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Gobekli Tepe: Due pesi e due misure?

Alla fine dello scorso mese di Aprile 2017 sulla rivista sulla rivista Mediterranean Archaeology and Archaeometry è stato pubblicato uno studio effettuato due ricercatori della facoltà d’ingegneria dell’università scozzese di Edimburgo, Martins Sweatman e Dimitrios Tsikritsis su una delle steli conservata nel sito archeologico di Gobekli Tepe. Il sito è stato scoperto nel 1995, a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria. Gli degli scavi archeologici fin qui compiuti hanno portato alla luce quello che è tuttora considerato il sito megalitico più antico del pianeta, risalente all'inizio del Neolitico o alla fine del Mesolitico.

"[...] Qui è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra, realizzato tra il 10.500 e il 9.500 a.C., quindi oltre 5.000 anni prima di quella che era stata fin allora considerata la prima civiltà, quella Sumera.

Intorno all'8.000 a.C., il sito venne deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra portata dall'uomo.

Il sito si compone di quattro recinti circolari, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 15 tonnellate ciascuno, probabilmente scavati con l'utilizzo di strumenti in pietra, da una popolazione che non conosceva la ruota e non aveva scrittura. I recinti sono formati da circa 40 pietre a forma di T, che raggiungono i 3 m di altezza.

Per la maggior parte sono incise e vi sono raffigurati diversi animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali, vacche, scorpioni, formiche). Sono inoltre presenti elementi decorativi, come insiemi di punti e motivi geometrici. Nessuna traccia di piante o animali domestici è stata tuttavia rinvenuta negli scavi, e mancano inoltre resti di abitazioni. [...]" (brano dal libro il Lato oscuro della Luna).

Nel citato studio, i ricercatori dell'università scozzese di Edimburgo, hanno unito geologia, archeologia e paleo-astronomia e, grazie all'utilizzo di un software in grado di eseguire un virtuale viaggio indietro nel tempo, hanno potuto osservare come si mostra come si presentava il cielo circa 13.000 anni fa.  I due studiosi si sono concentrati in particolare sul pilastro n.43, la cosiddetta stele dell'avvoltoio (sulla cui parte bassa è raffigurato uno scorpione), una delle tante steli presenti nel sito considerato da alcuni ricercatori, come un osservatorio astronomico.

Partendo dal presupposto che le figure raffigurate su questa stele rappresentassero delle costellazioni, hanno voluto e verificare una loro teoria, secondo la quale il pilastro n.43 rappresenterebbe l'impatto sulla Terra di una cometa che, all'incirca nel 10.950 a.C. avrebbe colpito la terra.

La data non è casuale, perché corrisponde approssimativamente a quella di un importante evento registrato nei ghiacci della Groenlandia e probabilmente provocato dalla rottura di una cometa gigante all'interno del Sistema solare. Si suppone che i frammenti di una cometa colpirono la Terra, causando un vero e proprio cataclisma che la scomparsa di grandi specie animali e diede inizio a una mini era glaciale lunga più di un millennio alla fine della quale, con lo scioglimento dei ghiaccie e l'innalzamento del livello degli oceani, si originò forse la storia del diluvio presente non solo nella Bibbia, ma in diverse altre culture della Terra.

Nella descrizione di questa ipotesi, contenuta in oltre 18 pagine, i ricercatori sono riusciti ad abbinare i vari animali rappresentati sulla stele, alle varie costellazioni nel cielo, arrivando a determinare che la volta celeste ricomprendeva tutte queste costellazioni visibili da Gobekli Tepe nel 10.950 a. C.

In questa ricostruzione, l'unico animale che sembrava non corrispondere ad alcuna costellazione, era una volpe. I ricercatori hanno interpretato quindi questo simbolo, quale rappresentazione di una cometa, per via della lunga coda.

Su questa interpretazione si basa l'affermazione che nella Stele dell'avvoltoio a Gobekli Tepe, sarebbe raffigurato l'impatto proprio di quella cometa di cui i diversi appartenenti alla comunità scientifica ufficiale avevano ipotizzato l'esistenza in passato, a seguito dei dati "registrati" nei ghiacci della Groenlandia. La Stele dell'avvoltoio a Gobekli Tepe, sarebbe quindi una memoria di un evento catastrofico addirittura svoltosi un millennio o forse più, prima della costruzione del sito, tramandato oralmente di generazione in generazione, per poi essere rappresentato su uno dei tanti pilastri del sito megalitico. Una ipotesi molto affascinante ma nenache molto originale a dire il vero.

In realtà non è la prima volta che si avanza l'ipotesi che una cometa possa aver messo fine a diverse civiltà nel passato. Graham Hancock saggista e autore, ha scritto molti libri su questo tema e nell’ultimo, intitolato "Maghi degli dei: la saggezza dimenticata delle civiltà perdute, ha sostenuto proprio la tesi che intorno al 12.000 a.C. l’impatto di una cometa abbia posto fine a una società molto evoluta, che ha lasciato tracce di sé nella perfezione delle piramidi di Giza e in altri inspiegabili monumenti ciclopici sparsi per il pianeta.

Ovviamente essendo la tesi stata avanzata da una persona al di fuori della comunità scientifica ufficiale, non aveva trovato la giusta considerazione ed era stata fino ad ora sminuita.

La comunità scientifica è da sempre molto restia, se non addirittura riluttante, a prendere anche solo in considerazione, studi, ipotesi o addirittura affermazioni riguardanti la datazione di siti archeologici sulla base degli allineamenti astronomici.

Ormai quasi 5 lustri or sono, lo scrittore Robert Bauval mise in evidenza l'allineamento delle tre piramidi di Giza, con le stelle della costellazione di Orione. Dovettero passare diversi anni affinché l'ipotesi, ora considerata attendibile, fosse accettata.

In altri casi invece ciò non è avvenuto.

All'inizio del nuovo millennio nel territorio del Mozambico, "[...] È stata resa oggetto di studio, un’area che ricopre una superficie di circa 35.000 km quadrati e suddivisa in quattro aree archeologiche: Machadodorp, Waterval, Carolina, Badplaas; si tratterebbe di una grande città, che a quanto pare risalirebbe secondo il ricercatore Michael Tellinger e al suo collaboratore Johan Heine, a un’epoca che va da 160.000 a 200.000 anni fa (ben prima dell’ufficiale comparsa della prima civiltà umana riconosciuta come tale cioè il 4.000 a. C., e pressoché a ridosso della comparsa sulla Terra dell’homo sapiens circa 200-250.000 anni fa). La zona è ricca di miniere d’oro molto antiche, il che farebbe presumere che possa trattarsi di una città mineraria [...]la datazione che è stata stimata sul presupposto che tre tra i menhir presenti nell’area, siano stati allineati con il sorgere della cintura di Orione. [...]" (brano dal libro il Lato oscuro della Luna).

In questo caso, la datazione del sito con il criterio dell'allineamento astronomico non è stata ritenuta plausibile, perché avrebbe messo in discussione le datazioni riguardanti la comparsa dell'uomo e delle prime civiltà o avrebbe costretto la comunità scientifica a trovare risposta alla domanda: se non l'uomo, chi allora estraeva oro e metalli 200.000 anni fa?

