Dove sono tutti quanti? Forse oggi abbiamo un'idea

“Dove sono tutti quanti?” Questa è ciò che si chiedeva, ormai settant’anni fa Enrico Fermi, conversando con alcuni colleghi riguardo la possibilità di vita intelligente extraterrestre. In molti hanno provato a rispondere alla domanda (che costituisce, di fatto, il famoso Paradosso di Fermi) che forse, potrebbe non avere neanche necessità di risposta se non si partisse da taluni preconcetti che sono propri, tra l’altro, della sua formulazione. Volendo in questa sede rimanere nell’ambito delle teorie scientifiche ufficiali e prevalenti (ma non per questo necessariamente esatte), se oggi non possiamo ancora indicare il luogo dove si annida la vita extraterrestre (o ancor meglio extrasolare), senza scontrarsi con l’ideologia della comunità scientifica (ma non con l’evidenza della Scienza), oggi abbiamo un’idea più precisa di dove poterla cercare.

Per noi, abitanti della Terra del XXI secolo, fin dagli esordi dei telescopi spaziali Harps e Kepler gli esopianeti non sono più una novità. A oggi (6 settembre 2019 ndr) gli esopianeti ufficialmente scoperti sono 4108. Più si scoprono nuovi esopianeti però, più appare difficile trovarne simili alla Terra, simili non per dimensioni o orbita ma per capacità di ospitare la vita. Un recente studio su The Astronomical Journal ha cercato di fare il punto.

Secondo Eric B. Ford, professore di astronomia e astrofisica a Penn State e uno dei leader del gruppo di ricerca “contare semplicemente esopianeti di una determinata dimensione o con una determinata distanza orbitale è fuorviante, poiché è molto più difficile trovare piccoli pianeti lontani dalla loro stella piuttosto che trovare pianeti grandi vicino alla loro stella”.

La stima del numero dei pianeti con un clima abbastanza temperato da avere acqua allo stato liquido in superficie si deve all'università della Pennsylvania, che ha utilizzato i dati del telescopio spaziale Kepler della Nasa.

Per superare quest’ostacolo, i ricercatori hanno progettato un nuovo modello che simula “universi” di stelle e pianeti e poi “osserva” questi universi simulati per determinare quanti pianeti sarebbero stati scoperti da Keplero in ciascun “universo”.

La missione di Keplero ha scoperto migliaia di piccoli pianeti, la maggior parte sono così lontani che è difficile per gli astronomi apprendere dettagli sulla loro composizione e atmosfere.

“Abbiamo utilizzato il catalogo finale dei pianeti identificati da Keplero e migliorato le proprietà stellari del satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea per costruire le nostre simulazioni”, ha dichiarato Danley Hsu, il primo autore dello studio. “Confrontando i risultati con i pianeti catalogati da Keplero, abbiamo caratterizzato il tasso di pianeti per stella e il modo in cui ciò dipende dalle dimensioni del pianeta e dalla distanza orbitale. Il nostro nuovo approccio ha permesso al team di spiegare diversi effetti che non erano stati inclusi negli studi precedenti”.

I risultati di questo studio sono particolarmente rilevanti per la pianificazione di future missioni spaziali per caratterizzare pianeti potenzialmente simili alla Terra.

Sulla base delle loro simulazioni, i ricercatori stimano che i pianeti di dimensioni molto vicine alla Terra, da tre quarti a una volta e mezza, con periodi orbitali che vanno da 237 a 500 giorni, sono circa uno ogni quattro stelle. In pratica, secondo i calcoli una stella simile al Sole ogni quattro potrebbe accogliere un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra.

Ok, ma quanti sarebbero i mondi potenzialmente abitabili simili nella sola nostra galassia? Il nuovo calcolo dei mondi potenzialmente abitabili costituisce una sorta di rivoluzione nello studio della Via Lattea e questo passo, rilevano gli autori della ricerca, sarebbe stato impossibile senza i dati del telescopio Kepler, che ha permesso di scoprire 2.600 pianeti nella Via Lattea e di capire che molti di essi sono simili alla Terra. L'analisi basata sui dati di Kepler, andato in pensione nell'ottobre 2018, "ha delle incertezze, ma fornisce una stima ragionevole di come i pianeti simili alla Terra nella nostra galassia siano compresi fra cinque e dieci miliardi", ha osservato il coordinatore della ricerca, Eric Ford.

