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Vita su Marte: forme di vita sul meteorite marziano Black Beauty

 

Le rocce marziane sono rare e preziose qui sulla Terra. Nessuna delle 49 missioni fino ad oggi lanciate verso il pianeta rosso ha mai riportato un campione del suolo marziano. Tuttavia disponiamo di piccole porzione del nostro vicino planetario rosso. Sono i meteoriti staccatesi da Marte nel corso di miliardi di anni, a seguito degli impatti di asteroidi e comete sulla superficie del pianeta rosso, che dopo aver vagato anche per milioni o miliardi di anni, incrociano la traiettoria della Terra nella sua orbita, e finiscono per cadere sul suolo terrestre. Non tutti le diverse tonnellate di meteorite che ogni anno colpiscono la Terra giungono al suolo.

La maggioranza finisce per polverizzarsi a causa dell’enorme calore generato dall’attrito dell’aria al loro ingresso nell’atmosfera, in un fenomeno chiamato ablazione. Alcuni di loro, o almeno una piccola parte di essi però, i più grandi e i più duri, riescono a toccare il suolo e talvolta vengono ritrovati da diverse spedizioni di ricerca o anche fortuitamente. I deserti africani e le distese ghiacciate dei poli rappresentano certamente i luoghi migliori dove cercare e magari ritrovare quasi incontaminati questi piccoli pezzi di materiali extraterrestri.

Non tutti i meteoriti che ritroviamo provengono da Marte, ma molti sicuramente sì. Gli scienziati sono in grado di determinarne l’origine attraverso l’analisi chimica. Conosciamo infatti la composizione chimica del suolo marziano e comparandola con quella dei meteoriti è facile determinare se il campioni ritrovato sulla terra sia stato in passato un pezzo di suolo del pianeta rosso. Si calcola che circa una tonnellata di meteoriti marziane colpiscano la Terra ogni anno, così come è probabile che le meteoriti di origine terrestre, anch’esse staccatesi in passato dagli impatti di asteroidi e comete che hanno certamente interessato il nostro pianeta,  facciano lo stesso con Marte.

Ogni tanto quindi piccoli frammenti del piante rosso vengono ritrovati, conservati con cura e analizzati anche più volte nel corso del tempo, man mano che le nostre capacità tecnologiche avanzano e si rendono disponibili nuovi e più sofisticati strumenti di indagine.

I meteoriti sono rocce dall’enorme valore non soltanto dal punto di vista scientifico, ma anche monetario. Considerata l’estrema rarità di queste rocce, c’è un fiorente mercato mondiale in cui importanti istituti di ricerca, musei, università e collezionisti privati si contendono anche a suon di milioni, queste “rocce spaziali”.

Ogni tipo di esperimento o analisi che possa in qualche modo compromettere l’integrità di questi meteoriti è sempre ben ponderata prima di essere eseguita. Va da sé che questo tipo di indagini o sperimenti sono assai rari proprio perché è difficile ottenere autorizzazioni a tagliare, frammentare o sbriciolare anche una piccola parte di queste rocce.

Ogni tanto però qualche concessione viene fatta, magari per esperimenti molto ambiziosi i cui risultati sono magari considerati essenziali per la futura esplorazione spaziale o anche per rispondere in modo definitivo alla domanda riguardo l’esistenza della vita extraterrestre.

Sebbene sulla maggioranza dei meteoriti di origine marziana ritrovati sulla Terra siano state riconosciuti i segni lasciati dall’azione di vita semplice, batterica in azione sul pianeta rosso miliardi o forse milioni di anni fa, segno inequivocabile che Marte ha ospitato nel corso della sua storia, perlomeno forme di vita elementari, oggi si cerca l’evidenza che una qualche forma di vita esista e persista ancora oggi al di fuori del nostro pianeta.

Siccome alcuni assunti scientifici, divenuti nel corso dei decenni quasi dogmi, come quello riguardante l’unicità della vita terrestre almeno nel nostro sistema solare, la comunità scientifica è alla continua ricerca di evidenze che possano confutare gli ultimi dubbi che permangono soprattutto tra i ricercatori più tradizionalisti, impegnati a difendere più le loro posizioni di privilegio piuttosto che a perseguire la conoscenza per l’umanità.

Una parte di questa attività di ricerca di nuove evidenze all’esistenza della vita extraterrestre (in questo caso marziana) si fonda nel verificare che le condizioni fisico chimiche di Marte, siano state o siano ancora oggi, in grado di supportare la vita.

Il libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione” fornisce un ampia e dettagliata evidenza di tutto quanto in merito è stato scoperto fino ad oggi. A tutto questo si aggiunge ora il risultato di un nuovo studio pubblicato sul numero di febbraio 2021 della rivista Communications Earth & Environment.

Lo studio ha riguardato una piccola porzione del meteorite marziano Northwest Africa (NWA) 7034, noto con il nome di “Black Beauty”.

Gli scienziati hanno macinato un piccolo pezzo di questo inestimabile meteorite marziano e lo hanno utilizzato per provare a coltivare su di esso microbi estremofili, ottenendo risultati incredibili.

"Black Beauty è tra le sostanze più rare sulla Terra, è una roccia marziana unica formata da vari pezzi di crosta marziana (alcuni di essi sono datati a 4,42 ± 0,07 miliardi di anni) ed espulsa milioni di anni fa dalla superficie marziana, "ha detto l'astrobiologo Tetyana Milojevic dell'Università di Vienna in Austria.

"Abbiamo dovuto scegliere un approccio piuttosto audace per frantumare pochi grammi di preziosa roccia marziana per ricreare l'aspetto possibile della prima e più semplice forma di vita di Marte”.

La comunità scientifica infatti, procede sempre per piccoli passi. Per poter accettare l’esistenza di forme di vita complesse o addirittura intelligenti, ha la stringente necessità di dover cominciare verificare l’esistenza per lo meno delle forme di vita più elementare, sebbene sia stato pubblicamente dichiarato da rappresentanti delle agenzie spaziali (anche di quella italiana ASI) che le missioni in corso su Marte non sono semplicemente in cerca di prove riguardanti l’esistenza di vita passata su Marte, ma che cerchino anche vita presente e evidenze per determinare addirittura una sua evoluzione. Il punto è che si parte sempre dall’assunto, non suffragato dalle molte evidenze scientifiche contrarie ormai note ma che si confà alla tradizionale e ancora dominante  visione dell’unicità della vita terrestre, che Marte sia stato un pianeta con condizioni idonee a supportare soltanto forme di vita particolari, considerate le odierne estreme condizioni con cui si presenta a noi oggi. Ciò costituisce un preconcetto molto limitante per una seria ricerca della verità.

Nello studio in questione dunque, i ricercatori sono partiti dal presupposto che se la vita esisteva anticamente su Marte e dovessimo oggi confrontarla con una forma di vita terrestre a noi nota, è molto probabile che l’antica vita marziana somigliasse a quella di alcuni batteri estremofili

Si tratta di organismi che vivono in condizioni che solo fino a quattro o cinque anni fa ritenevamo troppo ostili per sostenere la vita, anche sulla Terra, come in temperature sottozero, in laghi super salati in Antartide, in laghi di arsenico o idrocarburi, in luoghi privi di luce o ossigeno, nelle sorgenti geotermiche vulcaniche, negli strati inferiori della crosta Terrestre, nelle profondità oceaniche o in condizioni di microgravità o esposti ai raggi solari e cosmici (come i batteri ritrovati sulla Stazione Spaziale internazionale, sia all’esterno che all’interno).

Sull'antico Marte, almeno certamente miliardi di anni fa, siamo abbastanza sicuri ormai che l'atmosfera fosse densa e ricca di anidride carbonica. Abbiamo tra i vari meteoriti ritrovati qui sulla Terra, almeno un campione di alcune delle rocce che costituivano la crosta marziana quando il pianeta era solo un “bambino”.

Qui sulla Terra, gli organismi in grado di fissare l'anidride carbonica e convertire i composti inorganici (come i minerali) in energia sono noti come chemolitotrofi. È questo il tipo di organismo che potesse rappresentare una probabile forma di vita marziana, scelto dai ricercatori per verificarne l’eventuale compatibilità con il suolo marziano rappresentato dal Black Beauty.

