bizzarre dichiarazioni di politici al potere o all’opposizione in quel momento, o a informazioni fatte circolare apposta per convogliare traffico su siti internet a scopo commerciale.

È innegabile che esistano anche questo tipo di false informazioni, tuttavia la maggioranza delle false notizie è prodotta e alimentata dallo stesso sistema di potere che spesso sostiene di volerla combattere.

Il mondo della comunicazione, il web in special modo, è ormai invaso da informazioni spesso superficiali e sommarie, condivise da persone che non hanno alcun tipo di preparazione specifica a riguardo (non sto parlando di titoli di studio ovviamente) che si sentono tuttavia in grado di poter sentenziare circa l’attendibilità di un fatto o di un’informazione. I motivi che spingono queste persone a tenere questo comportamento possono essere vari. Alcuni agiscono in buona fede, sebbene colpevolmente incapaci di approfondire o discernere la veridicità dell’informazione. Preferiscono dunque più credere che sapere.

Altri, volendone fare salva la buonafede, sono vittime del proprio ego, della propria presunzione o del proprio istinto di asservirsi o allinearsi alla teoria prevalente o alla versione dei fatti diffusa dalle autorità, che gli impedisce di esaminare in modo critico la notizia in sé.

Tuttavia, quando parliamo di fake news, puntare l’indice verso queste persone appare un esercizio superficiale e semplicistico. Non sono queste le vere fake news dalle quali guardarsi.

Ci sono poi le opinioni e le idee personali che oggi strumentalmente, se non gradite, sono fatte passare per fake news. Ma la libertà di pensiero e di espressione non vanno confuse con le fake news. La possibilità di esprimere la propria opinione personale (non parlo di reati come calunnie e ingiurie) va sempre garantita e tutelata in uno stato che voglia definirsi (o abbia la presunzione di definirsi) democratico.

Le fake news da cui cercare di proteggersi sono quelle che hanno la finalità di ingannare le persone per tutelare un interesse specifico, per raggiungere un obiettivo predeterminato e per trarre un profitto economico o politico.

Quest’ultima categoria di fake news oggi ha un peso rilevante sull’intera comunicazione tradizionale, ciò nonostante ritenuta a torto e paradossalmente, invece la comunicazione più attendibile.

Talune comunicazioni delle Autorità (politiche, scientifiche, ecc), diffuse attraverso i mass media (mainstream) come Tv, giornali e riviste, possono certamente ricadere sotto questa categoria.

Siamo difatto abituati a credere che coloro che ci parlano (autorità politiche, scientifiche, giornalisti, ecc) attraverso questi mezzi, siano persone più preparate e informate di noi, che agiscono per il bene comune e collettivo (nel caso di Autorità politiche o scientifiche) o che cerchino di informare l’opinione pubblica di ciò che sta accadendo. La realtà dei fatti ci dice però che non è quasi mai così. Ciascuno di questi soggetti opera (probabilmente anche, ma non solo, in modo distinto dall’altro e senza alcun coordinamento superiore) con il principale intento di raggiungere il proprio individuale obiettivo.

Quest’attività certamente biasimabile, almeno dal punto di vista morale (se non, in alcuni casi, addirittura civilmente e penalmente e perseguibile) è quella che genera le vere fake news, contribuendo a creare quella “realtà” fittizia e menzognera, in cui gran parte della popolazione non è neanche consapevole di vivere.

Nei precedenti post ho già fatto accenno alle dinamiche riguardanti il funzionamento del sistema d’informazione (quello dei mass media) e di disinformazione (operato dalle autorità), attraverso l’attuazione sistematica, e protratta costantemente nel tempo, di tecniche comunicative ben note e di come queste influenzino la comune percezione anche di concetti apparentemente semplici, come quelli, ad esempio, di cosa sia bene e di cosa sia male, di chi siano i buoni e chi i cattivi.

A farla da padrone nell’orientamento dell’opinione pubblica e nella “creazione” di fake news per la tutela degli interessi privati, sono certamente gli interessi economici ancor prima di quelli politici, sempre più subalterni a questi ultimi.

Questo diffuso sistema d’interessi economici individuali ha ormai contaminato in modo pesante, ogni settore della nostra civiltà, facendo sì che ogni idea, ogni scoperta o innovazione possa minacciare in qualche modo tali interessi, venga osteggiata, sminuita, soppressa o declassata a fake news. Al contempo, lo stesso sistema di potere ha trovato modo di dare riconoscimenti di attendibilità e prestigio a reali fake news.

Anche il settore scientifico ha, nel corso del tempo, risentito di questo sistema di tutela degli interessi privati, perdendo quell’aura di oggettività e di attendibilità che comunemente gli era spesso (non sempre a ragione) riconosciuta.

La scienza, nell'immaginario collettivo, è sovente associata al progresso, all'innovazione. La storia insegna però, come quest'immagine della scienza, non corrisponda poi molto alla verità, non perché la scienza non persegua il sapere o la conoscenza, quanto piuttosto perché è gestita dagli uomini, e non tutti gli uomini hanno l'interesse ha cambiare lo stato delle cose. Quest'atteggiamento ha fatto sì che la scienza tenda a essere estremamente cauta quando si parla di nuove conoscenze o ipotesi, che possono mettere in discussione le teorie tradizionali. Tale comportamento è talmente radicato, che è possibile affermare che la scienza è molto più conservatrice che progressista.

L'altro aspetto che guida la ricerca scientifica oggi, è quello del denaro. Sono ormai pochi o rari, i ricercatori che possono svolgere ricerche per la vera comprensione dell'universo, del nostro posto in esso, delle forze che lo regolano o della vera storia della nostra civiltà. La maggioranza delle ricerche condotte oggi (e che hanno un eco mediatico adeguato) sono quelle riguardanti scoperte e invenzioni che, da lì a breve, potranno portare un qualche ritorno economico.

Non tutti i ricercatori poi sono aggiornati sulle ultime scoperte scientifiche, sia nel loro campo, sia in altri settori della scienza.

