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Tracce di un'antica globalizzazione

Viviamo in un modo globalizzato in cui per noi è ormai abbastanza semplice comunicare con ogni luogo della Terra. Con altrettanta facilità siamo in grado di spostarci sull’intera superficie del globo.

Ma se per noi abitanti del XXI secolo, tutto questo è quasi scontato, non lo era per le antiche civiltà del passato, “confinate” in una limitata e circoscritta area geografica, almeno fino alla fine del XV secolo, quando Colombo nel 1492, mettendo piede nel centro America, diede inizio all’epoca delle grandi esplorazioni e al primo contatto tra il mondo europeo, medio-orientale e le Americhe.Questo almeno, è quello che ci dice la storia ufficiale. Ma è realmente così?

Esistono prove tangibili che possono far supporre che alcune civiltà già nel passato, possano aver compiuto traversate oceaniche per colonizzare nuove terre o intrattenere rapporti commerciali con altre popolazioni indigene lontane?

Sappiamo con certezza che viaggi in America erano stati fatti già secoli prima da cavalieri templari e vichinghi. Ne sono state trovate inequivocabili tracce nel continente Nord americano. Su questo ormai anche gli storici tradizionali concordano. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, sono emerse altri indizi che ci possono far supporre che questi collegamenti o contatti tra antiche civiltà, fossero presenti ancor prima.

Esiste infatti, un’ampia casistica di analogie costruttive, iconografiche ed anche mitologiche, che fanno supporre che molte antiche civiltà dell’area mesopotamica e del bacino mediterraneo, fossero in contatto o avessero una “matrice” ovvero origine culturale comune alle civiltà del centro America. La storia ufficiale però non considera queste analogie come prova di un possibile contatto, spiegandole come semplici coincidenze. Ma siamo sicuri che la storia ufficiale sia corretta? Ci sono elementi più tangibili che possono far supporre che sia la versione della storia ufficiale ad essere sbagliata? Quali sono gli elementi che sono emersi in questi anni e che possono confermare l’esistenza di contatti tra civiltà passate o tentativi di esplorare il globo da parte di alcune di esse?

Esistono certamente elementi che vanno oltre la semplice possibilità che si tratti di analogie casuali. Ad esempio, così come gli egizi, alcune culture sudamericane utilizzavano un processo di mummificazione per la conservazione dei corpi dei defunti.

Un altro indizio sconcertante, riguardo un possibile contatto già in un remoto passato tra culture distanti migliaia di chilometri, fu portato alla luce dalla ricercatrice tedesca Balabanova. L’archeologa scoprì che le mummie egizie contenevano nicotina e cocaina, sostanze originarie del Sudamerica, che non potevano essere presenti, secondo la scienza ufficiale, in Africa e in Europa prima di Colombo. L’indagine fu ripetuta su moltissime mummie ed è stata confermata sopra ogni dubbio.

Sembra dunque che già la civiltà egizia abbia attraversato l’oceano Atlantico, e non solo. È probabilmente che gli egizi abbiano attraversato anche il Pacifico dal momento che in Australia sono state ritrovate strutture piramidali ( ma questo è ormai un qualcosa che stiamo scoprendo essere presente in tutto il globo) e addirittura dei geroglifici.

I geroglifici sono stati ritrovati nel 1900, nel Parco Nazionale di Brisbane Water e, secondo diversi archeologi e ricercatori, questi geroglifici risalirebbero alle prime dinastie egizie. Gli scribi che hanno creato queste incisioni lo avrebbero fatto con estrema precisione, e avrebbero adottato anche alcune variazioni “grammaticali” che non erano nemmeno presenti in testi geroglifici egizi fino al 2012. Ovviamente trattandosi di una scoperta potenzialmente rivoluzionaria, non mancano i pareri e le opinioni di altri egittologi che invece sostengono si tratti di un falso. Tuttavia in Australia, oltre alle citate strutture piramidali, sono state ritrovate anche diverse statuine raffiguranti scarabei oltre ad una statua che ricorda un babbuino, creatura sconosciuta in Australia. Certamente, se i geroglifici fossero veri, sarebbe la prova inequivocabile che le antiche popolazioni erano in grado di spostarsi per l’intero globo.

Ci sono evidenze poi, che questo fenomeno abbia riguardato anche altri popoli oltre agli egizi. Risulta infatti, che ci siano anche altri luoghi nel mondo in cui sono state ritrovate scritture proprie di civiltà distanti migliaia di chilometri.

Nella seconda metà del secolo scorso, nella località di Chua, a 70 chilometri da La Paz, presso il lago Titicaca, venne ritrovato da alcuni agricoltori, un reperto archeologico che ancora oggi fa discutere in quanto ritenuto da molti un Oopart. Il reperto oggi noto con il nome di Fuente Magna, è rimasto dimenticato e non studiato nei magazzini del museo archeologico della cittadina boliviana per oltre 25 anni. Soltanto nel 1995, durante le operazioni d’inventario di tutti i reperti esposti e non, presenti nella piccola struttura museale, rispuntò fuori il reperto, attirando la curiosità degli addetti ai lavori.

