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Oumuamua è un veicolo alieno?

Alla fine del 2017 è apparso nel nostro sistema solare un misterioso e gigantesco oggetto a forma di sigaro. Era il primo oggetto interstellare osservato nel nostro sistema solare. La velocità a cui si avvicinava era molto elevata e da subito non lasciò alcun dubbio riguardo la sua provenienza da un altro sistema solare, e che fosse solo di passaggio nel nostro. Molto si è speculato, soprattutto inizialmente sull’origine e la natura di quest’oggetto.

Man mano che si è avvicinato alla Terra, gli astronomi di tutto il mondo, utilizzando i potenti telescopi presenti sul nostro pianeta, hanno potuto costatarne le caratteristiche.

Dapprima Oumuamua è stato classificato come un asteroide, poi come una cometa extrasolare, per buona pace dei molti che avevano speculato sull’apparizione dell’oggetto identificandolo come un veicolo alieno .

Tutto spiegato dunque? Sembra proprio di no!

Se le frettolose valutazioni, effettuate da alcuni spregiudicati “ufologi”, erano a tutti gli effetti delle speculazioni prive di fondamento, poiché basate su pochissimi dati e osservazioni, forse ora si potrebbe dire lo stesso delle successive interpretazioni e spiegazioni fornite dalla comunità scientifica ufficiale.

Grande clamore infatti, ha suscitato lo studio apparso su Arvix, un sito che traccia articoli scientifici prima della peer rewiew e dunque in attesa o in vista della pubblicazione ufficiale su qualche rivista scientifica.

Nello studio in questione, due astronomi del prestigioso Harvard Smithsonian Center of Astrophysics (CfA), analizzando i dati riguardanti la velocità e la traiettoria di Oumuamua, hanno costatato un’insolita traiettoria e un’anomala accelerazione che contravviene quella calcolata con le leggi della meccanica celeste oggi conosciute.

Queste anomalie sono state registrate e poi confermate da diversi telescopi, come il Very Large Telescope. Queste anomalie sono quindi state accertate, sono reali e l’effetto di accelerazione è tuttora presente.

Pur considerando l’interazione con qualche campo magnetico, oppure con qualche altra forza lungo la sua traiettoria, come ad esempio il campo gravitazionale di qualche grande pianeta del nostro sistema solare, tutte le ipotesi sono fallite.

L’interpretazione più verosimile per lo strano comportamento di Oumuamua è un fenomeno chiamato “outgassing”. L’outgassing si verifica quando la radiazione solare scalda la superficie di un oggetto, sciogliendone alcune parti ghiacciate. Queste sublimando, si trasformano rapidamente in gas e, fuoriuscendo dalla superficie dell’oggetto, provocano una lieve spinta propulsiva, come fosse il motore di un razzo. E’ in buona sostanza ciò che comunemente avviene nelle comete. Non a caso è stato osservato dal lander della missione Rossetta che ha fotografato questo fenomeno sulla cometa 67P/ Churyumov-Gerasimenko.

Però, nonostante sia stata classificata come una cometa interstellare, Oumuamua non presenta le caratteristiche tipiche delle comete!

Oumuamua non mostra infatti, la caratteristica lunga coda di materiale evaporato. Non mostra i segni della chioma, il guscio di gas e polveri che circondano le comete. In termini quantitativi, la quantità di gas e polveri rilasciata da Oumuamua è veramente esigua, benché Oumuamua sia effettivamente più piccola delle comete oggi conosciute.

Secondo molti astronomi, la quantità di gas rilasciata sarebbe formata da molecole troppo piccole di gas, per essere visibili dai nostri strumenti. Tuttavia, questa ipotesi è una speculazione scientifica poiché non c’è prova alcuna che questa sia vera o verosimile.

La natura dell’oggetto rimane dunque un mistero.

Nello studio degli astronomi dell’Harvard Smithsonian Center of Astrophysics, si arriva dunque a formulare anche contemplare la possibilità che possa trattarsi di un oggetto alieno artificiale, inviato per esplorare vari sistemi solari, tra cui il nostro.

Una possibilità che richiama quella del celebre progetto Breaktrough Starshot, proposto e supportato da Stephen Hawking che partirà all’esplorazione, nei prossimi decenni, del sistema solare di Alpha Centauri.

Dopotutto, perché se noi oggi siamo (o saremo presto in grado) di esplorare altri sistemi solari, non possiamo supporre che civiltà più avanzate di noi, possano aver fatto o fare, cose simili?

Oumuamua, con i suoi strani comportamenti, è dunque una sorta di sonda spaziale aliena? Molti scienziati (anche della Nasa) hanno suggerito che il miglio modo un per inviare sonde nello spazio profondo, sia quello di sfruttare dei meteoriti per costruirci sopra strutture artificiali, dotate di strumenti di analisi ma anche di macchinari in grado di fruttare le risorse energetiche presenti sul meteorite, per produrre energia per il funzionamento dei sistemi, anche di propulsione. Dalle immagini di cui disponiamo, non abbiamo evidenze della presenza di strutture artificiali. Sebbene non si possa escludere per certo, la possibilità che si tratti di una sonda artificiale (almeno parzialmente) rimane al momento solo un'ipotesi.

Oumuamua è una sorta di "inseminatore" spaziale? Sappiamo per certo che Oumuamua, i suoi strani comportamenti possono essere spiegati in parte con l'ipotesi della cometa extrasolare, formata da ghiaccio e rivestita da una crosta scura di materiale organico. Il suo passaggio ci ha dimostrato per la prima volta che simili oggetti extrasolari possono arrivare vicino al Sole, portando materiale organico da un sistema planetario all'altro. Potremmo quindi pensare che, benchè l'oggetto non appaia artificiale, sia in qualche modo stato volutamente inviato da qualcuno.

D’altro canto, anche noi abbiamo in programma con il Progetto Genesi (annunciato nel settembre2016, ideato dal fisico teorico tedesco Claudius Gros dell’Università di Francoforte e pubblicato sulla rivista Astrophysics and Space Science) di provare a spargere i semi della vita terrestre su altri sistemi solari.

Perché dovremmo escludere la possibilità che civiltà aliene possano aver pensato e attuato progetti simili?

Dopotutto, sia il creazionismo, sia l’abiogenesi rimangono, pur con differenti gradi di attendibilità, ad oggi pur sempre delle ipotesi tutt’altro che confermate e l’ipotesi panspermia sembra sempre più plausibile.

Oumuamua ci sta forse suggerendo che  la vita sulla Terra possa essere aliena ?

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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C'è ossigeno su Marte!

Secondo uno studio del California Institute of Technology (Caltech), pubblicato questo mese (ottobre 2018) su "Nature Geoscience", l'ossigeno si trova nell'acqua salata sotto la superficie del pianeta rosso, potrebbe supportare la vita di microorganismi e forme di vita anche più complesse.
Secondo i ricercatori e gran parte della comunità scientifica con questa "scoperta" lo scenario cambia completamente perché aumentano le probabilità che nell'acqua marziana ci siano le condizioni per ospitare microrganismi con un metabolismo basato sull'ossigeno.
Gli scienziati del Caltech autori dello studio, hanno dichiarato: "Anche ai limiti delle incertezze, i nostri risultati suggeriscono che su Marte ci possono essere ambienti in superficie con sufficiente O2 disponibile per far respirare i microbi aerobici”.
La notizia, da prima apparsa solo sulle principali agenzie di stampa, ha poi fatto rapidamente la sua comparsa su giornali e telegiornali.