Un altro esempio di datazione non riconosciuta di un sito attraverso l'allineamento astronomico è quello riguadante la Bolivia e le misteriose rovine di Tiahuanaco dove ritroviamo allineamenti astronomici sorprendenti. "[...] Nel secolo scorso, un archeologo boliviano notò che il primo giorno di ogni primavera, il Sole sorgeva esattamente al centro del tempio. Riuscì in seguito a dimostrare che tutto il complesso di Tiahuanaco era stato costruito come un osservatorio astronomico.  Sulla base di queste scoperte, fu possibile dare una datazione ufficiale al sito. Datazione che era contenuta in quell’intervallo di tempo (non oltre il 4.500 a.C.) che non contrastava con la storia ufficiale. Benché già accettata dall’archeologia ufficiale, nel prosieguo dei suoi studi, l’archeologo boliviano cercò conferme alla sua tesi ed alla conseguente datazione del sito. Dai primi calcoli effettuati dedusse che il primo giorno d’inverno e il primo di primavera, il sole sarebbe dovuto sorgere negli angoli del tempio ma effettivamente non era così.  Gli archeologi ufficiali dissero che si trattava di un errore fatto in fase di costruzione del tempio ma, considerando le incredibili capacità costruttive dimostrate dai costruttori di Tiahuanaco, che costruirono il sito con pietre di diverse tonnellate perfettamente allineate e messe in opera senza conoscere ruota e carrucole, affermare che i marcatori dei solstizi erano stati sistemati male, era un’ipotesi che non reggeva.  L’archeologo boliviano ricalcolando la diagonale degli angoli della porta attraverso la quale sorge il sole il primo giorno di primavera e tenendo conto della precessione della Terra, calcolò che il Sole sorgeva esattamente dove sono posti i marcatori dei solstizi, 17.000 anni fa. Oggi la data è stata corretta in 12.000 anni fa (circa 10.500 a.C.). [...]" (brano dal libro il Lato oscuro della Luna).

Anche in questo, così come in molti altri siti, torna una data molto vicina a quella oggi stimata dai ricercatori scozzesi nella loro interpretazione dei segni sulla stele di Gobekli Tepe. A differenza di quest'ultima ricerca però, le datazioni non sono state prese in considerazione dalla comunità scientifica ufficiale, perché in contrasto con l'assunto della teoria dominante che vuole non essere esistita alcuna civiltà precedente (sia umana che extraterrestre) in un tempo antecedente la prima civiltà, considerata quella Sumera nell'area della Mesopotamia. In moltissimi altri casi sparsi in tutto il mondo, l'interpretazione di raffigurazioni in modo molto più verosimile a ciò che i geoglifi o i graffiti raffigurano piuttosto che alle costellazioni (come nel caso di Gobekli Tepe), interpretazioni che chiamano in causa possibili visite extraterrestri, sono stati riegettati dalla comunità scientifica e ricondotti a semplici miti o leggende.

E' fuori di dubbio che il caso di Gobekli Tepe ha avuto un trattamento differente. Infatti il sito, molto meno raffinato di Tiahuanaco o delle Piramidi, è considerato come risalente all'era paleolitica, era in cui gli uomini erano ancora solo dei raccoglitori e cacciatori. Tutto ciò che è stato proposto dal recente studio pubblicato dalla rivista Mediterranean Archaeology and Archaeometry lo scorso mese di Aprile (2017) dunque, non è percepito come una minaccia, ma anzi considerata come un’interessante ed originale (ma abbiamo già detto che non lo è del tutto) teoria che ben si riallaccia o anzi conferma, le ricostruzioni storiche oggi considerate ufficiali, le uniche che corrispondono secondo gli scienziati tradizionalisti, alla realtà. Dunque il criterio di datazione di un evento o di una conoscenza antica, sulla base degli allinementi astronomici sembra essere considerata attendibile solo in alcune circostanze.

La prova dell'utilizzo di due pesi e due misure riguardo situazioni molto simili in tema di allineamenti astronomici e fatti storici o datazione di siti archeologici, si è avuta perciò proprio in questi giorni.

Tutti i precedenti studi e le ipotesi avanzate nel corso del tempo, per i motivi di cui ho sopra accennato e ho approfonditamente trattato anche in altre sedi diverse dal web, non hanno mai avuto alcun eco non solo presso la comunità scientifica ufficiale (che invece non ha perso occasione per declassare queste ipotesi a fantasie), ma neanche e soprattutto presso quei mass media da sempre vicini alle teorie tradizionali, mass media che sono considerati spesso (erroneamente) veri e propri punti di riferimento per le materie scientifiche.

In passato, nessuna di queste testate si è mai neanche lontanamente sognata di dare eco ad ipotesi basate su allineamenti astronomici solo perché non provenienti dalla classe scientifica accreditata (tra l’altro, quella riguardante l'interpretazione della stele di Gobekli Tepe appare, tra tutte, quella più ardita nelle interpretazioni dei simboli e meno scientifica, basando tutto sul presupposto che gli animali rappresentati siano costellazioni e soprattutto che la volpe raffigurata rappresenti una cometa). In molti altri studi poco pubblicizzati o addirittura considerati poco più che semplici congetture di autori o ricercatori in cerca di fama, sono invece presenti molti elementi "misurabili" (come ad esempio nel citato caso di Tiahauanaco, che ha quindi certamente un valore scientifico maggiore). In passato queste ricerche sono giunte a noi solo grazie ai liberi ricercatori e alle testate che si occupano di paleo archeologia, soggetti considerati troppo spesso ed a torto, solo divulgatori di pseudoscienza (ovviamente senza generalizzare nè in un caso nè nell'altro).

Prendete tutto questo, se preferite, solo come un'opinione personale. Non sta certamente a me valutare l'attendibilità di uno studio o di un'altro. Non è nenache la finalità di questo articolo stabilire o consigliare a lettura di alcune testate piuttosto che altre. Tuttavia non si può certo negare l'evidenza, ignorando tale ambiguo comportamento della comunità scientifica e delle testate ad essa asservite. Non si può continuare a pensare che ciò che viene diffuso dai mass media tradizionali sia la sola verità o realtà, nenache quando si parla di scienza, perché la scienza è gestita dagli uomini che non sono infallibili e spesso (e ancor peggio) perseguono altri fini.

Qui di sopra riporto le immagini di alcune delle tante testate tradizionaliste nazionali ed internazionali (ma possiamo certamente definirle mainstream) che hanno dato seguito e spazio alla teoria dei ricercatori dell'Università di Edimburgo e non alle altre, diffondendo oltretutto la notizia come se l'ipotesi avanzata fosse assoluta certezza (usando termini come "le prove..." o  "lo conferma...") e non solo una possibilità, dimostrando che spesso non si persegue la strada dell'informazione e della conoscenza, ma soltanto quella dell'accondiscendenza verso chi stabilisce a priori (e probabilmente a tutela d’interessi specifici) cosa sia vero e cosa no lo sia, a seconda delle circostanze, applicando anche in materia scientifica, due pesi e due misure.

Chiunque si pone come arbitro in materia di conoscenza è destinato a naufragare nella risata degli dei" (Albert Einstein)

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore

 

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Un Mini pianeta ... a pezzi che conferma gli scritti sumeri?

Nel numero di aprile 2017, la rivista Monthly Notice of the Royal Astronomical Society ha pubblicato una ricerca effettuata elaborando i dati raccolti dallo strumento X-SHOOTER, spettrografo montato sull’Unità 2 del Very Large Telescope dell’ESO (European Southern Observatory - l'organizzazione europea per le ricerche astronomiche nell'emisfero australe di cui fanno parte 16 Stati membri, insieme con lo Stato ospitante del Cile).

Le osservazioni condotte attraverso il telescopio cileno nel 2016, avevano come obiettivo quello di studiare i cosiddetti asteroidi troiani di Marte. Gli asteroidi troiani sono oggetti che condividono con un corpo celeste più grande (in questo caso il pianeta Marte) la stessa orbita eliocentrica, ma che non collidono con esso perché si trovano in un punto di equilibrio gravitazionale (chiamato punto di Lagrange). In questo punto le forze di attrazione del corpo maggiore (Marte) e del Sole si equivalgono e dunque, tali piccoli asteroidi rimangono come "sospesi" tra i due corpi più grandi.
Come sappiamo Marte, dopo Mercurio Venere e Terra, è l'ultimo dei pianeti "interni" del nostro sistema solare, diviso da Giove e dagli altri pianeti esterni da una fascia di asteroidi, la cui origine per la scienza ufficiale non è ancora stata chiarita.

Dalla fascia di asteroidi però, sono "fuggiti" alcuni corpi più piccoli, che si sono andati a disporre lungo le orbite di Marte e Giove. Sono appunto i corpi troiani.

