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Vita su Marte: dall’ossigeno nuovi indizi.

Che Marte un tempo possa esser stato, e possa essere ancora oggi un luogo favorevole alla vita è ormai un’ipotesi più che accreditata nella comunità scientifica, che trova sempre nuove conferme attraverso i dati inviati a terra da orbiter e rover sulla superficie del pianeta rosso che i ricercatori analizzano e studiano scrupolosamente. Per la prima volta nella storia dell'esplorazione dello spazio, gli strumenti del laboratorio marziano Curiosity hanno permesso agli scienziati di misurare i cambiamenti stagionali nei gas che riempiono l'aria direttamente sopra la superficie del cratere Gale su Marte.

In particolare, nel corso di tre anni marziani (quasi sei anni terrestri) lo strumento Sample Analysis at Mars (SAM) situato all'interno del rover Curiosity, al lavoro sul pianeta rosso dall’agosto 2012, ha "annusato" l'aria del cratere Gale e ne ha analizzato la composizione.

I ricercatori che lavorano alla missione, coordinati da Melissa Trainer, del Goddard Space Flight Center della Nasa, hanno pubblicato i primi risultati sul Journal of Geophysical Research: Planets.

La rilevazione in situ ha consentito da un lato di confermare quanto già si sapeva riguardo la composizione media dell’atmosfera marziana, dall’altra ha portato alla luce delle “anomalie” che potrebbero rappresentare una nuova conferma alla presenza, ancora oggi, di forme vita sul pianeta rosso. In particolare, ciò che è risultato anomalo è il comportamento dell’ossigeno. Ma procediamo per gradi.

Innanzitutto i risultati delle rilevazioni hanno confermato la composizione dell'atmosfera marziana in superficie, già nota in precedenza: 95 per cento in volume di anidride carbonica (CO2), 2,6 per cento azoto molecolare (N2), 1,9 per cento argon (Ar), 0,16 per cento ossigeno molecolare (O2) e monossido di carbonio (CO) 0,06 per cento.

Gli strumenti di Curiosity hanno anche rivelato che su Marte le molecole si mescolano e circolano nell'aria seguendo le variazioni della pressione durante tutto l'anno.

Questi cambiamenti sono causati dalla CO2: il gas si congela sui poli in inverno, riducendo così la pressione dell'aria in tutto il pianeta. Quando la CO2 evapora in primavera e in estate e si mescola su Marte, aumenta la pressione dell'aria. All'interno di quest’ambiente, gli scienziati hanno scoperto che l'azoto e l'argon seguono un modello stagionale prevedibile, crescendo e diminuendo in concentrazione nel cratere Gale durante tutto l'anno rispetto alla quantità di CO2 presente nell'aria.

In precedenza gli strumenti avevano rilevato le fluttuazioni stagionali del metano. Numerosi studi, nel corso degli ultimi mesi, hanno combinato diversi dati, riuscendo man mano a escludere possibili cause delle fluttuazioni del metano. Se inizialmente l’origine abiotica (vale a dire da processi chimico-geologici) sembrava essere la soluzione più probabile (o era considerata tale, forse perché preconcetta e conforme all'idea di un Marte inospitale), la valutazione di tutti i vari fattori a oggi noti, hanno, di fatto, lasciato sul tavolo la sola possibilità che il metano sia di origine biologica, originato da batteri ancora oggi presenti su Marte (leggi i precedenti articoli a riguardo, pubblicati su questo blog).

Nulla aveva mai fatto  pensare che anche altri gas potessero seguire le stesse fluttuazioni. La comunità scientifica riteneva che, come rilevato da Curiosity in precedenza, tutti i gas seguissero il modello stagionale prevedibile. Gli scienziati si aspettavano che l'ossigeno facesse lo stesso. Ma non è così. Infatti, lo studio appena pubblicato ha evidenziato che la quantità di ossigeno nell'aria è aumentata di ben il 30 per cento durante la primavera e l'estate, per poi tornare ai livelli previsti dalla chimica nota solo in autunno.

Questo schema si è ripetuto ogni primavera, anche se la quantità di ossigeno aggiunta all'atmosfera variava di anno in anno, suggerendo che qualcosa lo stia producendo, e qualcos’altro poi lo disperda.

E' così che è stato trovato sorprendentemente ossigeno, il gas che molte creature terrestri usano per respirare. Cone accennato, gli scienziati che studiano Marte, sono rimasti sorpresi nel costatare che la storia dell'ossigeno è curiosamente simile a quella del metano. Almeno occasionalmente, infatti, i due gas sembrano fluttuare in tandem. Il metano è presente costantemente nell'aria all'interno del cratere Gale in così piccole quantità (0,00000004 per cento in media) che è appena percettibile anche dagli strumenti più sensibili su Marte. Tuttavia, è stato misurato da SAM. Anche l’ossigeno quindi, si comporta in un modo che finora gli scienziati non sono stati in grado di spiegare attraverso alcun processo chimico noto.

"La prima volta che l'abbiamo visto, è stato strabiliante. Abbiamo visto questa sorprendente correlazione tra l’ossigeno molecolare e il metano per buona parte dell’anno marziano, e ci ha sorpreso molto”, ha spiegato Sushil Atreya, dell’Università americana del Michigan, ad Ann Arbor, tra gli autori dello studio. "Stiamo iniziando a vedere questa correlazione allettante tra metano e ossigeno per buona parte dell'anno su Marte. Penso che ci sia qualcosa perché nell’atmosfera non ci sono abbastanza atomi di ossigeno per creare il comportamento che osserviamo. I due fenomeni devono essere collegati, ma non so dire in che modo. Nessuno lo sa al momento”, ha continuato l’esperto. "Il fatto che il comportamento dell'ossigeno non sia perfettamente ripetibile ogni stagione ci fa pensare che non sia un problema che ha a che fare con la dinamica atmosferica. Deve essere una fonte chimica e un pozzo che non possiamo ancora spiegare" ha concluso.

Nuvole nel cielo di Marte catturate da Curiosity

I ricercatori continuano a prendere in considerazione ogni ipotesi. anche se non hanno prove convincenti della presenza di attività biologica su Marte. Curiosity non ha strumenti in grado di dire definitivamente se la fonte del metano o dell'ossigeno su Marte sia biologica o geologica.

L'ossigeno e il metano possono essere prodotti sia biologicamente (dai microbi, ad esempio) che abioticamente (dalla chimica relativa all'acqua e alle rocce).

Per il metano però, abbiamo già visto che, nonostante ci si limiti a dire che tutte le ipotesi sull’origine abiotica sono state scartate, non affermando ufficialmente e palesemente che l’unica scelta rimasta sul tavolo, è quella dell’origine biologica, non è poi rimasto molto da discutere, almeno sulla base dei dati fino ad oggi raccolti e analizzati.

Tenuto conto di questo e unendo quanto emerso in merito al metano a tutti gli altri studi scientifici pubblicati nel corso degli ultimi due decenni (che ho raccolto ed esposto nel mio ultimo libro) riguardo la reale situazione passata e presente del pianeta Marte, la possibilità che l’ossigeno, così come il metano, siano evidenza di una qualche attività biologica, ancora in atto sul pianeta rosso, sembrano ormai diventate delle probabilità più che delle possibilità.

È legittimo e doveroso pensare, a questo punto che non sia certamente un caso che solo pochi mesi fa, uno studio del California Institute of Technology (Caltech), pubblicato nell’ottobre 2018 su "Nature Geoscience", ha concluso che l'ossigeno si trova nell'acqua salata sotto la superficie del pianeta rosso, potrebbe supportare la vita di microorganismi e forme di vita anche più complesse.

Come ho già avuto modo di esporre in un precedente post, secondo i ricercatori e gran parte della comunità scientifica con questa "scoperta" lo scenario cambia completamente perché aumentano le probabilità che nell'acqua marziana ci siano le condizioni per ospitare microrganismi con un metabolismo basato sull'ossigeno. Gli scienziati del Caltech autori dello studio, hanno dichiarato: "Anche ai limiti delle incertezze, i nostri risultati suggeriscono che su Marte ci possono essere ambienti in superficie con sufficiente O2 disponibile per far respirare i microbi aerobici”. È dunque questa la soluzione al mistero delle fluttuazioni di metano e ossigeno nell’atmosfera marziana?

Maggiori dettagli potranno arrivare da due missioni in programma nel 2020: ExoMars 2020, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Mars 2020 della Nasa, che andranno a caccia di tracce di possibili forme di vita, presente o passata, su Marte. In particolare con la missione ESA-Roscomos ExoMars 2020 che effettuerà analisi geologiche e biochimiche del suolo marziano utilizzando un trapano costruito in Italia in grado di perforare la superficie del pianeta rosso fino a due metri di profondità. Obiettivo del rover europeo, le cui operazioni saranno guidate dal centro di controllo Rocc sito a Torino, sarà indagare non solo la presenza di eventuali condizioni favorevoli alla vita ma, come affermato dagli stessi scienziati, quello di trovare forme di vita e tracce della sua evoluzione!

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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Edward Snowden: nell'Area 51 non ci sono alieni, ma l’11 settembre …

Edward Snowden, l’ex tecnico informatico della CIA e collaboratore della NSA (National Security Agency), dopo una serie di libri e di film che hanno narrato la sua vicenda e la decisione di rivelare i programmi top-secret di sorveglianza di massa del governo americano, ha pubblicato (il 20 settembre scorso – 2019) un libro dal titolo “Permanent Record” (titolo italiano “Errore di sistema”), nel quale racconta la sua versione dello scandalo “Datagate” e il perché ha deciso di rivelare i piani (e non solo) di sorveglianza di massa messi in atto dal governo statunitense. Nel libro espone anche il suo punto di vista su molte altre vicende della storia recente americana e mondiale, opinioni maturate sulla base delle indagini da lui stesso effettuate, in anni di “consultazione” più o meno autorizzata, dei supersegreti server di NSA, CIA e FBI e di tutte le altre agenzie di Stato. I temi toccati vanno dagli attentati dell’11 settembre 2011, alle scie chimiche, passando per gli allunaggi, il cambiamento climatico e gli alieni nell’area 51. Cosa ha scoperto?

Iniziamo prima con il riassumere velocemente perché oggi il nome di Edward Snowden è conosciuto (o ci sia augura lo sia) in tutto il mondo e perché oggi è esiliato in Russia.

Snowden è abituato a nascondersi  fin da ragazzino, quando come hacker adolescente si era già dimostrato capace di entrare nei sistemi governativi. Da semplice tecnico informatico della CIA, la sua attività all’interno dell’apparato di intelligence governativa si intensifica dopo gli attentati dell'11 Settembre, quando decide di mettere a tempo pieno le sue abilità al servizio del Governo. Ad appena 22 anni, era già operativo con la licenza di maneggiare materiale Top Secret, lo stesso tipo di materiale, che alla fine, da analista della NSA (National Security Agency) farà trapelare per inchiodare gli Stati Uniti alle proprie responsabilità.