L’origine del problema delle fake news scientifiche è, infatti, molto più complessa di quanto si possa immaginare. A minare le fondamenta della credibilità scientifica è un cocktail d’interessi privati, variegati e stratificati, in cui le soluzioni originariamente create a tutela dell’affidabilità e dell’indipendenza scientifica sono divenute esse stesse, amplificatori e strumenti per la disinformazione e la creazione di fake news. Ma andiamo con ordine.

Nella nostra società moderna che basa gran parte della sua organizzazione su scienza e tecnologia, è divenuto molto complesso per ricercatori e scienziati poter emergere. Per comprendere a pieno la questione, dobbiamo innanzitutto mettere da parte il tradizionale, e ormai utopistico, pensiero che ogni scienziato persegua la conoscenza e il benessere dell’umanità prima di qualunque cosa. Non è assolutamente così. Gli scienziati oggi vanno considerati alla stregua di qualunque altro lavoratore, con gli stessi desideri di potere, fama e successo di qualunque altra persona. Anche per loro il primo pensiero è mantenere il proprio lavoro e portare uno stipendio a casa, per soddisfare le proprie necessità, bisogni e desideri.

Nel mondo odierno quindi, l’unico modo per uno scienziato di emergere e acquisire prestigio è cercare di ottenere la pubblicazione sulle riviste scientifiche specializzate, di più paper possibili e ottenere più citazioni possibili da parte dei propri colleghi.   

Nell’ultimo secolo, soprattutto dal secondo dopoguerra, la scienza ha provato a mantenere (o a conquistare) l’immagine di oggettività, imparzialità e quindi di credibilità, attraverso la creazione di un sistema di verifica imparziale delle nuove scoperte e dei nuovi dati, con l’instaurazione del processo chiamato peer-review (revisione paritaria). Il sistema consiste nel far verificare i risultati di un proprio studio da altri colleghi della stessa disciplina in modo da far emergere eventuali errori o incongruenze, con la finalità di garantirne l’attendibilità.

Le riviste scientifiche infatti, inizialmente accettavano di pubblicare uno studio scientifico solo una volta che questo era stato sottoposto a tale processo. La revisione paritaria da parte dei colleghi però, richiede sempre molto tempo, perché il controllo è fatto in modo gratuito e volontario dai colleghi, che si prestano a quest’attività solo nei ritagli di tempo. Oltretutto le riviste scientifiche lucravano (e lucrano tuttora) su tutta questa attività.

La pubblicazione accademica è un'industria redditizia per i player dominanti. Ad esempio il Gruppo RELX Unità di Elsevier, che ha circa 2.500 riviste, tra cui Cell e Lancet , realizzato più di 2 miliardi di sterline (pari a circa 2,6 miliardi di dollari) di fatturato solo nel 2016. L’insieme delle riviste della John Wiley & Sons, che pubblica Cancer, tra gli altri, ha guadagnato $ 853.000 nell'anno fiscale terminato nell'aprile 2017. Il loro modello di business consente margini operativi di circa il 30%. Questi player si procurano contenuti gratuiti basati su ricerche governative o finanziate privatamente, invitano gli accademici a rivedere i documenti gratuitamente, e poi rivendeno il lavoro a biblioteche universitarie e altre istituzioni a prezzi elevati.

Ciò significa escludere una considerevole fetta della comunità scientifica internazionale dai progressi scientifici. Non tutti gli enti governativi e le università infatti, hanno le stesse disponibilità economiche. Gli abbonamenti alle riviste o ai portali scientifici con accesso illimitato ai paper delle ricerche pubblicate, possono costare anche migliaia di dollari l’anno. Quindi non tutti gli istituti di ricerca destinano parte del loro budget per acquistare questi accessi. Per tale motivo ancora oggi, non tutti gli scienziati sono aggiornati sugli ultimi progressi scientifici del proprio settore.

Per ovviare a questo problema, agli inizi degli anni 2000, scienziati e studiosi hanno avviato il movimento per la creazione di portali per le pubblicazioni scientifiche ad accesso aperto, sperando di sfidare ciò che era percepito come un sistema di sfruttamento della ricerca scientifica (quell’appunto dell’editoria scientifica), al fine di apportare benefici al progresso e alla ricerca scientifica globale.

Sci-Hub è uno di questi portali, in grado di garantire la medesima qualità di revisione delle ricerche pubblicate con costi però più contenuti e dunque, pressoché accessibili a tutti. Sci-Hub si è dotato anche di un motore di ricerca interno, che riesce a indicizzare e a rendere disponibile qualunque paper scientifico (o quasi) in anche in modo gratuito.

Nel giugno 2017, l'American Chemical Society (ACS) ha vinto una causa contro Sci-Hub, accusato di fornire accesso illegale a milioni di pagine scientifiche a pagamento. ACS aveva presentato richieste per violazione del copyright, contraffazione del marchio e violazione del marchio. Il tribunale distrettuale della Virginia ha stabilito che Sci-Hub dovrà pagare ad ACS 4.8 milioni di dollari di danni.

All'inizio del 2017, Sci-Hub aveva perso un’altra causa contro la pubblicazione del già citato gigante dell’editoria scientifica Elsevier. In questo caso era stato comminato un risarcimento di 15 milioni di dollari in danni. Ma è improbabile che Sci-Hub pagherà una somma del genere, perché il neuroscienziato Alexandra Elbakyan, il suo fondatore, gestisce il sito dalla Russia, che è al di fuori della giurisdizione del tribunale. Una guerra d’interessi in cui, come vedremo tra poco, a rimetterci è l’attendibilità della scienza.

Queste sono solo gli ultimi sviluppi di una battaglia che va avanti da anni per lucrare sulla pubblicazione degli studi scientifici, tra chi li vorrebbe venderli a peso d’oro, e chi invece vorrebbe renderli accessibili a tutti.

Nel frattempo infatti, gli scienziati continuavano ad avere necessità di pubblicare in fretta i risultati delle proprie ricerche, e si trovavano sempre più costretti a sottostare ai diktat delle riviste scientifiche.

Tale situazione ha generato un ulteriore problema in ambito scientifico, quello della cosiddetta “crisi di riproducibilità”, vale a dire la presa di coscienza da parte della comunità scientifica dell’impossibilità di ripetere molti dei risultati pubblicati sulle riviste di settore. Un problema non da poco, che mette in crisi uno dei capisaldi della scienza moderna: la sua oggettività, garantita appunto (almeno a livello teorico) dalla possibilità di ripetere e verificare in ogni momento, i risultati di un esperimento.

