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La scultura in legno più antica del mondo sta riscrivendo la storia della civiltà umana

Più si va indietro nel tempo, più scarse sono le testimonianze archeologiche. Molti materiali usati dagli esseri umani come legno, pelle e tessuto, semplicemente non durano e, una volta inghiottiti dalla Terra, scompaiono sotto l'implacabile azione degli agenti atmosferici e microbici nel corso del tempo.  L'idolo Shigir, già solo per tale motivo, è un reperto eccezionale, una meraviglia.

Sono noti molti esempi di reperti della prima età della pietra, tra questi ci sono le pitture rupestri di Francia e Spagna, create più di 30.000 anni fa, e minuscoli oggetti, scolpiti in zanne di mammut, che raffigurano animali o ibridi animale-uomo. Molti di questi sono estremamente delicati e straordinariamente ben realizzati. Ma sono generalmente realistici nello stile. Lo Shigir Idol, ricoperto di simboli, rappresenta un salto oltre questa sorta di arte realistica e naturalistica.

La più antica scultura in legno conosciuta al mondo, incombe oggi su una stanza silenziosa di un oscuro e poco frequentato museo russo nei monti Urali, non lontano dal confine siberiano. Misterioso come le enormi figure di pietra dell'isola di Pasqua, lo Shigir Idol è un “paesaggio di spiriti inquieti” che sconcerta lo spettatore moderno. In archeologia, la scultura preistorica portatile è chiamata "arte mobiliare". Cone detto, con la miracolosa eccezione dell'Idolo di Shigir, nessun altra scultura in legno dell'età della pietra è sopravvissuta.

Questa statua figurativa in legno (o ciò che ne rimane) è stata scolpita migliaia di anni fa, da un'unica lastra di larice appena tagliata e conservata per millenni nell'ambiente acido e antimicrobico della torbiera di Shigir negli Urali in Russia. Sparsi tra i motivi geometrici (zigzag, spine di pesche, ecc.) ci sono otto volti umani simili a maschere, ciascuno con tagli al posto degli occhi che sembrano guardare dall’altro verso il basso lo spettatore.

La bocca più alta, incastonata in una testa a forma di lacrima rovesciata, è spalancata. Il volto in cima non è passivo. Sia che lo si voglia interpretare come se stia urlando o gridando, sia che si voglia affermare che stia cantando, il suo atteggiamento sembra proiettare autorità. Non è chiaro se si tratti di un entità amica o nemica, ma non è certo per questo che il reperto sta cambiando ciò che la comunità archeologica ufficiale ha sempre pensato riguardo la storia umana, in particolare la preistoria, e le capacità attribuite agli esseri umani vissuti in quell’epoca!

Cosa ha allora di tanto rivoluzionario questo reperto? Ripercorriamone brevemente la storia del ritrovamento al fine di poter rispondere a questa domanda. A metà del XIX secolo, nelle torbiere dello Shigir, a circa 100 km a nord di Ekaterinburg, negli Urali, in un’area oggi allagata e oggi non più accessibile, fu scoperto l'oro sotto il terreno melmoso. Il proprietario terriero, il conte Alexey Stenbok-Fermor, assunse lavoratori per estrarre il minerale dal sito a cielo aperto, e ordinò loro di salvare e conservare tutti gli altri oggetti che stavano venendo fuori dal terreno fin dai primi scavi.

Il  24 gennaio 1894, fu ritrovata una scultura in legno incredibile. Si presume che l'Idolo di Shigir, (così chiamato per vicinanza della palude Shigir vicino a Kirovgrad, luogo del ritrovamento) sia rimasto piantato su una base rocciosa forse per due o tre decenni, prima di precipitare in un paleo-lago scomparso, dove le proprietà antimicrobiche della torba lo hanno protetto e conservato come in una capsula del tempo.

La statua era composta di dieci frammenti di legno, che furono trovati a circa 4 metri sotto il livello del suolo. I pezzi furono trasportati a 95 km di distanza, a Ekaterinburg, la città dove, 28 anni dopo, l'ultimo zar dell'Impero russo, l'imperatore Nicola II, sua moglie Alessandra, ed i loro figli sarebbero stati giustiziati dai bolscevichi. A Ekaterinburg, la donazione del conte Alexey Stenbok-Fermor fu esposta al pubblico insieme a molti altri oggetti ritrovati nello stesso sito, come punte di freccia in osso, pugnali ossei scanalati, un corno di alce levigato e altri antichi reperti, presso la Società di scienze naturali degli Urali, oggi conosciuta come Museo regionale delle tradizioni locali di Sverdlovsk.

Lì, il direttore del museo permise al capostazione della ferrovia, Dmitry Lobanov, un aspirante archeologo, di assemblare i frammenti principali in una figura alta circa 2,8 metri con le gambe incrociate in una posa che i genitori di qualsiasi epoca potrebbero riconoscere come “protettiva”.

L'idolo rimase esposto in quella posizione fino al 1914, quando l'archeologo Vladimir Tolmachev suggerì di incorporare i anche gli altri resti minori nell'opera finita, aumentando la sua altezza a quasi 5,30 metri. Oggi, gran parte della metà inferiore (lunga 1,95 metri), che era priva di dettagli figurativi, è andata perduta. Gli schizzi della sezione inferiore realizzati da Tolmachev sono tutto ciò che rimane di questa parte. La sezione conservata della figura esposta oggi nel museo regionale di Sverdlovsk è alta 3,4 m.

Per più di un secolo, l'idolo di Shigir è stato considerato una curiosità, una scultura simile a un totem di un'età antica che si presumeva avesse al massimo qualche migliaio di anni. Infatti, il suo vero significato cominciò ad emergere soltanto nella seconda metà degli anni ’90 del novecento, quando alcuni frammenti esterni del reperto furono sottoposti all’analisi al radiocarbonio. 

La datazione al radiocarbonio rivelò che lo Shigir Idol era molto più vecchio di quanto si fosse immaginato! I dati collocarono l’origine del manufatto intorno ai 9.750 anni fa, intorno al 7.750 a.C. Tuttavia, i risultati dell'analisi del radiocarbonio effettuata nel 1997, fu accolta con scherno da alcuni scienziati, che trovarono le conclusioni delle analisi e del successivo studio, poco plausibili. Alcuni dubbiosi suggerirono addirittura che la statua fosse un falso.

Gli scienziati rimasero sbalorditi, non solo per la spettacolare conservazione del manufatto che lo rendeva già di per sé un qualcosa di assolutamente unico e mai visto prima d’ora, ma soprattutto perché  molti “esperti”  sostenevano che la complessa iconografia della statua fosse troppo sofisticata, e dunque al di fuori della portata delle degli esseri umani vissuti in quel periodo, o almeno delle capacità fino ad allora ad essi attribuite. Infatti, secondo la teoria prevalente in quel momento in ambito storico-scientifico, gli esseri umani erano ancora solo dei cacciatori-raccoglitori e vivevano in piccoli gruppi, costruivano capanne e ripari di fortuna e non avevano ancora sviluppato alcuna forma di simbolismo o religione che potesse essere riconciliata con le caratteristiche dello Shigir Idol. Insomma, sostenevano gli scettici in quel periodo, i cacciatori-raccoglitori non avevano la capacità di realizzare un'opera così grande o non erano in possesso della complessa immaginazione simbolica per decorarla nel modo in cui l'idolo è stato adornato.

Come speso accade per tutti i reperti considerati fuori posto o fuori dal tempo (o più propriamente che non si collocano nel paradigma scientifico prevalente che è considerato veritiero) per gli scienziati scettici o le analisi erano state fatte male o il manufatto era un falso.

Il caso dello Shigir Idol è solo uno dei sempre più frequenti ritrovamenti di reperti che vengono screditati e accantonati a causa di questo “filtro cognitivo” della comunità scientifica, più preoccupata di mantenere lo proprio status quo e quindi le proprie posizioni di potere e privilegio, piuttosto che di comprendere realmente la verità e la realtà dei fatti passati e presenti. Lo scetticismo era però destinato a svanire davanti a nuove e più accurate analisi. Un secondo esame sul reperto effettuato tra il 2014 e il 2018, non solo confermò l’origine paleolitica del manufatto, ma lo ha retrodatò di qualche altro migliaio di anni!

La datazione al radiocarbonio iniziale, quella del 1997, era stata eseguita su un campione di legno prelevato nella parte esterna della scultura, superficie che era stato sottoposta a condizioni ambientali estreme, e per questo si era in parte deteriorata. Dopo il suo ritrovamento e in diversi momenti del novecento, il reperto era stato sottoposto a tentativi di restauro e conservazione, contaminando però la superficie esterna e alterando in parte i risultati dei test.

Nel 2014, il Dr. Terberger e un team di scienziati tedeschi e russi hanno testato campioni dal nucleo dell'idolo, non contaminato da precedenti sforzi per conservare il legno, utilizzando la spettrometria di massa con acceleratore. La tecnologia più avanzata ha fatto emergere l’origine straordinariamente precoce del manufatto: circa 11.600 anni fa, un'epoca in cui l'Eurasia stava ancora uscendo dall'ultima era glaciale. Tanto per rendere meglio l’idea, la statua aveva più del doppio dell'età delle ufficialmente attribuita alle piramidi egiziane e di Stonehenge, ed era perciò stata prodotta dall’uomo molti millenni prima della più antica opera d'arte rituale fino ad allora conosciuta.

Pochi anni più tardi (nel 2020), tre membri della stessa squadra, gli archeologi Thomas Terberger dell'Università di Gottinga in Germania, Mikhail Zhilin dell'Istituto di archeologia RAS in Russia e Svetlana Savchenko del Museo regionale di Sverdlovsk in Russia, hanno effettuato e analizzato nuovamente più risultati di datazione al radiocarbonio. La ricerca è stata pubblicata sula rivista Quaternary International .

Il nuovo studio ha fornito risultati ancor più sorprendenti, distorcendo ulteriormente la nostra comprensione della preistoria e spostando indietro di altri 5-600 anni la data di origine dell'Idolo di Shigir. Infatti, la conclusione è che la statua è ancora più antica: il legno utilizzato per realizzare la scultura ha circa 12.250 anni!!

Poiché lo Shigir Idol è stato ricavato dal tronco di un larice con 159 anelli di crescita, ciò suggerisce che il legno aveva almeno 159 anni quando gli antichi falegnami iniziarono a modellarlo. È dunque probabile che la statua stessa sia stata scolpita circa 12.100 anni fa, dunque circa 500 anni prima di quanto mostrato dall'analisi del 2018. Ciò suggerisce che la scultura sia stata scolpita tra la fine dell'ultima era glaciale e all'inizio dell'Olocene.

La data è estremamente interessante poiché ci troviamo all’incirca nel 10.500 a.C., data ricorrente in molte datazioni (non sempre riconosciute come possibili dalla comunità scientifica dominante per i motivi già sopra esposti) ed attribuite a misteriosi monumenti antichi quali ad esempio la Sfinge egizia della piana di Giza in Africa, nel centro e sud America alle mura megalitiche di Cuzco e Ollantaytambo, alla Porta del Sole a Tiahuanaco o alle rovine di Puma Punku e, nell’Eurasia al sito di Göbekli Tepe in Turchia, solo per citarne alcune.

"Gli anelli ci dicono che gli alberi stavano crescendo molto lentamente, poiché la temperatura era ancora piuttosto fredda", ha detto il dott. Terberger. Data la velocità con cui i tronchi di larice marciscono e si deformano, i ricercatori hanno determinato che l'idolo è stato modellato da un albero appena tagliato. E dalle larghezze e profondità dei segni, il dottor Zhilin, altro autore della ricerca, ha concluso che i tagli erano stati fatti da almeno tre scalpelli affilati, due dei quali erano probabilmente asce di pietra levigata.

L'oggetto in legno intagliato scoperto dalla torbiera di Shigir rimane uno degli esempi più antichi e conosciuti al mondo di scultura antropomorfa monumentale. La recente applicazione di nuove tecniche analitiche ha portato alla scoperta di nuove immagini sulla sua superficie. I risultati di queste recenti analisi si collocano nel contesto delle tradizioni locali ed extralocali di comparabile arte preistorica.

Con i suoi 12.100 anni, l'Idolo di Shigir è di gran lunga la prima opera d'arte rituale conosciuta, tuttavia è chiaro che solo il decadimento naturale dei materiali utilizzati all’epoca ha impedito che altri reperti simili venissero trovati. "L'idolo è stato scolpito durante un'era di grandi cambiamenti climatici , quando le prime foreste si stavano diffondendo attraverso un tardo glaciale più caldo fino all'Eurasia postglaciale", ha dichiarato Terberger al New York Times ."Il paesaggio è cambiato e anche l'arte (espressa attraverso disegni figurativi e animali naturalistici dipinti nelle caverne e scolpiti nella roccia) lo ha fatto anche, forse come un modo per aiutare le persone ad affrontare gli ambienti difficili che hanno incontrato".

E cosa significano le incisioni e i motivi geometrici presenti sullo Shigir Idol? Svetlana Savchenko, curatrice del manufatto e coautrice dello studio, ipotizza che le otto facce identificate potrebbero contenere informazioni crittografate sugli spiriti degli antenati, il confine tra terra e cielo o un mito della creazione. Sebbene il manufatto sia unico nel suo genere, la ricercatrice vede una somiglianza con le sculture in pietra di quello che è stato a lungo considerato il tempio più antico del mondo, Göbekli Tepe, le cui rovine si trovano nell'attuale Turchia, ad appena 4000 km di distanza. Qui le pietre del tempio sono state scolpite circa 12.600 anni fa, il che le rende solo 4-500 anni più giovani dell'idolo di Shigir.

Infatti, nonostante esistano altri esempi di raffigurazioni antropomorfe (prevalentemente dipinti rupestri) in molte aree dell’Europa (Francia e Spagna in particolare) ma anche nella più vicina (agli Urali) Romania, gli esempi più importanti e più simili allo Shigir Idol, di arte paleolitica preceramica (PPNA) sono stati rinvenuti nel sito di Göbekli Tepe. Il sito è famoso per le sue strutture circolari in pietra con pilastri alti fino a 4 m. Le stele a forma di T possono essere identificate come sculture in pietra antropomorfe, in alcuni casi con intagli di gazzelle, volpi, uccelli e serpenti. Le strutture circolari sono interpretate come luoghi di rito. Non c'è dubbio che le grandi stele di pietra a Göbekli Tepe furono erette durante la prima fase del suo utilizzo (10.600-8.800 a.C.), quando circa 20 recinti circolari furono usati per scopi rituali dai cacciatori-raccoglitori. La prima figura umana monumentale del sito di Gobekli Tepe è rappresentata dalla scultura in pietra (1,93 m di altezza) che mostra un uomo che indossa una collana con le mani tenute sul all'altezza dell'inguine (posizione che anch’essa si ritrova in molti siti sparsi nel mondo, tra quelli già citati in precedenza, con cui è comune anche la datazione al 10.500 a.C. e presente anche nello Shigir Idol). L'Anatolia sud-orientale quindi, con siti come Nevalı Çori e Göbekli Tepe, è quindi l'unica regione, oltre agli Urali, in cui troviamo prove di sculture monumentali antropomorfe e rappresentazioni animali dell'inizio dell'Olocene.

I reperti della torbiera di Shigir quindi, indicano l'esistenza di un'imponente ed elaborata tradizione artistica contemporanea a quella del sud-est dell'Anatolia. I cacciatori-raccoglitori del primo Olocene chiaramente abitavano in un mondo simbolico con forme di espressione artistica più ricche e complesse di quanto si credesse in precedenza.

Marcel Niekus, un archeologo della Fondazione per la ricerca sull'età della pietra nei Paesi Bassi, ha affermato che la nuova datazione (ancor più antica) dell'Idolo di Shigir "rappresenta una scoperta unica e senza pari in Europa. Ci si potrebbe chiedere quanti pezzi simili siano andati perduti nel tempo a causa delle cattive condizioni di conservazione”. La somiglianza dei motivi geometrici con altri in tutta Europa in quell'epoca, ha aggiunto, “è la prova di contatti a distanza e di una lingua dei segni condivisa su vaste aree. La vastità dell'idolo sembra anche indicare che fosse inteso come un indicatore nel paesaggio che avrebbe dovuto essere visto da altri gruppi di cacciatori-raccoglitori, forse segnando il confine di un territorio, un segnale di avvertimento o di benvenuto”.

Sebbene non possiamo sapere esattamente per cosa fosse usato l'idolo Shigir, la sua stessa esistenza suggerisce quantomeno un apprezzamento per l'arte e l'artigianato. Le persone che l'hanno creato sembrano aver apprezzato il simbolismo che gli “esperti accademici” fino ad oggi pensavano fosse invece emerso solo molto più tardi.

Così come spesso si ribatte agli scettici del fenomeno ufologico e della possibilità di visite passate e presenti di esseri extraterrestri “l’assenza di prove non è prova d’assenza”, il discorso è analogo.. Anche in questo caso infatti, l'assenza di altri oggetti che dimostrano questo livello di cultura e spiritualità già nella preistoria umana, tra la documentazione archeologica fino ad oggi era disponibile, non può essere presa come prova di una mancanza di una simile cultura, ha sostenuto il team di ricerca che si è occupata dello Shigir Idol. Le persone che hanno costruito l'idolo Shigir avevano chiaramente le capacità per modellare e intagliare il legno, ed è improbabile che questo manufatto sia stato l'unico oggetto realizzato del suo genere sebbene sia ad oggi l’unico ritrovato. Abbiamo detto fin dall’inizio, come i manufatti in pelle, legno, ecc. difficilmente riescono a giungere fino a noi, resistendo al degrado nel tempo degli agenti ambientali e microbici.

In effetti, le incisioni geometriche sulla statua corrispondono a modelli simili visti in tutta Europa durante lo stesso periodo di tempo, presenti su rocce e Menhir e non solo. "Dal nostro punto di vista attuale, è molto difficile capire cosa stesse succedendo nella mente dei creatori di Shigir Idol", ha detto Terberger. "Tuttavia, sono colpito dalla somiglianza dell'idolo con i totem dei nativi americani nella regione del Pacifico nord-occidentale". Tali pali spesso sono eretti con lo scopo di onorare divinità o antenati. Potrebbe essere anche questo lo scopo dello Shigir Idol?

Altri ricercatori suggeriscono teorie alternative. Mikhail Zhilin dell'Accademia Russa delle Scienze – un altro degli autori dell'articolo – sostiene che l'idolo potrebbe rappresentare spiriti o demoni della foresta, mentre Vang Petersen, del Museo Nazionale della Danimarca, suggerisce che le incisioni fossero avvertimenti di “tenersi alla larga” e/o non allontanarsi dalla terra sacra.

I ricercatori sostengono che la statua suggerisce che i cacciatori-raccoglitori che popolavano gli Urali durante il periodo mesolitico vivessero vite spirituali ricche e complesse, e che pochissimi dei loro oggetti d'arte sono sopravvissuti alle ingiurie del tempo. "Dobbiamo accettare che i cacciatori-raccoglitori avessero rituali complessi e fossero in grado di esprimere idee e arte molto sofisticate", ha detto Terberger a The Guardian nel 2018 . "Queste cose non sono iniziate con gli agricoltori, sono iniziate con i cacciatori-raccoglitori molto prima di quanto ancora oggi viene insegnato nelle scuole e nelle università ed è scritto sui libri di storia".

Fino ad oggi, l'arte complessa su larga scala era considerata l'opera di contadini sedentari successivi che iniziarono a diffondersi dal Medio Oriente circa 8.000 anni fa e occuparono terreni precedentemente utilizzati dai cacciatori-raccoglitori. Queste società agricole (sempre secondo l’ormai smentito paradigma scientifico precedente) raggiunsero una notevole sofisticazione e furono infine responsabili, in Gran Bretagna, della costruzione di grandi opere neolitiche come Stonehenge e il Ness of Brodgar nelle Orcadi.

Al contrario e per tale motivo, si presumeva che i cacciatori-raccoglitori non fossero capaci di pensiero simbolico, né avessero capacità organizzative che sono alla base della progettazione di questi grandi monumenti. Oggi invece, la datazione dell'Idolo di Shigir suggerisce che non sia stato così, e che il periodo subito dopo l'ultima era glaciale non fosse un deserto culturale come hanno sostenuto alcuni esperti. La mancanza di resti di arte monumentale di cacciatori-raccoglitori può essere semplicemente attribuita al fatto che usavano legno che non è sopravvissuto, a differenza delle opere in pietra dei loro successori contadini. Solo le condizioni bizzarre della torbiera di Ekaterinburg hanno permesso la sopravvivenza dell'idolo.

Ci sono molte torbiere sparse negli Urali, alcune delle quali hanno anche restituito manufatti in legno di migliaia di anni fa. La maggior parte di esse rimane inesplorata e le spedizioni di scavo sono costose e richiedono molto tempo. Qualsiasi segreto nelle loro oscure profondità rimarrà probabilmente tale per un po' di tempo a venire.

L'ultimo articolo del Dr. Terberger sfida la nozione etnocentrica che praticamente tutto, comprese l'espressione simbolica e le percezioni filosofiche del mondo, è arrivato in Europa attraverso le comunità agricole sedentarie nella Mezzaluna Fertile 8.000 anni fa.

"Fin dall'epoca vittoriana, la scienza occidentale ha effettuato una ricostruzione storica basata sul preconcetto che la conoscenza europea fosse superiore e, conseguentemente ogni altra fosse cognitivamente e sotto l’aspetto comportamentale, inferiore", ha affermato il dott. Terberger. “I cacciatori-raccoglitori sono considerati inferiori alle prime comunità agricole emergenti in quel momento nel Levante. Allo stesso tempo, le prove archeologiche emerse nel frattempo negli Urali e in Siberia furono sottovalutate e trascurate. Per molti dei miei colleghi, gli Urali erano una vera terra incognita”.

Per João Zilhão, un paleoantropologo dell'Università di Barcellona che non è stato coinvolto nello studio, il messaggio da portare a casa della ricerca sullo Shigir Idol è chiaro: "È simile alla favola che i 'Neanderthal non hanno fatto arte', assunto scientifico ufficiale - (che sarebbe meglio chiamare “paradigma” o “dogma”)  nda -  che era interamente basato sull'assenza di prove", ha affermato. “E poi sono state trovate le prove e la favola è stata mostrata  per quello che era - (Una favola appunto e non una verità oggettiva – nda). Allo stesso modo, il travolgente consenso scientifico riteneva che gli esseri umani moderni fossero superiori rispetto ai Neanderthal sotto ogni aspetto fondamentale, inclusa la loro capacità di innovare, comunicare e adattarsi a diversi ambienti. Anch’esse Sciocchezze, tutte quante”.

Il dottor Zilhão ha affermato che le scoperte di Shigir Idol hanno rivelato fino a che punto i pregiudizi (i “bias di conferma” che sono presenti anche in ambito scientifico, come ho avuto modo di esporre nel mio ultimo libro “Fact Checking – La realtà dei fatti, la forza delle idee. - Ed. 2021) influenzano le ricostruzioni scientifiche in generale e, in questo specifico caso, la comprensione dell'arte paleolitica. "La maggior parte dell'arte dell’epoca, deve essere stata fatta di legno e altri materiali deperibili", ha detto. "Il che rende chiaro che le argomentazioni sulla ricchezza dell'arte mobiliare nel Paleolitico superiore della Germania o della Francia rispetto all'Europa meridionale, sono in gran parte prive di senso. È chiaro che un manufatto della tundra (dove non ci sono alberi e si usa l'avorio, che è archeologicamente visibile, poiché più resistente al tempo) rispetto ad uno provenienti dagli ambienti forestali aperti (dove si utilizza prevalentemente  il legno, che è archeologicamente invisibile, poiché deperibile) ha maggiore probabilità di giungere fino a noi”. Se dunque non sono stati ritrovati (ad eccezione dello Shigir Idol) altri manufatti in quegli ambienti, non vuol dire che non fossero prodotti e che quelle popolazioni fossero più arretrate o meno evolute di quelle europee.

Olaf Jöris, del Leibniz Research Institute for Archaeology, è d'accordo. "Le nuove prove di Shigir fanno sognare gli archeologi ad occhi aperti su come sarebbe potuta apparire la documentazione archeologica se i resti di legno fossero stati conservati in maggiore abbondanza", ha detto.

L’altro autore dello studio, Mikhail Zhilin dell'Istituto di archeologia RAS in Russia, ha trascorso gran parte degli ultimi 12 anni a indagare su altre torbiere negli Urali. In un altro sito ha scoperto ampie prove di carpenteria preistorica: strumenti per la lavorazione del legno e una massiccia tavola di pino, di circa 11.300 anni, che crede fosse stata levigata con un'ascia. Asce in pietra levigata sono state recuperate dallo strato IV del sito di Beregovaya 2, situato al confine occidentale della città di Nizhny Tagil, datato  tra il 9.000 e l’ 8.400 a.C. "Ci sono molte altre paludi inesplorate sulle montagne", ha detto il dottor Zhilin. Purtroppo non ci sono scavi in corso.

La nostra conoscenza della storia è fuorviata e plagiata dagli assunti, dai paradigmi e dai dogmi della comunità scientifica ufficiale, spesso privi di prove a sostegno e divenuti “uniche inconfutabili e incontestabili verità scientifiche” solo perché considerate tali (sovente solo per interessi personali e il mantenimento dello status quo) dalla maggioranza dei membri della comunità scientifica o perché sostenute dai membri più “autorevoli”. Le autorità scientifiche non permettono sovente di far progredire la scienza, costringendola ad avanzare, come ebbe modo di dire il premio Nobel Max Planck, “un funerale alla volta”. Nel frattempo, il mistero sulla vera origine dell’uomo e sulla nostra storia passata è ancora ben lungi dall’essere svelato.

Stefano Nasetti

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Gli Eversivi. Chi sono davvero?

Ogni giorno, a partire all’incirca dal giugno 2021, abbiamo assistito ad una costante crescita del numero di persone contrarie alle politiche governative in merito alla gestione “dell’emergenza sanitaria”, dichiarata con interpretazioni assai discutibili e con modalità altrettanto illegittime, dall’allora Governo Conte II.

Al contempo, man mano che aumentavano le proteste e le manifestazioni di piazza in ogni città (sempre più cospicue in fatto di numero di partecipanti e sempre più frequenti) abbiamo assistito ad una crescente campagna mediatica di diffamazione e di criminalizzazione del dissenso, attuata attraverso l’utilizzo di concetti ed espressioni sempre più “violente” e denigratorie nei confronti di chi non si piegava alle politiche autoritarie governative. Si è così consentito a presunti esperti di ogni sorta, dai sedicenti virologi ai Ministri, dai politici agli influencer del web, dai “giornalisti” agli opinionisti tuttologi dei salotti televisivi, di etichettare come “negazionisti”, “no vax”, “no green pass” una moltitudine variegata di persone che semplicemente non accettavano (e non accettano) di vedere così facilmente archiviata la democrazia e i diritti umani fondamentali da essa riconosciuti e garantiti, in nome di una sempre più evidente solo presunta “sicurezza sanitaria”.

Il culmine (o quello che appare al momento tale) si è raggiunto nel mese di ottobre, quando il linguaggio utilizzato nella narrazione mainstream si è fatto ancor più duro, a seguito dell’imponente manifestazione per la libertà tenutasi a Roma, il 9 ottobre (2021), che ha visto la partecipazione tra le 70.000 e le 100.000 persone (solo 10.000 per la Questura …), e poi con i fatti avvenuti al porto di Trieste nelle settimane successive.

A seguito di questi fatti, le etichette dispregiative adottate fino a quel momento sono state rapidamente cambiate in peggio. Così tutti i dissenzienti sono stati definiti “fascisti”, “violenti”  e perfino “terroristi” e “sovversivi”, e c’è chi addirittura ha invocato repressioni violente del dissenso, auspicando l’utilizzo delle armi da rivolgere contro i manifestanti.

Alla fuorviante narrazione mainstream, questa volta si sono contrapposte non solo le parole della controinformazione, ma soprattutto le immagini girate dalle centinaia di migliaia di partecipanti alle manifestazioni che, con i loro smartphone hanno ripreso e poi condiviso sui social la realtà dei fatti, mostrando al mondo la grave emergenza democratica (l’unica vera e grave emergenza) in atto in Italia.

Di fronte all’oggettività delle immagini e delle migliaia di testimonianze raccolte, oltre che delle imbarazzanti dichiarazioni del Ministro degli Interni in Parlamento (“… l’agente della Digos stava misurando la forza ondulatoria del mezzo…” e ancora “a Trieste non c’erano lavoratori ma solo frange violente …” non sapevo che il porto di Trieste era dei tedeschi …”) e alle altrettanto oggettive email e registrazioni ambientali pubblicate (a seguito dell’arresto di alcuni manifestanti resesi protagonisti di alcuni atti di vandalismo presso la sede del sindacato CGIL), che hanno accertato come il Ministero degli Interni fosse quantomeno informato sulle intenzioni di alcuni individui, e che abbia addirittura favorito le loro azioni,  è opportuno fermarsi per un attimo e valutare, una volta per tutte la situazione, ponendosi una domanda: in questo ultimo anno e mezzo circa (dal 31 gennaio 2020, giorno della dichiarazione dello stato di emergenza), abbiamo realmente assistito a fenomeni violenti al punto da essere definibili come eversivi e/o sovversivi? Se sì, quali possono sono stati o quali possono essere presi ad evidenza di tale situazione? Chi sono questi gruppi eversivi?

Per poter dar modo al lettore di avere gli strumenti cognitivi e dunque “l’unità di misura” per valutare da sé la situazione, è essenziale definire con esattezza cosa si intenda per “eversivi” o “sovversivi”. Per fare questo in modo assolutamente oggettivo e quindi scevro da ogni condizionamento politico, non possiamo che fare ricorso alla definizione che di tali atti danno le fonti normative come la Costituzione italiana e il codice penale.

L’art. 270 del codice penale definisce le associazioni sovversive così: “Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato ovvero sopprimere violentemente l’ordinamento politico e giuridico dello Stato è punito con la reclusione dai cinque ai dieci anni .”. L’art. 270-bis (introdotto nel 2006) poi, definisce Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico “Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.

Definito in modo univoco cosa si intende per associazioni sovversive, vediamo anche come il codice penale definisce gli atti che gli aderenti a queste organizzazioni compiono e che pertanto possono essere definibili come sovversivi.

Il reato di attentato per finalità terroristiche o di eversione è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge numero 15 del 6 febbraio 1980, al fine di tutelare la sicurezza pubblica e l'integrità dell'ordinamento costituzionale. È oggi definito, previsto e sanzionato dall'articolo 280 del codice penale.

Con questo articolo di legge, emanato anche con il fine di dare una risposta forte agli eventi terroristici che hanno caratterizzato l'Italia negli anni '70 del secolo scorso, il legislatore ha inteso preservare la personalità interna dello Stato e offrire copertura sia ai beni della vita e dell'incolumità, sia alle istituzioni democratiche.

L'art. 280 del codice penale recita: "Chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, attenta alla vita od alla incolumità di una persona, è punito, nel primo caso, con la reclusione non inferiore ad anni venti e, nel secondo caso, con la reclusione non inferiore ad anni sei. Se dall'attentato alla incolumità di una persona deriva una lesione gravissima, si applica la pena della reclusione non inferiore ad anni diciotto; se ne deriva una lesione grave, si applica la pena della reclusione non inferiore ad anni dodici. Se i fatti previsti nei commi precedenti sono rivolti contro persone che esercitano funzioni giudiziarie o penitenziarie ovvero di sicurezza pubblica nell'esercizio o a causa delle loro funzioni, le pene sono aumentate di un terzo …

In sintesi e ricapitolando:

  • un’associazione sovversiva è un gruppo che si prefigge di sovvertire, anche con l’utilizzo della violenza, l’ordine politico e sociale di uno Stato.
  • Negli ordinamenti liberal-democratici l’associazione è ritenuta sovversiva se è finalizzata alla sovversione con mezzi violenti, altrimenti è lecita e tutelata dalla Costituzione.
  • Il reato che ne deriva può anche escludere in sé l’attentato, che rientra nella fattispecie dell’omicidio, il delitto comune o il terrorismo, e si può configurare nell’associazione per delinquere per commettere cospirazione o sovversione.
  • La loro costituzione è naturalmente un reato associativo, alla configurabilità del quale è perciò sufficiente una condotta – fra quelle idonee a concretizzare ragionevolmente un reale pericolo – di idonea “progettazione” di un futuro concorso in uno o più reati violenti, soprattutto dopo la modifica dell’articolo 270 del codice penale avvenuta nel 2006.
  • La norma punisce sia chi “promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia” queste associazioni, con la reclusione da sette a quindici anni, e chi più semplicemente vi partecipa, con la reclusione da cinque a dieci anni. Le finalità previste per la configurabilità del reato sono quelle di terrorismo.
  • Una condotta diventa reato perseguibile penalmente se c’è una persona offesa, fisica o giuridica.
  • La semplice dichiarazione di opinioni, nonostante siano antidemocratiche o incentivino la violenza non è in sé reato, sinché questo non si traduce in concrete azioni illecite.
  • Sono applicabili i reati di Istigazione a delinquere e Apologia di reato (ex art. 414 c.p.) nei casi nei quali c’è concreto pericolo che vi consegua la commissione di reati.
  • Il diritto penale vieta azioni preventive tese a evitare avvenimenti che derivino da una propaganda ideologica che spinga all’illegalità. Introducendo dei reati di associazione eversiva si introduce il reato di associazione politica a scopo di sovversione violenta e, in senso lato, di opinione, si accetta una limitazione della libertà di parola e di stampa, con lo scopo di ridurre altri illeciti ben più gravi (scopri la storia dell’introduzione del reato di opinione in Italia, nel capitolo del libro “Fact checking, la realtà dei fatti, la forza delle idee").

Nel corso degli anni, la Corte di Cassazione a più riprese è intervenuta per interpretare l’applicazione dell’articolo 270, mutuato da una legge concepita ben prima della nascita della Repubblica Italiana e della sua Carta Costituzionale, e per limitare i casi di applicazione dei reati associativi e di pericolo presunto.

In particolare, in merito ai reati associativi di natura eversiva è ormai principio di diritto consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo il quale “la semplice idea eversiva non accompagnata da propositi concreti ed attuali di violenza non realizza il reato, ricevendo tutela proprio dall’assetto costituzionale dello Stato che essa, contraddittoriamente, mira a travolgere”.

Ad incorniciare questo quadro normativo, c’è ovviamente anche quanto disposto dalla Costituzione, poiché si tratta pur sempre di una fonte primaria e quindi sovra ordinata (e dunque prioritaria) rispetto alle leggi fin qui citate..

In particolare è necessario ricordare quanto disposto dall’articolo 54 (“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservane la Costituzione e le leggi. I cittadini a cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempiere con disciplina ed onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”), e l’articolo 139 (“La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale) poiché sono strettamente connesse al reato di eversione.

Se questo infatti si configura, come abbiamo visto, con intenti ed atti miranti a sovvertire l’ordine democratico, è chiaro che queste azioni, nel concreto, sono tutte quelle che mirano a rendere di fatto (e non solo in modo teorico) l’Italia uno Stato diverso rispetto ad una “Repubblica democratica” (così come disposto dall’art.1 della Costituzione).

Il reato di eversione quindi, è strettamente legato alla negazione della democrazia e perciò dei diritti umani fondamentali, affinché questa possa essere reale.

È infatti soltanto la reale garanzia e rispetto dei diritti umani fondamentali e democratici a far sì che uno Stato possa essere considerato realmente democratico. Non è perciò sufficiente autodefinirsi tale e questo i membri dell’Assemblea Costituente che hanno redatto la Costituzione del 1948, lo avevano ben compreso, ribadendo proprio questo concetto, nell’ultimo articolo del testo (139), dopo aver fin dal principio (nell’art. 1) messo in chiaro la tipologia di Stato che si voleva creare. Ciò non lascia spazio a dubbi o interpretazione alcuna!

Tant’è che in giurisprudenza è sempre stata opinione condivisa e prevalente il fatto che la Costituzione Italiana fosse una costituzione semi-rigida poiché permetteva soltanto modifiche riguardanti l’organizzazione dello Stato, cioè solo della seconda parte (Ordinamento della Repubblica) e non la prima (quella dei principi fondamentali e dei diritti e doveri dei cittadini), giacché è proprio il contenuto di quest’ultima a determinare, nei fatti, la natura repubblicana e democratica dello Stato italiano.