La stima è considerata dagli esperti un passo importante per andare in cerca di possibili forme di vita aliena, per esempio indirizzando la 'caccia' del futuro cacciatore di mondi Wfirst (Wide-Field Infrared Survey Telescope) della Nasa, il cui lancio è in programma entro i prossimi dieci anni. "Avremo un ritorno decisamente maggiore dei nostri investimenti, sapendo dove andare a cercare", ha detto ancora Ford.

C’è inoltre da far rilevare come questo studio fornisca una stima molto limitata, poiché parte dal presupposto che la vita possa essersi sviluppata, o ancor meglio possa essere ospitata, soltanto su pianeti con caratteristiche simili alla Terra, che orbitano attorno a stelle simili al nostro Sole. Oggi però sappiamo che la vita non è una prerogativa esclusiva del nostro pianeta. Il movimento ideologico che permeava la comunità scientifica e rispondeva al quesito di Enrico Fermi, con la cosiddetta “ipotesi della rarità della Terra” deve ragionevolmente essere accantonato di fronte alle evidenze scientifiche raccolte negli ultimi vent’anni.

Il prossimo anno (2020) partiranno ben due missioni spaziali per cercare (altre) prove di vita attuale su Marte (evidenze di quella passata ne sono già state trovate, come vedremo e ascolteremo ufficialmente tra alcuni mesi). Sono in preparazione diverse missioni per il prossimo decennio alla ricerca di tracce di vita sulle lune ghiacciate di Giove e Saturno. Sappiamo, dunque, che la vita extraterrestre non è poi così improbabile com’è stato sempre ritenuto dalla comunità scientifica, fino nel recente passato. Al contempo le condizioni per la sua presenza altrove non sono circoscritte al ripetersi delle sole condizioni terrestri e non deve essere circoscritta ai soli pianeti rocciosi, ma anche ai miliardi di lune (il cui numero non è neanche minimamente stimabile a causa dei nostri limiti tecnologici che non ci consentono ancora di scoprirne in numero statisticamente sufficiente) che circondano sia i pianeti rocciosi sia quelli gassosi. Esistono poi pianeti (e un numero ancor maggiore di lune) che appartengono a sistemi con stelle di tipo diverso dal Sole, come ad esempio quelli che orbitano intorno a stelle nane rosse, stelle più fredde ma che si ritiene possano comunque garantire le condizioni necessarie al sostenimento di vita (e della sua eventuale evoluzione). Appartiene a questo tipo di sistemi stellari la maggioranza dei 4018 esopianeti fin qui scoperti, senza dimenticare che le stelle nane rosse sono quattro volte più numerose delle stelle simili al nostro Sole.

Se nelle simulazioni più recenti, come quella oggetto dello studio sopra menzionato, dovessimo aggiungere questi dati e queste variabili, verosimilmente raggiungeremmo numeri dieci, cento o mille volte più grandi di quelli determinati con i calcoli effettuati dagli scienziati della Pennsylvania. Analogo discorso può essere fatto per la famosa Equazione di Drake a cui spesso è contrapposto il Paradosso di Fermi. Anche in questo caso, portare i risultati dell’Equazione di Drake (che non sebbene complessa, non contempla tutte le possibilità sopra citate) come “prova” a sostegno dell’ipotesi extraterrestre, non costituisce elemento sufficiente e significativo.

Dal punto di vista esclusivamente ideologico (e non pratico, poiché sovente i “negazionisti” della vita extraterrestre disconoscono talune evidenze) quindi, la risoluzione della questione è molto più complessa di quella che la semplicistica contrapposizione tra Paradosso di Fermi ed Equazione di Drake fa apparire. Alla domanda “Dove sono tutti quanti?” oggi potremo rispondere, anche alla luce di questo studio, “Tutto a torno a noi”. È inutile rispondere a chi insiste nel dire non che non ci sono prove, ricordando che l’eventuale assenza di prove ( ma ce ne sono) non è prova d’assenza. Eppure talvolta, sarebbe sufficiente mettere da parte assurdi e ormai anacronistici “pensieri pseudoscientifici” (come quelli suggeriti da Fermi) e guardare un po’ più in la del proprio naso …

Stefano Nasetti

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