Come dicevo, ciò è stato generato dalla cosiddetta publication bias, cioè la tendenza delle riviste scientifiche a pubblicare più facilmente i risultati positivi rispetto a quelli negativi. Pensiamo ad esempio, a uno studio che valuta l’efficacia di unna nuova terapia.

In un mondo ideale, la ricerca dovrebbe avere le stesse probabilità di essere pubblicata su un’importante rivista medica o più in generale scientifica, a prescindere dai risultati ottenuti. Anche perché un esito negativo (che dimostri cioè l’inefficacia di un nuovo trattamento) ha la stessa rilevanza scientifica di uno positivo, se non addirittura un’importanza maggiore, visto che indica l’inutilità della nuova terapia.

Nella realtà invece, le cose sono molto diverse: pubblicare risultati negativi è estremamente difficile. E questo influenza inevitabilmente alcuni ricercatori (la cui carriera spesso dipende dalla capacità di pubblicare continuamente nuovi studi), spingendo a ritoccare (più o meno volontariamente) i risultati, o ad abbandonare velocemente le ricerche che non hanno esito positivo, senza neanche tentare la strada della pubblicazione.

L’altro problema creato sempre dai canoni imposti dalle riviste specializzate è “l’hidden outcome switching”, ovvero la tendenza a cambiare l’obiettivo di uno studio dopo averlo portato a termine. Scienziati e ricercatori, schiacciati dalla logica del publish or perish (letteralmente pubblica o muori, una formula che indica la necessità di pubblicare a ritmo sostenuto per mantenere una posizione prestigiosa a livello universitario), molti ricercatori possono cedere però alla tentazione di ritoccare i risultati, cambiando in corso l’obiettivo di uno studio per garantire un risultato positivo, e quindi più facile da pubblicare. E proprio da atteggiamenti di questo tipo, ritocchi dei dati o dei protocolli sperimentali per facilitare la pubblicazione del proprio studio, nasce la crisi di riproducibilità.

Per sottrarsi a tale logica, molti ricercatori hanno cominciato a rivolgersi a riviste meno “esigenti”, le cosiddette riviste ad “accesso aperto”, nate per soddisfare le esigenze dei ricercatori. Infatti, mentre riviste scientifiche tradizionali fanno soldi con l'addebito delle tariffe di abbonamento a chi vuole accedere ai contenuti, le riviste ad accesso aperto spesso ribaltano questo modello, addebitando le tariffe degli autori, offrendo gratuitamente articoli ai lettori. Queste riviste scientifiche quindi pubblicano i risultati di studi scientifici dietro pagamento di un corrispettivo in denaro da parte degli autori. Pubblicare una ricerca scientifica diventa un po’ come acquistare uno spazio pubblicitario.

Nonostante queste riviste si definiscano scientifiche, da molti sono state definite “predatorie”, poiché sembrano pubblicare qualsiasi ricerca gli sia sottoposta, senza curarsi di processi di revisione paritaria. Nei casi ove questa è ufficialmente presente, viene “stranamente” portata a termine in tempi rapidissimi (1 o 2 settimane). Secondo molti, l’anomala velocità della peer-review a cui sono sottoposti questi studi, accettati dietro pagamento di un compenso da parte degli autori, mette in dubbio l’attendibilità degli studi stessi.

Secondo molti si tratta di vere e proprie fake news scientifiche che, poichè pubblicate su riviste considerate (o che si autodefiniscono) scientifiche, sono tuttavia considerate valide nonostante le perplessità riguardanti il processo di revisione e pubblicazione.

Basti pensare che lo scorso anno una ricerca scientifica volutamente assurda, che aveva per oggetto i “Midichlorian” di Star Wars (immaginari organismi simbionti che nel film erano i responsabili della “Forza”), è stata accettata e pubblicata da 4 delle 9 riviste scientifiche alle quali era stato proposto!

Ben tre riviste hanno pubblicato immediatamente la bufala. L’American Journal of Medical and Biological Research, dell'editore solo online SciE Pub (e che pubblicizza nella sua home page "il più alto standard di peer review") prima di pubblicare l'articolo richiedeva un pagamento anticipato di 630 dollari. Un altro degli editori, che ha accettato la pubblicazione senza neppure leggere l'articolo, è l’indiano MedCrave.

Non tutto ciò che è pubblicato nelle riviste predatorie è spazzatura. Ma la mescolanza della "cattiva scienza" con quella "buona" riduce il valore e la credibilità di tutti i risultati.

Sebbene non si possa affermare che tutte le ricerche pubblicate da queste riviste siano fake news scientifiche, la percentuale di quest’ultime è molto elevata, e dipende soprattutto dagli interessi che si celano dietro ad uno studio piuttosto che a un altro.

Gli interessi che girano attorno a queste ricerche, sono enormi, e non coinvolgono solo gli autori della ricerca (interessati a tenere elevato il numero delle proprie pubblicazioni scientifiche) o delle case editrici interessate a incassare il compenso pattuito per la pubblicazione.

Uno studio del 2015 sulla rivista BMC Medicine ha stimato i ricavi generati dal mercato dei predatori ad accesso aperto a 74 milioni di dollari, rispetto ai 244 milioni di dollari di altre rinomate riviste ad accesso apert,o e ai 10,5 miliardi di dollari che le riviste tradizionali fanno con gli abbonamenti globali. Secondo lo studio, si stima che almeno il 25% delle riviste ad accesso aperto possa essere classificato come predatorie.

Il fallace sistema che era nato con il nobile scopo di rendere i risultati della ricerca scientifica più liberi e accessibili a tutti in modo gratuito, è invece diventato uno strumento nelle mani dei grandi gruppi farmaceutici e delle lobby di potere, interessate a favorire la vendita di nuovi prodotti e/o a ostacolare il progresso scientifico per il mantenimento dello status quo.

Nel corso dell'ultimo anno, un team di giornalisti tedeschi ha condotto un'indagine sotto copertura riguardante una vasta rete sotterranea di riviste scientifici e conferenze fake per promuoverne i dati pubblicati.