Durante la sua attività spionistica, terminata nel 2013, per conto dei servizi segreti statunitensi, Snowden si rese conto, infatti, che il governo USA sorvegliava illegalmente i cittadini statunitensi, europei e di altri paesi, in aperta e palese violazione di ogni accordo internazionale o legge costituzionale. Scoperto quell’abuso e dopo aver raccolto prove inoppugnabili, decise di collaborare con i giornalisti Glenn Greenwald, Laura Poitras, ed Ewen MacAskill, consegnando loro documenti classificati riguardanti i sistemi d’intercettazione e sorveglianza delle comunicazioni telefoniche e Internet, documenti che provavano inequivocabilmente le sue dichiarazioni.

Quando i quotidiani The Guardian, Washington Post, Der Spiegel e New York Times, iniziarono a pubblicare articoli basati su quel materiale da lui consegnato, Snowden si trovava in un albergo di Hong Kong, ma sentendo sul collo il fiato della CIA, fuggì. Nel giugno 2013, infatti, il Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America accusò Snowden di violazione dell’Espionage Act del 1917, cioè furto di proprietà del governo.

Con le sue rivelazioni, tutte documentate da prove tangibili e inoppugnabili, aveva mostrato al mondo il vero volto degli Stati Uniti. Altro che paese libero ed esempio di democrazia. L’attività di spionaggio di massa non si limitava alla ricerca di potenziali cellule terroristiche che potessero mettere a rischio la sicurezza nazionale, ma riguardava tutti. L’intera popolazione mondiale era potenzialmente e sostanzialmente, sotto controllo senza distinzione alcuna. Paesi “nemici”, paesi alleati, cittadini statunitensi, cittadini europei e di altri paesi, semplici cittadini, primi ministri, capi di stato e di governo, generali ed esponenti delle forze armate e di altri apparati d’intelligence di altri paesi, nessuno era al sicuro. Snowden dimostrò che già dal 2008, gli Stati Uniti potevano intercettare qualunque comunicazione, scritta o vocale, trasmessa con qualunque mezzo, telefono, fax, email, messaggi sui social. Gli Stati Uniti, infatti, erano (e sono tuttora) in grado di accedere e utilizzare qualunque sistema connesso alla rete. PC, smartphone e ogni altro dispositivo “smart” poteva (e può) essere attivato anche se spento e registrare conversazioni, girare filmati, e scattare foto utilizzando i microfoni contenuti nei dispositivi stessi, senza che il proprietario se ne potesse (e se ne possa) rendere conto.  Insomma, un vero e proprio “Grande Fratello” in stile Orwell. Le rivelazioni di Snowden sulle continue violazioni della privacy degli USA, portarono l'amministrazione Bush prima, e quell’Obama poi, a considerarlo un traditore e ad accusarlo di spionaggio per aver rivelato segreti di Stato.

Braccato dagli Stati Uniti, Snowden riuscì comunque a partire per Mosca, dove le autorità lo fermarono a causa del passaporto invalidato (che gli era stato annullato in contumacia dagli USA, nel tentativo di impedirgli la fuga), confinandolo nel terminal del Šeremet’evo airoport della capitale russa.

La scelta della Russia avvenne solo per mancanza di alternative, dato che tutti i Paesi occidentali e “democratici” (teoricamente), fra cui l'Italia, nonostante avessero ricevuto richiesta di asilo, glielo negarono (come confermato dallo stesso Snowden in un'intervista rilasciata a Roberto Saviano per la Repubblica a metà del 2019).

Dopo un mese di permanenza presso lo scalo aeroportuale, la Federazione Russa lo fece liberare e gli concesse il diritto di asilo temporaneo rinnovabile. Dal 2013 Edward Snowden vive in Russia, a Mosca, dove si è sposato ed è divenuto scrittore e giornalista.

All’epoca dei fatti, la vicenda dello spionaggio di cittadini europei da parte degli USA fece clamore, ma mediaticamente l’eco della vicenda si spese dopo poche settimane. Incredibilmente, nonostante Snowden abbia mostrato al mondo l’ipocrisia e l’inaffidabilità degli Stati Uniti, sacrificando la sua vita e agendo quindi a tutela di tutta la popolazione mondiale, in particolare anche di quella europea, i cui leader politici erano costantemente spiati dal subdolo e infido alleato americano, nessun cambiamento c’è stato nei rapporti diplomatici e commerciali con il paese natale di Snowden. Ancor peggio, Snowden è mal visto dai politici italiani e, a cascata da tutti i mass media mainstream che ne parlano di rado e malvolentieri. È chiaro che parlare di Snowden significherebbe dover poi, per coerenza, agire di conseguenza e diffidare di ogni cosa quando si intrattengono rapporti con gli Stati Uniti.

Come se nulla fosse, i politici italiani ed europei, si recano sovente oltre oceano, ben contenti di ricevere indicazioni sulle politiche da adottare, soprattutto in tema di politica estera, dimostrando chiaramente il rapporto di sudditanza verso gli Stati Uniti. Paradossalmente, anziché rivedere radicalmente i rapporti con lo zio Sam, i paesi europei, Italia in primis, sembrano invece aver adottato lo stesso sistema già in voga negli USA. La violazione della privacy in barba a qualunque legge o principio democratico, avviene sistematicamente ormai anche nel nostro paese (ne ho parlato su questo blog nell’articolo “Polizia di Stato o Stato di polizia?”). Tutte le persone di buon senso, a questo punto dovrebbero porsi delle domande, a partire dalla più importante: com’è possibile far finta di nulla e continuare a vivere sapendo che tutte le informazioni della nostra vita, le nostre foto, anche quelle più intime, le nostre chat di WhatsApp, le nostre ricerche su internet possano essere a disposizione dei governi (e anche imprese private)? Com’è possibile accettare che ogni nostro dispositivo connesso alla rete che può essere utilizzato per spiarci, spesso con la complicità delle aziende telefoniche? È assurdo e paradossale costatare come quotidianamente, miliardi di persone vivano la violazione della nostra privacy come un aspetto normale della propria vita, e non ci sia nessun politico che cerchi di contrastare realmente quest’abuso.

Nel libro appena pubblicato e divenuto subito un bestseller, Snowden fa nuove rivelazioni, toccando argomenti considerati, spesso a torto, complottismo. Dagli attentati dell’11 settembre 2001 agli allunaggi del 1969, per arrivare ai cambiamenti climatici, alle scie chimiche passando per i misteri dell’Area 51 sugli alieni. Sono molti i temi su cui l’ex agente CIA, esprime le sue opinioni, frutto dell’attività d’indagine effettuata ai tempi in cui era un agente attivo, e in cui poteva, più o meno liberamente o lecitamente, girovagare per i server delle varie agenzie statunitensi.

Alcune delle principali testate e agenzie giornalistiche italiane (Ansa, Agi, Aska news, SkyTG24, ecc.) hanno dedicato dei piccoli articoli annunciando l’uscita del libro nelle settimane precedenti. Ma pochissime tra quelle qui citate, hanno poi dedicato servizi al contenuto del libro, una volta pubblicato. Nei rari casi in cui lo hanno fatto, hanno selezionato con “cura” gli argomenti. Del resto è comprensibile che l’annuncio del l’uscita di un libro di un personaggio così importante trovi spazio nei media, ma sia chiaro, che ciò accade soltanto per scopi commerciali, per fare pubblicità del libro insomma, così come accade per tanti altri personaggi nostrani che vengono invitati in trasmissioni televisive soltanto per il lancio del proprio libro. Ci si dovrebbe interrogare sul perché poi, non è stato dato spazio alle questioni importanti, cioè alle dichiarazioni del libro stesso, che ricordiamo, non è un romanzo di fantasia. Il motivo della poca visibilità data alle dichiarazioni di Snowden è perché non sono gradite?

A conferma di quanto detto in precedenza, tra le cose scritte nel libro di Snowden che sembrano aver attratto l’attenzione dei pochi media che hanno ritenuto interessante le nuove rivelazioni, ci sono soltanto alcune informazioni, e non altre. La selezione delle informazioni rivelate da Snowden e il modo di presentarle, è estremamente indicativo dell’atteggiamento che i mass media mainstream hanno nei confronti dell’ex agente CIA e di taluni argomenti.

Snowden ha dichiarato nella prefazione del libro, e poi più recentemente (il 24 ottobre 2010) durante il podcast "The Joe Rogan Experience" (commentatore televisivo statunitense), che le difese informatiche a protezione dei server dove è andato a curiosare erano ridicole e per lui è stato abbastanza semplice potervi accedere (aspetto da tenere a mente).  Ma cosa ha detto Snowden di interessante?

Iniziamo con il puntualizzare che nel suo libro, Snowden fa delle affermazioni che possono essere considerate, nella maggioranza dei casi, semplici opinioni. Questo perché tali opinioni sono sì maturate sulla base dell’attività di ricerca che Snowden ha condotto, ma la ricerca non sempre ha dato i frutti sperati. Andiamo però con ordine, iniziando con l’affermazione che, a mio modesto parere, è quella più significativa e riguarda gli attentati dell’11 settembre 2001.

Snowden ha dichiarato di aver trovato evidenza oggettiva che nei giorni immediatamente prima degli eventi “terroristici” che hanno colpito gli Stati Uniti all’inizio del nuovo millennio, per motivi non chiari era stata comandata e disposta la sospensione delle attività spionistiche di tutte le agenzie d’intelligence. Nel libro, l’ex agente CIA s’interroga sul perché la rete spionistica statunitense fu tagliata fuori proprio alla vigilia di quel momento critico. Solitamente l’establishment statunitense, e tutti Governi occidentali e i mass-media mainstream relegano le varie ipotesi sul coinvolgimento degli apparati statunitensi negli attentati dell’11 settembre fatte in questi anni, a improbabili e congetturali teorie della cospirazione. Nel libro, Snowden dichiara apertamente di non avere intenzione di farsi coinvolgere in teorie cospirazioniste, pur continuando a domandarsi perché i direttori delle agenzie abbiano sospeso temporaneamente gli agenti in servizio proprio a ridosso degli attentati. Solo una casualità? È stata proprio l’analisi dei fatti di quei giorni a portarlo a convincimento che se gli agenti fossero stati in ascolto, gli attacchi avrebbero potuto essere prevenuti ed evitati. Dunque, sebbene non abbia trovato le prove di un coinvolgimento degli Stati Uniti nell’organizzazione degli attentati (come alcune teorie hanno supposto), le prove trovate da Snowden certificano quantomeno una responsabilità indiretta sugli accadimenti. Se Gli Stati Uniti non hanno organizzato loro stessi gli attentati, li hanno certamente non ostacolati e, dunque favoriti. La sospensione del servizio, il far si che le agenzie d’intelligence non potessero condividere le informazioni lavorando in rete, gettano dunque una luce nuova sulla vicenda.