Quelli associati a Marte sono soltanto 9, mentre Giove con la sua forza attrattiva maggiore, ne ha catturati addirittura 6.000. Quelli di Marte tra l'altro, sono gli unici oggetti troiani nel nostro sistema solare a orbitare attorno ad un pianeta roccioso, ad un pianeta "terrestre".

Sebbene la conoscenza dell'esistenza di questi corpi attorno a Marte sia stata scoperta nei primi anni '90, ormai 25 anni fa quando fu scoperto il primo di essi chiamato Eureka, fino ad oggi gli scienziati non ne avevano ancora definito con certezza l'origine.

Lo studio dei dati provenienti dallo spettrografo X-Shooter ha fornito nuovi elementi che hanno portato i ricercatori a formulare due possibili scenari, che però hanno un comun denominatore.

Il primo, giustifica la presenza della famiglia di Eureka con un’antica collisione asteroidale. I frammenti/relitto di quell’impatto drammatico si sarebbero collocati attorno ad al punto di Lagrange L5, formando il gruppo di troiani. Una seconda teoria assegna ad Eureka il ruolo di capostipite, un corpo asteroidale principale da cui si sarebbero staccati dei frammenti, rimasti imprigionati sulla stessa strada battuta dal progenitore.

Ma qual è il comun denominatore delle due ipotesi e cosa c'entrano i Sumeri?

Il comun denominatore tra questi scenari possibili, sta nella peculiarità, almeno secondo il recente studio, della firma genetica presente in questi oggetti.  I dati raccolti infatti, evidenziano che nei corpi troiani (Eureka compreso) attorno a Marte è presente un minerale silicato chiamato olivina.

 

Questo minerale, presente anche sulla Terra, generalmente si forma a determinate condizioni di temperatura e pressione tra il mantello e la crosta di oggetti molto più grandi. La diffusa presenza in questi oggetti troiani ha fatto supporre ai ricercatori, che questo minerale si sia formato da un singolo oggetto poi andato in pezzi, il che vorrebbe dire che i troiani di Marte sono tutti frammenti di materiale proveniente dal mantello di un antico pianetino andato distrutto durante uno scontro con un altro corpo celeste. La famiglia di Eureka costituirebbe dunque un unicum del Sistema Solare, il cui tratto distintivo sarebbe la presenza di olivina, minerale "spia" di un "patriarca" della mole di un mini pianeta che fa pensare appunto a una “nascita” da un singolo oggetto (forse un pianeta in miniatura) andato in pezzi.

E' proprio in questo punto che entrano in gioco i Sumeri, ma come?

Nelle tavole sumere conosciute come Enuma Elish, è narrata la creazione del nostro sistema solare, della Terra e dell'uomo (ne ho parlato diffusamente nel mio libro e in altri articoli precedenti). In quest’antico racconto sumero, reso celebre nei libri di Sitchin, si narra della creazione del binomio Terra-Luna, dovuto all'impatto tra un proto pianeta chiamato Tiamat che si scontrò con Kingu, una delle lune del pianeta Nibiru, il famoso pianeta dall'orbita ellittica dal quale i sumeri ritenevano provenissero gli Anunnaki, extraterrestri che attraverso una manipolazione genetica, diedero origine all'uomo. Da tale impatto cosmico si generò il binomio Terra-Luna mentre alcuni resti e detriti, sempre secondo gli scritti sumeri tradotti da Sitchin ormai oltre 40 anni fa, sarebbero poi andati a formare la cintura di asteroidi tra Marte e Giove.

Ora sappiamo che alla luce delle ultime scoperte, anche la comunità scientifica ha abbracciato la teoria dell'origine della Terra e della Luna, quale conseguenza di un impatto cosmico. Negli ultimi anni infatti, si sono succedute diverse ricerche accademiche ufficiali che avvalorano questa ipotesi, oggi considerata come spiegazione ufficiale più accreditata, sebbene con alcune differenze rispetto a quanto descritto nel poema Enuma Elish.

Sappiamo poi che, dopo averne negata per decenni anche solo l'ipotetica esistenza, oggi la scienza ufficiale ha accettato la possibilità dell'esistenza di un pianeta (che potrebbe non essere il solo) con un’orbita ellittica, esistente oltre Nettuno, tanto che si stanno compiendo nuovi studi per confermarne l'esistenza dopo che la sua possibile presenza è già stata confermata dai calcoli della variazione delle orbite dei corpi conosciuti più esterni al nostro sistema solare.

Infine, con l'ultima ricerca pubblicata sulla rivista Monthly Notice of the Royal Astronomical Society, oggi scopriamo che probabilmente i resti di una collisione cosmica sono presenti tra Marte e Giove, proprio lì, dove i Sumeri avevano indicato oltre 6.500 anni fa.

Che si vogliano o meno accettare le traduzioni di Sitchin, e al di là delle differenze che ci sono tra quanto narrato nelle tavole sumere e le conoscenze scientifiche odierne in merito alle modalità e ai tempi dell'impatto cosmico, nella durata e nella traiettoria dell'orbita di un 10° pianeta (Nibiru), in merito all'origine della fascia di asteroide, rimane il fatto che queste, che possiamo definire oggi conoscenze scientifiche, erano già di pubblico dominio al tempo dei Sumeri.

A questo punto, ogni persona con la mente aperta e di buon senso, dovrebbe quantomeno porsi la domanda: com’è possibile che delle popolazioni vissute diversi millenni fa, siano a conoscenza, sebbene in modo sommario, di tali avvenimenti e circostanze?

Non appare neanche lontanamente ipotizzabile, almeno stando a quanto ci viene di loro raccontato dalla storia ufficiale, che persone vissute fino a 4000 anni prima di Cristo, possano essersi inventate di sana pianta tutte queste cose e che casualmente, in un solo testo dunque di pura fantasia, ci siano così tanti riferimenti a ciò che realmente oggi stiamo scientificamente scoprendo e verificando.

Sembra assai più probabile che le storie presenti nell'Enuma Elish, storie che riguardano fatti ancora più antichi e che sono state quindi non vissute direttamente da quelle popolazioni ma, come esse stesse dicono, sono state tramandate a loro, forse oralmente prima di essere scritte, non siano altro che confuse memorie o narrazioni di fatti realmente accaduti. Non si può dunque non tenere conto di quanto scritto nell'Enuma Elish, anche riguardo la comparsa dell'uomo sulla Terra. Non si può non considerare le analogie tra i racconti sumeri e quelli di altre antiche civiltà presenti in altri luoghi e tempi sulla Terra. Non si può non considerare le analogie tra i racconti e i miti sumeri e i racconti della bibbia, l'epopea di Gilgamesh e la storia del diluvio di Noè ad esempio.

Comprendo bene che per i tradizionalisti, è difficile accettare che tutto ciò derivi da un possibile contatto extraterrestre avvenuto in passato, tuttavia ciò è scritto anche nella Bibbia. Per onestà intellettuale è doveroso prendere in considerazione tali evidenze. Ciò non significa che quanto scritto nelle tavole sumere o nei miti e leggende dei popoli antichi corrisponda esattamente alla verità, sia ben chiaro. Ignorare però tutto questo è sbagliato così quanto pensare invece che sia tutta fantasia. La storia ci insegna che la scienza spesso si è dovuta smentire e ammettere di aver commesso degli errori non vuol dire essere necessariamente in malafede. Lo si è quando invece si rimane della stessa opinione, conservando e proteggendo le teorie tradizionali, anche di fronte a nuovi e concreti elementi, provenienti da fonti autorevoli, come in questi casi.

Chiunque continui a ricondurre tutto ciò a semplici casualità, sminuisca i racconti sumeri declassandoli a semplici miti rifiutandosi aprioristicamente di valutare almeno la possibile presenza di elementi concreti, chiude se stesso in un mondo virtuale, figlio dell'indottrinamento teologico e degli interessi economici e scientifici dell'uomo, un mondo in cui non è importante conoscere la verità ma soltanto definirne una di comodo.