La democrazia infatti, si fonda sull’uguaglianza dei membri che ne fanno parte e non può esserci uguaglianza se non nel caso i diritti umani e fondamentali siano riconosciuti e garantiti sempre, e dunque siano assoluti. Non è un caso che i diritti civili siano definiti in giurisprudenza proprio in questo modo (cioè “assoluti”). Con questa definizione si vuole sottolineare che questi diritti possono essere fatti valere sempre, perché mai derogabili e inalienabili, anche di fronte all’azione dello Stato, qualora questo si facesse portatore di “interessi collettivi”. Anche su questo punto la giurisprudenza è stata unanime, almeno fino al Gennaio 2020 …

Ora che abbiamo definito con precisione cosa si intende per “eversione”, per “associazione eversiva” e “per soggetti eversivi”, ora che abbiamo “un’unità di misura” oggettiva del fenomeno, andiamo ad analizzare gli accadimenti prima citati, e valutiamo se realmente siamo in presenza di fenomeni eversivi e chi, eventualmente ne è davvero protagonista.

Dalle immagini, dalle dichiarazioni riportate dai mass media e dalle testimonianze dirette di centinaia di cittadini, e da quanto emerso a seguito di alcuni arresti, possiamo affermare senza timore di smentite, che nelle manifestazioni di Roma del 9 ottobre 2021 e di quelle del porto di Trieste nelle settimane successive, la totalità dei manifestanti non apparteneva a gruppi che intendevano in alcun modo trasformare lo Stato italiano da Repubblica democratica in altra cosa.

È altrettanto oggettivamente vero che invece erano lì per rivendicare e riaffermare i diritti democratici fondamentali e adempiere all’obbligo di difesa dell’ordine democratico imposto dall’articolo 54 della Costituzione.

Per quanto riguarda gli accadimenti che hanno visto l’intervento delle forze di Polizia, è altrettanto inconfutabile che il 99% dei partecipanti della manifestazione di Roma, non ha avuto alcun comportamento violento, e il restante 1% si è reso protagonista di deprecabili atti di vandalismo (e non di violenza contro altri individui).

Al contempo le centinaia di migliaia di video registrati dai cittadini confermano che TUTTI gli episodi di violenza sulle persone (pacifiche e indifese) a cui abbiamo assistito, sono stati compiuti da individui che avevano delle evidenti caratteristiche comuni ben precise: avevano un casco blu in testa e una pettorina di riconoscimento, oppure indossavano abiti comuni, con un volto ben coperto pur appartenendo (come chiaramente emerso nei giorni successivi) alla stesso gruppo precedente.

Alla luce di tutto questo, appare chiaro che la definizione di “terroristi” e “sovversivi” affibbiata ai partecipanti alle manifestazioni di protesta è assolutamente utilizzata in modo inappropriato se non addirittura “criminale”, al fine di generare discriminazione e odio sociale.

Alla fine di questa lunga analisi, e alla luce delle definizioni di “associazioni terroristiche e/o sovversive”, appare legittimo porsi una domanda: se “sovvertire” significa tentare con la violenza, di cambiare l’ordine democratico, e se un '“organizzazione sovversiva” è quelle che si prefigge e poi rende i suoi propositi effettivi e concreti atti di violenza che mettono a rischio l’incolumità di altre persone, chiediamoci se la redazione, l’approvazione, la promulgazione, l’esecuzione di norme oggettivamente lesive dei diritti democratici fondamentali, quali sono tutti i famigerati DPCM e i decreti legge emanati dal marzo 2020 ad ora, che hanno determinato (direttamente e indirettamente) danni (anche fisici, finanche la morte, vedi i protocolli di cura imposti e la negazione del diritto di cura di altre patologie) di molte persone, e l’utilizzo della violenza (come nei casi presi in analisi fin qui) contro chi non ha accettato queste prevaricazioni e verso la popolazione più in generale, possono essere intesi come “atti sovversivi” operati da “associazioni sovversive”? D’altro canto abbiamo detto che uno Stato è democratico solo quando i diritti umani e fondamentali sono riconosciuti e garantiti a tutti, senza discriminazioni. Abbiamo anche detto che i Padri Costituenti hanno voluto sottolineare questo aspetto, ribadendo questo concetto anche nell’ultimo articolo della Costituzione.

Negare, anche solo dal punto di vista legislativo questi diritti, va chiaramente ad alterare la natura democratica e repubblicana dello Stato italiano, ancor più quando viene represso con la violenza il dissenso di chi vuole invece continuare a difendere ed onorare il contenuto della Costituzione italiana. Il fatto che a compiere atti sovversivi possano essere persone che ricoprono cariche pubbliche, facenti parte della medesima “organizzazione”, non altera la possibile configurazione del reato.

Chi sono quindi i sovversivi? A questa domanda potrà forse rispondere la Magistratura, qualora all’interno di essa esista ancora qualche membro indipendente che abbia il coraggio e la determinazione di onorare l’essenza dell’Italia, cioè il contenuto della Costituzione del 1948.

Noi per il momento possiamo soltanto, con ferma certezza, ribadire che finora le manifestazioni di piazza NON hanno visto alcuna partecipazione di interi gruppi o di singoli membri appartenenti a  organizzazioni sovversive.

Del resto nessun politico, Ministro o Presidente ha mai preso parte ad alcuna di queste manifestazioni!

Stefano Nasetti

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La Repubblica delle menzogne

Art.1 della Costituzione italiana: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (articolo in vigore dal 2 giugno del 1948).

Aggiornamento del 16 ottobre 2021: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla sul lavoro  sulla menzogna”.

Solo una provocazione?

Il mondo è ormai pieno di menzogne o, per utilizzare una parola molto in voga in ambito giornalistico negli ultimi anni, è pieno di fake news! È un fatto inconfutabile che nessuno può ignorare quando guarda il mondo che lo circonda.

Tutte le persone dovrebbero fondare la propria opinione sui fatti concreti, conosciuti e raccontati in modo più completo e obiettivo possibile, per poi poter elaborare su di essi le proprie idee e la propria visione della realtà.

Tuttavia, è ormai (cattiva) abitudine, se non addirittura divenuto un atteggiamento proprio della cultura odierna, preferire “affidarsi” alle affermazioni di una persona (dall’amico della porta accanto, al cugino di un conoscente, “dall’esperto” del momento invitato nel salotto televisivo alla star della Tv, o al campione dello spot che si presta per diffondere il messaggio “di Stato” esattamente come fa quando pubblicizza un prodotto commerciale, dal giornalista di fama nazionale fino al rappresentante di una qualche “Autorità”, che sia un Ministro, il Presidente del Consiglio o addirittura quello della Repubblica), anziché andare a verificare la veridicità delle affermazioni appena ascoltate. Insomma si preferisce “credere” piuttosto che “sapere”.

Il sistema (dis)educativo a cui siamo stati (e siamo) sottoposti fin da bambini, ci suggerisce di fare affidamento sempre sui nostri maestri, di avere fiducia nelle autorità, di affidarsi agli esperti e non a quanto ascoltato da altre persone che non hanno, nella visione comune dell’opinione pubblica, la medesima  autorevolezza o autorità. Questo sistema insegna insomma al valutare le cose per come appaiono piuttosto che per come in realtà sono.

Se è vero che in teoria una persona che ha studiato e lavora in un determinato ambito dovrebbe essere mediamente più informata della materia riguardante la sua area di competenza, nella realtà dei fatti, e anche a causa del sistema (dis)educativo a cui ho fatto cenno, ma anche a causa di tantissimi altri fattori (che puoi scoprire leggendo qui) quali l’idea relativista di cui la società è oggi permeata in tutte le sue parti (con tutto ciò che ciò determina in termini di perdita di valori assoluti), l’umanità e la coscienza, l’affidabilità di moltissime persone è ormai fortemente compromessa.

Come ripeto ormai da anni, “il titolo di studio non è sinonimo di cultura e la cultura non è sinonimo di intelligenza”. Negli ultimi 18 mesi ciò è emerso più chiaro che mai. Se prendere coscienza di questo sarebbe ampiamente sufficiente per cominciare a scegliere di “sapere” anziché soltanto di “credere”, purtroppo l’idea di affidarsi completamente al parere “dell’esperto” o “dell’autorità”, continua ad essere molto radicata nella testa di gran parte dei cittadini italiani, sempre più spesso inconsapevoli e in balia di manipolazioni linguistiche, tecniche di controllo sociale, di disinformazione e propaganda.

Oltre al sistema (dis) educativo e all’ideologia relativista infatti, anche la consapevolezza dell’importanza che il linguaggio (dall’uso di singole parole, al ricorso alle tecniche di manipolazione linguistica e di comunicazione) assume nel racconto di un fatto e nella comunicazione di un’informazione, è un qualcosa da cui, al giorno d’oggi, non è più possibile prescindere se si vuole veramente riappropriasi della propria vita, del proprio destino e della propria libertà.

Se la tutela delle proprie libertà e dei propri diritti passa inevitabilmente attraverso la consapevolezza e quindi attraverso la conoscenza, il “sistema” (Autorità, mass media mainstream, sistema educativo - o scolastico/universitario) propongono esclusivamente soluzioni elusive del problema. Propongono cioè ai cittadini, liste di “canali affidabili” o, ancor peggio, vere e proprie “liste di proscrizione” in cui i canali inseriti andrebbero addirittura banditi. Il “sistema” (inteso ovviamente come “sistema di potere” che include non soltanto quello politico, ma anche quello economico e ideologico, di evidente matrice progressista e neoliberista) cerca di combattere la disinformazione non con l’aumento della cultura e della consapevolezza delle persone ma, al contrario, cercando di rafforzare la dipendenza cognitiva di quest’ultime nei confronti del “sistema” stesso. Questo perché la libertà nuoce gravemente allo status quo.

Tutti noi conosciamo persone che reputavamo o consideriamo ancora intelligenti, ma che sono oggi incapaci di argomentare in modo preciso, circostanziato, oggettivo e coerente le proprie idee o la propria visione delle cose, quando queste esulano dal proprio campo specifico di “competenza” o preparazione professionale. Eppure ci sono aspetti della vita che riguardano tutt, e che non si dovrebbero non conoscere o conoscere con superficialità. Com’è possibile che un cittadino adulto non conosca i propri diritti, non conosca la Costituzione, non sappia nulla di come funzionano le istituzioni, non conoscono la differenza tra un atto amministrativo e una legge? Com’è possibile che non conosca le nozioni basi dell’economia?

Ciascun individuo vive in un contesto sociale che va oltre i confini della propria abitazione privata. Com’è possibile che una parte cospicua se non addirittura maggioritaria della popolazione, viva all’interno di un contesto sociale di cui non conosce le regole e purtroppo, non è neanche interessata a sapere?

In questo disarmante contesto sociale, oggi in molti si riempiono la bocca di termini di cui non conoscono né il significato, né i principi su cui si fondano. Alcuni esempi riguarda il quotidiano abuso che si fa della parola “fascismo” (con cui oggi praticamente si etichetta ogni azione o atteggiamento contrario al pensiero unico prevalente) contrapposta sovente alla parola “democrazia” o”democratico” a cui si fa sempre più a sproposito riferimento, sovente autodefinendosi”democratici”, o che viene utilizzata quasi come sinonimo di “volontà della maggioranza”..

È così, che in questo Paese, è diventato possibile ascoltare veramente di tutto da tutti, da improvvisati esperti del momento così come da cariche istituzionali che si lanciano in affermazioni del tutto false e perciò fuorvianti dell’opinione pubblica. L’Italia è diventato un esempio nel mondo per quanto riguarda le fake news?

Quanto fino ad ora qui esposto potrebbe apparire come una semplice opinione. Siccome però, come detto, tutti dovremmo fondare la nostra conoscenza della realtà, sui fatti e non sulle opinioni, è opportuno fare qualche esempio concreto di disinformazione.

L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Non ti vaccini, ti ammali e muori, non ti vaccini e contagi” Mario Draghi – Presidente del Consiglio dei Ministri 22 luglio 2021. FALSO!

Dai dati disponibili (e visibili a tutti) sul sito del Ministero della Salute (dunque sito ufficiale) visionabili a questo link https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-dashboard, emerge chiaro che a fronte dei 4.716.520 casi ufficiali di positivi al virus SARS-COV 2 (Covid19 è solo il nome della malattia) in Italia, i deceduti (al 16 ottobre 2021) sono stati 130.828. A fronte di questi dati ufficial vanno fatte delle doverose sottolineature prima di dimostrare la falsità delle affermazioni del Presidente del Consiglio Italiano.

Innanzitutto, il numero dei deceduti è dichiaratamente sovrastimato, per stessa affermazioni delle autorità stesse (vedi a, ad esempio, la conferenza stampa del Governatore del Veneto Luca Zaia, del 27 agosto 2020). In secondo luogo contrarre il virus (cioè essere positivi) non significa essere malati. La definizione di “malato” è ben specificata in ogni manuale di medicina, nonché sul sito dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Per poter essere considerati “malati” bisogna sviluppare una sintomatologia sufficientemente chiara da poter essere attribuita ad una determinata malattia. Già dalla semplice analisi di questi numeri è evidente che l’affermazione del Presidente Draghi è del tutto infondata, dal momento che l’entrare in contatto con il virus SARS-COV2, non significa affatto morire. Infatti, se volessimo comunque prendere come esatti i dati ufficiali del Ministro della Salute, dall’infografica tratta dal sito citato in precedenza (che riporto qui sotto per semplicità, proprio perché so che in pochi andranno a verificare) è possibile a tutti appurare che il 75% dei positivi (media tra tutte le fasce di età) non sviluppa mai la malattia in modo sostanziale ed evidenti (casi asintomatici e paucisintomatici), quindi non si ammala mai! Affermare che “se non ti vaccini ti ammali” è quindi palesemente e colpevolmente FALSO!

Sempre dai dati ufficiali, è possibile verificare il tasso di mortalità (rapporto tra popolazione totale e decessi dovuti a una specifica malattia) e quelli di letalità (rapporto tra contagiati e decessi) sono rispettivamente dello 0,216% e dello 2,77%. I dati sono questi e sono stati sempre questi, fin dall’inizio della “pandemia”. Non c’è stato alcun sostanziale mutamento della situazione complessiva, mai neanche dopo l’introduzione dei tanto incensati vaccini. Sul medesimo sito è possibile verificare tutto ciò grazie alla possibilità di consultare lo storico delle infografiche. Affermare quindi che “se ti ammali muori” è FALSO! Così come lo è affermare (ciò viene fatto quasi quotidianamente dai virologi, o pseudo tali, e giornalisti compiacenti) che i numeri di oggi così bassi sono stati ottenuti grazie ai vaccini (la campagna vaccinale è iniziata circa un anno dopo la dichiarazione dello stato di emergenza), ma la mortalità e la letalità complessiva del virus è rimasta immutata ed è inoltre la stessa in tutto il mondo (in alcuni Paesi con un tasso di vaccinazione inferiore al nostro è addirittura minore…).

 

Sui bugiardini dei vaccini attualmente in uso (Astra Zeneca, Moderna, Johnson & Johnson e Pfizer), foglietti illustrativi scaricabili in italiano da tutti facilmente dai siti di EMA (Agenzia Europea del Farmaco) e AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) oltre che da quello delle varie industrie farmaceutiche, è scritto in modo chiaro e comprensibile a tutti quelli che abbiano almeno la licenza di scuola elementare, che “i vaccini NON sono utili a contrastare la diffusione del virus SARS-COV2, mentre sono utili solo a prevenire - con un’efficacia che varia da farmaco a farmaco e da soggetto a soggetto - l’insorgere della malattia Covid 19”, quindi il vaccinato contagia in egual misura (ci sono diversi studi scientifici che lo attestano) del non vaccinato! (Scarica qui il bugiardino del Pfizer). Affermare che “chi non si vaccina contagia” lasciando intendere che chi invece si vaccina non lo fa è una FRODE COMUNICATIVA, e quindi una fake news! Questa falsa affermazione ha lo scopo di instillare l’odio tra la popolazione vaccinata e quella non vaccinata. SI tratta quindi di un vero e proprio atto terroristico da cui ogni essere umano democratico dovrebbe prendere le distanze, e che andrebbe perseguito nelle sedi opportune dalla Magistratura (ma dove?).

Un’altra cosa che si sente spesso ripetere ormai ovunque, da medici o “esperti” invitati nei salotti televisivi, da politici e, di conseguenza da moltissime persone educate al “credere”, che “il vaccino è l’unica arma che abbiamo”. FALSO! Fin dal maggio 2020, quindi ancor prima che si cominciasse anche solo a studiare possibili vaccini,  molti medici in tutto il mondo avevano trovato medicinali e protocolli di cura efficaci contro la Covid19. È emerso in modo inconfutabile (c’è un'inchiesta della Magistratura tutt’ora in corso) che l’AIFA e il Governo tramite il CTS (Comitato Tecnico Scientifico) hanno rifiutato la donazione a titolo gratuito di alcuni farmaci anticovid, per poi acquistarli solo un anno più tardi, oltre ad aver volutamente ignorato (o addirittura insabbiato) le segnalazioni di altri protocolli di cura con farmaci già noti, al fine di favorire la campagna vaccinale.

Ma se dalle Autorità politiche e scientifiche sono arrivate quotidianamente e senza soluzione di continuità, vere e proprie menzogne nel corso di  questo ultimi due anni circa, la stampa, e più in generale i mezzi di informazione mainstream, sono stati il vero mezzo di diffusione di false informazioni.

Di esempi se ne potrebbero riempire centinaia di pagine ma voglio, in questa sede soltanto evidenziarne uno di grande attualità.

A fine Luglio 2021, le autorità politiche hanno cominciato a paventare la possibilità (poi verificatasi da lì a breve) di estendere l’uso del green pass (leggi realmente cos’è e a cosa serve qui) a tutti i lavoratori pubblici e privati. A seguito dell’annuncio dell’emanazione di un decreto legge in tal senso, fatto dal Presidente del Consiglio Mario Draghi alla fine di Agosto, i giornali hanno, nei giorni seguenti, cominciato a pubblicare articoli basati su numeri totalmente inventati. Cosa dicevano gli articoli? Come possiamo affermare che i numeri erano falsi?

Prendo ad esempio soltanto un paio di testate, le prime che escono fuori facendo una ricerca su interne (ma ce ne sono a decine)t, sui titoli di quei giorni.

Il Sole 24 ore, sul suo sito web, in data 18 settembre 2021 titolava “Scossa sui vaccini: la corsa al green pass fa volare le prenotazioni”. Sullo stesso tenore i titoli di tutte le altre testate mainstream, da quelle più famose e rinomate, a quelle meno popolari (ma comunque attigue al pensiero unico ufficiale), come ad esempio il QuotidianPost.it che titolava “Obbligo di green pass: è corsa ai vaccini in tutta Italia”. L’ADN Kronos titolava “Vaccini, Speranza: "Effetto Green pass su prenotazioni, c'è accelerazione"

 Questi titoli erano supportati da un effettivo aumento delle vaccinazioni col il fine di richiedere il green pass?

A distanza di un mese, è stato possibile verificare tramite i dati ufficiali presenti sul portale del Ministero della Salute, al www.dgc.gov.it/spa/dashboard/ che presenta il grafico dei dati relativi alle richieste giornaliere di emissione di green pass (vedi qui sotto), con l’evidenza se queste erano fatte sulla base di una guarigione dalla Covid19, a seguito della somministrazione dei vaccini (il green pass viene erogato solo dopo 14gg dalla prima somministrazione) o a seguito di un tampone negativo.

 

La tabella non ha lasciato scampo alle speculazioni, evidenziando quanto falsa sia stata la comunicazione fatta nelle settimane precedenti, e come i dati raccontati negli articoli e relativi agli effetti che il decreto legge, che ha esteso l’obbligo di certificato verde a tutti i lavoratori, ha avuto sulla campagna vaccinale.

Come è evidente nel corso delle settimane, ed in particolare con l’approssimarsi dell’entrata in vigore del decreto (15 ottobre 2021), si sia registrato un graduale aumento di Green Pass emessi, ma che a tale incremento non corrisponde un aumento del numero delle vaccinazioni che, invece, costituiscono soltanto una parte assolutamente minoritaria delle richieste di rilascio, motivate nella stragrande maggioranza dei casi, da tamponi negativi. Affermare quindi che il Green Pass sul lavoro ha determinato un netto incremento e un’accelerazione della campagna vaccinale è assolutamente FALSO!

Insomma, se autorità politiche, scientifiche e i mezzi di informazione mainstream hanno fornito ampia dimostrazione di come le vere menzogne, le false notizie, le fake news da cui guardarsi e che costituiscono la reale minaccia alla corretta comprensione dello stato delle cose e del mondo che ci circonda, provengano proprio da chi dovrebbe cercare di difendere e tutelare i cittadini, e non dai siti di controinformazione. Sono gli stessi dati ufficiali a confermarlo, senza tema di smentite.

Se vuoi saperne di più sul sistema (dis) educativo applicato da decenni, sui metodi di disinformazione applicati ai nostri giorni, sull’importanza del linguaggio, su come si sia diffuso il relativismo che oggi permea la nostra società, sul perché ci troviamo in un epoca di post-verità, su come la scienza abbia fatto ad assurgere ad elemento guida della società e sullo stato della democrazia in Italia, ti invito a leggere (così come hanno già fatto molte altre persone), il libro “Fact-Checking, la realtà dei fatti la forza delle idee” così da poter acquisire consapevolezza sulla realtà odierna, ed entrare a far parte di quel sempre più numeroso gruppo di persone che oggi ha compreso i tempi che stiamo vivendo e ciò che il futuro sembra volerci riservare, se continueremo a percorrere questa strada.

A oltre settant’anni dall’inizio della Repubblica italiana, una volta fondata sul lavoro, oggi possiamo senza tema di smentite affermare che l’Italia è una Repubblica fondata sulle menzogne, diffuse a mezzo stampa soprattutto dalle autorità di ogni tipo, al fine di soggiogare la popolazione eliminando con l’ormai classica scusa della sicurezza, le libertà derivanti dai diritti umani fondamentali e democratici.

Stefano Nasetti

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Il Garante della Privacy boccia ancora il sistema di sorveglianza biometrico della Polizia Italiana

Dopo oltre 3 anni dalla sua consegna (e probabilmente dall’entrata in funzione) il sistema di “sorveglianza attiva” conosciuto con il nome di SARI Real Time (e in uso alla Polizia di Stato), è ancora illegale!

Di cosa sto parlando? Hai mai sentito parlare di videosorveglianza mediante riconoscimento facciale? E bene, se ancora non lo sai, non si tratta di una realtà distopica presa da qualche film di fantascienza o da qualche romanzo, e non è neanche una realtà esclusiva di quei Paesi che consideriamo così lontani da noi, come la Cina ad esempio. Il sistema SARI è un sistema di videosorveglianza che utilizza le immagini raccolte in vario modo (telecamere di sorveglianza, fotografie, social, ecc.) per identificare attraverso la scansione del viso, ogni volto che viene rilevato, ed è già attivo e utilizzato in Italia dalle forze di Polizia fin dal settembre 2018. Questo nonostante non abbia mai ricevuto l’autorizzazione da parte del Granate della Privacy, investito della questione proprio perché potenzialmente lesivo della privacy e delle liberta umane, democratiche e fondamentali dell’individuo.

Fin dalla sua data di consegna, il Ministero dell’Interno ha tentato più volte di eludere che sistema SARI fosse sottoposto al vaglio del Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP più conosciuto come Garante della Privacy). In diverse occasioni a cui è stata data risposta alle richieste del Garante, sono stati forniti solo documentazioni parziali che non hanno mai superato le verifiche del GPDP, nonostante le evidenti pressioni politiche e di vario altro genere, che hanno cercato in questi tre anni e mezzo di ottenerne la “legalizzazione”.

Se non conosci questa storia e vuoi saperne di più sulla realtà della sorveglianza in Italia, e più in generale sullo stato di salute della democrazia, su come siamo giunti alla realtà odierna partendo dalle libertà e dall’indipendenza che pensavamo di aver ottenuto dopo la fine del secondo conflitto mondiale, su come sia stato possibile che la scienza si sia elevata ad elemento di discrimine (e discriminazioni) nelle questioni sociali, ti consiglio di leggere il mio libro “Fact Checking -  la realtà dei fatti la forza delle idee”.

Nelle precedenti occasioni di richiesta del GDPD, il Ministero dell’Interno aveva addirittura affermato che, essendo il sistema SARI un'evoluzione di un precedente sistema già autorizzato dal Garante, non aveva alcun obbligo e necessità di essere sottoposto ad alcuna nuova procedura di verifica. Nei fatti dunque, da un lato il Garante non aveva mai autorizzato l’utilizzo del SARI, dall’altra il Ministero dell’Interno aveva chiuso ogni possibilità di una verifica a riguardo, preferendo continuare ad operare in buona sostanza, “nell’illegalità”.  Poi, improvvisamente, nel Marzo 2021, una svolta da parte del Ministero dell’Interno, almeno in apparenza.

In quel frangente, finalmente (ma anche improvvisamente) il Dipartimento di pubblica sicurezza aveva inviato all’ Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali tutta la documentazione del sistema SARI Real Time, corredata di una bozza di valutazione di impatto, redatta ai sensi dell’art. 23 del Decreto, nella quale erano integrate la descrizione dell'architettura di sistema e le relative istruzioni operative. Si tratta di documentazione che il Garante della Privacy richiedeva fin dal 2018 e che il Ministero dell’interno non aveva, o si era rifiutata più volte di fornire. Come mai? È così difficile riuscire a spiegare in forma scritta il funzionamento del sistema in osservanza delle leggi vigenti in materia di protezione dei dati personali e delle libertà fondamentali?

Troveremo risposta a questa domanda solo alla fine dell’articolo, lasciando che sia il Garante della Privacy a sciogliere ogni dubbio circa la legittimità di questo sistema. Solo dopo potremo fare le nostre considerazioni a riguardo, e trovare una risposta sul perché ci siano voluti ben tre anni, solo per presentare una documentazione (all’apparenza) ritenuta idonea e sufficiente dal Ministero dell’Interno, per provare ad ottenere l’autorizzazione all’utilizzo del sistema SARI.

Dalla documentazione prodotta nel Marzo 2021, risulta che il sistema SARI Real-time (che secondo quanto dichiarato nei documenti presentati non sarebbe ancora attivo, ma nel citato libro ci sono evidenze documentali e diverse dichiarazioni di esponenti di spicco delle forze di Polizia che confermano il contrario)  consente, attraverso una serie di telecamere installate in un’area geografica predeterminata e delimitata, di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ivi ripresi, confrontandoli con una banca dati predefinita per lo specifico servizio (denominata "watch-list"), la cui grandezza è di massimo 10.000 volti.

Questo numero non deve essere confuso con quello più volte dichiarato dal Ministero dell’Interno stesso, riguardo al fatto che il sistema SARI dispone di un database di oltre 16.000.000 di profili (numero dichiarato al momento dell’entrata in funzione, utilizzo che, come accennato, oggi viene ufficialmente negato, ma che è presumibilmente aumentato oltre i 20.000.000 di profili).Un numero enorme considerato che la popolazione italiana è di circa 60.000.000 di persone. Circa un terzo dei residenti in Italia sarebbe quindi già "schedato" nel sistema SARI.  Il numero massimo di volti (cioè 10.000) indicati nella documentazione presentata invece nel marzo 2021, è relativo esclusivamente alla cosiddetta “watch-list” che, traducendo in italiano dalla neolingua di orwelliana memoria, sarebbe l’equivalente delle 10.000 persone considerate più pericolose dal Ministero dell’Interno, e quindi dal Governo.

Nella documentazione presentata a Marzo 2021, si legge che “… Ove venga riscontrata, attraverso un algoritmo di riconoscimento facciale, una corrispondenza tra un volto presente nella watch-list ed un volto ripreso da una delle telecamere, il sistema è in grado di generare un allert che richiama l'attenzione degli operatori. Il sistema consente, inoltre, di registrare i flussi video delle telecamere “fungendo, in tal senso, quale attività di video sorveglianza.”. Il sistema è stato progettato e sviluppato come soluzione mobile tale da poter essere installata direttamente presso il sito ove sorge l'esigenza di disporre di una tecnologia di riconoscimento facciale in grado di coadiuvare le Forze di Polizia nella gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica, oppure in relazione a specifiche esigenze di Polizia Giudiziaria …”.

Per sostenere lo scopo legittimo e utili ai fini della sicurezza pubblica del sistema SARI Real Time, il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, fa riferimento, a vario titolo, diverse disposizioni normative, ritenute idonee al fine dell’inquadramento e del fondamento giuridico del sistema e, segnatamente vengono richiamati: alcuni articoli del codice di procedura penale (agli artt. 134 c.4, 234, 266, 431 c.1 lett. b, oltre gli artt. 55, 348, 354 e 370 sull’attività di polizia giudiziaria); il decreto del Ministro dell'Interno del 24 maggio 2017; l'art. 1 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (T.U.L.P.S.), approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773; la legge 1° aprile 1981, n. 121, sull'ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza; il DPR n. 15 del 15 gennaio 2018, in materia di protezione dei dati personali relativamente al trattamento dei dati effettuato per le finalità di polizia; il decreto legislativo 51/2018.

Il grande impegno profuso dal Dipartimento di pubblica sicurezza nel cercare di presentare argomentazioni valide a sostenere la legittimità (e quindi la legalità) del sistema di tracciamento e identificazione biometrica SARI Real Time però, non hanno sortito l’effetto sperato dal Ministero dell’Interno e da tutte le agenzie Governative da essa coordinate e controllate.

La risposta del Garante della Privacy è stata circostanziata e perentoria! Ecco le sue osservazioni.

L’utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale per finalità di prevenzione e repressione di reati è oggetto di grande attenzione, come indicano, da ultimo, le linee guida del Consiglio d’Europa, che segnalano l’intrusività che esso comporta per il diritto alla vita privata e alla dignità delle persone, unitamente al rischio di ripercussioni negative su altri diritti umani e sulle libertà fondamentali. Le linee guida richiamano i legislatori e quanti hanno responsabilità di adottare decisioni a stabilire norme specifiche per il trattamento di dati biometrici mediante tecnologie di riconoscimento facciale a fini di contrasto, per garantire che il loro impiego sia strettamente necessario e proporzionato alle finalità e siano prescritte le necessarie garanzie. Il trattamento di immagini volte ad identificare le persone nel contesto pubblico è quindi di estrema delicatezza ed è perciò necessaria una valutazione d’insieme, per evitare che singole iniziative, sommate tra loro, definendo un nuovo modello di sorveglianza introducano, di fatto, un cambiamento non reversibile nel rapporto tra individuo ed autorità. Occorre in particolare considerare che il sistema in argomento realizza un trattamento automatizzato su larga scala che può riguardare, tra l’altro, anche coloro che siano presenti a manifestazioni politiche e sociali, che non sono oggetto di “attenzione” da parte delle forze di Polizia; ancorché la valutazione di impatto indica che i dati di questi ultimi sarebbero immediatamente cancellati, nondimeno, l’identificazione di una persona in un luogo pubblico comporta il trattamento biometrico di tutte le persone che circolano nello spazio pubblico monitorato, al fine di generare i modelli di tutti per confrontarli con quelli delle persone incluse nella “watch-list”. Pertanto, si determina una evoluzione della natura stessa dell’attività di sorveglianza, passando dalla sorveglianza mirata di alcuni individui alla possibilità di sorveglianza universale allo scopo di identificare alcuni individui”.

Fin qui i criteri tenuti in considerazione dal GPDP nella sua valutazione, ma cosa ha detto nello specifico sul sistema in uso alla Polizia di Stato italiana?

Il sistema SARI Real-Time, – si legge nella lettera di risposta al Ministero dell’Interno pubblicata anche sul sito Garanteprivacy.it - in quanto finalizzato all’effettuazione di un trattamento di dati personali per finalità di prevenzione di reati e minacce alla sicurezza pubblica e, anche su delega dell'Autorità Giudiziaria, di indagine, accertamento e perseguimento di reati, rientra nel campo di applicazione del Decreto. La disciplina speciale per questa tipologia di trattamenti, rispetto a quella generale dettata dal RGPD (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati), evidenzia che tali trattamenti determinano una forte interferenza con la vita privata delle persone interessate che deve trovare giustificazione in una adeguata base normativa. L’art. 5 del Decreto, in attuazione dell’art. 3 della Direttiva UE 2016/680, dispone che i trattamenti di dati personali da parte degli organi di Polizia devono basarsi su disposizioni di legge o, ove da questa previsto, di regolamento. Ciò in coerenza con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il cui articolo 8 prevede che ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare e non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Anche l’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea stabilisce che eventuali limitazioni all'esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla Carta – tra i quali il diritto al rispetto della vita privata, ex art. 7 e quello alla protezione dei dati di carattere personale, ex art. 8 - devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. I dati personali oggetto del trattamento in argomento rientrano nelle categorie particolari di dati di cui all’art. 9 del RGPD, sub specie di “dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica”.

Se ciò non fosse sufficientemente chiaro per il Ministero dell’Interno, per la Polizia di Stato italiana, per le agenzie governative che a vario titolo utilizzano e usufruiscono di questo sistema e, non ultimo, per chi sta leggendo questo articolo (o abbia già letto la risposta del Garante) e non comprenda bene la portata distruttiva e devastante di un simile sistema di sorveglianza sulle libertà umane e fondamentali, e che quindi possa essere invece persuaso sul fatto che la sorveglianza possa essere in qualche modo giustificabile, anche a sacrificando le libertà fondamentali (perché senza privacy non esiste di fatto la libertà di parola, pensiero e espressione, ecc.), al fine di perseguire una fantomatica lotta alla criminalità e in nome di una altrettanto presunta quanto utopica sicurezza, il Garante non lascia spazio ad alcun tipo di possibile interpretazione, affermando che: “Per le circostanze sopra descritte, in relazione all’utilizzo del sistema in occasione di manifestazioni pubbliche, il trattamento in argomento determina il possibile coinvolgimento di ulteriori dati personali di cui all’art. 9 del RGPD, quali quelli idonei a rivelare le opinioni politiche o l’appartenenza sindacale. L’art. 7 del Decreto stabilisce che il trattamento dei dati particolari di cui all'articolo 9 del RGPD è soggetto a condizioni specifiche, tra le quali quella di dovere essere “specificamente previsto dal diritto dell'Unione europea o da legge o, nei casi previsti dalla legge, da regolamento”. Orbene, nella documentazione fornita dal Ministero dell’Interno e tra le fonti normative da questo indicate non si rinviene alcuna disposizione specifica che consenta tale tipo di trattamento. In particolare, il Decreto, ancorché preveda in astratto tali trattamenti, non può considerarsi, di per sé, fonte normativa idonea a legittimarli, in quanto è diretto a specificare le condizioni che ne consentono l’effettuazione, tra le quali individua, appunto, la sussistenza di una norma del diritto dell’Unione o dello Stato nazionale che lo autorizzi specificamente.”

Senza lasciare nulla di intentato, il Garante della Privacy passa poi letteralmente a smontare, punto per punto, ciascun atto normativo citato dal Dipartimento di sicurezza pubblica del Ministero dell’Interno, a sostegno della presunta legittimità all’utilizzo del sistema SARI (anche in modalità Real Time), affermando che: “L'art. 1 del T.U.L.P.S. prevede i compiti generali in cui si declina l’attività dell’Autorità di pubblica sicurezza ma non contiene alcun riferimento al trattamento in argomento. Il D.P.R. 15 gennaio 2018, n. 15, recante l'individuazione delle modalità di attuazione dei principi del Codice relativamente al trattamento dei dati effettuato per le finalità di polizia, adottato in attuazione dell'articolo 57 del previgente Codice, prevede e disciplina il trattamento dei dati attraverso sistemi di videosorveglianza e di ripresa fotografica, audio e video (Capo V), sistemi ontologicamente diversi da quelli dei dati biometrici(1). Gli articoli 134 co.4, 234, 266 e 431 co.1, lett. b, del codice di procedura penale, citati nella valutazione di impatto, riguardano, rispettivamente, la documentazione degli atti per riproduzione audiovisiva, l’acquisizione di scritti o altri documenti mediante fotografia, cinematografia, fonografia ed altri mezzi, l’intercettazione di comunicazioni tra presenti mediante dispositivi elettronici portatili e l’intercettazione di flussi di comunicazioni telematiche. Pertanto, tali disposizioni non costituiscono base giuridica idonea per trattamenti di dati biometrici diretti all’identificazione personale. Infine, anche gli articoli 55, 348, 354 e 370 del codice di procedura penale, parimenti citati nella valutazione di impatto tra le fonti normative di riferimento, attengono alle funzioni di polizia giudiziaria nell’assicurare le fonti di prova e nel condurre accertamenti su luoghi o persone, di iniziativa o su delega dell’Autorità giudiziaria, ma non prevedono il trattamento dei dati biometrici, onde non costituiscono quella fonte normativa specifica richiesta dall’art. 7 del Decreto”

Il definitivo parere dell’autorità Garante della Protezione dei Dati Personali è quindi perentoria ed inequivocabile: “In conclusione, allo stato attuale non sussiste una base giuridica idonea, ai sensi dell’art. 7 del Decreto, a consentire il trattamento dei dati biometrici in argomento, come pure recentemente rilevato dal Garante in un caso per qualche profilo assimilabile (provvedimento n. 54 del 26 febbraio 2020, reperibile sul sito internet dell’Autorità, doc. web n. 9309458).”