Ha seguito di quanto accaduto l’11 settembre 2001, con l’emanazione dal Patriot Act (che ha legittimato la sorveglianza di massa e circoscritto le libertà democratiche e individuali dei cittadini americani e di riflesso di tutti gli altri paesi del mondo), si è susseguito quasi ventennio di guerre. Nel corso di questi anni, un fiume di denaro pubblico è affluito nelle tasche di appaltatori della difesa e politici guerrafondai, che hanno inventato prove per spingere i paesi alleati a partecipare a guerre immotivate, inutili e sanguinose. Veri e propri attacchi deliberati alla sovranità di altri stati. In base a questa evidenza, nel libro Snowden denuncia il fatto che nei tre rami del governo degli Stati Uniti sono presenti funzionari corrotti, che lungi dal sorvegliare l’operato delle agenzie appaltatrici della difesa, nascondono la verità al popolo americano. Gli iniziali sospetti di Snowden diventano dunque tutt’altro che illazioni.

Di tutto queste nuove informazioni e dichiarazioni contenute nel libro appena pubblicato da Snowden, i mass media mainstream non hanno fatto menzione. L’agenzia ANSA (la 5a agenzia giornalistica più importante al mondo, che “produce” notizie e “indirizza” buona parte della stampa italiana), non ha dedicato una sola parola alla questione. Le altre hanno preferito concentrarsi (ma Tra le testate italiane che ho citato in precedenza, soltanto l’AGI ha dedicato poche righe al contenuto del libro, ignorando la questione 11 settembre e scegliendo di concentrarsi su aspetti molto che appaiono meno importanti. Non perché questi temi lo siano in assoluto, ma piuttosto perché le dichiarazioni di Snowden sulle altre tematiche, non sono affatto rilevanti e/o non sono supportate da documenti che ha trovato. Le opinioni di Snowden su cui i pochi mass media mainstream interessati si sono concentrati riguardano si basano su quello che NON ha trovato.

AGI ad esempio (e tutti gli altri siti che con il classico “copia e incolla” hanno ripreso l’articolo), ha titolato il suo articolo così “Nell'Area 51 non ci sono alieni. Parola di Edward Snowden” per poi porre l’accento anche su altre questioni, con un taglio giornalistico molto significativo ad evidenza della finalità per cui, a differenza altre testate, abbia deciso di dare spazio all’inviso Snowden. Nell’articolo di Agi si legge infatti: “…"Non esistono alieni conservati dalla Nasa e sulla Luna, ci siamo andati davvero". Un brutto colpo per tutti i cospirazionisti arriva da Edward Snowden… a che aggiunge altre due "rivelazioni". "Il cambiamento climatico è reale, le scie chimiche no".  

Appare abbastanza chiaro che le appena 21 righe dedicate alla vicenda mirino ad accumunare strumentalmente teorie o visioni che non hanno alcun punto di contatto tra loro e che hanno sostenitori e gradi di veridicità o verosimiglianza completamente differenti, oltre al fatto che le opinioni (perché di questo si tratta) di Snowden non certificano nulla.

Si tratta quindi di un articolo redatto, se volessimo considerare la buona fede, con una visione preconcetta delle cose, un articolo che mira alla ricerca dei “bias di conferma” tipici degli analfabeti funzionali e degli irriflessivi ossequiosi delle autorità e delle verità di Stato.

Accumunare l’argomento “Alieni e Area 51” con la teoria dei finti Allunaggi del ’69, è un esercizio intellettualmente disonesto e scorretto. Così come lo è accumunare superficialmente la teoria della presunta negazione dei cambiamenti climatici, con quella delle scie chimiche.

C’è, infatti, da sottolineare come Snowden abbia maturato le sue idee sulla base di quello che ha trovato ma, soprattutto, di quello che non ha trovato. Anche in questo caso procediamo con ordine e per gradi.

Ha trovato evidenze e documenti che attestano gli allunaggi. La teoria dei falsi allunaggi è una teoria che, sebbene sia molto popolare (probabilmente perché rilanciata in occasione del cinquantesimo anniversario degli allunaggi che è ricorso quest’anno, nel 2019), è una teoria da sempre poco credibile. Il suo eventuale fascino o “credibilità”, termina immediatamente, non appena ci si addentra nelle nozioni di fisica, astronomia, astrofisica e ingegneria aerospaziale. Le evidenze che gli allunaggi siano reali sono talmente tante, da rendere abbastanza ovvio e scontato il fatto che Snowden abbia trovato evidenze e abbia fatto dichiarazioni in tal senso.

Medesimo discorso può essere fatto per quanto concerne il cambiamento climatico. Il cambiamento climatico è qualcosa di oggettivo che tutti possiamo constatare. Le teorie che discutono lo stesso sono diverse e variegate. Si va dalla negazione pura (ma che come detto lascia il tempo che trova) a quelle certamente più oggettive che non negano il cambiamento in sé, malo spiegano in modo scientificamente più plausibile di quanto comunemente è fatto dai politici, dai meteorologi (che non sono climatologi) e dai mass media mainstream. In queste teorie si sostiene solo l’evidenza scientifica della questione e cioè che il nostro pianeta ha sempre subito nel corso del tempo cambiamenti climatici, anche in periodi in cui l’uomo era assente o la sua attività non era significativa. Eventi naturali quali eruzioni vulcaniche, impatti asteroidali e, come oggi sappiamo (ma solo da pochi anni) soprattutto l’attività solare, influiscono in modo determinante sul clima terrestre. Il fatto che ci troviamo in un periodo di cambiamento è evidente, le teorie prevalenti in tema di discussione del cambiamento climatico, riguardano piuttosto la quantificazione dell’incidenza dell’attività antropica sul clima e, eventualmente quanto questo dipenda da attività involontarie (effetti collaterali dell’attività umana, inquinamento atmosferico, sfruttamento delle risorse, ecc.) e quanto invece dall’attuazione volontaria di sistemi di geoingegneria. Accumunare volutamente tutte queste teorie diverse come fossero una sola, e volendo ergere a rappresentativa solo la più assurda (quella della negazione) è chiaramente un esercizio intellettualmente disonesto, che mira soltanto a screditare ogni teoria non ufficiale.

Anche per il cambiamento climatico quindi, le dichiarazioni di Snowden non sorprendono, così come non sorprende che possa aver trovato documenti che evidenziano la situazione.

Ma ciò che sembra aver avuto maggior gradimento da parte dei media mainstream, sono certamente le dichiarazioni di Snowden riguardo agli alieni. Anche in questo caso però, le dichiarazioni sono state riportate in modo capzioso. Si è data enfasi al fatto che l’ex agente CIA abbia detto di non aver trovato nulla riguardo al fatto che nell’Area 51 ci fossero dischi volanti alieni o copri di alieni, così come di non aver trovato alcuna evidenza di contatti tra il governo americano e gli alieni. Non si stato riportato o è stata data meno enfasi, alla puntualizzazione fatta dallo stesso Snowden che ha, infatti, precisato che il fatto di non aver trovato nulla non significhi che le teorie (che poi tanto teorie non sono) sono false, aggiungendo che se fossero vere, il segreto è molto ben custodito.

Quest’ultima parte però, evidentemente non era funzionale, a confermare le verità di Stato a cui i mass media mainstream fanno riferimento, dunque la notizia è diventata che gli USA non hanno avuto contatti con alieni e non ne nascondono l’esistenza.

Abbiamo però detto, che è stato lo stesso Snowden ha dire che non bisogna giungere a conclusioni definitive e, in precedenza, ci aveva detto che l’accesso ai server su cui aveva cercato evidenze a queste teorie, avevano misure di sicurezza “ridicole” (cito testualmente).

Non dovrebbe sorprendere quindi, che Snowden non abbia trovato nulla a riguardo. Del resto quale modo migliore c’è di conservare un segreto oggi, se non quello di non farne copie digitali da conservare su dispositivi connessi alla rete? Non a caso la quasi totalità dei documenti emersi nel corso del tempo, documenti ufficiali divulgati dagli Stati Uniti e da molti altri paesi, nell’ambito del Free Of Information Act (FOIA), che attestano il fenomeno Ufo come un fenomeno reale, confermano l’esistenza di programmi segreti per lo studio degli stessi e della loro tecnologia, che attestano il recupero di dischi volanti precipitati, sono sempre rappresentati da fotocopie di documenti cartacei. Di documenti ufficiali ne esistono migliaia, lo sappiamo con certezza perché il governo USA li ha divulgati, di ciò non possiamo non tener conto quando formiamo la nostra opinione sulla vicenda, eppure Snowden non li ha trovati.

Solo poche settimane fa (settembre 2019) gli Stati Uniti hanno ufficialmente confermato l’autenticità dei filmati divulgati nel dicembre del 2017 (ripresi da aerei dell’aeronautica militare statunitense, che immortalano oggetti non identificati non terrestri), confermando al contempo l’esistenza del fenomeno UFO e di un nuovo (l’ennesimo) programma segreto (ne ho parlato in quest’articolo) nell’ambito del quale le riprese erano state compiute.

Più specificatamente, in merito all’attività nell’Area 51, c’è da ricordare poi alcuni aspetti. L’Area 51 è entrata a far parte della cronaca ufologica solo alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando l’ingegnere Bob Lazar rivelò di aver preso parte all’attività di retro ingegneria su dischi volanti presenti nella base di cui fino allora, molti ignoravano l’esistenza. Fino a quel momento, l’Area 51 era una base segreta sconosciuta al mondo, dove gli Stati Uniti, a partire dagli anni ’50, avevano sviluppato la tecnologia di veicoli per lo spionaggio durante la guerra fredda. All’indomani delle sue dichiarazioni, Bob Lazar fu screditato e cancellata qualunque traccia del suo lavoro nella base, tracce che avrebbero potuto avvalorare, agli occhi dell’opinione pubblica, i suoi racconti. Il Governo USA dichiarò che l’Area 51 non esisteva .La vicenda di Bob Lazar attrasse l’attenzione di molti e le immagini che testimoniavano l’esistenza della base e strane attività sui cieli della stessa si moltiplicarono di giorno in giorno. Successivamente con la nascita di internet, anche su Google Earth apparvero le immagini satellitari che attestavano l’esistenza dell’Area ’51 (ne ho parlato nel mio libro del 2015). Ciò nonostante, solo nel 2013, gli Stati Uniti ammisero pubblicamente l’esistenza dell’Area 51, pur precisando che fosse adibita solo a scopi militari.