Per tutti coloro che invece hanno la mente aperta e sono disponibili a valutare la possibilità della verità, alla ricerca di un mondo che possa definirsi il più possibile reale, l'invito è quello di non smettere di porsi domande e di continuare a cercare e pretendere sempre risposte logiche e coerenti, cercando di farsi una propria idea valutando autonomamente quante più informazioni possibili.

Non posso insegnare nulla a nessuno, posso solo cercare di farli riflettere (Socrate.)

Stefano Nasetti

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L'hard Disk DNA contiene la nostra storia e le prove del contatto alieno?

Una nuova ricerca pubblicata su Science conferma scenari apparentemente fantascientifici.

Soltanto un paio di anni fa, nel mio libro Il Lato Oscuro della Luna, analizzando tra i molteplici argomenti trattati, anche le varie teorie riguardanti la nascita della vita, l'evoluzione umana o la possibilità scientifica riguardante l'ipotesi avanzata dai teorici degli antichi astronauti che sostengono " [...]che la prova di un antico contatto con civiltà provenienti da altri mondi, non si troverà in un manufatto o su un’iscrizione antica, ma nel nostro DNA...  [...]" mi sono trovato di fronte all'evidenza che si trattava di un'ipotesi tutt'altro che improbabile o antiscientifica.

Ripropongo sinteticamente soltanto alcuni estratti del libro in merito a questo tema, trattato nel libro in modo approfondito:

"[...]A chi leggendo questa ipotesi, può pensare che si tratti solamente di assurde spiegazioni fantascientifiche e che non si può manipolare in modo così mirato il DNA potenziandolo a tal punto da creare caratteristiche uniche e così determinanti per lo sviluppo di una forma di vita, si può semplicemente rispondere così: se oggi l’uomo è già in grado di fare cose simili, perché in passato una forma di vita più evoluta di noi non può averlo già fatto? Già, perché l’uomo è oggi in grado di fare questo. Lo conferma un articolo apparso sulla rivista Nature, alla quale è stata dedicata anche la copertina nel mese di Maggio 2014. L'istituto californiano Scripps è riuscito ad ottenere il primo organismo vivente con un DNA potenziato. Accanto alle tradizionali quattro lettere (A-T e C-G) che costituiscono il così detto “alfabeto della vita”, ne sono state aggiunte due, chiamate X e Y. È stata quindi ottenuta la prima forma di vita artificiale capace di riprodursi e tramandare il proprio DNA potenziato. In questa ennesima notizia che arriva da settori scientifici, possiamo forse trovare la conferma o la smentita dell’affermazione fatta dai teorici degli antichi astronauti, secondo cui la prova della manipolazione artificiale del nostro DNA, avvenuta per opera di entità extraterrestri, è probabilmente contenuta all’interno del nostro DNA.  [...] [...] Il nostro DNA, come detto, è stato quasi del tutto decifrato; ciò nonostante comprendiamo solo il 5% delle informazioni che contiene. I genetisti hanno stabilito che è sufficiente comunque soltanto il 5% del DNA umano per creare da esso, un altro essere umano e che il resto, quel 95% di DNA rimanente, si potrebbe definire, secondo i genetisti stessi, “spazzatura genetica” o “DNA di scarto”.  [...] [...]Tra l'altro non è detto che poiché non siamo in grado di decifrare il 95% del nostro DNA, questo non abbia alcuna funzione. La natura per come la conosciamo oggi è estremamente efficiente, pensare quindi che il 95% della nostra essenza rappresenti una sorta di “errore” appare almeno inverosimile. A conferma di ciò, nel Maggio del 2014 sulla rivista Nature, è stato reso noto il risultato delle ricerche dell'Università Johns Hopkins di Baltimora e dell'Università di Tecnologia di Monaco. Le due ricerche hanno consentito di mettere a punto quello che è stato definito “il primo catalogo completo delle proteine dell’uomo”. Il risultato, confrontabile per importanza alla pubblicazione della sequenza del genoma umano, ha individuato le proteine, che possono essere considerate i “libri” che compongono la “libreria” genetica. [...] [...]Nel novembre del 2014 la rivista Nature ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta dal genetista Evan Eichler, dell'Università' di Washington. Grazie ad una nuova tecnica di sequenziamento chiamata Smrt (Singola molecola e in tempo reale) è oggi possibile identificare mutazioni genetiche finora sconosciute ed avere accesso quindi ad un nuovo territorio di variazioni genetiche fino ad oggi ignoto. Questa nuova tecnica permetterà quindi di comprendere alcuni tratti di quel DNA considerato fino ad oggi spazzatura che, per una serie di limitazioni tecniche dovute ai metodi standard di sequenziamento, non potevano essere letti, ma che nasconde molte preziose informazioni. Potremmo quindi in futuro, riuscire a trovare in questi nuovi tratti del DNA, quelle prove di cui parlano i sostenitori della teoria degli antichi astronauti? Cosa importante da rilevare è come il DNA rappresenti la forma migliore di conservazione delle informazioni. Tanto è vero che è stato scientificamente dimostrato di recente, che il DNA è un mezzo di registrazione delle informazioni pressoché illimitate, più potente di tutti i computer del mondo messi insieme. Ipoteticamente, se volessimo registrare un messaggio eterno che possa essere decifrato da una creatura con un’intelligenza molto sviluppata da comprenderlo, il luogo migliore in cui riporre quel messaggio, non sarebbe un monumento o un testo che potrebbero essere spazzati via nel corso del tempo, ma il DNA della creatura stessa, che sarà quindi trasportato nel corso del tempo fin oltre la morte (sappiamo difatti che anche a distanza di migliaia di anni, in certe condizioni, è possibile che il DNA si conservi, anche solo parzialmente).  Sarebbe quindi possibile registrare l’intera conoscenza di una civiltà, nel DNA dei nostri corpi. Bisognerebbe solo avere un mezzo per accedere a queste informazioni ed essere poi in grado di decifrare il messaggio. Sì perché, nonostante le continue ricerche sulla mappatura del DNA di varie creature, uomo compreso, dal risultato di una ricerca effettuata dall’Istituto di genomica del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Science, sembrerebbe addirittura venir meno uno dei dogmi della biologia riguardo questo tema. La “lingua” con cui sono scritte le istruzioni della vita nel DNA potrebbe non essere una sola: l'idea di un codice genetico canonico composto da “parole” con lo stesso significato per ogni essere vivente, sembrerebbe vacillare. È stato infatti scoperto, che numerose forme di vita microscopiche hanno un DNA “non canonico”. Sin dalla comprensione della funzione della lunga molecola del DNA, si è ipotizzato che tutti gli organismi viventi della Terra utilizzassero la stessa tipologia di codice genetico, ossia che le “istruzioni” contenute nei geni fossero scritte mediante le stesse “parole”, una lingua, quindi, universale. Nuove tecniche di analisi genetiche hanno recentemente scoperto però, l'esistenza di eccezioni presenti in questa lingua. Lo studio guidato dai ricercatori statunitensi ha svolto analisi genetiche di alcuni microrganismi e i risultati hanno evidenziato che molti esseri viventi utilizzano diversi “vocabolari”, ossia si hanno molti casi in cui la stessa parola può avere significati differenti, in organismi diversi. [...] [...]Riuscire a leggere e comprendere e addirittura scrivere il DNA sembrava una follia, un’invenzione creata dai sostenitori della teoria degli antichi alieni per dare sostegno alla loro tesi. Quando quest’aspetto della teoria fu enunciato per la prima volta, oltre una decina di anni fa ormai, effettivamente sembrava un’ipotesi assurda, irreale se teniamo conto delle conoscenze scientifiche dell’epoca. A distanza di quasi 15 anni la scienza sembra ancora una volta, poter confermare questa possibilità. Nel novembre 2014 un gruppo di ricercatori coordinato dall'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT), ha reso noto i risultati di una ricerca poi pubblicati anche sulla rivista Science. I ricercatori statunitensi hanno creato degli “hard disk viventi”, ossia hanno modificato batteri di Escherichia coli in modo da renderli capaci di registrare nel DNA, i dati che acquisiscono dall'esterno. [...]" (brani tratti dal libro Il lato Oscuro della Luna.)