Le informazioni alla base dello studio erano state già presentate dal team di ricercatori italiani (della sonda europea Mars Express con il radar italiano Marsis) alla rivista Science negli scorsi mesi, La rivista pur pubblicando lo studio, non gli aveva forse dato il giusto risalto che invece la rivista Geoscience ha dato allo studio “fotocopia” del team statunitense del Caltech. Piccole e infantili diatribe tra ricercatori, protezione degli interessi di “bandiera” da parte di Science o cos’altro?

Per come la si giri, la vicenda è abbastanza sintomatica del momento che la “scienza” sta vivendo.

Ad ogni modo la notizia in sé non nulla o poco, di rivoluzionario nonostante invece sia presentata ovunque come tale.

Le evidenze sulla sostenibilità passata e presente della vita su Marte sono note ormai da diversi anni.

Ciò che viene divulgato periodicamente con queste “nuove” scoperte, sono in realtà soltanto dettagli che confermano quanto ormai è già noto in ambito scientifico.
Come scrivevo nel mio post di un paio di settimane fa, e ancor prima nel mio ultimo libro, le evidenze della presenza di forme di vita (non solo elementari) nel passato e nel presente di Marte, sono già conosciute da buona parte della comunità scientifica.

Le notizie di questo tipo che con regolare cadenza sono ormai diffuse, servono soltanto a preparare l'opinione pubblica riguardo l'annuncio, che verosimilmente entro 5-7 anni sarà dato, riguardo il fatto su Marte c'è vita!

Un grande problema se per decenni si è fatto credere all’opinione pubblica di essere soli nell’universo, che la vita sia un evento raro e dunque assai improbabile che si sia ripetuto anche solo nel nostro sistema solare.

Dunque in gioco non c’è soltanto l’idea che Marte ci sia vita o meno, ma è in gioco l’intera sistema d’idee che si basa su convinzioni pseudoscientifiche, come quella dell’unicità della Terra e della vita in essa (ritrattata soltanto dopo la prova incontrovertibile, datata 1995, dell’esistenza di altri pianeti) e del fatto che l’umanità rappresenti qualcosa di speciale (idea fondante di molte religioni).

La lenta preparazione con la pubblicazione quasi cadenzata di studi che reintroducono gradualmente l’idea della vita extraterrestre e della pluralità dei mondi (idea antichissima trattata tra l’altro in modo “moderno” ancorché filosofico addirittura nel 400 a.C. dai greci) serve più che altro a "preservare" l’attendibilità delle autorità scientifiche, soprattutto quelle, che per decenni, hanno sostenuto che Marte fosse un pianeta morto già solo dopo mezzo milione di anni dalla sua formazione.
Si sta sostanzialmente dando tempo ai mestieranti della scienza, affinché gradualmente rivedano pubblicamente le loro posizioni oltranziste, senza che questa inversione di rotta di 180° sia percepita dall'opinione pubblica come una contraddizione, quanto piuttosto come un progresso della conoscenza.
Il punto sta nel fatto che questi pseudo scienziati, ottenebrati dal loro ego, dai loro interessi personali o di categoria, poiché vedevano minacciato il loro ruolo di opinione leader nella divulgazione scientifica da ricercatori indipendenti (e ufologi) che sostenevano ciò che ora si sta palesemente evidenziando sulla vita marziana, hanno sempre denigrato chi, ragionevolmente e con dati alla mano, andava contro l'idea ufficiale e precostituita.

Badate bene, sbaglaire è umano e cambiare idea è sintomo d’intelligenza, ma non lo è farlo a comando e con colpevole ritardo.

Da chi ricopre ruoli importanti come quelli di “guida del sapere scientifico”, ci si aspetterebbe un comportamento di maggiore onestà intellettuale. Ma il problema forse siamo noi, persone comuni che abbiamo aspettative troppo elevate nei confronti di questi signori. Infatti, si tratta pur sempre di uomini e dunque anche chi opera nel settore della scienza, non sfugge alle logiche egoistiche che forse sono proprie dell’essere umano.
Se questa tecnica di preservare la credibilità della categoria è comprensibile sotto un certo punto di vista (ma mai accettabile), ancor più grottesco appare il comportamento dell'opinione pubblica, che invece di valutare le informazioni disponibili per formarsi la propria individuale opinione, continua ad accettare un’idea o un’evidenza solo sulla base della presunta attendibilità di chi la divulga.
Ecco quindi che un'idea (o un'evidenza) bollata fino a qualche tempo fa come folle, diviene improvvisamente reale e scientifica soltanto perché ora a divulgarla sono "autorità" ritenute convenzionalmente "credibili", le stesse autorità che prima ritenevano il tutto assolutamente impossibile e antiscientifico, nonostante le evidenze scientifiche ed oggettive.

Osserveremo quindi nei prossimi anni, le schiere di saputelli illetterati che, confacendosi al nuovo pensiero dominante, si scorderanno di ciò che dicevano prima, non riconsidereranno le loro opinioni sulle persone prima denigrate, ma ricominceranno a denigrare quelli che ancora non avranno cambiato idea a riguardo, così come prima facevano con gli altri quelli di cui ora, improvvisamente, condividono l’idea.

La questione vita su Marte è soltanto un esempio di tante analoghe situazioni che si verificano in altri campi della vita e delle scienze.

Il periodo oscurantista del libero pensiero che stiamo vivendo è anacronistico se pensiamo che grazie alla rete abbiamo la possibilità di accedere ad un numero d’informazioni come mai si è avuto nel passato. Tuttavia le persone continuano a preferire più credere che sapere demandando ciò che devono pensare, dire e di conseguenza, come devono comportarsi, alle volontà di queste “autorità” poco oneste intellettualmente (forse non solo intellettualmente) e molto egoiste.

D’altro canto che la scienza sia “malata” e che siano proprio questi interessi privati e personali, che poco hanno a che fare con la conoscenza ed il progresso, è ormai cosa nota. Una denuncia che è partita negli ultimi tempi dagli stessi membri della comunità scientifica e che è così grave da mettere addirittura in discussione l’oggettività di una buona fetta di “studi scientifici” ufficiali.

Ma tornando nel merito, una buona parte della storia del pianeta Marte è già emersa chiaramente negli ultimi anni. Prenderne coscienza fin da ora (con tutto ciò che ne consegue) o attendere che sia qualche autorità ad ufficializzarla per poi “aderire” comodamente all’idea dominante, è una scelta personale che attiene all’indole o al coraggio di ciascuno di noi.

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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C'è Vita su Marte!

C’è vita su Marte!

