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Oumuamua e l’ipotesi della panspermia galattica

Il 19 ottobre 2017, un misterioso oggetto compare nel campo visivo del telescopio hawaiano Panstarss. La notizia fa presto il giro del mondo e gli astronomi hanno iniziato a ipotizzare le origini del visitatore interstellare. L’oggetto, denominato Oumuamua, aveva le caratteristiche di una cometa e di un asteroide e alcuni hanno addirittura pensato che potesse trattarsi di una navicella aliena in visita nel nostro sistema stellare.
Già in un precedente articolo su questo blog, avevo affrontato la questione spiegando come l’anomala accelerazione che Oumuamua ha subito dopo il passaggio ravvicinato al nostro pianeta, aveva lasciato perplessi molti scienziati.
Tutte le spiegazioni proposte per questa strana accelerazione non avevano poi trovato un riscontro oggettivo in coerenza con i dati raccolti e le nostre attuali conoscenze dell’astrofisica. Si era dunque ipotizzato che fuoriuscite di gas dall’asteroide, dovute al passaggio nei pressi del Sole, potesse aver determinato quest’accelerazione. L’ipotesi però è rimasta tale, complice la nostra incapacità tecnologica di poterla verificare, lasciando sul tavolo anche le ipotesi più esotiche.
Nella chiusura del precedente articolo (novembre 2018), avevo così proposto la possibilità che Oumuamua potesse essere una sorta di “inseminatore” interstellare, forse mandato da qualcuno o semplicemente di origine naturale. Insomma mi chiedevo se, le caratteristiche riscontrate in Oumuamua, potessero suggerire che, così come s’ipotizza oggi per molti sistemi stellari di nuova scoperta (tra tutti quello di Trappist-1), anche il nostro sistema solare potesse essere stato “inseminato” da comete o asteroidi portatori di vita, venuti dall’esterno.

Nell’ultimo mese (giugno 2019) due nuove ricerche scientifiche sono tornate a parlare di Oumuamua, della sua origine e del suo potenziale ruolo interstellare.
Un team dell’Università del Maryland ha pubblicato uno studio nel quale afferma che Oumuamua ha un’origine puramente naturale. L’oggetto è stato analizzato sulla base dei dati esistenti giungendo alla conclusione che esso potrebbe essere stato espulso da un pianeta gigante gassoso in orbita intorno a un’altra stella. Un processo analogo potrebbe aver coinvolto in passato anche Giove che potrebbe aver creato la nube di Oort, un insieme di piccoli oggetti vicini al bordo esterno del sistema solare. Così come alcuni di questi oggetti potrebbero essersi mossi oltre l’influenza della gravità del Sole per diventare essi stessi viaggiatori interstellari, anche Oumuamua potrebbe aver subito lo stesso destino.
Tuttavia, è bene precisare, che si tratta ancora di una mera ipotesi che per nulla confuta definitivamente le precedenti e altre ipotesi apparentemente più bizzarre, come quella del veicolo alieno (magari ben camuffato), poiché i ricercatori del Maryland non sono riusciti a spiegare in modo convincente e oggettivo, l’accelerazione avuta da Oumuamua. Del resto i dati a loro disposizione erano pressoché gli stessi che erano disponibili mesi or sono. In assenza di nuovi dati dunque, come avevo anticipato, era impossibile sapere di più su quello che rimane il primo “visitatore interstellare” osservato dall’uomo.
Anche per testare questa nuova ipotesi dunque, dovremo attendere telescopi come Lsst, operativo dal 2022, che permetterà di osservare il cielo con grande precisione, alla ricerca di altri oggetti celesti dalle origini misteriose come Oumuamua, per provare a capirne di più.
Nel frattempo, si vagliano ovviamente anche altre ipotesi che, anche se apparentemente meno suggestive rispetto a quelle che vorrebbero Oumuamua essere un veicolo alieno, sono certamente molto più affascinanti per gli amanti della scienza e per tutti coloro che vorrebbero sapere di più sull’origine della vita sulla Terra.

Questo perché, come avevo suggerito nel precedente articolo e già accennato nei miei libri, sia in quello pubblicato nel 2015 che quello pubblicato nel 2018, gli oggetti interstellari come Oumuamua potrebbero avere implicazioni sull’origine dei pianeti e della vita su di essi, del nostro sistema Solare.
Lo afferma uno studio condotto da Technion-Israel Institute of Technology, pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.
Quando fu scoperto due anni fa dalla survey Panstarss, Oumuamua aveva da subito suscitato l’interesse della comunità scientifica che ne aveva analizzato lo spettro elettromagnetico, giungendo alla conclusione che l’oggetto è composto prevalentemente di ghiaccio, in grado di resistere a un viaggio interstellare.
I ricercatori del Technion, si sono quindi chiesti cosa sarebbe potuto accadere se oggetti dalle caratteristiche simili a quelle di Oumuamua, fossero stati presenti (com’è probabile) circa 4,5 miliardi di anni fa, quando il Sole era molto giovane e il Sistema Solare non era altro che un disco gassoso.
Gli oggetti interstellari, si legge nello studio, potrebbero essere la chiave per rispondere agli interrogativi sulla formazione dei pianeti e del Sistema Solare.
La teoria scientifica prevalente (ma non per questo necessariamente veritiera e corretta) ritiene che la maggior parte dei sistemi planetari si formi per aggregazione delle polveri fino a formare gli oggetti di piccole dimensioni, i cosiddetti planetesimi. La fase successiva che origina il pianeta è quella dell’accrescimento: il nascente pianeta accrescerebbe le sue dimensioni grazie alla forza dell’attrazione gravitazionale dei planetesimi originatesi nella prima fase.
In questo nuovo studio, i ricercatori sostengono invece che la maggior parte dei sistemi planetari non ha bisogno di affrontare la fase di formazione di planetesimi, poiché sarebbero in grado di catturare i planetesimi interstellari (come Oumuamua) che sono stati espulsi in origine da altri sistemi. Ma come si può catturare un oggetto che viaggia a decine di chilometri al secondo attraverso un sistema planetario?
Per i ricercatori la risposta va cercata nel vento solare contrario, che può rallentare i planetesimi interstellari di dimensioni più grandi e spingerli nel neonato disco protoplanetario. Così facendo anche un singolo sistema planetario può espellere a sua volta, planetesimi di dimensioni medie che poi fungono da semi per la formazione di nuovi sistemi planetari.
Contrariamente a quanto ritenuto fino ad ora, nessun sistema planetario è un “territorio isolato”, un'isola sperduta senza alcun collegamento con il resto dell’universo, ma piuttosto il serbatoio di planetesimi interstellari catturati ed espulsi, capaci di avviare continuamente la nascita di nuovi sistemi planetari.