 

Se nel 2015 (anno di pubblicazione del libro) ci si era fermati a verificare tale possibilità soltanto sul DNA dei batteri, già nei mesi successivi in Gran Bretagna l’Istituto Europeo di Bioinformatica era stato capace di memorizzare alcuni sonetti di Shakespeare e altri dati sul genoma umano. La capacità di archiviazione però era assai limitata e il recupero dei dati non era stato completo a causa della presenza di alcuni errori generatesi in fase di scrittura o rilettura. Nel luglio del 2016, anche Microsoft interessata come molte altre aziende allo sfruttamento di tale nuova prospettiva tecnologica da utilizzare in campo informatico con i computer a DNA, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Washington, ha dichiarato di aver memorizzato 200 megabyte di dati su dei filamenti di DNA (non umano però).  

Una nuova e forse definitiva conferma, è arrivata questa volta dai ricercatori della Columbia University e del New York Genoma Center, ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica Science. Questo nuovo passo in avanti nello sfruttamento del DNA umano come hard disk, apre a nuove frontiere, ancora poco esplorate. L’acido, rispetto a un normale dispositivo di storage o hard disk, ha numerosi vantaggi: ha una capacità di archiviazione maggiore ed è più resistente.

I ricercatori americani hanno tradotto il codice binario delle informazioni digitali rappresentate dalla sequenza dei numeri 0 e 1, nelle lettere A, C, G, T utilizzate in genetica per codificare il DNA. Così facendo sono riusciti stavolta a svolgere delle operazioni informatiche usando il DNA al posto dell’hard disk. Gli scienziati, secondo quanto è stato da loro dichiarato, sono stati capaci di "salvare" un film francese del 1895, una Gift Card di Amazon e molti altri dati. L'eccezionalità del risultato sta nel fatto che i file presenti sui diversi filamenti di DNA sono stati recuperati senza nessun errore.

Mentre un normale hard disk da un terabyte pesa all’incirca 150 grammi. Un grammo di DNA potrebbe contenere, rispetto all’unità drive tradizionale, fino a 215 mila dati in più, dimostrando quindi possibile quanto già presente nell'estratto del libro che sopra riportato "[...] Ipoteticamente, se volessimo registrare un messaggio eterno che possa essere decifrato da una creatura con un’intelligenza molto sviluppata da comprenderlo, il luogo migliore in cui riporre quel messaggio, non sarebbe un monumento o un testo che potrebbero essere spazzati via nel corso del tempo, ma il DNA della creatura stessa, che sarà quindi trasportato nel corso del tempo fin oltre la morte (sappiamo difatti che anche a distanza di migliaia di anni, in certe condizioni, è possibile che il DNA si conservi, anche solo parzialmente) [...]"

Se fosse così utilizzato, anche solo con un piccolo frammento di DNA sarebbe sufficiente per conoscere vita, opere e miracoli di un essere vissuto miliardi di anni fa. E se qualcuno lo avesse già fatto con quel 95% di DNA considerato oggi dai genetisti solo "spazzatura" perché privo di un’apparente funzione?

Se ancora questa ipotesi, ancorché assolutamente scientifica e tecnologicamente alla nostra portata come dimostrano le ricerche fin qui citate, possa ancora risultare inverosimile, perché magari si ritiene (erroneamente) che provenga solo da appassionati di ufologia (come se tra l’altro la materia fosse qualcosa di assolutamente fantasioso, ma questo è un altro discorso), è sufficiente citare quanto affermato già nel 2013, in un articolo scritto da due genetisti che hanno lavorato per oltre 13 anni per il citato progetto Genoma Umano (quindi appartenenti alla comunità scientifica "ufficiale"). L'articolo poi è anche stato ripreso successivamente dalla rivista Icarus. ed ha poi trovato parecchio eco nei siti ufologici di tutto il mondo, che però si sono sempre e solo limitati a riportare stralci di tale articolo, senza dare un seguito all'argomento.

I due genetisti Maxim A. Makukov del Fesenkov Astrophysical Institute e Vladimir I. Shcherbak del al-Farabi Kazakh National University, nel loro articolo dal nome molto significativo "The “Wow! signal” of the terrestrial genetic code (il segnale Wow del codice genetico terrestre) che fa riferimento al famoso segnale radio denominato "Wow" intercettato dall'astronomo Jerry R. Ehman il 15 agosto 1977 dal Seti e proveniente dalla costellazione del Sagittario, i ricercatori affermano senza mezzi termini: "la nostra ipotesi è che una civiltà extraterrestre più avanzata fosse impegnata a creare una nuova vita ed impiantarla su vari pianeti. La Terra è solo uno di questi. Quel che vediamo nel nostro DNA è un programma che consiste in due versioni, un codice gigante strutturato ed un codice semplice o di base". Nello stesso articolo i due genetisti non escludono la possibilità che l'iniziale codice, possa essere poi stato implementato, riscritto o integrato nel corso del tempo da queste entità. Anche questa poteva sembrare un'ipotesi fantasiosa, ma sia nel libro che in quest'altro mio articolo di alcune settimane fa, è stata ampiamente evidenziata non solo tale possibilità scientifica, ma anche la nostra capacità tecnologica di fare questo, attraverso l'optogenetica o il controllo elettromagnetico dei geni, tutte tecniche che non contemplano un intervento "invasivo" o "fisico" nel senso tradizionale del termine.

Al di la di qualunque affermazione o convinzione personale sul tema e in attesa di riuscire a decifrare questo eventuale codice contenuto nel nostro DNA, la cosa certa è che questa ipotesi non può essere affatto scartata, né dal punto di vista scientifico né dal punto di vista teorico.  Cominciare a familiarizzare con l'idea che non siamo soli nell'universo, che la Terra è stata oggetto di visita in passato da extraterrestri e che questi potrebbero essere essi stessi gli attori principali non solo della nostra esistenza, ma della presenza stessa della vita nel nostro sistema solare è a questo punto doveroso per tutti.

Stefano Nasetti

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Uno scudo Magnetico per Marte

"[...] La Nasa sta programmando una missione umana su Marte entro il 2025 e sta seriamente studiando la possibilità, nei decenni successivi, di “riscaldare” il pianeta grazie all’emissione volontaria e specifica di alcuni gas serra, affinché si sciolga l’acqua presente e si inneschi un ciclo virtuoso atto a ricreare un’atmosfera che consenta nuovamente lo sviluppo di batteri, la crescita di piante e, in seguito anche di animali. Questo procedimento chiamato terraformazione di Marte ha lo scopo di arrivare ad una vera e propria colonizzazione del pianeta, non soltanto dell'uomo ma anche di altre specie animali e vegetali portate dalla Terra. Il progetto della Nasa non è l’unico esistente. Il ricercatore e imprenditore olandese Bas Lansdorp, nel 2012 ha annunciato il progetto Mars One che prevede la prima colonia umana su Marte già per il 2025. Un obiettivo ambizioso che non ha mancato di destare perplessità da parte del mondo scientifico ed etico, sia per i rischi connessi e sia perché la missione non prevede il ritorno dei coloni, tutti volontari. La colonia sarà composta da una sequenza di piccole cupole bianche nel rosso del suolo marziano, rifugi parzialmente interrati e protetti, in questo modo, dalle radiazioni solari, molto pericolose per i futuri coloni. Saranno i robot a costruire il primo avamposto marziano, con moduli parzialmente interrati, nei quali ciascun colono avrà a disposizione 50 metri quadri di spazio, nei quali organizzare sia il lavoro sia il tempo libero, una serra e il necessario a produrre acqua e ossigeno. La selezione degli oltre 200.000 volontari è già partita e, alla fine del 2015 saranno tra questi, individuati i 60 coloni (30 uomini e 30 donne) che dovrebbero lasciare a gruppi di 4, con partenze scaglionate a distanza di circa 2 anni a partire dal 2025, per sempre la Terra, dando vita negli anni seguenti, alla prima stirpe umana marziana [...]" (brano dal libro Il Lato Oscuro della Luna).