Ma, il Garante non si è limitato soltanto ad esprimere il proprio parere su quanto presentato ma, in vista di un inevitabile e futuro nuovo tentativo da parte del Ministero dell’Interno, in virtù di eventuali nuove disposizioni normative emanate ad hoc dal Governo, molto interessato a legittimare l’utilizzo del SARI Real Time, soprattutto in questo periodo di intense e numerose manifestazioni di dissenso che si registrano quasi quotidianamente ormai da mesi in tutto il Paese,  ha precisato che le norme dovranno contenere specifici e stringenti elementi, atti a circoscrivere le possibilità di utilizzo del sistema, ai soli casi realmente connessi alla lotta alla criminalità, limitando quindi al massimo la discrezionalità di utilizzo da parte delle agenzie e della Polizia di Stato, al fine di garantire il rispetto delle libertà umane e democratiche fondamentali.  Ha precisato infatti che: “Al riguardo è da osservare che tale base giuridica, in esito alla ponderazione di tutti i diritti e le libertà coinvolti, dovrà, tra l’altro, rendere adeguatamente prevedibile l’uso di tali sistemi, senza conferire una discrezionalità così ampia che il suo utilizzo dipenda in pratica da coloro che saranno chiamati a disporlo, anziché dalla emananda previsione normativa. Ciò vale anche per quanto riguarda alcuni aspetti fondamentali dell’impiego della tecnica di riconoscimento facciale in argomento, come, a titolo di mero esempio, i criteri di individuazione dei soggetti che possano essere inseriti nella watch-list o quelli per determinare i casi in cui può essere utilizzato il sistema. Dovranno essere considerati, altresì, i limiti delle tecniche in argomento, notoriamente basate su stime statistiche della corrispondenza tra gli elementi confrontati e, quindi, intrinsecamente fallibili, stimando le eventuali conseguenze per gli interessati in caso di falsi positivi. Le precedenti osservazioni assorbono la necessità di esaminare la bozza di valutazione di impatto prodotta da codesta Amministrazione, con riferimento alla quale si osserva tuttavia che appare di particolare rilievo assicurare la accuratezza e la capacità di discrimine, che vanno verificate per accertare che anche nei confronti di appartenenti a minoranze etniche il sistema sia pienamente adeguato.”

A conclusione della sua valutazione il Garante ha quindi sentenziato: “TUTTO CIÒ PREMESSO IL GARANTE ai sensi dell’art. 24, comma 5 e dell’art. 37, comma 3, lett. c), del Decreto esprime parere non favorevole nei termini di cui in motivazione sul progetto e avverte il titolare che il trattamento dei dati biometrici tramite il sistema Sari Real Time, appare non conforme alla disciplina di cui al Decreto, in mancanza di adeguate e specifiche disposizioni normative legittimanti. Ai sensi dell’art. 152 del Codice e dell’art. 10 del d. lgs. 1° settembre 2011, n. 150, verso il presente provvedimento può essere proposta opposizione all'autorità giudiziaria ordinaria, con ricorso depositato al tribunale ordinario del luogo in cui il titolare del trattamento ha sede, entro il termine di trenta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento stesso”.

Oggi, Ottobre 2021, sono trascorsi ormai quasi sei mesi dalla risposta inviata al Ministero dell’Interno. Non risulta che questo abbia presentato opposizione alcuna, tuttavia nelle piazze della protesta “No Green Pass” (ma che sarebbe meglio e più correttamente chiamare “manifestazioni a difesa della libertà, della democrazia e dello stato di diritto” o se volete più sinteticamente “manifestazioni a difesa dei diritti umani e della Costituzione italiana”) continuano ad essere fatte fotografie e filmati dagli esponenti (spesso in borghese) delle forze di Polizia, sovente con strumentazione collegata tramite internet, ai server del software SARI il cui uso non è ufficialmente consentito (ed è quindi illegale o quantomeno “illegittimo”), il tutto nel più totale silenzio non solo dei mass media mainstream (ma ciò era ed è ovvio) ma anche quelli della “controinformazione”, mentre la quasi totalità dei cittadini è ignara finanche dell’esistenza di questo sistema.

Esposti i fatti, proviamo ora a cercare una risposta alla domanda che ci eravamo posti in precedenza: Come mai il Ministero dell’Interno ha esitato e ha impiegato così tanto tempo prima di fornire la documentazione  atta a spiegare il funzionamento del sistema SARI Real Time, in osservanza delle leggi vigenti in materia di protezione dei dati personali e delle libertà fondamentali?

Se è certamente complicato riuscire ad avere una risposta certa a riguardo, è pur vero che, considerato il fatto che dal 2018 (anno di consegna ed entrata in funzione del sistema) al 2021 (data in cui è stata finalmente inviata la documentazione) l’autorità Garante della Protezione dei Dati Personali (all’ora presieduta da Antonello Soro), aveva comunque più volte pubblicamente espresso perplessità sulla legittimità e sulla legalità dell’utilizzo di questo sistema. Il fatto che soltanto nel 2021 il Dipartimento di pubblica sicurezza si sia finalmente deciso (in precedenza aveva addirittura dichiarato di non ritenere legittima la richiesta di documentazione da parte del Garante e quindi necessaria la sua approvazione ai fini dell’utilizzo del SARI) di produrre la documentazione, appare molto strano. E' giusto chiedersi dunque: tale circostanza è legata al fatto che si sia voluta attendere il cambio alla Presidenza dell’autorità Garante della Privacy, nella speranza di incontrare “un parere più amichevole, o conforme” all’idea neoglobalista (che promuove la sorveglianza di massa come instrumentum regni) nella nuova presidenza?

Nel luglio 2021 infatti, il giurista Pasquale Stanzione (docente universitario ed ex consigliere della Banca d’Italia a Salerno), assume la presidenza dell’autorità Garante della Protezione dei Dati Personali, sostituendo l’uscente Antonello Soro (ex deputato del Partito Democratico), che aveva ricoperto la carica dal giugno 2012 al luglio 2021. All’attivo del nuovo Presidente dell’autorità Garante della Privacy ci sono diversi libri che lasciano trasparire una certa linea di continuità nel pensiero progressista (e dunque relativista) con il suo predecessore. L'Autorità Garante della Protezione dei Dati Personali benchè sia un organo indipendente è pur sempre un organo di elezione politica.

Il primo atto di Stanzione però, ha fatto trasparire che per le forze politiche progressiste non troveranno (almeno così sembra al momento) terreno fertile (al pari di  come non lo avevano trovato con Antonello Soro, almeno su questo punto) nella relativizzazione dei diritti umani fondamentali, come forse invece si auguravano, qualora fosse stato anche questo il motivo, (cioè il cambio ai vertici del GPDP), della tardiva consegna dei documenti per l’ottenimento all’utilizzo del sistema SARI, il cui utilizzo è quindi, attualmente e assolutamente illegale!

Nella speranza che almeno il Granate della Privacy si dimostri resiliente all’idea che il godimento dei diritti assoluti, inalienabili e inderogabili come i diritti umani fondamentali e democratici, molti dei quali oggi racchiusi o in qualche modo contigui al concetto di privacy, NON possano MAI essere sottoposti a condizione alcuna, e continuino ad essere tutelati almeno da questa autorità (le più alte cariche dello Stato e la Polizia Italiana stessa invece, certamente non lo hanno fatto in questi ultimi 18 mesi), segniamo sul tabellino un altro punto a favore dei cittadini liberi e democratici nella partita contro i governi autoritari e dispotici e i loro organi di controllo “dell’ordine pubblico” o, rubando un’allegoria dal libro “La fattoria degli animali” di George Orwell, della battaglia contro “i maiali e i loro cani”.

Per saperne di più sulla sorveglianza in Italia e sul reale stato della democrazia nel nostro Paese, ti consiglio ancora una volta la lettura del libro “Fact checking – la realtà dei fatti la forza delle idee”.

La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza deriva dalla conoscenza, la conoscenza (anche) dallo studio dalla lettura e senza pregiudizi.

Stefano Nasetti

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Report UFO al Congresso USA: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero 100 di Agosto 2021)Finalmente è arrivato! Dopo circa sei mesi di attesa, è stato consegnato al Congresso USA il più atteso report sugli UFO degli ultimi anni. È arrivata dunque l’ammissione dell’esistenza degli alieni? Non proprio.

 

In molti, tra gli appassionati del fenomeno UFO sono rimasti delusi dal contenuto del documento, mentre molti altri, soprattutto nei media mainstream da sempre scettici riguardo le visite extraterrestri, hanno quasi esultato per il mancato annuncio, ma anch’essi, dopo un primo una prima scomposta reazione e dopo aver tirato un sospiro di sollievo, non ne sono usciti del tutto soddisfatti. Ognuno, come è ormai costume nella società di oggi, cercava conferma alle proprie idee, alla propria realtà, anziché semplici informazioni al fine di giungere alla verità. Erano tutti in trepidante attesa, come se la veridicità o meno di un fenomeno o di qualunque altra cosa debba essere “certificata” da una qualche “autorità”, per poter essere legittimata e quindi considerata pienamente reale. Eppure non è così e non dovrebbe mai essere così. Una cosa, una qualunque cosa, non è vera o falsa, esiste o non esiste solo perché qualcuno di autorevole (o considerato tale) si pronuncia a favore o contro di essa. Il Sole esiste e non c’è nessuno che possa convincerci del contrario, perché lo vediamo, lo sentiamo, lo percepiamo, ne abbiamo prove ed evidenza quotidianamente. Nessuna autorità, nessuna persona per quanto autorevole sia, potrà mai negarne l’esistenza. Ma anche molte cose che apparentemente non percepiamo esistono, perché siamo in grado in qualche misura (e con qualche strumento) di rilevarla (anche solo indirettamente). Pensiamo ad esempio alla forza di gravità o al calore trasmesso dalle onde infrarosse contenute in quella parte di frequenza di onda elettromagnetica chiamata luce infrarossa. In questi casi non abbiamo dubbi circa l’esistenza di queste cose, anche se la maggior parte di noi non ha la possibilità di toccarle materialmente con mano. Abbiamo quindi necessità che qualcuno ci dica che abbiamo ragione? Certamente no!

Al contempo è anche vero che credere a qualcosa non la rende vera. Come ho avuto già modo di affermare dalle pagine di questa rivista (vedi il numero 97 di maggio 2021) e ancor prima sul mio blog (wwwe.illatooscurodellaluna.webnode.it) e nel mio primo lavoro editoriale (Il lato oscuro della luna – ed.2015)  l’argomento UFO non è una questione di fede, ma di conoscenza scientifica.

Spesso invece, il tema è trattato alla stregua di una religione. Nelle religioni, in barba all’assenza di qualunque evidenza tangibile, le autorità (religiose) ci dicono che esiste un Dio e che questo abbia non solo creato ogni cosa, ma che addirittura osservi e si occupi della vita di ciascun essere dell’universo, disponendone il destino ma al contempo, lasciando a ciascuno la decisione riguardo il compimento dello stesso, attraverso la scelta del proprio fato, da realizzare con le proprie scelte personali, le azioni nel quotidiano, con l’esercizio del libero arbitrio. Ma, in questo caso, si tratta di religione, e tutto il costrutto fatto di fantasiosi aneddoti, di riti (il cui reale significato rimane sovente incompreso dalla maggioranza dei fedeli), di previsioni di un futuro nefasto e promesse di “ritorni” mai verificatesi o di “felicità” impossibili da verificare, si fonda su atti di fede, su delle credenze.

A differenza delle religioni quindi, in cui sono le autorità a definire unilateralmente ed inconfutabilmente (almeno per molti) i confini del “reale” e “dell’irreale”, il tema ufologico si basa su millenarie evidenze tangibili. Gli ufologi lo sanno (o dovrebbero saperlo) bene. Perché allora tanta attesa per il contenuto di un documento di un’autorità politico-militare che già in passato, e per decenni aveva dato evidenza della sua poca attendibilità, negando o addirittura disconoscendo qualunque fenomeno o testimonianza documentata sul tema extraterrestre? Per quale motivo ci si aspettava un inversione di rotta a 180° e una palese e inconfutabile affermazione del tipo “gli alieni esistono e sono tra noi”? Al contempo tra gli scettici, da sempre inclini a relegare la propria percezione cognitiva del “reale” nei limiti stabiliti alle autorità alle quali hanno ormai delegato e affidato completamente la propria intelligenza, era più comprensibile l’ansia legata al rischio di poter vedere vanificati anni di dibattiti e ore di confronti, spesi a negare l’esistenza degli UFO e a denigrare e ridicolizzare gli ufologi.

La reazione in un senso o nell’altro, è frutto delle proprie personali aspettative riguardo il contenuto di un documento che, evidentemente e logicamente, non poteva avere alcun carattere di perentorietà.

Solo poco meno di un mese fa (numero 98 Giugno 2021), sulle pagine di questa rivista pubblicavo un articolo (a cui è stata dedicata anche la copertina) dal titolo “La disclosure è in atto?”. La formula interrogativa non era affatto casuale.

Nell’articolo, infatti, evidenziavo come negli ultimi decenni fossero stati desecretati e resi pubblici centinaia di migliaia di documenti governativi e militari riguardo gli UFO. Molte delle milioni di pagine però, erano in tutto o in parte oscurate. Il contenuto di questi documenti (ancora non del tutto studiati) era dunque estremamente parziale, e non era possibile direttamente, evincerne una verità univoca. Perché questa volta avrebbe dovuto essere diverso? Solo perché qualcuno si era fatto prendere dall’entusiasmo per le affermazioni di qualche politico e dalla divulgazione di qualche filmato la cui autenticità era stata confermata dalle autorità militari?

La delusione di ufologi e appassionati e il sollievo provato dagli scettici è giustificato?

Prima di esprimere le mie considerazioni riguardo se il contenuto del nuovo report consegnato al Congresso USA il 25 giungo scorso (2021), sia significativo o meno, andiamo ad analizzare cosa è stato affermato in esso.

L’Intelligence della più grande superpotenza al mondo ha ammesso che negli ultimi 17 anni sono stati 143 gli oggetti volanti non identificati che hanno impunemente attraversato il suo spazio aereo, eludendo e beffando i suoi sofisticati sistemi di difesa. Al contempo ha riconosciuto che nel medesimo lasso di tempo, nonostante la sua tecnologia militare, un valanga di milioni di dollari stanziati in nero e una squadra ad hoc (denominata UAPTF, acronimo di UAP Task Force) incaricata di indagare su questi fenomeni, non è stata in grado di capire cosa fossero e da dove venissero, in quella che sembrerebbe apparire come una clamorosa ammissione di incapacità e incompetenza. Un aspetto, quest’ultimo, che non dovrebbe essere sottovalutato poiché da sempre gli Stati Uniti fanno della propria immagine  (sovente sostenuta da una propaganda mediatica senza pari e attuata in ogni angolo del pianeta e con qualunque mezzo, dai fumetti, al cinema, dalla giornali alla televisione, dai palazzetti dello sport alle università) una ragione di vita. Perché dunque una così plateale ammissione di incapacità? Che tutto questo non sia frutto del caso?

Ecco cosa emerge dal rapporto preliminare sugli UAP che l’Ufficio del Direttore della National Intelligence, di concerto con il Segretario alla Difesa, ha consegnato il 25 giugno al Congresso americano. Il contenuto dell’attesissimo report è ancora più vago e inconsistente dei quanto annunciato e previsto.

Infatti, pur ammettendo che dei 144 casi esaminati solo uno è stato identificato (si trattava di un grande pallone sonda mezzo sgonfio), gli autori del documento si dicono comunque certi che tutti gli avvistamenti rientreranno in una di queste cinque categorie: detriti vari (uccelli, droni, sacchi di plastica), fenomeni atmosferici naturali (cristalli di ghiaccio, anomali termiche, meteoriti, ecc), velivoli sperimentali segreti prodotti dal governo americano, velivoli segreti sconosciuti di potenze straniere (Russia o Cina) oppure “altro”.

Ad eccezione dell’ultima categoria (“altro”) fa sorridere il fatto, che sebbene gli USA non sappiano cosa siano, sono però già certi (non si sa bene sulla base di cosa) che quando lo sapranno (se mai un giorno lo scopriranno decideranno di farcelo sapere), con una probabilità su cinque (se vogliamo attribuire alle cinque categorie le stesse possibilità probabilistiche) non sarà nulla di straordinario. Al contempo, con la categoria denominata “altro”, nella quale ognuno di noi può far rientrare quel che più gli aggrada senza sbagliare, si lasciano una “porta aperta” anche nel remoto caso futuro venisse rivelata la realtà aliena (perché quella UFO di fatto lo è già stata, come vedremo), tanto da poter dire “lo avevamo messo in conto”.

Nel suo contenuto vago, ambiguo e ondivago, il report prosegue affermando che: «La maggior parte degli UAP riportati, probabilmente rappresentano reali oggetti fisici visto che la maggioranza di essi sono stati registrati da sensori multipli, inclusi radar, infrarossi, apparecchiature elettro-ottiche, puntatori d’arma e osservazioni dirette». Dunque, oggetti reali. In questa categoria rientrano 80 dei 144 casi. Una descrizione che ricalca perfettamente la definizione di UFO (Unidentified Flying Object) molto più che quella di UAP (Unidentified Aerial Phenomenon). A fronte però dio quello che sembrerebbe un passo in avanti è seguito un egual passo indietro.

Poche righe dopo infatti, gli analisti di Washington specificano che: «In un numero limitato di incidenti, gli UAP riportati sembravano mostrare caratteristiche di volo inusuali. Queste osservazioni potrebbero essere il risultato di errori dei sensori, di spoofing (ovvero, un tipo di attacco informatico che altera i dati) o di fraintendimento dell’osservatore e richiedono un’ulteriore analisi rigorosa». Ancora una volta non si può non notare l’ammissione di inadeguatezza delle proprie tecnologie militari, addirittura alla mercé di potenziali hacker terrestri o di errori strumentali. Una spiegazione tanto banale quanto puerile, se non volessimo considerare la possibilità che manifestare pubblicamente i limiti della propria tecnologia (sminuendo la propria immagine di superpotenza internazionale) possa essere propedeutico al raggiungimento di finalità e obiettivi che oggi sembrano sfuggire all’opinione pubblica.

Volendo per il momento escludere tale possibilità che approfondiremo più avanti, la spiegazione addotta sarebbe “non capiamo cosa siano e allora pensiamo che si tratti di errori (quindi i sensori multipli, i radar, le telecamere agli infrarossi in contemporanea non avrebbero funzionato a dovere per ben 18 volte),  l’azione di qualche hacker oppure i piloti hanno visto male”. Chissà cosa ne pensano i piloti stessi e tutto il personale militare che ha visto, con i propri occhi oltre che con gli strumenti, questi oggetti dalle caratteristiche di volo anomale (18 incidenti descritti in 21 differenti relazioni) con queste parole, molto significative (di cui nel nuovo report non si fa minimamente accenno): «sembravano rimanere stazionari, andare controvento, fare manovre improvvise o muoversi a velocità considerevoli, senza la possibilità di distinguere mezzi di propulsione».

Nel report non viene fatto cenno neanche della capacità di questi “oggetti reali” di spostarsi tanto in acqua che in atmosfera (gli Ufo transmedium di cui ho parlato in un articolo nel precedente numero, il 97 di questa rivista) o le loro accelerazioni istantanee, tutte caratteristiche che fanno escludere che possa essersi trattato si fenomeni, oggetti o veicoli rientranti in tutte le prime quattro categorie citate nel report. Avete mai visto infatti un uccello, una meteora, o un qualunque apparecchio di costruzione terrestre capace di compiere svolte di 90°, accelerare istantaneamente di migliaia di km/h o che abbia la capacità di passare dal volo aereo all’immersione e poi alla navigazione sottomarina senza rallentare o schiantarsi all’impatto con l’acqua?

Il gruppo di ricerca che ha redatto il rapporto giustifica l’inconcludente indagine con la mancanza di dati validi: «La quantità limitata di report di alta qualità riguardo i fenomeni aerei non identificati riduce la nostra capacità di raggiungere precise conclusioni sulla loro natura o intento», si legge.

Un’altra aperte e palese critica alla limitatezza della tecnologia militare statunitense, quella che dovrebbe essere la più avanzata al mondo, dal momento che i dati erano stati raccolti dal loro personale e con i loro mezzi, e non raccolti o forniti da comuni cittadini o ufologi.

Infine la UAPTF termina il documento sottolinenando la necessità di aumentare i fondi (perché tutto il mondo è Paese e così come accade anche alle nostre latitudini, non si deve mai lasciar fuggire l’occasione per chiedere altro denaro) per aumentare e standardizzare la raccolta dei dati considerata la potenziale minaccia insita negli UAP, indipendentemente dalla loro origine, ribadendo nel rapporto che questi avvistamenti sono un concreto rischio ai voli aerei e una minaccia reale alla sicurezza nazionale, affermazione anch’essa non trascurabile nella possibile e futura presentazione del fenomeno UFO.

Come detto infatti, risulta appena ventilata la possibilità che gli UAP siano stati progettati o costruiti da potenze nemiche straniere, mentre non è presente il minimo accenno all’ipotesi non umana, invece pronunciato da fonti militari nelle anticipazioni che pure il solitamente ben informato New York Times aveva dato per certo. È probabile che l’anticipazione era stata fatta trapelare proprio per vedere il potenziale effetto che un’apertura di questo tipo (e che presentata con la formula “non si può escludere” poteva essere interpretata da molti come una conferma all’esistenza aliena), avrebbe avuto nell’opinione pubblica. Si è quindi preferito far marcia indietro, lasciando evidentemente la componente extraterrestre nell’ampia e vaga categoria “altro”?  All’apparenza dunque, il documento non ha detto nulla di nuovo rispetto al comunicato ufficiale del Pentagono nell’estate 2020.

A mio parere però, non è del tutto così. Rispetto ai tantissimi ufologi e appassionati delusi o agli altrettanto disillusi scettici che non hanno visto stroncare definitivamente l’argomento “alieni”, personalmente penso che, nonostante la vaghezza e per quanto detto nell’incipit di questo articolo in merito alle considerazioni di cosa sia vero o no, ritengo che il bicchiere vada visto più mezzo pieno che mezzo vuoto.

Innanzitutto va registrata l’ennesima ammissione, sebbene non esplicita come qualcuno sperava, che il fenomeno UFO è un fenomeno reale e non di fantasia. Può sembrare una ammissione banale per molti ufologi e appassionati ma, come tutti sappiamo, per decenni (e ancora oggi) i racconti di avvistamenti sono fatti passare dai mass media per allucinazioni collettive, fantasie di bontemponi o follie di squilibrati, insomma per qualcosa di assolutamente inesistente, e così sono percepiti da gran parte dell’opinione pubblica, soprattutto quando si affronta l’argomento in modo collettivo, in più persone, cosa che invece si attenua quando se ne parla individualmente con una o poche persone alla volta.

Il secondo aspetto rilevante, a mio modo di vedere, è che l’ennesima, plateale e pubblica ammissione che il fenomeno sia studiato dalle autorità militari e politiche segni un ulteriore punto a favore nella partita tra sostenitori e scettici degli UFO e delle visite aliene, poiché questi ultimi spesso sostengono addirittura l’inesistenza del fenomeno, affermando che l’esistenza di progetti segreti, delle basi in cui sono compiuti gli questi studi, siano infondati argomenti complottisti.

Personalmente non mi aspettavo alcuna dichiarazione palese del tipo “gli alieni esistono e sono tra noi”. Mi interesso dell’argomento ormai da troppi anni per non capire che questo tipo di comunicazione non avverrà mai o, in ogni caso, non era questo il contesto per una simile affermazione.

Allora perché la divulgazione di tutti quei filmati dichiaratamente “autentici” operata dalle autorità militari e politiche statunitensi negli ultimi anni?

I tempi che stiamo vivendo vedono il mondo attraversare una transizione sociale e democratica, in cui i Governi, con un passo indietro di oltre settant’anni, si stanno riappropriando di quell’egemonia giuridica rispetto ai diritti umani e individuali dei cittadini, che era caratteristica peculiare dei regimi nazionalistici (fascisti, nazisti e comunisti) del secolo scorso (ne parlo diffusamente nel mio ultimo libro “Fact Checking – La realtà dei fatti, la forza delle idee” – Ed.2021). In tale ottica, l’inedita e reiterata ammissione dell’inadeguatezza dei propri sistemi di difesa e della propria tecnologia di fronte agli UAP da parte degli Stati Uniti, potrebbe non essere del tutto casuale. In passato quasi ogni rapporto ufficiale delle agenzie governative americane sugli UFO, concludeva affermando che qualunque fosse la natura del fenomeno, questo non rappresentava un problema di sicurezza nazionale. Eppure abbiamo registrato racconti documentati di UFO che hanno attivato e disattivato armi nucleari (incidente del 1967, la Base dell’Air Force a Maelstrom in Montana), che hanno eluso e disattivato gli armamenti dei caccia inviati ad intercettarli (incidente del 19 settembre 1976 a Teheran in Iran e quello del giugno del 1948 nella base sovietica di Kapustin Yar), hanno percorso lo spazio aereo statunitense senza poter essere fermati (battaglia di Los Angeles del 24 febbraio 1942), gironzolare intorno ai test di missili balistici (come quello del missile Atlas nel 1964) o attorno ad uno dei primi voli dell’aereo di linea supersonico anglo-francese Concorde, che copriva la rotta tra Parigi, Londra e New York, solo per citarne alcuni (per i dettagli e altro rimando al mio libro “Il lato oscuro della Luna” – Ed.2015).

Da decenni si parla del Progetto Blu Beam, un progetto che sarebbe in grado di proiettare ologrammi nel cielo per simulare apparizioni religiose o invasioni aliene. Negli ultimi mesi sono stati resi noti, dell’esercito americano, filmati (del 2012) in cui sono ripresi droni di fabbricazione statunitense, capaci di viaggiare accanto a caccia militari, compiendo manovre bizzarre, fino a velocità superiori a 600 km/h, mentre sono ormai di pubblico dominio (visionabili anche su Youtube) i video di giochi di luce messi in atto dalla Cina e da altri Paesi orientali, nel cielo delle proprie città, attraverso sciami di droni perfettamente coordinati, in grado di formare figure e compiere evoluzioni spettacolari.

In considerazione di tutto ciò, è possibile che le inedite dichiarazioni della limitatezza e dell’inadeguatezza delle proprie tecnologie difensive che le autorità militari hanno denunciato nella versione pubblica del report consegnata al Congresso USA, siano il preludio alla messa in scena di una “invasione aliena” fatta per giustificare, con la scusa di garantire sicurezza, l’assunzione di misure restrittive delle libertà individuali e personali, con la “compressione”, come si dice oggi (o per meglio dire la “soppressione”) dei diritti umani fondamentali dei cittadini? Dopo ciò che è avvenuto a partire dal 2020 (o forse già dal settembre 2001) non sarebbe da sorprendersi. Ma se volessimo considerare questa solo come una remota o alquanto fantasiosa (per alcuni) possibilità, rimane da dire che quello consegnato al Congresso USA lo scorso 25 giugno, è risultato essere, secondo il sito dell’ufologo John Greenewald proprietario del portale The Black Vault, solo una parte del rapporto redatto dalla UAPTF.

Infatti, come confermato in una e-mail dal portavoce dall’Ufficio del direttore dell’intelligence nazionale (ODNI) il rapporto completo aveva un “allegato classificato” (e per questo non divulgato). “Il rapporto classificato include alcune informazioni aggiuntive che non possono essere declassificate coerentemente con la protezione di fonti e metodi”, si legge nell’email.

L’ODNI ha comunicato che non rilascerà ulteriori dichiarazioni a riguardo, neanche in merito al fatto se nella parte secretata ci fossero foto, immagini o filmati corredate di date orari e località degli avvistamenti, ed ha altresì sottolineato che nonostante l’omissione, le conclusioni contenute nei due report sono le stesse. Nella parte omessa quindi, non ci sarebbero informazioni rilevanti tali da compromettere o stravolgere la conclusione ufficiale (esistono, non sappiamo cosa siano, ma siamo certi all’80% che sono fenomeni “terrestri” e ma siamo altresì certi che costituiscono un problema per la sicurezza nazionale). Il sito The Black Vault ha inoltrato una richiesta ai sensi del FOIA per ottenere anche questa versione secretata del documento. Vedremo se in futuro sarà divulgata e se sarà possibile conoscerne altri elementi significativi.

Nel frattempo, possiamo affermare con piena consapevolezza e in piena tranquillità che gli UFO non sono un fenomeno moderno e che non sono un argomento per creduloni o ignoranti scientifici.

Stefano Nasetti

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Le misteriose rovine megalitiche di Nan Madol

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista ARCHEO MISTERI MAGAZINE nel numero 68 di Luglio Agosto 2021)

Dall’altra parte del mondo, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico occidentale, sorge l’isola di Pohnpei facente parte degli Stati Federati della Micronesia, che, seguendo un ordine Est/Ovest, sono costituiti dagli Stati di Yap, Chuuk, Pohnpei e Kosrae. Isola principale dell’omonimo Stato, Pohnpei, che significa "su (pohn) un altare di pietra (pei)", ha una superficie di circa 350 km quadrati e una popolazione di poco più di 30 mila persone, prevalentemente contadini e pescatori.

Nella parte sud-est dell'isola (parte disabitata da quasi 400 anni), nascosti da una fitta vegetazione tropicale di mangrovie, si trovano i resti di un’antica e ancora oggi misteriosa città megalitica, chiamata Nan Madol.

Il nome “Nan Madol”, che letteralmente significa “spazio tra”  o “luogo di mezzo”, sembrerebbe indicare un luogo di passaggio o che fungeva forse da congiunzione tra due luoghi separati. La domanda è: quali luoghi metteva in congiunzione Nan Madol?

Altro nome della città e “Sounahleng” o “Sau Nalan”, che significa “scogliera del Paradiso”.

Secondo le analisi effettuate al radiocarbonio sui sedimenti organici che ricoprono parte della struttura, le rovine risalirebbero al 1180 d.C. ma secondo altri studi, le rovine, nelle sue parti più antiche, avrebbero un’età ancora più remota, addirittura risalirebbero al 200 a.C.

Patrimonio dell’UNESCO dal 2016, Nan Madol è una meraviglia dell’ingegneria antica. È, infatti, l’unica città mai costruita su una barriera corallina. I resti di questa città sono composti da una serie di 92 isolotti artificiali con una fitta rete di strade, canali, ed edifici parzialmente sommersi, sulla cui origine si sa ben poco.

Le fondamenta degli isolotti sono costituite da detriti di corallo, progettati in modo da sostenere massicce cataste di lunghe colonne di basalto. Tutto il sito quindi, è stato costruito non sulla terra ferma quindi, ma su banchi corallini artificiali vicini alla costa, sui quali sono stati posati centinaia di blocchi di basalto colonnare, pesanti ciascuno tra le 5 e le 50 tonnellate, in modo da far letteralmente emergere le isole dalle acque. La forma delle colonne di pietra è talmente singolare che i primi visitatori pensavano fossero state sagomate dall’uomo. Soltanto successivamente si è compreso che la loro peculiare forma prismica era frutto di fenomeni naturali.

Infatti, il basalto colonnare è una roccia scura che si forma quando la lava basaltica si raffredda sotto forma di colonne. Ci sono molte cave di basalto colonnare presenti sull’isola. Tuttavia gli archeologi non sanno spiegare come abbiano fatto queste antiche popolazioni a staccare, trasportare e mettere in posa sul fondale oceanico, tutti questi blocchi per costruire il sito. Le cave si trovano quasi tutte dall’altra parte dell’isola, ed è sostanzialmente impossibile pensare che le abbiano trasportate trascinandole con tronchi e funi attraverso l’impervio e l’addir poco accidentato terreno dell’isola, fitto di intricata e rigogliosa vegetazione.

Le mura realizzate con questi enormi blocchi sono alte, in alcuni punti, anche 8 metri e spesse 5. La costruzione di Nan Madol è tutt’oggi avvolta nel mistero. Con quali tecniche fu realizzata un opera di queste proporzioni? Domanda che già da sola fa comprendere tutto il mistero che ruota intorno a questa città, se si considera che il sito era già abitato dal 200 a.C.!

La città è divisa in due aree, la metà Sud-Ovest o città bassa (Madol Paw) che ospitava palazzi in pietra che si presume fossero utilizzati come sedi cerimoniali, residenze reali, o con funzionalità domestiche e amministrative. E la metà nord-est, la città alta (Madol Powe) che era probabilmente la sede sacerdotale, dove ci sono edifici riconosciuti come templi e sono stati ritrovate le principali sepolture (sebbene prive di qualunque resto) con i recinti rituali associati. Il monumento funerario più importante e meglio conservato in questo settore è il Nan Dawas.

Studi di archeoastronomia condotti dall’astrofisico César Esteban dello IAC (Istituto di astrofisica delle Isole Canarie, Spagna) hanno verificato che la struttura di Nan Dawas è molto ben orientata rispetto ai punti cardinali. Secondo il ricercatore spagnolo l’intero sito di Nan Madol, assieme ad altri punti di riferimento del paesaggio, si allineino all’orizzonte con il sorgere della costellazione di Orione.

Le mura della città hanno dei passaggi, mentre alcune mura sono apparentemente incompiute (o incomplete e parzialmente distrutte).  In alcune aree della città sono stati trovati pozzi naturali molto profondi, che scendono nella barriera corallina fino a 60 m. Grazie ad una attenta osservazione della struttura della città, i ricercatori hanno individuato strani tunnel e condotti che collegavano la città al mare.

Riesaminando la ricchissima tradizione orale, sembrerebbe che l’animale sacro dell’isola fosse l’anguilla. Come i nativi americani consideravano veicolo di divinità il serpente, al pari degli Aztechi e Maya con il culto del serpente piumato Quetzalcóatl, gli aborigeni australiani con le leggende legate al Serpente Arcobaleno, la numerosa e variegata simbologia del serpente in tutte le civiltà indoeuropee, e il culto del serpente volante (o meglio il culto del Drago) nelle popolazioni dell’est asiatico, anche gli antichi abitanti di Nan Madol avevano un culto simile. Probabilmente, siccome non c’erano serpenti a Pohnpei, l’anguilla, che era la cosa più vicina al serpente e divenne così l’animale sacro.

Sono stati catalogati circa 130 edifici, molti dei quali si ritiene fossero le residenze privilegiate dell’élite al potere, e ben 12 dighe regolano il flusso e il deflusso dell’acqua tra i canali della città. La città nella sua totalità occuperebbe circa 83 ettari di laguna, ha una pianta rettangolare lunga 1,5 km e larga 0,5 km (circa 0,8 km2).

Quali tecnologie dunque, seppur primitive, furono utilizzate per permettere che tutto ciò prendesse forma, dato che la popolazione locale non conosceva né la ruota, né il sistema delle leve e neanche il metallo?

Gli archeologi hanno calcolato che per portare a termine un lavoro del genere gli abitanti della misteriosa città avrebbero dovuto posizionare poco meno di 2.000 tonnellate di pietre l’anno, ma nonostante ciò la popolazione avrebbe impiegato 400 anni per la realizzazione di questa imponente opera. Ma quanti uomini sarebbero stati necessari? E come sarebbe stato possibile trovare manovalanza disponibile senza sosta per 400 anni?

Nonostante l’enormità dell’impegno nella costruzione della città, non esiste alcuna documentazione relativa a quando esattamente fu costruita, da dove provenissero le enormi rocce, come furono trasportate lì e per quale motivo Nan Madol fu costruita sopra una scogliera.

Lo sforzo di eseguire un tale lavoro di ingegneria deve essere stato veramente titanico, tanto quanto la costruzione delle famose piramidi d’Egitto.

I ricercatori hanno stimato che per compiere un tale sforzo, sarebbe dovuta essere impiegata a tempo pieno l’intera popolazione dell’isola,circa 25 mila persone. Ma se così fosse, come avrebbero fatto contemporaneamente a sostentarsi, a cacciare, a pescare e a compiere tutte le altre attività necessarie alla sopravvivenza? Per quale motivo poi, avrebbero deciso di intraprendere un simile sforzo, una simile concentrazione di tempo, energie e risorse?