Nei loro calcoli teorici, al fine di dimostrare e stimare le probabilità di questo rivoluzionario sistema di semina planetaria e le sue conseguenti implicazioni per la formazione dei pianeti, i ricercatori hanno sviluppato un modello matematico che indica la probabilità di cattura, a seconda delle proprietà della popolazione planetesimale interstellare e del disco. Così facendo il team del Technion-Israel Institute of Technology ha scoperto che catturare piccoli oggetti è più semplice, mentre la cattura di quelli più grandi è impegnativa, ma comunque possibile.
Se tutto questo può contribuire a spiegare meglio come si originano i pianeti e i sistemi solari, l’aspetto a mio parere più interessante è quello legato al possibile trasferimento della vita per mezzo degli stessi oggetti interstellari.
Come ho già ampiamente spiegato nel mio ultimo libro, oggi sappiamo con certezza che forme di vita come i batteri ad esempio (ma non solo) possono sopravvivere nell’ambiente interstellare se l’oggetto che li trasporta è abbastanza grande (sono sufficienti pochi centimetri di diametro).
Lo studio in questione ha dunque dimostrato che, sebbene solo una piccola frazione di rocce espulse possa ospitare batteri resistenti in grado di sopravvivere a lunghe distanze, è comunque possibile catturare un gran numero di rocce biologicamente attive. Questo processo, ha probabilmente interessato molti dei sistemi planetari esistenti (e non c’è ragione di pensare che il nostro sistema solare costituisca un’eccezione), che hanno ricevuto i blocchi fondamentali per la formazione degli organismi primordiali grazie al viaggio interstellare compiuto da questi oggetti.
I ricercatori hanno infatti concluso che “Questa cattura assistita dal gas è un meccanismo molto più efficiente per la panspermia diffusa, e la maggior parte dei sistemi ha probabilmente guadagnato i primi blocchi di vita da qualche altra parte”.
Insomma, si sta affermando che Oumuamua e gli oggetti interstellari con caratteristiche simili che hanno probabilmente frequentato il nostro sistema solare fin dal momento della sua formazione, potrebbero aver portato la vita nel nostro sistema solare.
Solo un paio di settimane fa (24 giugno 2019) uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, affermava che Marte è stato ospitale alla vita almeno mezzo miliardo di anni prima della Terra, suggerendo la possibilità di abiogenesi (nascita spontanea della vita da processi naturali derivanti da elementi non biologici) per entrambi i pianeti e partendo implicitamente dal presupposto che anche Marte abbia ospitato forme di vita (come ormai ampiamente desumibile dai tanti dati scientifici raccolti negli ultimi 15 anni di esplorazione del pianeta rosso).
Tuttavia, l’abiogenesi è già di per sé un’ipotesi, che sebbene sia largamente accettata e considerata come prevalente in abito scientifico per spiegare la presenza della vita sulla Terra, rimane un evento assai improbabile anche se possibile.

Ipotizzare che anche Marte abbia avuto la sua abiogenesi, indipendente e slegata da quella terrestre è come pensare di avere due sole monete, inserirle in due slot machine una a fianco all’altra e, tirando la leva, vincere il jackpot su entrambe le macchine. Evento possibile, indubbiamente, ma talmente improbabile che solo un folle potrebbe ritenere credibile e veritiera una storia simile se le fosse raccontata.
Probabilmente (o anzi, sicuramente) sono stato anche fin troppo ottimista in questo esempio. Infatti, gli scienziati F. Hoyle, C. Wickramasinghe, nel loro libro degli anni ’70 dal titolo “La nuvola della vita - L’origine della vita nell’universo” calcolarono, secondo loro per difetto (ricordo, infatti, che gli enzimi sono solo uno degli “ingranaggi” necessari al funzionamento della “macchina” della vita), in 1 su 10⁴⁰⁰⁰⁰ le probabilità che gli enzimi indispensabili alla chimica degli organismi viventi siano emersi nella loro totalità, completi e funzionali, al termine di un processo di accumulo puramente casuale di tentativi ed errori, avvenuto nelle condizioni della Terra primordiale.
Se i loro calcoli sono corretti (non sono mai stati smentiti da nessuno negli ultimi 50 anni), mi chiedo dunque, perché ora che sappiamo che la vita può resistere ai viaggi interstellari, che esistono “mezzi di trasporto” originari del nostro sistema solare come la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko e i vari asteroidi marziani giunti sulla Terra, e oggetti interstellari come Oumuamua, dobbiamo continuare in modo insensato a credere che la vita sulla Terra sia potuta emergere spontaneamente nei camini idrotermali o altrove, solo grazie al tempo e alla presenza degli ingredienti giusti, assemblati e rimescolati di volta in volta in sequenze casuali.
Senza contemplare l’esistenza di un evento che in qualche modo abbia “forzato” la comparsa e la diffusione della vita sul nostro pianeta, come suggerisce la teoria della panspermia, il tempo intercorso tra il consolidamento della crosta terrestre e le prime testimonianze fossili di organismi viventi è davvero troppo poco, affinché l’assurdo numero di combinazioni possibili positive in cui una ventina di aminoacidi possono saldarsi tra loro in catene di polipeptidi siano venute fuori, perfettamente ordinate e funzionali, così come tutte le lunghissime catene di aminoacidi che formano le proteine e gli enzimi, essenziali per la struttura e il metabolismo degli organismi viventi.

 

Se è vero com’è vero, che le probabilità di contaminazione tra pianeti aumentano con il diminuire della distanza tra essi (come ipotizzato per il sistema Trtappist-1) e che Marte ha presentato le condizioni per ospitare la vita ben prima della Terra, che sul pianeta rosso c’è stata la vita (come emerge chiaro dai dati a oggi a nostra disposizione), è plausibile quanto inevitabile ipotizzare che la vita terrestre (così come quella possibile sulle lune di Giove e Saturno) sia di origine marziana (lithopanspermia) e che quest’ultima, sia di origine extrasolare (panspermia).
Certamente la teoria della panspermia non risolve il problema riguardo la comprensione della nascita della vita nell’universo ma, risolve certamente quello riguardante la presenza della vita sulla Terra.
A oggi, dati alla mano, se l’abiogenesi appare quanto mai un evento assai inverosimile e, dal momento che ragionevolmente e razionalmente dobbiamo scartare l’ipotesi creazionista, la panspermia appare l’ipotesi più probabile, plausibile e coerente con tutto ciò che conosciamo dal punto di vista scientifico, stoico, mitologico e anche religioso. Almeno a oggi…
 Stefano Nasetti 

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Marte nuove rivelazioni

Due nuovi studi appena pubblicati (giugno 2019) confermano ulteriormente quanto già anticipato oltre un anno nel mio libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”.