Secondo un nuovo studio della Planetary Science Division della NASA uno scudo magnetico tra Marte e il Sole permetterebbe al pianeta rosso di ricostituire e conservare la propria atmosfera, innescando una serie di effetti positivi per l'abitabilità, aumentando quindi le possibilità di successo della colonizzazione del pianeta rosso.

Jim Green, direttore della Planetary Science Division NASA, che con il suo team ha presentato questo studio durante il workshop Planetary Science Vision 2050 che si è tenuto a Washington dal 27 al 1° marzo, si potrebbe infatti, posizionare uno scudo magnetico dipolare nel punto di Lagrange L1 di Marte per creare una magnetosfera artificiale attorno al pianeta in grado di contrastare il vento solare. Ciò permetterebbe a Marte di conservare la propria atmosfera innescando una serie di effetti a catena 'positivi' per l'abitabilità.

I punti di Lagrange (chiamati punti di oscillazione), sono quei punti nello spazio in cui due corpi dotati di grande massa (come ad esempio due pianeti o una stella e un pianeta), tramite l'interazione della rispettiva forza gravitazionale, consentono ad un terzo corpo, dotato di massa molto inferiore, di rimanere in equilibrio stabile tra essi. In questi punti infatti, risulta perfettamente bilanciata e quindi nulla,  l’attrazione gravitazionale complessiva esercitata da due corpi celesti (nel nostro caso il Sole e Marte) cosicché un terzo corpo celeste minore quale un asteroide (o nel qual caso un oggetto comunque più piccolo come lo scudo magnetico dipolare) può assumere un'orbita stabile tra di essi.

Sembrerebbe uno dei tanti irrealistici, progetti di terraformazione di Marte. Il team di ricerca non è d'accordo e afferma che il concetto alla base dell'idea deriva dall'applicazione dei codici della fisica del plasma. Stando alle simulazioni effettuate in laboratorio dagli scienziati, una struttura gonfiabile potrebbe essere in grado di generare un campo magnetico dipolare di 1 o 2 Tesla, funzionando come uno scudo attivo contro il vento solare.

"[...] circa 3,3 miliardi di anni fa, Marte era caldo e umido, con condizioni molto simili a quelle della Terra oggi. I biologi credono che se Marte si è raffreddato molto più velocemente di altri pianeti, la vita potrebbe essersi sviluppata prima lì. Secondo gli astronomi, Marte sarebbe stato il candidato ideale per la nascita della vita nel nostro sistema solare. Infatti, arrivano continuamente sulla Terra, meteoriti o rocce di origine marziana, staccatesi dal pianeta a seguito dell’impatto di grandi asteroidi o comete, e gli scienziati sanno che queste rocce potrebbero trasportare microrganismi marziani. Un riscontro a questa possibilità si era già avuto nell’agosto del 1996, quando un’equipe di scienziati fece un annuncio incredibile: un meteorite marziano denominato ALH84001, rinvenuto in Antartide, contiene delle tracce fossilizzate di vita. All’interno di questa roccia, del peso di poco meno di due chili, sono presenti globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa. Questo confermò inizialmente, a tutta la comunità scientifica, anche agli scienziati più scettici e restii a riconoscere possibilità di vita extraterrestre, che anche su altri pianeti era ed è possibile la vita. C’è da dire che in seguito, un gruppo di scienziati riprodusse in laboratorio delle formazioni analoghe dimostrando che, quelle osservate sul meteorite marziano, potevano essere semplicemente strutture minerarie formatesi autonomamente in determinate condizioni di calore e pressione, mettendo quindi in dubbio la natura dei fossili osservati. Ad ogni modo, la scienza ha accertato che ogni anno, quasi mezza tonnellata di meteoriti provenienti da Marte, colpisce la Terra. Questa contaminazione incrociata tra Marte e la Terra, che solo 15-20 anni fa era considerata solo una folle congettura, ora è largamente accettata dagli astrobiologi, a conferma ancora una volta, che il progresso della scienza e lo sviluppo di nuove tecnologie potranno certamente in futuro, rivoluzionare completamente la visione che abbiamo oggi riguardo l’origine e l’evoluzione della nostra specie [...] Successive conferme sono giunte poi tra il dicembre del 2013 ed il gennaio 2014, a seguito della conclusione degli studi dei dati raccolti dal robot-labortorio Curiosity, inviato su Marte dalla Nasa con la missione Mars Science Laboratory, che aveva raggiunto sul suolo marziano, nel marzo del 2012, i suoi predecessori Spirit e Opportunity arrivati sul pianeta rosso nel 2004. È quindi stato confermato che circa 3,6 miliardi di anni fa, su Marte c’era tanta acqua liquida, con laghi che erano alimentati da fiumi che scorrevano in superficie e, con essa, tutti gli ingredienti necessari alla vita: gli oceani di Marte erano perciò in grado di ospitare la vita. La scoperta è stata pubblicata sulle pagine di Science da un gruppo di ricercatori coordinato dall’Università di Washington a Saint Luis. [...]" (brano dal libro Il Lato Oscuro della Luna).

Che Marte fosse in passato un pianeta abitabile è dunque oggi una teoria scientificamente accettata, e confermata anche dalle sonde Mars Express e MAVEN, che Marte, come la Terra, in origine possedesse un proprio campo magnetico, scomparso improvvisamente 4,2 miliardi di anni fa. Ciò avrebbe causato la graduale e inesorabile fuga di atmosfera sul pianeta, processo che nel giro di 500 milioni di anni ha trasformato un Marte caldo e umido nel luogo freddo e inospitale che conosciamo oggi. Un mondo in cui la vita non può prosperare, estremamente difficile da conquistare e colonizzare per l'uomo anche a causa delle forti radiazioni a cui questo sarebbe esposto.

Creare artificialmente una magnetosfera, darebbe a come risultato che l'atmosfera di Marte troverebbe un nuovo equilibrio. In primo luogo, secondo i calcoli, si registrerebbe un aumento medio della temperatura superficiale di circa 4 gradi centigradi. Ciò sarebbe sufficiente a sciogliere il rivestimento di ghiaccio di anidride carbonica sopra la calotta polare settentrionale. L'evaporazione della CO2 innescherebbe un effetto serra, riscaldando ulteriormente l'atmosfera e causando lo scioglimento dell'acqua ghiacciata nelle calotte polari, dove si stima sia imprigionato circa un settimo degli oceani che una volta scorrevano su Marte. Il pianeta rosso potrebbe così tornare ad essere un mondo abitabile più simile alla Terra o, forse sarebbe meglio dire, la vita sulla Terra potrebbe forse fare ritorno al suo luogo di origine (quanto meno nel nostro sistema solare), ipotesi tutt'altro che antiscientifica che chiama in causa la già citata teoria della panspermia (forse anche guidata) di cui ho già ampiamente dibattuto nel mio libro.

L'uomo ripercorrerà in un futuro molto prossimo, la strada già probabilmente intrapresa da altri esseri nel passato, quella cioè di colonizzare altri pianeti? La Terra sarà dunque per la prima volta il luogo di partenza di questo tipo di impresa, e non più di destinazione, come afferma la teoria degli antichi astronauti?

Il prossimo passo per il team di ricercatori della Planetary Science Division NASA, sarà quello di riesaminare le simulazioni per produrre una valutazione sui tempi necessari a innescare questi cambiamenti e, allo stesso tempo, di avviare uno studio di fattibilità per la realizzazione dello scudo.

Stefano Nasetti

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Proposta la mappatura del DNA dei Neonati

Potrebbe presto iniziare la schedatura sistematica del DNA di milioni di persone!

Sulla rivista Pedriatics, il consorzio Nsight finanziato dal National Institutes of Health (Nih), agenzia di primaria in portanza nel settore della salute facente capo al Governo degli Stati Uniti, ha aperto ufficialmente il dibattito su rischi e benefici di ottenere la mappa del DNA di tutti i neonati.

Al National Institutes of Health, fanno capo circa 27 istituti e centri specializzati che conducono ricerche in campo biomedico mentre al consorzio Nsight aderiscono genetisti di diverse università e ospedali pediatrici americani.