Perché dopo uno sforzo simile, una volta costruita, la città fu poi abbandonata?  

Se abbiamo detto che alcuni ritengono che senza l’ausilio di carrucole, grandi macchinari e senza conoscere il metallo per giunta, per realizzare il sito sarebbe stata necessaria la partecipazione a tempo pieno di almeno 25 mila persone, cioè di tutta la popolazione dell’isola, è chiaro che ciò non possa essere ritenuta una spiegazione realisticamente possibile.

Anche se gli archeologi più tradizionalisti sostengono che le popolazioni locali abbiano utilizzato corde, rulli e zattere per costruire Nan Madol, i tentativi di provare questa teoria non hanno avuto alcun successo e sono tutti miseramente falliti! Non sono stati trovati resti o segni evidenti e inconfutabili che possano dimostrare l’utilizzo di leve, pulegge, funi o degli altri strumenti ipotizzati dagli archeologi.

Nel 1995, durante le riprese del documentario per Discovery Channel, tutti i tentativi di trasportare colonne basaltiche (con peso superiore a 1 tonnellata) su zattere di bambù, fallirono in modo spettacolare davanti alle telecamere. Ulteriori tentativi fatti con le più moderne tecniche di costruzione navale non riuscirono a sostenere l’enorme peso.

Quindi l’archeologia e altre discipline scientifiche ausiliarie hanno riconosciuto la loro impotenza nel comprendere e spiegare come è stato eseguito quello che, senza tema di smentite, può essere considerato il più straordinario lavoro di ingegneria monumentale in Oceania

Anche in questo caso pertanto, la teoria ufficiale è ben lontana dall’essere confermata, trattandosi di una teoria basata su presupposti tradizionali che escludono qualunque tipo di possibilità alternativa a quella convenzionale. Eppure in qualche modo devono aver fatto.

Si stima che sommando il peso di tutti i blocchi utilizzati per la costruzione, si arriverebbe al peso complessivo di 750 mila tonnellate. Se le antiche popolazioni avessero spostato circa 1.850 tonnellate l’anno, la costruzione dell’intero sito sarebbe durata oltre 4 secoli, lavorando ovviamente a tempo pieno. Si tratta quindi di uno sforzo che supera ampiamente quelle che si pensa siano state le capacità costruttive di quelle popolazioni. Eppure quel sito è lì.

Non c’è arte, né sculture, né scritte oltre alle enormi rovine megalitiche di basalto nero. L’unica conoscenza che rimane è quella che è stata tramandata nella storia orale dai Pohnpeiani.

Ci sono leggende locali diffuse tra gli abitanti dell’isola, che dicono che la città si trovasse già lì prima del loro arrivo e che quindi non sono stati gli antenati degli odierni abitanti a costruirla. Le leggende aggiungono inoltre, che la città sarebbe collegata ad un’altra città sul fondale oceanico, considerata la città degli Dèi.

Nan Madol è quindi il luogo di collegamento (il ”luogo di passaggio”) tra le città degli uomini in superficie e la città degli Dei nel fondale oceanico? Alcuni sommozzatori sostengono infatti, che al largo di Nan Madol si susseguano le rovine della città, che porterebbero poi alle rovine di una città sommersa chiamata Kanemwesa. Nessuno tuttavia, sebbene in molti abbiano seguito le rovine sempre più in profondità, è mai riuscito a giungere sul fondo e verificare l’effettiva esistenza di questa città. La profondità è troppa anche per un sub professionista ben equipaggiato. Sarebbe necessaria una spedizione con mezzi sottomarini, ma ciò è ben l’ungi dall’accadere.

Le popolazioni di questa e di altre isole vicine, credono che Nan Madol sia una città maledetta, presso la quale, ancora oggi, spesso sono segnalate strane luci, sia nel cielo, sia tra le rovine della città, luci che talvolta s’immergono nel mare. Per questo Nan Madol è chiamata anche la città fantasma.

Secondo uno dei miti locali più antichi e ancora radicati nella popolazione dell’isola, molti secoli fa, da una nuvola scesero due gemelli su Sokehs, un’isola adiacente nel nord di Pohnpei (in passato chiamata anche Ponape o Ascensione). I due gemelli Olisohpa e Olosohpa descritti come insolitamente più alti dei nativi pohnpeiani, giunsero a Pohnpei a bordo di una ”enorme canoa”, dove fondarono la città del santuario di Sounahleng (oggi Nan Madol).

Gli Dèi concessero ai due fratelli “giganti” il potere magico di far levitare le pesanti pietre dalla cava fino al sito di costruzione, mentre un “drago volante” che sputava fuoco, apriva canali da un’estremità all’alta dell’isola.

Secondo altre leggende, raccontate sempre dalle popolazioni locali, la città sarebbe stata costruita da una forza misteriosa. Raccontano, infatti, che le rocce sarebbero state poste in opera da una mano fantasma. Queste colonne di basalto avrebbero levitato letteralmente, da una parte all’altra dell’isola o in altri casi, avrebbero levitato in qualche modo, raggiungendo da sole la parte più alta delle mura. Si parla quindi ancora di levitazione delle pietre.

Secondo un’altra versione, in un tempo remoto sull’isola di Pohnpei viveva una civiltà progredita che aveva imparato a sfruttare le onde sonore, così da far levitare i massi e spostarli fino alla loro sede. Come ho diffusamente descritto nel mio saggio “Il Lato Oscuro della Luna”, oggi la levitazione sonora è stata sperimentata efficacemente su oggetti più piccoli ed è chiamata “effetto Hutchinson”, ciò tuttavia non dimostra che questa conoscenza (per di più amplificata) fosse nelle disponibilità delle popolazioni di Pohnpei del 200 a.C., sebbene sia sorprendente nel mito pohnpeiano, la presenza del suono come mezzo o strumento di lavoro (cosa tra l’altro non unica nella mitologia)

È possibile che in tutte queste leggende che sembrano avere dei tratti in comune, ci nasconda un fondo di verità?

Se volessimo trovare una facile spiegazione e ignorare tutto quanto finora esposto, potremmo far finta che anche gli abitanti di Nan Madol, non costruirono la città, ma la trovarono già pronta e si limitarono ad abitarla così come fecero le civiltà precolombiane con i siti di Pumapunku e Tiahuanaco. Così facendo, archeologia ufficiale sta fuggendo da anni dal trovare delle spiegazioni plausibili ai metodi costruttivi di tutti questi siti, evitando di mettere in discussione se stessa.

Ad oggi nessuno può dire con certezza in che modo Nan Madol venne costruita o perché fu abbandonata. Molti sostengono che venne attaccata e conquistata, ma non sono state trovati riscontri archeologici a sostegno di questa ipotesi. Altri dicono che degli stranieri introdussero a Pohnpei qualche malattia che decimò la popolazione (anch’essa tesi priva di evidenze tangibili).

Infine, un’altra ipotesi, è che un forte tifone abbia distrutto le risorse alimentari dell’isola, costringendo gli abitanti ad andarsene. Anche in questo caso però riscontri non ce ne sono. Nan Madol infatti è costruita in una posizione che ha una particolare caratteristica. Si trova infatti a metà strada tra l’arcipelago delle Filippine e l’arcipelago delle Hawaii, punto che è noto per essere il luogo più sicuro dell’intero Oceano Pacifico poiché difficilmente è soggetta a forti tempeste. La striscia di 500 km che separa la città di Nan Madol dall’isola Kosrae è il luogo dove solitamente si formano gli uragani, che tuttavia crescono di intensità proprio mentre si allontanano da lì. Quindi la città sacra di Nan Madol raramente è colpita da forti tifoni e tempeste che invece solitamente affliggono con inaudita potenza le altre isole del pacifico. Comunque siano andate le cose, la città di Nan Madol è tuttora disabitata, silenziosa e sinistra. Il suo mistero giace forse nelle profondità oceaniche in attesa di essere scoperto? (Ulteriori informazioni nel libro "Il lato oscuro della Luna")

Stefano Nasetti

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Svelati gli antichi segreti del meccanismo di Antikythera?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista ARCHEO MISTERI MAGAZINE nel numero 68 di Luglio Agosto 2021)

Si è scritto e detto molto negli anni passati sul meccanismo di Antikythera, uno dei reperti archeologici più enigmatici mai ritrovati. Oggi siamo forse giunti ad una svolta. Alcune domande troveranno presto una risposta.

Fin da quando furono ritrovati i primi pezzi per nel 1901, su un relitto di epoca romana da alcuni sommozzatori che stavano raccogliendo delle spugne al largo dell’isola greca di Antikythera, questo reperto ha attratto l’attenzione di scienziati e storici, ansiosi di comprendere come e perché un manufatto così elaborato e complesso, potesse essere stato realizzato dalle civiltà umane di quell’epoca.

I sommozzatori di spugne recuperarono dalla nave tre pezzi piatti di bronzo corroso che in seguito divennero noti, assieme ad altri recuperati in seguito, con il nome di “meccanismo di Antikythera”. Composto complessivamente da ben 82 frammenti, il meccanismo di Antikythera ha all’incirca duemila anni.

Lo studio del relitto su cui è stato ritrovato, ha permesso agli archeologi di datarlo. Il relitto infatti, è di un’antica nave che sembrava essere diretta verso il Mediterraneo occidentale, nave che probabilmente affondò tra il 70 a.C. e il 60 a.C. durante un viaggio dall'Asia Minore a Roma mentre trasportava merci commerciali, compresi beni di lusso destinati a persone con uno status sociale ed economico di fascia alta. Il dispositivo di Antikythera è stato anche per questo datato come risalente al II o all'inizio del I secolo a.C., secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature nel 2008.

Una ricerca successiva, pubblicata sulla rivista Archive for History of Exact Science nel 2014, ha scoperto che il meccanismo era costruito per iniziare ad essere utilizzato (o poteva effettuare calcoli a ritroso, a partire dal 205 a.C.

In una delle ultime campagne di scavo nel relitto, conclusasi l’11 giugno del 2016, il team di ricerca ha trovato, almeno secondo quanto dichiarato dal Ministero della Cultura greco, vasi in ceramica, pezzi di mobili in legno, frammenti di statue di marmo e gioielli d’oro che hanno confermato la datazione del relitto e  dunque, anche degli oggetti su esso ritrovati, come appunto il meccanismo di Antikythera (sempre ammesso che non sia più antico, ma ciò è impossibile da stabilire). Sia i ricercatori, sia il Ministero della cultura greco, non hanno riferito di aver trovato altri pezzi del meccanismo che dunque, ad oggi 2021 rimane incompleto.

I frammenti scoperti costituiscono solo un terzo di un meccanismo presumibilmente più grande. Ciò nonostante gli archeologi sono riusciti a comprendere che si trattava probabilmente di un dispositivo in grado di mostrare il movimento oltre che del Sole e della Luna, dei soli altri corpi celesti mobili (o stelle) all’ora conosciuti, cioè i 5 pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno.

In passato, almeno stando alla versione ufficiale della storia, non tutte le civiltà che osservavano il cielo, infatti, avevano la consapevolezza che ciò che stavano vedendo erano pianeti e non stelle.

“Guardando verso il cielo vedevano, infatti, le varie costellazioni che apparivano immobili. I pianeti del nostro sistema solare invece, sembravano muoversi su questo sfondo di stelle fisse. Erano considerate dunque stelle in movimento. Non è un caso che l'etimologia della parola “pianeta” sia tipicamente greca e si ricolleghi, infatti, al verbo greco πλανάομαι (planàomai) che significa andare errando, andare di qua e di là. Nell'antica Grecia, πλάνητες ἀστέρες (plànētes astéres) significava stelle vagabonde.Così erano dunque denominati gli astri che si spostavano nel cielo notturno, rispetto allo sfondo delle stelle fisse, tant'è che ancora oggi, in greco il termine pianeta significa proprio "stella errante".” (brano tratto dal libro – Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione)

Il meccanismo di Antikythera era dunque un calcolatore astronomico realizzato in bronzo, che aveva le dimensioni di una scatola di scarpe, con quadranti all’esterno e un intricato sistema di ruote dentate, finemente lavorate sempre in bronzo, all’interno.

Che fine abbiano fatto i pezzi mancanti rimane ancora oggi un mistero e le ipotesi o le ricostruzioni riguardanti utilità e funzionamento sono fino ad ora state fatte sempre in modo molto soggettivo, libero, sebbene ner rispetto del rigore e della conoscenza archeologica, storica e scientifica.

Per decenni, infatti, gli scienziati hanno potuto solo avanzare ipotesi sull'uso del meccanismo considerato che lo studio sul manufatto è limitato perché è troppo fragile per essere esaminato a mano. I progressi nell'imaging, come gli scanner a raggi X 3-D, hanno permesso solo in anni recenti e in modo sempre più dettagliato, agli scienziati di vedere le molte parti funzionanti della macchina e le iscrizioni presenti su di essa, che offrono indicazioni su come utilizzare il dispositivo.

Si credeva inizialmente che fosse un antico calcolatore astronomico capace di mostrare il ciclo quadriennale delle prime competizioni greche che hanno ispirato i Giochi Olimpici di oggi.

"I primi indizi ci suggerivano un collegamento con l'antico ciclo di giochi greci, fin da quando la parola 'NEMEA' fu letta vicino a un piccolo quadrante del meccanismo", ha detto Tony Freeth, uno scienziato di Images First Ltd. nel Regno Unito e coautore dello studio Nature del 2008.

Le iscrizioni scoperte sul dispositivo di 2.100 anni, avevano infatti rivelato nomi legati al ciclo di giochi delle Olimpiadi, un tempo celebrati tra le antiche città-stato greche.

"È stata una sorpresa trovare questo su quello che pensavamo fosse uno strumento astronomico", ha detto Alexander Jones, uno storico della scienza presso la New York University, coautore dello studio sui risultati che sono pubblicati nel 2008 sulla rivista Nature .

Gli scienziati hanno studiato a lungo il meccanismo di Antikythera come un complesso sistema di ruote dentate che visualizza la data, le posizioni del sole e della luna, le fasi lunari, un calendario di 19 anni e un quadrante di previsione dell'eclissi di 223 mesi. Ma le ultime scoperte suggeriscono che il meccanismo avesse applicazioni che andavano oltre l'astronomia matematica.

"Non è uno strumento di pura scienza", aveva affermato Jones, aggiungendo che il meccanismo di Antikythera dimostrava "la relazione del tempo cosmico con il tempo umano".

I Giochi di Nemea sono stati uno dei giochi della corona nel ciclo delle Olimpiadi. Sul dispositivo sono stati trovati anche altri nomi, che includevano "ISTHMIA" per i giochi di Corinto, "PYTHIA" per i giochi di Delfi e la parola "OLYMPIA" per i giochi olimpici.

Precedenti ricerche e ricostruzioni di un modello funzionante del dispositivo (nel 2006) avevano scoperto che avrebbe potuto non essere un manufatto di origine greca, come invece successivamente affermato dalla ricerca pubblicata su Nature. La ricerca del 2006 aveva ipotizzato potesse essere babilonese, rendendo il dispositivo più antico di diversi secoli di quanto si pensasse in precedenza. Se così fosse però, significa che i babilonesi potrebbero aver svolto un ruolo importante nel plasmare i progressi greci in astronomia, sebbene questo punto rimane tutt’ora molto dibattuto.

Inoltre ciò non spiegherebbe il riferimento alle parole greche ritrovate sui quadranti, anche se quest’ultime potrebbero essere state aggiunte in un momento successivo.

La mancanza di informazioni certe desumibili dal manufatto ha da sempre alimentato e dato adito, a ipotesi e alle interpretazioni più disparate.

Per anni un’ampia fetta della comunità scientifica ha addirittura manifestato la possibilità che potesse trattarsi di un falso, considerata l’elevata raffinatezza e complessità dei pezzi ritrovati. Una fetta della comunità scientifica quindi, nell’impossibilità di spiegare l’anacronismo di questo reperto e nell’incapacità di accettare i propri limiti e/o i propri eventuali errori nelle ricostruzioni storiche delle capacità e delle conoscenze culturali delle popolazioni antiche, ha deliberatamente tentato di derubricare il tutto a una bufala, come a dire “se io non so spiegarlo e se il reperto non è congruo con la conoscenza che noi oggi riteniamo dovessero avere le popolazioni antiche di quel tempo, allora il reperto è per forza un falso!”. Si tratta purtroppo di un atteggiamento arrogante e presuntuoso a cui la comunità scientifica non è nuova, atteggiamento che impedisce alla scienza di progredire nel modo migliore possibile, e che spesso fa rientrare oggetti con caratteristiche apparentemente anomale, nell’ormai famosa categoria degli OOPArt, gli oggetti fuori tempo.

Una ricerca internazionale chiamata “Progetto di ricerca sul meccanismo di Antikythera” composta da ricercatori accademici di istituzioni come l’Università di Cardiff, l’Università Nazionale e Kapodistriana di Atene, l’Università Aristotele di Salonicco, il Museo Archeologico Nazionale greco, la Fondazione culturale della Banca nazionale greca con il supporto tecnico è fornito dalle società internazionali X-Tek Systems Ltd (ora Nikon Metrology), Hewlett-Packard Inc. (HP Labs, California), Images First Ltd, Volume Graphics GmBH, e dalla Keele University (che rappresentano alcune delle migliori aziende ad alta tecnologia del mondo), che mira a rivalutare completamente la funzione e il significato del meccanismo di Antikythera, ha stabilito inequivocabilmente sulla base di tutte le analisi possibili fatte sul reperto, che il meccanismo di Antikythera non è un falso, spazzando via definitivamente ogni tentativo di sminuire l’importanza,la rilevanza e le conseguenze sulla nostra conoscenza storica di questo reperto.

Oggi l’opinione scientifica prevalente è diametralmente cambiata rispetto a dieci anni fa, e molti accademici lo considerano addirittura una sorta di primigenio computer: il primo computer al mondo.

Se da un lato quindi, i pezzi mancanti del meccanismo non hanno mai permesso di rispondere in modo completo, logico, coerente ed esaustivo alle domande riguardo a chi, dove, come, quando e perché è stato creato il meccanismo di Antikythera, al contempo non hanno mai neanche rappresentato un elemento dissuasivo della volontà e della determinazione di alcuni ricercatori intellettualmente onesti e senza interessi da tutelare, dei veri uomini di scienza insomma, a continuare a cercare risposte.

"C'è sempre la speranza che ne vengano fuori altri pezzi da nuove immersioni", ha detto Jones. Per lui, la più grande domanda senza risposta sul dispositivo è: per cosa è stato utilizzato?

Grazie alla spedizione archeologica e allo studio dei manufatti ritrovati nel 2016, oltre all’applicazione delle nuove tecnologie di imaging e scansione, è stato possibile leggere in modo più chiaro che mai le iscrizione vecchie di quasi 2000 anni presenti nelle parti interne di alcuni degli 82 pezzi ritrovati del meccanismo di Antikythera. Questo ha rivelato nuove e fondamentali informazioni, fornendo possibili risposte alle domande  riguardo al funzionamento e al possibile uso dello stesso.

Si è quindi capito che, con un giro di manovella, probabilmente gli antichi greci erano in grado di tracciare la posizione del Sole e della Luna, tracciare le fasi lunari, prevedere le eclissi lunari e solari e persino i cicli delle competizioni atletiche greche, antesignane delle moderne Olimpiadi.

Alcuni degli 82 frammenti metallici corrosi del meccanismo di Antikythera, contengono un testo in greco antico, in gran parte illeggibile ad occhio nudo.

Negli ultimi 10 anni, grazie alla scansione in 3D a raggi X, è stato possibile leggere lettere e parole nascoste nel testo.

"Prima potevamo distinguere parole isolate” ciò aveva conseguenze molto importanti riguardo la corretta lettura e comprensione del testo. “Le lettere venivano talvolta interpretate male o lasciavano lacune nel testo", ha detto il professore di storia della scienza alla New York University, Alexander Jones,. "Ora, abbiamo qualcosa – la scansione in 3D a raggi X, ndr - che può consentirci effettivamente di leggere correttamente il greco antico. Possiamo dire cosa stavano dicendo questi testi a un antico osservatore."

Jones e i suoi colleghi hanno pubblicato una serie di articoli sulle iscrizioni, in un numero speciale della rivista Almagest nel 2016. I pezzi di testo scoperti hanno permesso a Jones e ai suoi colleghi di avere un'idea migliore di come poteva apparire la macchina nell'antichità.

Le iscrizioni sulla copertina del retro del dispositivo, ad esempio, contengono un inventario di tutti i quadranti e del loro significato. Il frammento 19, che è un pezzo del coperchio posteriore del dispositivo di Antikythera, è molto più chiaro in una visualizzazione PTM (Polynomial Texture Mapping). Con PTM, è possibile simulare diverse condizioni di illuminazione per rivelare i dettagli della superficie su artefatti che altrimenti potrebbero essere nascosti.

"È qui che otteniamo le informazioni chiave sul fatto che c'era una visualizzazione in piena regola di pianeti che si muovevano attraverso lo zodiaco ", ha detto Jones.

Questo pannello, ora perduto, aveva probabilmente dei puntatori con piccole sfere rappresentanti il ​​Sole, la Luna e i pianeti conosciuti all'epoca (Marte, Mercurio, Venere, Giove e Saturno) disposti in un sistema geocentrico con orbite circolari attorno alla Terra, secondo l'iscrizione sul retro di copertina .

I ricercatori avevano già proposto l'esistenza di questa caratteristica in precedenza, ma non ne avevano mai avuto alcuna prova fisica, aveva fatto presente Jones.

"Ora sappiamo cosa faceva il meccanismo di Antikythera abbastanza bene, ma perché qualcuno dovrebbe voler fare qualcosa di simile?" si chiedeva ancora Jones nel 2016. "Da parte mia, penso che questo sia qualcosa che molto probabilmente è stato realizzato come un dispositivo educativo, qualcosa che non era per la ricerca, ma per insegnare alla gente la cosmologia e ogni sorta di cose legate al tempo sul nostro mondo".

Forse chi azionava il meccanismo avrebbe capito come funzionavano le ruote all'interno del dispositivo, ma per gli osservatori occasionali, il funzionamento degli ingranaggi sarebbe stato un mistero.

"La maggior parte delle persone l'avrebbe vista come una scatola chiusa", ha detto Jones. "Per loro, deve essere stato un dispositivo meraviglioso."

Eppure, nonostante anni di scrupolose ricerche e dibattiti, gli scienziati non sono mai stati in grado di replicare completamente il meccanismo che ha guidato lo straordinario dispositivo, o comprendere i calcoli utilizzati nella sua progettazione, dai frammenti danneggiati e corrosi scoperti nel relitto.

Ma ora i ricercatori dell'University College di Londra (UCL) affermano, in un articolo pubblicato il 12 marzo scorso (2021) sulla rivista Scientific Reports, di aver ricreato completamente il design del dispositivo, partendo dagli antichi calcoli usati per crearlo, e ora stanno cercando di costruire materialmente il congegno per vedere se il loro design funziona. 

Gli scienziati potrebbero aver finalmente realizzato un modello digitale completo per il pannello Cosmos del meccanismo di Antikythera.

"Il nostro lavoro rivela il meccanismo di Antikythera come una bellissima concezione, tradotta da una superba ingegneria in un dispositivo geniale", hanno scritto i ricercatori nell’articolo pubblicato "Quanto scoperto sfida tutti i nostri preconcetti sulle capacità tecnologiche degli antichi greci".

Per creare il modello, i ricercatori hanno attinto alle informazioni e ai risultati ottenuti da tutte le ricerche passate sul dispositivo, inclusa quella di Michael Wright, un ex curatore del Science Museum di Londra, che aveva precedentemente costruito una replica funzionante, sebbene quest’ultima con molte parti di “libera interpretazione” e non rispondente alle dimensioni effettive del manufatto originale.

Usando le iscrizioni trovate sul meccanismo nel 2016, e utilizzando un modello matematico di come si muovevano i pianeti secondo le conoscenze greche del periodo (modello che fu ideato per la prima volta dall'antico filosofo greco Parmenide), i ricercatori dell'University College di Londra sono stati in grado di creare un modello computerizzato per un meccanismo di ingranaggi sovrapposti che si adatta perfettamente alla profondità di appena 2,5 centimetri (1 pollice), dimensione reale del meccanismo di Antikythera. 

Il nuovo modello ottenuto ricrea ogni ingranaggio e quadrante rotante per mostrare come i pianeti, il Sole e la Luna si muovono attraverso lo Zodiaco (l'antica mappa delle stelle) sulla faccia anteriore, e le fasi della Luna e le eclissi sul retro, nel rispetto dell'ipotesi greca antica che tutti i cieli e gli astri ruotassero attorno alla Terra .

Ottenuto il modello digitale, ora non rimane che ricreare materialmente il dispositivo di Antikythera per svelare tutto il mistero che lo circonda, e trovare così risposte a tutte le tante domande che lo riguardano.

Nessuno infatti, aveva mai creato un modello completo e così dettagliato del cosiddetto Cosmo, che si riconciliasse con tutte le prove fisiche disponibili.

Ora che il modello al computer è stato realizzato, i ricercatori vogliono creare versioni fisiche, prima utilizzando tecniche moderne in modo da poter verificare che il dispositivo funzioni, e poi impiegando le tecniche costruttive che avrebbero potuto essere utilizzate dagli antichi greci. 

"Non ci sono prove che gli antichi greci fossero in grado di costruire qualcosa di simile. È davvero un mistero", ha detto Wojcik. "L'unico modo per testare se potevano, è provare a costruirlo in modo antico greco."

"Cosa ci faceva poi su quella nave? Abbiamo trovato solo un terzo del dispositivo; dove sono gli altri due terzi? Si sono corrosi? Ha mai funzionato?" Wojcik ha detto.

"Queste sono domande a cui possiamo davvero rispondere solo attraverso l'archeologia sperimentale. È come se, per rispondere a come è stato costruito Stonehenge, consegnassimo a 200 persone una corda e una grossa pietra e gli chiedessimo di provare a tirarla attraverso la piana di Salisbury. È un po' quello che stiamo cercando di fare qui noi.

Ciò potrebbe portare a definitive risposte, ma anche a nuove domande.

Se il dispositivo oggi ricostruito, almeno su carta, dovesse poi risultare pienamente funzionante una volta ricreato con le tecniche moderne, ma risultasse poi irrealizzabile con le tecniche dell’epoca, cosa accadrebbe? Se invece non funzionasse? Se invece funzionasse anche una volta costruito con le tecniche dell’epoca?

Dovremmo riconsiderare le capacità ingegneristiche e di quell’antica popolazione? Oppure dovremmo valutare l’ipotesi che il dispositivo in uso ai greci provenisse da altre civiltà? Eventualmente quali? Se così fosse, come ne sarebbero entrati in possesso i greci? Come potevano queste civiltà coeve a quella greca possedere capacità tecniche più avanzate di quella greca, in grado di realizzare un simile dispositivo?

"La distanza tra la complessità di questo dispositivo e gli altri realizzati nello stesso momento storico è infinita", ha detto al portale WordsSideKick.com il coautore della dello studio Adam Wojcik, scienziato dei materiali presso l'UCL. "Francamente, non c'è niente di simile che sia mai stato trovato. È fuori dal mondo."

Gli intricati ingranaggi che compongono il meccanismo del dispositivo sono realizzati su una scala di misure che ci si potrebbe aspettare di trovare in un orologio a pendolo del XXVII o del XVIII. Il meccanismo di Antikythera risale però almeno a 1700 anni prima, presumibilmente al 65 a.C.! Gli unici altri ingranaggi scoperti nello stesso periodo sono quelli molto più grandi che sono presenti in cose come le baliste, le grandi balestre, e catapulte. 

La raffinatezza degli ingranaggi del meccanismo di Antikythera solleva molte domande sul processo di produzione che avrebbe potuto dare origine ad un congegno così intricato e unico, nonché sul perché è unanimemente riconosciuto come l'unico dispositivo ritrovato del suo genere, di quella e delle epoche immediatamente successive.

"C'è anche un sacco di dibattito su chi fosse colui o coloro che lo hanno costruito. Molte persone dicono che era  Archimede ", ha detto Wojcik. "Ha vissuto più o meno nello stesso periodo in cui forse è stato costruito il meccanismo, e nessun altro aveva lo stesso livello di abilità ingegneristiche che aveva lui ".

Già nel 2016 i ricercatori avevano decifrato i nomi dei mesi sul calendario del ciclo lunare di 19 anni del meccanismo. Ciò costituisce un possibile indizio sulle origini del meccanismo.

"Non è un calendario del tipo che userebbero gli astronomi", aveva spiegato il professore di storia della scienza Alexander Jones. "È più un calendario regionale che apparteneva a certe città greche come Corinto".

Ciò potrebbe suggerire un collegamento al famoso inventore e matematico greco Archimede, che viveva nella colonia corinzia di Siracusa in Sicilia, circa 100 anni prima che il meccanismo fosse costruito, qualora si propenda per una datazione antecedente a quella del relitto.

È possibile che un discendente o uno studente di Archimede possa aver preso spunto dal maestro, aveva dichiarato Jones. Nello stesso frangente però, il professore della New York University aveva fatto notare che il meccanismo contiene la conoscenza dell'astronomia che esisteva solo dopo la morte di Archimede, nel 212 a.C., il che significa dunque che non può essere lui che ha costruito direttamente il meccanismo.

Archimede fu ucciso dai romani durante l'assedio di Siracusa, dopo che le armi da lui inventate non riuscirono a impedire loro di catturare la città.

In attesa di definitive risposte su chi abbia costruito il meccanismo di Antikythera, rimane ad oggi il mistero, anche sul perché gli antichi greci, almeno per quanto noto alla storia e all’archeologia moderna, non abbiano usato tecniche simili per creare altri dispositivi anche aventi funzioni diverse, se invece lo abbiano fatto e non ne abbiamo trovato traccia (in tal caso com’è possibile), o se copie del meccanismo di Antikythera siano in attesa di essere trovate.  Il mistero che avvolge questo oggetto enigmatico, continuano.

Stefano Nasetti

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CIA's FILES: dai progetti Gateway, Stargate e Mars Exploration la prova della vita extraterrestre?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)

Nel 1983, la CIA ha commissionato e sepolto per vent’anni, sotto segreto militare, un documento che è tornato a far parlare di sé nel 2021. Il documento descrive una tecnica chiamata Gateway, che è una specie di allenamento per concentrare le onde cerebrali in modo da alterare la coscienza e sfuggire ai vincoli del tempo e dello spazio.

All’epoca, e già da diversi anni la CIA era interessata alla ricerca psichica in generale, comprese teoria e pratica della visione remota (remote viewing), ovvero la capacità di una persona di assistere a eventi reali con il solo potere della mente. I documenti sono stati poi desecretati nei primi anni 2000 e sono ora disponibili. Sebbene possa sembrare una completa follia, gli studi sono stati condotti realmente e con un impiego di tempo e denaro che non possono essere sottovalutati. Lo studio di questa possibilità all’apparenza fantascientifica, ha avuto impieghi in molti settori dell’intelligence e si è composta di diversi progetti tra i quali, degno di nota sotto il profilo ufologico e della ricerca di vita extraterrestre è, senza alcun dubbio, quello denominato “Progetto Stargate”. Della remote viewing si è anche occupata più volte la rivista “Gli Enigmi della Scienza”.

Prima però di addentrarci su questo punto, è necessario  delineare il contesto storico nel quale tutti questi progetti e studi di ricerca scientifica si sono evoluti e sviluppati per poi confluire in un report finale chiamato appunto “The Gateway Process”. L’aspetto interessante di ciò che stiamo per scoprire è che gran parte dei concetti alla base di questi studi sono stati “riscoperti” dalla scienza ufficiale e validati negli ultimi anni, grazie ai progressi ottenuti nel campo delle neuroscienze, il che dovrebbe farci leggere e valutare quanto qui di seguito riportato, con un atteggiamento assolutamente aperto e possibilista.

Nel 1950, Robert Monroe, un produttore radiofonico, dimostra che alcuni pattern sonori hanno effetti distinti su certe capacità umane, tra cui il livello di allerta, di sonno e gli stati di coscienza. Pochi anni più tardi, nel 1956, Monroe fonda un dipartimento dentro la sua azienda di produzione radiofonica, la RAM Enterprises. L’obiettivo è quello di studiare gli effetti del suono sulla coscienza umana. Monroe era ossessionato con dalla ipnopedia, pratica per cui una persona addormentata viene esposta a suoni registrati per migliorare la capacità di memorizzare informazioni. Come detto negli ultimi anni importanti studi hanno confermato e testato sul campo non solo questa realtà, ma hanno addirittura dimostrato la possibilità di dialogare con il cervello in alcune fase del sonno.

Due anni più tardi, nel 1958, mentre fa esperimenti con la ipnopedia, Monroe scopre un fenomeno insolito: lo descrive come una sensazione di paralisi e vibrazione accompagnata da luce intensa. Il fenomeno gli accade nove volte nelle successive sei settimane e culmina con una esperienza extracorporea.

Nel 1962, la RAM Enterprises si trasferisce in Virginia, ribattezzandosi Monroe Industries e affermandosi nell’industria della radio, della televisione e infine nella produzione di audiocassette. Queste ultime contengono gli insegnamenti del programma di ricerca, ribattezzato Monroe Institute. Circa un decennio dopo, nel 1971, Monroe publica “I miei viaggi fuori dal corpo”, un libro che rende popolare il termine “esperienza extracorporea”.

Qualche mese dopo, nel 1972, un documento classificato gira tra l’esercito e l’intelligence americani. Sostiene che l’Unione Sovietica stia investendo soldi nella ricerca sui poteri extrasensoriali (ESP) e sulla psicocinesi, con scopi di spionaggio.

Nel frattempo, nel 1975, Monroe registra il primo di diversi brevetti sulle tecniche audio fatte per stimolare le funzioni cerebrali finché gli emisferi destro e sinistro non si sincronizzano. Monroe chiama lo stato “Hemi-Sync”, e sostiene che possa alterare la coscienza.

Forse non casualmente, nello stesso anno 1975, la CIA finanzia e da il via al progetto Stargate.

Dal 1978 al 1984, il veterano Joseph McMoneagle contribuisce a 450 missioni di visione remota con il progetto Stargate.

Il 9 giugno 1983, la CIA produce il documento "Analysis and Assessment of The Gateway Process," una panoramica scientifica sulla coscienza umana, la sua espansione e altri stati di alterazione della mente. I risultati di questo e di altri progetti come lo quello chiamato “Stargate” rimangono secretati per oltre vent’anni.

Solo nel 2003, la CIA approva la desecretazione del documento sul Gateway e solo quindi anni più tardi, nel 2017 desecreta altre 12 milioni di pagine di documenti che rivelano dettagli prima sconosciuti sul programma, che è poi diventerà noto come progetto Stargate.

(Quanto segue è un estratto direttamente dal mio libro “Il lato oscuro di Marte dal Mito alla Colonizzazione”, edito nel 2018)

“… Tra questi, uno fa riferimento ad una passata civiltà marziana, i cui resti sarebbero evidenti ancora oggi sulla superficie del pianeta rosso.

Il documento in questione, rimasto segreto per 32 anni, è composto di 9 pagine ed è intitolato “Mars Exploration”. Si tratta del resoconto di un esperimento di Remote Viewer fatto dalla CIA il 22 maggio del 1984.

La cosiddetta “Visione Remota” (Remote Viewing) è la pratica paranormale che consentirebbe di visualizzare immagini di un luogo o un obiettivo distante o invisibile, usando la percezione extrasensoriale.

Secondo la scienza ufficiale, non vi è alcuna prova certa che esista la visione a distanza o che questa sia una facoltà che l’essere umano possiede. Infatti, dal punto di vista scientifico ufficiale, la Remote Viewing non possiede i requisiti di verificabilità, per la mancanza di controlli e ripetibilità. L’argomento Remote Viewing, oggetto di numerosi studi nel corso dei decenni passati, è tutt’oggi relegato alla branca della pseudoscienza.

Eppure, da quanto emerso attraverso la pubblicazione di documenti riguardanti alcuni progetti top secret della Difesa Americana, la CIA e il Pentagono diedero vita nel 1975, al “Progetto Stargate”, con lo scopo di utilizzare la Remote Viewing, e più in generale le capacità extrasensoriali, per avere informazioni su obiettivi militari nemici, sovietici in particolare.

Il programma, costato oltre venti milioni di dollari, rimase operativo per più di venti anni. Solo nel 1995, terminata la “guerra fredda”, il programma fu chiuso, ufficialmente a causa di risultati non soddisfacenti. Già allora trapelò qualche informazione riguardo l’esistenza di questo programma segreto, senza che però alcun documento fosse reso pubblico.