Il Fuente Magna è sostanzialmente un vaso, molto simile ad una enorme ciotola, su cui sono presenti bassorilievi zoomorfi nella parte esterna, e una serie di scritture e incisioni nella parte interna, accompagnate quest’ultime, da una solitaria figura zoomorfa.Il vaso è stato datato e risulta risalire al 3.500 a.C. Questa datazione assai più antica di quella riguardante le varie civiltà sudamericane (secondo la storia e l’archeologia ufficiale, la regione boliviana non conobbe forme di civiltà evolute fino alla seconda metà del secondo millennio a.C., periodo al quale viene fatta risalire la prima fase di costruzione della città di Tiahuanaco nel 1.200 a.C. circa), risulta ancora più particolare se si tiene conto che, parte delle iscrizioni presenti nella parte interna del manufatto, sono scritte con caratteri sumerici o proto sumerici. L’identificazione univoca di questo tipo di scrittura è stata eseguita da archeologi tradizionali, quindi in questo caso non c’è alcun dubbio sull’autenticità della scrittura, mentre si potrebbe eventualmente discutere su come questo reperto di fattezze sumere, possa essere arrivato lì.

Nel 1960 poi, nel sito di Pokotia, a circa 2 chilometri dalla città di pietra di Tiahuanaco,in Perù è stata ritrovato un monolite in pietra di fattezze antropomorfe, alta circa 170 cm che riporta iscrizioni nella stessa lingua (proto sumerica) presente sul Fuente Magna. Sembra quindi che, ancor prima degli egizi, anche i Sumeri fossero riusciti, forse casualmente, ad attraversare l’Atlantico.

La teoria della scoperta occasionale sembra supportata dal fatto che i popoli antichi, in questo caso i Sumeri, erano buoni naviganti e potrebbero aver circumnavigato l’Africa partendo dal Mar Rosso e dirigendosi inizialmente verso il Capo di Buona Speranza.

Una volta giunti presso le isole di Capo Verde però, i venti contrari (ovvero gli alisei), li avrebbero spinti verso il Brasile e così sarebbero giunti inizialmente in Amazzonia. Secondo questa teoria, il secondo popolo di navigatori che giunse occasionalmente nelle Americhe, furono i Fenici, che però lasciarono nel continente sud americano forse molte più evidenze archeologiche e, anche in questo caso, tracce “linguistiche”.

Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo). Secondo quanto riportato nel libro di Schwennhagen, Umfredo IV aveva descritto i viaggi del re Hiram di Tiro (993 a.C.), e re Salomone di Giudea (960 a.C.) nelle lingue locali. Secondo Schwennhagen la lingua Tupi Guaraní avrebbe la stessa origine delle lingue medio-orientali e, in particolare mostrerebbe molte similitudini con la lingua sumera.

È possibile citare, come evidenze archeologiche a sostengno di questa tesi, la Pedra di Gavea e la Pedra d o Ingá. 

La prima, ubicata presso Barra da Tijuca nello Stato di Rio de Janeiro, riporta dei petroglifi che sono stati parzialmente decifrati dallo studioso Bernardo de Azevedo da Silva Ramos così: “Qui Badezir, re di Tiro, figlio più vecchio di Jetbaal”. L’iscrizione risalirebbe quindi all’incirca all’840 a.C., in quanto Jetbaal regnò fino all’847 a.C

La Pedra do Ingá, invece, si trova nello stato di Paraiba, in Brasile ed è un enorme masso orizzontale lungo circa 24 metri e alto 3 metri. In totale vi sono più di 450 disegni incisi nella roccia. La maggioranza di queste incisioni sono apparentemente astratte, ma secondo alcuni ricercatori avrebbero una lontana affinità con la lingua ittita.

Per rimanere in tema di scritture geroglifiche, c’è poi da citare l’analogia (vedi l’immagine all’inizio dell’articolo) tra la scrittura Rongorongo della civiltà Rapanui dell’isola di Pasqua con quella delle civiltà che abitavano la valle dell’Indo. La scrittura Indus della civiltà Harappa, utilizzata tra il XXVI e il XX secolo a.C. nella Valle dell’Indo, attuale Pakistan, riportata su vari “sigilli” trovati nei pressi di Mohenjo-daro, presenta sorprendenti somiglianze con la scrittura che si sviluppò sull’Isola di Pasqua. Qui le similitudini sono evidenti anche agli occhi di un profano.

È importante sottolineare che si tratta di civiltà distanti nel tempo oltre duemila anni e separate dall’oceano indiano e pacifico. Forse, la civiltà che sorse nella Valle dell’Indo, per motivi di natura commerciale, iniziò a navigare in ogni direzione. Possiamo verosimilmente ipotizzare che forse si spinsero nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, fino a giungere proprio sulla misteriosa Rapa Nui, dove lasciarono tracce evidenti del loro passaggio.

Se per spiegare le analogie architettoniche e mitologiche tra civiltà del passato è possibile, sebbene personalmente il tutto mi sembri semplicistico e poco probabile, avanzare l’ipotesi che si tratti di semplici coincidenze, quando si trovano analogie linguistiche tutto cambia, perché la lingua è il prodotto di una moltitudine di fattori, in cui quelli locali hanno un peso maggiore. Direi che le analogie linguistiche, sommate a tutte le altre riscontrate (architettoniche, iconografiche, mitologiche, ecc) siano sufficienti per porsi quantomeno la domanda riguardo la correttezza della storia così come ci viene raccontata da sempre.