Il team ha analizzato oltre 175.000 paper pubblicati queste “riviste predatorie”.  Nel corso dell’indagine (raccontata poi nel documentario ”Inside the Fake Science Factory”), i ricercatori hanno scoperto centinaia di articoli, prodotti da accademici di istituzioni leader nel loro settore, oltre a una notevole quantità di ricerche finanziate da aziende farmaceutiche, produttori di tabacco e altre aziende. L'anno scorso, si stima che una falsa istituzione scientifica gestita da una famiglia turca, abbia guadagnato oltre 4 milioni di dollari (3,5 milioni di euro) organizzando conferenze e pubblicando finte ricerche sulle riviste predatorie di sua proprietà.

L’organizzazione World Academy of Science, Engineering and Technology (WASET) (che sul suo sito ha un elenco sterminato di conferenze organizzate in tutto il mondo riguardanti quasi tutte le discipline accademiche immaginabili in programma addirittura fino al 2031) in collaborazione con la OMICS Publishing Group, probabilmente il maggiore editore predatorio al mondo sono i soggetti su cui si sono concentrate le indagini dei giornalisti tedeschi.

Spulciando nei siti di OMICS e WASET, hanno scoperto decine di migliaia di abstract per paper scientifici fake, quasi 15.000 di questi abstract provenivano dall’India, ma gli studi provenienti dagli Stati Uniti sono la seconda voce più numerosa, con circa 10.000 paper sottoposti a OMICS e altri 3.000 ai journal di WASET.

Un numero preoccupante di questi accademici proviene anche da università americane d'élite. Eckert, uno dei principali artefici di questa indagine, assieme ai suoi colleghi ha scoperto 162 paper presentati a riviste WASET e OMICS provenienti da Stanford, 153 da Yale, 96 dalla Colombia e 94 da Harvard negli ultimi dieci anni. Eppure, secondo Krause, un altro dei giornalisti tedeschi, ”la portata del fenomeno si estende ben oltre il mondo accademico.”

Come illustrato da Eckert e dai suoi colleghi, il sistema della pubblicazione di falsi studi sulle riviste predatorie sono utilizzate per pubblicare studi e ospitare conferenze finanziate anche da grandi aziende, tra cui la produttrice di tabacco Philip Morris, l'azienda farmaceutica AstraZeneca e l'azienda per la sicurezza nucleare Framatone. Quando le riviste predatorie pubblicano le ricerche di queste aziende, queste possono affermare che si trattano di studi sottoposti a “peer review" e quindi conferirgli un'aria di legittimità.

Infatti, nonostante queste evidenti dubbi riguardo l’operato delle riviste predatorie, Bloomberg Businessweek ha scoperto che i ricercatori delle principali case farmaceutiche, tra cui AstraZeneca, Bristol-Myers Squibb, Gilead Sciences, e Merck, presentano studi alle riviste di Omics per la pubblicazione, e partecipano alle loro conferenze. Pfizer, il più grande produttore di farmaci degli Stati Uniti, ha pubblicato almeno 23 articoli dal 2011 sulle riviste OMICS.

Dalle indagini sopra esposte, non è emerso in modo chiaro se le case farmaceutiche stiano ignorando intenzionalmente ciò che sanno della reputazione di Omics (ma non è difficile da credere), o se siano genuinamente confusi tra la profusione di riviste non credibili. Tuttavia nessuna delle aziende citate è stata disposta a fornire spiegazioni, dopo la pubblicazione dei risultati di queste indagini giornalistiche.

Il dubbio che utilizzino strumentalmente queste riviste, pagando per far pubblicare studi fake da cui trarre vantaggio per vendere farmaci inefficaci, è elevato.

Come detto, infatti, mentre gli accademici pubblicano per mantenere o acquisire prestigio per le loro carriere, le aziende farmaceutiche hanno invece la necessità di comunicare con i medici. Pubblicazioni di alto livello come il Il New England Journal of Medicine e il Lancet, garantiscono un elevato grado di visibilità e influenza. Tuttavia, pubblicazioni su riviste con standard più bassi come quelli di Omics, offrono alle aziende la possibilità di pubblicare studi che non sono sufficientemente innovativi per le riviste principali o per coloro che preferirebbero non essere soggetti a rigorosi controlli, sia per farli uscire prima, sia per evitare i controlli.

Tanto per citare un esempio, un documento Pfizer sul carico finanziario della lombalgia cronica, pubblicato nel 2014 su Omics Journal of Pain & Relief, suggerisce che l'azienda farmaceutica potrebbe aver avuto interesse a saltare i processi di revisione delle riviste tradizionali. Sulla base di un sondaggio di appena 106 persone, nello studio la Pfizer ha concluso che i costi diretti e indiretti di forti dolori alla schiena variavano da $ 11.800 a $ 25.051 per paziente all'anno. Tali cifre potrebbero essere utilizzate per giustificare il prezzo di un farmaco per i pazienti e i loro piani sanitari. Il New England Journal of Medicine, ad esempio, pubblica raramente studi sui costi, perché sono notoriamente inaffidabili. "È molto semplice portare i risultati alla conclusione che si desidera", afferma John Ioannidis, professore di medicina, scienza dei dati biomedici e statistica a Stanford. Il documento Pfizer era "non molto trasparente, quindi è difficile vedere se i loro calcoli sono accurati." "Le persone possono essere danneggiate perché dipendiamo da ciò che leggiamo nelle riviste mediche per guidare l'assistenza ai pazienti”.

AstraZeneca Plc, il secondo più grande produttore di farmaci negli Stati Uniti, ha pubblicato almeno cinque articoli sui giornali di Omics dal 2011, incluso uno in Medicina interna: accesso aperto a un farmaco sviluppato con Bristol-Myers Squibb Co. chiamato Farxiga, che regola i livelli di zucchero nel sangue. Lo studio ha rilevato che Farxiga offriva un controllo del peso superiore rispetto ad altri regimi di diabete. Questi risultati - sebbene forse validi - non sono stati controllati dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, quindi non è un reclamo che può essere fatto sull'etichetta o nella pubblicità. Tuttavia, i medici che s’imbattono in questo studio, potrebbero presumere che sia stato rigorosamente sottoposto a revisione paritetica, ed essere influenzati a prescrivere Farxiga rispetto a un farmaco concorrente. Gli editori della rivista non hanno risposto alle richieste di specificare chi o se qualcuno avesse revisionato lo studio su Farxiga.