Ma la notizia non è tanto il dato scientifico che di per sé non è altro che la naturale conseguenza di quelli già raccolti in precedenza e che, dunque, dimostrano assoluta coerenza, quanto piuttosto i commenti e le dichiarazioni che gli autori degli studi hanno rilasciato a seguito della pubblicazione.

Ma procediamo con ordine.

La prima scoperta, pubblicata su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori dell'Università di Padova coordinato da Barbara De Toffoli del Dipartimento di Geoscienze, rimette in discussione l'attività finora ipotizzata del pianeta e apre un nuovo scenario su quanta acqua sia, in effetti, rimasta nelle profondità del pianeta.

Il sottosuolo di Marte è ancora un ambiente poco studiato a causa di una barriera tecnologica che non permette il sondaggio approfondito come quello che è possibile sviluppare sulla Terra. La conoscenza della profondità a cui si trova il permafrost marziano è il risultato di una ricerca americana del 2010.

Marte è un pianeta molto meno attivo del nostro che, ad esempio, non presenta tettonica a placche.

L’opinione prevalente (ma non per questo corretta) in ambiente scientifico è sempre stata quella di considerare l’ambiente marziano come secco e arido. Dopo un primo periodo che sarebbe terminato 3/3.5 miliardi di anni fa in cui su Marte l'attività dell'acqua era abbastanza intensa da permettere ai fiumi di scavare alvei complessi, il pianeta rosso avrebbe raggiunto rapidamente l’aspetto con il quale si presenta a noi oggi.

Questo secondo periodo, in base all’opinione scientifica prevalente, sarebbe terminato circa 1.8 miliardi di anni fa, dopo di che le uniche attività dell'acqua note sono le calotte glaciali ai poli oltre ad eventi molto superficiali sull'ordine di grandezza centimetrico o metrico al massimo.

Ma la ricerca pubblicata su Scientific Reports rimette tutto in discussione.

Su Marte, nella zona di Arcadia Planitia un'ampia regione delle pianure del Nord del pianeta, è stata scoperta un'area di 12.000 km quadrati con migliaia di vulcani di fango, cioè edifici di emissione prodotti dalla risalita di acqua, sedimenti e gas anziché dall'emissione di lave. La produzione di migliaia di vulcani di fango, dovuta alla mobilizzazione di grosse masse d'acqua in risalita dal permafrost marziano, sarebbe avvenuta infatti, solo 370 milioni di anni fa. Il periodo indicato non solo contraddice la teoria prevalente, ma è assolutamente vicino a quanto avevo indicato nel libro.

Come sottolineato dalla coordinatrice dello studio Barbara de Toffoli, durante un’intervista concessa all’agenzia AGI: “Avere trovato una mobilizzazione di grosse masse d'acqua, come quella che deve essere risalita per produrre le migliaia di vulcani di fango da noi studiate, che datano a soli 370 milioni di anni fa, è una scoperta che rimette in discussione l'attività del pianeta e apre un nuovo capitolo di domande su quanta acqua è, in effetti, rimasta nelle profondità del pianeta. Inoltre il fatto che la profondità di sorgente, 18 Km, corrisponda alla profondità dove è ipotizzata la base del permafrost rafforza ulteriormente le precedenti osservazioni poiché rileva un ulteriore collegamento con ambienti ricchi d'acqua".

"Questo - continua - conferma con buona probabilità il fatto che una consistente massa di acqua fosse presente nel sottosuolo di Marte in tempi incredibilmente recenti. Questo ha un'implicazione importante sia per comprendere l'evoluzione del pianeta e i processi che l'hanno modellato, sia nell'ambito astrobiologico. Marte è uno dei principali candidati di studio per la ricerca di vita, noi abbiamo individuato su Marte - conclude la ricercatrice padovana - un ambiente in cui rilevanti quantità d'acqua sono state presenti in forma liquida in un tempo molto recente, questo rende l'area ad alto potenziale, e quindi attraente, per lo sviluppo di studi astrobiologici. Oltre alla presenza di acqua liquida, sono interessanti a queste finalità di studio le possibili emissioni di metano prodotte dalla dissociazione dei clatrati (ghiacci d'acqua le cui strutture cristalline possono ospitare molecole di CO2 o metano) e dal fatto che i fluidi in esame provengono da profondità dove la vita è potenzialmente più riparata dell'inospitalità marziana più superficiale”.

Inoltre un Marte ancora umido in un periodo così vicino a noi significa che il pianeta rosso potrebbe aver ospitato la vita, quando sulla Terra c’erano ancora i dinosauri. Esistono studi scientifici che hanno indicato la presenza di vasti mari presenti ancor più recentemente, addirittura solo poco più di 200.000 anni fa, quando sulla Terra facevano la comparsa i primi Homo sapiens.

Il secondo studio, è più che altro la divulgazione di un dato registrato dal rover della Nasa Curiosity e riguarda il metano, di cui ho già ampiamente parlato, oltre che nel mio libro anche i precedenti articoli su questo blog.

Durante una misurazione effettuata il 19 giugno, il rover della Nasa Curiosity ha rilevato il picco massimo di metano più elevato di sempre, pari a 21 parti per miliardo di unità di volume, rispetto alla media di 10. Un dato significativo se pensiamo che sulla Terra il 90% di questo gas derivi da organismi viventi o morti. Sebbene la superficie di Marte oggi sia fredda e inospitale, gli scienziati sostengono che in passato, un’atmosfera più densa, arricchita da gas serra, possa aver riscaldato il pianeta. Un passato che come abbiamo appena visto, forse, non è poi così lontano.

Raffaele Mugnuolo, dell’unità esplorazione e osservazione dell’Universo dell’Agenzia spaziale italiana, ha commentato il nuovo sorprendente dato con altrettanto sorprendenti parole: “La presenza di metano nell’atmosfera marziana rimette totalmente in discussione l’idea comune che considera Marte un pianeta geologicamente “morto”. Oggi Marte ci appare desertico e freddo, apparentemente senza alcun segno di vita, aprendo all’ipotesi di un pianeta che è sempre stato freddo e secco, senza acqua liquida in superficie e con un’atmosfera sottilissima. La presenza di metano nell’atmosfera rivela invece che Marte è un pianeta ancora vivo, poiché è un gas di origine organica, sulla Terra il metano è il principale gas naturale, ed è di estremo interesse per gli astrobiologi proprio perché esso viene in gran parte rilasciato da organismi viventi. Ci sono ovviamente anche altri processi di tipo geologico che causano il rilascio di metano, come ad esempio l’ossidazione del Ferro. Come sempre accade, una nuova scoperta non è mai un punto di arrivo, ma diventa il punto di partenza per altre domane. Una di queste, la più importante in questo periodo riguarda il processo di formazione del metano: è di origine biologica o geologica?”.