Stefano Nasetti

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Il contatto alieno non fa paura

La maggioranza della popolazione mondiale è cresciuta in una cultura che per millenni ha sostenuto e propagandato l’idea che l’uomo è l’unica forma di vita nell’universo, interpretando le storie di un eventuale contatto alieno avvenuto ripetutamente nel passato in diverse civiltà e in diversi luoghi del globo, come storie di fantasia, relegandola a pura e semplice mitologia.

Nonostante il dibattito sulla vita extraterrestre e sulla pluralità dei mondi risalga addirittura al 600 a.C. ai tempi di Talete, e che tutte le civiltà del passato abbiano chiaramente fatto riferimento, nei propri miti, alla discesa dal cielo di esseri delle stelle, la visione antropocentrica del mondo e dell’universo stesso ha prevalso sulla spinta soprattutto delle religioni monoteiste, con particolare riferimento alle elaborazioni teologiche del cristianesimo, dell’islamismo e dell’ebraismo.

Dopo centinaia di anni, questa idea è divenuta un dogma ,benché il dibattito sulla possibile esistenza di altre civiltà intelligenti non sia stato mai, nel corso dei secoli, del tutto sopito. Quando, soprattutto negli ultimi cinquant’anni, è tornato alla ribalta l’argomento extraterrestre, è stato inevitabile che questo fosse vissuto in modo negativo.

Al netto delle opinioni sinceramente poco possibiliste qualcuno, dei meno rispettabili proclami e dichiarazioni diffamatorie di alcuni, e quele opportunistiche e saccenti di altri, tutte le persone che hanno preso in considerazione questa apparentemente irrealistica possibilità, hanno certamente vagliato il tutto con un non biasimabile senso di timore. Se da un lato l’idea di entrare in contatto con altri esseri intelligenti poteva affascinare, dall’altro i timori prendevano il sopravvento. La domanda che su tutte alla fine finiva per prevalere era: questi alieni verranno in pace?

D’altro canto tendiamo legittimamente ad aspettarci che gli altri si comportino come (se non peggio) abitualmente ci comportiamo noi, e l’essere umano, così come dimostra la storia sia passata sia presente, non è certo un essere pacifico.

Nei testi sacri delle stesse religioni monoteiste che hanno contribuito ad escludere l’esistenza di altri esseri intelligenti nell’universo, è evidente come gli uomini (un po’ per indole e un po’ per eseguire gli stessi dettami del presunto “Dio”), sono protagonisti di battaglie, conquiste e stermini che vanno ben oltre la semplice volontà di prevaricare altri individui. Questi scritti ci narrano di crudeltà perpetrate su altri uomini, donne, bambini, animali e cose, crudeltà che non può essere giustificata e compresa come normale e logica conseguenza della lotta alla sopravvivenza. Se l’indole umana si è rivelata tutt’altro che pacifica e disinteressata, come possiamo immaginare che altre creature sconosciute lo siano?

Va da sé che l’eventuale contatto extraterrestre possa essere vissuto con ragionevole timore, proiettando in creature sconosciute quelle caratteristiche o attitudini che si sono dimostrate, almeno fino a questo momento, forse peculiarità dell’essere umano.

Dai primi libri di fantascienza fino ai film hollywoodiani dei primi anni ’90, il tema del contatto alieno è stato raccontato sempre (salvo rare eccezioni) come ostile. Più che un contatto tra civiltà diverse, si trattava soprattutto di una vera e propria invasione della Terra, perpetrata da alieni al fine di depredarla delle sue risorse o per sterminare il genere umano.

Poi le cose sono gradualmente cambiate. La scoperta nel 1996 dei primi esopianeti, ha rispolverato nella mente di gran parte della comunità scientifica ufficiale, da sempre scettica all’esistenza di civiltà aliene e allineata alla tradizionale visione antropocentrica, l’idea che quella della vita extraterrestre potesse essere una possibilità tutt’altro che da scartare. Così, da quel momento, anche la comunicazpubblica ione di questa idea ha assunto una connotazione più positiva. Il dibattito sulla possibilità di un contatto extraterrestre si è ampliato ed ha trovato, sebbene ancora con una prevalenza nelle dichiarazioni ufficiali di scetticismo, ilarità, sempre maggiore diffusione anche al di fuori dell’ambito letterario e cinematografico.

I racconti sempre più numerosi di contatti alieni, narrati ora dai sedicenti protagonisti, non riguardavano più soltanto aspetti e circostanze vissute con paura e timore, ma mettevano spesso in risalto la positività dell’incontro. In questi racconti il tema centrale non era più il contatto in sé, l’aspetto tecnologico della circostanza o la descrizione fisica degli alieni, quanto piuttosto il “messaggio” positivo che l’evento lasciava nella vita dei protagonisti, messaggio non personale ma globale.