Nel migliore dei casi, qualora volessimo propendere per la buonafede (ma esiste ancora in questo mondo?) le aziende hanno fretta e sono disposte ad accettare di pubblicare su riviste di livello inferiore. Questo perché vogliono che lo studio, anche se non verificato e quindi attendibile, abbia una citazione. Vogliono che qualcuno sia in grado di farvi riferimento e farlo “diventare ufficiale”.

In questo quadro, pensare che tutti i principali colossi della farmaceutica siano in buona fede (considerando anche il curriculum non immacolato di alcune di esse) è difficile da poter sostenere. Soprattutto se consideriamo che tutti i produttori di farmaci hanno alimentato l'ascesa di soggetti predatori come Omics, anche sponsorizzando e partecipando a conferenze. le sponsorizzazioni ricevute dalle case farmaceutiche generano il 60% delle entrate di Omics. Da fotografie diffuse dalla stessa Omics, scattate alle conferenze a partire dal 2010, come sponsor sugli schermi dietro gli altoparlanti figurano i nomi di Novartis, Axis Clinicals e Agilent Technologies Novartis, Merck, Eli Lilly, e la ormai celebre produttrice di vaccini GlaxoSmithKline.

Insomma, risulta che le principali e vere fake news dalle quali guardarsi, siano generate dallo stesso mondo scientifico accademico e dalle stesse lobby di potere, spesso colluse con la politica, che poi dichiara di voler fare guerra alle fake news.

Le indagini qui esposte e che hanno avuto come oggetto principalmente il mondo della medicina, sono estendibili a tutti gli altri campi della scienza, dall’astronomia all’elettronica, dalla fisica all’archeologia, passando per ogni altra disciplina. Questo perché gli interessi personali (dei ricercatori) o dei gruppi di potere, sono presenti in ogni settore e ciò accade da sempre, non solo ora. Alcune assurde teorie considerate scientifiche, benché prive di prove oggettive e inconfutabili (come ad esempio nel caso dell’evoluzione darwiniana), elaborate secoli fa, continuano a sopravvivere così come le conosciamo, solo perché sostenute dal potere dominante.

“Viviamo in un’epoca di continue contrapposizioni. La facilità di accesso alle informazioni se da un lato ha consentito la diffusione della conoscenza, stimolando la riflessione e la formulazione del libero pensiero, dall’altro ha amplificato anche la disinformazione. Se da un lato quindi, abbiamo oggi la possibilità di avanzare una critica intellettualmente onesta delle versioni ufficiali della storia che vengono proposte, dall’altro l’eccesso di controinformazione è divenuto esso stesso una disinformazione, perché spesso guidato non da una sana e onesta ricerca della verità, quanto invece dalla smania di andare strumentalmente contro.

Il processo sopra sommariamente riassunto, ha causato un’elevata contrapposizione tra chi oggi si schiera in difesa delle tradizionali teorie dominanti, per la conservazione dello status quo, e chi invece propone un’analisi critica delle stesse, alla luce delle nuove conoscenze.

Schierarsi dall’una o dall’altra parte in modo preconcetto, è sempre sbagliato.

Le teorie ufficiali non sono necessariamente vere o necessariamente false, solo perché sono le versioni proposte da una qualche autorità, scientifica, religiosa o politica che sia. Al contempo, il medesimo discorso si può fare per le cosiddette ipotesi alternative. Quest’ultime non sono necessariamente false solo perché sono formulate da chi non ha la stessa autorità, benché abbia invece, in alcuni casi, maggiore autorevolezza, né necessariamente vere solo perché sono contro le teorie tradizionali.”

La lotta per contrastare le fake news, comprese quelle scientifiche, non passa per l’attendibilità della fonte o dell’autorità che ne sostiene meno la correttezza, ma dalla valutazione della notizia in sé, cercando di acquisire il più alto numero d’informazioni per poi confrontarle e valutarle.

Se la scienza vorrà riacquistare quell’aura di oggettività che in passato gli era riconosciuta, dovrà passare necessariamente per la massima trasparenza, sempre e comunque. Chi si rifiuta di fornire spiegazioni o dati oggettivi coerenti con ciò che afferma o che tenta di sviare, facendo ricorso al proprio potere per imporre una la sua verità, sta certamente nascondendo una fake news.

Stefano Nasetti

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Fonti:

https://www.bloomberg.com/news/features/2017-08-29/medical-journals-have-a-fake-news-problem

https://motherboard.vice.com/it/article/3ky45y/centinaia-di-ricerche-di-harvard-yale-e-stanford-sono-state-pubblicate-su-riviste-accademiche-fake

https://motherboard.vice.com/it/article/8xajk5/un-paper-sui-microbi-della-forza-di-star-wars-e-finito-su-4-riviste-scientifiche

https://www.wired.it/scienza/lab/2017/08/25/registered-report-nuovo-studio-scientifico/

https://www.sciencemag.org/news/2017/11/court-demands-search-engines-and-internet-service-providers-block-sci-hub

 

 

 

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Le prove di un nuovo programma spaziale segreto sugli UFO

Un'immagine dell'UFO avvistato dai militari nel 2004 (Clicca sull'immagine per il video)

Lo scorso dicembre, il New York Times ha pubblicato le evidenze documentali dell’esistenza di un programma segreto del Dipartimento della Difesa americano da 22 miliardi di dollari, che ha indagato sulle segnalazioni di oggetti volanti non identificati per circa un decennio.

Funzionari del programma, iniziato nel 2007,hanno molti studiato video di incontri tra oggetti sconosciuti e aerei militari americani.  Tra i report analizzati nell’ambito dell’Advance Aerospace Threat Identification Program, questo il nome del programma segreto, c'era un video che è stato pubblicato qualche mese fa, nell’ambito del FOIA (Freedom Of Information Act). Il video che risale al 2004, raffigura un oggetto bianco e ovale delle dimensioni di un aereo commerciale, inseguito da due caccia F/A-18F decollati dalla portaerei Nimitz, al largo della costa di San Diego, in California.