"Possiamo presumere che forme di vita simili ai chemolitotrofi esistessero lì nei primi anni del pianeta rosso", ha detto Milojevic.

Il microbo selezionato è il Metallosphaera sedula , un battere archeo termoacidofilo che sulla Terra solitamente si trova nelle sorgenti vulcaniche calde e acide, isolato originariamente proprio qui in Italia.

Il battere è stato quindi posto sul minerale marziano in un bioreattore che è stato accuratamente riscaldato e gasato con aria e anidride carbonica. Il team ha utilizzato la microscopia per osservare la crescita delle cellule.

IL risultato osservato è andato al di là di ogni più rosea aspettativa! La pasta di fondo di polvere del Black Beauty lasciata dietro di sé dal Metallosphaera sedula, ha permesso agli scienziati di osservare come il microbo ha utilizzato e trasformato il materiale per costruire cellule, producendo come prodotto di scarto depositi biominerali. Hanno poi usato la microscopia elettronica a trasmissione di scansione per studiare i depositi fino alla scala atomica.

"Cresciuto su materiale crostale marziano, il microbo ha formato una robusta capsula minerale composta  di fosfati di ferro, manganese e alluminio complessi", ha detto Milojevic . "A parte la massiccia incrostazione della superficie cellulare, abbiamo osservato la formazione intracellulare di depositi cristallini di natura molto complessa (Ferro, ossidi di Manganese, silicati di Manganese misti). Queste sono caratteristiche uniche distinguibili della crescita sulla pietra marziana noachiana, che noi non è mai stata osservata in precedenza durante la coltivazione di questo stesso microbo su rocce provenienti da sorgenti minerali terrestri e un altro meteorite condritico pietroso non marziano ".

Questo non solo dimostra che la vita potrebbe effettivamente esistere in condizioni marziane reali, ma fornisce agli astrobiologi nuove firme biologiche che potrebbero essere usate per cercare segni di vita antica nella crosta di Marte.

Il rover della Nasa Perseverance, che la scorso mese di Febbraio (2021) è arrivato sul pianeta rosso, cercherà specificamente proprio questi segni biologici proprio su terreni che si ritiene si siano formati nello stesso periodo del Black Beauty, un periodo in cui Marte era certamente ricco di acqua in superficie, aveva temperature più miti e una densa atmosfera. Ora gli astrobiologi sanno che aspetto hanno i depositi cristallini di Metallosphaera. sedula e potrebbero perciò più facile identificare rocce potenzialmente con segni simili nei campioni  che Perseverance (già ribattezzato dalla stampa Percy) raccoglierà.

La ricerca evidenzia anche quanto sia importante utilizzare campioni marziani reali per condurre tali studi, hanno detto i ricercatori. Sebbene infatti in passato alcuni studi abbiano effettuato esperimenti su “simulazioni” di la regolite di Marte (ma di origine terrestre, come coltivazioni di piante ecc, - ne ho diffusamente parlato nel libro “Il lato oscuro di Marte”) oggi appare evidente che dalle meteoriti marziane, sebbene siano rare, si possano ottenere informazioni preziose non ottenibili in altro modo.

Parte della missione di Perseverance è raccogliere campioni di roccia marziana da riportare sulla Terra, si spera entro il prossimo decennio. Gli scienziati sicuramente chiederanno a gran voce almeno una parte dei campioni riportati, ma non c’è a questo punto alcun dubbio che alcuni saranno destinati alla ricerca di forme di vita estremofila.

"La ricerca di astrobiologia su Black Beauty e altri meteoriti simili 'Flowers of the Universe' può fornire una conoscenza inestimabile per valutare la loro potenziale biogenicità, come avvenuto  con l'analisi dei campioni di Marte " ha detto Milojevic .

Un’ultima riflessione. Il fatto che una forma di vita terrestre come il batterio Mettalospherae Sedula si sia dimostrato compatibile con il terreno e le condizioni marziane, costituisce un ulteriore elemento a favore della teoria della panspermia quale soluzione alla comparsa della vita sulla Terra (o su Marte).

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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C'è un messaggio segreto codificato nel paracadute di Perseverance. Ma non è l'unico

Il rover Perseverance della Nasa è giunto su Marte. In molti hanno seguito in diretta l’arrivo sul pianeta rosso via streaming sui canali Nasa, ma moltissimi altri hanno visto nei giorni seguenti,  i video registrati dalla stessa sonda durante la sua discesa e trasmessi da tutti i mass media o presenti nei social.

Chissà quanti però hanno notato che il paracadute di Perseverance aveva una colorazione apparentemente disordinata. Le tre file di tessuto composte da vari rettangoli o galloni di colore rosso o bianco che componevano il paracadute, non erano disposte simmetricamente o con una regolarità riconoscibile. Una cosa che è subito apparsa, agli osservatori più attenti, come molto strana, soprattutto perché quando si parla di missioni spaziali nulla è lasciato al caso.,

Quella disposizione infatti, si è scoperto che non era affatto casuale, ma racchiudeva un codice nascosto.

In sole sei ore, alcuni attenti e curiosi utenti di internet hanno svelato il mistero, rivelando l’edificante messaggio, poi confermato dall’ingegnere Adam Steltzner della NASA JPL. "Dare Mighty Things", ovvero “Osare Cose Potenti”, è la frase codificata nel paracadute di Perseverance.

La frase, tratta da un discorso pronunciato dal presidente americano Theodore Roosevelt nel 1899,  è stata usata per anni come motto dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA,

"Molto meglio è osare cose potenti, vincere gloriosi trionfi, anche se sfidati dal fallimento, che prendere il rango con quei poveri spiriti che non gioiscono né soffrono molto, perché vivono nel grigio crepuscolo che non conosce vittoria né sconfitta." aveva affermato il ventiseiesimo Presidente della storia statunitense,

La missione di Perseverance è stata costellata di ritardi dovuti a molteplici problemi verificatesi in fase di realizzazione e, inoltre, il rover sperimentava un sistema di discesa molto complesso mai provato prima. Il rischio di un colossale fallimento in diretta mondiale era dietro l’angolo.

Qualora il sistema di discesa non avesse funzionato, oltre a veder svaniti almeno dieci anni di lavoro e la cifra di 2 miliardi e mezzo di dollari (tanto è costato il rover), l’eventuale fallimento avrebbe avuto ricadute anche sulle future missioni già programmate e in fase di realizzazione

Perseverance infatti, è solo la prima fase di una ambiziosa missione coordinata tra Nasa e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che ha in programma di riportare sulla Terra campioni di roccia prelevati su Marte. Il rover della Nasa appena giunto sul pianeta rosso, dovrà prelevare alcuni campioni di roccia e inserirli in contenitori a tenuta stagna che saranno poi recuperati da una seconda missione composta da un lander, che poi provvederà a spedirli fuori dell’orbita marziana con un razzo. A questo punto l’ultima fase della missione, denominata Mars Sample Return, provvederà, con un orbiter, a recuperare il contenuto del razzo e riportare il tutto sulla Terra.

La scelta della frase quindi, non era assolutamente casuale, poiché la missione è un qualcosa di mai fatto prima.

La presenza di un messaggio nascosto è stato menzionato per la prima volta nel livestream dell'atterraggio, dall'ingegnere di sistemi della NASA Allen Chen, che ha commentato: "Oltre a consentire un'incredibile scienza, speriamo che i nostri sforzi e la nostra ingegneria possano ispirare gli altri. A volte lasciamo messaggi nel nostro lavoro affinché altri possano trovarli. a tale scopo. Quindi invitiamo tutti voi a provare e a mostrare il vostro lavoro ".

La prima soluzione pubblicata online sembra essere stata dalla studentessa di informatica Abela Paf su Twitter. Il messaggio, ha detto, era stato decodificato da lei e da suo padre, che hanno compreso che i galloni erano disposti in anelli concentrici che codificano uno schema a 10 bit.

"Ogni numero binario codifica una posizione nell'alfabeto, a partire da 1", ha spiegato la studentessa. "Per la parola 'potente', dobbiamo solo iniziare a contare 40 bit più tardi e sarebbe corretto."