Tuttavia sembra paradossale, eppure ciò è certificato da documenti ufficiali, che gli Stati Uniti abbiano gettato via venti milioni di dollari in un progetto simile, se veramente i risultati si dimostrarono così inconcludenti. Poi verrebbe da chiedersi: com’è possibile che ci siano voluti vent’anni per capire che l’esperimento non aveva basi scientifiche concrete? E se invece l’esperimento avesse fornito qualche risultato oggettivo? Potrebbe essere questa la risposta alle domande precedenti?

È nell’ambito del Progetto Stargate che, a quanto risulta dal documento sopra citato, la CIA utilizzò questa “tecnica” per capire di più su Marte. È bene ricordare che nel 1984, l’idea ormai consolidata nel mondo scientifico era, almeno ufficialmente, quella di Marte inabitabile e inospitale alla vita fin dall’inizio della sua storia. Sebbene le sonde Viking, e ancor prima le Mariner, avessero inviato foto di formazioni geologiche bizzarre (come quella della piana di Cydonia), queste erano state interpretate senza alcun dubbio (stando sempre alle dichiarazioni pubbliche) come assolutamente di origine naturale. Perché dunque, eseguire un esperimento di Remote Viewing per l’esplorazione di Marte? Che cosa stavano cercando? Perché fare ricerche di questo tipo nell’area di Cydonia? Se la Remote Viewing era un qualcosa di sperimentale, per verificarne l’attendibilità sarebbero dovuti essere svolti esperimenti in cui le affermazioni dei “sensitivi” dovevano poter essere verificate, chiedendo di “visualizzare” quindi luoghi e informazioni conosciute dall’intelligence.

Dai documenti pubblicati, risulta che tale tipi di esperimento sono effettivamente stati condotti. Perché dunque, utilizzare questa tecnica per “esplorare” Marte? Già nel 1984, la CIA era in grado di verificare l’attendibilità delle informazioni riguardo la presenza di resti di civiltà sul pianeta rosso? Oppure la CIA, verificato un certo grado di attendibilità della Remote Viewing in esperimenti precedenti, ha provato ad utilizzarla per sapere di più su Marte? È la prova che la CIA crede all’esistenza passata di una qualche forma di civiltà sul pianeta rosso? E infine, se la Remote Viewing non era attendibile, allora perché continuare a mantenere segreti questi documenti per ulteriori trent’anni dalla fine del progetto? …”

(E ancora, sempre da un estratto dal mio libro “Il lato oscuro di Marte dal Mito alla Colonizzazione”, edito nel 2018)

“… Ciò che si può leggere nel documento che riporta i risultati dell’esperimento, è qualcosa d’incredibile se messo a confronto con quanto visto in questo e negli altri capitoli precedenti.

Come riportato nelle nove pagine del documento (ancora disponibile sul sito della CIA), durante i quasi 50 minuti di durata dell’esperimento, il “sensitivo” intervistato, invitato a visualizzare specifiche aree di Marte in un tempo risalente a circa un milione di anni prima di Cristo, descrisse diffuse strutture piramidali, strutture sotterranee e lunghi cunicoli, “ombre” di persone dall’aspetto simile al nostro ma più alti e magri, tempeste di sabbia, edifici nei quali “dormire” o “ibernarsi” in attesa di lasciare il pianeta a causa di un problema geologico, ma anche strade, canali, e blocchi di pietra squadrati, obelischi e monoliti.

Sebbene le strutture geologiche di forma piramidale fossero già state fotografate dalle sonde Viking, soltanto negli ultimi quindici anni, siamo venuti a conoscenza dell’esistenza su Marte di tunnel di lava; abbiamo scoperto la costante presenza di tempeste di sabbia; è stato ipotizzato che sul pianeta sia successo un evento catastrofico globale; sono stati fotografati dai rover e dagli orbiter massi monolitici, blocchi con angoli di novanta gradi con lati perfettamente levigati, siti apparentemente megalitici e quelli che appaiono essere obelischi (ne sono stati fotografati sia su Marte, sia su Phobos).

Alla luce di ciò, appare certamente una “curiosa coincidenza” scoprire che almeno venticinque anni prima, nel 1984, qualcuno avesse immaginato tutto questo, magari semplicemente usando la fantasia, nell’ambito di uno specifico progetto finanziato dalla CIA. Non si può che domandarsi ancora, la Remote Viewing è veramente solo una fantasia?

Sono stati pubblicati sul Journal of Scientific Exploration, i risultati di alcuni esperimenti di Remote Viewing effettuati nell’ambito del Progetto Stargate, dai quali risulta che gli esperimenti non furono così “fallimentari” come dichiarato in sede di chiusura del progetto....”

Ci sono milioni di pagine che contengono dettagli o indizi importanti sulla realtà UFO, continuare ad indagare è doveroso per tutti quelli che non vogliono credere ma vogliono conoscere.

Stefano Nasetti

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Un documento dell’FBI afferma che il Governo USA ha abbattuto degli UFO con corpi all’interno

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)

Nel 2013, un documento dell’FBI ha fatto un po’ di rumore nel mainstream USA, perché è stato visto più di un milione di volte e risulta, secondo la stessa FBI, il loro documento più visto di sempre.

Nel documento in questione si legge quanto segue “Un investigatore dell’Air Force ha dichiarato che tre cosiddetti dischi volanti sono stati recuperati nel New Mexico. Sono stati descritti come di forma circolare con centro rialzato, di circa 50 piedi di diametro. Ognuno era occupato da tre corpi di forma umanoide, ma alti solo 3 piedi, vestiti di un panno metallico di una trama molto fine. Ogni corpo era fasciato in modo simile alle tute oscuranti utilizzate dagli ‘speed flyer’ e dai piloti collaudatori. Secondo l’informatore del signor ********, i dischi volanti sono stati ritrovati in New Mexico a causa del fatto che il governo ha un radar ad altissima potenza in quella zona e si ritiene che il radar interferisca con i meccanismi di controllo dei dischi volanti”.

Il rapporto fu scritto all’inizio degli anni ’50 da Guy Hottel, che all’epoca era il capo dell’ufficio dell’FBI a Washington, e indirizzato al direttore dell’FBI J. Edgar Hoover.

In molti ritengono che sebbene il rapporto sia assolutamente originale, dal momento che è stato rilasciato dalla stessa FBI, si basi su uno scherzo eseguito da un truffatore già condannato all’epoca per altri reati di nome Silas Newton. È impossibile tuttavia sapere con certezza se quanto raccolto e poi trasmesso dal capo dell’FBI di Washington al direttore dell’agenzia Hoover, sia stato poi accertato o verificato.

Nel momento della sua divulgazione, il documento ha attratto l’attenzione di molti negli USA e molti si sono pronunciati a favore della veridicità del contenuto.

Alla fine della giornata una cosa è certa, sappiamo che questi oggetti sono qui, sono reali e che questo sta accadendo ora” aveva affermato nel 2013 Christopher Mellon, ex vice segretario aggiunto alla difesa per l'intelligence dal 1997 al 2002.

C’è da considerare che il documento risale agli anni '50, un periodo in cui gli UFO erano piuttosto popolari all'interno del mainstream statunitense, anche a causa del fatto che un’impennata di avvistamenti di UFO fu osservata e documentata dopo che gli Stati Uniti sganciarono la bomba atomica.

All’epoca c'era così tanto interesse pubblico per l’argomento, che il presidente Truman tenne una conferenza stampa nella quale dichiarò di parlare dell'argomento degli UFO in ogni conferenza che aveva avuto con i militari, e affermato che “gli UFO sono una cosa reale”. Questo avvenne anche nel periodo (1952) in cui diversi oggetti non identificati sorvolarono la Casa Bianca.

Stefano Nasetti

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File FBI: “Gli ufo e i loro Crimini”

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)

Nel 2020 l’FBI rilascia, dopo tre anni dalla richiesta del portale The Black Vault, un file contenente un lungo elenco di dossier riguardanti moltissimi e diversi argomenti, che non richiedono alcun tipo di autorizzazione per essere rilasciati su richiesta dei cittadini nell’ambito del FOIA (Freedom Of Information Act), la legge statunitense sulla trasparenza che consente ai cittadini di prendere visione di varia documentazione.

Il documento rilasciato era un elenco di quasi 196 pagine in cui, tra i tanti trattati,  l’argomento Ufo era suddiviso in più parti, in più fascicoli. C’erano Infatti files che riguardavano la “ricerca aliena e i fenomeni UFO”, gli “avvistamenti UFO a New York City con un report sull’attività paranormale”, un altro dal contenuto interessante era chiamato “Alien and Unidentified Flying Objects” che riguardava (stando alle annotazioni esposte nell’elenco) i dischi volanti, le navi spaziali recuperate e i progetti di tecnologia aliena inversa.

C’erano poi almeno cinque diversi fascicoli sull’incidente di Roswell (uno denominato “Roswell incident 7/8/1947 and 7/8/1950”, “Roswell UFO Crash 1947-1990”, uno denominato soltanto “Roswell”,  un altro “Roswell Ufo” e l’ultimo “UFO Crash in Roswell, NM 1940-1950”), due sul Progetto Blue Book (denominati “Project Blue Book” e “Project Blue Book UFO”), uno sul caso dell’agente di polizia Lonnie Zamora e l’incidente di Soccoro del 24 Aprile 1964, denominato “UFO near Soccoro”, due di lunghezza indefinita chiamati entrambi semplicemente “UFOs”, altri due con il nome di “Unidentified Flying Objects (UFO’s)” di cui uno aveva specificato accanto che il contenuto andava dal Luglio 1947 ad oggi,  due riguardavano invece tutti gli avvistamenti UFO avvenuti negli Stati Uniti, di cui uno chiamato “UFO Sightings” e l’altro, specifico per il caso di Walled Lake, in Michigan del 15 luglio 1957 chiamato “UFO Sighting”. Ce ne erano infine alcuni “Aliens, UFO’s and related topics” e “UFO’s and/or extraterrestrial” che mettevano ancora una volta (come uno dei primi file citati all’inizio di questo articolo) palesemente in correlazione il fenomeno Ufo con la vita aliena.

I files dedicati esplicitamente all’attività aliena erano due, uno intitolato “Alien Abduction”, e un ultimo a pagina 73, chiamato “UFOs and their crimes” (gli UFO e i loro crimini). Incuriosito dal possibile contenuto di questo fascicolo, il proprietario del portale The Black Vault ha inviato una nuova richiesta di accesso agli atti (FOIA), chiedendo di avere copia del fascicolo e di tutti gli altri citati che riguardavano l’argomento UFO.

Quando si inoltrano richieste di documentazione, viene assegnato a ciascun fascicolo richiesto un codice identificativo univoco. Nel caso del fascicolo “UFOs and Their Crimes” il numero assegnato è stato FOIA 1488310-000. La richiesta, inviata ad agosto 2020, ha avuto risposta soltanto diversi mesi dopo, nel febbraio 2021 ed è stata sorprendente.

L’FBI che aveva diramato l’elenco che includeva il suddetto fascicolo, ha risposto che non è riuscita a trovare il file. Non è chiaro né il motivo per cui non l’agenzia statunitense non sia stata in grado di trovare questo specifico file, né è chiaro cosa contenesse. Sebbene sia stato immediatamente presentato un ricorso, ad oggi non si sa nulla riguardo del file e del suo contenuto..

Il lungo elenco diramato dall’FBI ci permette tuttavia di fare delle riflessioni. La prima riguarda l’evidenza che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’argomento UFO è continuamente studiato e attenzionato dall’agenzie di intelligence governative. Ciò fa ritenere ovviamente che se il fenomeno non fosse reale o fosse stato ufficialmente declassato a fantasia popolare, non si tornerebbe ad indagare sullo stesso argomento e addirittura sugli stessi casi. La seconda è che ci sono almeno due fascicoli che abbinano gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati alla vita extraterrestre, il che fa presumere che la spiegazione di molti avvistamenti non sia semplicemente riconducibile all’esistenza di veicoli segrete militari equipaggiati con tecnologie all’apparenza avveniristiche.

Per quanto riguarda poi il fascicolo “misteriosamente smarrito” dall’FBI, sebbene non se ne conosca effettivamente il contenuto, il titolo ci consente di fare ulteriori riflessioni, in considerazione anche dei titoli e dei contenuti di altri file, presenti nell’elenco rilasciato dall’agenzia federale statunitense, non riguardanti però l’argomento UFO e alieni.

Risultano infatti presenti numerosi fascicoli contenenti la parola “crime” (crimine), che vanno dai crimini commessi dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale, a quello di organizzazioni criminali ai giorni d’oggi, da crimini commessi da agenti delle forze di polizia a quelli commessi nelle scuole, o in specifiche città statunitensi, a fascicoli intestati ad esponenti di famiglie mafiose (come le famiglie Gambino o Genovese). Insomma quando nel titolo dei files è stata utilizzata la parola “crime”, il fascicolo riguarda crimini commessi da un soggetto ben definito e identificato, il che contrasta con la stessa definizione di UFO. Tutto ciò lascia supporre che, se è stato aperto un fascicolo contenente i “crimini degli UFO”, si conosce presumibilmente di chi o di cosa si sta parlando. Se fossero infatti “oggetti volanti non identificati” che spesso in passato sono stati spiegati come semplici fenomeni atmosferici, come si potrebbe imputare un crimine ad un fenomeno naturale? Può essere questa considerata un’involontaria ammissione della conoscenza di un fenomeno di origine quantomeno artificiale?

C’è infine un’ultima domanda che viene da porsi: dal momento che i file riguardanti i rapimenti alieni sono trattati in un fascicolo diverso (quello denominato “Alien Abduction”) ciò potrebbe voler significare che i “crimini” a cui nel titolo si fa riferimento, sono di altri? Il rapimento di persone non è un crimine? E se non lo è perché? È forse la conferma dell’esistenza di quello che in ufologia è sovente definito “patto scellerato” tra Governi e alieni, e che prevede l’accesso alla tecnologia aliena in cambio della possibilità di prelevare esseri umani? Oppure il fascicolo contiene tutte le indagini sui vari interventi di manomissione del funzionamento delle armi (nucleari) avvenuti in passato nelle basi USA? Soltanto quando e se il fascicolo sarà reso pubblico potremo avere risposte alle numerose domande che anche un semplice elenco di file può generare.

Stefano Nasetti

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La triste e desolante realtà della società italiana


Agosto 2021. Dopo circa un anno e mezzo dall'inizio dell'emergenza democratica e del Colpo di Stato perpetrato ai danni dell'intero popolo italiano, frequentando il web, continuo a vedere (purtroppo) nei vari post, negli articoli e nei video di denuncia o che suggeriscono azioni di disobbedienza civile, e  nei commenti  (come quello, ad esempio, circolato subito dopo ferragosto sul web, in cui si parlava della lettera di contestazione del green pass da parte dei "militari" che non posso più mangiare nelle mense), che ognuno sembra muoversi soltanto in funzione della tutela dei propri interessi o di quelli della propria categoria di appartenenza, chiedendo aiuto agli altri, perché ciascuno ritiene di essere più penalizzato di altri.
Ora, pur ritenendo legittimo che si cerchi di tutelare i propri interessi, ritengo tuttavia ancora molto desolante che, ad oltre un anno e mezzo dall'inizio palese (perché in realtà sono circa trent'anni che è iniziata la lesione dei diritti umani fondamentali) di questa situazione, ognuno continui a pensare solo a sé. Sembra che in larga parte non si sia ancora compreso che la questione riguarda tutti indiscriminatamente.

Sottolineo questo aspetto ancora una volta (non me ne vogliate) così come già fatto in altri articoli, perché appare chiaro e evidente che manca ancora lo spirito di unione tra i cittadini, che quindi non si sentono semplicemente tali e perciò parte di una comunità nazionale ma, prima che "cittadini italiani" ed esseri umani probabilmente si sentono docenti, sanitari, ristoratori, clienti di centri sportivi, membri delle forze armate, ristoratori, albergatori, musicisti, attori, ecc.

Qualcuno mi potrebbe dire: e allora? Quale è il problema?
Il problema che (come ha già potuto constatare chi ha frequentato settimanalmente tutte le manifestazioni) in piazza queste persone scendono solo quando sono toccate personalmente dalle disposizioni dittatoriali e, cosa ancora più grave, ci rimangono solo fino a quando i loro problemi (o quelli della loro categoria) non vengono risolti, dopodiché ti giri e non ci sono più.

Questo atteggiamento oltre ad indicare che in Italia, in una larghissima fetta di popolazione regna l'individualismo e il relativismo tipici del pensiero neoliberista proposto da decenni da Stato, TV e media mainstream, è ormai del tutto assente una reale cultura democratica, e un sentimento di unione nazionale. Una realta triste e desolante che sembra essere tutta italiana dal momento che, in altri Paesi, la mobilitazione popolare è stata di gran lunga superiore!

I motivi sono chiari e invito chi volesse approfondire a leggere il libro "Fact checking la realtà dei fatti la forza delle idee".

Questa disunione improntata all'individualismo non fa altro che fare il gioco dì chi Governa che, non a caso, fin dall'inizio ha puntato alla divisione del popolo, con provvedimenti che hanno colpito in maniera selettiva e differenza nel tempo, categoria di persone diverse.
Faccio nuovamente un appello a tutti, soprattutto a quelli che non appartengono (ancora), ma sono poche, a categoria colpite.
Il momento dell'individualismo e della tutela dei propri interessi personali è finito!
Siamo di fronte ad una emergenza democratica che riguarda indistintamente tutti e va oltre gli interessi di categoria!
La questione sanitaria non c'entra nulla, così come non è importante se i vaccini siano dannosi o no, siano più o meno efficaci, se i tamponi sono gratuiti e affidabili, se possiamo mangiare in un posto anziché un altro.

Quella che è stata calpestata, lesa, ignorata, cancellata (nei fatti) e cestinata è la Costruzione italiana e i diritti fondamentali, umani e democratici in essa contenuti!
Prima della legittima rivendicazione e tutela dei propri interessi personali è necessario ripristinare la democrazia e garantite a tutti il godimento dei propri diritti fondamentali!
Ogni azione, anche eventualmente vittoriosa, che abbia finalità diverse è destinata a essere nel medio, lungo periodo, una vittoria di Pirro!

Vi prego di comprendere tutto questo e di darvi da fare individualmente, rinunciando da qui in avanti alle vostre abitudini, alle vacanze, al riposo e ad ogni altra comodità e anche alla rivendicazione dei vostri interessi personali (se necessario, ma si può fare entrambe le cose) per cercare di divulgare questo messaggio per provare a fare rinascere la cultura democratica in questo Paese, e per partecipare costantemente e sempre più numerosi alle decine di manifestazioni che ci sono in tutta Italia, facendo così sentire la vostra voce, e non soltanto partecipando ai ricorsi collettivi (utilissimi ma che rappresentano solo una delle forme di contrasto alla deriva autoritaria in atto) e/o delegando ad altri la tutela dei propri interessi.

Allo stato attuale, scendere in piazza è un dovere per chiunque sia una persona responsabile e realmente democratica!
Non ci sono giustificazioni di età, di impegni lavorativi, familiari o altri.
Nelle scorse settimane in piazza c'erano anziani, giovani (molto pochi purtroppo) e bambini, famiglie intere così come individui singoli. Non è importante che gridiate, cantiate o portiate cartelli (se lo fate tanto meglio).
L'importante è esserci, è fare numero perché fare vedere che siamo tanti, molti di più di quanto loro pensano, è il segnale più importante che va inviato in questo momento.

Un Paese che non capisce questo, che non ha più valori assoluti comuni unanimamente condivisi e mai derogabili in cui credere, da difendere e per cui lottare è un Paese già morto.
In questo caso è inutile anche fare o partecipare ai vari ricorsi collettivi, perché l'unione con altri (a cui molti anche si appellano) è solo formale. Finita quella sarete sempre e nuovamente soli e nuovamente vessati.

Chi è davvero democratico, chi è davvero un essere umano, chi di sente realmente parte di un popolo di una comunità non si comporta così, ma si schiera e combatte (senza secondi fini) con e per gli altri quando i loro diritti umani fondamentali vengono violati. Le persone vere hanno ideali e valori assoluti e inalienabili che non sono mai in vendita, tutte le altre solo quelli relativi, perchè il loro corpo, la loro dignità e la loro libertà è sempre in vendita, c'è solo da stabilire il prezzo.

Il tempo dei dubbi, degli indugi e/o degli indecisi è finito.
È il momento dell'unità, è il momento della civiltà, è il momento dell'umanità, è il momento di dimostrare chi davvero è un essere umano democratico che ha dignità e coraggio e chi invece è soltanto un robot biologico senza nè umanità ne dignità, un essere (dis)umano o peggio, un semplice "transito di cibo" come diceva Leonardo da Vinci.

Per gli altri che continueranno a rimanere "coperti e allineati" probabilmente non ci sarà più speranza (con la "s" minuscola, quello con la "S" maiuscola speriamo scompaia presto). Avranno scelto il loro destino, spero consapevoli in cuor loro, che ciò che sta accadendo e ciò che accadrà (purtroppo anche ad altre persone e al Paese intero) sarà stata una loro diretta responsabilità, dettata dal loro individualismo e dal loro scarso coraggio di difendere i valori in cui dicono di credere o ispirarsi, quelli democratici, quelli della Repubblica italiana!

"Il mondo è un posto pericoloso non perché ci sono persone che compiono azioni malvagie, ma a causa di quelli che guardano senza far niente" (A. Einstein)

Stefano Nasetti

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Il primo avvistamento UFO sulla Luna avvenne nel 1668 ed è registrato nell’archivio della NASA

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)
 

La NASA (acronimo di National Aeronautics and Space Amministration) è l’agenzia governativa civile degli Stati Uniti d’America, che si occupa del programma e della ricerca aerospaziale. Nonostante sia stata formalmente fondata soltanto il 28 Luglio 1958 e sia operativa soltanto dal 1 Ottobre dello stesso anno, all’indomani della messa in orbita del primo satellite artificiale (lo Sputnik) da parte dell’Unione Sovietica nel 1957, l’agenzia ha fin dall’inizio cominciato a raccogliere e archiviare una mole grandissima di dati riguardanti fenomeni inspiegabili (prima definiti UFO oggi indicati con il più generico acronimo UAP – Unidentified Aerial Phenomenon, ovvero fenomeno aereo non identificato). Molti di questi dati, eventi, o racconti di essi, sono presenti nel “Catalogo cronologico degli eventi lunari segnalati dalla NASA” pubblicamente accessibile dal web, e pubblicato (ovviamente informato cartaceo) già circa cinquant’anni fa.

L’aspetto interessante che emerge subito dalla consultazione dell’archivio governativo, è che la NASA a cominciato a raccogliere questi dati (e quindi ad interessarsi al fenomeno UFO) non semplicemente partendo dalla data della sua istituzione o entrata in funzione (1958), ma si è preoccupata invece di raccogliere eventuali segnalazioni riconducibili a questo fenomeno (o a fenomeni comunque identificati, anche se di possibile origine naturale), andando a ritroso nel tempo. Anche qui appare molto interessante apprendere come non si sia limitata a fermarsi ad analizzare possibili segnalazioni di fenomeni aerei da quando l’uomo ha sviluppato la tecnologia connessa al volo (1903 primo volo dei fratelli Wright), ma abbia voluto andare ancora più indietro nel tempo, fino alla nascita dei primi strumenti scientifici in grado di rilevare questi fenomeni.

Sebbene sappiamo certamente che fin dai tempi più antichi, addirittura dall’età della pietra, e in tutto l’arco della storia umana, l’uomo abbia segnalato avvistamenti di strani fenomeni, sappiamo che fino a tutto il Medioevo, le visioni di questi strani avvenimenti furono quasi sempre attribuiti a manifestazioni divine o al soprannaturale. Infatti, ciò che le persone non potevano comprendere, spiegare e quindi replicare, fu immediatamente elevato al rango di manifestazione divina.Con l’avanzare della società e la nascita di nuove tecnologie, tutto ha cominciato a cambiare e il pensiero critico cominciò a prendere lentamente il sopravvento nella società.

Nel primo vero periodo “moderno”, nel XXII secolo, le persone iniziarono a guardare sempre più alla scienza per cercare risposte. Sorsero così nuove domande a cui il divino e la religione in genere, non erano in grado di dare risposte. Ciò ha riguardato anche a tutto ciò che di inspiegabile si continuava ad osservare nel cielo.Con l’invenzione del telescopio rifrattore nel 1608, le persone diventarono ossessionate dalle stelle, guardando al cielo in cerca di risposte, alla ricerca di indizi nel cielo notturno che aiutassero a rispondere alle domande rimaste senza logiche e razionali risposte per secoli.

Da quando le persone hanno iniziato a utilizzare i telescopi però, anziché trovare risposte hanno trovato più domande. Hanno infatti iniziato a vedere cose che non si potevano spiegare.

Il primo luogo “indagato” attraverso l’osservazione al telescopio è stato indubbiamente la Luna, non fosse altro per le ridotte potenzialità dei primi primitivi telescopi in rapporto alla vicinanza del nostro satellite.Ed è proprio di uno strano avvistamento avvenuto sul suolo lunare, la prima voce presente nell’archivio della NASA.

Quello registrato è ancora uno dei più interessanti avvistamenti UFO sulla superficie lunare, ed ebbe luogo nel 1668 quando il predicatore e colono Cotton Mather vide una strana forma sulla superficie della Luna.Secondo quanto risulta dall’archivio NASA, Mather stava guardando la Luna attraverso un telescopio e quando vide una luce volante (o più propriamente “un punto stellare di luce”) che si spostava sulla superficie della Luna.

Sebbene non sia possibile sapere esattamente cosa vide nel 1668 Cotton Mather, e sebbene esista un vasto numero di fenomeni naturali che possono apparire come luci brillanti nel cielo notturno, l’aspetto interessante è che se non fosse stato per la NASA, questo avvistamento UFO sarebbe finito per essere dimenticato.

È un fatto ben noto che esistono un discreto numero di fenomeni terrestri che possono “materializzarsi” in modo che appaiano come sfere luminose di luce e se, visti da lontano attraverso un rudimentale telescopio, possano apparire come una stella o una luce anomala. Ancora oggi, ad esempio, ci sono molte persone che hanno visto oggetti che non sono in grado di spiegare, mentre osservano il cielo e la Luna dal proprio giardino.

Da misteriosi oggetti a forma di piattino, a luci e ombre che si muovono sulla luna, gli avvistamenti UFO sul satellite naturale della Terra sono diventati una cosa quasi normale, nonostante molti di essi non siano oggettivamente riconducibili a fenomeni naturali e che mostrino invece più propriamente caratteristiche “artificiali”.

Tuttavia, ciò che è significativo in questo avvistamento, è il fatto che una figura religiosa come Cotton Mather avrebbe continuato a riferire un simile avvistamento non come una visione eterea o come una manifestazione divina, ma come un evento astronomico, concreto e tangibile, sebbene sconosciuto.

Anche dopo aver esaminato i rapporti e considerato la loro accuratezza incrociando le informazioni con fonti secondarie, la NASA ha ritenuto questo e altri avvistamenti successivi, come interessanti e degni di nota, al pari di eventi simili segnalati sul lato oscuro della luna, lampi luminosi e luci in movimento.Come si potrebbero spiegare queste strane osservazioni?

Mentre i primissimi modelli di cannocchiali (quelli del primo decennio del 1600) erano molto rudimentali, la tecnologia progredì rapidamente nei decenni successivi, grazie al lavoro di Galileo e Keplero. Aggiungendo una combinazione di lenti convesse, i due astronomi furono in grado di aumentare drasticamente la capacità d’ingrandimento dei telescopi, consentendo l’osservazione del cosmo come mai prima d’ora. Basti pensare che già Galileo fu in grado di vedere alcune lune di Giove, il che significa che deve aver avuto una visione abbastanza chiara della ben più vicina superficie lunare.Dopo l’avvistamento di Mather nel 1668, più persone hanno iniziato a riferire avvistamenti simili sulla Luna.Anche questi avvistamenti sono tutti annotati nell’archivio della NASA.

Molti sono gli eventi annotati nel 1600 che descrivono un punto luminoso simile a una stella che si spostano sulla superficie, dal alto illuminato al lato oscuro della luna, e sono stati osservati da diversi abitanti del New England.Ad inizio del 1700, l’astronomo senese Francesco Bianchini, riporta di aver visto “una traccia di luce rossastra, come un raggio, che attraversava il centro della zona oscura” (cioè in ombra), mentre osservava il cratere Plato, situato nella parte nord-occidentale della faccia visibile della Luna.

Sempre consultando l’archivio NASA, nel 1783 l’astronomo John Herschel, riferì di aver visto luci intense durante un’eclissi, con una magnitudine di luminosità vicina al 4.L’anno seguente, l’astronomo del Re, il reverendo Nevil Maskelyne, riferì alla Royal Society di aver visto “luci nella parte oscura della Luna”.Appena tre anni più tardi, nel 1787, ancora Herschel riferì di aver visto oggetti brillanti come “carbone ardente” spostarsi sulla superficie lunare.

Intorno al 1800, l’astronomo italiano Giuseppe Piazzi riporta di “punti luminosi sul lato oscuro della Luna, visti durante cinque diverse lunazioni” (la lunazione è l’intervallo di tempo tra due consecutivi ritorni della luna alla stessa fase ed è pari circa a 29 giorni), quindi nell’arco di quasi 5 mesi (un tempo davvero troppo lungo per pensare che potesse trattarsi del passaggio di una pioggia di asteroidi o fenomeni simili!

Nel novembre 1821, lo stesso Herschel riferì ancora una volta di aver visto strane luci “tre volte di seguito”.Sempre nello stesso anno, anche l’astronomo tedesco Franz Von Gruithuisen riferì di aver visto “brillanti punti lampeggianti” sul lato oscuro della Luna.

Nel corso del tempo, in epoca moderna, alcuni astronomi hanno provato a spiegare queste strane luci come il prodotto di eruzioni solari o espulsioni di massa coronale, che producono scintille nelle regioni oscure della superficie lunare. Si ritiene infatti, che queste scintille abbiano un impatto pari a quello di un meteorite, creando presumibilmente i lampi osservati. Ciò è plausibile nei casi in cui le luci riguardino diffusamente tutta la superficie lunare.

Tuttavia nei documenti Nasa, sembrano invece esserci alcune aree con illuminazioni ricorrenti, in particolar modo attorno al cratere Aristarco, situato a nord-ovest della parte visibile della Luna. Sostanzialmente le “luci lampeggianti” che si spostano dal lato illuminato al lato oscuro della luna, in una “mescolanza di tutti i tipi di colori in piccoli punti”, con una “luce simile a una stella” persistono da centinaia di anni, e sono state avvistate anche durante le eclissi.

Nel suo archivio, la NASA fa un breve accenno alla valutazione di queste strane luci osservate sul lato oscuro della Luna, dicendo che compaiono frequentemente nelle osservazioni fatte nei secoli scorsi, avanzando l’ipotesi che fossero dovute alla scarsa capacità di raccolta della luce dei telescopi dell’epoca.

Eppure, i telescopi dell’epoca divennero già sufficientemente sofisticati (specialmente nel XIX secolo) da poter consentire accurate osservazioni della superficie Lunare. Affermare dunque che anche i fenomeni osservati a partire dal 1800 siano frutto di osservazioni primitive, costituisce un insulto alla storia, all’astronomia e alla logica. Che senso avrebbe annotare queste anomale osservazioni e annoverarle tra i fenomeni osservati sulla Luna, se poi si afferma che non sono attendibili, poiché frutto di errori di osservazione?

Tant’è che ancora oggi, le luci osservate attorno al cratere Aristarco, sono confermate dalle moderne osservazioni fatte dagli astronomi del Goddard Space Flight Center della stessa Nasa. Le spiegazioni riguardo l’origine di queste luci colorate sono molteplici, e vanno dalla presenza di materiale roccioso particolarmente riflettente, a rilascio di gas radioattivo dal sottosuolo lunare.

Tuttavia, come già accennato, il fatto che la NASA abbia ritenuto annotare tutte queste osservazioni di fenomeni anomali registrate anche nei secoli passati è certamente interessante, dal momento che analoghe osservazioni furono riportate anche dagli astronauti in viaggio verso la Luna durante i programmi Gemini e Apollo, oltre che da diverse missione Shuttle, nei decenni successivi.

Stefano Nasetti

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La disclosure sugli UFO è davvero in atto?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)

Il 24 Giugno 1947 è una data importante per la storia degli avvistamenti UFO. Questa infatti, è la data in cui il l’aviatore statunitense Kenneth Arnold, a bordo del suo aereo privato, mentre sorvolava il monte Reiner, nello stato di Washington avvistò nove oggetti simili a dischi volanti librarsi in formazione serrata a poca distanza da lui. Il racconto di Arnold ebbe un impatto fortissimo a livello globale tanto da dare origine all’uso del termine “disco volante” per indicare gli Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI o in inglese UFO, cioè Unidentified Flying Object) e a far nascere formalmente quella che oggi è chiamata ufologia.

Non si trattava tuttavia del primo avvistamento avvenuto nella storia umana. In moltissimi documenti o racconti (soventi declassati a semplice mitologia) del passato, sono riportati avvistamenti di oggetti volanti, di incontri ravvicinati con tranne creature scese da questi oggetti e perfino di interazioni continue con questi esseri.

La civiltà moderna però, ancora oggi fa fatica ad accettare anche la semplice possibilità dell’esistenza di altri esseri intelligenti nell’universo (o negli universi), e ancor più che questi siano già in grado di coprire le enormi distanze tra le stelle, pre far visita quindi al nostro pianeta. Ancora oggi 2021, nella mente di gran parte dell’opinione pubblica e delle autorità, sembra non esserci spazio per contemplare una simile possibilità, ma è realmente così?

Soprattutto dalla fine del 2019, ma più diffusamente negli ultimi dieci anni, è iniziato un lento ma costante processo di desecretazione di documenti riservati in tema UFO, da parte di moltissimi Paesi del mondo. Sempre più frequentemente esponenti politici si fanno avanti, parlando più o meno esplicitamente del fatto che i principali Governi dei Paesi del mondo, siano a conoscenza della veridicità della realtà UFO e dell’esistenza degli alieni.

I lettori di questa rivista, che da decenni si occupa di questo argomento ne sono ben coscienti. Negli ultimi due anni sono stati diffusi, sempre con maggiore frequenza, video registrati dalle forze militari di molti Paesi, che testimoniano inequivocabilmente, anche agli occhi degli scettici, la veridicità del fenomeno e della realtà UFO.

Migliaia di file della Cia che documentano avvistamenti di Ufo, gli oggetti volanti non identificati, sono stati rilasciati nel mese di gennaio 2021, in un cd-rom che, secondo gli 007 americani, conterrebbe tutti i report di avvistamenti nel mondo dagli anni '50 fino a oltre gli anni 2000.

I documenti sono accessibili a tutti attraverso il sito The Black Vault, entrato in possesso dei file. Da avvistamenti di "dischi volanti" in Sudamerica negli anni '60 a oggetti a forma di "pallone sgonfio" incrociati in Azerbaijan e Russia negli anni '90, in Cina, Corea del Sud e persino nell'arcipelago scozzese, sono tantissimi i casi segnalati, molti dei quali non verificati, ma che confermerebbero la "visita periodica" degli extraterrestri. Questo non significa però, in alcun modo che l'agenzia abbia rilasciato "tutto ciò che sanno" riguardo agli UFO.

Chi si occupa dell’argomento UFO da anni, sa bene che, ufficialmente, non avremo mai più della punta dell'iceberg, i merito alla conoscenza e delle informazioni che le agenzie di intelligence di tutto il mondo hanno raccolto finora sul fenomeno. Queste informazioni su questi oggetti molto probabilmente includono: cosa sono, come sono controllati, da dove provengono e altro ancora.

Tuttavia tra documenti ad oggi rilasciati, ci sono alcuni documenti molto interessanti che indicano chiaramente che questi oggetti sono reali, perché sono stati tracciati su radar, fotografati e videoregistrati mentre eseguono manovre che nessun veicolo artificiale costruito dall’uomo può fare. Questi oggetti sono stati costantemente osservati mentre sfidando e infrangono le leggi dell'aerodinamica a noi note.

Gli UFO e l'ipotesi extraterrestre non sono più tabù, ma ciò che sembra preoccupare molti sul campo, è il fatto che le organizzazioni dei media mainstream e i governi hanno improvvisamente intrapreso un processo coordinato di divulgazione della realtà di questi oggetti, dopo una campagna di negazione lunga decenni in cui un misto di segretezza e ridicolo hanno messo l'argomento nel cestino della "teoria del complotto". Quindi la domanda è: perché all'improvviso hanno deciso di legittimare l'argomento?