Nel giro di poche ore dunque, due membri della comunità scientifica rompono gli indugi ed escono finalmente allo scoperto, denunciando, dati alla mano, l’inadeguatezza della teoria scientifica a oggi ancora prevalente, teoria che continua a essere diffusa e “propagandata” attraverso tutti i mezzi d’informazione mainstream. Marte non è un pianeta morto ma vivo (così come titolavo alcuni mesi fa su questo blog), è un pianeta solo apparentemente arido e senza alcun segno di vita.

Se a questo aggiungiamo quanto detto nel precedente articolo in merito allo studio pubblicato su Nataure Geoscience che ha indicato come il pianeta rosso fosse diventato ospitale almeno mezzo milione di anni prima della Terra, al punto da ipotizzare un’abiogenesi marziana, significa che per decenni ci è stata fornita un’immagine del passato e del presente di Marte completamente sbagliata e lontanissima dalla realtà dei fatti.

Ovviamente non è solo sulla base di questi tre studi che si possono trarre le conclusioni appena esposte. È necessario infatti, tenere conto di tutti gli studi pubblicati negli ultimi vent’anni e, dopo averli messi uno accanto all’altro come fossero punti su un foglio bianco, tracciare una linea che li unisce, così come ho fatto nel mio libro. Così facendo, chiunque potrà rendersi conto da sé quale può essere verosimilmente stato il passato e il presente del pianeta rosso e del ruolo che ha avuto nella storia della Terra e dell’uomo.

Stefano Nasetti

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La vita si è formata prima su Marte e poi sulla Terra?

 

La vita si è formata prima su Marte e poi sulla Terra?
Questa è la domanda che si pongono tutti gli astrobiologi a seguito della pubblicazione, il 24 giungo 2019, sulla rivista Nature Geoscience della ricerca scientifica dal titolo “Decline of giant impacts on Mars by 4.48 billion years ago and an early opportunity for habitability” (Declino degli impatti giganti su Marte di 4.48 miliardi di anni fa e una prima opportunità di abitabilità).
Oggi sappiamo con certezza che Marte, così come la Terra, è stato esposto a un periodo di bombardamenti meteoritici subito dopo la sua formazione.
 Il numero e le dimensioni degli impatti dei meteoriti sul pianeta rosso e sulla Terra diminuirono gradualmente dopo la formazione dei pianeti, diventando sempre meno frequenti e di minore entità, così da creare le condizioni ideali per consentire alla vita di svilupparsi. Sebbene presentino caratteristiche simili (entrambi i pianeti sono rocciosi, si trovano alla giusta distanza dal Sole, hanno una quasi identica durata del giorno, hanno un’inclinazione simile dell’asse di rotazione il che fa sì che entrambi i pianeti abbiano le stagioni), Marte e Terra hanno dimensioni differenti e si trovano a distanze diverse dal Sole. Ciò ha fatto sì che, con ogni probabilità, abbiano cominciato a presentare condizioni favorevoli alla presenza di forme di vita, in momenti differenti.  
Fino a pochi anni fa la domanda che fa da titolo a quest’articolo era quasi un’eresia, per la quasi totalità degli aderenti alla comunità scientifica. Chiedersi se la vita si fosse formata su Marte prima che sulla Terra era considerata una follia e, chiunque avesse avuto il coraggio di formulare questa ipotesi, sarebbe (come in alcuni casi è stato) considerato un folle, screditato ed emarginato dai propri colleghi scienziati.
Come si poteva formulare questa domanda se l’assunto scientifico da cui tutta la scienza ufficiale partiva era quello che sul pianeta rosso non c'è mai stata vita?

 Oggi, grazie alle tante missioni di esplorazione robotica sul pianeta rosso, conosciamo meglio ciò che si trova sul pianeta rosso e, nonostante l’annuncio ufficiale sul ritrovamento della vita marziana tardi ancora ad arrivare (arriverà ufficialmente solo nei prossimi anni, a seguito delle missioni Exomars2020 e Mars2020), evidenze che la vita ci sia stata e forse, ci sia ancora, sono ormai moltissime e, oserei dire quasi inequivocabili. Ciò è ormai ufficiosamente chiaro in ambito scientifico.
Lo dimostra proprio lo studio appena pubblicato su Nature Geoscience, che si pone la domanda partendo dall’ormai certezza che la vita abbia fatto la sua comparsa anche su Marte.
Lo studio è stato condotto sui grani minerali di antichi meteoriti che si pensa abbiano avuto origine negli altopiani meridionali di Marte, rimasti quasi del tutto immutati dopo essersi cristallizzati sulla superficie miliardi di anni fa. I campioni sono stati confrontati con quelli terrestri e lunari, per cercare caratteristiche da ricondurre agli impatti, come l’esposizione a pressioni e temperature intense.
Utilizzando la microscopia elettronica e la tomografia con sonda atomica, il team di scienziati ha dimostrato che nessuno dei campioni di meteoriti marziani esaminati è stato esposto al limite di pressione shock in grado di limitare la vita (calcolato in 78 GPa).

Infatti, il 97% dei grani di meteoriti marziane esaminate presenta caratteristiche metamorfiche di scostamento da debole a nulla e nessuna sovrapposizione dal punto di vista termico, o evidenza di fusione causata da uno shock riconducibile a un impatto meteoritico.
Al contrario, circa l'80% dei campioni di rocce studiati della crosta terrestre e lunare, mostrano invece le caratteristiche tipiche di giganteschi e successivi impatti meteoritici, occorsi a Terra e Luna diversi milioni di anni dopo quelli verificatesi su Marte.
Il gigantesco impatto che si pensa possa aver creato la dicotomia emisferica di Marte deve quindi aver avuto luogo più di 4.48 miliardi di anni fa, senza successivi bombardamenti cataclismici.
Considerando i modelli di abitabilità termica, gli scienziati hanno quindi concluso che porzioni della crosta di Marte raggiunsero pressioni e temperature tali da rendere abitabile il pianeta rosso, già 4,2 miliardi di anni fa. L'inizio del periodo "bagnato" marziano, avvenne quindi almeno 500 milioni di anni prima della prima registrazione conosciuta della vita sulla Terra. L'abiogenesi precoce di 4,2 milioni di anni fa è ora sostenibile per entrambi i pianeti.