Chi conosce un minimo la materia ufologica, sa che il clamore suscitato dal racconto di Lazar, spinsero verosimilmente gli USA a spostare l’eventuale attività di studio della tecnologia aliena in altri siti, già negli anni immediatamente successivi. Non è un caso che è proprio tra la metà degli anni ’70 e quella degli anni ’80, secondo quanto rivelato nei decenni passati da molti addetti ai lavori, l’eventuale attività su tecnologia aliena era stata quasi completamente spostata nella costruenda base sotterranea di Dulce, nel New Mexico (vedi quanto riportato sempre nel mio libro del 2015). È bene ricordare poi, che ci trovavamo in un’epoca in cui i computer avevano, capacità di memorizzazione e archiviazione ancora molto limitate e non esisteva internet. Ogni documento quindi era rigorosamente conservato esclusivamente su carta. Come poteva quindi Snowden trovare documenti digitali riguardo l’attività “aliena” nell’area 51 se tutta l’attività eventualmente in essa svolta, era stata spostata anni prima della “rivoluzione digitale” e dell’avvento d’internet, in altro loco? Come poteva Snowden trovare documenti digitali sull’attività dell’area 51, se questi probabilmente non esistono? È poi logico supporre che informazioni di questa portata non si trovino archiviate su server con sistemi di sicurezza “ridicoli” come detto dallo stesso Snowden. Se volessi celare un’informazione in modo sicuro, è chiaro che non ne farei copie digitali, e se decidessi di farne, le terrei solo su dispositivi che non hanno alcun tipo di possibilità di essere connessi alla rete. Solo così sarei certo di poter custodire i miei segreti e di poterne controllare l’accesso.

Facciamo un esempio. Supponiamo che Snowden volesse trovare in rete, o su un qualunque computer a essa connesso, la foto di mio nonno o del mio bisnonno (tutti scomparsi prima dell’avvento di internet). Per quanto Snowden sia un abile esperto informatico e possa disporre delle tecnologie in mano alla NSA alla CIA e al FBI, non riuscirebbe a trovare nulla, perché nessuna foto di questi miei parenti è stata mai presente in forma digitale. Ciò non significa che mio nonno o il mio bisnonno non siano esistiti, che tutti quelli che li ricordano e ne parlano non siano attendibili e raccontino il falso. Qualunque conclusione che affermasse il contrario, sarebbe certamente errata. Sebbene dunque, sia un concetto facile da comprendere, forse qualcuno ha difficoltà a contestualizzare gli eventi, è incapace di immaginare un mondo diverso da quello di oggi, si è dimenticato di come era il mondo solo poco più di un paio di decenni fa o, cosa più probabile, sta strumentalizzando Snowden e le sue dichiarazioni.

Per concludere, per quanto io ritenga serio e affidabile Snowden, penso sia sempre necessario ponderare la veridicità delle affermazioni di chiunque, in funzione di tutte quelle che sono le informazioni disponibili provenienti anche da altre fonti e già ufficialmente accertate, e non solo fermarsi a considerare l’attendibilità di quell’unica fonte. Viviamo in un mondo complesso e la realtà che incontriamo quotidianamente, lo è altrettanto. È sempre necessario incrociare i dati e le informazioni per cercare di capire la complessa realtà dei nostri giorni e avvicinarsi il più possibile alla verità.

Il modus operandi con il quale le dichiarazioni di Snowden sono state filtrate o addirittura ignorate dai mass media mainstream, denota chiaramente l’esistenza di un pensiero preconcetto su talune tematiche probabilmente considerate tutte fantasia. È chiaro altresì l’intento di utilizzare una figura antisistema come Snowden, per sminuire l’importanza di alcune tesi, accumunando in modo semplicistico e superficiale, alcune palesi e bizzarre teorie, con altre situazioni ben più strutturate, documentate e argomentate. Il fine è quello di dare credito alle verità di stato e supportare l’attendibilità delle Autorità politiche, militari, scientifiche, ecc. Insomma, tutto sembra essere stato fatto in modo da confermare la veridicità del proprio punto di vista, quello delle verità ufficiali. Per queste persone il mistero non esiste, le autorità agiscono sempre bene e nell’interesse dei cittadini, e gli uomini al poteri sono tutti onesti e incorruttibili. In questo idilliaco mondo, in cui ovviamente non c’è posto per chi prova ad utilizzare la propria testa, probabilmente esiste anche Babbo Natale, la fata del dentino e il coniglietto di pasqua, chissà. Giunti ormai alle porte del 2020, è abbastanza triste vedere ancora qualcuno che, tra compiacimento, soddisfazione e una buona dose di presunzione, pensa di riuscire ad imporre la propria "verità". Pensando a queste miserie prettamente umane, tornano alla mente le parole dello psicologo e filosofo austriaco (naturalizzato statunitense) Paul Watzlawick, che diceva: “La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà, è la più pericolosa delle illusioni”.

Stefano Nasetti

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Rosario Smart, anche il Vaticano entra nel mercato della raccolta dati e dell’hi-tech indossabile

Viviamo in un’era di raccolta dati. La rete, abbinata alla tecnologia wireless, ha creato la cosiddetta internet delle cose che ha, di fatto, messo fine alla privacy delle persone. Attraverso la moltitudine di oggetti smart oggi disponibili, le vite di miliardi di persone sono sorvegliate e controllate continuamente sotto ogni aspetto.

Il salto di “qualità” si è avuto con lo smartphone, vera e propria microspia che quasi ogni persona porta sempre con sé. Le app installate accedono a microfono e videocamera (registrando e scattando foto) e a qualunque altro dato presente non solo sul dispositivo, ma anche alle informazioni raccolte dai vari oggetti smart a esso connessi, o alle informazioni presenti negli account dei social network (Facebook, Linkedin, Istagram, Twitter e account google su tutti) nei quali le persone inseriscono quasi ogni aspetto delle loro vite, e che spesso sono utilizzati per “loggarsi” velocemente alle varie app, senza dover creare un nuovo account o digitare password. Nonostante che con cadenza quasi quotidiana, giungano notizie di continue violazioni dei server che conservano questi dati, delle norme di utilizzo delle informazioni raccolte da parte delle stesse aziende che ne avevano assicurato la tutela o, ancor peggio, delle autorità che dovevano vigilare, la maggioranza delle persone continua a utilizzare con superficialità la tecnologia smart. La tecnologia connessa alla rete sarebbe un ottimo modo per la diffusione d’idee e cultura, per discutere e trovare soluzione a problemi sociali e mondiali, invece è utilizzata prevalentemente per compiacere il proprio ego.

Il problema dunque non è la tecnologia in sé, ma l’uso che se ne fa. L’uso inconsapevole può avere conseguenze devastanti, sia dal punto di vista sociale, sia individuale. I dati condivisi dagli utenti hanno un enorme valore per molti settori industriali, per i governi e anche per la criminalità. Non parliamo semplicemente di username e password di conti bancari, ma d’informazioni molto più preziose e non modificabili in caso di furto, come i dati biometrici. Le persone però, sembrano ben gradire il fatto di essere “schedate” consegnando le proprie impronte digitali, la scansione della propria iride, la propria impronta vocale o i parametri del proprio volto.

Esiste un fiorente mercato della compravendita di dati. Ad alimentare questo mercato non sono soltanto i dati personali usati per scopi criminali, furti d’identità ecc., ma anche i dati sanitari (quelli che sono i più costosi da acquistare sul mercato) e tanti altri dati (abitudine di consumo, opinioni politiche, preferenze sessuali e religiose, dati di geolocalizzazione, ecc) considerati erroneamente meno importati rispetto a quelli di accesso a un conto bancario o di un numero di carta di credito. La possibilità di filtrare i dati per influenzare e controllare intere popolazioni è interesse di moltissime aziende e Governi (anche quelli che si definiscono “democratici”).

La Cina, secondo quanto emerso da un articolo del New York Times di febbraio 2019 (notizia che ha poi trovato diverse conferme nei mesi successivi), starebbe sorvegliando la popolazione uiguri (una minoranza presente n Cina) anche raccogliendo i loro campioni di dna e le impronte digitali, oltre a scansionarne il volto e la voce.

Tra il 2016 e il 2017, circa 36 milioni di persone hanno partecipato al programma noto come Esami per tutti: una sorta di specchietto per le allodole sfruttato, con la scusa di check-up sanitari, per effettuare una raccolta di dati sensibili, ampliando così il database informativo attraverso il quale la popolazione degli uiguri è tracciata e sorvegliata.

La raccolta del dna è stata eseguita utilizzando anche strumentazioni e competenze fornite da aziende e genetisti statunitensi.

“Il data banking obbligatorio dei dati anagrafici di una popolazione intera, incluso il dna, è una grave violazione delle norme internazionali sui diritti umani”, ha spiegato Sophie Richardson, direttrice di Human Rights Watch in Cina. “È ancora più inquietante se tutto questo è fatto di nascosto, sotto l’apparenza di un programma sanitario gratuito”.Secondo quanto scrive il sito Notizie Geopolitiche, “il controllo sulla popolazione ha raggiunto livelli inaccettabili: alle persone capita di essere costrette a sottoporsi a controlli di polizia più volte al giorno. Prima di accedere ai distributori di benzina, agli hotel e alle banche è necessario sottoporsi a procedimenti di riconoscimento facciale; le autorità hanno il potere di registrare in maniera arbitraria tutte le telefonate provenienti dall’estero e di obbligare privati cittadini a installare sul telefono un’app per controllare tutti i messaggi in entrata e in uscita”. Il distopico mondo di stampo orwelliano instaurato in alcune aree della Cina, non deve trarre in inganno, poiché non rappresenta certamente un inedito.

Gli Stati Uniti (come dimostrato già nel 2012 da Edward Snowden e confermato da altre informazioni emerse ufficialmente negli anni seguenti) non fanno già la stessa cosa da anni?
Gli USA, dal punto di vista della violazione dei diritti umani, dello sterminio delle minoranze, del controllo silenzioso della popolazione, della sistematica violazione della privacy, ecc, non hanno certamente nulla da apprendere da altri, essendo nei fatti (e non a parole) uno degli stati più antidemocratici che esistano.

La raccolta d’informazioni personali può essere sfruttata in vari modi e per vari scopi. Continuamente vengono inventati e messi sul mercato sempre più oggetti smart, in grado di carpire informazioni di vario genere, in modo da fornire a chi detiene i dati, notizie preziose sulle abitudini delle persone. Ciò consente di monitorare i propri interessi e adottare politiche, anche semplicemente comunicative, per conservare o acquisire nuove “quote di mercato” (e non mi riferisco propriamente e solo agli aspetti economici).

L'immagine depositata all'ufficio brevetti USA, dell'anello smart di Apple

In temi di nuovi oggetti smart, è notizia di poche settimane che Apple ha intenzione di spingersi oltre l'iPhone e l'Apple Watch, poiché in futuro potrebbe lanciare anche un anello smart. E' quanto si apprende da un brevetto pubblicato dall'ufficio brevetti americano (Uspto) in cui è descritto dall'azienda di Cupertino il funzionamento di un piccolo dispositivo da indossare al dito, in grado di monitorare l'attività fisica e di gestire diverse funzionalità. L'anello integra un processore, un microfono e un modulo wireless. E sono presenti alcuni sensori per la registrazione dei movimenti, una piccola superficie touch e una ghiera per l'accesso ad alcune funzioni. L'anello potrebbe essere impiegato anche per l'autenticazione biometrica e quindi ipoteticamente per lo sblocco di un altro dispositivo Apple senza il bisogno di digitare password.

Echo Loop, l'anello smart lanciato da Amazon

Non siamo neanche in questo caso, di fronte ad una novità assoluta. Amazon di recente ha lanciato Echo Loop, un anello intelligente che include l'assistente virtuale Alexa. Sfruttando lo smartphone dell’utente per la connettività, l’anello di Amazon, offre più o meno le stesse funzionalità di un “altoparlante intelligente” ma va messo al dito.