Nell’intervita rilasciata al New York Times il pilota in pensione David Fravor, che stava pilotando uno dei caccia quel giorno ha spiegato che: "Non aveva mai visto niente decollare così. Un minuto era qui, e quello dopo era sparito". L’oggetto si muoveva ad alte velocità e, apparentemente, non aveva alcun mezzo di propulsione.

Recentemente un team di giornalisti di Las Vegas, coordinati dal noto giornalista esperto del fenomeno UFO George Knapp, è riuscito ad ottenere un documento13 pagine [PDF] preparato dai militari, che analizza ciò che è successo quel giorno nel 2004.

Nel rapporto si legge di come l'AAV (Anomalous Aerial Vehicle) avvistato dai due piloti di F18 fosse riuscito a ”discendere molto rapidamente” da un'altezza di circa 60.000 piedi fino a circa 50 piedi nel giro di pochi secondi. Inoltre, ”si librava o manteneva una posizione stabile sul radar per un breve periodo di tempo per poi allontanarsi ad alta velocità e con velocità di rotazione elevate”.

La relazione illustra nel dettaglio anche altre caratteristiche osservate nell’oggetto volante non identificato che, tra le altre cose, era stato avvistato da un'altra portaerei al largo della costa californiana già ”in tre occasioni diverse” nei giorni immediatamente precedenti la sua intercettazione da parte degli F18, come si evince dal video.

Secondo quanto riportato dai militari, l'aereo era capace di "accelerazioni estreme, capacità aerodinamiche e propulsione” e non appariva sui radar dei militari, e ”aveva dimostrato la capacità di 'mascheramento' o diventare invisibile all'occhio umano o all'osservazione umana” e ”possibilmente dimostrava una capacità molto avanzata di operare sott'acqua completamente non rilevabile dai nostri sensori più avanzati"

Il rapporto si legge come uno dei membri di alto livello dell'equipaggio, presente sulla portaerei con 17 anni di esperienza nel settore militare, avesse rilevato che l'AAV mostrava le caratteristiche di un missile balistico. Infatti, il motivo per cui il sistema radar della portaerei non era riuscito a localizzare l'oggetto, era che il radar era stato impostato per il monitoraggio degli aeromobili convenzionali, per cui quando l'oggetto è apparso sul radar è stato rilevato come un bersaglio falso. Secondo il report, ”Se il radar fosse stato configurato in una modalità per il tracciamento dei missili balistici, probabilmente avrebbe avuto la capacità di tracciare il valore AAV

Secondo il rapporto, uno dei piloti inviati per indagare sull'oggetto segnalato, ha riportato di avere avvistato un qualcosa di anomalo nell'oceano calmo. Il pilota ha riferito che il ”disturbo sembrava avere 50-100 metri di diametro e di forma circolare” e che gli ricordava “qualcosa che si sommergeva rapidamente sotto la superficie come un sottomarino o una nave che affondava.”

Tuttavia ”È possibile che il disturbo sia stato causato da un AAV, ma che l'AAV sia stato ”coperto” o risultasse invisibile all'occhio umano,” conclude il rapporto. ”In nessun momento, l'AAV è stato considerato come una minaccia per il gruppo tattico. Infine, non avevano mai visto nulla di simile né prima né dopo”.

Alcuni dei militari coinvolti giurano che ciò che avevano visto fosse di origine extraterrestre.

Stefano Nasetti

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Marte: la Nasa mente!

 

 Da decenni esistono teorie secondo le quali la Nasa mentirebbe su qualsiasi cosa, dai finti allunaggi delle missioni Apollo, ai filmati della Stazione Spaziale internazionale. Esistono molti ricercatori che hanno fornito indizi o prove apparentemente convincenti a conferma di questa tesi. Negli ultimi anni però, il vero fulcro dell’attenzione mediatica riguardo alle presunte bugie della Nasa, si è concentrata soprattutto su quello che è divenuto il principale obiettivo di tutte le agenzie spaziali, nonché delle principali missioni spaziali cioè Marte.

Da oltre vent’anni la Nasa diffonde quotidianamente dai propri siti, le fotografie inviate dalle numerose sonde (orbiter, lander e rover) giunte sul pianeta rosso.

Moltissime delle foto pubblicate, benché palesemente ridotte di qualità, evidenziano tracce di possibili forme di vita, passata e presente. Spesso i ricercatori rielaborano le foto, aumentando o diminuendo i contrasti, migliorando la messa a fuoco nel tentativo di “ripristinare” qualitativamente le condizioni originarie delle fotografie. Ma ciò presta il fianco alla difesa di chi sostiene che la Nasa non nasconderebbe nulla perchè nelle foto originali e non "rielaborate", non ci sarebbe nulla che faccia realmente pensare a forme di vita o alla presenza di civiltà passate sul pianeta rosso. Per tutte queste persone, le foto mostrano semplicemente delle rocce che, sebbene abbiano una forma bizzarra, rimangono rocce.

L’idea di un Marte inospitale e inadatto alla vita è radicalmente cambiata negli ultimi anni presso la comunità scientifica ufficiale, nonostante ancora pubblicamente si continui a propagandare la vecchia visione del pianeta rosso. La nuova visione di Marte, non pregiudica la possibilità paventata da tutti questi ricercatori alternativi, ma sebrerebbe addirittura dargli maggiore credibilità.

La questione merita certamente un serio approfondimento che sarà al centro del mio lavoro editoriale di prossima pubblicazione. Questo perché per farsi una propria idea sulla vicenda Marte, non è sufficiente fermarsi alle apparenze o alle dichiarazioni ufficiali, ma è necessario approfondire andando a verificare gli studi scientifici pubblicati sulla base dei dati forniti dalle sonde inviate sul pianeta rosso.

Nel frattempo però, quando ci si imbatte in determinate fotografie ufficiali, non è possibile sottrarsi dal cominciare a farsi una propria idea, ponendosi, come al solito, le opportune domande.

Risalendo alle foto originali pubblicate sul sito della Nasa e osservando le foto “originali” (senza cioè alcuna rielaborazione) ciascuno può farsi la propria idea riguardo al fatto che ciò che è ritratto in molte di esse, siano realmente semplici rocce o invece tracce o resti di civiltà passate o forme di vita ancora oggi presenti.

