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Le sonde Voyager e il loro carico d'oro avvolto nel mistero

Ricorre in questi giorni il 40° anniversario delle missioni Voyager. Le due sonde, ancora oggi attive e che rappresentano le missioni spaziali più anziane e più longeve della storia umana, hanno ormai superato i confini del nostro sistema solare. Lanciate rispettivamente il 20 agosto del 1977 (la Voyager 2) e il 5 settembre del 1977 (la Voyager 1) sono infatti, gli oggetti artificiali umani, più lontani dalla Terra. 

La Voyager 1 aveva come missione primaria quella di fotografare Giove, Saturno e Titano (una delle lune di Saturno), per poi dirigersi verso il confine del sistema solare, superato nell'Agosto del 2012, quando è ufficialmente entrata nello spazio interstellare (cioè lo spazio che si trova tra il nostro sistema solare e gli altri a noi vicini).  Con l'ingresso nello spazio interstellare, la Voyager 1 ha iniziato la sua missione secondaria che ha come obiettivi lo studio delle particelle magnetiche provenienti dall'esterno del sistema solare, alla ricerca del punto esatto dove inizia l'Eliopausa, cioè il confine presso il quale il vento solare emesso dal nostro Sole è fermato appunto, dalle particelle interstellari. In questo momento (dati del febbraio 2017) si trova a circa 20,460 miliardi di Km dalla Terra.

La Voyager 2 (partita circa 15 giorni prima della Voyager 1 per una questione di traiettorie orbitali) aveva come missione primaria lo studio di ben 4 pianeti del nostro sistema solare (Giove, Saturno, Urano, Nettuno). Passando accanto ai primi due, la Voyager 2 integrò le immagini e gli studi fatti dalla Voyager 1. I passaggi vicino a Urano e Nettuno furono invece i primi (e a tutt'oggi gli unici) incontri ravvicinati con questi due pianeti. La scoperta più recente (del 2016) compiuta dalla Voyager 2, riguarda la scoperta di altre due lune di Urano, oltre alle 27 già note, basata sui dati catturati nel 1986 dalla stessa Voyager 2. In questo momento si trova a circa 16,852 milioni di km dalla Terra.

In molti già sanno che entrambe le sonde Voyager, oltre al loro carico di strumentazione, trasportano un altro importante manufatto umano (il Voyager Golden Record) su cui tanto si è scritto, ma che ancora oggi è circondato da un alone di mistero legato ad alcune particolari scelte fatte nella sua realizzazione, non da tutti rilevate e per questo ancora più interessanti.

Per parlarne più nel dettaglio e cercare di capire a cosa mi riferisco, riporto qui di seguito dei brani tratti dal mio libro pubblicato ormai 2 anni fa (2015), nel quale ho trattato anche quest’argomento, all'interno di un quadro di riferimento molto più ampio.

" [...] Nel 1977 gli Stati Uniti, nell’ambito del programma di esplorazione spaziale chiamato Voyager, hanno lanciato nello spazio due sonde spaziali, chiamate Voyager 1 e Voyager 2, con il compito di esplorare il sistema solare esterno. Da allora, le due sonde munite di numerose apparecchiature all’avanguardia, hanno continuato ad inviare sulla Terra, centinaia d’immagini, dati ed informazioni riguardanti pianeti lontani del nostro sistema solare, come Urano, Nettuno e Plutone, consentendo di aumentare la conoscenza scientifica circa la composizione di tutti questi corpi celesti.

Grazie alle loro batterie ad isotopi radioattivi, si stima che saranno in grado di funzionare fino al 2025, mentre continueranno a viaggiare verso i confini del nostro sistema solare, là dove nessuna sonda o manufatto di origine terrestre, è mai giunta prima.

Su entrambe le sonde si trova una copia del cosiddetto “Voyager Golden Record”, un disco registrato che contiene immagini e suoni della Terra, insieme ad una selezione musicale. È concepito per qualunque forma di vita extraterrestre o per la specie umana del futuro che lo possa trovare, anche se la possibilità, secondo le ammissioni degli stessi curatori del progetto, sono assai poche. La sonda Voyager, infatti, impiegherà 40.000 anni per arrivare nelle vicinanze di un'altra stella e quindi l’invio nello spazio di questo manufatto, sarebbe da considerare più che altro come qualcosa di simbolico, e non un tentativo reale di comunicare con forme di vita extraterrestri. Sulla custodia del disco, anch'essa metallica, sono incise le istruzioni per accedere alle registrazioni in caso di ritrovamento.

Tuttavia, migliaia di dollari sono stati spesi per elaborare e realizzare questo disco. Pertanto considerarlo soltanto come una cosa puramente simbolica sarebbe riduttivo. Significherebbe aver deliberatamente voluto gettare via e quindi sprecare, notevoli risorse finanziarie che sarebbero potuto essere destinate allo sviluppo di altri progetti.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali quindi, è più logico pensare che, se forse poco probabile, il tentativo di comunicare con altri esseri, sia tutt’altro che simbolico.