È questo l’annuncio che ormai si attende e che probabilmente, per tutta una serie di ragioni prettamente politiche a tutela dell’attendibilità e reputazione di alcune autorità scientifiche, sarà data soltanto entro i prossimi 5-7 anni. Ma le prove della passata esistenza di forme di vita sul pianeta rosso ci sono già. Decine di studi, pubblicati sulle principali riviste scientifiche, hanno fornito, sebbene in modo frammentario, evidenza inconfutabile, sgretolando punto per punto, tutte le obiezioni e i punti della ormai quarantennale idea che Marte fosse un pianeta morto, pressoché dalla sua formazione.

Questa idea affermatasi nella comunità scientifica tra la meta degli anni sessanta e quella degli anni settanta del secolo scorso, si basava esclusivamente sui pochi e superficiali dati forniti dalle missioni Mariner e Viking (benché alcuni esperimenti di quest’ultima avessero già fornito evidenza della presenza di forme di vita) costituiti principalmente da immagini fotografiche. Soprattutto quest’ultime ebbero una grande influenza nella formazione dell’idea che Marte fosse un pianeta morto. Infatti, le immagini disponibili all’epoca, sembravano confermare l’idea che il pianeta rosso fosse un pianeta desertico, arido e inospitale.

A distanza di oltre quarant’anni e grazie ai dati raccolti dalle varie missioni di esplorazione degli ultimi vent’anni, come detto, questa idea è sostanzialmente stata del tutto smentita.

La vecchia idea di un Marte inadatto ad ospitare la vita, si basava principalmente su questi presupposti:

  • assenza di segni evidenti di forme di vita;
  • assenza di acqua liquida in superficie;
  • scarsa quantità di acqua disponibile anche sottoforma di ghiaccio;
  • assenza di segni evidenti di attività vulcanica e tettonica “recenti”;
  • assenza di un’atmosfera densa e spessa che potesse proteggere dalle radiazioni solari e dai raggi cosmici;
  • assenza di un campo magnetico sufficientemente forte a trattenere l’atmosfera.

Ciascuno di questi punti sembrava all’apparenza essere confermato dalle immagini raccolte dalle missioni Mariner e Viking.

Quarant’anni fa si pensava che Marte, una volta formatesi, avesse perso rapidamente il suo campo magnetico e la sua attività vulcanica e tettonica. Ciò avrebbe comportato una “rapida” (nell’ordine di un paio di centinaia di migliaia di anni) evaporazione dell’eventuale acqua liquida presente e, complice anche un drastico assottigliamento dell’atmosfera, a sua volta dovuto alla scomparsa del campo magnetico del pianeta. Impatti con altri corpi celesti minori, quali comete ed asteroidi (i cui segni erano e sono ancora visibili) avrebbero di fatto “sterilizzato” il pianeta, rendendolo così come ci appare oggi, appenda 700 milioni di anni dopo la sua formazione, quindi 3,7 miliardi di anni fa!

Negli ultimi quindici anni, ciascuno di questi punti è stato annichilito e cancellato dalle evidenze e dai risultati emersi dagli studi sui dati raccolti al suolo soprattutto dai lander, dai rover ma anche dagli orbiter inviati.

Studi scientifici compiuti dai maggiori centri di ricerca in tema di astronomia e astrobiologia, università e agenzie spaziali di tutto il mondo, hanno confermato che Marte non solo è stato un pianeta caldo ed umido durante molti periodi della sua storia (così come la Terra ha alternato “ere glaciali” a periodi più caldi, umidi e temperati), ma che tali periodi hanno garantito la presenza di grandi quantità di acqua allo stato liquido fino a periodi geologicamente (o addirittura) storicamente più recenti (alcuni studi collocano la presenza di grandi oceani e di acqua allo stato liquido fino a “soli” 200.000 anni fa, quando sulla Terra c’erano i Neanderthal).

Sappiamo che ciò implica necessariamente che il campo magnetico marziano non è dunque scomparso 3,7 miliardi di anni fa come si pensava prima, e che dunque anche l’azione di protezione dalle radiazioni dell’atmosfera marziana si è necessariamente protratta più a lungo di quanto si pensasse.

Abbiamo riscontrato i segni di un’attività vulcanica e tettonica risalente a “soli” 75 milioni di anni fa (per intenderci quanto sulla Terra c’erano i dinosauri.)

Sappiamo che i perclorati presenti nel terreno marziano, le radiazioni cosmiche e i raggi ultravioletti rendono “sterile” e tossico il terreno marziano soltanto nel primo millimetro della superficie.

Sappiamo che Marte ha enormi cavità e tunnel di lava in cui la vita potrebbe essere fiorita o si potrebbe essere rifugiata.

Sappiamo oggi che l’acqua liquida, sebbene in quantità modeste, scorra ancora oggi sul pianeta rosso. Sappiamo che l’acqua sul pianeta è praticamente ovunque, imprigionata appena sotto la superficie, sotto forma di ghiaccio finanche nelle zone equatoriali del pianeta.

I rover che stanno ancora esplorando il pianeta, hanno mostrato i segni lasciati nella sedimentazione delle rocce dall’acqua e da primitive forme di vita. Nei meteoriti marziani giunti sulla Terra abbiamo trovato le medesime tracce.

Sappiamo che nell’atmosfera marziana è presente il metano, la cui quantità varia ciclicamente. Questo gas, secondo la teoria tradizionale ormai obsoleta che vedeva l’assenza di campo magnetico già 3,7 miliardi di anni fa, non dovrebbe essere presente poiché la radiazione solare avrebbe dovuto disgregarne le molecole nel giro di poche migliaia di anni. Oggi si pensa che il metano sia presente non solo perché il campo magnetico marziano non è scomparso così presto, ma che addirittura il metano sia “prodotto” da organismi viventi presenti su Marte, così come il metano terrestre è generato da organismi viventi.

Insomma, tutte queste ricerche hanno dimostrato l’inattendibilità della vecchia “immagine” di Marte come pianeta morto, costringendo a rivalutare anche i risultati degli esperimenti fatti dalle sonde Viking, che avevano dimostrato, sebbene solo parzialmente, la presenza di forme di vita (oggi) sul pianeta rosso.

La consapevolezza di tutto questo cambia radicalmente tutto!

Se oggi sappiamo che Marte è stato, e probabilmente è ancora, ospitale alla vita, perché non prendere in considerazione la possibilità che questa possa essersi evoluta in forme più complesse e magari anche intelligenti?

Nei prossimi 5 o al massimo 7 anni assisteremo certamente all’annuncio ufficiale del ritrovamento della vita su Marte, così come abbiamo assistito nel 2016 a quello del ritrovamento dell’acqua in forma liquida (benché già dal 2004 la Nasa fosse in possesso delle immagini che dimostravano questa realtà).  Se, come detto, le prove di tutto questo sono già state frammentariamente pubblicate, i mass media e tutti coloro che si occupano della divulgazione scientifica non si “sbilanceranno mai” a favore di questa realtà se non dopo che una qualche “autorità” scientifica (Nasa in primis) non “sdoganerà” (per così dire) la cosa. Non abbiamo dubbi al riguardo, poiché è quello a cui abbiamo assistito per l’annuncio del ritrovamento dell’acqua liquida su Marte. Pubblicamente se n’è parlato soltanto dopo l’annuncio della Nasa e non prima, benché i dati ci fossero già.