Ci sono così tanti esempi di media tradizionali e di "poteri forti" che prendono eventi reali e ne alterano la percezione delle masse che ce di cui dubitare. Vedremo la stessa cosa con il fenomeno UFO ? Ci sarà una narrativa di minacce non necessaria atta a strumentalizzare la cosa, con finalità politiche miranti all’imposizione di nuovi “stati di emergenza”?

Dobbiamo fare affidamento su noi stessi, sulle nostre ricerche, informazioni ed esperienze per esplorare questo argomento, o dovremmo semplicemente ascoltare ciò che ci viene detto dai governi? Possiamo fare affidamento sui governi e sui media mainstream per una copertura accurata e onesta di questo argomento?

Nei mesi scorsi, sempre più esponenti governativi e a più riprese, hanno affermato che il mese di Giugno 2021 segnerà (questo articolo è stato scritto a maggio 2021) la svolta definitiva riguardo la presa di coscienza dell’esistenza di visitatori di altri mondi. Infatti, nel mese di Dicembre 2020, a Washington nel decreto "stimulus" è stato inserito anche un capitolo con cui la commissione Intelligence del Senato ha chiesto a Pentagono e dipartimento della Difesa di stilare un rapporto sugli avvistamenti di Ufo. Il documento andrà redatto entro sei mesi (da qui la data di giugno 2021).

Il fenomeno abbraccia una vasta gamma di argomenti e non lascia intatto alcun aspetto dell'umanità. Ci sono migliaia se non milioni di esempi, casi e "contatti". Non possiamo generalizzare il comportamento di questi oggetti e l'intelligenza che c'è dietro basandoci su alcuni casi che saranno resi popolari all'interno del mainstream

In attesa che ciò accada (mentre scrivo queste righe, alla fine di Maggio 2021, ciò non è ancora avvenuto) può indubbiamente essere interessante continuare ad analizzare le centinaia di migliaia di pagine desecretate nei mesi e negli anni scorsi dalle principali agenzie statunitensi (in particolare quelli della NASA e della CIA), per prendere coscienza di due aspetti fondamentali: il primo è che il fenomeno è ufficialmente studiato da molto più tempo di quanto si possa pensare; il secondo è che quanto le agenzie conoscono del fenomeno UFO, delle loro modus operandi e delle creature che li controllano è molto di più circostanziato di quanto finora trapelato.

Le centinaia di migliaia di pagine dei documenti e del materiale governativo sugli UFO, desecretato e reso pubblico negli anni precedenti, infatti, spesso non ha chiarito questi aspetti. Sovente i documenti resi pubblici finora, erano pieni zeppi di omissioni e di righe (o addirittura intere pagine, censurate). In questo senso quindi, la pubblicazione di questi documenti è stato un qualcosa assolutamente propagandistico, perché in realtà non rivelavano nulla in più di quanto già gli ufologi non fossero riusciti a sapere da altre fonti. A mio modesto parere, in questi casi, parlare di disclosure appariva e appare tuttora  fuorviante.

Esistono però delle eccezioni, dei documenti pienamente leggibili o che contengono nelle loro parti non censurate, aspetti molto interessanti, sebbene all’apparenza irrilevanti e quindi poco conosciuti al grande pubblico. Cercherò in questo speciale dossier composto appositamente per UFO INTERNATIONAL MAGAZINE ( numero 98 di  Giugno 2021), di proporre alcune riflessioni personali riguardo proprio gli spunti forniti dalla categoria di documenti sopra menzionati, aspetti di cui si è poco parlato e che sono quindi poco conosciuti dall’opinione pubblica. (Puoi trovare tutti gli articoli a mia firma su questo sito web sia precedenti sia successivi al presente articolo).

Stefano Nasetti

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Green Pass: questione politica o sanitaria?

Italia, Agosto 2021. Lo Stato italiano continua, apparentemente imperturbabile, nella sua politica palesemente antidemocratica. Da oltre un anno e mezzo ormai, non passa settimana senza che venga emanato un nuovo provvedimento (spesso privo di qualsivoglia forza di legge) che lede, limita ed erode le libertà fondamentali democratiche, in particolar modo quelle rappresentate dai diritti civili e quelli di “terza generazione” una volta definiti “diritti assoluti” (tornerò più avanti su questo punto).

La popolazione (o parte di essa) risponde con una sempre più frequente e numerosa presenza nelle piazze, con manifestazioni apolitiche e apartitiche, più o meno spontanee e non organizzate. Nonostante tali manifestazioni siano censurate dalle testate mainstream se non addirittura, quando non si può fare a meno di darne notizia, denigrate e criminalizzate, sempre più persone continuano ad aderire, sebbene il numero di cittadini che scendono in piazza sia ancora molto esiguo rispetto al numero totale della popolazione.

In questi casi però, è solo la costanza e la perseveranza nel continuare a manifestare a favore della propria libertà che potrà riuscire a persuadere e ricondurre alla ragione il maggior numero di persone possibili portandole in piazza. Solo così si potrà mettere un freno alla pericolosa china autoritaria intrapresa dal Paese, non solo nelle Istituzioni e in ciascuno dei suoi rappresentanti, ma anche in tutti gli altri settori della società civile, senza distinzioni da Nord a Sud o da Est ad Ovest, senza differenze di ordine sociale, economico e culturale.

Dalla magistratura alle forze dell’ordine, dal pluri laureato a quello che possiede soltanto la licenza elementare, dall’imprenditore al disoccupato passando per il libero professionista e il lavoratore dipendente (pubblico o privato che sia), dal facoltoso uomo d’affari al più umile degli indigenti, dal primario ospedaliero al semplice infermiere, dal dirigente scolastico all’insegnante (senza distinzione tra professore universitario e quello di scuole elementari, medie e superiori), non c’è settore della vita pubblica in cui non si sia assistito ad atteggiamenti prevaricatori, discriminatori, a manifestazioni (anche solo verbali) di intolleranza e odio verso chi non abbia ancora abbracciato a pieno la narrazione di Stato, quella diffusa attraverso ogni mezzo mainstream con i modi propri della propaganda che, in passato, ha contraddistinto ogni regime totalitario della storia umana. Come si è giunti a tutto questo, in un Paese come la Repubblica Italiana che, fin dalla sua nascita, si è sempre professata democratica?

Fornire una risposta completa ed esaustiva non è semplice, ancorché, nonostante quanto apparentemente possa sembrare, questa deriva autoritaria non è sorta dal nulla e in modo improvviso in un giorno di marzo del 2020, ma fonda le sue radici (almeno quelle più evidenti) molto prima, circa venticinque/trent’anni fa, sulla scorta di un conto mai saldato con la storia del novecento.

Dal marzo 2020 si è soltanto cominciato a raccogliere ciò che era stato seminato nei decenni precedenti, in cui la cultura democratica (e i valori che ne erano alla base) è stata lentamente ed inesorabilmente sgretolata partendo dal basso, dal sistema (dis) educativo che è stato realizzato e che ha prodotto l’attuale e onnipresente mentalità relativista. Per chi volesse prendere piena consapevolezza di come ciò è avvenuto e di quanto altro potremmo essere costretti a vivere nel prossimo futuro se non si inizia subito a riformare nella società civile una cultura realmente democratica, rimando alla lettura del libro “Fact Checking. La realtà dei fatti la forza delle idee”, in cui è analizzata sulla base di fatti concreti e oggettivi, la storia e lo stato della democrazia in Italia oltre che il ruolo che la scienza ha assunto con il trascorrere del tempo. Ma torniamo al Green Pass.

Dicevamo che, sebbene il numero delle persone che scendono in piazza a manifestare sia in aumento, e nonostante le manifestazioni si facciano più frequenti, a ciò sembra non corrispondere sempre un pari aumento della consapevolezza nei manifestanti, di ciò per cui si va a manifestare, di ciò che si va a difendere, di ciò che si va a rivendicare, di ciò che è realmente in gioco.

Molti scendono in piazza solo perché colpiti in prima persona dagli ultimi provvedimenti. Scendono dunque in piazza per difendere i propri interessi personali e non realmente per difendere i valori democratici calpestati, le libertà sottratte o i diritti violati. La diffusa incapacità di ragionare e discutere di valori in modo disinteressato rimane ancora il principale ostacolo che, al momento, non ha ancora consentito alle piazze di fare quel salto di qualità trasformando la protesta formale in azioni efficaci.  

Si continua a discutere nelle piazze, così come sul web, del Green Pass quale strumento per promuovere la campagna vaccinale o per obbligare alla vaccinazione, insomma come strumento associato ai vaccini e dunque alla tutela della salute pubblica in risposta ad una (reale o presunta, a seconda dei punti di vista) emergenza sanitaria. I discorsi più frequenti che si ascoltano sono: “Il Green pass non può essere accettato perché è uno strumento che, di fatto, obbliga a vaccinarsi, e i vaccini non possono essere obbligatori, sia perché lo Stato non li ha introdotti come tali, sia perché (quando lo ha fatto per talune categorie) comunque non se ne assume la responsabilità, sia perché si tratta di vaccini sperimentali che, in quanto tali non possono essere resi obbligatori”.

Queste motivazioni, spesso rese addirittura in modo frammentario e in ordine sparso, oltre ad essere fuorvianti della questione Green Pass rischiano di essere un pericoloso boomerang per tutto il movimento contrario a questo e, più in generale, a tutti gli altri provvedimenti limitativi delle libertà fondamentali e democratiche emanati dallo Stato italiano nel corso del tempo (continuo a parlare di “Stato Italiano” e non semplicemente di Governo perché, come accennato e come più ampiamente esposto nella pubblicazione editoriale a cui ho già fatto riferimento, non c’è settore dello Stato,  Istituzione o Autorità che non abbia contribuito, senza soluzione di continuità, a promuovere, sostenere e alimentare questo tipo di politica antidemocratica, senza distinzione di colore politico alcuna, e che ha coinvolto l’intero arco delle forze parlamentari in modo evidente negli ultimi tre decenni).

Affermare che il “Green Pass non può essere obbligatorio perché lo Stato dovrebbe avere il coraggio di mettere i vaccini obbligatori”, oppure “che questi (quelli per il Covid 19) non possono essere resi obbligatori perché attualmente sono sperimentali”, o ancora perché “lo Stato non si assume la responsabilità delle conseguenze possibili derivanti da eventuali danni”, significa aprire uno spiraglio a favore di pratiche palesemente antidemocratiche e inumane.  Significa implicitamente esser disposti a cambiare la propria contrarietà a questi provvedimenti, nel futuro caso in cui queste “criticità” siano in qualche modo “sanate”. Voglio dire che chi argomenta in tale modo la contrarietà al Green Pass, corre il rischio di essere messo “spalle al muro” e rimanere privo di argomentazioni, nel caso e nel momento in cui le sperimentazioni dei vaccini finiranno (2023) e i vaccini non saranno più considerati “sperimentali”, o nel momento e nel caso in cui lo Stato emani un atto avente forza di legge (e non un DPCM) in cui istituisce l’obbligo vaccinale e/o nel momento in cui lo Stato decida di assumersi la responsabilità delle eventuali conseguenze derivanti dalle reazioni avverse ai farmaci imposti. Insomma, subordinare la propria contrarietà al “marchio verde” a tali eccezioni, significa manifestare in qualche misura la disponibilità ad un’apertura ad una pratica tanto inumana quanto antidemocratica qual è quella dei trattamenti sanitari obbligatori (TSO). Ma chi è realmente democratico non può accettare che i diritti umani (inclusa l’inviolabilità del corpo) vengano messi in discussione. Nessun TSO può essere disposto in modo generalizzato, indipendentemente di qualunque cosa si tratti, anche fosse solo l’obbligo di legge di bere un bicchiere d’acqua al mattino! Lo Stato non può in alcun modo disporre del corpo dei cittadini, mai! La questione vaccini va quindi scissa dal discorso Green Pass.

Oltretutto così facendo si va involontariamente, ma implicitamente, a confermare l’errato assioma secondo cui “chi è contro il Green Pass è contro i vaccini”, per la gioia di tutti gli adepti dello scientismo, del relativismo progressista, dei “benpensanti” e degli “intellettuali” radical chic che non vedono l’ora di attaccare etichette come “negazionisti” e/o “no-vax” a chi non la pensa come loro, al fine discreditare il pensiero altrui e seminare l’odio verso quest’ultimi, in barba a concetti quali l’inclusione, la tolleranza e la democrazia di cui sovente si riempiono (come tipico di tutti i relativisti) in modo incoerente  (e sempre più a sproposito) la bocca. Chi è contro il Green Pass non è necessariamente contro i vaccini e la contrarietà a questo “lasciapassare” va motivata e sostenuta in altro modo.

Il Green Pass infatti, ha poco a che fare con i vaccini (si può avere il Green Pass senza aver fatto il vaccino e si può fare il vaccino senza poi richiedere e utilizzare il Green Pass) e ancor meno con la diffusione dell’epidemia. Dati alla mano, il “marchio verde” può essere ottenuto sia accettando l’inoculazione dei farmaci sperimentali governativi, ma anche semplicemente effettuando test che verifichino l’assenza di positività al virus Sars-Cov2, oppure esibendo un certificato (non anteriore a sei mesi) che attesti l’avvenuta guarigione dalla malattia Covid19. Ciò considerato quindi, associare il Green Pass all’obbligo vaccinale è (almeno dal punto di vista formale) un qualcosa di sbagliato e fuorviante che presta il fianco chi sostiene la propaganda di regime. C’è da dire che è indiscutibilmente vero che l’introduzione di questo “passaporto vac..” (per utilizzare l’espressione pronunciata dal Presidente del Consiglio Mario Draghi in occasione della presentazione del provvedimento che ha introdotto il “marchio verde”) e che sarebbe più corretto chiamare “lasciapassare totalitario”, è stato adottato, per stessa ammissione delle Autorità, con la finalità di spingere le persone a vaccinarsi ma, formalmente, non rappresenta esplicitamente un obbligo alla vaccinazione, poiché è ottenibile anche in altri modi.

È poi altrettanto evidente che il Green Pass non abbia alcun nesso con una reale volontà o il tentativo di arginare la diffusione del virus SarsCov2 (ma forse è vero addirittura il contrario) giacché, nonostante lo stesso Presidente del Consiglio Mario Draghi si sia “esibito” in una esemplificativa dimostrazione di disinformazione, propaganda, diffusione di odio con il fine di promuovere e favorire pericolose divisioni sociali tra la popolazione, affermando che “chi non si vaccina è un pericolo per gli altri”, è sufficiente prendere i foglietti illustrativi ( i “bugiardini”) dei medicinali che si vogliono imporre (vaccini) direttamente dal sito dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) o da quello dell’EMA (Autorità Europea dei Medicinali), per leggere che tutti questi vaccini non sono utili al contenimento epidemiologico, perché non impediscono fi contrarre il virus Sars Cov2, ma servono esclusivamente a circoscrivere la possibilità che il vaccinato sviluppi in tutto o in parte la malattia Covid19. È scritto quindi, che i vaccinati possono comunque contrarre il virus e trasmetterlo ad altri, anche se non sviluppano sintomi.

I “sieri genici” perciò, non aiutano a fermare il diffondersi del virus, ma rischiano al contrario di favorirne la circolazione poiché, di fatto, creano dei potenziali “positivi asintomatici” o, come si diceva fino a qualche anno fa, prima dell’inizio di questa “mediatica pandemia”, i vaccini creano dei “portatori sani”. In tal modo, i potenziali e silenti “untori autorizzati” (dal possesso del Green Pass ottenuto attraverso la pratica vaccinale) saranno “liberi” di girare in ogni dove, al fine di favorire i contagi e dar modo allo Stato di avere così la giustificazione dei numeri per protrarre e prorogare “l’emergenza” (già di per sé illegittima e incostituzionale – leggi qui) e la continua riduzione delle libertà fondamentali.

Del resto che il Green Pass abbia poco a che fare con l’intenzione di circoscrivere la diffusione del virus è altrettanto evidente dall’analisi degli incoerenti e illogici  provvedimenti che ne dispongono l’utilizzo. Si legge infatti che il “lasciapassare totalitario” è necessario:

  • per consumare ai tavoli dei bar (al chiuso) ma non per consumare al bancone, che è sempre al chiuso (fino a qualche settimana fa l’obbligo di mascherina, altro provvedimento spacciato come mezzo per contenere l’epidemia, era necessaria per la consumazione al bancone e non ai tavoli, esattamente al contrario di ciò che avviene ora con il green pass);
  • il “marchio verde” è necessario per accedere ai ristoranti (al chiuso) ma non negli alberghi e nei ristoranti (sempre al chiuso) degli alberghi stessi (che il virus sappia distinguere un ristorante alberghiero da uno no?);
  • il green pass è necessario per salire su treni, aerei e autobus interregionali (che hanno capienza ridotta e quindi distanziamento garantito) ma non sui mezzi pubblici cittadini (quali autobus e metropolitane) la cui capienza è ridotta soltanto formalmente (non c’è nessuno che controlla), e in cui nelle ore di punta non è raro vedere gente ammassata l’una sull’altra (che forse il virus abbia compassione della cronica disorganizzazione dei trasporti pubblici italiani?);
  • ancora, è obbligatorio per accedere a fiere, convegni, cinema, mostre e musei e università (tutti luoghi sovente al chiuso) ma anche in luoghi all’aperto come stadi di calcio e siti archeologici (tutti luoghi in cui è imposto anche il distanziamento tra persone e l’obbligo di indossare mascherine protettive, addirittura in certi casi, del tipo FFP2). Tuttavia non è necessario in luoghi chiusi come nelle aule scolastiche, nei centri commerciali, nei negozi di vario genere dove il distanziamento non è sempre garantito. Forse il virus, nelle sue continue mutazioni, avrà imparato a distinguere i luoghi e gli ambienti? Forse la “variante Delta” è contro gli eventi culturali, ludici e ricreativi (sia all’aperto che al chiuso), ma non è contraria (e quindi non è pericolosa) nei luoghi come le scuole in cui lo status quo da decenni plasma le giovani menti a suo uso e consumo, attraverso il sistema (dis)educativo a cui gli studenti sono sovente assoggettati, al fine di creare “cittadini bravi e obbedienti”? Forse la temibilissima “variante Delta” (i cui pericolosissimi sintomi sono raffreddore, tosse e naso che cola …) è anch’essa intrisa dell’ormai onnipresente ideologia neoliberista, che la rende favorevole (e quindi non pericolosa) nei centri commerciali, e completamente disinteressata ai parchi pubblici in cui per accedervi (al contrario dei siti archeologici all’aperto) non è infatti richiesto il Green Pass? Chiunque sia ancora dotato di un minimo di raziocinio, non sia afflitto da dissonanza cognitiva e/o analfabetismo funzionale, leggendo queste disposizioni governative non potrà che concludere che il Green Pass non ha nulla a che fare con la questione sanitaria.

Ma allora a cosa serve? Qual è la sua vera finalità? Con quali motivazioni scendere in piazza a protestare?

Il Green Pass è essenzialmente uno strumento discriminatorio su base politica ed una questione di diritti. Impedendo l’accesso a luoghi e servizi a chi non lo ha, sebbene sia in salute e non rappresenti alcun tipo di minaccia per gli altri, pone limiti al godimento dei diritti umani fondamentali e democratici. Chi è realmente democratico quindi, non può accettare l’imposizione di questo strumento, indipendentemente che sia nella posizione di poterne beneficiare o meno. Averlo o non averlo è quindi una scelta essenzialmente politica, e le discriminazioni di questo tipo (insieme a tutte le altre) è esplicitamente vietata dalla costituzione italiana.

Alla base e dietro l’emanazione del Green Pass, nella forma e nelle modalità adottate dallo Stato italiano (perché la norma dell’EU che lo ha istituito, se ne vieta espressamente l’utilizzo finalizzato a pratiche discriminatorie e se ne prescrive l’adozione soltanto al fine di favorire la circolazione -  quale ad esempio riduzione dei tempi di quarantena all’ingresso in un altro Stato - delle persone tra i Paesi membri), c’è uno scopo esclusivamente di tipo politico, con cui lo Stato si prefigge di raggiungere due principali obiettivi non ufficialmente dichiarati e non necessariamente di pari rilevanza.

Il primo obiettivo ha uno scopo principalmente di tipo sociologico-statistico. Grazie al numero delle richieste di Green Pass, lo Stato italiano avrà, per la prima volta, il modo di verificare quantitativamente e oggettivamente, il numero dei cittadini (ma anche la loro identità, dal momento che il Green Pass è nominativo) che per convinzione ideologica e politica, per dipendenza cognitiva nei confronti delle Autorità, per incapacità di comprensione della realtà (dettata da dissonanza cognitiva e analfabetismo funzionale), per mancanza di una reale cultura democratica o per necessità dettata dalla paura di vedere compromesso il proprio lavoro o la propria fonte di sostentamento, hanno volutamente, o sono state obbligate (perché ricattate e quindi psicologicamente costrette) ad accettare (o piegarsi) al volere autoritario dello Stato.

Il Green Pass quindi, po’ essere equiparato ad una sorta di “tessera di partito”, di certificato di adesione al “partito unico”, quello del “pensiero unico” dal momento che in Parlamento, tutte le forze - ad eccezione di una che però si trova lì soltanto come “specchietto per le allodole” affinché lo Stato italiano appaia ancora come una democrazia - sostengono il Governo.

Al pari di quanto è avvenuto in passato in tutti i regimi comunisti, ma anche fascisti e nazisti, il Green Pass può essere considerato l’elemento identificativo di appartenenza, di appoggio, si sostegno o, per lo meno, della apparente non contrarietà o non minaccia al potere costituito, in quello che appare come una sorta di censimento necessario a quantificare il numero (e forse anche le identità) dei potenziali nemici del “regime”.

Abbiamo detto infatti, che il numero e l’identità dei vaccinati non rappresenta un “termometro politico” significativo del dissenso verso lo Stato italiano (Governo, Parlamento, Magistratura, forze di polizia, Presidente della Repubblica, ecc.) e tutti gli attori dell’attuale situazione antidemocratica. Chi ha fatto o farà il vaccino, potrebbe averlo fatto o farlo solo per paura della malattia e non necessariamente invece perché condivide la politica del lo Stato. Chi ha fatto o farà il vaccino per tali ragioni, potrebbe poi non richiedere e utilizzare il Green Pass. Come detto invece, chi lo richiede e lo utilizzerà, anche se non favorevole allo Stato, sarà comunque stato in qualche misura assoggettato al suo volere perché “ricattato” o “ricattabile” e dunque comunque sottomesso.L'opposizione al Green Pass si fonda quindi al fatto che la scelta di averlo e utilizzarlo è rappresentativa di una idea politica e ciò non può essere oggetto di discriminazione.

Il secondo obiettivo invece, ha a che fare con il controllo della popolazione. Il Green Pass rappresenta il più grande e palese strumento di sorveglianza di massa mai utilizzato dallo Stato italiano. Come? La risposta è contenuta nei documenti che spiegano con quali strumenti e con quale modalità è prevista la verifica del “marchio verde” all’ingresso dei luoghi sopra già citati.

Secondo quanto disposto infatti, la verifica sarà effettuata dai gestori dei luoghi o dal personale appositamente preposto ed autorizzato, attraverso un’applicazione installata sullo smartphone del verificatore, chiamata VerificaC19. L’applicazione scansionerà il codice QR presente sul Green Pass del cittadino, e restituirà all’addetto al controllo un semplice “ok” o “non ok”. In caso di conferma di validità del Pass, sul display del verificatore appariranno i dati anagrafici del cittadino titolare di quel Green Pass che dovranno essere confrontati con quelli presenti sul documento di identità che il cittadino dovrà esibire per confermare che il Green Pass è davvero il suo. È assurdo pensare che un semplice esercente abbia il diritto di verificare l’identità di un qualsiasi altro cittadino suo cliente. Tale facoltà è da sempre demandata esclusivamente alle forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni e nel rispetto delle garanzie costituzionali. Alcune categorie di soggetti ha già fatto sapere che non si assumerà tale responsabilità, mentre altri che probabilmente non vedevano l’ora di poter avere maggior potere da esercitare su qualunque altra persona, non ha battuto ciglio. Tuttavia, il gestore non potrà conservare alcun dato del cittadino (non potrà tenere alcun registro a riguardo), mentre i dati apparsi sul telefono saranno automaticamente cancellati subito dopo la verifica. L’app lavora anche off line, ma è richiesta almeno una volta al giorno che l’app si colleghi ad internet ai server della società SOGEI spa (società privata a controllo statale), la stessa che detiene e gestisce i dati raccolti con l’App Immuni (leggi qui) e che produce le carte d’identità elettroniche. Insomma l’invio dei dati raccolti avviene in modo cumulativo e periodico ogni qual volta è attiva la connessione internet, proprio così come lavora l’App Immuni.

Se fino a questo punto tutto sembra avvenire in forma “non tracciante” (abbiamo detto che il gestore o il personale addetto ai controlli nei punti di accesso dei luoghi indicati, non possono conservare i dati riguardanti l’identità dei cittadini) c’è da evidenziare che nei server di SOGEI spa, tali dati saranno comunque presenti. Anche nel caso in cui le Autorità comunicassero (al memento non lo hanno ancora fatto) che i dati riguardanti la verifica siano o saranno “anonimizzati”, è bene prendere coscienza che in realtà ciò non potrà mai essere fatto completamente. Una tale affermazione non potrà mai corrispondere alla realtà. L’anonimato e il rispetto per la privacy, così come già è avvenuto per l’app Immuni, non potrà mai essere reale e garantito da nessuno.

Al momento della connessione per la verifica della validità del Green Pass ( o comunque in maniera differita quando l’app si connetterà ai server SOGEI, come detto è richiesta la connessione a internet almeno una volta al giorno), infatti, lo smartphone del gestore fornirà necessariamente al sistema di controllo l’identità sia dell’esercizio commerciale e la posizione del luogo (museo, scuola, palestra, ristorante, ecc.) che ha richiesto la verifica, sia l’identità del titolare del Green Pass a cui è associato il codice QR scansionato. I metadati generati dalla traffico informatico dei dati sulla rete, completeranno le informazioni raccolte, in quanto saranno sempre generati data e ora della richiesta. Di fatto perciò, ad ogni scansione il sistema potrà sapere luogo geografico, tipologia di attività svolta in quel luogo, data, ora e identità del cittadino riuscendo quindi a monitorarne quasi ogni spostamento e abitudine di quest’ultimo. Facciamo in esempio, tanto per rendere bene l’idea della pervasività di questo strumento.

Supponiamo che un qualunque cittadino, un docente di una qualunque scuola (ad oggi obbligato ad avere il Green Pass per accedere al luogo di lavoro) esca di casa e prenda un treno per recarsi al lavoro. Alle ore 6:30 del mattino, una volta acquistato il biglietto ferroviario di andata e ritorno (magari pagato con la carta di credito) farà scansionare il suo Green Pass all’addetto al controllo della stazione ferroviaria della città di partenza (supponiamo Napoli). Dopo due ore, alle ore 8:30, arrivato alla città di destinazione (supponiamo Roma), il docente si recherà a scuola per svolgere la sua attività d’insegnante. Qui il suo Green Pass sarà nuovamente scansionato dal personale scolastico dell’istituto (supponiamo il liceo “Giulio Cesare”) addetto al controllo, e il sistema invierà istantaneamente (o successivamente alla prima connessione internet) nuovamente l’avvenuta verifica di quel pass ai server di SOGEI spa. Alle ore 14:00, terminate le lezioni, il docente andrà al ristorante per pranzare dove, per poter accedere, dovrà mostrare nuovamente il suo “lasciapassare totalitario”. Ancora una volta, l’addetto al controllo del ristorante (“da Pasquino”, nome di fantasia) invierà i dati di avvenuta verifica ai server Sogei. Pagato il conto (sempre con carta di credito o bancomat) e ritirata la ricevuta o la fattura, il docente si recherà nuovamente in stazione dove, alle ore 15:30, il Green Pass sarà nuovamente verificato con le consuete modalità, al fine di consentirli di salire sul treno per il ritorno. Anche in questo caso, sui server Sogei rimarrà traccia (esplicita o anche solo attraverso i metadati) di questa verifica e quindi della presenza, in quel giorno, a quell’ora e in quel dato luogo di quella persona. Due ore e mezza più tardi, supponiamo alle 18:00, il docente giunto a destinazione a casa sua a Napoli, decide di recarsi in palestra, non prima di essersi fermato però in farmacia dove acquisterà dei medicinali pagati sempre attraverso la moneta elettronica e la scansione della tessera sanitaria (al momento non è richiesto il Green Pass per accedervi, ma con la scansione della tessera sanitaria e/o il pagamento della carta di credito o bancomat, ha comunque lasciato traccia della sua attività). Dopo questa breve sosta, e dopo aver parcheggiato la sua auto e dopo aver pagato la sosta sulle strisce blu digitando la quindi la targa della sua auto sul parcometro (e lasciando così ancora una volta una traccia informatica del suo passaggio), il docente accede alla palestra dove, come previsto, l’addetto scansionerà nuovamente il Green Pass con conseguente invio (istantaneo o differito) dei dati ai server SOGEI spa. Terminato l’allenamento, il docente decide di passare la serata in compagnia di amici, prima al cinema (alle 19:30) e poi nuovamente al ristorante (alle 21:30). In entrambi i luoghi avverrà la consueta verifica del “marchio verde” con annesso invio di dati.

Grazie al Green Pass, tutti i movimenti, gli spostamenti e le abitudini del docente (e quindi di ogni comune cittadino utilizzi questo “lasciapassare totalitario” ) viene di fatto registrato. I dati così ottenuti che poi si sommano a quelli che lo Stato già detiene (o a cui può facilmente accedere) riguardo la situazione medico sanitaria del cittadino (fascicolo sanitario), la situazione finanziaria attraverso la possibilità di accedere ai conti bancari dei cittadini, quelli raccolti attraverso l’attività di SOCMINT (se non sai cos’è ti invito a leggere con attenzione il libro “Fact Checking, la realtà dei fatti la forza delle idee”), e quelli raccolti attraverso tutti gli altri strumenti collegati alla rete che sovente ci vengono presentati come “intelligenti” (smart), ma che in realtà sarebbe meglio definire “traccianti”, ha potenzialmente di fatto il controllo su ogni aspetto della vita dei cittadini. Non sto dicendo che tutto questo stia già avvenendo ora a pieno regime, ma che il Green Pass potrà favorire ulteriormente la sorveglianza di massa, trasformando definitivamente quella che era la Repubblica Italiana, cioè uno Stato di diritto, in uno Stato di Polizia o in uno Stato di Sorveglianza, così come oggi già avviene attraverso sistemi analoghi in altri Paesi che noi stessi definiamo non democratici, quali la Cina, ad esempio.

Il pericolo e le violazioni che possono scaturire da questo tipo di attività sono di gran lunga ben più pericolose e concrete da quelle derivanti dalla subdola imposizione di un qualsiasi vaccino.

L’istituzione del Green Pass, il cui rilascio è oggi subordinato alla presunta verifica di uno stato di salute e che domani potrebbe essere subordinato a qualunque altra cosa, costituisce una reale minaccia alla democrazia e forse l’attacco definitivo alla Repubblica italiana quale Stato di diritto. Oltretutto viene inserito nell'ordinamento giuridico italiano, il principio secondo cui una persona è potenzialmente pericolosa, e quindi colpevole e condannabile, salvo prova contraria, contravvenendo ai più elementari principi giuridici che vogliono invece che una persona sia considerata innocente fino a sentenza passata in giudicato. La prova di non colpevolezza (in questo caso del proprio buono stato di salute) viene completamente stravolto e ribaltato. Solo nei regimi dittatoriali ogni singolo cittadino vine considerato potenzialmente un pericolo per lo status quo, un pericolo da cui guardarsi e da tenere sott'occhio. Non è un caso che in questi Paesi la sorveglianza di massa sia all'ordine del giorno.

In uno Stato di diritto, i diritti civili e gran parte di quelli di terza generazioni sono riassuntivamente rappresentati dai diritti umani fondamentali. In uno Stato di diritto questi diritti sono definiti assoluti.

« […] "diritti assoluti" sono così definiti poiché possono essere fatti valere su qualunque soggetto, anche nei confronti dello Stato; fanno parte di questa categoria di diritti, tutti i diritti civili e gran parte di quelli di terza generazione, come la libertà personale, la libertà di circolazione e soggiorno, la libertà di domicilio, la libertà della segretezza della corrispondenza (oggi più compiutamente diritto alla privacy), la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto alla vita e all'integrità psicofisica, il diritto al mantenimento della cittadinanza e della capacità giuridica, ecc.) […]». I diritti assoluti sono così definiti  « […] poiché inviolabili e mai derogabili, neanche di fronte allo Stato o agli interessi collettivi di cui si potrebbe far portatore. I membri dell’assemblea costituente, che tra il 1946 e il 1948 stilarono gli articoli della Costituzione Italiana, avevano ben chiara questa distinzione, e inserirono il riconoscimento e la tutela di gran parte dei diritti assoluti, nella prima parte della carta costituzionale, nella sezione definita “principi fondamentali”. La Costituzione è, infatti, la legge più importante del nostro Stato: non solo perché fissa i principi cui il legislatore non può mai derogare, ma anche perché non può essere modificata se non entro i limiti e con procedure assai rigide previste dalla Costituzione stessa.  Gli articoli 138 e 139 della Costituzione Italiana definiscono i limiti e la possibilità di cambiamento della Costituzione. L’iter di modifica particolarmente gravoso della Costituzione, previsto da questi due articoli, e il riferimento esplicito (oltre che a vari richiami impliciti) all’immodificabilità di alcune parti di essa, fanno sì che la Costituzione italiana sia definita di tipo “rigido”. Un “limite esplicito” alla possibile modifica costituzionale, è sicuramente quello posto dall’art.139 in base al quale la forma repubblicana (con tutto ciò che essa comporta e che abbiamo finora visto) non può essere oggetto di revisione costituzionale. In pratica, non si può trasformare lo Stato italiano da Repubblica a monarchia o a dittatura. Affinché ciò avvenga, almeno formalmente e ufficialmente, sarebbe necessaria una rivoluzione, eventualmente e addirittura armata. I “limiti impliciti”, invece, sono costituiti certamente dai principi fondamentali a cui lo Stato Italiano ispira (almeno sulla carta) la propria azione, e nei diritti inviolabili. Parliamo, quindi, innanzitutto ma non solo, dei primi 12 articoli della Costituzione.  Ai diritti citati nei primi 12 articoli vanno certamente aggiunti quelli esplicitamente dichiarati “inviolabili” come quelli previsti agli articoli 2, 13, 14 e 15. Anche con questa aggiunta però, il limite è riduttivo. Il reale limite implicito alle modifiche costituzionali, riguarda certamente tutti quei diritti che definiscono lo Stato Italiano come repubblica democratica, dunque tutti quei diritti che nell’ordinamento giuridico sono definiti “principi supremi”. Di tali principi e diritti fanno parte certamente tutti i diritti umani che lo Stato italiano ha accettato e riconosciuto non solo nella sua Costituzione ma, come abbiamo visto, con la sottoscrizione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e di altre successive convenzioni e/o trattati, come la convenzione di Oviedo, ad esempio. Uno Stato dove sono assicurati i diritti umani fondamentali e democratici può definirsi Stato di diritto. Solo uno Stato di diritto è uno Stato democratico. È opinione diffusa tra molti giuristi, infatti, che sia quindi l’intera prima parte della Costituzione a dover essere considerata immodificabile […]». (brano tratto dal libro Fact Checking, la realtà dei fatti la forza delle idee).

« […] Secondo la nostra Costituzione quindi, il popolo esercita la sua sovranità attraverso questi strumenti e questi organi rappresentativi ai quali ha, sulla carta, libero accesso. Ogni cittadino può infatti candidarsi per diventare rappresentante del popolo. Ciò è possibile, così come in tutte le moderne democrazie, solo in virtù del riconoscimento formale e ufficiale, esplicitato nella carta costituzionale, dei diritti di cittadinanza (insieme dei diritti civili, politici e sociali e di “terza generazione”) a ciascuna persona. L’uguaglianza tra i membri di una comunità è perciò l’elemento cardine e caratterizzante delle democrazie. Del resto non potrebbe esserci reale democrazia, in qualunque sua forma, sia diretta sia indiretta, sia rappresentativa sia partecipativa, se le persone non fossero considerate giuridicamente tutte alla pari. La democrazia non è quindi il governo della maggioranza, ma la forma di governo in cui, innanzitutto, c'è il riconoscimento dei diritti umani fondamentali oltre all’effettiva garanzia di godimento degli stessi (e quindi dell’uguaglianza tra i cittadini) […]». (brano tratto dal libro Fact Checking, la realtà dei fatti la forza delle idee).