Gli anelli possono essere suddivisi in blocchi che rappresentano i numeri. Le sezioni rosse sono 1 e le sezioni bianche sono 0. La prima lettera del codice è 0000000100, che equivale al numero 4. Aggiungendo 64  si ottiene 68 ( il codice ASCII per la lettera maiuscola D). Procedendo in questo modo si ottiene la frase sopra citata.

Questo spiega i tre anelli interni. Ma il paracadute ha altri messaggi codificati.

L'anello esterno, contiene la codifica delle  lettere e dei numeri 34 11 58 N 118 10 31 W, che equivalgono alle coordinate geografiche della sede del JPL: 34 ° 11'58 "N 118 ° 10 ' 31 "W.

Tuttavia, questo non è l'unico messaggio segreto di Perseverance.

Sul telaio del rover c’è una targhetta contenente un chip con nomi e messaggi dei tantissimi abitanti della Terra (10,9 milioni) che hanno inviato il loro nome per tempo al sito dell’agenzia spaziale statunitense, come ormai consuetudine delle missioni Nasa (Leggi l’articolo “InSight è giunto su Marte con un equipaggio speciale”).

Sotto al chip è raffigurato un sole. I raggi del sole sono in codice Morse, con la frase "Explore As One” (Esplora come uno).

Alcuni di voi hanno notato il messaggio speciale che sto portando su Marte insieme agli oltre 10,9 milioni di nomi che tutti voi avete inviato. "Esplora come uno" è scritto in codice Morse nei raggi del Sole, che collegano il nostro pianeta natale con quello che io ' esplorerò. Insieme, perseveriamo” aveva twittato la Nasa il 30 marzo 2020 inserendo la foto della targhetta.

C’è poi nascosto su un piatto sul suo telaio del rover, c'è un “ritratto di famiglia” di tutti i rover (o droni) della Nasa giunti su Marte fino ad ora: Sojourner, Spirit, Opportunity, Curiosity, Perseverance e Ingenuity

Continuando a curiosare si scoprono altri segreti. I segni lasciati sul terreno marziano delle ruote del rover, così come avvenuto anche in passato per il rover Curiosity, contengono un altro messaggio in codice morse.

Le ruote di Perseverance rover imprimono sul suolo una serie di linee rette nei segni a zig-zag. È il codice Morse, utilizzato questa volta per indicare le lettere JPL. Sebbene possa sembrare che l’impronta rappresenti un omaggio ai costruttori del rover, è sopratutto un punto di riferimento importante che il software di guida automatico del rover può utilizzare per guidare in modo più preciso tramite un sistema chiamato odometria visiva.

Il codice Morse, impresso su tutte e sei le ruote di Perseverance, è: .--- (J), .--. (P) e .- .. (L), come indicato in questa immagine che si riferiva però ai segni lasciati dal rover Curiosity.

In effetti, l'invio di messaggi in codice nello spazio sulle nostre navi da esplorazione è una sorta di tradizione”, ha affermato l’ingegnere Nasa Allen Chen. Perseverance potrebbe essere pieno di molti più segreti.

"Le persone non possono resistere a mettere un piccolo tocco personale nel loro lavoro", ha detto . "Ma la stragrande maggioranza di questi segreti non sarà mai conosciuta, nemmeno da me."

Altre volte invece i messaggi in codice sono noti, come accaduto ad esempio per i Golden Record installati sopra le sonde Voyager o le placche montate sulle sonde Pioneer.

Stefano Nasetti

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SETI: Lezioni di “lingua aliena”

 

Gli scritti scientifici (o più compiutamente la scrittura scientifica) nel corso del tempo si è forse meritata una cattiva reputazione. È oscura, ermetica, piena di espressioni convenzionali all’ambiente scientifico e  apparentemente incomprensibile per chiunque, tranne che per gli altri scienziati, e talvolta nemmeno per loro.

In realtà nella maggioranza dei casi, gli scienziati scelgono le loro parole con la stessa attenzione, dei poeti quando compongono i loro versi.

Eppure il risultato appare decisamente differente. Se un testo poetico riesce spesso a far “sentire”, a stimolare delle emozioni, i testi scientifici, con la loro maniacale precisione, sembrano fare l'opposto. Tuttavia sovente ogni frase o parola anche dei testi scientifici è frutto di una intensa riflessione. Quando si vuole esprime un concetto evitando il rischio di essere fraintesi, non può che essere così. È necessario scegliere le parole giuste, anche se quelle parole sono incomprensibili per la maggioranza delle presone, come può essere ad esempio l’espressione “magnetostatica relativista”.

Ci sono poi delle parole di “origine scientifica” ma che sono diventate di uso comune, che oggi più che mai, hanno assunto nel linguaggio utilizzato dall’uomo della strada e dai mass media un significato “distorto” rispetto al significato originario. Queste parole si portano dietro un carico di “pregiudizi” che minano la credibilità dell’intero discorso o testo scientifico nel quale sono vengono utilizzate.

In campo astrobiologico e astrofisico, così come in molti altri settori scientifici, il dibattito riguardo le parole più opportune da utilizzare è più vivo che mai. Come detto infatti, nessuno vuole che il lavoro e  risultati delle proprie serie ricerche scientifiche possano venir sminuiti a causa del retaggio negativo che certe parole si portano dietro.

In ambito scientifico la ricerca di forme di vita extraterrestre è, a differenza di quanto comunemente molti pensano, un qualcosa che viene fatto con serietà. Si può affermare senza tema di smentite, che la ricerca di intelligenza extraterrestre è un campo di ricerca scientifica a tutti gli effetti.

Il linguaggio del SETI (la ricerca di intelligenza extraterrestre) è caratterizzato, forse più di ogni altro settore scientifico, di parole ormai dal significato degradato, considerato “volgare linguaggio da fantascienza”. Parole come “colonizzazione”, ”alieni”, “civiltà avanzate”, rappresentano solo alcuni esempi di parole cariche di pregiudizi, originati da speculatori dell’ipotesi ufologica e non dall’ufologia fatta con serietà.

Diventa sempre più difficile quindi, che le persone prendano seriamente chi compie studi  o parli di alcuni argomenti utilizzando queste parole, anche se si tratta di scienziati prestigiosi e/o accademici, di esponenti delle agenzie spaziali, delle forze armate o di qualche altra agenzia governativa che finanzia la ricerca di vita extraterrestre. Figuriamoci poi se queste parole fossero pronunciate a cuor leggero da un politico o, addirittura, se facessero la loro comparsa in un testo di legge! Che ne sarebbe dell’immagine pubblica di questi politici?

La questione del linguaggio da utilizzare in tema di ricerca di vita extraterrestre è oggi particolarmente sentita, soprattutto in quei Paesi in cui l’industria aerospaziale e le ricerche astrofisiche e astrobiologiche vanno avanti da decenni, e che hanno avuto addirittura un nuovo rilancio, alla luce delle ultime scoperte tecnologiche e della consapevolezza dell’esistenza della vita extraterrestre (almeno in forma microbica) proprio qui, già nel nostro sistema solare

Oggi, grazie alle nuove tecnologie, gli astrofisici e gli astrobiologi non si limitano soltanto a scoprire quotidianamente decine di altri pianeti, ma cominciano a studiarne le atmosfere in cerca di segnali che possano evidenziare la presenza di forme di vita “intelligente”. Nel linguaggio scientifico si dice che cercano le “tecnosignatures”, cioè le “firme tecnologiche”.

Negli Stati Uniti, poiché il Congresso pensa almeno da cinque anni di riavviare, finanziandolo, il SETI alla NASA, programma abbandonato da decenni e che continua a vivere solo grazie a finanziamenti privati, ad alcuni scienziati è sembrato  il momento giusto per creare un lessico SETI che potesse standardizzare il linguaggio, e rendere i ricercatori consapevoli dei pregiudizi insiti in alcune delle parole per il loro di uso quotidiano.

Secondo questi scienziati, l’utilizzo in modo più attento e consapevole di certe parole, potrà aiutare i politici a proporre leggi e stanziare finanziamenti che possano aiutare lo sviluppo di questo settore di ricerca.