Se negli anni passati la maggioranza delle persone che sosteneva di aver vissuto un’esperienza di contatto extraterrestre (indipendentemente che questa fosse stata vissuta o no positivamente), aveva forti reticenze a raccontarla, spesso per la paura di non essere creduta e additrittura derisa, oggi la cosa è diametralmente cambiata. Ora sembra quasi che ciascuna di queste persone senta l’obbligo, ancor prima della necessità, di parlarne, raccontando le sensazioni positive provate e cercando di trasferire agli altri il “messaggio positivo” che ritiene di aver ricevuto, al fine di aiutare il genere umano a progredire, soprattutto da un punto di vista spirituale.

Non è questa la sede per scendere nei dettagli di un discorso complesso e complicato come quello del tema ufologico, sulla sua veridicità e sull’impatto che questa idea o fatto, ha (e ha avuto in passato) sulla storia, sull’evoluzione e sulla psiche del genere umano, per il cui approfondimento rimando a quanto già ampiamente trattato nei lavori già pubblicati.

L’evidente cambio di atteggiamento da parte delle istituzioni, che non può trovare giustificazione nelle sole ufficiali e ampliate conoscenze scientifiche e archeologiche, è stato pianificato decenni prima (come emergerebbe da alcuni documenti americani desecretati degli anni ’60)? Questo cambio di atteggiamento è la prova evidente che siamo nel bel mezzo di una campagna mediatica preparatoria per l’accettazione di questa ineluttabile realtà?

Il cambio di considerazione da negativa a positiva che quest’idea ha avuto soprattutto negli ultimi venticinque anni, sembra aver mutato la comune percezione del fenomeno, questo è almeno quanto risulta dai risultati di tre ricerche pubblicate sulla rivista Frontiers in Psychology, condotte negli Stati Uniti, dall’Arizona State University.

Le ricerche si sono basate sull’analisi di articoli usciti su quotidiani e riviste. Si tratta della prima volta che uno studio, sebbene su un campione molto limitato di popolazione, si occupa di rilevare la percezione di questo fenomeno.

Nel primo studio sono stati passati in rassegna gli articoli pubblicati dal 1996, anno della scoperta del meteorite marziano ALH84001 in cui si evidenziava la presenza di strutture fossile di probabile origine biologica, alle più recenti notizie sulla possibile megastruttura artificiale aliena attorno alla stella Tabby, o ancora al sistema Trappist-1 in cui è stata rilevata la presenza di almeno tre pianeti potenzialmente adatti a ospitare la vita. Analizzando il linguaggio dei giornali con l'aiuto di un software, sono emersi emozioni e atteggiamenti quasi sempre positivi. Questo studio ha quindi evidenziato il mutato atteggiamento dei mass media nell’approccio a quest’argomento.

Nel secondo studio gli stessi ricercatori hanno chiesto a 500 persone di scrivere le loro possibili reazioni all'annuncio della scoperta di vita extraterrestre in forma di microrganismi. Anche in questo caso le risposte sono state ottimiste.

Nel terzo studio è stato chiesto a più di 500 persone di scrivere le loro reazioni su due scoperte del passato descritte nei giornali: le possibili tracce di antichi microrganismi su un meteorite marziano e la creazione di vita umana sintetica in laboratorio. Anche in questo hanno prevalso le emozioni positive. "Tutto ciò – ha affermato il coordinatore dello studio Michael Varnum - indica che se dovessimo scoprire che non siamo soli, prenderemmo la notizia piuttosto bene".

Ora che anche alcuni settori del mondo scientifico sembrano pronti ad accettare questa idea, non ci resta che attendere l’eventuale annuncio ufficiale che potrà avvenire soltanto con l’avallo delle Autorità politiche. Nel frattempo, mentre la maggioranza delle persone attende che gli sia detto cosa pensare e cosa credere, tutti gli altri dalla mente più aperta e indipendente, possono documentarsi e farsi la propria opinione, vagliando seriamente questa possibilità.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Gli Ufo in epoca romana

Siamo spesso abituati ad ascoltare da chi non ritiene possibile il contatto extraterrestre e falso il fenomeno ufo in generale, che tutto questo è frutto di suggestioni moderne e nulla più.

Già in un articolo precedente ho illustrato come esistano casi documentati già centocinquanta anni fa, ancor prima del volo dei fratelli Wright.

In quest’articolo voglio ora proporre alcuni passi di testi di epoca romana in cui si parla di eventi che oggi noi definiremmo avvistamenti di Ufo. Questo dovrebbe essere sufficiente una volta per tutte, quantomeno a tacitare la superficiale, qualunquistica e forviante obiezione che viene diffusa dai saccenti conservatori delle idee tradizionali.

“[…] Lo storico romano di origine ebraica Giuseppe Flavio nel suo scritto “Guerra Giudaica”, opera pubblicata nel 75 d.C. in greco ellenistico, racconta la storia di Israele dalla conquista di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane (164 a.C.) alla fine della prima guerra giudaica 74 d.C. L’opera è considerata una fonte storica attendibilissima dalla scienza accademica. In questo scritto Giuseppe Flavio racconta un evento che lui stesso definisce “incredibile”. Flavio scrive (Tratto dal libro VI – eventi precedenti la caduta di Gerusalemme): “Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall'altra la conferma delle sventure che seguirono.

Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città.

Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti, riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: Da questo luogo noi ce ne andiamo.”

Cosa ha descritto Flavio?