Il contenuto di questo messaggio è particolarmente interessante. Il contenuto del disco venne commissionato dalla NASA ad una commissione guidata dal famoso astrofisico statunitense Carl Sagan. Il messaggio elaborato conteneva una varietà di 115 immagini e un gran numero di suoni naturali, come quelli delle onde, del vento, dei tuoni oltre ai suoni prodotti da animali, come il canto degli uccelli e quello delle balene. Insieme a questi suoni della Terra, venne inserita una selezione musicale proveniente da diverse culture e diverse epoche, oltre ai saluti di abitanti della Terra in 55 lingue diverse.

Sulla Terra si stima che si parlino oltre 6.000 lingue diverse. È quindi comprensibile che, quando si è deciso di inserire un saluto in diverse lingue, sia stata fatta una selezione. Ma con quali criteri?

Le lingue selezionate, e quindi registrate sul Voyager Golden Record sono (in ordine alfabetico): Accadico, Amoy (dialetto Min), Arabo, Aramaico, Armeno, Bengalese, Birmano, Cantonese, Ceco, Cinese Mandarino, Coreano, Ebraico, Francese, Olandese, Inglese, Tedesco, Gallese, Greco antico, Giapponese, Gujarati, Hindi, Kannada, Ila (Zambia), Indonesiano, Italiano, Ittita, Latino, Luganda, Marathi, Ungherese, Nepalese, Nguni, Nyanja, Oriya, Persiano, Polacco, Portoghese, Punjabi, Quechua, Rajasthani, Rumeno, Russo, Serbo, Singalese, Sotho, Spagnolo, Sumero, Svedese, Telegu, Thai, Turco, Ucraino, Urdu, Vietnamita, e Wu.

Da questo elenco traspare molto chiaramente, come si sia deciso di inserire non le lingue più parlate al mondo (sono presenti soltanto 34 lingue tra le prime 55 più parlate al mondo e solo 43 tra le prime 100), ma quelle forse più rappresentative delle diverse aree geografiche.

Un altro elemento assai curioso è quello riguardante la presenza di ben 5 lingue morte (Accadico, Sumero, Ittita, Greco antico e Latino) sulle 55 lingue scelte. Perché inserire queste lingue, alcune delle quali (come l’Accadico, il Sumero e l’Ittita) essendo molto antiche, non si conosce neanche con esattezza il suono? Perché il Sumero, ad esempio e non la lingua degli antichi egizi, che hanno forse regnato per più tempo ed è forse considerata più importante, almeno nell’immaginario collettivo?

La questione si fa ancora più curiosa ed interessante se si verifica l’ordine con cui i saluti nelle diverse lingue, sono stati registrati.

Come si sa in campo della comunicazione, le persone (in questo caso le lingue) che sono considerate più importanti, effettuano il loro intervento, in un meeting, una convention o una riunione di partito ad esempio, per prime o per ultime, con una netta prevalenza, in relazione all’importanza, all’ultimo intervento.

Nel Voyager Golden Record, l’ultimo saluto inciso è ovviamente, quello in lingua inglese, poiché dal punto di vista politico, la lingua inglese oggi, e ancor di più nel 1977, è la lingua più importante al mondo.

La sorpresa però, nasce dalla presenza della lingua Sumera come prima lingua incisa nel disco. Perché è stata scelta proprio questa lingua, tra l’altro morta da oltre 4.000 anni e di cui, come detto, non si è certi neanche del corretto suono? La scelta è stata fatta giacché si tratta della prima lingua scritta conosciuta sulla Terra, o questa scelta nasconde invece qualche altra cosa? Tutto quanto scritto in precedenza in merito al popolo Sumero, ai suoi miti, e alle peculiarità della sua lingua (trovata anche in luoghi lontani dalla Mesopotamia), hanno qualcosa a che vedere con la scelta di porre il saluto in lingua sumera, al primo posto nel Voyager Golden Record? [...]" (brano dal libro Il lato oscuro della Luna)

Quali le possibili risposte a questi interrogativi? Nel libro in precedenza avevo scritto anche:

"[...] Abbiamo visto come in tutte le culture del passato, fin da quelle più antiche, siano presenti in quelli che oggi sono considerati miti o leggende, storie di Déi o esseri giunti dal cielo che insegnano all’uomo la matematica, la geometria, l’astronomia e spesso anche, e direi ovviamente, la scrittura. Del resto com’è possibile insegnare una qualunque disciplina contenente aspetti concettuali, i cui significati devono essere rappresentati con simboli, se prima non s’insegna il significato di quei simboli?