La maggioranza della sempre più ignara, distratta, superficiale e disinteressata popolazione mondiale, sembra ben gradire questi oggetti smart, sempre più piccoli e miniaturizzati. Una bella Finestra di Overton per l’accettazione di dispositivi impiantabili.

Secondo gli analisti dell’Idc (acronimo di International Data Corporation, la prima società mondiale specializzata in ricerche di mercato, servizi di consulenza e organizzazione di eventi nei settori ICT e dell’innovazione digitale), nel 2019 c’è stato in Europa un vero e proprio boom dell’hitech indossabile. Nel secondo trimestre, le consegne sono più che raddoppiate, con un incremento del 154% su base annua a quota 13,4 milioni di unità. A livello geografico, l'80% delle consegne si registra in Europa Occidentale. Il primo mercato è quello britannico. A seguire Francia e Germania, mentre l'Italia è quinta. Al quarto posto c'è la Russia, che mette a segno il tasso di crescita più alto. In generale, le consegne in Europa Orientale sono aumentate del 216%, a fronte del +145% dell'area occidentale. Tra i prodotti, a fare la parte del leone sono gli auricolari e le cuffie, che rappresentano il 52,3% del totale grazie a una crescita del 400%. Seguono gli orologi (26,7% del totale) e i bracciali (20,7%).

E se Apple guida saldamente la classifica delle aziende con più pezzi venduti in questo settore, precedendo nell’ordine Samsung, Fitbit, Garmin e Huawei, il terzo trimestre del 2019 ha visto l’ingresso diretto, in questo mercato, di uno degli stati più piccoli al mondo (in assoluto il più piccolo), ma più ricchi e potenti e influenti del mondo: il Vaticano.

Compresa l’importanza di raccogliere, detenere e gestire dati, lo Stato Pontificio, ha deciso di gettare le basi per un proprio progetto di controllo della popolazione, e ha lanciato sul mercato il primo “rosario Smart”, con un testimonial certamente d’eccezione: Jorge Mario Bergoglio. È stato lo stesso pontefice, Papa Francesco durante il suo viaggio a Panama nei mesi scorsi, a chiedere ai giovani di pregare per la pace nel mondo, tramite la rete Mondiale di Preghiera durante il Mese Missionario Straordinario.

La dichiarazione può essere oggi considerata una vera e propria mossa di marketing, propedeutica al lancio sul mercato dell’eRosary, presentato in Vaticano lo scorso 15 ottobre (2019) dal gesuita padre Frédéric Fornos, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa. “Negli ultimi anni, Papa Francesco ha chiesto soprattutto ai giovani di pregare il rosario per la pace nel mondo – recita la descrizione dell’App su Google Play Store - Click To Pray eRosary risponde a quest’appello con l'urgente necessità di pregare per un mondo che soffre profondamente di molti conflitti, divisioni e violenza. Il Click To Pray eRosary mira a raggiungere persone di tutte le età, ma soprattutto i giovani, che vivono principalmente in ambienti digitali. È un approccio pedagogico per imparare a recitare il rosario e pregare per la pace nel mondo”.

Già, perché come tutti sanno, come la storia insegna e come la stessa Chiesa Cattolica ha dimostrato nel corso dei secoli, è pregando che si può raggiungere quest’obiettivo … (ironia).

Dopo l’app DinDonDan (per Android e Apple), l’app che mostra le messe pianificate nella propria zona, dopo lo sbarco del Papa su Twitter, ecco l’ennesima mossa “smart” e “social” della Chiesa 3.0.

Connesso all’app gratuita “Click to Pray” il rosario smart (prodotto dalla Gadgetek – azienda consociata di Acer) si presenta come un elegante bracciale composto da dieci grani realizzati con ematite e agata nera, con una croce smart che memorizza i dati tecnologici dell’app connessa. Il dispositivo contiene un sensore giroscopico, tipo quello degli smartphone, e una CPU che fanno sì che il rosario smart si attivi dopo che i fedeli si sono fatti il segno della croce. Per ricaricarlo basta poggiarlo sulla sua stazione di ricarica (wireless).

“Conforme allo standard IP67 per l'impermeabilità alla polvere e all'acqua - (come si legge da Amazon - ottimo per l'uso quotidiano, nelle attività all'aperto ed anche nelle giornate di pioggia”), una volta attivata facendosi il segno della croce, permette di accedere ad audioguida, immagini esclusive e contenuti personalizzati in base al rosario scelto, da quello tradizionale, a quello contemplativo o tematico (di volta in volta per i giovani, per i migranti e i rifugiati, la Laudato si’, le missioni, ecc.) e quindi a quel punto pregare.

L’app naturalmente aggiornerà e memorizzerà tutti i dati e consentirà anche di raccogliere offerte in denaro che potranno essere elargiti dai “tecnologici e sempre connessi, fedelissimi di tutto il mondo”.

Il dispositivo già disponibile in Italia e in Europa, in vendita al momento solo sul sito ufficiale e in esclusiva su Amazon (attraverso il quale il Vaticano ci fa sapere che il dispositivo è unisex, ma non potrebbe essere altrimenti …) per la “modica” cifra di 99 euro, sarà commercializzato nelle Americhe e nel resto del mondo solo a partire dal 2020. Ma raccogliere i dati relativi alla frequenza delle preghiere, ai singoli bisogni delle persone, oltre che tutti i dati che si condividono automaticamente installando l’app ClickToPray sul proprio smartphone, e a quelli presenti sul proprio account social (se si sceglie di accedere con Facebook, o account Google), probabilmente non era ritenuto sufficiente.

Il Vaticano ha quindi pensato di inserire una funzione “health” per curare non solo lo spirito, ma anche il corpo. La “funzione terrena” – testuale – “aiuta gli utenti a tenere traccia della distanza da percorrere giornalmente, del conteggio dei passi, del calcolo delle calorie e di un promemoria per raggiungere l’obiettivo designato. Oltre alla preghiera quotidiana, il dispositivo registra e mostra i dati sulla tua salute, per incoraggiarti ad avere un migliore stile di vita - (migliore in base a cosa?) - Il tuo assistente per monitorare la tua salute”.

Insomma, un modo per tracciare anche altri comportamenti e gli spostamenti dei fedeli. Dovessero disertare qualche funzione, il Vaticano saprebbe dove andare a riprenderli. Chissà se in futuro sarà implementato con un contatore che indica i casi di pedofilia accertati. Chissà se il ricavato di questa nuovo prodotto “made in City of Vatican” sarà utilizzato per risarcire le vittime degli abusi sessuali perpetrati dai ministri del culto o se invece saranno impiegati per pagare gli onorari degli avvocati che li difendono nei processi.

Ironia a parte, con oltre 1 miliardo e 285 milioni di fedeli cattolici stimati (e un potenziale quasi doppio poiché i cristiani nel mondo sono circa 2,4 miliardi, un terzo della popolazione mondiale), con il rosario smart il Vaticano entra prepotentemente nel mercato della raccolta dati e nel business dell’hi-tech indossabile. Un business della fede che sembra per certi versi richiamare la vendita delle indulgenze che, nel 1521 diede origine alla riforma luterana e al protestantesimo. Questa volta però, in un’epoca di relativismo ed egocentrismo conclamato, in un modo in balia del consumismo più sfrenato, ormai storditi dalla continua e ipocrita propaganda buonista religiosa e politica, distratti dai gadget tecnologici e assuefatti alla commercializzazione di qualunque cosa, i fedeli probabilmente non protesteranno ma accoglieranno di buon grado (basta leggere alcune entusiastiche recensioni dell’App, già apparse su Google Play Store).

Indipendentemente da quale sarà il destino della chiesa cattolica e dello Stato Vaticano, di cui dovrebbe interessarci il giusto, bisognerebbe riflettere sul fatto che ogni soggetto pubblico o privato, autorità politica, economica o religiosa, che sia, è interessata ai dati delle persone. È bene ricordarsi che l’accentramento di troppe informazioni in poche mani, conferisce un potere quasi illimitato di questi “controllori” sui “controllati”, e non ci sarà divinità o qualunque altra superstizione nella quale confidare per la risoluzione di problemi che è la stessa popolazione sta generando. La tecnologia si evolve non solo in termini di raccolta ma, come avevo avuto modo di far presente diversi anni fa in un precedente articolo, anche nello sviluppo di nuovi e più efficienti sistemi di filtraggio. Si dovrebbe comprendere che a rischio ci sono democrazia, libertà e, in alcuni casi, anche la propria vita.

Continuare a utilizzare con superficialità queste tecnologie, ignorando tale rischio, è sintomo di un’immaturità sociale che non promette nulla di buono per il futuro. Continuiamo a illuderci di vivere in una società più progredita e socialmente più matura, solo perché la nostra tecnologia è superiore a quella di 30,50, 100 o 1.000 anni fa, ma non è così. Molte civiltà del passato, certamente tecnologicamente più arretrate di noi, avevano un maggiore equilibrio tra capacità tecnologica e consapevolezza sociale. Non può esserci alcun progresso sociale e tecnologico senza un’adeguata crescita culturale e di consapevolezza.

Stefano Nasetti

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Business dei vaccini: il vaccino per la dengue si dimostra più dannoso che utile

Gli scolari immunizzati con Dengvaxia accendono candele durante una protesta del febbraio 2018 a Manila

NB: La cronaca della vicenda che segue è tratta da un articolo apparso sul portale dell’autorevole rivista Science. Le informazioni di carattere medico e terapeutico sono tratte dai libri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e in particolare da WHO, Dengue Guidelines for Diagnosis, Treatment, Prevention and Control , Ginevra, World Health Organization, 2009, ISBN 92-4-154787-1, dal libro di Ranjit S, Kissoon N, Dengue hemorrhagic fever and shock syndromes, in Pediatr. Crit. Care Med., vol. 12, nº 1 e dallo studio di  Whitehorn J, Farrar J, Dengue, in Br. Med. Bull., vol. 95, 2010, pp. 161–73, DOI:10.1093/bmb/ldq019, PMID 20616106.

Esperti di medicina e sanità pubblica stanno discutendo su come aiutare il milione di persone, (per lo più bambini) che nelle Filippine, hanno ricevuto un nuovo vaccino contro la dengue e che, in alcuni casi, ha aumentato i rischi di morte anziché proteggerli dalla malattia. Ma cos’è la dengue?

La febbre dengue, nota ai più semplicemente come dengue, è una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue. Il virus esiste in cinque specie differenti (DENV-1, DENV-2, DENV-3, DENV-4, DENV-5). Così come accade per tutte le altre malattie infettive che meglio conosciamo anche in Italia (morbillo, rosolia, varicella, ecc.), anche nel caso della dengue generalmente la guarigione dall'infezione garantisce un'immunità a vita (ciò non avviene con i vaccini che garantiscono, nel migliore dei casi, un’immunità non superiore ai 5 anni, con le conseguenze che si è poi dipendenti a vita dal vaccino, se si vuole essere immuni) per quella specie di dengue, mentre comporta solamente una breve e non duratura immunità nei confronti delle altre varianti della malattia. L’eventuale e successiva infezione con un'altra specie di dengue comporta un aumento del rischio di complicanze gravi.