Purtroppo finché questi oggetti si trovano al suolo, risultano interpretabili (non sempre ovviamente).

Questa volta però, l’oggetto sconosciuto ritratto non si trova nella sabbia o tra le rocce, ma nel cielo!

Le fotografie scattate dal rover Curiosity il 20 gennaio 2018, sono presenti a questo link che rimanda al sito della Nasa. Si tratta di foto scattate in sequenza in cui si vede un oggetto volante o una creatura volante, che si sposta orizzontalmente nel cielo di fronte al rover.

Non è la prima volta che nelle foto di Marte pubblicate dalla Nasa, vengono notati oggetti nel cielo. Negli altri casi però, gli oggetti erano molto piccoli e apparentemente lontani, tanto da far ritenere in alcuni casi, che si potesse essere trattato di semplici granelli di polvere sull’obiettivo della telecamera. Questa volta invece, l’oggetto è molto più grande, ha una forma ben definita e non si trova sull’obiettivo della fotocamera.

Al momento su Marte non volano droni (i primi droni voleranno su Marte non prima del 2020) e dalla superficie marziana, così come accade sulla Terra, non è possibile scorgere i vari orbiter inviati in questi anni, che fotografano Marte dall’alto. Dunque cos’è ciò che vediamo ritratto nella foto che vola nel cielo di fronte al rover Curiosity?

Le possibilità sono due: o su Marte ci sono forme di vita, o le immagini “marziane” pubblicate dalla Nasa sono un falso, poiché scattate sulla Terra e non sul pianeta rosso. Comunque la si voglia pensare (ciascuno sceglierà la propria versione) la conclusione, in attesa di eventuale e coerenti spiegazioni ufficiali, al momento appare una sola: la Nasa mente su ciò che realmente sappiamo su Marte!

Stefano Nasetti

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Tracce di un'antica globalizzazione

Viviamo in un modo globalizzato in cui per noi è ormai abbastanza semplice comunicare con ogni luogo della Terra. Con altrettanta facilità siamo in grado di spostarci sull’intera superficie del globo.

Ma se per noi abitanti del XXI secolo, tutto questo è quasi scontato, non lo era per le antiche civiltà del passato, “confinate” in una limitata e circoscritta area geografica, almeno fino alla fine del XV secolo, quando Colombo nel 1492, mettendo piede nel centro America, diede inizio all’epoca delle grandi esplorazioni e al primo contatto tra il mondo europeo, medio-orientale e le Americhe.Questo almeno, è quello che ci dice la storia ufficiale. Ma è realmente così?

Esistono prove tangibili che possono far supporre che alcune civiltà già nel passato, possano aver compiuto traversate oceaniche per colonizzare nuove terre o intrattenere rapporti commerciali con altre popolazioni indigene lontane?

Sappiamo con certezza che viaggi in America erano stati fatti già secoli prima da cavalieri templari e vichinghi. Ne sono state trovate inequivocabili tracce nel continente Nord americano. Su questo ormai anche gli storici tradizionali concordano. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, sono emerse altri indizi che ci possono far supporre che questi collegamenti o contatti tra antiche civiltà, fossero presenti ancor prima.

Esiste infatti, un’ampia casistica di analogie costruttive, iconografiche ed anche mitologiche, che fanno supporre che molte antiche civiltà dell’area mesopotamica e del bacino mediterraneo, fossero in contatto o avessero una “matrice” ovvero origine culturale comune alle civiltà del centro America. La storia ufficiale però non considera queste analogie come prova di un possibile contatto, spiegandole come semplici coincidenze. Ma siamo sicuri che la storia ufficiale sia corretta? Ci sono elementi più tangibili che possono far supporre che sia la versione della storia ufficiale ad essere sbagliata? Quali sono gli elementi che sono emersi in questi anni e che possono confermare l’esistenza di contatti tra civiltà passate o tentativi di esplorare il globo da parte di alcune di esse?

Esistono certamente elementi che vanno oltre la semplice possibilità che si tratti di analogie casuali. Ad esempio, così come gli egizi, alcune culture sudamericane utilizzavano un processo di mummificazione per la conservazione dei corpi dei defunti.

Un altro indizio sconcertante, riguardo un possibile contatto già in un remoto passato tra culture distanti migliaia di chilometri, fu portato alla luce dalla ricercatrice tedesca Balabanova. L’archeologa scoprì che le mummie egizie contenevano nicotina e cocaina, sostanze originarie del Sudamerica, che non potevano essere presenti, secondo la scienza ufficiale, in Africa e in Europa prima di Colombo. L’indagine fu ripetuta su moltissime mummie ed è stata confermata sopra ogni dubbio.

Sembra dunque che già la civiltà egizia abbia attraversato l’oceano Atlantico, e non solo. È probabilmente che gli egizi abbiano attraversato anche il Pacifico dal momento che in Australia sono state ritrovate strutture piramidali ( ma questo è ormai un qualcosa che stiamo scoprendo essere presente in tutto il globo) e addirittura dei geroglifici.

I geroglifici sono stati ritrovati nel 1900, nel Parco Nazionale di Brisbane Water e, secondo diversi archeologi e ricercatori, questi geroglifici risalirebbero alle prime dinastie egizie. Gli scribi che hanno creato queste incisioni lo avrebbero fatto con estrema precisione, e avrebbero adottato anche alcune variazioni “grammaticali” che non erano nemmeno presenti in testi geroglifici egizi fino al 2012. Ovviamente trattandosi di una scoperta potenzialmente rivoluzionaria, non mancano i pareri e le opinioni di altri egittologi che invece sostengono si tratti di un falso. Tuttavia in Australia, oltre alle citate strutture piramidali, sono state ritrovate anche diverse statuine raffiguranti scarabei oltre ad una statua che ricorda un babbuino, creatura sconosciuta in Australia. Certamente, se i geroglifici fossero veri, sarebbe la prova inequivocabile che le antiche popolazioni erano in grado di spostarsi per l’intero globo.

Ci sono evidenze poi, che questo fenomeno abbia riguardato anche altri popoli oltre agli egizi. Risulta infatti, che ci siano anche altri luoghi nel mondo in cui sono state ritrovate scritture proprie di civiltà distanti migliaia di chilometri.