Così, nel 2018, l'astrofisico Jason Wright della Penn State University ha riunito il Comitato Ad Hoc sulla Nomenclatura SETI, un ristretto gruppo di appena sei persone che includeva, oltre a astrobiologi, fisici e astrofisici, anche un antropologo e uno storico, nonché la pioniera del SETI Jill Tarter. I membri del gruppo hanno passato mesi a discutere e analizzare il linguaggio solitamente utilizzato quando si parla di alieni e hanno poi pubblicato un rapporto sul risultato della loro lunga e attenta riflessione linguistica. Uno dei loro consigli chiave è stato: smettiamola di parlare di alieni!

Detta così può sembrare un controsenso, ma dietro a questa affermazione perentoria c’è un ragionamento fondato su una consapevolezza.

La parola "alieno", almeno quando è usata come sostantivo, è ormai diventata troppo evocativa di immaginarie razze di extraterrestri di creazione cinematografica come i Klingon di Star Trek o i Wookies di Star Wars, oppure di piccoli uomini verdi (come nelle produzioni letterarie e cinematografiche della prima metà del novecento) o di rapitori notturni raccontati dalla moltitudine di sedicenti addotti di cui ormai è piena la rete. Secondo Jason Wright e, la parola “alieno” quindi, oggi si porta dietro quello che gli americani chiamano “giggle factor”, cioè il "fattore di risatina", che mina la serietà della scienza, dello scienziato e dello studio che la utilizza, fattore che lo stesso Wright sarebbe felice di lasciare agli "ufologi della domenica" e ad Hollywood.

"Alieni" è anche una parola politica. Sebbene sia un termine emotivamente neutro, almeno dal punto di vista etimologico, per il resto dell’opinione pubblica è tutt'altro che neutro. Una persona "aliena" non viene solo da qualche altra parte. È qualcos'altro, è quella diversità inquietante o sgradevole, senza contare poi che l'associazione di "alieni" con “extraterrestri” aumenta ancor di più l’effetto disumanizzante della parola, che rende il tutto per una larga fetta di opinione pubblica più incline ad accettare esclusivamente le verità di Stato, un qualcosa di cui rifiutare, anche solo inconsciamente, l’accettazione o l’esistenza.

Se secondo il Comitato Ad Hoc per la nomenclatura SETI non sarebbe opportuno utilizzare la parola "alieno", allora quale parola si dovrebbe utilizzare per parlare di certi cose in ambito scientifico? I membri del comitato hanno indicato l’espressione "specie extraterrestri" come frase preferita, sebbene "società extraterrestre" potrebbe essere anche migliore, poiché porta con sé il concetto più neutro di una biologia semplicemente non familiare. L’espressione “società extraterrestre” sarebbe meglio anche di "civiltà extraterrestre", anche a causa dell’ambiguità e antropocentrismo di quest'ultimo termine.

Ho già fatto presente in molti articoli e nei miei libri, che uno degli errori più grandi che l’uomo commette nel valutare la realtà, distinguendo ciò che è possibile da ciò che non lo è, ciò che è reale da ciò che è falso, è il misurare tutto sulla base non solo delle conoscenze scientifiche (pratica che sarebbe già di per sé un qualcosa di sbagliato per il semplice fatto che le nostre conoscenze, se pur avanzate, continuano ad essere limitate) ma in base alle nostre attuali capacità tecnologiche. Dire quindi “civiltà extraterrestre”, secondo il gruppo di studiosi presieduto da Wright, evidenzierebbe ancora troppo la contrapposizione tra la visione umana (intesa come “civiltà”) e quella “extraterrestre”.

Sarebbe poi anche da evitare l’associazione tra società (o civiltà) extraterrestre e l’aggettivo qualificativo "avanzata", una parola in cui riecheggia l'etnocentrismo ammuffito della vecchia National Geographics.

Addirittura la stessa parola "SETI" (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) porterebbe in sé diverse problematiche, perché potrebbe essere concettualmente sbagliata.

Prendiamo, ad esempio, lo stesso concetto riassunto nelle lettere "ET". Se la vita sulla Terra avesse effettivamente avuto origine altrove (vedi teoria della panspermia di cui ho parlato in altri articoli di questo blog e più diffusamente nel libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”)  se i nostri microbi ancestrali si fossero fatti strada fin qui, a bordo di un asteroide, provenienti da altri pianeti, o fossero invece partiti dalla Terra e fossero arrivati su altri pianeti, dovremmo chiederci: quegli organismi e i loro discendenti, sarebbero davvero extraterrestri? Oppure saremmo noi i veri ET? Nel loro rapporto, gli studiosi hanno ammesso che questo problema è al momento irrisolvibile, poiché non si ha alcuna certezza riguardo l’origine della vita sulla Terra. Potremmo essere noi gli extraterrestri, magari anche solo marziani ma pur sempre extraterrestri.

Più imbarazzo ha generato la "I" di "intelligenza". Quando i ricercatori SETI parlano di "intelligenza", intendono in realtà "la qualità di essere in grado di progettare deliberatamente una tecnologia che potrebbe essere rilevabile utilizzando tecniche di osservazione astronomica". Tuttavia ognuno di noi conosce molte persone che sebbene intelligenti, non sanno farlo. Non ci vuole poi neanche troppa fantasia per immaginare una società extraterrestre che utilizza la sua intelligenza per scopi diversi dall'invio di segnali compatibili con la tecnologia di rilevamento della Terra del XXI° secolo.

Nonostante il rapporto del gruppo di studiosi americani, di fatto, decostruisca il gergo standard del campo astrofisico, astrobiologico e ufologico, è riuscito almeno a fare chiarezza riguardo le definizioni delle varie attività SETI. Tra queste possiamo ora distinguere la ricerca dell'artefatto SETI, vale a dire "la ricerca di manifestazioni fisiche della tecnologia", e del METI, o Messaging Extraterrestrial Intelligence, che significa inviare messaggi deliberati dalla Terra con la speranza che possano raggiungere altre società. C’è poi la ricerca delle "firme tecnologiche" (technosignatuire)  che, fondamentalmente, è la cosa che il programma SETI sta cercando e che è attualmente, l’attività preferita tra i responsabili i politici e i legislatori che si erano dichiarati contrari al progetto SETI decenni fa, chiudendo i rubinetti dei finanziamenti per questa ricerca.

L'effetto complessivo del rapporto è paradossalmente contrario a quello che si erano prefissi gli autori. Più che un dizinario della “lingua aliena” si è rivelato essere una sorta di anti-dizionario: uno che rende le definizioni meno esatte. Parole essenziali come “intelligenza”, “extraterrestre” sembra si sforzino di contenere oggi tutte le possibilità aliene.

Che senso ha tutto questo se non quello di rendere ancor più caotico il già bistrattato modo della ricerca di vita extraterrestre? Dopo tutto, quali sono le parole giuste per descrivere cose che forse e/o, almeno ufficialmente, non abbiamo mai visto, o nemmeno immaginato? La lingua è importante perché noi percepiamo, almeno in parte, la realtà attraverso le parole. Tuttavia se queste parole non sono utili a rendere meglio le idee che si vogliono esprimere ma, al contrario finiscono solo per rappresentare dei limiti cognitivi, è certamente meglio lasciare l’ortodossia delle parole a cui tanto tengono alcune persone oggi, per concentrarsi di più nella ricerca. Per quanto riguarda l’uso appropriato delle parole, è forse meglio che gli scienziati si occupino di altro. Per l’uso adeguato delle parole è forse ora di chiamare i poeti...

Stefano Nasetti

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Crescono i sospetti che le nanoparticelle nel vaccino COVID-19 di Pfizer scatenino rare reazioni allergiche

L’articolo che segue è tratto dal portale SCIENCE.

I rapporti COVID-19 di Science sono supportati dal Pulitzer Center e dalla Heising-Simons Foundation.

Gravi reazioni di tipo allergico in almeno otto persone che hanno ricevuto il vaccino COVID-19 prodotto da Pfizer e BioNTech nelle ultime 2 settimane possono essere dovute a un composto nella confezione dell'RNA messaggero (mRNA) che costituisce l'ingrediente principale del vaccino, dicono gli scienziati. Un simile vaccino a mRNA sviluppato da Moderna, che è stato autorizzato per l'uso di emergenza negli Stati Uniti venerdì, contiene anche il composto, polietilenglicole (PEG).