Sebbene come detto Giuseppe Flavio sia considerato uno storico attendibile, il passo sopra citato è molto noto e allo stesso tempo, molto controverso. Spesso viene liquidato dagli scettici dell’argomento ufologico, come un’allucinazione che lo storico, insieme ad altri testimoni, ebbe in quei giorni. Ma mi chiedo, è davvero così?

In epoca romana, lo storico del IV secolo d.C. Giulio Ossequente, nel libro il "Prodigiorum Liber" (la versione oggi conosciuta è stata stampata per la prima volta a Venezia da Aldo Manuzio nel 1508, un'edizione ricavata da un manoscritto rinvenuto e copiato in Francia e andato perduto), raccolse e riportò la descrizione di una serie di insoliti eventi avvenuti nei cieli di Roma e nei suoi domini, definiti appunto ”prodigia”, in epoca romana. I fatti narrati sono tutti tratti dalla storia narrata da Tito Livio. Ne riporto alcune che ritengo più significativi.

Nel 171 a.C. “Nel consolato di Lucio Postumio Albino e di Marco Popilio Lenate, in Lanuvio (località nei pressi di Roma) fu veduta in cielo, una grandissima armata navale

Nel 91 a.C. “Nel consolato di Gaio Valerio e di Marco Erennio, a Bolsena (località nei pressi dell’omonimo lago del Lazio) una luce diffusa fu vista all’alba splendere nel cielo; essendosi concentrata in un sol punto, la luce assunse un aspetto bruno come il ferro; il cielo fu visto aprirsi e nell’apertura di quello apparvero dei vortici di fiamma che si avviluppavano insieme”.

Nel 89 d.C. “Nel territorio di Spoleto un globo di fuoco di colore dorato cadde a terra ruotando su se stesso. Quindi sembrò aumentare di dimensioni, ed elevandosi da terra ascese verso il cielo, dove oscurò il disco del sole con il suo splendore. Si allontanò poi verso il quadrante orientale del firmamento".

Nel 98 d.C. "Quando C. Mario e L. Valerio erano consoli, a Tarquini, da luoghi diversi fu vista cadere improvvisamente dal cielo una cosa simile ad una torcia fiammeggiante. Al tramonto un oggetto volante circolare, simile per forma ad un ardente clypeus (scudo dei legionari romani) fu visto attraversare il cielo da ovest ad est".

Queste dettagliate descrizioni di oggetti metallici che giungono fino a terra per poi risalire verso il cielo, non sembrano per nulla riconducibili a fenomeni atmosferici e neanche compatibili con la caduta di fulmini meteore o cose simili. Dunque cosa erano? Tutte allucinazioni?

Nella primavera del 312 a.C., Costantino invase l’Italia e dopo aver sconfitto le truppe romane nella battaglia di Torino e quindi nella battaglia di Verona, si diresse verso Roma tramite la via Flaminia, per accamparsi sulla riva destra del fiume Tevere a poca distanza dal ponte Milvio. Secondo le cronache storiche ufficiali, Costantino era deciso a sconfiggere Massenzio, allora imperatore, e a prendere Roma. Tuttavia si racconta come una volta arrivato nei pressi della città, si fosse preoccupato nel costatare che Massenzio disponeva di un esercito numericamente più forte del suo. Massenzio aveva infatti, verosimilmente a disposizione, secondo gli storici più attendibili, oltre 100.000 soldati tra fanti e cavalieri, mentre Costantino soltanto 40.000. Nei giorni che precedettero la battaglia (28 ottobre 312 a.C.), si racconta (dallo scrittore cristiano Lattanzio, precettore dei figli di Costantino, nell’opera “De mortibus persecutorum”, scritta poco dopo i fatti) che la notte prima della battaglia, Costantino avrebbe ricevuto in sogno l'ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati, un segnale celeste divino. L'episodio è raccontato anche nell’opera “Vita di Costantino”, scritta dal vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325.

Secondo questa versione, i fatti si svolsero in pieno giorno ed in presenza di numerosi testimoni. Poco dopo mezzogiorno, Costantino ed il suo esercito assistettero ad un evento celeste prodigioso: l'apparizione di un incrocio di luci sopra il sole accompagnate dalla scritta “In hoc signo vinces” (dal latino "con questo segno vincerai”, in realtà sembra che la scritta fosse in lingua greca). Costantino avrebbe dunque chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito su una religione, il cui contenuto non gli era ancora noto e impose alle sue truppe di apporre sui vessilli e sugli scudi il simbolo cristiano del Chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP sovrapposte.

Nonostante le forze numeriche in campo non giocassero dalla sua parte, Costantino vinse la Battaglia di Ponte Milvio, diventando imperatore di Roma ed istituendo il cristianesimo come religione di Stato.

Cosa vide veramente Costantino? Se l’evento non si fosse verificato, Costantino avrebbe vinto lo stesso la battaglia pur disponendo di un esercito notevolmente più esiguo rispetto a quello di Massenzio? In ogni caso, cosa sarebbe stato della religione cristiana? Questo episodio può essere considerato come la prova di un’ingerenza nella storia umana, da parte di entità extraterrestri, atto a indirizzarne il procedere in una determinata direzione, sovvertendo l’ordine apparente delle cose? Interessante suggestione. […]” (Brano tratto dal libro Il lato oscuro della Luna

Molte altre sono le evidenze sul fenomeno Ufo nel passato fino ai tempi d’oggi. Continuare ad ignorarle è una scelta personale, così come lo è quello di continuare a credere cecamente nelle affermazioni delle autorità scientifiche e non sul fenomeno.