Partendo dal presupposto che questi racconti non siano soltanto dei miti o delle leggende, è possibile supporre che nei simboli che rappresentano le scritture di antiche civiltà, come quella sumera appunto o come quelle che utilizzavano il sanscrito, siano presenti nell’intero alfabeto o almeno in parte di esso, dei simboli appartenenti ad alfabeti o scritture di origine extraterrestre. Se oggi noi dovessimo insegnare a leggere ed a scrivere ad una popolazione, o anche solo ad una persona che non lo sa fare, creeremmo un nuovo alfabeto o utilizzeremmo quello che già conosciamo?

Se veramente le storie che fino ad ora abbiamo analizzato, e su cui si fonda la teoria degli antichi astronauti, fossero vere, è probabile che nelle forme più antiche di scrittura come quelle sanscrite e quella cuneiforme sumera, siano contenuti simboli “extraterrestri”. La lingua sumera, potrebbe quindi rappresentare la lingua utilizzata da questi antichi colonizzatori. Se così fosse, potrebbe essere questa la prova della veridicità dei miti e dei antichi racconti, e quindi delle nostre origini oltre che della vera storia dell’umanità?

Questa ipotesi è solo una congettura, frutto della suggestione della teoria degli antichi alieni? Oppure, nonostante quanto possano pensare la maggior parte degli scienziati tradizionalisti, è un’ipotesi molto più verosimile di quanto si possa comunemente immaginare?

La lingua sumera è forse l’unica lingua di cui non è stata ancora dimostrata la parentela con alcun’altra lingua, oltre al fatto che secondo la storia ufficiale, anche il luogo di origine è incerto. Se i Sumeri sono immigrati nel territorio alluvionale della Mesopotamia, come afferma la scienza ufficiale, la lingua era probabilmente sorta già da prima da un’altra parte? Forse su un altro pianeta? [...]" (brano dal libro Il lato oscuro della Luna)

A ciascuno spetta il compito di trovare la propria risposta, acquisendo maggiori informazioni su tutta la vicenda umana, magari partendo dallo scoprire cos'altro c'è sul lato oscuro della Luna.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Esopianeti ed Esoscienza

Negli ultimi 5 anni si sono scoperti  una quantità incredibile di esopianeti. Eppure fino a non più di 15-20 anni or sono, parlare apertamente di esopianeti era, anche nella comunità scientifica, quasi un tabù. Sebbene fosse logico immaginare, considerato l'enorme numero di stelle presenti e visibili anche solo ad occhio nudo, che ci fossero anche altri pianeti, spesso gli astronomi evitavano il discorso, semplicemente perché non potevano dimostrare l'esistenza.  L'argomento finiva per essere semplicemente sminuito o addirittura ridicolizzato o considerato null'altro che semplice fantasia. Come frequentemente accade e come la storia dovrebbe aver insegnato a tutti (anche se invece non è così), le cose che solo pochi anni fa sembravano solamente fantascienza, oggi sono addirittura considerate un'ovvietà.

Con i progressi tecnologici intervenuti negli ultimi anni e con la messa in orbita di opportuni telescopi spaziali, oggi siamo in grado di cercare, scovare e vedere migliaia di esopianeti.

Altri cinque possibili esopianeti 'fratelli' della Terra, si troverebbero dietro l'angolo, in orbita intorno a stelle vicine a noi: il primo pianeta, descritto sul numero di Agosto 2017 di sull'Astrophysical Journal, potrebbe trovarsi a 16 anni luce, intorno alla stella Gliese 832; altri quattro esopianeti, descritti su Astronomical Journal, sono stati individuati a 12 anni luce da noi intorno alla stella Tau Ceti. Due di questi esoèianeti orbiterebbero nella cosiddetta zona abitabile, ossia a una distanza tale dalla loro stella da poter avere acqua liquida in superficie.

Il condizionale è d'obbligo giacché questi nuovi 5 esopianeti non sono stati scoperti con l'ormai consueto metodo del transito (quello che rivela la presenza del pianeta quando, transitando davanti al suo sole, ne determina una diminuzione della luminosità) ma da calcoli gravitazionali effettuati riguardo all’osservazione delle due stelle in questione. Da tali calcoli si è visto che l’oscillazione di queste due stelle è compatibile con la presenza di pianeti posti ad una certa distanza e di certe dimensioni.

Dal risultato di tali calcoli quindi gli astronomi hanno dedotto (l'uso di questa parola non è casuale da momento che è il termine utilizzato nella presentazione di queste notizie nelle citate riviste, oltreché in tutti i mass media che ne hanno dato risalto) la presenza di questi esopianeti.

Mentre gli scienziati ufficiali, basano le loro affermazioni sulle deduzioni, noi umili ricercatori indipendenti, rei di utilizzare spesso il nostro cervello, sulla base di dati concreti ed oggettivi, applicando il metodo scientifico, possiamo invece affermare con certezza alcune cose riguardo il modus operandi della comunità scientifica e dell'informazione.