Il dibattito verte sull'opportunità di eseguire fin dalla nascita, oltre al consueto screening neonatale per malattie come la fibrosi cistica o l'anemia falciforme, anche la mappatura del DNA di ciascun neonato. Per questo intendono affrontare la questione insieme ai genitori, per stilare insieme un documento che diventi la base per definire eventuali linee guida sull'utilizzo dei dati genetici dei neonati.

Tale documento potrebbe poi diventare eventualmente la base per l'emanazione di opportune norme di regolamentazione a livello nazionale.

Il dibattito verte principalmente sull'evidenziazione dei vantaggi che tale procedura può portare in termini di diagnosi e prevenzione delle malattie. Difatti secondo gli esperti, la mappa del DNA dei neonati dovrebbe avere tre obiettivi principali: aiutare nelle diagnosi delle malattie, nella prevenzione ed essere una risorsa per l'assistenza sanitaria.

La questione non appare, almeno al momento, affrontata con il dovuto equilibrio, mettendo cioè sul piatto della bilancia, non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi in termini di privacy.

L'immagazzinamento del genoma di milioni di persone andrà a implementare, insieme ai dati di vario genere e di varia origine (sui quali rimando agli articoli già pubblicati in precedenza), il famoso big data, quell'insieme di dati digitali disseminati da vari su vari server sparsi per il mondo, apparentemente caotici e dunque inutilizzabili. Tuttavia l'ormai prossima entrata in uso dei super computer e dell'AI (Intelligenza Artificiale) costituirà una vera e propria minaccia alla privacy e ancor peggio alla libertà individuale di ciascuna persone. Il DNA alla pari dei dati biometrici, il cui uso è oggi e continuamente promosso attraverso la commercializzazione e l'invito a utilizzare password di tipo biometrico (scansione della retina, del volto, delle impronte digitali, riconoscimento vocale) è un dato troppo sensibile perché sia raccolto e archiviato in modo massivo.

Quando un criminale viene arrestato, oltre alle generalità, le forze dell'ordine provvedono a prendere impronte digitali, scattare fotografie e acquisire altri dati della persona in questione. In gergo si dice che la persona è schedata. Se la persona è indagata per un reato grave, i tribunali autorizzano anche il prelievo del DNA della persona sospettata. Recentemente in Italia è nata la Banca dati del DNA che era stata istituita con una legge nell’ormai lontano 30 giugno del 2009 dopo che l’Italia aveva aderito al Trattato di Prum del 2005 sulla cooperazione transfrontaliera per contrastare terrorismo, criminalità transfrontaliera e migrazione illegale. Con l'entrata in vigore di tale provvedimento (aprile 2016), per implementare la banca dati, potrà essere prelevato il DNA di chi viene arrestato in flagranza o sottoposto a fermo, di chi si trova in custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, dei detenuti condannati in via definitiva per delitti non colposi, di chi ha avuto una misura alternativa al carcere sempre per un delitto non colposo e di chi sconta una misura di sicurezza detentiva in via provvisoria o definitiva (quindi di fatto anche di chi non è stato ancora processato ma soltanto "fermato"). La legge ha disposto che il prelievo si applica sia ai maggiorenni che ai minorenni. Sono esclusi dal prelievo le persone condannate per tutti i reati non violenti, come quelli fallimentari, societari o tributari. 40 anni è il termine massimo per cancellare il profilo del DNA e 20 quello per distruggere il relativo campione biologico.

 Se qualcuno vi proponesse di farvi schedare, senza alcun tipo di ragione o motivo, voi accettereste?
Sono certo che la maggioranza delle persone risponderebbe di NO!

Eppure, senza che la maggioranza delle persone ne sia pienamente consapevole, ciò ormai avviene in modo silente e sistematico attraverso la promozione,secondo tecniche comunicative ben conosciute come quello della finestra di Overton, all'utilizzo delle tecnologie a cui ho fatto accenno precedentemente, che raccolgono tutti i dati presenti anche nelle procedure di schedatura dei detenuti ad eccezione del DNA.

Ovviamente per scopi pratici non è facile raccogliere e archiviare anche l'unico dato mancante (e forse il più importante) come il DNA di milioni di persone attraverso l'uso di queste tecnologie, dunque ecco che come funghi spuntano in continuazione decine di proposte o progetti che mirano a eseguire raccolte massive di DNA.

Nello scorso mese di aprile (2016) la rivista Nature nel suo sito, ha diffuso l'annuncio di uno dei maggiori gruppi farmaceutici del mondo, l'AstraZeneca, di ottenere la mappa del DNA di 2 milioni di persone entro i prossimi dieci anni. L'obiettivo dichiarato è quello di scoprire le sequenze d’informazione genetica legate a malattie e mettere a punto terapie su misura.

Tuttavia tale ricerca appare alquanto "particolare" per tutta una serie di motivi. Innanzitutto per la volontà dichiarata di raccogliere un numero d’informazioni così elevate per compiere degli studi. Solitamente infatti, nella ricerca anche medica, non viene mai raccolta una mole così elevata d’informazioni. Solitamente sono rarissimi gli studi medici condotti su decine di migliaia di persone, solo pochissimi studi medici poi, sono svolti su qualche migliaio di persone, la maggior parte su meno di mille persone, se non addirittura solo su qualche centinaio.

Ad esempio, nel marzo del 2015 la rivista Nature Genetics ha annunciato la conclusione del progetto durato oltre 15 anni, che ha portato alla creazione della più grande banca dati genetica di tutti i tempi. Il progetto realizzato dall'azienda DeCode Genetics, ha raccolto la mappa del DNA di appena 2.636 Islandesi. Nulla rispetto al progetto annunciato da AstraZeneca.

Nel dicembre del 2016 la rivista Nature ha pubblicato i dati genetici riguardanti 50.000 persone che avevano volontariamente aderito al progetto DiscovEHR dell'università di Stanford, e da Noura Abul-Husn, del centro genetico Regeneron. Sebbene notevolmente superiori a quelli del progetto della DeCode Genetics, 50.000 persone appaiono ancora poche rispetto all'ambizioso progetto dell'AstraZeneca.

La cosa appare ulteriormente anomala se si va ad analizzare il profilo di questa particolare azienda farmaceutica. L'AstraZeneca ha un passato non troppo limpido. È stata più volte condannata a pagare multe in USA per avere commercializzato illegalmente degli psicofarmaci, in Europa per  aver utilizzato il sistema dei brevetti e le procedure di commercializzazione per bloccare l'ingresso nel mercato di altre case farmaceutiche, è finita sotto inchiesta in Cina per un giro di tangenti, in Svezia per un conflitto di interessi tra i giurati e i vertici dell'azienda per l'attribuzione di un premio Nobel assegnato a Harald Zuer Huser per il suo lavoro sul papilloma virus, perché l'AstraZeneca è proprio l'azienda che produce i due lucrosi vaccini contro il virus, vaccini che molti medici raccomandano alle adolescenti che si affacciano alla vita sessuale. Un affare lucrosissimo. Infatti, era emerso che proprio due figure autorevoli nel processo di selezione di zur Hauser avessero legami strettissimi con la multinazionale farmaceutica. Infine nuovamente in Usa per la commercializzazione dell'iressa, un costoso farmaco rivelatosi poi inefficace, somministrato ai pazienti con cancro ai polmoni al fine di prolungare la loro sopravvivenza (l'elenco del resto degli scandali di varia entità e natura in cui è stata coinvolta questa azienda, lo trovate anche su Wikipedia).

Più volte in procinto di essere acquisita dal noto colosso farmaceutico Pfizer, la società britannica risulta una delle maggiori aziende titolari di brevetti sulle sementi OGM, dopo la famigerata Monsanto. Direi che pur volendo mettere da parte preconcetti di ogni sorta, ce n'è abbastanza da ritenere almeno "anomalo" questo progetto di sequenziamento massivo di DNA e domandarsi cosa veramente vuole farci l'AstraZeneca del DNA di 2 milioni di persone.