Lo studio è quindi importantissimo non solo perché implicitamente ci sta confermando, dandolo per scontato poiché parla di abiogenesi marziana, che sul pianeta rosso c’è stata vita, ma anche che questa sia comparsa con ogni probabilità prima che sulla Terra.
La conclusione cui sono giunti gli scienziati arriva a giugno del 2019 benché, come detto, le evidenze erano ben chiare a chi avesse sufficiente conoscenza scientifica e nessun interesse personale da tutelare.

Non a caso nel mio libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”, in cui ho formulato ipotesi e spiegazioni esclusivamente sulla base di tutta una moltitudine di studi scientifici pubblicati riguardo al pianeta rosso negli ultimi 15 anni, un capitolo che proponeva il medesimo interrogativo. Dopo oltre 100 pagine di esposizione, nel capitolo dal titolo “Marte culla della vita?” presentavo, con oltre un anno di anticipo (2018) rispetto alla ricerca appena apparsa su Nature Geoscience(2019), tutte le evidenze scientifiche, tratte solo da fonti ufficiali, che facevano (e fanno) propendere per una risposta affermativa al quesito. Effimere soddisfazioni per chi come me, ha come unico intento, quello di far riflettere le persone sulla realtà del mondo che ci circonda.
Le informazioni che ho proposto nel libro, e che rafforzano ulteriormente quanto affermato oggi nello studio appena pubblicato su Nature Geoscience (che concorda anche sul periodo, 4,2 miliardi di anni fa, indicato sempre nel mio libro), ci dimostrano ancora una volta che chi tratta di scienza e lo fa in modo disinteressato, senza interessi personali, o di lobby da tutelare, può giungere alle giuste conclusioni, anche se ritenute in quel momento folli, solo perché provengono dall’esterno della comunità scientifica ufficiale o non da un’autorità scientifica.
Al contrario chi fa parte della comunità scientifica e opera principalmente nell’interesse personale o di lobby, si limita a fare affermazioni pubbliche solo riguardo ai suoi studi, evitando scientemente di considerare le conclusioni di altri colleghi. E sia chiaro, la cautela non c’entra nulla!  Così facendo infatti, evitano pubblicamente di trarre conclusioni “pericolose” benché oggettive e ovvie, soprattutto se queste contraddicono la teoria dominante.
Come in questo caso, nessuna autorità ha fino ad ora affermato che esiste la vita extraterrestre e la vita marziana in particolar modo. Nessuno ha detto chiaramente “Ci siamo sbagliati! Per decenni abbiamo raccontato balle sull’unicità della vita terrestre o sulla rarità di vita aliena”. No, nulla di tutto ciò. In ballo c’è la credibilità che le istituzioni e le autorità scientifiche, devono mantenere presso il pubblico. Ammettere errori marchiani o l’aver spacciato per decenni ipotesi evidentemente irragionevoli o opinioni personali per certezze scientifiche, potrebbe compromettere la propria reputazione e quella dell’intera categoria. Dopo chi vorrebbe dare ancora credito a questi “scientifici bugiardi”? Chi finanzierebbe più le loro ricerche? Come potrebbero mantenere il proprio lavoro?
Per ciò, tutti rimangono “coperti e allineati”, in attesa che, come per l’annuncio del ritrovamento dell’acqua liquida su Marte fatto dalla Nasa nel 2015 (ma che la Nasa sapeva almeno dal 2008), qualche autorità non decida di “sdoganare” finalmente il concetto dell’esistenza di vita marziana, raccontando poi alla popolazione civile e dalla scarsa memoria, che questo era un qualcosa che la scienza ha sempre sostenuto.

Non a caso tutti gli articoli che continuano a susseguirsi e che, come in questo caso, sottintendono tacitamente che la vita marziana c’è stata, servono proprio a “ripulire” la reputazione della scienza e di molti scienziati, e a creare quelle condizioni necessarie affinché la credibilità della “scienza” non sia danneggiata o compromessa. Questo perché alla gente le autorità politiche, così come scientifiche, insegnano a credere e non a sapere. La gente sviluppa quindi una sorta di bisogno cognitivo basato sulla fiducia incondizionata verso le autorità e un contrapposto scetticismo su chi di quel cerchio fiduciario non fa parte. La gente ha bisogno perciò di credere e non ha voglia di sapere. Ma come dico spesso: chi sa non ha bisogno di credere e chi crede, non saprà mai.
In attesa che tutto ciò accada, per chi ha voglia di sapere e non di credere, per chi vorrà conoscere il contenuto di tutte le prossime rivelazioni che legano l’uomo, la Terra a Marte riguardo al passato, il presente e il futuro non posso che consigliare la lettura del mio libro.

Stefano Nasetti

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I pianeti del sistema Teegarden sono i primi luoghi dove cercare la vita extrasolare.

Marte, Europa, Encelado, Cerere e Mercurio sono i principali luoghi nel nostro sistema solare, dove si cercheranno evidenze della vita extraterrestre. Alcune missioni sono già state programmate e finanziate, come quelle che vedranno il rover Nasa Mars2020 raccogliere campioni di rocce dal cratere di Jezeroun sito che, in passato, si pensa possa aver ospitato un lago e potrebbe quindi conservare degli elementi geologici che possono aiutare gli scienziati a ricostruire il passato del pianeta rosso. In questa prima fase i campioni saranno incapsulati e lasciati sul posto.

La seconda fase prevede di lanciare sulla superficie di Marte un lander, dotato di strumentazione scientifica, un rover che raccoglierà i campioni disseminati durante la missione precedente, e un razzo vettore per lasciare il pianeta e raggiungere l’orbita di Marte. Il terzo step del Mars Sample Return manderà una navicella attorno a Marte in grado di recuperare le capsule nell’orbita del pianeta e riportarle a Terra.

La prima fase della missione ha già ottenuto il via libera dalla Nasa, mentre l’agenzia spaziale europea è in attesa dell’approvazione del finanziamento da parte del consiglio Space19+ che si terrà nel corso di quest’anno (2019) in Spagna.