Ironia a parte (non voglio fare di tutta l'erba un fascio), mi piace evidenziare come, ancora una volta, per determinate notizie o "scoperte" che provengono dagli ambienti accademici tradizionali e che non contrastano in alcun modo con le teorie scientifiche (e dogmatiche) prevalenti, non si utilizza alcuna cautela nel diffondere queste informazioni. Il tutto è dato, sebbene come in questo caso non ci sia una prova tangibile ma solamente dei calcoli, quasi per assodato.

Non sto mettendo in discussione la bontà dei calcoli o del lavoro effettuato dagli astronomi autori di questo studio, né tantomeno voglio obbiettare circa la probabile presenza o esistenza di questi esopianeti. Il mio vuole essere soltanto una sottolineatura di come la scienza, poiché gestita dagli uomini, possa non essere così obiettiva come spesso si sente affermare dagli adepti delle teorie ufficiali a tutti i costi!

Queste persone per difendere la dottrina ufficiale o annichilire le tesi che posso metterla in discussione, spesso chiamano in causa il cosiddetto metodo scientifico, sovente non sapendo neanche con precisione di cosa s’intenda per metodo scientifico e, ancor più frequentemente, senza informarsi se, negli studi considerati "alternativi" tale metodo non sia stato applicato con rigore.

Infatti, al contrario di quanto avviene con le notizie ufficiali, le informazioni non provenienti da ambienti esterni alla comunità scientifica tradizionale e/o che mettono in discussione le teorie prevalenti, si pretende sempre una prova inequivocabile, senza riserva alcuna e senza la possibilità di considerare il nuovo punto di vista semplicemente come una possibilità da prendere in considerazione o un qualcosa di molto più probabile rispetto alla versione ufficiale. Nella rigidità e nella chiusura mentale di coloro che difendono ad oltranza la scienza precostituita, si finisce per considerare, senza distinzione alcuna, tutte queste informazioni alternative o controcorrente, spazzatura, fake news (tanto per utilizzare un termine molto in voga al momento, a cui spesso queste persone sono affezionate) o pseudoscienza.

Sia ben chiaro, sono il primo ad affermare che gran parte di ciò che circola in rete è spazzatura, anche in ambito scientifico, tuttavia, come dicevo poche righe fa, fare di tutta l'erba un fascio è sbagliato, così com'è sbagliato fare una selezione delle informazioni esclusivamente sulla base dell''attendibilità (o presunta tale) di una qualsiasi fonte (non fosse altro perché nessuno è infallibile e nessuno può dirsi detentore della verità assoluta).

Come diceva il filosofo francese Gaston Bachelard "C'è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita"

L'impressione è quella che si voglia per forza tentare di imporre un pensiero unico, scoraggiando il libero pensiero alimentato dalla moltitudine d’incongruenze che fanno sorgere, nella mente di coloro che non hanno ancora abdicato alla loro intelligenza rifiutandosi di smettere di pensare in modo autonomo, una moltitudine di ragionevoli dubbi, sovente non dettati dalla scarsa conoscenza della materia, come spesso si vorrebbe far credere, ma al contrario dall'analisi e dal possesso di un maggior numero d’informazioni.

Se quindi una teoria controcorrente (ovviamente ben argomentata e scientificamente documentabile) è definibile come "pseudoscienza" se non addirittura fantascienza, come definire le affermazioni scientifiche che si fondano su deduzioni e non su dimostrazioni oggettive, come nel caso di questi 5 esopianeti? Appare quanto mai opportuno cominciare ad utilizzare un termine preciso anche per questa categoria di affermazioni provenienti dalla comunità (o Autorità) scentifico-accademica ufficiale. A voler essere buoni e il termine "esopianeti" da lo spunto per creare un nuovo neologismo: d'ora in avanti queste affermazioni ufficiali (molto simili ad opinioni e fatta salva la buona fede di chi le diffonde) che però di metodo scientifico hanno ancora troppo poco per essere meritarsi l'appellativo di scientifiche, le definirei "Esoscienza". (Eso, dal greco éxō, che significa “fuori”, “dall'esterno”). Infatti, ritenere che esista un qualcosa sulla base di una semplice deduzione (sebbene supportata da dati) è un qualcosa che esula dall'ambito strettamente inerente al metodo scientifico.

Mi chiedo quale differenza ci sia dal punto di vista Scientifico (con la S maiuscola) affermare sulla base di calcoli, che esistono degli esopianeti (come in questo caso) o che esistano civiltà avanzate aliene (vedi equazione di Drake). Sebbene nel primo caso i dati, poi rielaborati e presi a base per il calcolo, provengano da rilevazioni strumentali e nel secondo, i risultati sono calcoli di tipo probabilistico basati però sulle attuali conoscenze astronomiche (numero di pianeti, stelle, ecc.), in entrambi vediamo applicato un analogo metodo "scientifico".