C’è vita su Marte e le probabilità (o le evidenze) che ci siano, o ce ne siano state anche forme complesse o addirittura intelligenti, sono assolutamente elevate. L’accettazione di ciò che è possibile e di ciò che non lo è, di ciò che è vero e ciò che è falso è, come sempre, determinato dal grado di conoscenza e consapevolezza delle informazioni che ciascuno ha. C’è chi preferisce attendere e credere, senza la “fatica” di formarsi una propria idea, a ciò che viene detto dalle autorità, e chi invece preferisce sapere e farsi la propria idea sulla base delle informazioni ufficiali già disponibili, leggendo e studiando.

Tu da che parte stai?

Stefano Nasetti

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La scienza ha un problema di fake news

Appena si parla di fake news, la maggioranza della popolazione pensa subito a improbabili teorie complottiste, a bizzarre dichiarazioni di politici al potere o all’opposizione in quel momento, o a informazioni fatte circolare apposta per convogliare traffico su siti internet a scopo commerciale.

È innegabile che esistano anche questo tipo di false informazioni, tuttavia la maggioranza delle false notizie è prodotta e alimentata dallo stesso sistema di potere che spesso sostiene di volerla combattere.

Il mondo della comunicazione, il web in special modo, è ormai invaso da informazioni spesso superficiali e sommarie, condivise da persone che non hanno alcun tipo di preparazione specifica a riguardo (non sto parlando di titoli di studio ovviamente) che si sentono tuttavia in grado di poter sentenziare circa l’attendibilità di un fatto o di un’informazione. I motivi che spingono queste persone a tenere questo comportamento possono essere vari. Alcuni agiscono in buona fede, sebbene colpevolmente incapaci di approfondire o discernere la veridicità dell’informazione. Preferiscono dunque più credere che sapere.

Altri, volendone fare salva la buonafede, sono vittime del proprio ego, della propria presunzione o del proprio istinto di asservirsi o allinearsi alla teoria prevalente o alla versione dei fatti diffusa dalle autorità, che gli impedisce di esaminare in modo critico la notizia in sé.

Tuttavia, quando parliamo di fake news, puntare l’indice verso queste persone appare un esercizio superficiale e semplicistico. Non sono queste le vere fake news dalle quali guardarsi.

Ci sono poi le opinioni e le idee personali che oggi strumentalmente, se non gradite, sono fatte passare per fake news. Ma la libertà di pensiero e di espressione non vanno confuse con le fake news. La possibilità di esprimere la propria opinione personale (non parlo di reati come calunnie e ingiurie) va sempre garantita e tutelata in uno stato che voglia definirsi (o abbia la presunzione di definirsi) democratico.

Le fake news da cui cercare di proteggersi sono quelle che hanno la finalità di ingannare le persone per tutelare un interesse specifico, per raggiungere un obiettivo predeterminato e per trarre un profitto economico o politico.

Quest’ultima categoria di fake news oggi ha un peso rilevante sull’intera comunicazione tradizionale, ciò nonostante ritenuta a torto e paradossalmente, invece la comunicazione più attendibile.

Talune comunicazioni delle Autorità (politiche, scientifiche, ecc), diffuse attraverso i mass media (mainstream) come Tv, giornali e riviste, possono certamente ricadere sotto questa categoria.

Siamo difatti abituati a credere che coloro che ci parlano (autorità politiche, scientifiche, giornalisti, ecc) attraverso questi mezzi, siano persone più preparate e informate di noi, che agiscono per il bene comune e collettivo (nel caso di Autorità politiche o scientifiche) o che cerchino di informare l’opinione pubblica di ciò che sta accadendo. La realtà dei fatti ci dice però che non è quasi mai così. Ciascuno di questi soggetti opera (probabilmente anche, ma non solo, in modo distinto dall’altro e senza alcun coordinamento superiore) con il principale intento di raggiungere il proprio individuale obiettivo.

Quest’attività certamente biasimabile, almeno dal punto di vista morale (se non, in alcuni casi, addirittura civilmente e penalmente e perseguibile) è quella che genera le vere fake news, contribuendo a creare quella “realtà” fittizia e menzognera in cui gran parte della popolazione non è neanche consapevole di vivere.

Nei precedenti post ho già fatto accenno alle dinamiche riguardanti il funzionamento del sistema d’informazione (quello dei mass media) e di disinformazione (operato dalle autorità), attraverso l’attuazione sistematica e protratta costantemente nel tempo, di tecniche comunicative ben note e di come queste influenzino la comune percezione anche di concetti apparentemente semplici, come quelli, ad esempio, di cosa sia bene e di cosa sia male, di chi siano i buoni e chi i cattivi.

A farla da padrone nell’orientamento dell’opinione pubblica e nella “creazione” di fake news per la tutela degli interessi privati, sono certamente gli interessi economici ancor prima di quelli politici, sempre più subalterni a questi ultimi.

Questo diffuso sistema d’interessi economici individuali ha ormai contaminato in modo pesante ogni settore della nostra civiltà, facendo sì che ogni idea, ogni scoperta o innovazione possa minacciare in qualche modo tali interessi, venga osteggiata, sminuita, soppressa o declassata a fake news. Al contempo lo stesso sistema di potere ha trovato modo di dare riconoscimenti di attendibilità e prestigio a reali fake news.

Anche il settore scientifico ha nel corso del tempo risentito di questo sistema di tutela degli interessi privati, perdendo quell’aura di oggettività e di attendibilità che comunemente gli era spesso (non sempre a ragione) riconosciuta.

La scienza, nell'immaginario collettivo, è sovente associata al progresso, all'innovazione. La storia insegna però, come quest'immagine della scienza, non corrisponda poi molto alla verità, non perché la scienza non persegua il sapere o la conoscenza, quanto piuttosto perché è gestita dagli uomini, e non tutti gli uomini hanno l'interesse ha cambiare lo stato delle cose. Quest'atteggiamento ha fatto sì che la scienza tenda a essere estremamente cauta quando si parla di nuove conoscenze o ipotesi, che possono mettere in discussione le teorie tradizionali. Tale comportamento è talmente radicato, che è possibile affermare che la scienza è molto più conservatrice che progressista.

L'altro aspetto che guida la ricerca scientifica oggi, è quello del denaro. Sono ormai pochi o rari, i ricercatori che possono svolgere ricerche per la vera comprensione dell'universo, del nostro posto in esso, delle forze che lo regolano o della vera storia della nostra civiltà. La maggioranza delle ricerche condotte oggi (e che hanno un eco mediatico adeguato) sono quelle riguardanti scoperte e invenzioni che, da lì a breve, potranno portare un qualche ritorno economico.