Nella seconda metà del secolo scorso, nella località di Chua, a 70 chilometri da La Paz, presso il lago Titicaca, venne ritrovato da alcuni agricoltori, un reperto archeologico che ancora oggi fa discutere in quanto ritenuto da molti un Oopart. Il reperto oggi noto con il nome di Fuente Magna, è rimasto dimenticato e non studiato nei magazzini del museo archeologico della cittadina boliviana per oltre 25 anni. Soltanto nel 1995, durante le operazioni d’inventario di tutti i reperti esposti e non, presenti nella piccola struttura museale, rispuntò fuori il reperto, attirando la curiosità degli addetti ai lavori.

Il Fuente Magna è sostanzialmente un vaso, molto simile ad una enorme ciotola, su cui sono presenti bassorilievi zoomorfi nella parte esterna, e una serie di scritture e incisioni nella parte interna, accompagnate quest’ultime, da una solitaria figura zoomorfa.Il vaso è stato datato e risulta risalire al 3.500 a.C. Questa datazione assai più antica di quella riguardante le varie civiltà sudamericane (secondo la storia e l’archeologia ufficiale, la regione boliviana non conobbe forme di civiltà evolute fino alla seconda metà del secondo millennio a.C., periodo al quale viene fatta risalire la prima fase di costruzione della città di Tiahuanaco nel 1.200 a.C. circa), risulta ancora più particolare se si tiene conto che, parte delle iscrizioni presenti nella parte interna del manufatto, sono scritte con caratteri sumerici o proto sumerici. L’identificazione univoca di questo tipo di scrittura è stata eseguita da archeologi tradizionali, quindi in questo caso non c’è alcun dubbio sull’autenticità della scrittura, mentre si potrebbe eventualmente discutere su come questo reperto di fattezze sumere, possa essere arrivato lì.

Nel 1960 poi, nel sito di Pokotia, a circa 2 chilometri dalla città di pietra di Tiahuanaco,in Perù è stata ritrovato un monolite in pietra di fattezze antropomorfe, alta circa 170 cm che riporta iscrizioni nella stessa lingua (proto sumerica) presente sul Fuente Magna. Sembra quindi che, ancor prima degli egizi, anche i Sumeri fossero riusciti, forse casualmente, ad attraversare l’Atlantico.

La teoria della scoperta occasionale sembra supportata dal fatto che i popoli antichi, in questo caso i Sumeri, erano buoni naviganti e potrebbero aver circumnavigato l’Africa partendo dal Mar Rosso e dirigendosi inizialmente verso il Capo di Buona Speranza.

Una volta giunti presso le isole di Capo Verde però, i venti contrari (ovvero gli alisei), li avrebbero spinti verso il Brasile e così sarebbero giunti inizialmente in Amazzonia. Secondo questa teoria, il secondo popolo di navigatori che giunse occasionalmente nelle Americhe, furono i Fenici, che però lasciarono nel continente sud americano forse molte più evidenze archeologiche e, anche in questo caso, tracce “linguistiche”.

Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo). Secondo quanto riportato nel libro di Schwennhagen, Umfredo IV aveva descritto i viaggi del re Hiram di Tiro (993 a.C.), e re Salomone di Giudea (960 a.C.) nelle lingue locali. Secondo Schwennhagen la lingua Tupi Guaraní avrebbe la stessa origine delle lingue medio-orientali e, in particolare mostrerebbe molte similitudini con la lingua sumera.

È possibile citare, come evidenze archeologiche a sostengno di questa tesi, la Pedra di Gavea e la Pedra d o Ingá. 

La prima, ubicata presso Barra da Tijuca nello Stato di Rio de Janeiro, riporta dei petroglifi che sono stati parzialmente decifrati dallo studioso Bernardo de Azevedo da Silva Ramos così: “Qui Badezir, re di Tiro, figlio più vecchio di Jetbaal”. L’iscrizione risalirebbe quindi all’incirca all’840 a.C., in quanto Jetbaal regnò fino all’847 a.C

La Pedra do Ingá, invece, si trova nello stato di Paraiba, in Brasile ed è un enorme masso orizzontale lungo circa 24 metri e alto 3 metri. In totale vi sono più di 450 disegni incisi nella roccia. La maggioranza di queste incisioni sono apparentemente astratte, ma secondo alcuni ricercatori avrebbero una lontana affinità con la lingua ittita.

Per rimanere in tema di scritture geroglifiche, c’è poi da citare l’analogia (vedi l’immagine all’inizio dell’articolo) tra la scrittura Rongorongo della civiltà Rapanui dell’isola di Pasqua con quella delle civiltà che abitavano la valle dell’Indo. La scrittura Indus della civiltà Harappa, utilizzata tra il XXVI e il XX secolo a.C. nella Valle dell’Indo, attuale Pakistan, riportata su vari “sigilli” trovati nei pressi di Mohenjo-daro, presenta sorprendenti somiglianze con la scrittura che si sviluppò sull’Isola di Pasqua. Qui le similitudini sono evidenti anche agli occhi di un profano.

È importante sottolineare che si tratta di civiltà distanti nel tempo oltre duemila anni e separate dall’oceano indiano e pacifico. Forse, la civiltà che sorse nella Valle dell’Indo, per motivi di natura commerciale, iniziò a navigare in ogni direzione. Possiamo verosimilmente ipotizzare che forse si spinsero nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, fino a giungere proprio sulla misteriosa Rapa Nui, dove lasciarono tracce evidenti del loro passaggio.

Se per spiegare le analogie architettoniche e mitologiche tra civiltà del passato è possibile, sebbene personalmente il tutto mi sembri semplicistico e poco probabile, avanzare l’ipotesi che si tratti di semplici coincidenze, quando si trovano analogie linguistiche tutto cambia, perché la lingua è il prodotto di una moltitudine di fattori, in cui quelli locali hanno un peso maggiore. Direi che le analogie linguistiche, sommate a tutte le altre riscontrate (architettoniche, iconografiche, mitologiche, ecc) siano sufficienti per porsi quantomeno la domanda riguardo la correttezza della storia così come ci viene raccontata da sempre.

Stefano Nasetti

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