Eppure, nel caso della diffusione di notizie (di esoscienza) riguardanti l'esistenza (solo probabile, per via del metodo di rilevamento) di nuovi pianeti, si prende quasi per certa la loro esistenza, mentre nel caso dell'esistenza di civiltà aliene il tutto è continuamente ricondotto a più probabili fantasie o a ipotesi remotissime. 

E questo è soltanto un piccolo esempio. Perché si "accetta", come in questo caso, l'esistenza di esopianeti sulla base di deduzioni fatte dall'elaborazione di dati riguardanti le oscillazioni gravitazionali, e invece si accoglie con scetticismo la possibile esistenza di altri pianeti e/o oggetti (trans nettuniani, cioè oltre l'orbita di Nettuno) nel nostro sistema solare (che qualcuno chiama Pianeta X o Nibiru), calcolata con il medesimo sistema? Che cosa dire delle diverse considerazioni sulla datazione di siti ed eventi sulla base degli allineamenti astronomici, come nel recente caso della stele dell'Avvoltoio a Gobekli Tepe? Vogliamo parlare delle differenti e palesemente pretestuose interpretazioni dei petroglifi paleolitici ritrovati in tutto il mondo in cui qualcuno affine alla comunità scientifica ufficiale, ha visto addirittura la natività?  Che dire poi della teoria dell'evoluzione? (Potrei continuare ma mi fermo qui)

La differenza non è dunque solamente nella mente di chi fa certe affermazioni (a cui potrebbe dare un peso diverso secondo la propria convenienza o della propria opinione personale) ma anche nella mente di chi le ascolta (che potrebbe dare un peso diverso a queste notizie per gli stessi identici motivi, se non addirittura sulla base di preconcetti derivanti dal tipo di "indottrinamento culturale" ricevuto o dalla scarsa conoscenza delle materie scientifiche).

Tuttavia è bene ricordare che la differenza tra credere e sapere è la stessa che passa tra fede e scienza.

E' bene sempre documentarsi e porsi le opportune domande, cercando poi risposte logiche e intellettualmente oneste, senza abbandonarsi alla pigrizia dell'accettazione della teoria prevalente o delle mode del momento. Sebbene sia certamente utopistico immaginare di potersi documentare sempre su qualunque cosa, sarebbe certamente opportuno, nell'impossibilità di documentarsi liberamente e provare a formarsi una propria opinione, sospendere ogni giudizio, evitando di abbracciare fideisticamente l'una o l'altra tesi.

Galileo Galilei, considerato il padre della scienza moderna, oltre 6 secoli fa disse: "Non riesco a credere che lo stesso Dio che ci ha dotato di senso, ragione e intelletto, ci ha destinati a rinunciare al loro uso" e ancora "In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo. Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza."

Non dobbiamo avere timore di manifestare le nostre idee o nel valutare nuove teorie. Aprire la mente verso possibilità apparentemente irraggiungibili è la strada per l'evoluzione culturale e spirituale dell'umanità. Ciò che sappiamo è solo una parte di ciò che c'è da sapere. La fantascienza (per lo più) non esiste, siamo noi che in quel momento la definiamo tale per mancanza di informazioni o di capacità tecnologiche. La scienza nega ciò che non sa dimostrare, la storia ce lo insegna e il tempo lo dimostrerà ancora.

Stefano Nasetti

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Marte: l'acqua è ovunque!

Marte non è quel pianeta inospitale com’è stato da sempre dipinto. Negli ultimi 15 anni si è scoperto con certezza che c'è acqua sul pianeta rosso.

Se inizialmente si riteneva che l'acqua fosse confinata soltanto nei depositi polari di ghiaccio, oggi la situazione è cambiata drasticamente. La scoperta dei primi depositi di ghiaccio nelle regioni polari, risale al 2001. All'epoca, la presenza di probabili depositi di ghiaccio fu evidenziata dall'analisi dei dati della sonda orbitale Odyssey (così chiamata in onore dell'autore di "2001 Odissea nello spazio", Arthur C. Clarke), lanciata nel 2001 dalla Nasa, dotata di fotocamere termiche e spettrometri per individuare la presenza di acqua liquida o ghiaccio. La presenza di ghiaccio fu poi confermata nel 2008 dal Lander Phoenix, inviato per esplorare in quelle regioni marziane, dotato di un braccio robotizzato che riuscì a "grattare" la superfice del pianeta rosso, confermando la presenza di ghiaccio appena sotto.