Il PEG non è mai stato usato prima in un vaccino approvato, ma si trova in molti farmaci che hanno occasionalmente scatenato anafilassi, una reazione potenzialmente pericolosa per la vita che può causare eruzioni cutanee, pressione sanguigna precipitosa, mancanza di respiro e battito cardiaco accelerato. Alcuni allergologi e immunologi ritengono che un piccolo numero di persone precedentemente esposte al PEG possa avere alti livelli di anticorpi contro il PEG, mettendoli a rischio di una reazione anafilattica al vaccino. 

Altri sono scettici sul collegamento. Tuttavia, il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) degli Stati Uniti era abbastanza preoccupato da convocare diversi incontri la scorsa settimana per discutere le reazioni allergiche con rappresentanti di Pfizer e Moderna, scienziati e medici indipendenti e la Food and Drug Administration (FDA).

Il NIAID sta anche organizzando uno studio in collaborazione con la FDA per analizzare la risposta al vaccino in persone che hanno alti livelli di anticorpi anti-PEG o hanno sperimentato gravi risposte allergiche a farmaci o vaccini in precedenza. "Fino a quando non sapremo che esiste davvero una storia di PEG, dobbiamo stare molto attenti a parlarne come un affare fatto", dice Alkis Togias, capo ramo di allergia, asma e biologia delle vie aeree al NIAID.

Anche Pfizer afferma, in una dichiarazione inviata a Science, di "cercare attivamente un follow-up". La stessa Pfizer già raccomanda che "cure mediche appropriate e supervisione dovrebbero essere sempre prontamente disponibili" nel caso in cui un vaccinato sviluppi anafilassi.

Le reazioni anafilattiche possono verificarsi con qualsiasi vaccino, ma di solito sono estremamente rare - circa una per 1 milione di dosi . Al 19 dicembre, gli Stati Uniti avevano visto sei casi di anafilassi tra 272.001 persone che hanno ricevuto il vaccino COVID-19, secondo una  recente presentazione  di Thomas Clark dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC);  il Regno Unito ne ha registrati due .

Poiché i vaccini Pfizer e Moderna mRNA utilizzano una nuova piattaforma, le reazioni richiedono un attento esame, afferma Elizabeth Phillips, ricercatrice sull'ipersensibilità ai farmaci presso il Vanderbilt University Medical Center che ha partecipato a una riunione del NIAID il 16 dicembre.

Le notizie sulle reazioni allergiche hanno già creato ansia. "I pazienti con gravi allergie negli Stati Uniti stanno diventando nervosi per la possibilità che potrebbero non essere in grado di vaccinarsi, almeno con quei due vaccini", ha scritto Togias in un invito a incontrare i partecipanti. "Le allergie in generale sono così comuni nella popolazione che questo potrebbe creare una resistenza contro i vaccini nella popolazione", aggiunge Janos Szebeni, immunologo presso l'Università Semmelweis di Budapest, Ungheria, che ha studiato a lungo le reazioni di ipersensibilità al PEG e che ha anche partecipato il raduno del 16 dicembre.

Gli scienziati che credono che il PEG possa essere il colpevole sottolineano che la vaccinazione dovrebbe continuare. "Abbiamo bisogno di vaccinarci", dice Phillips. "Dobbiamo cercare di limitare questa pandemia." Ma sono urgentemente necessari più dati, aggiunge: "Queste prossime due settimane negli Stati Uniti saranno estremamente importanti per definire cosa fare dopo".

Dentifricio e shampoo

Gli studi clinici sui vaccini di Pfizer e Moderna, che hanno coinvolto decine di migliaia di persone, non hanno riscontrato eventi avversi gravi causati dal vaccino. Ma entrambi gli studi hanno escluso persone con una storia di allergie ai componenti dei vaccini COVID-19; Pfizer ha anche escluso coloro che in precedenza avevano avuto una reazione avversa grave da qualsiasi vaccino. Le persone con precedenti reazioni allergiche al cibo o ai farmaci non sono state escluse, ma potrebbero essere state sottorappresentate.

I due vaccini contengono entrambi mRNA avvolto in nanoparticelle lipidiche (LNP) che aiutano a trasportarlo alle cellule umane ma agiscono anche come adiuvante, un ingrediente del vaccino che rafforza la risposta immunitaria. Gli LNP sono "PEGilati", attaccati chimicamente alle molecole di PEG che coprono l'esterno delle particelle e ne aumentano la stabilità e la durata.

I PEG sono anche usati in prodotti di uso quotidiano come dentifricio e shampoo come addensanti, solventi, ammorbidenti e trasportatori di umidità e sono stati usati come lassativi per decenni. Un numero crescente di prodotti biofarmaceutici include anche composti PEGilati.

A lungo si pensava che i PEG fossero biologicamente inerti, ma un numero crescente di prove suggerisce che non lo sono. Secondo uno studio del 2016 condotto da Samuel Lai , un farmacista presso l'Università del North Carolina, a Chapel Hill, il 72% delle persone ha almeno alcuni anticorpi contro i PEG  , presumibilmente a causa dell'esposizione a cosmetici e prodotti farmaceutici. Circa il 7% ha un livello che può essere abbastanza alto da predisporli a reazioni anafilattiche, ha scoperto. Altri studi hanno anche trovato anticorpi contro PEG, ma a livelli inferiori.

"Di conseguenza, alcune aziende hanno eliminato i prodotti PEGylated dalla loro pipeline", afferma Lai. Ma osserva che il record di sicurezza di molti farmaci PEGilati ha persuaso altri che "le preoccupazioni per gli anticorpi anti-PEG sono sopravvalutate".

Szebeni afferma che il meccanismo alla base dell'anafilassi coniugata con PEG è relativamente sconosciuto perché non coinvolge l'immunoglobulina E (IgE), il tipo di anticorpo che causa le classiche reazioni allergiche. (Ecco perché preferisce chiamarle reazioni "anafilattoidi".) Invece, il PEG innesca altre due classi di anticorpi, l'immunoglobulina M (IgM) e l'immunoglobulina G (IgG), coinvolte in un ramo dell'immunità innata del corpo, chiamato sistema del complemento, che Szebeni l’ha studiato per decenni in un maiale che l’ha sviluppato.

Nel 1999, mentre lavorava al Walter Reed Army Institute of Research,  Szebeni descrisse un nuovo tipo di reazione indotta da farmaci che chiamò  pseudoallergia correlata all'attivazione del complemento (CARPA), una risposta immunitaria aspecifica ai farmaci a base di nanoparticelle, spesso PEGilati, che sono riconosciuti erroneamente dal sistema immunitario come virus.

Szebeni ritiene che CARPA spieghi le gravi reazioni anafilattoidi che alcuni farmaci PEGilati sono occasionalmente noti causare, tra cui il  blockbuster del cancro Doxil .

Un team assemblato da Bruce Sullenger, un chirurgo della Duke University, ha  riscontrato problemi simili con un anticoagulante sperimentale contenente RNA PEGilato.

Il team ha dovuto interrompere uno studio di fase III nel 2014 dopo che circa lo 0,6% delle 1600 persone che avevano ricevuto il farmaco, aveva  avuto gravi risposte allergiche e un partecipante era addirittura deceduto. "Questo ha fermato il processo", dice Sullenger. Il team ha scoperto che ogni partecipante con anafilassi aveva livelli elevati di IgG anti-PEG. Ma alcuni, senza reazioni avverse, avevano anche livelli elevati, aggiunge Sullenger. "Quindi, non è sufficiente avere solo questi anticorpi."

Alla riunione del NIAID, diversi partecipanti hanno sottolineato che le nanoparticelle PEGilate possono causare problemi attraverso un meccanismo diverso dal CARPA.

Proprio il mese scorso, Phillips e scienziati della FDA e di altre istituzioni hanno pubblicato un documento che mostrava che i pazienti che avevano subito una reazione anafilattica ai farmaci PEGilati, avevano anticorpi IgE contro PEG, suggerendo che anche qust’ultimi potrebbero essere coinvolti, piuttosto che IgG e IgM.