Stefano Nasetti

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Il ghiaccio blocca gli extraterrestri?

Gli astronomi della divisione di Scienze Planetarie dell’American Astronomy Society di Provo, nello Utah, hanno formulato una nuova ipotesi per spiegare la mancanza di segnali provenienti da altre civiltà tecnologicamente avanzate, che potrebbero essere presenti già ora anche nel nostro sistema solare.

L’ipotesi avanzata, applicabile anche a pianeti extrasolari, potrebbe spiegare anche il cosiddetto paradosso di Fermi, secondo il quale l’assenza di segnali sarebbe la prova che siamo soli nell’universo.

Il paradosso di Fermi (sintetizzato nella frase: se l’universo è pieno di civiltà extraterrestri, dove sono tutti quanti?) è spesso chiamato in causa da chi non crede nell’esistenza di altre civiltà extraterrestri avanzate, presenti ancora contemporaneamente alla nostra. E’ inutile rilevare come il paradosso di Fermi sia oggi soltanto un concetto anacronistico, se si tiene conto dei nostri attuali progressi tecnologici, della nostra aumentata conoscenza scientifica e della maggior consapevolezza del funzionamento e della vastità dell’universo. Oggi infatti, siamo un pochino più coscienti del fatto che la nostra conoscenza è limitata, così come lo è la nostra capacità tecnologica.

Formulare e sostenere verità assolutistiche, escludendo quindi ogni altra ipotesi scientificamente possibile, solo sulla base delle nostre limitate conoscenze e capacità tecnologiche, rappresenta soltanto un atto di arroganza, manifestazione della presunzione umana, oltre che una forzatura scientifica e un insulto all’intelligenza. Tutto questo rende il paradosso di Fermi un mero appiglio per i negazionisti dei fenomeni ufologici e per gli scienziati e i politici conservatori, a cui la scoperta o l’evidenza dell’esistenza di forme di vita extraterrestri, causerebbero soltanto problemi, sia di credibilità di fronte all’opinione pubblica (poiché hanno sempre negato perentoriamente l’esistenza degli alieni) e sia di prestigio e potere.

Secondo un articolo apparso sul sito web della rivista Science, lo scienziato planetario Alan Stern del Southwest Research Institute in Boulder, in Colorado, ha ipotizzato che la mancanza di segnali di civiltà extraterrestri sarebbe dovuta alla presenza del ghiaccio.

Negli ultimi anni gli astronomi hanno potuto rilevare come gli oceani siano abbastanza comuni sia nel nostro sistema solare sia, probabilmente, in altri sistemi stellari. Ad esempio ciò è vero per diverse lune di Giove come Europa, Callisto e Ganimede, di Saturno come Encelado e di Nettuno o anche per Plutone.

A conferma di ciò, proprio in questi giorni infatti, la Nasa  ha ridefinito le caratteristiche dei pianeti esterni al Sistema Solare in grado di ospitare la vita. Lo ha fatto con un modello nel quale sono indicati i parametri in base ai quali i mondi alieni potrebbero essere abitabili. Il risultato della ricerca, coordinata dall'Istituto Goddard della Nasa (GISS) e dall'Istituto di tecnologia di Tokyo, è pubblicato sull'Astrophysical Journal.

Il nuovo modello riguarda al momento solo i pianeti quasi completamente occupati da oceani. Un mondo alieno è infatti considerato potenzialmente abitabile se la sua temperatura consente all'acqua di essere presente in superficie allo stato liquido per un tempo sufficientemente lungo a consentire alla vita di prosperare.

Questi mondi hanno tutti ghiaccio d'acqua come elemento principale delle loro superfici. Su questi corpi celesti, il ghiaccio forma montagne torreggianti e canyon incrinati in superficie, ma è pensiero ormai diffuso tra gli astronomi e gli astrobiologi, che nelle profondità ci sia acqua liquida e salata.

Le aperture idrotermali su questi oceani ghiacciati, potrebbero immettere sostanze nutritive nel loro ambiente, simile agli ecosistemi che si trovano in fondo agli oceani della Terra. Questa sorta di vivai o serre cosmiche, schermando attraverso il ghiaccio i raggi cosmici, potrebbero essere addirittura più produttivi e fecondi, dal punto di vista biologico, degli ambienti simili presenti sul nostro pianeta.

Secondo Alan Stern, la maggior parte delle creature extraterrestri si potrebbe essere sviluppata nelle profondità degli oceani dei loro pianeti. Se gli organismi viventi nell’oceano di questi mondi gelidi si fossero evoluti in creature intelligenti, probabilmente non avrebbero conosciuto il cielo notturno, lo spazio cosmico e anche altre civiltà come la nostra ad esempio. Lo strato di ghiaccio avrebbe impedito loro di emettere segnali captabili da noi o di ricevere quelli inviati dalla nostra civiltà.