Non tutti i ricercatori poi sono aggiornati sulle ultime scoperte scientifiche, sia nel loro campo, sia in altri settori della scienza.

L’origine del problema delle fake news scientifiche è, infatti, molto più complessa di quanto si possa immaginare. A minare le fondamenta della credibilità scientifica è un cocktail d’interessi privati, variegati e stratificati, in cui le soluzioni originariamente create a tutela dell’affidabilità e dell’indipendenza scientifica sono divenute esse stesse, amplificatori e strumenti per la disinformazione e la creazione di fake news. Ma andiamo con ordine.

Nella nostra società moderna che basa gran parte della sua organizzazione su scienza e tecnologia, è divenuto molto complesso per ricercatori e scienziati poter emergere. Per comprendere a pieno la questione, dobbiamo innanzitutto mettere da parte il tradizionale, e ormai utopistico, pensiero che ogni scienziato persegua la conoscenza e il benessere dell’umanità prima di qualunque cosa. Non è assolutamente così. Gli scienziati oggi vanno considerati alla stregua di qualunque altro lavoratore, con gli stessi desideri di potere, fama e successo di qualunque altra persona. Anche per loro il primo pensiero è mantenere il proprio lavoro e portare uno stipendio a casa per soddisfare le proprie necessità, bisogni e desideri.

Nel mondo odierno quindi, l’unico modo per uno scienziato di emergere e acquisire prestigio è cercare di ottenere la pubblicazione sulle riviste scientifiche specializzate, di più paper possibili e ottenere più citazioni possibili da parte dei propri colleghi.   

Nell’ultimo secolo, soprattutto dal secondo dopoguerra, la scienza ha provato a mantenere (o a conquistare) l’immagine di oggettività, imparzialità e quindi di credibilità, attraverso la creazione di un sistema di verifica imparziale delle nuove scoperte e dei nuovi dati, con l’instaurazione del processo chiamato peer-review (revisione paritaria). Il sistema consiste nel far verificare i risultati di un proprio studio da altri colleghi della stessa disciplina in modo da far emergere eventuali errori o incongruenze, con la finalità di garantirne l’attendibilità.

Le riviste scientifiche infatti, inizialmente accettavano di pubblicare uno studio scientifico solo una volta che questo era stato sottoposto a tale processo. La revisione paritaria da parte dei colleghi però, richiede sempre molto tempo, perché il controllo è fatto in modo gratuito e volontario dai colleghi, che si prestano a quest’attività solo nei ritagli di tempo. Oltretutto le riviste scientifiche lucravano (e lucrano tuttora) su tutta questa attività.

La pubblicazione accademica è un'industria redditizia per i player dominanti. Ad esempio il Gruppo RELX Unità di Elsevier, che ha circa 2.500 riviste, tra cui Cell e Lancet , ha fatto più di 2 miliardi di sterline (pari a circa 2,6 miliardi di dollari) di fatturato solo nel 2016. L’insieme delle riviste della John Wiley & Sons, che pubblica Cancer, tra gli altri, ha guadagnato $ 853.000 nell'anno fiscale terminato nell'aprile 2017. Il loro modello di business consente margini operativi di circa il 30%. Questi player procurano contenuti gratuiti basati su ricerche governative o finanziate privatamente, invitano gli accademici a rivedere i documenti gratuitamente per poi rivenderlo a biblioteche universitarie e altre istituzioni a prezzi elevati.

Ciò significa escludere una considerevole fetta della comunità scientifica internazionale dai progressi scientifici. Non tutti gli enti governativi e le università infatti, hanno le stesse disponibilità economiche. Gli abbonamenti alle riviste o ai portali scientifici con accesso illimitato ai paper delle ricerche pubblicate, possono costare anche migliaia di dollari l’anno. Quindi non tutti gli istituti di ricerca destinano parte del loro budget per acquistare questi accessi. Per tale motivo ancora oggi, non tutti gli scienziati sono aggiornati sugli ultimi progressi scientifici del proprio settore.

Per ovviare a questo problema, agli inizi degli anni 2000, scienziati e studiosi hanno avviato il movimento per la creazione di portali per le pubblicazioni scientifiche ad accesso aperto, sperando di sfidare ciò che era percepito come un sistema di sfruttamento della ricerca scientifica (quell’appunto dell’editoria scientifica) e al fine di apportare benefici al progresso e alla ricerca scientifica globale.

Sci- Hub è uno di questi portali in grado di garantire la medesima qualità di revisione delle ricerche pubblicate e con costi però più contenuti e dunque pressoché accessibili a tutti, dotato anche di un motore di ricerca che riesce a indicizzare e a rendere disponibile qualunque paper scientifico (o quasi) in anche in modo gratuito.

Nel giugno 2017 l'American Chemical Society (ACS) ha vinto una causa contro Sci-Hub, accusato di fornire accesso illegale a milioni di pagine scientifiche a pagamento. ACS aveva presentato richieste per violazione del copyright, contraffazione del marchio e violazione del marchio. Il tribunale distrettuale della Virginia ha stabilito che Sci-Hub dovrà pagare ad ACS 4.8 milioni di dollari di danni.

All'inizio del 2017, Sci-Hub aveva perso un’altra causa contro la pubblicazione del già citato gigante dell’editoria scientifica Elsevier. In questo caso era stato comminato un risarcimento di 15 milioni di dollari in danni. Ma è improbabile che Sci-Hub pagherà una somma del genere, perché il neuroscienziato Alexandra Elbakyan, il suo fondatore, gestisce il sito dalla Russia, che è al di fuori della giurisdizione del tribunale. Una guerra d’interessi in cui, come vedremo tra poco, a rimetterci è l’attendibilità della scienza.

Queste sono solo gli ultimi sviluppi di una battaglia che va avanti da anni per lucrare sulla pubblicazione degli studi scientifici, tra chi li vorrebbe vendere a peso d’oro e chi invece vorrebbe renderli accessibili a tutti.

Nel frattempo infatti, gli scienziati continuavano ad avere necessità di pubblicare in fretta i risultati delle proprie ricerche e si trovavano sempre più costretti a sottostare ai diktat delle riviste scientifiche.

Tale situazione ha generato un ulteriore problema in ambito scientifico, quello della cosiddetta “crisi di riproducibilità”, vale a dire la presa di coscienza da parte della comunità scientifica dell’impossibilità di ripetere molti dei risultati pubblicati sulle riviste di settore. Un problema non da poco, che mette in crisi uno dei capisaldi della scienza moderna: la sua oggettività, garantita appunto (almeno a livello teorico) dalla possibilità di ripetere e verificare in ogni momento i risultati di un esperimento.

Come dicevo, ciò è stato generato dalla cosiddetta publication bias, cioè la tendenza delle riviste scientifiche a pubblicare più facilmente i risultati positivi rispetto a quelli negativi. Pensiamo ad esempio a uno studio che valuta l’efficacia di unna nuova terapia.