La malattia è trasmessa da zanzare del genere Aedes, in particolar modo la specie Aedes aegypti (detta anche “zanzara della febbre gialla”). Si manifesta con i sintomi classici delle comuni influenze (febbre, mal di testa, dolore muscolare e articolare) ma, a differenza di queste, sfoga anche con una caratteristica eruzione cutanea simile a quello del morbillo. Così come accade per il morbillo, la varicella e le altre malattie virali comuni anche nel nostro paese, la dengue di per sé solitamente non è mortale, ma lo può diventare se contratta da persone con uno stato di salute già provato o compromesso da altre malattie (ma ciò avviene, anche se una semplice influenza si somma a una polmonite, ad esempio). La maggior parte di chi contrae la dengue si riprende senza problemi, mentre la mortalità è dell'1–5% qualora non venga instaurato alcun regime terapeutico e inferiore all'1% nel caso di trattamento adeguato. Insomma, come anche nei casi delle malattie infettive che ben conosciamo, le classiche e adeguate cure e raccomandazioni, sono largamente sufficienti per superare la malattia e sviluppare un’immunità a vita, senza necessità di dover dipendere da farmaci (come i vaccini) per il resto della propria esistenza.

Solo in una piccola percentuale dei casi, infatti, la dengue provoca una febbre emorragica pericolosa per la vita, con un brusco calo della concentrazione di piastrine nel sangue, emorragie e perdita di liquidi, che può evolvere in shock circolatorio e morte.

A oggi non esistendo una vaccinazione efficace, la prevenzione si ottiene mediante l'eliminazione delle zanzare e del loro habitat, per limitare l'esposizione al rischio di trasmissione.

Tuttavia, nel 2016, un gruppo dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS)  ha approvato un nuovo vaccino ritenendolo idoneo per la somministrazione nella fascia di età compresa tra i 9 a 45 anni. Ciò ha portato il governo delle Filippine (forse per i motivi che tra poco vedremo) a lanciare una campagna di vaccinazione per i bambini in età scolare, contro il virus trasmesso dalle zanzare, inizialmente solo sull'isola di Luzon.

Un anno dopo circa, a novembre 2017, l’azienda produttrice e del vaccino Dengvaxia, la francese Sanofi Pasteur (che non aveva indicato alcuna precauzione particolare nella somministrazione del vaccino), si rende conto che i dati raccolti mostravano che i bambini sieronegativi che erano stati vaccinati avevano un aumentato rischio contrarre malattie gravi, indipendentemente dalla loro età, oltre al fatto che erano stati comunque infettati dal virus della dengue, nonostante la loro vaccinazione. A quel punto, la stessa Sanofi Pasteur e l’OMS hanno immediatamente raccomandato di non utilizzare più il vaccino Dengvaxia nei sieronegativi.

Resosi conto che era stata, di fatto, attuata e legalizzata una vera e propria sperimentazione di massa del vaccino sull’ignara popolazione delle Filippine, il governo fu costretto a interrompere la campagna di vaccinazione. In seguito, revocò la licenza alla Sanofi Pasteur per Dengvaxia (vicenda analoga a quanto accaduto in India riguardo ai vaccini, gli stessi adesso utilizzati in Italia, prodotti dalla britannica GSK GlaxoSmithKline, rivelatesi dannosi per la salute – almeno è quanto sostenuto dalle autorità indiane).  

I politici, funzionari sanitari e ricercatori filippini sono stati accusati di colludere con l'azienda affinché il prodotto (il primo per questa malattia e dunque senza concorrenti) arrivasse sul mercato. (anche qui troviamo un’analogia con quanto avvenuto in Italia con la condanna dell’allora Ministro della Salute De Lorenzo reo di aver percepito tangenti da numerose case farmaceutiche per”favorire” la commercializzazione dei loro prodotti, vaccini compresi, in Italia).  Nelle Filippine sono tuttora in corso azioni legali intentate da alcuni genitori, nei confronti di politici, funzionari sanitari e ricercatori, accusati di aver consentito la somministrazione del vaccino Dengvaxia, senza prima assicurarsi della non dannosità dello stesso, che avrebbe portato alla morte dei loro figli.

A oggi (ottobre 2019), trascorsi ormai circa due anni dal ritiro del vaccino, i ricercatori da sempre critici nei confronti del vaccino Dengvaxia, si stanno battendo affinché i ricercatori della Sanofi Pasteur, quelli pro vax e gli altri funzionari sanitari governativi, s’impegnino a cercare di identificare i bambini vaccinati con questo medicinale e che sono tuttora a maggior rischio di danno, attività d’identificazione che potrebbero salvare delle vite.

Come sovente accade, dopo aver lucrato e sperimentato ai danni dell’ignara popolazione, anche la Sanofi Pasteur si guarda bene dall’intraprendere azioni di ricerca che potrebbero ritorcerglisi contro. Accettare di condurre queste attività significherebbe ammettere implicitamente, la propria responsabilità riguardo ai danni provocati dal vaccino Dengvaxia, esponendo il colosso farmaceutico al rischio di un potenziale risarcimento di milioni di euro di danni.

La Sanofi Pasteur quindi, non ha in programma di condurre uno studio ampio e complesso, sebbene dichiari di seguire il destino di circa l'1% dei bambini vaccinati, da 5 anni. La mancanza d’interesse in ambito internazionale e il lassismo evidenziato dal governo Filippino in questa fase, hanno preoccupato il ricercatore (ormai in pensione) Scott Halstead, che ha lavorato per molti anni presso l'Uniformed Services University of the Health Sciences di Bethesda, nel Maryland. Halstead ha dichiarato al portale Science "Sono piuttosto allarmato dalla mancanza d’interesse verso il destino di queste persone”. Sebbene l’epidemia attualmente in corso nelle Filippine abbia fatto ammalare quasi 170.000 persone, probabilmente avrà un impatto limitato sulla frequenza di questo raro evento generato dagli effetti collaterali del Dengvaxia, poiché le vaccinazioni sono sospese dal 2017.

Ciò nonostante, Halstead ha calcolato che circa 500 bambini filippini ogni anno potrebbero sviluppare una grave dengue a causa della loro precedente vaccinazione con Dengvaxia.

Il pericolo deriva dal fatto che, come detto all’inizio dell’articolo, il virus della dengue ha quattro varianti distinte o sierotipi. Più di 40 anni fa, Halstead ha scoperto che le persone che avevano anticorpi contro un sierotipo avevano un rischio molto più elevato di sviluppare malattie potenzialmente letali, tra cui shock o febbre emorragica, se in seguito fossero state infettate da un secondo sierotipo. Il ricercatore statunitense ha spiegato che quest’aumento della dengue in forma grave, è causato da un insolito fenomeno immunitario chiamato potenziamento anticorpale (ADE). Halstead aveva per lungo tempo avvisato il governo e le autorità sanitarie Filippine e la stessa Sanofi Pasteur, che la Dengvaxia, che innesca la produzione di questi anticorpi, avrebbe potuto causare lo stesso effetto nelle persone non completamente protette dal vaccino. Tuttavia, forse gli interessi in gioco erano troppi, e le sue parole sono rimaste inascoltate, quasi le sue affermazioni fossero prive di fondamento. Forse per gli attori della vicenda, le vite umane non sono più importanti di altri interessi privati.

Tutto il mondo è paese e anche nelle Filippine, esistono persone che rispondono a logiche diverse e difendono interessi di lobby, tant’è che continuano addirittura i dibattiti sul fatto che l'ADE sia un fenomeno reale. Halstead sostiene che gli studi sugli effetti collaterali del vaccino Dengvaxia, condotti in 10 paesi, hanno confermato la sua preoccupazione: i bambini più piccoli, in particolare quelli di età compresa tra 2 e 5 anni, che non avevano anticorpi contro la dengue prima di ricevere il vaccino - i cosiddetti sieronegativi - erano a maggior rischio di finire in ospedale se avessero ricevuto il vaccino e avessero poi comunque contratto la dengue. Così come accade per molti vaccini, anche quelli commercializzati in Italia, non c’è garanzia di copertura al 100% verso quella specifica malattia. Nel caso del vaccino Dengvaxia contro la dengue, il medicinale offre solo circa il 60% di protezione.

Ormai, di fronte all’evidenza dei dati (e delle morti), anche la Sanofi Pasteur ha convenuto che il vaccino non dovrebbe essere usato in questa fascia di età, sebbene continui a sostenere (senza fornire elementi concreti a supporto) che l'ADE generato dal Dengvaxia, potrebbe non essere la causa dell'aumento delle malattie gravi.

Che il vaccino sia stato autorizzato, commercializzato e somministrato senza le adeguate verifiche, appare ormai evidente, anche quando s’intervistano ricercatori pro vax. “Sanofi segue la salute di oltre 10.000 bambini vaccinati nelle Filippine da 5 anni” afferma Cesar Mascareñas, che lavora negli affari medici globali presso l'ufficio di Città del Messico e che ripete, ancora una volta in modo quasi mnemonico, le dichiarazioni pubbliche di Sanofi Pasteur. Si lascia poi sfuggire queste parole, abbastanza eloquenti ”…Ma il loro sierato (Dengvaxia) prima della vaccinazione non è stato valutato, quindi Sanofi non saprà se chi sviluppa la dengue grave, sono stati messi a rischio più elevato dall'ADE generato dal vaccino”.

Leonila e Antonio Dans, epidemiologi clinici, lavorano all'Università delle Filippine a Manila, sostengono che ogni bambino vaccinato dovrebbe essere testato per identificare coloro che rimangono sieronegativi per il virus dengue. (Gli anticorpi innescati da virus sono distinti da quelli creati dalla vaccinazione, sebbene distinguere i due richiederebbe un test nuovo e complicato.)

Uno studio su 1500 bambini che hanno ricevuto il vaccino incriminato Dengvaxia sull'isola di Cebu, potrebbe potenzialmente offrire alcuni indizi sui rischi provocati dal medicinale. I ricercatori dello studio, parzialmente finanziati dal National Institutes of Health (NIH), hanno prelevato campioni di sangue prima dell'inizio della vaccinazione, in modo da poter determinare chi fosse sieronegativo. I test anticorpali potrebbero però, non fornire indicazioni rilevanti, poiché l'incidenza della dengue su Cebu è elevata, ed è probabile che meno di 200 bambini compresi in questo studio siano sfuggiti alle infezioni precedenti di dengue. Ciò significa che avrebbero già potuto sviluppare autonomamente delle difese immunitarie. “Ciò renderà ADE generata dal vaccino Dengvaxia difficile da rilevare”, afferma In-Kyu Yoon, che dirige il consorzio Global Dengue & Aedes-Transmiss Diseases a Bethesda ed è consulente dello studio.