L’ipotesi formulata non si basa su nuove prove o scoperte, ma per la prima volta riuscirebbe a dare una spiegazione alla mancanza di segnali alieni legandola alla prevalenza di mondi oceanici e gelidi.

L'idea è intrigante, anche se non è necessario invocare il paradosso di Fermi” ha affermato lo psicologo Douglas Vakoch, presidente del METI (Messaging Extraterrestrial Intelligent) un’organizzazione non profit con base a San Francisco che si occupa della ricerca di messaggi extraterrestri.

 “Le indicazioni biochimiche della vita sono semplicemente difficili da individuare a distanza e probabilmente serviranno nuovi telescopi e tecniche per trovarle” ha replicato Alan Stern “ Se gli extraterrestri non ci trovano, in primo luogo potrebbe essere perché decidono che la comunicazione a lunga distanza non è valida, soprattutto se pensano che tutti gli altri siano intrappolati nelle loro proprie piccole bolle gelide”.

Stiamo parlando ovviamente d’ipotesi, che al pari di quelle che vogliono solo l'uomo rappresentare la vita intelligente, così popolari nella comunità scientifica più conservatrice, sono pur sempre delle possibilità da tenere presenti, ed è interessante poter sottolineare come il tema sul contatto extraterrestre è quotidianamente presente in ambito scientifico e non solo argomento per appassionati di fantascienza, come erroneamente si crede e si cerca di far passare.

Il futuro ci dirà presto chi ha torto o chi ragione. Avere a riguardo una posizione di equilibrio, aperta e scientificamente ragionavole appare, in attesa di riscontri, la strada più opportuna. Ciascuno può improntare la sua idea più o meno all’ottimismo o al pessimismo, è legittimo che ciascuno abbia il proprio pensiero. Tuttavia si spera che la propria idea a riguardo, sia sempre intellettualmente onesta e non sia forviata da ragioni di opportunità o interessi economici e personali, e/o legata all’appartenenza a determinati gruppi sociali o comunità di lavoro, in cui l’idea divergente è ridicolizzata.

La storia dimostra che gli insensati assolutismi, anche in ambito scientifico, alla fine devono fare i conti con la realtà e spesso chi li ha generati, cavalcati e sostenuti, ne esce nel migliore dei casi, fortemente ridimensionato.

L’argomento vita extraterrestre non dovrebbe essere un tema su cui dividersi, ma al contrario un qualcosa che unisce, dal momento che metterebbe la civiltà umana, tutta, a confronto con altre forme di vita.

Stefano Nasetti

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Usa e Russia insieme per una stazione spaziale in orbita lunare

Mentre sulla Terra Stati Uniti e Russia (e ancor prima l’Unione Sovietica) continuano da decenni ad essere apertamente in contrasto, portando il mondo più volte sull’orlo dell’olocausto nucleare, al di fuori dell’atmosfera terrestre, sembra invece che tutte le divergenze, non solo ideologiche, tra questi due Paesi, vengano di colpo appianate.

Dopo l’iniziale rivalità configuratasi con la celebre “corsa allo spazio” avvenuta nel secondo dopoguerra, che aveva registrato vittorie alterne con l’Unione Sovietica prima nazione a mettere in orbita un satellite artificiale (lo Sputnik) e il primo uomo ad orbitare attorno alla Terra (il cosmonauta Yuri Gagarin), e gli Stati Uniti prima nazione a far sbarcare un uomo sulla superficie della Luna, le due nazioni smisero di rivaleggiare.

I programmi spaziali delle agenzie dei due Paesi proseguirono in modo indipendente e, benché gli obiettivi fossero spesso analoghi (esplorazione ed invio di sonde sulla superficie di Venere e Marte, costruzione di stazioni spaziali orbitali) il clima di aperta rivalità, cambiò drasticamente dopo l’allunaggio americano del 1969.

Oggi, nonostante il clima politico sia nuovamente incandescente e i rapporti tra Stati Uniti e Russia siano tornati nuovamente abbastanza tesi, incredibilmente si ripete ancora una volta ciò che è già avvenuto in passato, vale a dire l’abbastanza sorprendente decisione delle due agenzie spaziali, la Nasa e la Roscosmos, di collaborare per la realizzazione di una missione spaziale comune.

Nel corso dell’International Astronautical Congress, tenutosi in Australia alla fine del Settembre 2017, il capo di Roscosmos Igor Komarov, ha annunciato che “la Nasa e il Roscosmos hanno deciso di costruire insieme una nuova stazione spaziale, la Deep Space Gateway, questa volta posizionata nell'orbita lunare”.


I primi moduli potranno essere lanciati nel 2024-2026. L'accordo, secondo quanto riporta l'agenzia Interfax è preliminare e dovrà essere stilato a livello governativo. 

Igor Komarov ha aggiunto: “Inizieremo con la costruzione della stazione orbitante, poi, una volta che le tecnologie saranno testate, potranno essere utilizzate sulla superficie della Luna e, più tardi, su Marte”. Anche la Cina, l'India, il Brasile e il Sudafrica, tutti Paesi interessati allo sfruttamento delle risorse minerarie lunari, potrebbero prendere parte al progetto. Le parti hanno avuto una discussione preliminare sul loro contributo al progetto.