In un mondo ideale, la ricerca dovrebbe avere le stesse probabilità di essere pubblicata su un’importante rivista medica o più in generale scientifica, a prescindere dai risultati ottenuti. Anche perché un esito negativo (che dimostri cioè l’inefficacia di un nuovo trattamento) ha la stessa rilevanza scientifica di uno positivo, se non addirittura un’importanza maggiore visto che indica l’inutilità della nuova terapia.

Nella realtà invece, le cose sono molto diverse: pubblicare risultati negativi è estremamente difficile. E questo influenza inevitabilmente alcuni ricercatori (la cui carriera spesso dipende dalla capacità di pubblicare continuamente nuovi studi), spingendo a ritoccare (più o meno volontariamente) i risultati, o ad abbandonare velocemente le ricerche che non hanno esito positivo senza neanche tentare la strada della pubblicazione.

L’altro problema creato sempre dai canoni imposto dalle riviste specializzate è “l’hidden outcome switching”, ovvero la tendenza a cambiare l’obiettivo di uno studio dopo averlo portato a termine. Scienziati e ricercatori, schiacciati dalla logica del publish or perish (letteralmente pubblica o muori, una formula che indica la necessità di pubblicare a ritmo sostenuto per mantenere una posizione prestigiosa a livello universitario) molti ricercatori possono cedere però alla tentazione di ritoccare i risultati, cambiando in corso l’obiettivo di uno studio per garantire un risultato positivo, e quindi più facile da pubblicare. E proprio da atteggiamenti di questo tipo, ritocchi dei dati o dei protocolli sperimentali per facilitare la pubblicazione del proprio studio, nasce la crisi di riproducibilità.

Per sottrarsi a tale logica molti ricercatori hanno cominciato a rivolgersi a riviste meno “esigenti”, le cosiddette riviste ad “accesso aperto”, nate per soddisfare le esigenze dei ricercatori. Infatti, mentre riviste scientifiche tradizionali fanno soldi con l'addebito delle tariffe di abbonamento a chi vuole accedere ai contenuti, le riviste ad accesso aperto spesso ribaltano questo modello addebitando le tariffe degli autori, offrendo gratuitamente articoli ai lettori. Queste riviste scientifiche quindi pubblicano i risultati di studi scientifici dietro pagamento di un corrispettivo in denaro da parte degli autori. Pubblicare una ricerca scientifica diventa un po’ come acquistare uno spazio pubblicitario.

Nonostante queste riviste si definiscano scientifiche, da molti sono state definite “predatorie”, poiché sembrano pubblicare qualsiasi ricerca gli sia sottoposta, senza curarsi di processi di revisione paritaria. Nei casi ove questa è ufficialmente presente, viene “stranamente” portata a termine in tempi rapidissimi (1 o 2 settimane). Secondo molti, l’anomala velocità della peer-review a cui sono sottoposti questi studi, accettati dietro pagamento di un compenso da parte degli autori, mette in dubbio l’attendibilità degli studi stessi.

Secondo molti si tratta di vere e proprie fake news scientifiche che, poiché pubblicate su riviste considerate (o che si autodefiniscono) scientifiche, sono tuttavia considerate valide nonostante le perplessità riguardanti il processo di revisione e pubblicazione.

Basti pensare che lo scorso anno una ricerca scientifica volutamente assurda, che aveva per oggetto i “Midichlorian” di Star Wars (immaginari organismi simbionti che nel film erano i responsabili della “Forza”), è stata accettata e pubblicata da 4 delle 9 riviste scientifiche alle quali era stato proposto!

Ben tre riviste hanno pubblicato immediatamente la bufala. L’American Journal of Medical and Biological Research, dell'editore solo online SciE Pub (e che pubblicizza nella sua home page "il più alto standard di peer review") prima di pubblicare l'articolo richiedeva un pagamento anticipato di 630 dollari. Un altro degli editori che ha accettato la pubblicazione senza neppure leggere l'articolo è l’indiano MedCrave.

Non tutto ciò che è pubblicato nelle riviste predatorie è spazzatura. Ma la mescolanza della cattiva scienza con il bene riduce il valore e la credibilità di tutti i risultati.

Sebbene non si possa affermare che tutte le ricerche pubblicate da queste riviste siano fake news scientifiche, la percentuale di quest’ultime è molto elevata, e dipende soprattutto dagli interessi che si celano dietro ad uno studio piuttosto che a un altro.

Gli interessi che girano attorno a queste ricerche, sono enormi, e non coinvolgono solo gli autori della ricerca (interessati a tenere elevato il numero delle proprie pubblicazioni scientifiche) o delle case editrici interessate a incassare il compenso pattuito per la pubblicazione.

Uno studio del 2015 sulla rivista BMC Medicine ha stimato i ricavi generati dal mercato dei predatori ad accesso aperto a 74 milioni di dollari, rispetto ai 244 milioni di dollari di rinomate riviste ad accesso aperto e ai 10,5 miliardi di dollari che le riviste tradizionali fanno con gli abbonamenti globali. Secondo lo studio si stima che almeno il 25% delle riviste ad accesso aperto possa essere classificato come predatorie.

Il fallace sistema che era nato con il nobile scopo di rendere i risultati della ricerca scientifica più liberi e accessibili a tutti in modo gratuito, è invece diventato uno strumento nelle mani dei grandi gruppi farmaceutici e delle lobby di potere, interessate a favorire la vendita di nuovi prodotti e/o a ostacolare il progresso scientifico per il mantenimento dello status quo.

Nel corso dell'ultimo anno, un team di giornalisti tedeschi ha condotto un'indagine sotto copertura riguardante una vasta rete sotterranea di journal scientifici e conferenze fake per promuoverne i dati pubblicati.

Il team ha analizzato oltre 175.000 paper pubblicati queste “riviste predatorie”.  Nel corso dell’indagine (raccontata poi nel documentario ”Inside the Fake Science Factory”), i ricercatori hanno scoperto centinaia di articoli prodotti da accademici di istituzioni leader nel loro settore, oltre a una notevole quantità di ricerche finanziate da aziende farmaceutiche, produttori di tabacco e altre aziende. L'anno scorso, si stima che una falsa istituzione scientifica gestita da una famiglia turca abbia guadagnato oltre 4 milioni di dollari (3,5 milioni di euro) organizzando conferenze e pubblicando finte ricerche sulle riviste predatorie di sua proprietà.

L’organizzazione World Academy of Science, Engineering and Technology (WASET) (che sul suo sito ha un elenco sterminato di conferenze organizzate in tutto il mondo riguardanti quasi tutte le discipline accademiche immaginabili in programma addirittura fino al 2031) in collaborazione con la OMICS Publishing Group, probabilmente il maggiore editore predatorio al mondo sono i soggetti su cui si sono concentrate le indagini dei giornalisti tedeschi.

Spulciando nei siti di OMICS e WASET, hanno scoperto decine di migliaia di abstract per paper scientifici fake, quasi 15.000 di questi abstract provenivano dall’India, ma gli studi provenienti dagli Stati Uniti sono la seconda voce più numerosa, con circa 10.000 paper sottoposti a OMICS e altri 3.000 ai journal di WASET.