Incredibilmente e nonostante i danni alla salute di migliaia di persone, alcuni medici nelle Filippine vorrebbero dare a Dengvaxia un'altra possibilità, nascondendosi dietro il fatto che il paese sta ora combattendo una grande epidemia. Sarà forse solo un caso, infatti, che l’azienda produttrice del vaccino Sanofi Pasteur, a fine luglio aveva lanciato un appello al governo affinché ridistribuisse il vaccino, da somministrare questa volta però, solo dopo test anticorpali. Vedere il ritrovato slancio verso l’utilizzo di un vaccino, da parte di alcuni medici nelle Filippine, all’indomani di un appello dell’unica casa farmaceutica produttrice del vaccino stesso è solo una coincidenza? Si sbaglia a vedere analogie con quanto successo in Italia riguardo all’introduzione dell’obbligo vaccinale, dopo incontri tra case farmaceutiche ed esponenti del governo allora in carica, il tutto supportato da una campagna mediatica senza precedenti che riportava di fantomatiche epidemie (di cui a oggi ancora non c’è traccia) sparse per la nostra penisola?

Torniamo alla vicenda in atto nelle Filippine.

Fortunatamente c’è anche un fronte del no, che antepone i valori umani e la vita delle persone agli interessi personali, motivando, tra l’altro, la propria posizione con argomenti scientifici assolutamente validi. Infatti, “Il vaccino Dengvaxia richiede tre dosi, da somministrare nell’arco di 1 anno, periodo troppo lungo perché abbia un impatto immediato sull’epidemia in atto” - dice Anthony Dans - “Non voglio vedere la storia ripetersi, e perciò la scelta sul riutilizzare o meno il vaccino non deve rappresentare un dilemma nell’immediato. Abbiamo avuto fretta in passato, e il vaccino al momento non è di alcuna utilità per l'attuale epidemia. Prendiamoci tutto il tempo necessario per valutare i reali benefici".

Nonostante l’attuale, ma non definitiva, messa al bando nelle Filippine, il Dengvaxia è ancora commercializzato in altre parti del mondo, sebbene con alcune “raccomandazioni”. La Food and Drug Administration degli Stati Uniti, ad esempio, il ​​1 ° maggio 2019 ha approvato il vaccino con severe restrizioni, limitandone l'uso a bambini di età compresa tra 9 e 16 anni, dopo adeguati test anticorpali, che e vivono in aree in cui il virus è endemico. Puerto Rico e una manciata di altri territori degli Stati Uniti hanno una dengue endemica.

Il NIAID (National Istitute of Allergy and Infectus Diseases) in collaborazione con l’Istituto Butantan, (un produttore senza scopo di lucro di prodotti immunobiologici per il Brasile), sta testando un nuovo vaccino contro la dengue. La sperimentazione (si spera questa volta trasparente e consapevole) sta avvenendo su larga scala, addirittura su circa 17.000 persone. Halsted sostiene che il nuovo vaccino potrebbe offrire protezione anche ai bambini filippini vaccinati e danneggiati oggi a rischio di ADE.

Se c’è una cosa che ci insegna questa vicenda, al di là di come la si pensi in tema di obbligo vaccinale, è che le autorità pubbliche non sempre prendono decisioni giuste e corrette nell’interesse della popolazione. I medicinali andrebbero assunti e somministrati solo in modo consapevole e solo quando è realmente necessario. Ogni medicinale ha effetti collaterali e contro indicazioni. Personalmente ritengo che dovrebbe spettare sempre al singolo individuo, informato in modo completo e trasparente, decidere cosa assumere o no per tutelare la propria salute.

Stefano Nasetti

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Nuovo studio: Venere abitabile per 3 miliardi di anni. Potrebbe aver ospitato la vita?

Mappa della superficie di Venere

Secondo un nuovo studio, condotto dal Nasa Goddard Institute of Space Science, Venere potrebbe aver avuto in passato e per un periodo lunghissimo, circa 3 miliardi di anni, temperature sufficientemente basse da permettere la presenza di acqua in superficie.  Appare legittimo dunque chiedersi: Venere in passato può aver ospitato la vita? L’ipotesi già considerata in passato dalla comunità scientifica, era stata però scartata per via della vicinanza del pianeta al Sole.

Venere, Terra e Marte, se non possono essere definiti pianeti “gemelli”, possono certamente essere considerati quantomeno pianeti “fratelli”. Sotto alcuni aspetti sono simili, si sono formati tutti nello stesso periodo, circa 4,5 miliardi di anni fa, e grossomodo con le stesse modalità (accrescimento). Venere è l’unico altro pianeta del nostro sistema solare, assieme alla Terra e Marte, a orbitare nella cosiddetta “fascia abitabile”, cioè né troppo lontano né troppo vicino alla nostra stella, il Sole, alla distanza giusta insomma, per avere acqua allo stato liquido sulla sua superficie. Ciò nonostante, oggi osserviamo però, tre situazioni completamente diverse.

La Terra, lo sappiamo con certezza, dopo il suo raffreddamento avvenuto circa 3,9/4 miliardi di anni fa, ha poi presentato condizioni favorevoli alla vita, alternando periodi glaciali a periodi più caldi, periodi con più ossigeno in atmosfera a periodi con ossigeno molto scarso. La vita qui ha attecchito in pratica subito, non è chiaro come sia apparsa (probabilmente giunta dall’esterno tramite panspermia oppure, meno probabilmente nata spontaneamente dal nulla), ma ha prosperato e si è evoluta in miliardi di forme diverse.

Su Marte, che tra i tre pianeti è quello che orbita più lontano dal Sole ed è anche il più piccolo (circa il 40% degli altri due), ha certamente un presente completamente diverso dalla Terra e da Venere. Tuttavia oggi sappiamo che il suo passato è stato, con ogni probabilità, molto simile a quello della Terra. Sappiamo che, considerata la maggior distanza dal Sole e le minori dimensioni, si è raffreddato verosimilmente prima della Terra, cioè già 4,2 miliardi di anni fa e ha dunque presentato condizioni per ospitare la vita almeno 250 milioni di anni prima del nostro pianeta. Grazie ai dati raccolti in questi ultimi anni dalle sonde orbitali, dai lander e dai rover, decine di studi hanno dimostrato che anche Marte ha avuto periodi caldi e umidi, alternati a periodi più freddi e secchi. Se delle tracce lasciate dai fiumi, dai laghi e dagli oceani su Marte, non ci sono dubbi, oggi sappiamo che nel sottosuolo l’acqua è ancora presente ovunque sul pianeta rosso. Grazie sempre alle stesse missioni, ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che Marte abbia ospitato forme di vita (fatto ancora poco noto e poco divulgato all’opinione pubblica), tant’è che l’interrogativo più grande della comunità scientifica oggi, riguarda se Marte ospiti ancora forme di vita, se queste si siano evolute e in che forma. Già, perché alcuni studi, infatti, hanno concluso che grandi oceani (e comunque grandi bacini di acqua liquida) erano presenti sul pianeta rosso ancora solo 200.000 anni fa! Da 4,2 miliardi di anni fa ad appena 200.000, c’è n’è stato di tempo per considerare un’eventuale evoluzione di forme di vita marziana. Altri studi hanno recentemente rivalutato e riconsiderato, alla luce di tutto questo, la possibilità che la vita sia apparsa su Marte ancor prima che sulla Terra, e che quest’ultima sia giunta proprio dal pianeta rosso attraverso un processo chiamato litopanspermia. Oggi però, Marte non presente un clima temperato e umido come la Terra, ma notevolmente freddo, con temperature che oscillano tra i + 20°C di giorno e i -110°C durante la notte.

Venere come appare oggi

Venere, che è il pianeta tra i tre che orbita più vicino al Sole, pare aver avuto un destino certamente diverso. Secondo la teoria prevalente in ambito astronomico, Venere di dimensioni simili alla Terra, si dovrebbe essere raffreddato più lentamente (data la minor distanza dal Sole) e presentato quindi una crosta solida, presumibilmente circa 3,7 miliardi di anni fa. Se ci dovessimo fermare alle apparenze, dovremmo però concludere, come fecero gli scienziati decenni or sono, che le condizioni che oggi presenta, sono incontrovertibilmente non idonee alla vita, almeno quella di tipo terrestre. Con un’atmosfera molto densa che determina una pressione al suolo di quasi 90 atmosfere, un vento a livello del suolo quasi assente (venti forti ci sono solo a quote elevate) e temperature superficiali che si aggirano attorno ai 450 °C, Venere non presenta alcun oceano o specchio di acqua liquida. Oggi Venere ci appare certamente inospitale.

Eppure, così com’e stato anche per Marte, grazie a nuove scoperte, a nuovi dati o alla rielaborazione di quelli già raccolti alla luce delle nostre nuove tecnologie e conoscenze, questa idea potrebbe dover essere accantonata.

L’esplorazione di Venere è stata forse ancor più intensa di quella di Marte, sebbene questa si sia concentrata soprattutto nelle prime fasi della corsa allo spazio (quella di Marte prevalentemente negli ultimi 20 anni).

Dal 1961 (anno della prima missione) a oggi, le missioni inviate verso il pianeta a noi più vicino sono state ben 42, un’altra è in corso (la missione Planet-C del Giappone) e altre due (una dell’ESA con la sonda Bepi Colombo, e l’altra Russa, Venera-D) sono in programma nei prossimi anni. Così come le altrettante inviate su Marte, anche per le missioni con destinazione Venere i risultati sono stati alterni. Ben 17 sono i fallimenti registrati, molti dei quali già in fase di lancio o pochi minuti dopo. Tuttavia, non tutti sanno che è stato proprio Venere (e non Marte) a vedere il primo veicolo umano toccare il proprio suolo, grazie alla sonda sovietica Venera 7, il 15 dicembre 1970. Se gli Stati Uniti sono il paese che ha fornito maggior contributo nella conoscenza del pianeta rosso, l’Urss prima e la Russia poi, sono i paesi che ci hanno regalato maggiori informazioni su Venere. Addirittura dieci sonde sovietiche hanno portato a termine un atterraggio morbido sulla superficie, con più di 110 minuti di comunicazioni dalla superficie. L’URSS è anche stato il primo paese al mondo a inviare una sonda verso Venere, con la missione (fallita) Sputnik 7. L’ultima missione completata è stata quella dell’ESA, terminata nel dicembre 2014, Venus Express.

Grazie ai dati raccolti e oggi rielaborati, forse sappiamo qualcosa in più.

Simile per dimensioni alla Terra, Venere per tre miliardi di anni è stato un pianeta con un clima temperato e oceani, come la Terra, nonostante la sua vicinanza al Sole. Lo indicano i risultati dello studio svolto dai ricercatori coordinati da Michael Way, del Goddard Space Flight Center della Nasa, presentate a Ginevra, al congresso Europeo di Planetologia, svoltosi nel settembre 2019.