Nel settembre del 2015, la Nasa organizzò poi una conferenza stampa per rivelare la scoperta di corsi d'acqua che compaiono periodicamente sulla superfice del pianeta, lasciando striature scure. In quest’occasione ad annunciare la scoperta era stato Luju Ojha, giovane ricercatore del Georgia Institute of Technology. "Abbiamo raccolto le prove chimiche" aveva spiegato, facendo scorrere una serie di slides e soprattutto mostrando la spettacolare animazione in 3D di un cratere marziano. L'immagine del cratere (noto come Hale Crater) era eloquente anche per i non addetti ai lavori. Dalla sommità si propagano tante linee scure e parallele, l’evidenza visiva che l’acqua, in certe condizioni, si manifesta su Marte così come noi terrestri siamo abituati a vederla. Liquida, appunto. Le linee, che nel gergo dei geologi sono le straordinarie Rsl (acronimo di Recurring Slope Lineae) erano state individuate da un altro satellite in orbita marziana, il Mars Reconnaissance Orbiter. Nel successivo studio pubblicato su Nature Geoscience, si spiegava come i dati fossero inconfutabili. I solchi sono lunghi centinaia di metri e larghi cinque. E' lì che scorre l’acqua durante l’estate marziana, svanendo d’inverno.

Il cratere in questione (Hale Crater) si trova nell'emisfero sud marziano a circa metà strada tra l'equatore e il polo sud.

Oggi i dati della sonda Odyssey (che è ormai divenuta la missione ancora attiva, in questo momento più anziana operante su Marte) hanno fornito la prova che depositi di ghiaccio sussistono anche nella regione equatoriale di Marte.

Uno degli strumenti di Odyssey, misura i neutroni scatenati sulla superficie marziana dai raggi cosmici che colpiscono il pianeta. Dalla misurazione di questi neutroni, gli scienziati possono misurare la quantità d’idrogeno (e quindi, verosimilmente la quantità di acqua) presente nel metro più alto di terreno sulla superfice. In piccole quantità, l'acqua può assumere molte forme in minerali idratati o come piccole particelle di ghiaccio bloccate tra particelle di sabbia o di siluro. Quando i livelli salgono però al di sopra del 26%, come appunto in questo caso, gli scienziati sono abbastanza sicuri che i depositi di ghiaccio si trovi lì, appena sotto la superficie. Lo ha affermato Jack Wilson, uno scienziato planetario presso l'Applied Physics Laboratory di Johns Hopkins University a Laurel, Maryland.

La scoperta no si limita ad un solo deposito ma ad una serie di depositi distribuiti a macchia di leopardo su tutta l'area presa in esame.

Diverse regioni su Marte sono potenzialmente ricche di acque (blu scuro), comprese zone ampie vicino all'equatore.

"Questo è un esempio davvero meraviglioso di come i dati, una volta raccolti, possano essere analizzati con nuove tecniche", spiega Jim Head, geologo planetario dell'Università Brown. "Quando finalmente invieremo la gente a Marte, vorremmo inviarli dove c'è l'acqua".

La scoperta di grossi depositi di ghiaccio d'acqua sepolti in terreni poco profondi, vicino all'equatore di Marte potrebbe suscitare speranze per gli astrobiologi che cercano la vita su Marte o per i futuri coloni che cercano una fornitura di acqua, tuttavia tale presenza suscita anche un mistero per gli scienziati del clima marziano.

I depositi di ghiaccio, infatti, rappresentano anche un rompicapo. Secondo i modelli attuali del clima di Marte, il ghiaccio equatoriale su Marte non può persistere per più di 125.000 anni. Questo perché sublimerebbe gradualmente nell'atmosfera, anche se sepolto sotto uno strato superficiale di terreno isolante.

Quali le possibili spiegazioni?

Se il ghiaccio veramente esiste, potrebbe essere la prova di un cambiamento nell'asse rotazionale di Marte entro tale intervallo di tempo, spiega l'astrofisico Jack Wilson. A differenza della Terra, Marte non ha una grande luna per aiutare a "soffocare" la vibrazione a lungo termine del suo asse orbitale. Se l'asse del pianeta però, si fosse inclinato più del suo attuale 25°, un certo ghiaccio polare si sarebbe sublimato e si è spostato verso le latitudini più basse.

Lo stesso Jack Wilson riconosce che la spiegazione avanzata è assai improbabile, poiché l'asse rotazione di Marte non dovrebbe oscillare su scale così rapide.

Un'altra possibilità, ha affermato sempre Wilson, è che la composizione del suolo di Marte, fornisca anche una barriera al vapore per aiutare a soffocare la sublimazione e l'isolamento fisico.

Ad ogni modo, indipendentemente dalle cause per le quali il ghiaccio equatoriale è arrivato lì, se come nel caso del cratere Hale, trova un modo per raggiungere la superficie e talvolta si scioglie, potrebbe fornire un ambiente accogliente per i microbi, e per la vita in generale.

Marte, il pianeta rosso, il pianeta che nel nostro sistema solare è più simile alla Terra e come la Terra si trova nella cosiddetta fascia abitabile (né troppo lontano né troppo vicino al Sole), potrebbe essere molto più ospitale di quanto si riteneva solo pochi anni fa. Più si studia questo pianeta e più emerge chiara la possibilità che il pianeta rosso, ritenuto già abitabile in un remoto passato, conservi ancora apparentemente ben celate, tutte le caratteristiche per tornare ad ospitare forme di vita, ad ogni latitudine, sempre ammesso che d'indigene non ce ne siano più. Quando quel giorno arriverà, gli alieni saremo noi ... o forse no!