Altri scienziati, nel frattempo, non sono affatto convinti che il PEG sia coinvolto. "C'è molta esagerazione quando si tratta del rischio di PEG e CARPA", afferma Moein Moghimi, un ricercatore di nanomedicina presso l'Università di Newcastle, che sospetta che un meccanismo più convenzionale stia causando le reazioni. “Tecnicamente stai fornendo un adiuvante nel sito di iniezione per eccitare il sistema immunitario locale. Succede che alcune persone si eccitino troppo, perché hanno un numero relativamente alto di cellule immunitarie locali ".

Altri notano che la quantità di PEG nei vaccini a mRNA è di ordini di grandezza inferiore rispetto alla maggior parte dei farmaci PEGilati. E mentre questi farmaci vengono spesso somministrati per via endovenosa, i due vaccini COVID-19 vengono iniettati in un muscolo, il che porta a un'esposizione ritardata e a un livello molto più basso di PEG nel sangue, dove si trova la maggior parte degli anticorpi anti-PEG.

Tuttavia, le società erano consapevoli del rischio. In un prospetto di borsa depositato il 6 dicembre 2018 , Moderna ha riconosciuto la possibilità di "reazioni al PEG da parte di alcuni lipidi o PEG altrimenti associati al LNP". E in un documento di settembre, i ricercatori di BioNTech hanno proposto un'alternativa al PEG per la somministrazione terapeutica di mRNA , osservando: "La PEGilazione delle nanoparticelle può anche avere notevoli svantaggi in termini di attività e sicurezza".

Katalin Karikó, vicepresidente senior di BioNTech che ha co-inventato la tecnologia dell'mRNA alla base di entrambi i vaccini, afferma di aver discusso con Szebeni se il PEG nel vaccino potrebbe essere un problema. (I due si conoscono bene; entrambi sono ungheresi e negli anni '80, Karikó insegnò a Szebeni come fare i liposomi nel suo laboratorio). Concordarono sul fatto che data la bassa quantità di lipidi e la somministrazione intramuscolare, il rischio era trascurabile.

Karikó sottolinea oggi che in base a quanto sappiamo finora, il rischio è ancora basso. “Tutti i vaccini comportano dei rischi. Ma il beneficio del vaccino supera il rischio", dice.

Szebeni è d'accordo, ma dice che spera che questo sia vero anche nel lungo periodo. Osserva che entrambi i vaccini a mRNA richiedono due dosi e teme che gli anticorpi anti-PEG innescati dal primo colpo possano aumentare il rischio di una reazione allergica al secondo o ai farmaci PEGilati.

Per comprendere il rischio, dice Phillips, è fondamentale svelare i meccanismi alla base delle reazioni immunitarie e scoprire quanto spesso è probabile che si verifichino.

I casi noti negli Stati Uniti sono attualmente allo studio, ma gli indizi chiave potrebbero essere svaniti: le reazioni anafilattiche producono biomarcatori che rimangono nel sangue solo per poche ore. Alla riunione del NIAID, i partecipanti hanno discusso i modi per garantire che i campioni di sangue da casi futuri vengano prelevati immediatamente e testati per quei marcatori.

Se PEG risulta essere il colpevole, la domanda è: cosa si può fare? Lo screening di milioni di persone per gli anticorpi anti-PEG prima che vengano vaccinati non è fattibile. Invece, le linee guida CDC raccomandano di non somministrare i vaccini Pfizer o Moderna a chiunque abbia una storia di grave reazione allergica a qualsiasi componente del vaccino.

Per le persone che hanno avuto una reazione grave a un altro vaccino o farmaco iniettabile, i rischi ei benefici della vaccinazione devono essere attentamente valutati, afferma CDC. E le persone che potrebbero essere ad alto rischio di una reazione anafilattica dovrebbero rimanere nel sito di vaccinazione per 30 minuti dopo l'iniezione in modo da poter essere curate se necessario.

"Almeno [l'anafilassi] è qualcosa che accade rapidamente", afferma Philips. "Quindi, è qualcosa a cui puoi essere molto attento, pronto a riconoscere presto ed essere pronto a trattare presto."

In Italia tutte queste accorgimenti vengono presi? Le persone vengono informate? Chi si sottopone a vaccini viene informato sulle potenziali reazioni allergiche.? Viene loro chiesto se sono soggetti allergici e se sanno a cosa?

Fonte doi: 10.1126 / science.abg2359

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Gli scienziati "programmano" batteri viventi per memorizzare i dati

I dischi rigidi e le unità ottiche memorizzano gigabit di dati digitali con la semplice pressione di un pulsante. Ma quelle tecnologie - come i nastri magnetici e le unità floppy prima di loro - tendono a diventare antiquate e illeggibili quando vengono superate dalla nuova tecnologia. Ora, i ricercatori hanno escogitato un modo per scrivere elettronicamente i dati nel DNA dei batteri viventi, un'opzione di archiviazione che difficilmente diventerà obsoleta presto.

"Questo è davvero un bel passo" che potrebbe un giorno stimolare lo sviluppo commerciale, dice Seth Shipman, un bioingegnere presso i Gladstone Institutes e l'Università della California, San Francisco, che però non era coinvolto nel nuovo lavoro. Almeno al momento però le applicazioni nella nostra quotidianità sono molto lontane.

Il DNA è interessante per l'archiviazione dei dati per diversi motivi. In primo luogo, è più di 1000 volte più denso dei dischi rigidi più compatti, consentendo di memorizzare l'equivalente di 10 film digitali a lunghezza intera nel volume di un granello di sale. E poiché il DNA è fondamentale per la biologia, le tecnologie per leggerlo e scriverlo dovrebbero diventare più economiche e più potenti con il tempo.

I ricercatori hanno convertito la stringa di uno e zeri digitali di un file di dati, in combinazioni delle quattro basi della molecola: adenina, guanina, citosina e timina. Quindi hanno usato un sintetizzatore di DNA per scrivere quel codice nel DNA.

Tuttavia l'accuratezza della sintesi del DNA delle nuove informazioni diminuisce con l'aumentare della lunghezza del codice. Per risolvere il problema in “fase di scrittura”, i ricercatori hanno suddiviso il loro file in blocchi e hanno scritto frammenti di DNA di lunghezza compresa tra 200 e 300 basi. A ogni frammento è stato poi assegnato un indice per identificare la sua posizione nel file. Così facendo, nella successiva “fase di lettura” i sequenziatori di DNA potranno leggere i frammenti di DNA per riassemblare il file e decifrare le informazioni contenute.

La tecnologia è però ancora molto costosa. I costi arrivano fino a 3500 dollari per sintetizzare 1 megabit di informazioni. Senza contare poi che le fiale contenenti il DNA in cui sono immagazzinate le informazioni possono degradarsi nel tempo.

Per creare un mezzo duraturo e più facile da codificare, i ricercatori stanno lavorando per scrivere dati nel DNA degli organismi viventi, che copiano e trasmettono i loro geni alla generazione successiva

Memorizzare i dati nel DNA non è un'idea nuova.

Già nel 2015 scrivevo: “Riuscire a leggere e comprendere e addirittura scrivere il DNA sembrava una follia, un’invenzione creata dai sostenitori della teoria degli antichi alieni per dare sostegno alla loro tesi. Quando quest’aspetto della teoria fu enunciato per la prima volta, oltre una decina di anni fa ormai, effettivamente sembrava un’ipotesi assurda, irreale se teniamo conto delle conoscenze scientifiche dell’epoca. A distanza di quasi 15 anni la scienza sembra ancora una volta, poter confermare questa possibilità.

Nel novembre 2014 un gruppo di ricercatori coordinato dall'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT), ha reso noto i risultati di una ricerca poi pubblicati anche sulla rivista Science. I ricercatori statunitensi hanno creato degli “hard disk viventi”, ossia hanno modificato batteri di Escherichia coli in modo da renderli capaci di registrare nel Dna, i dati che acquisiscono dall'esterno. I microrganismi sono stati infatti, modificati in laboratorio in modo da far produrre loro una proteina capace di “scrivere” piccole sequenze di Dna in punti specifici della lunga catena genetica. La proteina “scrittrice” viene però attivata solo quando la cellula si trova in presenza di alcune sostanze predeterminate, come particolari farmaci, oppure con impulsi esterni, come un raggio di luce. Ogni volta che la cellula individua il segnale preimpostato, l'evento è registrato nel Dna e conservato.