Nel frattempo, sempre nel 2020 partirà per Marte il rover dell’Agenzia Spaziale Europea con la missione Exomars 2020. Il rover chiamato Rosalind, in onore della chimica Rosalind Franklin che scoprì la struttura del Dna con James Watson e Francis Crick, giungerà sul pianeta rosso presumibilmente nei primi mesi del 2021 e, guidato dal ROCC, il Centro di Controllo del Rover Europeo a Torino, presso il centro Altec, si muoverà sul sulla superficie marziana, alla ricerca delle zone più idonee per gli obiettivi della missione: cercare tracce riconducibili a forme di vita passata e/o presente. Grazie al trapano costruito in Italia, potrà perforare il terreno marziano fino a una profondità di 2 metri alla ricerca di forme di vita.

Sono allo studio altre missioni per verificare la presenza di vita negli oceani di Encelado ed Europa dove, secondo a un numero sempre crescente di studi, esistono tuttora le condizioni per la presenza di forme di vita.

Ma se questo è in sintesi, lo stato dell’arte sulla ricerca di vita extraterrestre nel nostro sistema solare, la scienza ufficiale è ormai lanciata anche oltre.

Solo vent’anni fa la presenza di vita nell’universo era considerata un fatto quasi più unico che raro. La limitatezza tecnologica impediva agli scienziati anche solo di ipotizzare la presenza di forme di vita extraterrestre. Almeno così affermavano ufficialmente.

Dopo la scoperta dei primi esopianeti, questo tabù è pian piano stato abbandonato. Oggi non solo si vita nel nostro sistema solare in luoghi come Marte dove ci era stato detto, non c’era stato mai nulla mentre oggi si da quasi per scontato che ci sia o ci sia stata, ma finalmente la si ritiene possibile anche fuori del nostro sistema. Il ritmo con cui sono scoperti nuovi pianeti fa crescere contemporaneamente e in maniera esponenziale, le possibilità di trovare altre forme di vita.

Oggi sappiamo che la maggior parte delle 100 miliardi di stelle presenti nella Via Lattea ospita uno o più pianeti, molti dei quali possono essere simili alla Terra e capaci di ospitare la vita. Con i telescopi terrestri e spaziali di prossima generazione sarà possibile studiare le atmosfere dei pianeti extrasolari con maggiore precisione e cercare, eventualmente, i segni distintivi della presenza di forme viventi. La maggior parte dei pianeti scoperti fino ad ora sono a migliaia di anni luce di distanza; troppo lontano, quindi, per studi dettagliati. In pratica la loro grande distanza rende impossibile esplorarli.

Si stima che circa un migliaio di pianeti di tipo terrestre possano esistere entro 50 anni luce, cioè proprio nel nostro “vicinato cosmico”. Ha quindi molto senso concentrare i nostri sforzi per cercare pianeti intorno alle stelle vicine. Tuttavia, queste stelle sono sparse omogeneamente nel cielo, rendendo impossibile studiarle simultaneamente; per cui, ogni stella deve essere monitorata individualmente per cercare pianeti attorno ad essa.

Fino a tre anni fa, tra quelli allora scoperti, i pianeti simili alla Terra potenzialmente in grado di ospitare la vita erano solo un pugno: almeno 5, tra circa 20 candidati, ospitati principalmente da sole tre stelle: Proxima Centauri, che è la più vicina al Sole, Trappist-1 e LHS1140. Queste tre stelle si trovano a distanze comprese tra 4 e 40 anni luce.

C'è da evidenziare, come ho già fatto in diversi articoli sul web e nel mio primo libro (Il lato oscuro della Luna), che tutte e 3 queste stelle sono nane rosse, particolare non da poco se si vuole ipotizzare l'esistenza della vita e il possibile aspetto di eventuali creature intelligenti.

Secondo gli astronomi i pianeti che orbitano attorno a queste tre stelle erano ritenuti i più interessanti fra quelli potenzialmente abitabili scoperti fino allora, perché sono più vicini a noi.

Tanto per fare un esempio, la stella Trappist-1, che è a 40 anni luce, ospita ben 7 fratelli della Terra, di cui almeno 3 nella cosiddetta zona abitabile, ossia la regione intorno a una stella dove le temperature sono tali da permettere l'esistenza dell'acqua liquida.
Ma il più interessante di tutti i pianeti potenzialmente in grado di ospitare forme di vita sembrava essere LHS 1140b, perché la sua stella è più brillante di Trappist 1 e questo ci permette di studiarlo meglio mentre passa davanti al disco del suo astro.
Anche Proxima b, il pianeta ospitato dalla vicina di casa del Sole, è molto interessante ma ha un problema: dalla Terra non è possibile osservarlo mentre eclissa la sua stella. Per superare questo limite, si sta provando a studiarlo con altre tecniche, come l'osservazione diretta, combinata ad altre che puntano a studiare la luce della stella per cercare quella riflessa dal pianeta. L'interpretazione di questo segnale potrà fornire indicazioni sulla composizione dell'atmosfera del pianeta.

L'obiettivo degli astronomi è, infatti, studiare le atmosfere di questi mondi alieni: per ospitare forme di vita, la loro atmosfera dovrebbe contenere ossigeno, vapore acqueo e ozono, più altri gas come metano e anidride carbonica.

Questo secondo la visione tradizionale della ricerca, tuttavia, sempre come ho avuto modo di evidenziare, oggi abbiamo certezza che può esistere vita anche in assenza di ossigeno o acqua, almeno nelle sue forme più elementari.

Oggi, alla lista si è aggiunta una nuova candidata.

L’osservatorio del Calar Alto, situato a oltre 2.000 metri nella provincia spagnola dell’Andalusia, ospita un telescopio ottico con uno specchio di 3 metri e mezzo, il più grande dell’Europa continentale.

Dal 2016 su questo telescopio è stato installato un doppio spettrografo ad alta risoluzione. Chiamato Carmenes, lo spettrografo è stato progettato per rilevare esopianeti con massa con massa comparabile a quella terrestre, situati intorno a stelle di piccola taglia come le nane rosse.

Dopo 3 anni e 245 singole osservazioni spettroscopiche, è arrivato il primo risultato importante: Scoperti due mondi potenzialmente abitabili nell’orbita di Teegarden, una delle stelle più vicine a noi. Situata a 12.5 anni luce dal Sistema solare, la stella deve il suo nome a Bonnard J. Teegarden, astrofisico della Nasa che la scoprì nel 2003 mentre cercava asteroidi potenzialmente pericolosi. Il motivo per cui non era conosciuta prima è che si tratta di una stella nana rossa, una delle più piccole conosciute, con una temperatura superficiale di soli 2.700° (rispetto ai 5.500° del Sole), possiede un decimo della massa solare ed è 1.500 volte meno brillante.

La scoperta è stata illustrata nello studio del consorzio Carmenes, pubblicato sulla rivista Astronomy & Atrophysics e coordinato dall’Università tedesca di Gottinga.