« […] La Carta Costituzionale di un Paese è l’anima di una nazione, poiché rappresenta i valori e i principi condivisi, e dunque propri, di quello specifico gruppo di persone. La Costituzione può essere perciò definita come il patto sociale tra i cittadini di uno Stato, che decidono di regolare su tale base, l’esercizio e l’interazione dei propri diritti individuali.  La libertà di un Paese si può misurare soltanto in base al rispetto delle Istituzioni, e dunque dello Stato, verso i diritti dei propri cittadini. Tali diritti, infatti, rappresentano delle restrizioni al potere dello Stato, perché stabiliscono fin dove può spingersi un Governo senza invadere quel territorio proprio dell’individuo, che la rivoluzione americana e la rivoluzione francese prima, e la comunità internazionale poi, hanno chiamato libertà […]». (brano tratto dal libro Fact Checking, la realtà dei fatti la forza delle idee).

I motivi per contestare il Green Pass sono quindi principalmente di tipo politico e riguardano la lesione dei diritti umani fondamentali e democratici.

Se ora finalmente ti è chiaro tutto questo, che tu sia politicamente favorevole o contrario alle forze politiche che oggi detengono il potere, che tu sia favorevole o contrario ai vaccini, che tu creda o meno alla narrazione di Stato, che tu sia già stato colpito direttamente o meno dai provvedimenti di Stato, che tu sia stato o meno direttamente o indirettamente danneggiato da tutto ciò che è accaduto fin ora, che tu sia o meno spaventato dalla COVID19, se sei realmente una persona democratica hai il dovere di dimostrarlo scendendo in piazza per manifestare contro il Green Pass, contro ogni provvedimento lesivo dei diritti fondamentali e democratici, che abbiamo detto essere necessariamente assoluti (e non relativi) in una vera democrazia, e per difendere tutte le libertà proprie in uno Stato di diritto.

Di fronte a ciò che sta avvenendo non esiste destra o sinistra. Non esiste pro-vax o no-vax. Non esiste ricco e povero, dipendente o imprenditore, dipendente pubblico o privato, lavoratore o disoccupato, laureato o analfabeta, giovane o anziano, maschio o femmina, bianco o nero, ateo o credente, italiano o straniero siamo tutti uguali e nessuno può e deve discriminare un altro. Se sei realmente democratico sai che non c’è differenza alcuna. In questi giorni si sta giocando un’importante battaglia per il futuro di tutti ed è importante anche la semplice la presenza di tutti nelle manifestazioni, anche la tua. Nessuno ti imporrà di gridare, applaudire o altro, l’importante è esserci. Se rimani a casa a guardare oppure fai finta di non sapere o vedere, divieni complice di ciò che accadrà a te e ai tuoi cari. In questi giorni si sta creando il mondo di domani. Se vuoi che sia un modo libero hai il dovere di dare il tuo contributo.

Einstein una volta disse: ““il mondo è un posto pericoloso non a causa delle persone che compiono azioni malvagie, ma per colpa di tutti gli altri che guardano senza far nulla”.

Stefano Nasetti

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Il Pentagono conferma che il video che mostra l'UFO "transmedium" è autentico

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Giugno 2021)

Il 14 maggio scorso, il Pentagono ha confermato che il filmato trapelato poche ore prima, che sembra mostrare un oggetto aereo non identificato filmato mentre si immerge nell'oceano, è autentico ed è stato registrato dal personale della Marina degli Stati. Il video è stato ottenuto dal personale a bordo della USS Omaha, una nave da combattimento costiera di classe Indipendent della Marina degli Stati Uniti, durante un esercitazione nel 2019, avvenuto al largo della costa della California. Il filmato era stato pubblicato online venerdì 14 maggio dal documentarista Jeremy Corbell sul suo account Instagram .

Corbell nelle settimane precedenti  aveva pubblicato altri filmati sul suo sito web che ritraevano una serie di oggetti a forma di piramide filmati sempre dal personale della Marina e che, anche in quei casi, il Pentagono ha successivamente confermato essere autentici. Secondo Corbell, il video appena rilasciato è stato girato all'interno del Combat Information Center (CIC) (una sala di controllo) a bordo della USS Omaha  il 15 luglio 2019, intorno alle 23:00 EST.

Il portale The Debrief ha voluto verificare le affermazioni di Corbell ed ha contattato il Pentagono in merito al video trapelato il 14 maggio, chiedendo un’ulteriore conferma sia dell’autenticità del filmato sia del fatto che fosse stato ripreso dal personale della Marina a bordo del USS Omaha .

La risposta non ha lasciato spazio a dubbi o interpretazioni! 

"Posso confermare che il video è stato ripreso dal personale della Marina e che l'UAPTF lo ha incluso nei loro esami in corso", ha affermato la portavoce del Pentagono Susan Gough in una risposta via e-mail. 

I giornalisti del portale The Debrief hanno anche chiesto se il video fosse stato incluso nei rapporti della Task Force UAP della Marina e se l'oggetto nel video fosse stato classificato come "sconosciuto" e se rappresentasse fenomeni aerei non identificati (UAP). In merito però il portavoce del Pentagono si è rifiutata di fornire ulteriori informazioni o rilasciare altri commenti. Da quanto appreso dai registri di bordo che sono stati resi pubblici, il 7 maggio 2019 la USS Omaha (LCS-12) era partita dal suo porto di San Diego per le effettuare delle esercitazioni in mare.

Il mese successivo, il 20 giugno, l'Omaha, sotto il comando di del Commodoro David W. Walton Jr., aveva fatto una breve sosta per scaricare munizioni al Bravo Pier. Successivamente la nave è stata ormeggiata nuovamente alla base navale di San Diego prima di tornare in mare e rimanerci per la maggior parte del mese di luglio e tornare in porto, al temine delle esercitazioni, soltanto il 1° agosto (2019).  I registri conferma quindi che il 19 luglio, data a cui risalirebbe il filmato, l’Omaha si trovava effettivamente in mare.

La USS Omaha è stata solo una delle numerose navi della Marina degli Stati Uniti che, nell’estate 2019 durante le esercitazioni, ha osservato oggetti aerei insoliti, mentre operava nell’area di addestramento circa 100 miglia al largo della costa della California. A seguito dei numerosi avvistamenti, sono state condotte indagini da parte di ufficiali dell'intelligence navale e dal locale ufficio dell'FBI a Los Angeles.

Le email ottenute da NBC News , hanno poi confermato che le indagini sono state effettuate anche da un agente speciale del Naval Criminal Investigative Service e dal direttore del Maritime Intelligence Operations Center all'interno della 3a flotta della Marina subito dopo i vari avvistamenti. Secondo una trascrizione del video pubblicato dal giornalista George Knapp, del dialogo tra i militari all'interno della USS Omaha Combat Information Center, risulta che il veicolo di apparente forma circolare, si librava nell’aria e si sia avvicinato alla superficie dell’oceano senza subire alcuna perturbazione nonostante soffiasse un vento tra i 30 e i 40 nodi

In una successiva intervista televisiva l'ex tenente della marina Ryan Graves ha affermato che i membri del suo squadrone di caccia F/A-18 hanno osservato fenomeni aerei non identificati nello spazio aereo ristretto a sud-est di Virginia Beach, quasi ogni giorno tra il 2015 e il 2017.Graves ha detto che lui e altri piloti della Marina avevano iniziato addirittura a dare per scontata in ogni missione, la presenza degli oggetti a causa delle loro frequenti apparizioni.

Graves ha anche aggiunto di credere che gli oggetti siano una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. "Sono preoccupato, francamente", ha detto Graves, affermando che se quelli osservati fossero aerei di nazioni avversarie "sarebbe un grosso problema". Tuttavia si è detto sollevato di poter escludere questa ipotesi. "Siamo felici di poter ignorare semplicemente il fatto che questi oggetti sono là fuori", proprio perché gli oggetti non identificati, che lui e altri membri del suo squadrone hanno osservato, non assomigliano a nessuna tecnologia nemica nota.

Un video pubblicato in precedenza su ExtraordinaryBeliefs.com sempre da Corbell, sembra invece raffigurare una serie di droni a forma di piramide o altri oggetti che si dice siano stati filmati mentre volavano sopra la USS Russell. Il video trapelato pubblicato da Corbell lo scorso 14 maggio, è stato anche accompagnato da una serie di fotografie, identificate come prese dalla USS Omaha, che sembrano documentare lo stesso incidente trasmesso dal filmato appena trapelato. 

La USS Omaha ha osservato un possibile UAS (Unmanned Aerial System), di forma sferica che si muoveva verso la superficie dell'acqua e poi scompariva”, si legge in un commento del Carrier Strike Group 9 (CSG-9) che accompagnava la serie iniziale di fotografie rilasciate da Corbell. 

"OMA ha valutato che l'oggetto era affondato", si legge nel commento, dove si aggiunge che "i tentativi di cercare nell'acqua relitti o detriti non avevano avuto alcun esito". L'oggetto a forma di globo nel nuovo video e nelle fotografie rilasciate in precedenza sembra scendere nell'acqua dopo essere stato inizialmente individuato mentre si muoveva nel cielo. Secondo Corbell, fonti a conoscenza dell'incidente hanno affermato che durante la successiva ricerca, un sottomarino della Marina degli Stati Uniti ha tentato di localizzare l'oggetto dopo che è stato visto entrare nell'oceano, ma senza successo. 

Il giorno dopo che Corbell ha pubblicato il video e le immagini online, un portavoce del Pentagono ha confermato che si trattava di materiali autentici ottenuti dalla Marina degli Stati Uniti.  "Posso confermare che le foto e i video citati sono stati realizzati dal personale della Marina", ha affermato il portavoce del Pentagono Susan Gough in una nota. fornita a John Greenewald proprietario del portale The Black Vault ad aprile. 

"L'UAPTF ha incluso questi incidenti nei loro esami in corso", ha detto Gough. “Come abbiamo detto in precedenza, per mantenere la sicurezza delle operazioni ed evitare la divulgazione di informazioni che potrebbero essere utili a potenziali avversari, il DOD non discute pubblicamente i dettagli né delle osservazioni né degli esami delle incursioni segnalate nei nostri poligoni di addestramento o nello spazio aereo designato, incluso quelle incursioni inizialmente designate come UAP”. 

Lo scorso dicembre, sempre il portale The Debrief ha riportato l'opinione di alcuni funzionari militari e dell’intelligence che indicavano che gli attuali sforzi della Task Force UAP della Marina statunitense si erano concentrati su oggetti definiti come “fenomeni aerei non identificati” che potrebbero essere in grado di operare all'interno degli oceani della Terra. Secondo un rapporto ampiamente diffuso tra i tanti funzionari interpellati, una particolare preoccupazione della Task Force UAP riguarda i cosiddetti "veicoli transmedi" (transmedium vehicle) che sono in capaci di operare sia in aria sia in acqua, una cosa che non è attualmente possibile a nessun veicolo di costruzione terrestre noto."A volte, ci sono rilevamenti fatti di oggetti estremamente veloci all'interno dell'oceano", ha detto a The Debrief un funzionario dell'intelligence. In quella circostanza il funzionario si è rifiutato di commentare ulteriormente la natura di tali rilevamenti che, a quanto pare, sono stati ottenuti durante le attività di ricognizione subacquea. 

Lo scorso 5 aprile 2021, l'ammiraglio capo delle operazioni navali Michael Gilday ha dichiarato che la Marina statunitense non era riuscita ad identificare gli oggetti osservati durante gli incidenti del 2019 al largo della costa della California. "Sono a conoscenza di quegli avvistamenti", ha detto Gilday , "e come è stato riportato, ci sono stati altri avvistamenti di questi oggetti in aria anche su navi non solo degli Stati Uniti, ma di altre nazioni - e ovviamente altri elementi all'interno la forza congiunta degli Stati Uniti”. 

La scadenza per il rapporto della Task Force UAP alla Commissione Intelligence del Senato arriverà a fine giugno, anche se resta da vedere se la Task Force chiederà una proroga della scadenza. Le ammissioni riguardo l’autenticità di questi filmati e la natura di ciò che vi è rappresentato è un qualcosa di inedito e sorprendente che legittima, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la veridicità del fenomeno UFO e la loro origine extraterrestre

Stefano Nasetti

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UFO: sì o no? Non è una questione di fede, ma di conoscenza scientifica

 

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Maggio 2021)

Il fenomeno Ufo continua ad essere sovente affrontato e proposto all’opinione pubblica, come fosse una credenza o una religione. Almeno così lo percepisce una buona fetta della popolazione mondiale. La frase “Tu credi agli alieni?” lo sta ad evidenziare. Sembra essere di fronte alla richiesta di una dichiarazione di fede. Certamente in alcuni casi, le persone “credono agli alieni” un po’ per istinto e logica (difficile pensare realmente di essere soli in universo così sconfinato), un po’ perché l’esistenza di altri esseri intelligenti nel cosmo può apparire come un’idea affascinante. In ogni caso, sovente ciò avviene senza avere alcuna certezza riguardo la realtà scientifica di certe manifestazioni classificate come UFO. Ciò può rendere, agli occhi degli scettici, il fenomeno degli alieni e degli Oggetti Volanti Non Identificati (OVNI) alla stregua di una religione fondata quindi sulla fede, ma in verità non è così (o non dovrebbe essere così).

Valutare e sostenere la realtà UFO non è un atto di fede, ma una questione di conoscenza. Sebbene in molti disconoscano alcune possibili evidenze del fenomeno UFO (presenti e passate), e/o si potrebbe discutere sull’interpretazione di queste, spesso la discussione tra scettici e sostenitori ufologici, si conclude con l’affermazione dei primi riguardo l’inesistenza della vita extraterrestre e, di conseguenza sull’infondatezza di qualunque altra prova riguardo la visita di esseri di altri mondi.

Al più ci si basa sulle ormai obsolete e stereotipate conoscenze scientifiche di trenta o quarant’anni fa, che possono far propendere, anche chi approccia in modo neutrale al fenomeno UFO, verso posizioni scettiche.

Negli fino agli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ad esempio, quando qualcuno valutava la veridicità di un avvistamento UFO, cercava prove del racconto nei tracciati radar degli aeroporti. Se questi non rilevavano nulla, spesso l’avvistamento veniva archiviato come una fantasia o un’allucinazione, se non addirittura come una menzogna, raccontata dal testimone. Come poteva infatti, un oggetto solido come un disco volante, non essere rilevato dai radar? All’epoca non era difficile sentirsi rispondere “È scientificamente impossibile e dunque l’UFO non esiste! È solo un’invenzione della tua mente!”. Poi però, abbiamo scoperto che gli Stati Uniti, dispongono di veicoli con tecnologia Stealth, cioè invisibili ai radar, e quindi la mancata presenza sui radar di un possibile UFO, non è più stata ritenuta, da quel momento, una condizione sufficiente per poter negare la presenza di un oggetto non identificato o l’inattendibilità di una testimonianza a riguardo. Nel frattempo però, centinaia di casi che avevano chiamato in causa questa circostanza, prima considerata antiscientifica, ma oggi considerata valida, sono stati archiviati come fantasie e i testimoni derisi. Nessuno in ambito ufficiale (e dunque al di fuori del contesto ufologico) si è premurato di riprendere in mano quei fascicoli, quelle segnalazioni, per rianalizzarle alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, riabilitando anche la reputazione dei testimoni all’epoca derisi.

Cosa dire poi dei racconti dell’avvistamento di esseri umanoidi con caratteristiche fisiche particolari, inusuali per le condizioni presenti sulla Terra, come pelle molto chiara, quasi grigio bluastra, grandi occhi con bulbi apparentemente immobili e statura minuta o maggiore della media umana? Ho già avuto modo, in un mio articolo apparso sul numero di Febbraio 2021 della rivista Ufo International Magazine (e ancor prima nel libro “Il Lato Oscuro della Luna”), di evidenziare come molte di queste caratteristiche non siano in contrasto tra loro, casuali o fantasiose ma, al contrario, siano compatibili, secondo eminenti astrobiologi, con lo sviluppo di forme di vita su pianeti più piccoli del nostro, in orbita attorno a stelle differenti dal nostro Sole, come le Nane Rosse, più fredde e meno luminose.

E ancora, cosa pensare di storie che parlano di incontri con esseri umanoidi capaci di scomparire alla vista o di comunicare attraverso la telepatia? In molti non sanno che l’invisibilità ottica è stata scientificamente dimostrata, e oggi sono state già messe a punto tecnologie e strumenti in grado di camuffare istantaneamente alla vista la presenza di oggetti e persone. Al contempo, gli studi sulle neuroscienze hanno dimostrato come sia possibile interagire con la mente umana, giacché i pensieri non sono altro che il prodotto dell’attività elettrica del cervello, e che dunque, espandendosi oltre i confini fisici del cranio (che non isola elettromagneticamente il cervello) sono soggetti alle sorgenti elettromagnetiche esterne.

Tutto ciò rende meno inverosimile, e certamente più credibili, molti dei racconti di incontri e avvistamenti tipici della fenomenologia ufologica. Bisogna però conoscere queste realtà scientifiche. Quando ciò non avviene, l’analisi del fenomeno UFO continua ad essere fuorviante e falsata, anche quando fatta in buona fede, perché si basa su conoscenze scientifiche approssimative e sommarie vecchie di decenni. Senza una aggiornata conoscenza scientifica, si finisce perciò con il negare a prescindere, anche la semplice possibilità che un racconto e/o una testimonianza siano, in tutto o in parte, attendibili.

Ciò è dettato nella quasi totalità dei casi, anche dall’ignoranza degli aspetti scientifici astrobiologici e sulle ultime conoscenze astronomiche da parte di chi fa certe affermazioni.

Per poter definitivamente rendere credibile, agli occhi dell’opinione pubblica, il fenomeno Ufo è necessario educarla, fornendo alla stessa opinione pubblica, le evidenze scientifiche del fatto che la vita extraterrestre non solo non è una fantasia o un qualcosa di antiscientifico, ma è un qualcosa di certo e forse addirittura di molto più vicino a noi di quanto si possa immaginare. Ogni anno, decine di studi e scoperte scientifiche forniscono nuove prove a supporto del fatto che non siamo soli.

Sono solo la scarsa attenzione che i media (e quindi il pubblico) riservano a tali scoperte, oltre agli enormi interessi in ballo, ad ostacolare la diffusione delle nuove conoscenze scientifiche in grado di scardinare definitivamente, il paradigma dell’inesistenza e/o dell’impossibilità del contatto extraterrestre. Il discorso sarebbe molto più lungo e complesso, e le cose da conoscere e da tenere in considerazione nella valutazione del fenomeno UFO, ancor di più.

Qui di seguito suggerisco solo un piccolo esempio di alcune letture riguardanti le ultime scoperte, in grado di far rivalutare completamente l’idea dell’unicità della vita terrestre e dell’esistenza della vita extraterrestre. Non parlerò quindi, di avvistamenti o contatti con esseri di altri mondi ma di quanto, anche nell’ambiente scientifico, tutto stia lentamente ed inesorabilmente evidenziando che, continuare a controbattere agli ufologi come fece ormai settant’anni fa Enrico Fermi con la frase “Dove sono tutti quanti”, è un qualcosa di anacronistico e puerile, che continua ad essere ripetuto soltanto da chi non è scientificamente e/o adeguatamente informato, o da chi ha interessi personali o posizioni di potere da difendere. Il fenomeno UFO è un qualcosa certamente di ancora molto misterioso, di cui conosciamo pochissimo e su cui, nella maggioranza dei casi, possiamo solo porci domande e ipotizzare risposte. Nonostante tutto però, non significa che non sia reale e che dunque vada negato.

Questi gli articoli consigliati (clicca e leggi):

  1. C’è vita nell’universo!
  2. Non siamo i soli figli delle stelle. La conferma da nuovi studi.
  3. Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra
  4. Dove sono tutti quanti? Oggi forse abbiamo una risposta

 

Stefano Nasetti

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Segnali alieni o no?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Aprile 2021)

Nel corso dei decenni del progetto SETI, sebbene nessun segnale di indubbia origine intelligente extraterrestre sia stato captato, alcuni segnali ricevuti hanno fatto sobbalzare sulla sedia gli astronomi. L’origine di tali segnali rimangono ancora oggi avvolta nel mistero.

Il 15 agosto del 1977, il volontario del SETI  Jerry R. Ehman (professore di astronomia alla Franklin University), era a lavoro presso il radiotelescopio Big Ear (“Il Grande Orecchio”) l’osservatorio astronomico dell’Ohio, quando, alle 23:16 captò un insolito segnale radio di 72 secondi. Il segnale, che sembrava provenire dal Sud-Est della costellazione del Sagittario, forse dalla  stella Tau Sagittari, distante circa 122 anni luce da noi, aveva alcune caratteristiche che fanno pensare ancora oggi, che potesse essere non naturale.

Solo alcuni giorni dopo quell’evento, probabilmente il 19 agosto, Ehman si rese finalmente conto dell’importanza di quanto intercettato nei giorni precedenti. Infatti i segnali, registrati da un computer IBM1130, su cui era caricato un software denominato N50CH che interagiva con il ricevitore esterno per acquisire ogni secondo i valori di intensità da ognuno dei 50 canali, erano assolutamente unici.

Gruppi di dieci valori alla volta venivano combinati per generare un numero per ogni canale, e quest’ultimo era convertito in un singolo numero o lettera, che veniva stampato su un foglio. Analizzando la stampa relativa alla ricezione delle ore 23:16 del 15 agosto, la prima cosa che fece dopo aver strabuzzato gli occhi, fu scrivere sopra il foglio stesso ciò che stava pensando.

Questa sequenza è oggi ricordata come segnale “Wow!” dalla parola che Jerry R. Ehman annotò sul foglio, al fianco del tabulato con i dati.

Il segnale aveva caratteristiche uniche mai intercettate prima da nessun altro radiotelescopio, sia per durata, sia per intensità.

Innanzitutto il segnale aveva una durata di 1 minuto e 12 secondi. La matrice che stava utilizzando Ehman non permetteva di andare oltre questo arco temporale. Il radiotelescopio Big Ear infatti, era a puntamento fisso, utilizzava cioè la rotazione della Terra (girando con essa alla medesima velocità) per investigare la volta celeste. Ciò significa che un qualsiasi punto nello spazio, sarebbe uscito dal suo campo di ricezione dell’antenna dopo esattamente 72 secondi, senza alcun margine di errore. Un segnale inferiore o superiore ai 72 secondi, sarebbe quindi dovuto appartenere necessariamente ad una fonte terrestre, un satellite artificiale o altro. Al contrario un segnale che fosse durato invece esattamente 72 secondi, artificiale o meno che fosse, sarebbe dovuto essere di origine extraterrestre. In quest’ultimo caso inoltre, il segnale avrebbe dovuto mostrare una crescita di intensità graduale per i primi 36 secondi (cioè fino al punto in cui il segnale radio non avesse raggiunto il centro della finestra di osservazione), decrescendo poi gradualmente nei restanti 36 secondi. Il segnale “Wow!” presentava esattamente tali caratteristiche.

Ma c’è di più!

Il segnale “Wow!” aveva un’altra caratteristica ritenuta essenziale nelle ricerche di segnali di origine artificiale extraterrestre. Aveva infatti, una frequenza stretta, cioè una larghezza di banda inferiore ai 10 kHz (tanto da essere captato da un solo canale sui 50 in uso). Si trattava perciò di un segnale netto e preciso, a differenza della maggior parte dei segnali di origine naturale. Ciò escludeva la possibilità che potesse trattarsi di un segnale prodotto da una stella quasar, una pulsar, o altre fonti radiofoniche naturali, facendo così ritenere ancora oggi che si sia trattato di un segnale con una probabile origine artificiale.

Altro aspetto interessante è che il segnale era stato trasmesso ad una frequenza compresa tra i 1.420,356 MHz e i 1.420,456 MHz. Si tratta di una frequenza che non appare casuale. È infatti una frequenza sulla quale è proibito trasmettere per i trasmettitori terrestri, ma che è invece ideale per ricoprire enormi distanze poiché è in grado di perforare le nubi polverose dello spazio. È poi una frequenza vicinissima ai 1.420,405 MHz, che è quella della radiazione dell’idrogeno.

L’idrogeno,  il primo elemento chimico della tavola periodica degli elementi, contrassegnato con numero atomico 1, e soprattutto l’elemento più leggero e più abbondante di tutto l'universo osservabile. A questa frequenza si manifesta la riga spettrale causata dalla variazione energetica dell’idrogeno neutro interstellare. Si tratta della stessa frequenza scelta, proprio per questo motivo, da Frank Drake per trasmettere il primo segnale del primordiale progetto SETI (il Progetto Ozma) nel 1960.

Dall’agosto 1977 in molti hanno avanzato possibili spiegazioni al segnale “wow!”, man mano che le nostre conoscenze astronomiche e scientifiche si sono ampliate. A tutt’oggi però, nessuna spiegazione scientifica plausibile ha portato ad attribuire il segnale ad una fonte naturale o artificiale di origine terrestre. L’ipotesi di un segnale alieno emesso volontariamente rimane assolutamente quella più probabile, sebbene non ancora certa.

Nel 2007 fu resa nota una scoperta (del 2001) significativa. Per la prima volta furono captati segnali radio veloci o FRB (acronimo di Fast Radio Burst), segnali ad alta intensità, emessi su una banda stretta e della durata di pochi millisecondi, che si ripetevano, in alcuni casi, con periodicità. Le loro particolari caratteristiche hanno fatto pensare per molto tempo, che potesse trattarsi di segnali alieni di origine artificiale. Altri segnali dello stesso genere sono stati captati successivamente.

Nel 2017, dopo circa 10 anni dall’ufficializzazione della scoperta del primo FRB e grazie al programma Breakthrough Listen, nato nell'ambito del progetto Seti per la ricerca sulle intelligenze extraterrestri, questi segnali hanno trovato una possibile e probabile spiegazione, almeno nella maggioranza dei casi.

Il progetto Breakthrough Listen che punta, tra gli altri, ad analizzare in modo più efficiente i segnali radio prodotti dalle grandi esplosioni cosmiche in cerca di anomalie che potrebbero avere un'origine artificiale, ha fornito dati essenziali per lo studio pubblicato nel 2016 su sull'Astrophysical Journal.

Avvalendosi di un sistema di intelligenza artificiale collegato ai segnali raccolti dai radiotelescopi, è stata effettuata un'analisi dei segnali radio provenienti dalla sorgente chiamata FRB 121102, che si trova in una galassia distante circa 3 miliardi di anni luce dalla Terra.

I ricercatori si sono concentrati sulla sorgente FRB 121102 perché è molto particolare: è una delle poche a generare questi segnali periodicamente (la maggior parte degli FRB sono prodotti solo una volta). Il sistema di intelligenza artificiale ha analizzato i segnali provenienti da FRB 121102, nell'arco di cinque ore, registrati  il 26 agosto 2017 dal Green Bank Telescope, in West Virginia.

Il sistema ha individuato in questo modo 71 nuovi eventi, portando a 300 il numero dei segnali registrati complessivamente da questa singola fonte dal 2012. Si è visto inoltre che i segnali vengono prodotti in modo irregolare, e che la sorgente alterna periodi di quiescenza a periodi di attività frenetica.

Secondo le ipotesi formulate dai ricercatori, tutti gli FRM potrebbero provenire da una stella di neutroni, ossia da una stella estremamente densa e compatta e che ruota velocemente su se stessa, oppure da una magnetar, ossia una stella di neutroni con un potentissimo campo magnetico, circondata dal materiale espulso dall'esplosione di una supernova. Un'altra ipotesi è che i segnali arrivino dai getti di materia espulsi da un enorme buco nero.La comunità scientifica quindi, oggi propende per l’origine naturale quale spiegazione della fonte della maggior parte degli FRB.

Secondo Siemion, l’astrofisico che cura il progetto SETI Breakthrough Listen, in futuro l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale potrebbe finalmente rivelare in modo univoco l'origine di questi segnali. Anche se si scoprisse che "non sono la firma di una tecnologia extraterrestre, il progetto Breakthrough Listen avrebbe comunque gettato le basi di una nuova area di ricerca" che applica l'intelligenza artificiale alla radioastronomia e "che aiuterà a comprendere l'universo", aveva affermato in quella circostanza.

Nel frattempo il progetto Breakthrough Listen non si è fermato ed è riuscito a captare nuovi segnali di origine misteriose.

Nel dicembre del 2020, la stampa britannica annuncia che un segnale radio anomalo è stato captato dagli astronomi del Breakthrough Listen Project con il radiotelescopio Parkes, che si trova in Australia.

Il segnale proviene dalla direzione della la stella più vicina al Sole, Proxima Centauri, distante “soli” 4,2 anni luce e che sappiamo ha almeno un paio di pianeti che le girano attorno. Il segnale è stato individuato analizzando i dati raccolti nel 2019. La notizia è stata considerata con cautela dai ricercatori del SETI. Sul sito dell’istituto hanno osservato che le possibili sorgenti del segnale potrebbero essere diverse. Nel frattempo sul web si è molto azzardato, se non addirittura speculato, sull’origine del segnale.

Come sempre in questi casi, per determinare la reale origine e la natura del segnale gli scienziati hanno cominciato ad procedere per esclusioni. Una prima verifica è stata quella di spostare avanti e indietro l’antenna del radiotelescopio, per capire se il segnale rimanesse costante. Se infatti, il segnale fosse rimasto invariato durante i movimenti dell’antenna, il segnale quasi sicuramente sarebbe stato dovuto ad una interferenza terrestre. Così invece non è stato. Quando l’antenna veniva spostata dal punto di ricezione, il segnale scompariva per poi ritornare quando il radiotelescopio veniva nuovamente rimesso nella posizione di partenza.

Il segnale, con una frequenza di emissione di 982 megahertz, non sembra poi provenire da un'antenna terrestre. Si è dunque ipotizzato che potesse provenire da un satellite in orbita, giacché talvolta alcuni di questi utilizzano questa frequenza. Ce ne sono oltre 2700 satelliti in funzione intorno al nostro pianeta. Tuttavia potrebbe non essere neanche questa la fonte. Il segnale infatti, è stato registrato per una sola volta e per una durata complessiva di 3 ore. I satelliti si muovono solitamente in modo molto veloce e ciò non è compatibile con questo dato. È vero che esistono anche satelliti geostazionari ma, dalle prime verifiche non sembra ce ne fossero al momento della registrazione in quella porzione di cielo. Ma se così non fosse, cos'altro potrebbe essere?

Il Seti spiega che è possibile che provenga da qualcosa che si trova dietro Proxima Centauri. Se non arrivasse da Proxima Centauri, potrebbe essere qualcos'altro che si trova molto oltre.

I segnali radio naturali, prodotti da quasar o pulsar, non sono a banda stretta e non sono confinati a una ristretta gamma di frequenze, come invece sembra essere questo segnale. Anche questa possibilità sarebbe quindi da scartare. "I segnali astronomici naturali – ha affermato Marta Burgay, ricercatrice dell'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), all’agenzia Ansa - di solito sono su frequenze multiple in modo continuativo, non su una sola come in questo caso. Tuttavia noi terrestri emettiamo continuamente onde radio con queste caratteristiche". Basti ricordare che pochi anni fa, sempre dallo stesso telescopio, era stato colto un segnale radio che poi si è scoperto essere stato prodotto dal forno a microonde del centro visitatori della struttura. Per quanto riguarda il segnale di cui si è avuta notizia nel 2020 però, a seguito delle prime verifiche, questa circostanza è stata esclusa.

Un'altra ipotesi è che si tratti di segnali radio naturali emessi da un pianeta con un forte campo magnetico, come quello di Giove. "Ci sono molte possibili spiegazioni, ma fin quando non sapremo – ha affermato sul suo sito il Seti - dovremo continuare a considerare anche l'ipotesi aliena tra le possibilità".

C’è poi da considerare un altro aspetto importante nella ricerca dell’origine del segnale. Solitamente i segnali che inviamo noi per comunicare, hanno una “frequenza” che varia, poiché contengono appunto dei messaggi. Nel segnale ricevuto da Proxima Centauri non è stata osservata questa caratteristica. Se ciò potrebbe far escludere che si possa trattare di un segnale contenente un qualche messaggio, non fa certamente escludere che si tratti di un segnale artificiale emesso fortuitamente da una civiltà aliena intelligente.

In attesa di altri dati e ulteriori verifiche, la cosa più seria da fare è rimanere aperti a qualunque ipotesi, anche quella che contempla la possibilità che si tratti realmente di segnali emessi da una intelligenza aliena.

Stefano Nasetti

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La NASA sta preparando le religioni del mondo all'esistenza degli alieni?

La notizia potrebbe apparire fantasiosa se non fosse che proviene direttamente dal Senato degli Stati Uniti.

Nel 2017, il senatore del Wyoming, Jeff Flake durante il dibattito in aula in merito alle spese del bilancio Federale del 2017, deliberate dal Congresso negli anni passati e che dovevano essere nuovamente finanziate, ha pubblicato un documento che delineava 50 esempi di ciò che riteneva essere delle "spese dispendiose" e dunque inutili.

Il documento si chiamava "Wastebook: PORKémon Go", un play off del popolare gioco chiamato Pokemon. L'idea del Senatore Flake era quella di mettere in risalto l’utilizzo (a suo modo di vedere) inutile di denaro pubblico a favore di progetti assurdi o totalmente inutili a discapito di fondi che sarebbe stato meglio (sempre secondo l’opinione del senatore statunitense) destinare alla spesa per l’estensione gratuita a tutti del servizio sanitario nazionale. I programmi nei quali gli Stati Uniti riversano annualmente milioni di dollari dei contribuenti finanziando progetti sono veramente moltissimi. Questi progetti, aveva fatto notare il senatore Flake, presi singolarmente appaiono quasi ininfluenti sul budget di spesa del governo statunitense, ma se considerati nella loro totalità il loro costo si somma e va a formare un debito mostruoso. L’osservazione del senatore Flake non era del tutto estemporanea. Da lì a pochi giorni infatti, il debito pubblico americano avrebbe raggiunto i 20 trilioni di dollari.

Tra i progetti inutili o quantomeno bizzarri elencati da Flake, figuravano ad esempio, quello per la costruzione dello "Spaceport to Nowhere" (per la modica cifra di $ 80,4 milioni) uno spazioporto da costruire in Alaska, dal quale far partire o atterrare turisti spaziali, nonostante non esistessero neppure i progetti per la costruzione di veicoli che avrebbero dovuto poi utilizzarlo.

Un altro riguardava la realizzazione dell’ "Hologram Comedy Club" (costo $ 1,7 milioni) per la costruzione di un palco virtuale olografico sul quale proiettare le performance di attori e cominci. Tra i vari progetti assurdi già finanziati in passato ce ne erano di veramente di folli e assolutamente incredibili se non fosse che tutto è documentato dal bilancio statale, e andavano da quello per determinare per quanto tempo un "pesce può correre su un tapis roulant" (studio costato appena  1,5 milioni di dollari), ad un altro che riguardava il tentativo di far imparare ai computer il comportamento umano programmandoli in modo che guardassero senza sosta "Desperate Housewives" (costo $ 460.000).

Uno su tutti  però, ha attratto l’attenzione degli appassionati di ufologia. Si è infatti scoperto che la NASA dal 2014 aveva in corso un progetto (finanziato a più riprese) e costato nel corso del tempo già 1.110.000 dollari, per preparare le religioni del mondo alla scoperta della vita extraterrestre.

Il senatore Flake in aula aveva dichiarato: "Un progetto della NASA da 1 milione di dollari sta preparando le religioni del mondo per la possibile scoperta di forme di vita extraterrestri - 1 milione di dollari per preparare le religioni del mondo alla possibile scoperta di forme di vita extraterrestri. Dobbiamo spenderlo, davvero?  Un punto cruciale per i partecipanti è stata la definizione di cosa sia la vita: Gran parte della discussione si è incentrata sulla domanda: Cos'è la vita?. Si scopre che la vita è notoriamente difficile da definire, hanno concluso” ha esclamato Flake con sarcasmo e ironia.

Nel giugno del 2020, il portale The Black Vault dell’ufologo John Greenwald ha presentato richieste FOIA per ottenere tutta la documentazione relativa a questa ricerca.