Si crea così un “nastro” che mantiene memoria degli eventi avvenuti e che può essere letto dai ricercatori. Questi batteri potrebbero essere quindi usati come sensori capaci di registrare le informazioni raccolte, e a differenza dei dispositivi elettronici non avrebbero bisogno di energia elettrica, batterie. Scrivere un’informazione del DNA equivale a modificare, in un certo senso, il DNA stesso, perché si può scrivere nei geni un’informazione o una nuova istruzione che le proteine potrebbero eseguire, dando origine a nuove cellule con funzioni nuove o diverse. Scrivere il DNA equivale a modificare il DNA e quindi, potenzialmente, ad avere la possibilità di migliorare le capacità dell’organismo vivente in questione.

Mentre da un lato, le notizie sopra riportate dimostrano che questa capacità è oggi una realtà, l’opportunità di utilizzare queste tecniche per modificare il genoma umano è una questione molto dibattuta per questioni soprattutto etiche.

Nei primi mesi del 2015 alcuni scienziati hanno chiesto una moratoria per la messa al bando di alcune tecniche riguardanti la modificazione genetica sugli embrioni umani. Infatti, ritengono che la scienza non disponga ancora di tutte le informazioni per prevedere le conseguenze di un’eventuale manipolazione del DNA dell’uomo. Tale manipolazione sarebbe trasmissibile per discendenza ad altri esseri umani, con il rischio, secondo alcuni, di far insorgere nuove malattie di tipo genetico. I favorevoli ribattono sostenendo che queste tecniche possono eliminare alcune delle malattie genetiche oggi presenti.

Ma mentre alcuni discutono, altri, senza alcun tipo di ritrosia, agiscono. Nell’aprile del 2015 è stata pubblicata sulla rivista Protein&cell la notizia secondo cui un team cinese, guidato da Huang Junjiu, professore associato di biologia dell’Università Sun Yat-Sen di Guangzhou, ha modificato il DNA di alcuni embrioni umani, al fine di curare l'anemia mediterranea. Per motivi etici le più prestigiose riviste scientifiche Nature e Science, si erano rifiutate di pubblicare tale studio. Al di là di ogni questione di tipo etico, questa notizia conferma in modo definitivo che il DNA umano è modificabile e che le nostre attuali conoscenze e capacità scientifiche, consentono di operare fattivamente in tal senso, sgomberando forse una volta per tutte, i dubbi riguardo questa possibilità e rendendo più credibile l’ipotesi formulata dai sostenitori della teoria del paleocontatto.

Molti teorici degli antichi astronauti sostengono che il miglioramento del DNA umano per opera di entità extraterrestri, sarebbe ancora oggi in atto. Questo processo che va avanti da millenni sarebbe la spiegazione dei numerosi rapimenti da parte di alieni che, stando ai racconti delle vittime, spesso eseguono analisi mediche sulle persone rapite.

Secondo i teorici degli antichi astronauti, questi rapimenti e queste analisi mediche avrebbero lo scopo di risvegliare gradualmente tratti dormienti del nostro DNA, al fine di conferirci sempre crescenti capacità. Anche questa sembra un’ipotesi assurda. Se soprassediamo per un attimo all’aspetto riguardante il racconto del rapimento da parte di presunte entità extraterrestri, ci potremmo chiedere: è possibile che il DNA umano contenga già talune capacità o informazioni dormienti? Informazioni che sebbene presenti, non hanno fino ad oggi originato o conferito alcun tipo di caratteristica particolare all’umanità e che per far ciò, devono essere “attivate”? E come?...” (brano tratto dal mio libro “Il lato Oscuro della Luna” - 2015)

Più tardi, nel 2016 altri studi avevano dimostrato ciò che solo dieci anni fa sembrava fantasia. Ne avevo parlato nell’articolo dal titolo “L'hard Disk DNA contiene la nostra storia e le prove del contatto alieno?” sul mio sito

Dal 2017, un team guidato da Harris Wang, un biologo dei sistemi presso la Columbia University, ha utilizzato il sistema di editing genetico CRISPR per far riconoscere alle cellule un segnale biologico, come la presenza del fruttosio zuccherino. Quando i ricercatori hanno aggiunto fruttosio alle cellule di Escherichia coli, l'espressione genica è aumentata, formando frammenti di DNA a forma di anello chiamati plasmidi. Dopo un lavoro durato quasi tre anni, Wang e i suoi colleghi sono riusciti ha codificato elettricamente fino a 72 bit di dati , per scrivere il messaggio "Hello world!", come riferito oggi (gennaio 2021) nella rivista Nature Chemical Biology. I ricercatori hanno anche dimostrato di poter aggiungere Escherichia Coli con il loro messaggio a una miscela di normali microbi del suolo e, successivamente  a sequenziare la miscela per recuperare il messaggio memorizzato.

Wang dice che sono solo i primi passi per l'archiviazione dei dati negli organismi viventi. "Non competeremo con gli attuali sistemi di archiviazione della memoria", afferma. I ricercatori dovranno anche trovare modi per evitare che i loro messaggi si degradino quando i batteri mutano mentre si replicano. Ma almeno per ora, potrebbero dare a James Bond un nuovo strumento per nascondere i messaggi in bella vista. Chissà se qualcuno prima di noi, lo abbia già fatto proprio con il nostro DNA, il cui 95%, secondo i genetisti, non avrebbe apparentemente alcuna funzione pratica.

Stefano Nasetti

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Caccia alla vita aliena, nuovo strumento calcola probabilità

Nonostante nella mente di una cospicua fetta della popolazione mondiale persista l’idea che la vita extraterrestre sia un qualcosa di fantasioso e addirittura antiscientifico, la scienza continua la sua caccia alla vita aliena, non necessariamente intelligente. Già perché prima di cercare qualcosa di sofisticato i ricercatori sanno molto bene che è opportuno cominciare dalle cose più semplici. Senza accertare quanta vita semplice ci sia al di fuori del nostro pianeta, non è poi possibile anche solo stimare quanta probabilità ci sia che questa si sia evoluta in forme complesse o addirittura intelligenti.

Nel mese di Agosto 2020, un nuovo strumento statistico per aiutare gli astronomi a calcolare la probabilità di vita aliena nella nostra galassia è stato sviluppato utilizzando i segnali rilevati nell'atmosfera di altri pianeti. Il risultato dello studio è stato pubblicato sulla rivista dell'Accademia americana delle scienze (Pnas) dai ricercatori dell'Università di Roma Tor Vergata coordinati da Amedeo Balbi e dal gruppo del Politecnico federale di Losanna (Epfl) guidato da Claudio Grimaldi.

La tecnica utilizzata è quella della spettroscopia, che analizza la luce che viene diffusa (per riflesso) dall’atmosfera di un altro pianeta, per determinare  i gas che contiene  e quindi comprendere se ci può o meno, essere vita. Il rilevamento di ossigeno, metano oppure ozono, per esempio, potrebbe indicare la presenza di organismi viventi. Il numero di queste “firme biologiche” è proprio il dato di base che il nuovo modello statistico utilizza per calcolare la probabilità di vita nella nostra galassia.

Si tratta ovviamente di uno studio statistico che può soltanto fornire stime e probabilità, tutte poi da verificare con eventuali e future missioni robotiche o con altri strumenti ancora in fase di sviluppo. I risultati forniti da questo nuovo strumento non sono quindi in grado di rispondere in modo definitivo alla domanda di quanta e dove ci sia la vita nella nostra galassia (o addirittura nell’universo), ma sono in grado però, di fornire una stima molto più affidabile a quelle frutto di semplici congetture, preconcetti e opinioni personali, o di pochi dati (come la famosa Equazione di Drake), fornite da “autorità scientifiche” fino a qualche anno fa.