Le prime osservazioni per determinare il moto della stella avevano da subito evidenziato delle “oscillazioni” sintomatiche della presenza di pianeti in orbita. Ora, grazie a centinaia di misurazioni dell’effetto Doppler causato da quei piccoli sobbalzi, sono stati identificati due pianeti assimilabili ai pianeti rocciosi del Sistema solare. I pianeti scoperti sono stati denominati Teegarden b e c.

Il pianeta più interno, denominato Teegarden b, ha una massa simile a quella della Terra e orbita attorno alla stella ogni 4,9 giorni a circa il 2.5 per cento della distanza Terra-Sole. Anche quello più esterno, Teegarden c, è simile alla Terra in termini di massa; completa la sua orbita in 11.4 giorni e si trova al 4.5 per cento della distanza Terra-Sole.

Non è la prima volta ovviamente che vengono scoperti pianeti extrasolari. Al momento (24/6/2019) ne sono stati scoperti 4.091, suddivisi in 3.049 sistemi planetari singoli e 663 sistemi multipli.

Tuttavia questa volta le cose sono diverse. L’importanza della scoperta dei pianeti Teegarden b e C è molteplice. Non solo perché i due nuovi pianeti scoperti hanno con masse simili a quelle della Terra, ma anche perché entrambi i pianeti si trovano nella cosiddetta fascia di abitabilità, cioè hanno la giusta distanza dalla propria stella per avere una temperatura che permette la presenza dell’acqua in forma liquida sulla loro superficie. E se anche questo non è un inedito assoluto, lo è invece il fatto che il pianeta più interno (Teegarden b) ha un indice Esi (Earth Similarity Index) pari a Esi=0.95 (Esi=1 corrisponde alla Terra) cioè, in parole povere, è pressoché delle stesse dimensioni della Terra. Ciò fa sì che Teegarden b salga di diritto al primo posto nella lista dei pianeti extrasolari potenzialmente abitabili.

C’è infine da aggiungere che la Stella di Teegarden si trova relativamente molto vicina al nostro Sistema solare, cioè ad appena 12.5 anni luce di distanza. La Stella di Teegarden è infatti, la ventiquattresima stella più vicina al Sistema solare ed è una delle più piccole nane rosse conosciute dagli astronomi. Sebbene sia molto vicina, questa stella è molto debole e ha una massa molto più piccola (circa 10 volte) rispetto al Sole. Ciò costituisce un grande vantaggio per gli astronomi “cacciatori di pianeti”, perché l’effetto gravitazionale dei pianeti di taglia terrestre in orbita intorno alle stelle di piccola massa è molto più facile da rivelare rispetto al caso di stelle di taglia più grande, come il Sole. Tuttavia, come detto, ci sono voluti 245 spettri e 3 anni di osservazioni per riuscire a determinare correttamente i segnali dei due pianeti.

L’obiettivo futuro è quello di osservare direttamente questi due pianeti con telescopi di prossima generazione, come l’E-ELT (European-Extremely Large Telescope) dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Eso), e il TMT (Thirty Meter Telescope) americano. Con questi nuovi occhi potremo, ad esempio, capire se hanno un’atmosfera, in cui poi cercare eventuali segni di presenza di molecole legate alla vita extrasolare, in attesa di avere buone notizie dalla ricerca di vita extraterrestre nei corpi del nostro sistema solare.

 Stefano Nasetti 

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Le nuvole e i cicli dell’acqua di Marte

 

Marte, il pianeta rosso, un luogo arido, freddo, dove il cielo spesso assume colorazioni rosate a causa della polvere, alzata dai costanti venti, che trova poca resistenza dell’atmosfera (quasi assente) e della bassa forza di gravità. Questa è certamente l’immagine di Marte che è nell’immaginario collettivo. Tuttavia si tratta di un’immagine sbagliata o, quantomeno assai semplicistica, oserei dire ormai stereotipata.

Come biasimare il pubblico per questo, del resto le immagini che vengono trasmesse in Tv dipingono Marte sempre così. Un pianeta arido privo di acqua e quindi di nubi, così com’è apparso dalle immagini strasmesse dalle sonde Viking nel 1977. Sono però trascorsi oltre quarant’anni e la nostra conoscenza riguardo al pianeta rosso si è notevolmente ampliata, soprattutto nell’ultimo ventennio.

Sono passati ormai quasi 4 anni dallo storico annuncio fatto dalla Nasa (29/09/2015) del ritrovamento di acqua liquida sulla superficie marziana, eppure l’immagine stereotipata dell’arido Marte benché ormai superata, continua a essere pubblicamente riproposta quasi in ogni conferenza o trasmissione parli del pianeta rosso.

L’annuncio del ritrovamento dell’acqua liquida su Marte fu fatto dalla Nasa solo nel 2015, sebbene l’agenzia spaziale statunitense fosse a conoscenza di tale evidenza oggettiva fin dal 2006 come dimostrato da due articoli pubblicati

“[…] sul sito ufficiale della Nasa il 6 dicembre 2006 intitolato: “Nasa Images Suggest Water Still Flows in Brief Spurts on Mars” (Le immagini Nasa suggeriscono che l’acqua fluisce ancora in brevi periodi su Marte) e […]Nel 2011, precisamente in Agosto, è ancora la Nasa stessa a proporre un articolo sull’acqua marziana sul suo sito web ufficiale, ricalcando il titolo dell’articolo del 2006.

Il nuovo articolo dall’eloquente titolo: “NASA Spacecraft Data Suggest Water Flowing on Mars” (I dati della sonda spaziale della Nasa suggeriscono che l’acqua scorre su Marte), si ricollega alle analisi del MRO di due anni prima e ribadisce che: “Gole dall’aspetto nuovo, suggeriscono movimenti avvenuti lungo pendii marziani in tempi geologicamente recenti, forse avvenuti per mezzo dell’acqua, apparsi sotto forma di brina, su alcune parti del Phoenix Mars Lander. Se ulteriori studi in corso, confermeranno l’evidenza della brina, questa potrebbe essere il primo luogo noto di Marte, dove scorre acqua liquida […]”.*

In questa circostanza “[…]Il responsabile dell’esplorazione del sistema solare dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), planetologo e docente presso la facoltà di Scienze MFN dell’università di Chieti-Pescara, Enrico Flamini, commentò l’annuncio della Nasa dicendo: “È la prima prova che dimostra l'esistenza di un ciclo dell'acqua sulla superficie di Marte […]".*

“[…], ma la cosa appare abbastanza incredibile.