Stefano Nasetti

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Imparare dormendo è possibile

Imparare dormendo è possibile, ma solo in alcuni momenti, quelli in cui si formano i nuovi ricordi.

Per i più attenti alle ricerche scientifiche nel campo delle neuroscienze, questa non è certo una novità, ma ormai una realtà molto concreta, non soltanto dal punto di vista teorico ma anche da quello tecnologico.

Già nel 2015 riportavo nel mio libro la possibilità già in fase sperimentale di creare ricordi "artificiali" direttamente nel cervello.

Successivamente, nel novembre del 2015 tornavo a ribadire l'argomento nell'articolo dal titolo "e se matrix fosse vero" evidenziando come, la carenza di conoscenza scientifica, porta comunemente a ritenere fantascienza, concetti e realtà scientifiche concrete.

Nel frattempo i progressi in questo settore viaggiavano veloci e moltissimi altri studi, ricerche ed esperimenti hanno dimostrato questa possibilità scientifica e tecnologica.

In realtà l'aumentata conoscenza ottenuta sul funzionamento del cervello, permette oggi alla scienza (anche se ufficialmente, tutto ciò avviene al momento solo in via sperimentale) di interagire sulle diverse aree del cervello, con l'obiettivo spesso raggiunto con successo, di interferire sulla sua attività dello stesso, condizionando o determinando addirittura il comportamento dell'individuo oggetto di questa "sperimentazione".

Nel Febbraio 2016 e nel dicembre 2016, altri due studi uno ad opera dei ricercatori del HRL Laboratories, con sede in California, e l'altro condotto dai quelli dell’Università di Washington pubblicato sulla rivista Frontiers in Robotics and AI, avevano dimostrato la possibilità di far interagire in modo diretto e bidirezionale, il cervello umano con l'intelligenza artificiale (leggi l'articolo).

Nel mese di luglio 2016 in una serie di 6 articoli, facevo il punto su questo aspetto della ricerca scientifica, raccogliendo e citando tutte le ultime ricerche in grado di dimostrare inequivocabilmente tutto questo.

Pochi giorni fa, nel mese di Agosto 2017, un nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori francesi con a capo la Scuola Normale Superiore di Parigi, che è stato pubblicato sulla rivista Nature Communication, ha confermato questa realtà.

Sonno e memoria sono profondamente legati e, sebbene questo sia ormai noto, alcuni esperimenti condotti sull'uomo che miravano all'apprendimento durante il sonno, avevano dato risultati contrastanti.

Secondo i ricercatori francesi, queste discrepanze, sono dovute al fatto che le diverse fasi del sonno sono caratterizzate da diversi tipi di attività cerebrale, per cui in alcune è possibile imparare in altre no (leggi anche quanto scritto nell'articolo precedente).

Per verificare questa ipotesi, gli autori dello studio hanno sottoposto alcuni soggetti a un test, nel quale i partecipanti sono stati fatti addormentare e, durante il sonno, sono stati sottoposti a sequenze di suoni. Al loro risveglio gli è stato di riconoscere i suoni ascoltati. I risultati del test hanno confermato che l'apprendimento avviene solo in alcune fasi del sonno.

Il sonno infatti, non è costante, ma costituito di cicli, in cui si alternano due fasi: la fase REM (Rapid Eyes Moviment), accompagnata da sogni e caratterizzata da movimenti rapidi degli occhi e la fase NREM, non legata al movimento rapido degli occhi  composta a sua volta da diversi stadi in cui il sonno diventa via via più profondo.
 

Lo studio condotto dai ricercatori francesi, ha dimostrato  ancora una volta, che è possibile apprendere durante il sonno. Ciò è possibile principalmente nella fase Rem, ma anche successivamente, durante la cosiddetta fase NREM di sonno leggero . I ricercatori hanno invece constatato che l'apprendimento è inibito durante la fase NREM di sonno profondo.

 

Questa tecnologia è oggi ufficialmente a nostra disposizione ma la domanda è: ne sapremo fare un uso utile e consapevole?

Il timore (spesso fondato) è che queste tecnologie vengano utilizzate in modo distorto, addirittura come armi. Fantasie? Non lo era anche questa possibilità scientifica?

A riguardo è utile evidenziare che queste tecnologie non dobbiamo considerarle reali soltanto nel momento in cui ne veniamo a conoscenza, perché se una cosa è scientificamente possibile, lo è da sempre e non soltanto da  quando noi ne diventiamo consapevoli.

Stefano Nasetti

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Un nuovo pianeta sconosciuto ai margini del nostro sistema solare?