Un numero preoccupante di questi accademici proviene anche da università americane d'élite. Eckert, uno dei principali artefici di questa indagine, e i suoi colleghi hanno scoperto 162 paper presentati a riviste WASET e OMICS provenienti da Stanford, 153 da Yale, 96 dalla Colombia e 94 da Harvard negli ultimi dieci anni. Eppure, secondo Krause, un altro dei giornalisti tedeschi, ”la portata del fenomeno si estende ben oltre il mondo accademico.”

Come illustrato da Eckert e dai suoi colleghi, il sistema della pubblicazione di falsi studi sulle riviste predatorie sono utilizzate per pubblicare studi e ospitare conferenze finanziate anche da grandi aziende, tra cui la produttrice di tabacco Philip Morris, l'azienda farmaceutica AstraZeneca e l'azienda per la sicurezza nucleare Framatone. Quando le riviste predatorie pubblicano le ricerche di queste aziende, queste possono affermare che si trattano di studi sottoposti a “peer review" e quindi conferirgli un'aria di legittimità.

Infatti, nonostante queste evidenti dubbi riguardo l’operato delle riviste predatorie, Bloomberg Businessweek ha scoperto che i ricercatori delle principali case farmaceutiche, tra cui AstraZeneca, Bristol-Myers Squibb, Gilead Sciences, e Merck, presentano studi alle riviste di Omics per la pubblicazione e partecipano alle loro conferenze. Pfizer, il più grande produttore di farmaci degli Stati Uniti, ha pubblicato almeno 23 articoli dal 2011 sulle riviste OMICS.

Dalle indagini sopra esposte, non è emerso in modo chiaro se le case farmaceutiche stiano ignorando intenzionalmente ciò che sanno della reputazione di Omics (ma non è difficile da credere) o se siano genuinamente confusi tra la profusione di riviste non credibili. Tuttavia nessuna delle aziende citate è stata disposta a fornire spiegazioni dopo la pubblicazione dei risultati di queste indagini giornalistiche.

Il dubbio che utilizzino strumentalmente queste riviste, pagando per far pubblicare studi fake da cui trarre vantaggio per vendere farmaci inefficaci, è elevato.

Come detto, infatti, mentre gli accademici pubblicano per mantenere o acquisire prestigio per le loro carriere, le aziende farmaceutiche hanno invece la necessità di comunicare con i medici. Pubblicazioni di alto livello come il Il New England Journal of Medicine e il Lancet garantiscono un elevato grado di visibilità e influenza. Tuttavia, pubblicazioni su riviste con standard più bassi come quelli di Omics, offrono alle aziende la possibilità di pubblicare studi che non sono sufficientemente innovativi per le riviste principali o per coloro che preferirebbero non essere soggetti a rigorosi controlli, sia per farli uscire prima sia per evitare i controlli.

Tanto per citare un esempio, un documento Pfizer sul carico finanziario della lombalgia cronica pubblicato nel 2014 su Omics Journal of Pain & Relief suggerisce che l'azienda farmaceutica potrebbe aver avuto interesse a saltare i processi di revisione delle riviste tradizionali. Sulla base di un sondaggio di appena 106 persone, nello studio la Pfizer ha concluso che i costi diretti e indiretti di forti dolori alla schiena variavano da $ 11.800 a $ 25.051 per paziente all'anno. Tali cifre potrebbero essere utilizzate per giustificare il prezzo di un farmaco per i pazienti e i loro piani sanitari. Il New England Journal of Medicine, ad esempio, pubblicherà raramente studi sui costi, perché sono notoriamente inaffidabili. "È molto semplice portare i risultati alla conclusione che si desidera", afferma John Ioannidis, professore di medicina, scienza dei dati biomedici e statistica a Stanford. Il documento Pfizer era "non molto trasparente, quindi è difficile vedere se i loro calcoli sono accurati." "Le persone possono essere danneggiate perché dipendiamo da ciò che leggiamo nelle riviste mediche per guidare l'assistenza ai pazienti”.

AstraZeneca Plc, il secondo più grande produttore di farmaci negli Stati Uniti, ha pubblicato almeno cinque articoli sui giornali di Omics dal 2011, incluso uno in Medicina interna: accesso aperto a un farmaco sviluppato con Bristol-Myers Squibb Co. chiamato Farxiga che regola i livelli di zucchero nel sangue. Lo studio ha rilevato che Farxiga offriva un controllo del peso superiore rispetto ad altri regimi di diabete. Questi risultati - sebbene forse validi - non sono stati controllati dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, quindi non è un reclamo che può essere fatto sull'etichetta o nella pubblicità. Tuttavia, i medici che s’imbattono in questo studio potrebbero presumere che sia stato rigorosamente sottoposto a revisione paritetica ed essere influenzato a prescrivere Farxiga rispetto a un concorrente. Gli editori della rivista non hanno risposto alle richieste di specificare chi, se qualcuno, lo avesse revisionato.

Nel migliore dei casi, qualora volessimo propendere per la buonafede (ma esiste ancora in questo mondo?) le aziende hanno fretta e sono disposte ad accettare di pubblicare su riviste di livello inferiore. Questo perché vogliono che lo studio anche se non verificato e quindi attendibile, abbia una citazione. Vogliono che qualcuno sia in grado di farvi riferimento e farlo “diventare ufficiale”.

In questo quadro, pensare che tutti i principali colossi della farmaceutica siano in buona fede (considerando anche il curriculum non immacolato di alcune di esse) è difficile da poter sostenere. Soprattutto se consideriamo che tutti i produttori di farmaci hanno alimentato l'ascesa di soggetti predatori come Omics anche sponsorizzando e partecipando a conferenze, che generano il 60% delle entrate di Omics. Da fotografie diffuse dalla stessa Omics, scattate alle conferenze a partire dal 2010, come sponsor sugli schermi dietro gli altoparlanti figurano i nomi di Novartis, Axis Clinicals e Agilent Technologies Novartis, Merck, Eli Lilly, e la ormai celebre produttrice di vaccini GlaxoSmithKline.

Insomma risulta che le principali e vere fake news dalle quali guardarsi, siano generate dallo stesso mondo scientifico accademico e dalle stesse lobby di potere, spesso colluse con la politica, che poi dichiara di voler fare guerra alle fake news.

Le indagini qui esposte e che hanno avuto come oggetto principalmente il mondo della medicina, sono estendibili a tutti gli altri campi della scienza, dall’astronomia all’elettronica, dalla fisica all’archeologia passando per ogni altra disciplina. Questo perché gli interessi personali (dei ricercatori) o dei gruppi di potere, sono presenti in ogni settore e ciò accade da sempre, non solo ora. Alcuni assurde teorie considerate scientifiche, benché prive di prove oggettive e inconfutabili (come ad esempio nel caso dell’evoluzione darwiniana), elaborate secoli fa, continuano a sopravvivere, solo perché sostenute dal potere dominante.