Tutti questi progetti di sequenziamento sono avvenuti, avvengono o avverranno al momento, necessariamente con il consenso delle persone ma ciò non è sufficiente per affermare, a parer mio, che questa pratica sia del tutto corretta in linea di principio. Questo perché il cosiddetto "consenso informato" non è proprio tale. Infatti, ci si limita a informare le persone circa la conservazione dei dati, "spingendo" molto al contempo sulla questione etica riguardante i vantaggi che l'utilizzo di questi dati potrà portare in termini di progresso scientifico e di possibilità di cura, non solo per la persona, ma per l'intero genere umano. Si fa principalmente leva quindi, sulla solidarietà e sulla possibilità di ciascuno di contribuire al benessere di tutti (un po' come avviene con le raccolte fondi per le ricerche o per fornire aiuti, che spesso mai arrivano, in casi di catastrofi naturali), omettendo i rischi connessi a possibili utilizzi fraudolenti di tali e preziose informazioni personali archiviate inevitabilmente su server connessi alla rete. D’altro canto, già nel 2013 a seguito dell'accordo tra il Centro per la sequenza del genoma umano del Bcm di Houston e le aziende DNAnexus, fornitrice di piattaforme di servizio, e Amazon Web Services, provider di nuvole informatiche, i dati riguardanti i DNA di oltre 14.000 individui sono stati messi on line a disposizione dei ricercatori. Per quanto si possa dire, nessun sistema informatico dall'invenzione del computer a oggi, si è mai rivelato inviolabile, e il prossimo avvento dei super computer certamente amplificherà questo rischio.

La raccolta dei dati provenienti dal sequenziamento del DNA di questi progetti di ricerca svolta da enti scientifici privati, viene integrata da quella effettuata e promossa dai vari Governi nazionali, in cui l'Italia non fa certamente eccezione.

La Legge di stabilità del 2016 (approvata dal Governo Renzi nel 2015) ha disposto l'istituzione di una banca pubblica per la mappatura del DNA con lo scopo di creare cure su misura, e per cercare di combattere e prevenire i tumori, le malattie cardiovascolari, e le patologie neurodegenerative. Il progetto prevede in 5 anni, con indagini genomiche a costi popolari, di ottenere il sequenziamento del DNA e di inserirlo nella cartella clinica di ciascun paziente.

Sebbene possa sembrare una cosa positiva, la questione presenta certamente delle controindicazioni, poiché i dati finirebbero prima o poi, inevitabilmente sul web dal momento che siamo nell'era della digitalizzazione, in cui anche l'Italia, sebbene con l'ormai proverbiale lentezza, sta informatizzando la gestione di qualunque dato riguardante i propri cittadini. Ma i cittadini sono stati correttamente informati anche sui potenziali rischi?

L'incrocio dei dati generici con quelli delle abitudini personali, possono essere utilizzati per modulare aspetti che possono incidere fortemente nella quotidianità. Ad esempio è possibile utilizzare tale complesso di dati per calcolare, ovviamente con un certo grado di approssimazione, le probabilità di ammalarsi o di contrarre una determinata malattia, in futuro. Se i dati finissero in mano a broker assicurativi, potrebbero essere utilizzati per stipulare polizze sulla salute o sulla vita a prezzi maggiorati o potrebbero indurre le compagnie assicurative a rifiutarsi di stipulare polizze o fornire determinati servizi. Sembra un'ipotesi assurda, ma è già accaduto!

Nel Regno Unito una società assicurativa filtrava i dati dei propri clienti presenti su Facebook. L'algoritmo che la compagnia di assicurazioni aveva messo a punto (secondo il Guardian) aveva lo scopo di analizzare i messaggi e le interazioni degli utenti per capire o meno la loro attitudine e tradurla in affidabilità o meno alla guida dell'auto. Ad esempio, un uso eccessivo di punti esclamativi sarebbe stato valutato negativamente, mentre messaggi brevi e con dettagli specifici sarebbero stati considerati un "plus". Tale pratica commerciale, che configurava una violazione della privacy, ha portato l’Open Rights Group, un'associazione anglosassone che si batte per i diritti digitali ,a richiedere la cancellazione (poi avvenuta) del profilo Facebook della compagnia assicurativa. Secondo l’Open Right Group "Pratiche così intrusive potrebbero portare a scelte contro alcuni gruppi sulla base di pregiudizi legati a razza, genere, religione o sessualità o perché i loro post in qualche modo li contraddistinguono come non convenzionali".

Anche i colossi dell'informatica si sono gettati nel business del sequenziamento genetico, tant'è che nel 2015 l’Apple ha annunciato che presto sarà disponibile un Kit per la raccolta volontaria in forma anonima del DNA dei propri clienti (oltre 750 milioni). L'obiettivo dell'Apple è sempre il solito, quello nobile di contribuire alla ricerca. Appare superfluo rimarcare che, avvenendo il tutto attraverso uno smartphone, appare alquanto complicato poter assicurare l'anonimato.

Affidare il DNA a un sistema che, pur con tutte le garanzie del caso, andrebbe a gestire i dati di milioni di persone, è qualcosa che solleva problematiche etiche fondamentali. Sebbene il profilo del concetto di privacy vada ormai sbiadendo, è pur vero che un qualche limite tutto ciò deve, presto o tardi, essere trovato.

La differenza è forse da individuarsi nella sensibilità dei dati raccolti, attinenti alla sfera più intima di ognuno di noi, dati che come dimostrano le applicazioni e strumenti tecnologici a cui sopra ho fatto accenno in riferimento ai precedenti articoli, vengono sovente e volentieri condivisi, sebbene in modo spesso molto superficiale e inconsapevole. La condivisione però avviene quando questa comporta un beneficio o una gratificazione, sebbene assai effimera, a chi li condivide. La domanda è: chi condividerebbe uno stato depressivo sfociato in un’obesità, chi andrebbe ad aggiungere un malus assicurativo a una non buona condizione di salute? Chi condividerebbe i dati riguardanti la sua probabilità di contrarre una malattia? Forse bisognerebbe ragionare anche su quest’aspetto. Limitare la ricerca nel nome della privacy è però il contrappeso giusto?

La risposta va cercata nella priorità e l'importanza che si da a taluni valori fondamentali. Il progresso e la ricerca scientifica sono più importanti della tutala della libertà individuale?

Mentre ciascuno di noi trova la propria risposta alla domanda, Jonathan Berg, della University of North Carolina, uno dei ricercatori aderenti al progetto di mappatura del DNA di tutti i neonati USA del consorzio Nsight finanziato dal National Institutes of Health, ha affrontato la questione affermando: "Una delle principali questioni di bioetica del nostro tempo è dove sia il confine tra la responsabilità di un genitore e il diritto di un bambino nel poter prendere decisioni su se stesso quando diventerà adulto. Pensano che si potrebbe violare l'autonomia del bambino o potenzialmente anche danneggiarlo se i genitori vengono a sapere troppe informazioni o intervengono troppo. Un esempio - ha rilevato Berg -, sono le malattie genetiche che si manifestano solo da adulti: il genitore ha egualmente il diritto di sapere che il suo bambino ospita il difetto genetico, anche se la malattia si sviluppa solo da adulti? Tuttavia -  ha aggiunto Berg - la tecnologia ci sta costringendo a prendere delle decisioni. Il costo economico del sequenziamento del genoma è precipitato negli ultimi anni e questo significa che il sistema sanitario e la comunità medica devono cominciare a capire fin da adesso come affrontare questo nuovo scenario". Se i ricercatori si pongono la questione già soltanto riguardo l'opportunità di far conoscere i dati genetici dei neonati ai dei genitori, figuriamoci se non sia legittimo porsi le domande di cui sopra in merito ai rischi che questi dati finiscano in rete e possano essere utilizzati nel modo sbagliato o per secondi fini.

La schedatura o meglio, la profilazione (per usare un termine politically correct) di massa è SEMPRE un qualcosa a cui guardare con molta diffidenza, perché chi possiede queste informazioni, controlla di fatto la tua vita.

Stefano Nasetti

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