Quarant'anni fa, la missione Pioneer Venus della Nasa aveva trovato gli indizi della presenza sul pianeta di un oceano poco profondo. Venere ha infatti un rapporto insolitamente elevato tra deuterio e atomi di idrogeno, segno che ospitava una notevole quantità di acqua, poi perduta nel corso del tempo.

Per verificare quei dati, i ricercatori hanno utilizzato cinque simulazioni: tutte indicano che, per circa tre miliardi di anni, Venere ha avuto temperature comprese tra +20°C e i +50°C e un oceano profondo in media di 310 metri. Un'altra simulazione indica che l'oceano che avvolgeva tutto il pianeta e che era profondo circa 160 metri. Le simulazioni indicano inoltre che ancora oggi il pianeta avrebbe avuto un clima temperato, se fra 700 e 750 milioni di anni fa non ci fossero stati gli eventi che hanno liberato dalle sue rocce, grandi quantità di CO2 causando l'effetto serra e facendo alzare le temperature fino a 460 gradi.

Se il pianeta si fosse evoluto in modo simile alla Terra, come ipotizzano gli scienziati, per i successivi 3 miliardi di anni dal suo raffreddamento, l’anidride carbonica sarebbe stata assorbita da rocce di silicato e bloccata in superficie.

Venere fotografato a distanza ravvicinata dalla sonda giapponese Akatsuki nel 2015

Poi, 700 milioni di anni fa, è cambiato qualcosa: l’anidride carbonica sarebbe stata re immessa nell’atmosfera, senza poi essere riassorbita dalle rocce, causando un effetto serra in grado di provocare un cambiamento climatico disastroso. Le cause di questo cambiamento sono ancora ignote. Gli scienziati ipotizzano che le motivazioni siano legate alle attività vulcaniche sul pianeta. Grandi quantità di magma avrebbero rilasciato anidride carbonica dalle rocce fuse, nell’atmosfera. Il magma si sarebbe solidificato prima di raggiungere la superficie, creando una barriera che ha impedito il riassorbimento del gas. La presenza di grandi quantità di anidride carbonica ha quindi innescato un devastante effetto serra, che ha provocato l’aumento esponenziale della temperatura che tutt’oggi è presente su Venere.

Così come avvenuto sulla Terra e, come detto, verosimilmente anche su Marte, se Venere è stato ospitale alla vita, con un clima mite (o comunque ospitale per la vita) protrattosi per oltre 3 miliardi di anni (da 3,7 miliardi di anni fa – data presunta del suo raffreddamento – e fino a 700 milioni di anni fa - data stimata del suo disastroso riscaldamento), potrebbe aver accolto e ospitato forme di vita e, addirittura, aver assistito a una loro evoluzione?

Difficile poterlo affermare con certezza. Sappiamo però che se è vero, come sostengono i ricercatori Nasa, che acqua liquida e temperatura sono state idonee quasi da subito, e che queste condizioni si sono avute per circa 3 miliardi di anni, appare oggi insensato e scientificamente assurdo escludere la possibilità che la vita abbia fatto la su comparsa anche su Venere. Tanto più se prendiamo in considerazione quanto sappiamo essere avvenuto sulla Terra, e quanto è verosimilmente avvenuto anche su Marte. La vita sulla Terra è apparsa certamente troppo precocemente affinché si possa essere generata da sola (3,9 miliardi di anni fa, solo 100 milioni di anni dal suo raffreddamento). Su Marte s’ipotizza che la vita possa aver fatto la sua comparsa in modo analogo (4,1/4 miliardi di anni fa, sempre 100 milioni di anni dopo il raffreddamento del pianeta) ma decisamente in anticipo rispetto alla Terra, poiché Marte si è raffreddato prima. Non c’è a oggi alcun elemento che possa portarci a escludere una situazione analoga anche per Venere, che con Marte e Terra ha molti elementi in comune. Così come ipotizzato per la Terra, anche Venere potrebbe essere stata interessata dal processo di panspermia e di litopanspermia. Anche perché qualche piccolo indizio forse già c’è.

Un altro studio, pubblicato sulla rivista Astrobiology nel marzo del 2018, ha riconsiderato l’ipotesi dell’esistenza di microbi nelle dense nubi che costituiscono l’atmosfera del nostro vicino planetario. Dal titolo “Is there life adrift in the clouds of Venus?” (“C’è vita alla deriva tra le nubi di Venere?”) l’ipotesi è stata formulata non su base squisitamente teorica ma grazie ai dati raccolti della sonda giapponese  Akatsuki  (la missione giapponese a cui accennavo sopra, ancora in corso – ottobre 2019). Nello studio si sostiene che nelle nuvole venusiane ci siano regioni con una strana concentrazione di nanoparticelle, che potrebbero essere ricondotte a qualche forma di vita microbica.

Venere è stata potenzialmente abitabile per almeno due miliardi di anni dopo la sua formazione – affermava Sanjay Limaye dell’Università del Wisconsin a Madison, leader dello studio – e questo è un periodo persino più lungo rispetto all’esistenza dell’acqua su Marte - (secondo la teoria scientifica tradizionale e prevalente - NDR). Non possiamo quindi escludere la presenza di vita su Venere, che potrebbe essersi adattata alle nuove condizioni del pianeta". Un’idea affascinante, che secondo gli autori dello studio merita di essere approfondita: “Dobbiamo andare laggiù e analizzare alcuni campioni delle nubi – propone Rakesh Mogul della California State Polytechnic University, co-autore dello studio. – Venere potrebbe essere un emozionante nuovo capitolo dell’esplorazione astrobiologica”.

Le incognite sono ancora moltissime e sarebbe azzardato giungere a qualunque conclusione, sia in un senso sia nell’altro. Non ci resta che attendere altre missioni e altri dati. Nel frattempo, sospendere il giudizio è la cosa più seria e opportuna da fare, aspettando anche che le acque si plachino perché, come ormai dovremmo aver imparato, le idee tradizionali sono dure a morire, e non tutti gradiscono queste nuove ipotesi.

A differenza di Marte, gli studi su Venere sono assai meno numerosi e sono pubblicati con meno frequenza, certamente anche per via dei minori dati a disposizione. Appare dunque assai singolare, e non posso non porre l’accento su come, ad appena un paio di settimane di distanza dalla pubblicazione dello studio della Nasa che ipotizza un passato acquoso di Venere per oltre 3 miliardi di anni (e con tutto ciò che questo implica, come sopra accennato), è stato pubblicato uno studio che sembra affermare l’esatto contrario e smentire il tutto.

Pubblicata questa volta su Journal of Geophysical Research, lo studio torna a smentire la teoria del passato acquoso di Venere. Da lettura attenta della ricerca però, la conclusione dei ricercatori appare piuttosto pretestuosa e superficiale. Sia chiaro, lo studio è certamente accurato in termini di geomorfologici, nessuno vuole discutere questo, ma sono le conclusioni a lasciare perplessi.

Per via dell’atmosfera composta per lo più da anidride carbonica, Venere è molto difficile da studiare. Infatti, è solo attraverso rilevamenti radar che è possibile osservare la sua superficie. Lo studio, condotto dai ricercatori del Lunar and Planetary Institute, ha scoperto che la composizione di un flusso di lava presente nella regione dell’altopiano Ovda Regio (foto qui sopra), è costituita da roccia basaltica e non granitica, come si è pensato finora. Il basalto è una roccia magmatica effusiva la cui composizione può essere variabile. La sua solidificazione può avvenire a contatto con aria o acqua. Questo elemento, che in sé non significa nulla perché non dimostra necessariamente l’assenza di acqua, sembra invece essere stato talmente rilevante al punto da generare implicazioni significative sulla storia evolutiva del pianeta, ed esclude ogni somiglianza tra la composizione interna di Venere e quella della Terra. Tra l’altro, c’è anche da aggiungere che, oltre a trattarsi dell’analisi di un’area circoscritta di Venere, stiamo parlando per di più, solo di un’analisi morfologica (e non chimico fisica) di alcune rocce. Sarebbe come a dire che, facendo dei rilevamenti radar dall’orbita terrestre di un’area vulcanica, ad esempio quella nelle immediate vicinanze del vulcano Kilauea alle Hawaii (paragone calzante, poiché l’altopiano Ovda Regio su Venere è una regione di 5.250 km2, mentre il Kilauea, assieme agli altri vulcani attivi Manua Loa e Manua Kea, occupa almeno la metà dei 10.400 km2 circa, dell’isola di Hawaii, quindi un’area per estensione paragonabile a quella presa in esame su Venere), giungessi alla conclusione che sulla Terra non c’è acqua e non c’è mai stata. Chiunque potrebbe giustamente affermare che la mia conclusione sarebbe alquanto azzardata, forzata se non addirittura errata. Possiamo ritenere scientificamente plausibili le conclusioni di questi ultimi ricercatori? C'è una differenza enorme tra calcolo di un modello più sofisticato come quello elaborato dei ricercatori del Goddard Space Flight Center della Nasa e descritto all’inizio di questo articolo, e un “calcolo grossolano” (conclusioni dei ricercatori del Lunar and Planetary Institute).

Il primo si basa sull’elaborazione di dati complessi che tengono in considerazione molteplici informazioni (geologiche, atmosferiche, climatiche, ecc.), il secondo solo su pochi elementi di carattere esclusivamente geomorfologico, circoscritti in un area ristretta. Eppure entrambi sono considerati “scientifici”.

In ambito astrofisico e astrobiologico, si continua sovente ad assistere ai medesimi atteggiamenti. Si analizza un’area circoscritta di un corpo celeste e si applicano superficialmente e frettolosamente i risultati per tutto il resto del pianeta e per tutta la durata della sua esistenza (4,5 miliardi di anni), quasi si avesse intenzione di dimostrare qualcosa, e non semplicemente di comprendere.

Sarà forse soltanto una casualità, ma spesso questo tipo di “libere estensioni” di risultati di studi in aree circoscritte di corpi celesti applicate all’intero pianeta, finiscono nella quasi totalità dei casi, per andare a “confermare” le teorie tradizionali e prevalenti (quelle che vedono la vita terrestre come rara o unica nel nostro sistema solare e che annichiliscono qualunque possibilità di presenza di vita altrove), e mai a confutarle o a sostenere visioni più possibiliste.

Tutto considerato, con la pubblicazione dello studio che smentisce il passato acquoso di Venere, siamo dunque di fronte all’ennesima levata di scudi preventiva e pretestuosa a difesa delle teorie tradizionali e dominanti? Su Venere ci sono state invece condizioni ospitali alla vita (come sostengono oggi molte ricerche)? C’è stata o c’è addirittura ancora vita (come teorizzato da altri scienziati)?

Se è vero che le verità scientifiche non si decidono a maggioranza e che sono i dati oggettivi a dire chi ha torto e chi ragione, il futuro ci risponderà. Noi continuiamo ad attendere fiduciosi di conoscere la verità, in un senso o nell’altro, e a sperare che gli interessi personali di alcuni, non continuino a essere anteposti alle verità scientifiche, rallentando la conoscenza umana e il progresso scientifico.

Stefano Nasetti

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