“Viviamo in un’epoca di continue contrapposizioni. La facilità di accesso alle informazioni se da un lato ha consentito la diffusione della conoscenza, stimolando la riflessione e la formulazione del libero pensiero, dall’altro ha amplificato anche la disinformazione. Se da un lato quindi, abbiamo oggi la possibilità di avanzare una critica intellettualmente onesta delle versioni ufficiali della storia che vengono proposte, dall’altro l’eccesso di controinformazione è divenuto esso stesso una disinformazione, perché spesso guidato non da una sana e onesta ricerca della verità, quanto invece dalla smania di andare strumentalmente contro.

Il processo sopra sommariamente riassunto, ha causato un’elevata contrapposizione tra chi oggi si schiera in difesa delle tradizionali teorie dominanti, per la conservazione dello status quo, e chi invece propone un’analisi critica delle stesse, alla luce delle nuove conoscenze.

Schierarsi dall’una o dall’altra parte in modo preconcetto, è sempre sbagliato.

Le teorie ufficiali non sono necessariamente vere o necessariamente false, solo perché sono le versioni proposte da una qualche autorità, scientifica, religiosa o politica che sia. Al contempo, il medesimo discorso si può fare per le cosiddette ipotesi alternative. Quest’ultime non sono necessariamente false solo perché sono formulate da chi non ha la stessa autorità, benché abbia invece, in alcuni casi, maggiore autorevolezza, né necessariamente vere solo perché sono contro le teorie tradizionali.”

La lotta per contrastare le fake news, comprese quelle scientifiche, non passa per l’attendibilità della fonte o dell’autorità che ne sostiene meno la correttezza, ma dalla valutazione della notizia in sé, cercando di acquisire il più alto numero d’informazioni per poi confrontarle e valutarle.

Se la scienza vorrà riacquistare quell’aura di oggettività che in passato gli era riconosciuta, dovrà passare necessariamente per la massima trasparenza, sempre e comunque. Chi si rifiuta di fornire spiegazioni o dati oggettivi coerenti con ciò che afferma o che tenta di sviare, facendo ricorso al proprio potere per imporre una la sua verità, sta certamente nascondendo una fake news.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore

Fonti:

https://www.bloomberg.com/news/features/2017-08-29/medical-journals-have-a-fake-news-problem

https://motherboard.vice.com/it/article/3ky45y/centinaia-di-ricerche-di-harvard-yale-e-stanford-sono-state-pubblicate-su-riviste-accademiche-fake

https://motherboard.vice.com/it/article/8xajk5/un-paper-sui-microbi-della-forza-di-star-wars-e-finito-su-4-riviste-scientifiche

https://www.wired.it/scienza/lab/2017/08/25/registered-report-nuovo-studio-scientifico/

https://www.sciencemag.org/news/2017/11/court-demands-search-engines-and-internet-service-providers-block-sci-hub

 

 

 

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Le prove di un nuovo programma spaziale segreto sugli UFO

Un'immagine dell'UFO avvistato dai militari nel 2004 (Clicca sull'immagine per il video)

Lo scorso dicembre, il New York Times ha pubblicato le evidenze documentali dell’esistenza di un programma segreto del Dipartimento della Difesa americano da 22 miliardi di dollari, che ha indagato sulle segnalazioni di oggetti volanti non identificati per circa un decennio.

Funzionari del programma, iniziato nel 2007,hanno molti studiato video di incontri tra oggetti sconosciuti e aerei militari americani.  Tra i report analizzati nell’ambito dell’Advance Aerospace Threat Identification Program, questo il nome del programma segreto, c'era un video che è stato pubblicato qualche mese fa, nell’ambito del FOIA (Freedom Of Information Act). Il video che risale al 2004, raffigura un oggetto bianco e ovale delle dimensioni di un aereo commerciale, inseguito da due caccia F/A-18F decollati dalla portaerei Nimitz, al largo della costa di San Diego, in California.

Nell’intervita rilasciata al New York Times il pilota in pensione David Fravor, che stava pilotando uno dei caccia quel giorno ha spiegato che: "Non aveva mai visto niente decollare così. Un minuto era qui, e quello dopo era sparito". L’oggetto si muoveva ad alte velocità e, apparentemente, non aveva alcun mezzo di propulsione.

Recentemente un team di giornalisti di Las Vegas, coordinati dal noto giornalista esperto del fenomeno UFO George Knapp, è riuscito ad ottenere un documento13 pagine [PDF] preparato dai militari, che analizza ciò che è successo quel giorno nel 2004.

Nel rapporto si legge di come l'AAV (Anomalous Aerial Vehicle) avvistato dai due piloti di F18 fosse riuscito a ”discendere molto rapidamente” da un'altezza di circa 60.000 piedi fino a circa 50 piedi nel giro di pochi secondi. Inoltre, ”si librava o manteneva una posizione stabile sul radar per un breve periodo di tempo per poi allontanarsi ad alta velocità e con velocità di rotazione elevate”.

La relazione illustra nel dettaglio anche altre caratteristiche osservate nell’oggetto volante non identificato che, tra le altre cose, era stato avvistato da un'altra portaerei al largo della costa californiana già ”in tre occasioni diverse” nei giorni immediatamente precedenti la sua intercettazione da parte degli F18, come si evince dal video.

Secondo quanto riportato dai militari, l'aereo era capace di "accelerazioni estreme, capacità aerodinamiche e propulsione” e non appariva sui radar dei militari, e ”aveva dimostrato la capacità di 'mascheramento' o diventare invisibile all'occhio umano o all'osservazione umana” e ”possibilmente dimostrava una capacità molto avanzata di operare sott'acqua completamente non rilevabile dai nostri sensori più avanzati"

Il rapporto si legge come uno dei membri di alto livello dell'equipaggio, presente sulla portaerei con 17 anni di esperienza nel settore militare, avesse rilevato che l'AAV mostrava le caratteristiche di un missile balistico. Infatti, il motivo per cui il sistema radar della portaerei non era riuscito a localizzare l'oggetto, era che il radar era stato impostato per il monitoraggio degli aeromobili convenzionali, per cui quando l'oggetto è apparso sul radar è stato rilevato come un bersaglio falso. Secondo il report, ”Se il radar fosse stato configurato in una modalità per il tracciamento dei missili balistici, probabilmente avrebbe avuto la capacità di tracciare il valore AAV

Secondo il rapporto, uno dei piloti inviati per indagare sull'oggetto segnalato, ha riportato di avere avvistato un qualcosa di anomalo nell'oceano calmo. Il pilota ha riferito che il ”disturbo sembrava avere 50-100 metri di diametro e di forma circolare” e che gli ricordava “qualcosa che si sommergeva rapidamente sotto la superficie come un sottomarino o una nave che affondava.”

Tuttavia ”È possibile che il disturbo sia stato causato da un AAV, ma che l'AAV sia stato ”coperto” o risultasse invisibile all'occhio umano,” conclude il rapporto. ”In nessun momento, l'AAV è stato considerato come una minaccia per il gruppo tattico. Infine, non avevano mai visto nulla di simile né prima né dopo”.

Alcuni dei militari coinvolti giurano che ciò che avevano visto fosse di origine extraterrestre.

Stefano Nasetti

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