I precisi aspetti tecnologici e finanziari dei partecipanti a Deep Space Gateway verranno discussi nella fase successiva dei negoziati. “Abbiamo appena firmato una dichiarazione congiunta d'intenti per lavorare sulla stazione orbitante lunare: missioni su Luna e Marte saranno considerate in futuro. La costruzione da uno a tre moduli e lo sviluppo di un sistema di attracco unificato per tutti i tipi di navicelle spaziali possono essere il nostro contributo; inoltre - ha concluso Komarov - la Russia intende usare i nuovi razzi da carichi pesanti in progettazione per portare gli elementi della stazione nell'orbita lunare”.

Non è certamente la prima volta che i due Paesi collaborano. Lo stanno facendo anche negli ultimi anni. A seguito del pensionamento delle navette Shuttle, le navette russe Sojuz hanno spesso rappresentato l’unica possibilità di rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che vede spesso astronauti dei due Paesi collaborare assieme.

Tuttavia la collaborazione alla realizzazione della ISS da parte della Russia fu inizialmente stato marginale, dal momento che per anni prima l’Unione Sovietica e poi la Russia, avevano costruito e mantenuto in vita una loro stazione spaziale, la Mir, abbandonata e poi distrutta come da programma, nel 2001.

Benché la Russia fosse già coinvolta nello sviluppo della ISS dunque, la sua piena partecipazione al progetto iniziò soltanto dopo questa fase.

Nel frattempo, a seguito della disgregazione dell’Unione Sovietica, negli anni ’90 del secolo scorso, le relazioni tra Russia e Stati Uniti migliorarono e portarono anche alla realizzazione del programma Shuttle-Mir, che consisteva in una serie di visite della navetta americana alla stazione orbitale russa.

Tutto questo avveniva in un clima di parziale distensione nei rapporti politici e diplomatici delle due superpotenze, dunque sotto un certo punto di vista ciò non sorprende.

Come detto però, i rapporti tra i due Paesi sono tornati tesi come ai tempi della guerra fredda, certamente come non accadeva da venticinque anni a questa parte, dal disfacimento dell’Unione Sovietica. ad oggi. L’annunciata collaborazione per la costruzione della nuova stazione spaziale, la Deep Space Gateway, questa volta posizionata nell'orbita lunare, desta  quindi sensazione così come lo fece l’inaspettata collaborazione negli avvenuta negli anni ’70.

“[…] E perché in piena guerra fredda, le due superpotenze mondiali in constante conflitto tra loro, decisero di “collaborare” per un breve periodo, in un comune programma spaziale?

Il 17 luglio 1975, infatti, una navicella del programma spaziale americano Apollo ed una capsula sovietica Sojuz si agganciarono nell'orbita intorno alla Terra, consentendo ai due equipaggi di potersi spostare da una navicella spaziale verso l'altra.

In un’epoca in cui lo spionaggio riguardante lo sviluppo della tecnologia, era una delle principali attività dei rispettivi apparati dei servizi segreti, perché consentire al “nemico” di poter accedere in “casa propria”, permettendo di spiare la propria tecnologia?

Sebbene tale collaborazione fu interpretata da molti come segno di reciproca volontà di pace, le tensioni tra i due Paesi continuarono per altri 15 anni e soltanto dopo vent'anni, dopo la fine della guerra fredda, venne iniziata una nuova collaborazione con l'avvio del programma Shuttle-Mir.

Quali erano dunque, i reali motivi di questa inaspettata ed imprevedibile collaborazione? Tutto ciò aveva a che fare con gli avvistamenti che gli astronauti dei due schieramenti, avevano avuto nei decenni precedenti? […]” (Brano tratto dal libro Il lato Oscuro della Luna)

Il motivo per il quale, usciti dall’atmosfera terrestre, tutte le problematiche, le divergenze politiche ed ideologiche sembrano ogni volta  improvvisamente scomparire, continuano a destare curiosità.

A tal proposito tornano alla mente le parole dell’ex presidente americano Ronald Regan.

“[…]Ronald Regan, affermò di aver avvistato un ufo, condividendo il suo pensiero addirittura durante una riunione dell’ONU. L’avvistamento risale al 1974, quando Regan era governatore della California. Raccontò infatti, che stava volando a bordo del suo aereo privato verso la California quando avvistò, assieme al suo pilota, un oggetto che seguiva il suo aereo in modo ben visibile. L’avvistamento durò per circa un paio di minuti, poi l’oggetto sfrecciò via ad una velocità incredibile.

Alcuni ritengono che questa esperienza abbia fortemente influenzato Regan, al punto che durante un suo discorso di fronte ai rappresentanti di tutti i paesi facenti parte all’Onu, disse: “… a causa delle nostre divisioni attuali, dimentichiamo quante cose in comune gli esseri umani abbiano tra loro. Forse abbiamo bisogno di una minaccia universale esterna che ci faccia riconoscere questo legame. A volte penso come sparirebbero velocemente tutti i nostri contrasti se dovessimo affrontare una minaccia aliena proveniente da un altro mondo, e mi chiedo: questa minaccia è già di fronte a noi? […]” (Brano tratto dal libro Il lato Oscuro della Luna)

Stefano Nasetti

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