La manifestazione della presenza di un ciclo dell’acqua, non è soltanto l’evidenza visiva dell’esistenza di acqua liquida.

Marte ha un proprio clima che si manifesta attraverso diversi fenomeni atmosferici già noti agli astronomi, meno al grande pubblico, come nuvole e nevicate.

Sì, avete letto bene. Su Marte ci sono nuvole e nevica, ma questo dato oggettivo poco si presta alla convenzionale immagine del pianeta secco e arido attribuita a Marte, quindi è stato ed è, poco pubblicizzato presso il pubblico (e forse anche tra qualche astrobiologo …)

Formazioni nuvolose erano già state osservate dei primi orbiter circa vent’anni fa, alla fine del secolo scorso, come ad esempio dalla citata Mars Global Surveyor (attiva tra il 1996 e 2007), per poi essere confermate negli ultimi anni dalle osservazioni delle altre sonde come MRO (lanciata nel 2005 e ancora operativa).

Le nubi avrebbero già suggerito la presenza di un ciclo dell’acqua sul pianeta, benché la presenza di vapore acqueo ne rappresentasse soltanto una minima parte.

Stesso discorso per quanto riguarda le precipitazioni nevose.

Quando nel 2005 il lander Phoenix toccò il suolo marziano, segnalò che nelle vicinanze del polo nord del pianeta, dove era ammartato, erano in corso precipitazioni nevose. Era la stagione di passaggio tra l'estate e l'autunno marziano, quindi la temperatura era relativamente mite: quei fiocchi di neve erano con ogni probabilità, fatti d'acqua, sostennero già allora gli scienziati Nasa, anche se la maggioranza di essi erano costituiti da anidride carbonica ghiacciata.

La conferma giunse poi nel giugno del 2012, in uno studio pubblicato dai ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology di Boston), sulla base dei dati inviati dalla stessa sonda lander Phoenix (attiva fino al 2008). Nello studio, l’equipe statunitense concluse che i fiocchi di neve marziana sono talmente piccoli (tra i 4 e 13 micrometri o micron, millesimi di millimetro) che un immaginario osservatore, li percepirebbe più come una nebbia rispetto a una nevicata come siamo soliti vedere sul nostro pianeta. Lo studio riteneva che tali sottilissimi fiocchi, complice anche la minor forza di gravità presente sul pianeta rosso e la minor densità della sua atmosfera, impiegassero anche diverse ore per poggiarsi al suolo.[…]”*

Ciò che dovrebbe essere evidenza per tutti, è rimasta ancora oggi, quasi un decennio dopo, ancora un’informazione a conoscenza di pochi.

La conferma però che i modelli climatici e geologici “tradizionali” di Marte, sulla base dei quali si continua a promuovere l’immagine stereotipata del pianeta rosso arido e secco, sono sbagliati lo conferma oggi due nuove ricerche appena pubblicate (aprile - maggio 2019).

Nella prima, dell’aprile 2019, un team di ricerca dell’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca e del Max Planck tedesco ha individuato un nuovo tipo di ciclo marziano, mai scoperto prima. Si tratta dunque di un nuovo e ulteriore ciclo dell’acqua, in aggiunta a quello già scoperto con le evidenze sopra citate. Infatti, se prime le osservazioni riguardavano il polo nord marziano, il nuovo ciclo dell’acqua riguarda questa volta l’emisfero sud.

 I risultati, pubblicati su Geophysical Research Letters, sono stati ottenuti grazie a simulazioni informatiche che mostrano come il vapore acqueo riesca a superare in un modo inusuale la barriera di aria fredda dell’atmosfera marziana, raggiungendo gli strati più alti.

Si tratta di un fenomeno che ricorda il meccanismo di una pompa: il flusso di gas viene in un certo senso risucchiato verso l’alto, fino a raggiungere un’altezza di circa 160 chilometri.

Secondo gli scienziati, un ruolo fondamentale in questo processo è giocato dall’orbita marziana. Durante il suo percorso intorno al Sole, che dura circa due anni terrestri, Marte raggiunge un’orbita più ellittica rispetto alla nostra: questo fa sì che l’estate nell’emisfero meridionale marziano sia più calda rispetto all’estate nell’emisfero settentrionale.

“Quando è estate nell’emisfero sud – ha spiegato Paul Hartogh, leader dello studio – in un certo momento del giorno il vapore acqueo può innalzarsi più del solito, raggiungendo l’atmosfera superiore di Marte”.

Questo nuovo ciclo dell’acqua, prima sconosciuto, potrebbe aiutare a comprendere meglio l’evoluzione della presenza di acqua liquida nel passato e nel presente del pianeta rosso.

La seconda ricerca ha riguardato un altro aspetto del ciclo dell’acqua, quello della formazione di vere e proprie nubi di vapore acqueo e non è frutto di simulazioni sulla base dei dati chimici e atmosferici raccolti dalle sonde, ma di un’osservazione video e fotografica delle stesse.

Spedite dalla missione InSight della Nasa, arrivano gli straordinari video delle nuvole che si muovono nell'atmosfera marziana, immagini raccolte anche dal rover Curiosity.

Il rover laboratorio della Nasa, mentre era preso nelle sue tradizionali attività di scavo e analisi geologica, ha puntato il suo sguardo elettronico al cielo marziano e ha ripreso il passaggio delle nubi. Gli scatti sono stati eseguiti dalle fotocamere NavCams (Navigation Cameras) il 7 e il 12 maggio, quando le nuvole si trovavano a circa 31 chilometri al di sopra dalla superficie di Marte.

Il team della missione sta cercando di coordinare queste osservazioni delle nubi con quelle effettuate di recente dal lander InSight, che è situato a 600 chilometri di distanza da Curiosity; le immagini delle stesse nuvole, scattate da due diversi punti di vista, possono essere d’aiuto per tracciarne un identikit più preciso, specie per quanto riguarda l’altezza.

Tutto ciò considerato, dovremmo chiederci: perché si continua pubblicamente a diffondere un’idea obsoleta di Marte, ferma a oltre quarant’anni fa?

Un poco alla volta questa idea lascerà spazio all’evidenza oggettiva della realtà e il pianeta rosso non sarà più il pianeta della “morte” poiché associato alla guerra, ma il pianeta della “vita”.

Con le prossime missioni Nasa (MARS2020) ed ESA (ExoMars2020), i cui dati si avranno non prima della fine del 2012 o l’inizio del 2022, scopriremo ufficialmente che la vita non è solo una prerogativa della Terra.

Per chi ha fretta di sapere:

*Brani tratti dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”.

Stefano Nasetti

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