Solo un mese più tardi, la NASA ha fornito una serie di documenti, oggi pubblicati dallo stesso sito The Black Vault, dai quali emerge che la sovvenzione della NASA di 1,1 milioni di dollari ha finanziato 6 borse di studio all'anno presso CTI per due anni in 2015-16 e 2016-17. Il progetto Nasa ha ottenuto un  ulteriore di 1,7 milioni di dollari dalla John Templeton Foundation, che ha finanziato altre 6 borse di studio all'anno per due anni e una borsa di studio aggiuntiva nel secondo anno, 2016-17. Insomma, questo progetto NASA è costato complessivamente 2,8 milioni di dollari!

Una cifra considerevole se si considera che l’argomento vita extraterrestre era, ancora in quegli anni, un qualcosa che l’agenzia statunitense trattava pubblicamente come un fatto improbabile o addirittura inverosimile. Ma qual è stato più precisamente l’argomento dello studio? Quanto affermato dal senatore Flake era corretto? Cosa era interessata a comprendere la NASA? Qual è stata il risultato della ricerca?

Durante il primo anno (2015-2016), la ricerca è stata condotta da un team internazionale di studiosi di scienze umane in teologia, etica, filosofia, antropologia e letteratura attraverso una serie di simposi tenuti presso la Princeton University, nel New Jersey. Questi studiosi, a loro volta, hanno condotto una rigorosa indagine interdisciplinare attraverso le pertinenti scienze umanistiche in cui ciascuno dei partecipanti era specializzato.

Il risultato dell’attività svolta nel primo anno si è concretizzata con la creazione di una comitato di 40 eminenti e promettenti studiosi di Studi umanistici, che hanno poi lavorato per comprendere in che modo le scoperte scientifiche, in particola modo quelle astrobiologiche, incidono sotto l’aspetto sociale e umanistico.

Nel secondo anno, 2016-2017 i ricercatori hanno sfruttato il lavoro del primo anno concentrandosi però su tre aree di ricerca principali: la protezione planetaria e le questioni riguardanti la tutela dei valori umani, la conoscenza scientifica e il suo livello di comprensione nella società e, infine, le implicazioni teologiche delle scoperte scientifiche.

La conferenza conclusiva dell'inchiesta sulle implicazioni sociali dell'astrobiologia, (2015-2017), si è tenuto presso la St George's House, Windsor, Regno Unito, dal 2 giugno al 1 luglio 2017. Il tema principale è stato l'impatto sia dell'astrobiologia e dei media digitali sulla nostra comprensione e esperienza della natura in generale e di quella umana inparticolare. L'evento ha riunito scienziati e studiosi di astrobiologia e società di tutto il mondo, tra cui il biologo Frank Rosenzweig (Georgia Institute of Technology), il teologo Douglas Ottati (Davidson College), l'antropologo Timothy Jenkins (Università di Cambridge), il teologo Andrew Davison (Università di Cambridge), il teologo etico Frederick Simmons (Centro di indagine teologica), il teologo Peter Scott (Università di Manchester), l'astronomo Amaury Triaud (Università di Cambridge), Richard Cheetham (teologo e vescovo di Kingston), il filosofo esperto in filosofia della religione Willem Drees (Tilburg University), fisico Tom McLeish (Durham University), il teologo Ola Sigurdson (Università di Göteborg), e i professionisti dei media Krista Tippett (HostlExecutive Producer, Krista Tippett Public Productions), Andrew Brown (Leader Writer, The Guardian) e Catherine Pepinster (ex redattore del Tablet), insieme agli esperti di media digitali Ian Dodgeon (Wellcome Foundation), Jane Gregory (consulente libero professionista in educazione scientifica), Francesca De Chiara (ricercatrice di studi digitali, Fondazione Bruno Kessler, Trento, Italia), e Beth Singler (ricercatore, Faraday Institute for Science and Religion, Cambridge).

La sovvenzione aggiuntiva della John Templeton Foundation ha finanziato una terza parte del progetto sulle implicazioni sociali dell'astrobiologia. In particolar modo, nel 2017-2018 si sono svolte una serie di cinque convegni sul tema "Il pensiero planetario in Astrobiologia, religione e società".

Tutte questa attività hanno dato origine alla pubblicazione di un libro interdisciplinare e interreligioso con editore la Cambridge University Press. La Cambrige University (con la collaborazione dell'Amherst College Press) ha anche accettato di lanciare una nuova serie di e-book ad accesso aperto, rivolto a studiosi, studenti e lettori di arti liberali. Altri articoli di riviste peer-reviewed e monografie dei 25 studiosi coinvolti nell’ultima fase dello studio sull’impatto dell’astrobiologia, sono poi stati pubblicizzati negli anni successivi, con l’obiettivo di darne la più ampia diffusione dei risultati ottenuti. L’obiettivo dichiarato di tutte queste pubblicazioni era quello di ampliare il numero di scritti riguardanti  il campo delle scienze umane astrobiologiche, al fine di stimolare la riflessione sulle implicazioni delle scoperte astrobiologiche in ambito sociale e umanistico oltre che teologico.

Dalle carte della NASA oggi pubblicate (e che illustrano i risultati dello studio) risulta l'idea che le scoperte scientifiche non rimangono fini a se stesse e non sono scevre da condizionamenti ambientali, ma che piuttosto, queste scoperte sono sempre filtrate attraverso le pratiche, le norme e le credenze che caratterizzano un particolare cultura. Quindi le implicazioni delle scoperte astrobiologiche non sono universalmente uguali in ogni contesto culturale. Infatti, a seconda delle tradizioni culturali in cui quella scoperta viene diffusa, i suoi risultati saranno interpretati portando a conseguenze diverse. Al contempo, la scienza è influenzata, almeno in parte, dalle tradizioni culturali, dalle credenze sociali, culturali e normative.

Il risultato di tutto questo studio è stato molto chiaro. Se è vero e innegabile che la scoperta di vita extraterrestre avrà indubbiamente un impatto sulle tradizioni religiose e culturali, è altrettanto vero che questo impatto varierà a seconda della tradizione culturale, delle pratiche socio-culturali e delle credenze di quel determinato gruppo sociale.

Insomma, lo studio è stato un'opportunità per studiare la gamma e complessità delle questioni legate a come le recenti scoperte sulle origini e il futuro della vita in l'universo possono influenzare le tradizioni religiose e le loro varie concezioni dell'umanità, il posto dell’essere umano nel cosmo. In particolar modo sono state analizzate molte tradizioni religiose, tra cui cristianesimo, ebraismo, islam e buddismo.

Non si tratta tuttavia di una tipologia di studi inediti. Già in passato infatti, la Nasa ha organizzato, finanziato o partecipato a studi riguardanti la comprensione delle conseguenze relative alla diffusione della scoperta di vita extraterrestre.

Le domande oggi al centro della ricerca astrobiologica su dove e come ha origine la vita terrestre e se esiste la vita oltre la Terra sono, in realtà, domande molto più antiche dell'era spaziale (né ho parlato diffusamente ne “Il Lato Oscuro della Luna”). Nei secoli passati, gli antichi filosofi greci e romani si ponevano già queste domande. Da allora, filosofi, teologi e scienziati hanno continuato a meditare su questi temi, dedicando notevole attenzione a come la scoperta di la vita extraterrestre potrebbe influenzare la civiltà umana. Nel mondo contemporaneo l’interesse scientifico e pubblico per l'origine e l'evoluzione della vita, e la possibilità dell’esistenza della vita extraterrestre è dunque un qualcosa di duraturo e diffuso.

Se gli obiettivi dichiarati della ricerca in astrobiologia sponsorizzata dalla NASA negli ultimi anni erano quelli di comprendere le origini, l'evoluzione, l'estensione e futuro della vita sulla Terra, oltre a  "sollevare filosofiche fondamentali, e questioni teologiche", anche in passato l’agenzia spaziale ha finanziato o partecipato a studi analoghi, nel tentativo di incoraggiare il dialogo tra scienziati, teologi e sociologi su queste questioni. La domanda chiave è sempre stata quella su come la scoperta della vita extraterrestre potrebbe influenzare l'essere umano civiltà.

La stessa NASA riepiloga, nei documento resi pubblici e consegnati al portale The Black Vault, la cronistoria del suo interesse , manifestato anche attraverso la partecipazione dei propri scienziati a convengi e conferenze sul tema, verso la vita extraterrestre. Quanto di seguito nelle righe qui sotto riportate è una sintesi del contenuto di questi documenti.

Scrive la NASA:

«Nel 1960 la NASA ha istituito un programma di esobiologia per finanziare la ricerca sull'origine ed evoluzione della vita sulla Terra e la possibilità di vita extraterrestre.

Dal 1974, la Royal Society di Londra, l'Osservatorio Vaticano e, soprattutto recentemente, l'American Association for the Advancement of Science (AAAS) Dialogue on Science, Ethics and Religion (DOSER) hanno organizzato discussioni e rapporti pubblicati su come la scoperta della vita extraterrestre potrebbe influenzare civilizzazione umana. Nel 1974, la Royal Society di Londra ha sponsorizzato una discussione/incontro sul "riconoscimento della vita aliena". Nel 2010, la stessa organizzazione ha tenuto una discussione/incontro su “l'individuazione della vita extraterrestre e le conseguenze per la scienza e la società”.

Da anni la Specola Vaticana sostiene un dialogo tra scienziati e teologi su questo tema. Nel 2010 la Specola Vaticana ha organizzato un convegno dal titolo “Questioni filosofiche, etiche e teologiche dell'astrobiologia”. La Pontificia Accademia delle Scienze ha tenuto a Roma una "settimana di studio sull'astrobiologia" che ha attirato molti scienziati ed ha avuto una copertura mediatica globale. Sempre nel 2010, la Royal Society ha tenuto una riunione di discussione sul rilevamento della vita extraterrestre e sulle conseguenze per la scienza e la società, che hanno anch’essa attirato l’attenzione dei media. Nel 2014, l'Osservatorio ha cosponsorizzato una conferenza con l'Università dell'Arizona e l’Osservatorio di Seward sulla "ricerca della vita oltre il sistema solare". Sempre nel 2014, la NASA ha premiato il Presidente dell'Osservatorio Vaticano, il frate gesuita e astronomo Guy Consolano - (autore di molti libri sul tema religione e alieni come quello poi pubblicato nel 2018 dal titolo "Battezzeresti un extraterrestre?... e altre domande tra scienza e fede poste all'Osservatorio astronomico vaticano") - con la Carl Sagan Medal for Public Outreach dell'American Astronomical Society per il suo contributo nella diffusione delle conoscenze delle Scienze planetarie.

In precedenza, a metà degli anni '90, l'interesse della NASA per la vita extraterrestre aveva portato alla creazione dell'Istituto di Astrobiologia della NASA, e all'istituzione di un programma di astrobiologia ampliato presso la sede centrale dell'agenzia, in conseguenza della pubblicazione dell’affermazioni del ritrovamento di testimonianze fossili di vita passata in un frammento di meteorite marziano». (Leggi l’articolo “ALH84001 nel meteorite marziano la firma dell’antica abitabilità e della vita sul pianeta rosso” e quanto scritto in merito all’argomento nel libro “Il Lato Oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”).

«Di fronte al crescente interesse scientifico, politico e pubblico per la possibilità di vita extraterrestre – si legge ancora nei documenti NASA -  il Programma di Astrobiologia della NASA ha concentrato parte della sua attenzione su questioni sociali, etiche e filosofiche relative alla scoperta di vita extraterrestre, finanziando gli sforzi per introdurre l'astrobiologia nel più ampio contesto possibile della comunità scientifica e anche presso il pubblico. Il Programma ha anche co-sponsorizzato una serie di workshop organizzati dal programma DOSER dell'AAAS sui temi filosofici e le implicazioni etiche e teologiche dell'astrobiologia, tenutasi nel 2003- 2004.

La comunità di astrobiologia della NASA ha pubblicato la sua prima roadmap di astrobiologia nel 1998, seguite da tabelle di marcia aggiornate nel 2003 e nel 2008. Tutte queste tabelle di marcia erano articolate su quattro principi di base fondamentali per l'implementazione dell'astrobiologia del programma NASA, compreso il principio che la comunità di astrobiologia riconosce di ampio interesse per il suo lavoro, specialmente in aree come la ricerca di vita extraterrestre. I quattro principi di base erano il raggiungimento di una comprensione più profonda della vita, il potenziale per progettare una nuova vita forma adatta a vivere su altri mondi, le implicazioni più ampie della scoperta della vita oltre la Terra,  immaginando il futuro della vita umana sulla Terra e nello spazio.

Ormai, la comunità di astrobiologia ha ampiamente riconosciuto l'importanza di pensare alla scienza nel suo contesto culturale. Nella roadmap del programmad i astrobiologia della NASA, la tappa che era prevista per il 2017 - (quella a cui il senatore Flake faceva riferimento) - mirava specificatamente ad identificare la necessità di affrontare questioni sociali, culturali, etiche e teologiche relative a lo studio delle origini della vita e la ricerca di prove di vita extraterrestre perché la comunità ha abbracciato questo sforzo come parte del suo lavoro in corso. L'astrobiologia è, e rimarrà, un mezzo produttivo per stimolare e sostenere dialogo accademico e pubblico sulle intersezioni tra scienza e cultura».

Sebbene non sembri essere propriamente un progetto finalizzato alla preparazione delle religioni del mondo alla scoperta della vita extraterrestre come affermato dal senatore Flake, ma piuttosto solo l’ennesimo progetto sul rapporto “vita extraterrestre vs civiltà umana”, rimane evidente come l’interazione tra l’agenzia spaziale statunitense e il Vaticano ad esempio, è prova della continua discussione sull’argomento, e sul fatto che la questione non sia trattata soltanto in modo ipotetico e teorico, ma che ci si preoccupa da decenni dell’impatto che un simile annuncio possa (o potrà) avere in tutti i settori della società.

Sarà forse per questo che per decenni si è ufficialmente e pubblicamente sempre negato e ridicolizzato l’argomento ufologico, mentre nel frattempo lo si indagava sotto ogni aspetto, come le ormai centinaia di migliaia di documenti desecretati oggi confermano? Sarà forse perché si aveva timore delle implicazioni che una tale consapevolezza avrebbe portato (e porterebbe) nella società umana, costringendola ad un rapido e inevitabile cambio di paradigma, che soltanto ora, una volta analizzate queste probabili conseguenze, si cominciano a fare le prime pubbliche aperture sull’esistenza di oggetti volanti non identificati e contatti alieni?

Stefano Nasetti

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Contatto Alieno: l’uomo chiama ET risponde?

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Aprile 2021)

Nel 1960 l’astronomo della Cornell University Franke Drake, inviò per la prima volta un segnale radio verso le stelle Tau Ceti ed Epsilon Eridani, dando inizio al Progetto Ozma. L’idea era di avvisare eventuali civiltà aliene della nostra esistenza.

Il segnale fu inviato dal telescopio da 25 metri di Green Bank alla frequenza di 1420 MHz (lunghezza d’onda 21 cm), che corrisponde alla riga spettrale dell’idrogeno neutro. I motivi di questa scelta furono essenzialmente due: da un lato l’atmosfera terrestre è particolarmente trasparente a quella lunghezza d’onda, in secondo luogo, essendo l’idrogeno l’elemento chimico più presente nell’universo, si pensò che fosse probabile che altre civiltà potessero utilizzare la sua frequenza di vibrazione per ricevere messaggi dal cosmo.

L’anno successivo fu tenuta una conferenza, sempre a Green Bank, dedicata al SETI. Il progetto, tutt’ora in corso, ha come obiettivo la ricerca di messaggi alieni. Durante quella conferenza lo stesso Drake formulò la sua famosa equazione che prende il suo nome, nella quale è stimato (qualitativamente) il numero di civiltà avanzate che potrebbero coesistere con noi nell’universo.

Parallelamente alla ricerca di segnali alieni però, l’umanità ha, nel corso della storia e in particolar modo negli ultimi 100 anni, inviato volontariamente o involontariamente, segnali nello spazio della propria presenza.

Da quando fu inventata la radio e poi con la televisione e oggi con i telefoni, i segnali elettromagnetici generati dall’umanità, si sono dispersi nello spazio in ogni direzione, superando ormai i confini stessi del nostro sistema solare. Viaggiando alla velocità della luce, i primi segnali radio emessi da Marconi e Tesla, hanno ormai raggiunto stelle distanti più di 100 anni luce da noi. Se ci fossero civiltà intelligenti che utilizzano una tecnologia simile, potrebbero averli captati ormai da tempo, comprendendo forse che noi siamo qui.

Se questi segnali della nostra presenza sono stati inviati involontariamente, oltre al primo tentativo di Drake, l’umanità ha tentato più volte e volontariamente di “lanciare” nel cosmo evidenze della nostra presenza.

Nel 1974 dal telescopio di Arecibo in Costarica, fu inviato un messaggio verso l’ammasso globulare di Ercole M13. In questo messaggio, ideato da Frak Drake e Carl Segan, composto in codice binario e secondo una tabella 23 x 73 elementi erano presenti indicazioni fondamentali sulla nostra civiltà:

  • I numeri da 1 a 10
  • I numeri atomici degli elementi quali idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno e fosforo
  • La formula degli zuccheri e basi dei nucleotidi del DNA
  • Il numero dei nucleotidi del DNA
  • Una rappresentazione grafica della doppia elica del DNA
  • Una rappresentazione grafica di un uomo e le dimensioni di un uomo medio
  • La popolazione della Terra
  • Una rappresentazione grafica del nostro sistema solare
  • Una rappresentazione grafica del telescopio di Arecibo.

La scelta della regione celeste verso la quale indirizzare il messaggi implicava che nessuna risposta sarebbe potuta giungere prima di diversi secoli. La costellazione di Ercole infatti, dista 25.000 anni luce da noi. Eppure nel 2001, nello Hampshire in Gran Bretagna, in un campo di grano vicino all’osservatorio di Chilbolton, apparve un pittogramma molto simile a quello raffigurante il messaggio inviato nel 1974 da Arecibo.

Il messaggio di Chilbolton fece molto “rumore” perché l’agroglifo era molto simile, all’apparenza, al messaggio di Arecibo. Sembrava essere dunque una risposta extraterrestre. C’erano infatti delle rilevanti differenze tra i due messaggi.

Il messaggio di Chilbolton, sebbene codificato allo stesso modo di quello di Arecibo, forniva informazioni diverse riguardo l’aspetto della figura raffigurata, gli elementi del DNA, la forma dell’elica del DNA, la popolazione del pianeta, la rappresentazione del sistema solare e quella dell’apparato di trasmissione. Gli alieni avevano dunque risposto?

Tutt’oggi si discute ancora sull’autenticità del messaggio. In molti sostengono che il messaggio di Chilbolton sia un falso, disegnato nottetempo da alcuni burloni nel campo di grano. A sostegno di questa tesi, evidenziano che nell’esatta zona di cielo verso cui il messaggio è stato inviato non ci sono stelle e pianeti. Pertanto è impossibile che in meno di 27 anni  (26,4 anno per la precisione) una civiltà possa averlo ricevuto e inviato una risposta. Si è parlato, come unico candidato accettabile, di un pianeta del sistema di Hercules 86, stella non dissimile dal nostro Sole, posta a 26,4 anni luce da noi sulla traiettoria non del tutto ideale (con una leggera deviazione di 17 gradi) seguita dal fascio radio, a suo tempo inviato verso l’Ammasso Stellare M13 di Ercole. Il tempo di circa 27 anni è più o meno, in effetti, il tempo richiesto al messaggio di Arecibo da noi inoltrato verso la Costellazione di Ercole nel 1974, per raggiungere quel sistema stellare alla velocità della luce. C’è un problema però. Se quella di Chilbolton fosse realmente una risposta proveniente da una civiltà presente in quell’area, visto è stata ricevuta già nel 2001 più o meno in tempo reale, senza che trascorressero altri 26 anni per il “viaggio di ritorno”, gli "Ercoliani" dovrebbero essere in grado di oltrepassare la velocità della luce, cosa che per quanto ne sappiamo appare impossibile, se non chiamando in causa i wormhole, i tunnel di Einstein-Rosen, teorizzati dal fisico Albert Einstein nel 1936.

Altri sostengono invece che il messaggio possa essere autentico, poiché ritengano sia talmente complesso da realizzare in una sola notte, da farne escludere la realizzazione umana.

A sostengo presentano alcuni calcoli.

A differenza di altri “cerchi nel grano” apparsi in precedenza nelle campagne dello Hampshire e in altri luoghi del mondo, all’interno del agroglifo di Chilbolton ci sono quasi un migliaio di angoli retti che,  nel  caso in cui fossero di origine umana,  sarebbero  stati  disegnati  di  notte  e  con  l’assenza  quasi  totale  di  luci,  ad eccezione di  quella  lunare. Una cosa difficile da credere e ancor più difficile da realizzare.

Già nel 2002, il  Dr.  Richard  Hoagland  e  il  Dr.  Michael  Bara, dell’Enterprise  Mission,  calcolarono che la probabilità per eventuali mistificatori di non commettere errori, e quindi di disporre gli oltre 800 angoli retti  senza  commettere  nessun  tipo  di  imprecisione (piegature  sbagliate delle spighe di grano,  imperfezioni  nelle  piegature,  etc.)  corrisponde  a 2x10-8,  quindi  una  probabilità  su  circa  duecento  milioni!

Ulteriori  studi  dei medesimi ricercatori, hanno  permesso  di  calcolare  il  tempo  approssimativo  che  5-6  persone  avrebbero  impiegato  per  la  realizzazione  dell’agroglifo di Chilbolton, tenendo  in  considerazione una   vasta gamma di variabili. Hoagland e Bara hanno stimato in almeno 31 ore il tempo necessario per la  realizzazione  di  un  tale  disegno. Ben più delle 8 ore di una notte.

Ma  i  dati  non  finiscono  qui.  Lo  stesso  team  di  persone  che  avesse  voluto  creare  tale  disegno,  avrebbe  dovuto  impiegare  un’ottima  fonte  di  luce  artificiale,  nonché  l’utilizzo  di  walkie-talkie. Il tutto senza che nessuno, né il proprietario del campo, né gli addetti al vicino osservatorio astronomico, si accorgessero di nulla.  Utilizzando  la  sola  luce  lunare come fonte di luce,  le  probabilità  di  realizzare con tale precisione quella figura  scendono  quasi  zero.  La  formula  finale  ottenuta  per  stimare  la  effettiva  probabilità  di  un  eventuale  creazione terrestre corrisponde così a7x10-11, cioè due probabilità su dieci miliardi!

In entrambi i casi, sia nell’ipotesi extraterrestre, sia nell’ipotesi terrestre, non ci sono evidenze oggettive e incontrovertibili che possano fugare qualunque dubbio, e il caso rimane aperto. Ritenere quello di Chilbolton una falso o una autentica risposta aliena, rimane ancora oggi una semplice opinione personale. Spacciarla per certezza, e non per opinione, in un senso o nell’altro è un atto intellettualmente poco serio e onesto, significa volersi ergere a detentori del sapere e tentare coscientemente di manipolare le persone che ascoltano o a cui ci si rivolge.

Stefano Nasetti

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Il contributo italiano al SETI

(Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista UFO INTERNATIONAL MAGAZINE nel numero di Aprile 2021)

Quello che comunemente si conosce come progetto SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) è in realtà l’insieme di più progetti di ricerca di segnali provenienti da eventuali civiltà aliene che si sono susseguiti, con vari nomi, senza soluzione di continuità negli ultimi sessant’anni. Il primo progetto (il Progetto OZMA) è iniziato negli Stati Uniti tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. L’attività di ricerca è poi proseguita con i progetti Cyclops nel 1971 (finanziato dalla Nasa), il progetto SERENDIP nel 1979 (di cui parleremo tra breve), il progetto META nel 1985 (che ha visto la partecipazione dell’illustre astronomo Carl Segan), il progetto MOP del 1992 (finanziato dalla Nasa), il progetto Phoenix nel 1993 (nato dalle ceneri del MOP e sostenuto dal Frank Drake Institute), i progetti “seti@home” e “seti@homell”, rispettivamente del 1999 e 2004 (con cui chiunque poteva mettere a disposizione il proprio computer di casa per analizzare i dati raccolti dal SETI, semplicemente installando un software), il progetto ATA (Alley Telescope Array, finanziato dal co-fondatore della Microsoft Paul Allen) e infine il Breakthrough Listen nel 2015 e ancora attivo (finanziato dal miliardario russo Yuri Milner)

L’Italia, nonostante abbia sempre dato il suo contributo nell’esplorazione aerospaziale, ha iniziato a partecipare attivamente alla ricerca SETI progetto soltanto nel 1997, in conseguenza di un evento storico che ha cambiato la visione dell’universo e del posto dell’uomo in esso, ridimensionando l’unicità della vita terrestre, fino ad allora considerata più che una semplice possibilità, quasi un dogma scientifico.

In quell’anno l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) ha ricevuto dall’università di Berkeley uno strumento, contenente un sistema di calcolo per ricercare eventuali evidenze elettromagnetiche emesse da eventuali civiltà extraterrestri, all’interno delle bande elettromagnetiche analizzate dai radiotelescopi italiani. Questo sistema si chiamava sistema SERENDIP.

Partito nel 1979 in California e promosso dall’Università di Berkeley, il progetto SERENDIP (acronimo di Search for Extra-Terrestrial  Radio  Emission for Nearby Developed Intelligent Population) che ha avuto la possibilità di utilizzare quello che era all’epoca il telescopio più potente del mondo, quello di Arecibo, è rimasto attivo per 19 anni quindi fino al 1998. Nonostante il progetto si stesse per concludere (sarebbe terminato nel 1998), da quel momento la comunità scientifica italiana, fino a pochi anni prima assolutamente scettica verso la vita extraterrestre, ha iniziato a partecipare quasi a tutti i successivi progetti SETI.

Il progetto SERENDIP mirava a cercare eventuali segnali tra quelli captati dai radiotelescopi, senza distoglierli dalla normale attività riguardante i tradizionali studi astronomici. Lo strumento SERENDIP 4, ricevuto dai ricercatori italiani dell’INAF che ancora oggi si occupano in Italia del progetto SETI, Stelio Montebugnoli (associato INAF e advisor del progetto SETI) e Claudio Maccone (associato INAF e DIrector for Scientific Space Exploration presso l’International Academy of Astronautic), venne collegato alla parabola, da 32 metri di diametro, di Medicina (BO) in parallelo alle osservazioni allora in corso. Così facendo il costo delle operazioni di ricerca SETI era praticamente ridotto al minimo. Il sistema SERENDIP cercava, tra i dati raccolti nella normale attività astronomica, un segnale definito “monocromatico”, cioè composta da una singola frequenza, che poteva essere evidenza della presenza di una civiltà in possesso di una tecnologia in grado di trasmettere.

Oggi gli scienziati italiani stanno sviluppando, ormai dal 2017, uno spettrometro per le antenne di Medicina, a costo ridotto, che usa dei componenti dei PC utilizzati per la ricerca, che sono comunemente reperibili in commercio.

Claudio Maccone è uno dei maggiori esponenti del SETI in Italia e nel 2012 ha fornito un grande contributo a questa ricerca, aggiornando la famosa Equazione di Drake alla luce delle ultime scoperte dei pianeti extrasolari. “I risultati delle più recenti ricerche hanno appunto rivelato, che i pianeti sono molto più diffusi di quanto si potesse immaginare cinquanta anni fa. Tutto ciò ha quindi reso indispensabile l’aggiornamento dell’Equazione di Drake, trasformandola appunto nella così detta Equazione di Drake Statistica.

Il risultato della nuova equazione ha dunque stabilito che il numero delle civiltà intelligenti della nostra galassia sarebbero approssimativamente 4.590. La nuova formula ha permesso anche di abbassare drasticamente la distanza media alla quale si troverebbero dalla Terra queste civiltà. Si stima, infatti, una distanza media di “soli” 2.670 anni luce dalla Terra, con il 75% di probabilità che almeno una di queste civiltà si trovi tra i 1.361 e i 3.979 anni luce da noi. Una distanza tuttavia pur sempre enorme, che sembrerebbe escludere ogni possibilità di comunicazione” (Brano tratto dal mio libro del 2015 “Il Lato Oscuro della Luna”).

Come rivelato da Claudio Maccone, in una intervista rilasciata al canale Youtube MEDIAINAF TV,  nel 2017, quando il progetto SETI è partito in Italia “gli scienziati SETI, gli ingegneri SETI venivano un po’ visti di malocchio, anche dalla stessa comunità scientifica, la quale non riconosceva la serietà di questi studi, perché l’attività principale era sempre su problemi di astrofisica”. Con il passare degli anni però, la situazione è cambiata perché e migliorata la strumentazione elettronica ma soprattutto perché, ha continuato Maccone, “nel 1995 è stato scoperto il primo pianeta extrasolare. Questo ha cambiato le carte in tavola, perché ha dimostrato (e ancora di più in tempi recenti) che quasi ogni stella ha un proprio gruppo di pianeti che gli gira intorno. Sono pianeti di tipo molto diversi naturalmente, e questo testimonia il fatto che i pianeti si sono formati nell’arco di miliardi di anni quando la stella si è evoluta. Ma questa scoperta è assolutamente fondamentale. Adesso noi siamo in grado di dire che non dovremmo essere soli, perché come noi siamo un pianeta che orbita intorno ad una stella, e sappiamo che la vita è iniziata sulla Terra circa 3,5 miliardi di anni fa - (oggi  sappiamo che la vita è apparsa addirittura prima, 3,94 miliardi di anni fa – ndr) – qualcosa di simile potrebbe essere successo su uno qualunque di quei pianeti là che abbia una situazione chimico-fisica paragonabile a quella della Terra”.

Oggi sappiamo addirittura che la vita può esistere, resistere e svilupparsi anche in condizioni diverse da quelle presenti comunemente sulla Terra, il che amplia ancor di più la possibilità dell’esistenza di vita aliena.

L’intervista rilasciata nel 2017 dal fisico italiano è stata particolarmente significativa, poiché ha ammesso limiti e capacità attuali della scienza e della comunità scientifica nazionale e internazionale. Un qualcosa di assolutamente raro da ascoltare, soprattutto in Italia, che fa onore all’onesta intellettuale di questo nostro illustre scienziato.

Il secondo punto – ha aggiunto ancora Maccone – è che, purtroppo, nonostante tutti i progressi dell’astronomia non siamo ancora in grado di discernere forme di vita sui pianeti extrasolari, se non in modo molto generico, ad esempio studiando le atmosfere di questi pianeti. Però ci sono delle missioni spaziali, come quella del telescopio spaziale Kepler della Nasa, che hanno contribuito ad un enorme quantità di sapere e quindi nei prossimi anni altre missioni spaziali ci porteranno ancora più dati e conoscenze, e quindi aumenterà la probabilità di trovare qualcun altro vivo. Bisogna fare però, una distinzione molto netta. Qualcun altro cosa vuol dire? Vuol dire meno evoluti di noi o più evoluti di noi? Noi abbiamo soltanto un esempio di evoluzione della vita in forma abbastanza completa, cioè noi stessi. Noi sappiamo che sulla Terra la vita ha avuto inizio grosso modo 3,5 miliardi di anni fa, a cominciare forse dal RNA che poi si è evoluto in DNA, ecc. e sappiamo che ci è stata un’evoluzione lenta, ma sempre più accelerata. Questo per la Terra, ma ciò è successo anche da altre parti? Questo noi non lo sappiamo , però l’ipotesi è Sì! Naturalmente la velocità di evoluzione dipenderà dalle condizioni fisico chimiche e io, come fisico teorico, devo dire che noi non siamo ancora in grado di calcolare con sufficiente precisione, la velocità evolutiva su pianeti diversi dalla Terra in diverse situazioni chimico fisiche. Tuttavia l’idea è che qualcosa del genere dovrebbe essersi verificata anche la”.

Maccone ha continuato esprimendo razionalmente il suo punto di vista, di uomo e soprattutto di fisico teorico, riguardo la vita extraterrestre.

“Io personalmente credo molto nella matematica, perché la matematica è universale perché 2+2 fa 4 per noi e fa 4 anche per gli extraterrestri e non è un’affermazione banale. Lasciatemi dire, tanto per dare una prova concreta, che le righe spettrali che tradiscono la presenza di elementi chimici sono esattamente le stesse nei laboratori degli uomini sulla Terra, sia nelle stelle. Noi guardiamo le stelle e le righe spettrali sono le stesse. Allora, dire che le righe spettrali sono le stesse ha delle implicazioni molto profonde. Vuol dire che la fisica e la chimica sono sostanzialmente le stesse ma (adesso faccio un’affermazione inconsueta): pure la matematica è la stessa, perché le righe spettrali si calcolano con la meccanica quantistica, che è una teoria molto avanzata della fisica. Si possono dare nomi diversi, ma le frequenze che poi vengono fuori devono essere le stesse. In conclusione sia chimica, sia la fisica, sia la matematica sono le stesse in tutto l’universo. Detto questo è possibile fare qualche considerazione più precisa. Cos’è successo a noi uomini negli ultimi tre secoli? È successa una rivoluzione intellettuale incredibile, perché la scienza ha cominciato ad affermarsi sempre di più. Nonostante tutti i tentativi di vari regimi politico-religiosi di ostacolarne il progresso, la scienza si è affermata. Non c’è stata modo di fermare la scienza”

A questo punto bisogna chiedersi: cosa potrebbe succedere in futuro? A questa domanda Claudio Maccone ha risposto così: “La più grande e rapida evoluzione che io ho visto negli ultimi cinquant’anni, è stata l’evoluzione dei computer. Questi incredibili strumenti di calcolo, all’inizio vennero considerati soltanto come degli eccellenti modi per fare calcoli difficili in un modo rapido e corretto. Man mano che gli anni son passati, un gruppo di esperti di computer ha cominciato a ragionare su quella che si chiama intelligenza artificiale, cioè un uso della logica matematica conferito alle macchine, per permettergli di decidere loro stesse che cosa fare in certe situazioni. Voglio dire una cosa, questa è una necessità e non è un lusso. È una necessità perché nelle missioni spaziali, la distanza tra la Terra e la sonda spaziale è talmente grande, che le onde elettromagnetiche, nonostante siano la cosa più veloce che ci sia,  impiegano ore per arrivare dalla Terra alla sonda e viceversa. Quindi la sonda spaziale deve essere dotata di  una propria intelligente, che è un’intelligenza artificiale, per prendere decisioni in loco che gli uomini non possono correggere dalla Terra in tempo reale. Se noi cerchiamo di guardare ancora più avanti nel futuro, secondo me potrebbe anche darsi che i computer raggiungano un tale grado di evoluzione che, a un certo punto, potrebbero anche prendere loro la guida della vita sulla Terra invece che noi. Questo, in America è stato studiato molto dettagliatamente, prende il nome di singolarità. Il momento in cui i computer potrebbero prendere loro il controllo della situazione potrebbe essere avvenire, secondo la previsione di alcuni studiosi statunitensi, nel 2045. Se questo è il prossimo stadio dell’evoluzione della vita, non c’è nulla che noi possiamo fare. Nell’ambito del SETI noi fino ad ora, non abbiamo riscontrato nessun segnale del tipo monocromatico. Potrebbe essere perché la vita, nella forma d’intelligenza artificiale, è andata talmente oltre le nostre capacità umane, che semplicemente noi non sappiamo neanche immaginare come potrebbero essere questi segnali, magari non fatti da onde elettromagnetiche ma basate su un fenomeno fisico attualmente allo studio che va sotto il nome di entanglement”.

Se ascoltare tali lineari, aperti, lucidi, sinceri e trasparenti ragionamenti  da un autorevole membro della comunità scientifica italiana rappresenta già un qualcosa di eclatante, che fa ben sperare per il futuro e fa riacquistare fiducia nella comunità scientifica, le conclusioni di Maccone sono ancor più sorprendenti.

La conclusione è questa: noi siamo dei principianti! Noi, come scienziati SETI,abbiamo fatto il meglio di quello che potevamo fare nella nostra piccola vita di poco più di cinquant’anni. Abbiamo dotato l’Italia, e più in generale il mondo, di strumenti di ricerca molto avanzati, ma questo non significa che l’umanità sarà sempre all’avanguardia. Potrebbe succedere che nuove forme di vita, basate sull’intelligenza artificiale, prima o poi prendano il nostro posto, in quello che è oggi chiamato Post Biological Universe, cioè l’universo post biologico”.

Dobbiamo dunque attenderci un contatto alieno non con forme di vita biologiche ma artificiali? Gli UFO avvistati e documentati nel corso della storia erano e sono, soltanto mezzi e sonde meccaniche automatizzate dotate di intelligenza artificiale? Gli alieni che molti sostengono di aver incontrato sono forse soltanto dei robot biomeccanici dotati di intelligenza artificiale. Una probabilità da non scartare e che, a quanto pare, tra gli scienziati SETI italiani è tenuta in grande considerazione.

Stefano Nasetti

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