In uno studio in corso di pubblicazione su The Astronomical Journal, un team di ricercatori del Lunar and Planetary Laboratory presso l’University of Arizona, analizzando gli angoli d’inclinazione rispetto al piano orbitale di più di 600 corpi della fascia di Kuiper (una regione che si estende oltre l’orbita di Nettuno, simile alla fascia degli asteroidi tra Marte e Giove, che rappresenta idealmente il confine del nostro sistema solare), hanno ipotizzato la presenza di un nuovo pianeta.

Secondo gli autori dello studio, il pianeta dovrebbe avere una massa compresa tra quella di Marte e Terra che, con la sua massa, disturberebbe il piano orbitale medio di questa popolazione di rocce spaziali, che risale alle origini del nostro sistema planetario e che compone appunto la fascia di Kuiper.

Kat Volk primo firmatario dello studio in pubblicazione, ha dichiarato “La spiegazione più probabile ai nostri calcoli è la presenza di una massa al momento sconosciuta".

Non è la prima volta che nella comunità scientifica ufficiale, analizzando i dati delle orbite dei corpi trans nettuniani, è avanzata l'ipotesi dell'esistenza di uno o più pianeti ancora sconosciuti. Che si possa trattare del famoso pianeta Nibiru, chiamato anche Pianeta X o Pianeta 9?

Nel mese di gennaio 2016, sulla rivista sull'Astronomical Journal, era stato pubblicato un articolo nel quale erano esposti i calcoli effettuati dagli astronomi dell'Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech) Michael Brown e Konstantin Batygin, che affermavano di aver "scoperto", durante una simulazione, l'esistenza di un pianeta con massa di circa 10 volte superiore alla Terra con orbita ellittica, situato oltre l'orbita di Nettuno. Anche in questo caso lo studio partiva dall'analisi delle orbite degli altri corpi trans nettuniani (leggi l'articolo). 

Solo pochi mesi più tardi, nel mese di gennaio 2016, sulla rivista sull'Astronomical Journal, è stato poi pubblicato un un'ulteriore articolo a riguardo, nel quale venivano esposti i calcoli effettuati dagli astronomi dell'Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech), dal quale appariva chiaro che il pianeta ipotizzato, non doveva essere il solo.

Nel mese seguente (Aprile 2016) la rivista Astronomy & Astrophysics, ha pubblicato altri studi, stavolta eseguiti da Christoph Mordasini ed Esther Linder dell'Università svizzera di Berna, specializzati nella simulazione delle dimensioni dei pianeti esterni al Sistema Solare, che hanno fornito nuove caratteristiche di uno (il più grande) di questi corpi celesti. Secondo l'identikit da loro elaborato, il pianeta sarebbe coperto di ghiacci, avrebbe un raggio di 3,7 volte superiore a quello della Terra (poco più piccolo di Urano e Nettuno) una massa 10 volte maggiore e la temperatura di 226 gradi sotto zero.

Nel Giungo 2016 una successiva nuova ricerca è stata pubblicata sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Gli astronomi spagnoli Carlos e Raúl de la Fuente Marcos, insieme a Sverre Aarseth, dell'università britannica di Cambridge, hanno confermato che il pianeta dovrebbe effettivamente avere una massa 10 volta a quella della Terra, la sua orbita fortemente ellittica durerebbe addirittura tra i 10.000 e i 20.000 anni. (leggi l'articolo)

Infine, nel Dicembre 2016, erano stati ancora una volta i ricercatori del Caltech (Californian Institute of Technology) pubblicato sull’Astrophysical Journal ad affermare che questo forse non più fantomatico pianeta, sebbene non ancora avvistato e fotografato ma della cui esistenza sembra ormai non esserci più alcun dubbio, possa provocare una sorta di "ondeggiamento" del Sistema solare, dando l’impressione che il Sole sia lievemente inclinato (leggi l'articolo).

Tornando alla ricerca in via di pubblicazione in questi giorni dei ricercatori dell'Università dell'Arizona, per il momento, i calcoli degli studiosi tendono a escludere la possibilità che si tratti del cosiddetto decimo pianeta del Sistema Solare, anche perché come detto, le dimensioni (una via di mezzo tra quelle di Marte e Terra) non coincidono con quelle evidenziate dagli studi precedenti che concordano nella presenza di un pianeta avente massa pari a 10 volte la Terra. Siamo dunque in presenza di un nuovo pianeta?

La possibilità di osservare e studiare direttamente questo misterioso oggetto potrebbe presentarsi nei prossimi anni, quando sarà operativo il Large Synoptic Survey Telescope (LSST), che dovrebbe vedere la luce nel 2020. “Con questo nuovo telescopio ci aspettiamo d’incrementare il numero di corpi della fascia di Kuiper conosciuti, passando dagli attuali 2.000 ai circa 40.000”, conclude Renu Malhotra, altro firmatario della ricerca.

Stefano Nasetti

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