I ricercatori dell’Università di Roma Tor Vergata e del Politecnico di Losanna coordinati dall’astrofisico Amedeo Balbi, sono partiti oltre tutto da alcuni limitanti presupposti, che hanno circoscritto le possibilità ottenute come risultato.  Hanno infatti supposto che la vita emerga solo e sempre in modo autonomo e indipendente su ciascun pianeta.  Così facendo, i risultati dello studio hanno dimostrato che se venisse rilevata anche una sola firma biologica su un pianeta, si potrebbe concludere (con una probabilità maggiore del 95%) che i pianeti abitati nella galassia siano più di 100.000. Al contempo,  anche qualora non venissero rilevate firme biologiche, secondo i ricercatori non potremmo necessariamente concludere che non esistano altre forme di vita nella Via Lattea. La nostra incapacità di conoscere non può quindi determinare l’idea che siamo soli!

Come accennato poi, solo in seconda battuta i ricercatori hanno preso in considerazione anche l'ipotesi della panspermia, secondo la quale la vita potrebbe diffondersi tra pianeti vicini, ad esempio attraverso organismi microscopici trasportati su comete, argomento che ho ampiamente trattato (almeno per quanto riguarda il nostro sistema solare) nel mio libro “Il Lato Oscuro di Marte dal mito alla colonizzazione” e su altri articoli di questo blog.

Nei sistemi stellari in cui la diffusione della vita è attiva attraverso la panspermia (come probabilmente è stato ed è nel nostro sistema solare), la probabilità riguardo la presenza di vita (anche complessa e perfino intelligente) su un pianeta dipenderà quindi, oltre che dalla possibilità che questa abbia fatto spontaneamente lì la sua comparsa, anche da quanto questo pianeta è lontano dagli altri pianeti dello stesso sistema e da quanto facilmente varie forme di vita sono in grado di resistere alle condizioni estreme dello spazio, di viaggiare e adattarsi al nuovo pianeta, come è stato dimostrato sopra ogni ragionevole dubbio, fanno alcune forme di vita terrestri a noi ormai ben note. Questo dunque ha portato ad aumentare, secondo il team di ricerca, le probabilità, fino a quasi il 100% e qualora si trovi anche solo una forma biologica, che la nostra galassia ospiti altre forme di vita. Se evoluta o addirittura intelligente però, non è possibile saperlo attraverso questo singolo sistema di ricerca.

Una risposta scientifica più esaustiva a riguardo, può certamente derivare dalla combinazione dei vari sistemi di ricerca e calcolo, sulla base dei dati più aggiornati e completi possibile oggi a disposizione ,e dall’utilizzo degli strumenti più moderni e aggiornati che sono entrati, o stanno entrando in funzione in questi ultimi due anni. Sempre sperando che la ricerca avvenga in modo scevro da pregiudizi e che i risultati vengano diffusi sempre in modo completo e senza censure.

In attesa di una prova definitiva fornita dalle “autorità scientifiche” sull’esistenza di vita aliena intelligente (prova che forse arriverà soltanto dopo l’ufficializzazione di una qualche forma di contatto fornita da altre “autorità”, politiche militari ecc.), per conoscere la risposta è sufficiente alzare gli occhi al cielo, o più compiutamente e analizzare le ormai migliaia di pagine di documenti desecretati delle agenzie di intelligence di mezzo modo negli ultimi settant’anni, o ancora visionare i filmati originali forniti dalle stesse autorità militari o ascoltare le dichiarazione, anch’esse  sempre più frequenti, di politici di numerosi Paesi stranieri, per avere una risposta abbastanza attinente alla realtà.

Per tutta quella parte di popolazione che invece non vuole o non è in grado di approfondire (e quindi faticare) per comprendere meglio la questione, o che sono abituati a credere più che a sapere, che preferiscono continuare a cercare conferme alle  idee convenzionali e dominanti anziché formularne di proprie, autonomamente sulla base delle conoscenze scientifiche ufficiali, non rimarrà che attendere che qualcun altro formuli per loro un pensiero compiuto e gli dica, anche questa volta cosa pensare. D’altro canto, il 2020 ci ha mostrato miseramente come queste persone costituiscano ancora oggi la maggioranza della popolazione, almeno in Italia.

Stefano Nasetti

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Osservate 10 milioni di stelle, ma nessuna traccia di tecnologie aliene

Nessuna traccia di tecnologia aliena tra gli oltre 10 milioni di stelle che popolano la regione del cielo meridionale occupata dalla costellazione della Vela. Lo studio è il più grande e approfondito condotto finora sulla ricerca di intelligenza aliena e che, a dispetto delle apparenze, non scoraggia affatto i ricercatori di vita intelligente extraterrestre.

Lo studio, pubblicato su Pubblication of the Astronomical Society of Australia, è stato condotto da Chenoa Tremblay, astronomo del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization, e Steven Tingay dell’International Center for Radio Astronomy Research, utilizzando il Murchison Widefield Array (Mwa), un radiotelescopio nell’entroterra australiano, ha osservato una parte del cielo, nella quale risiedono almeno 10 milioni di stelle. Il radiotelescopio Mwa è un telescopio unico al modo perché dotato di un campo visivo molto ampio che permette di osservare contemporaneamente milioni di stelle insieme e grazie al quale continueranno le ricerche finché entrerà in attività il suo successore, lo Square kilometre array. Questo nuovo osservatorio avrà telescopi in Australia occidentale e in Sud Africa e sarà in grado di esaminare miliardi di sistemi stellari alla ricerca di firme tecnologiche aliene.

Gli scienziati si sono concentrati solo su una piccola porzione di cielo, in particolare sulla  parte di cielo intorno alla costellazione delle Vele. Utilizzando il radiotelescopio Mwa hanno ricercato emissioni radio a bassa frequenza , note come tecnofirme, che avrebbero potuto indicare la presenza di una sorgente intelligente, senza però riuscire a rilevare nulla. 

Il risultato negativo non ha sorpreso i ricercatori, infatti, benché la parte di cielo osservata sia apparentemente molto ampia rispetto alla nostra prospettiva, in confronto all’intero universo è solo una piccola area. “Anche se questo studio  ha osservato un grandissimo numero di stelle, la porzione di spazio che abbiamo esaminato equivale a cercare qualcosa negli oceani terrestri guardando solo un volume d'acqua pari a quello di una piscina da giardino” ha spiegato Tingay.  Dieci milioni di stelle sono infatti un piccolo assaggio, se si considera che nella Via Lattea potrebbero essercene dai 100 ai 400 miliardi.
Come ho avuto più volte modo di far presente in altri articoli di questo blog e nei miei lavori editoriali, resta poi da capire se si stiano cercando davvero i segnali giusti. Non sapendo che tipo di tecnologia potrebbe sviluppare una civiltà aliena, siamo costretti a basarci su quello che conosciamo della nostra. Cerchiamo ed esaminiamo segnali radio ma i degnali potrebbero essere invece nella luce. Anche noi qui sulla Terra, infatti, stiamo oggi cominciando ad utilizzare tecnologie basate sulla luce per trasferire i messaggi. Con il telescopio Mwa (puntato inizialmente per studiare i resti di una supernova nella costellazione della Vela) si sono cercati segnali radio a bassa frequenza, simili a quelli della radio Fm che spesso sbucano dalla ionosfera terrestre fino a essere captati dalle sonde spaziali.
Nulla esclude, però, che la radiazione elettromagnetica emessa da un'eventuale civiltà aliena possa essere diversa, oppure troppo lontana o troppo debole per essere intercettata. “Dato che non possiamo sapere come un'eventuale civiltà aliena possa usare la tecnologia – conclude Tingay – dobbiamo continuare a cercare usando strategie diversificate”.

Stefano Nasetti

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Individuata un’antica galassia in grado di far riscrivere gran parte di astronomia, astrofisica e astrobiologia.

Da sempre gli astronomi immaginano l'universo primordiale come un luogo selvaggio e senza legge, con galassie nascenti caotiche piene di gas vorticosi e una frenetica formazione stellare.

Secondo la teoria prevalente in ambito scientifico, circa 13,8 miliardi di anni fa (ma recenti studi hanno ricalcolato la stima precedente sull’età dell’universo in 12,5 miliardi di anni), a seguito del Big Bang, la materia si sarebbe diffusa dando origine all’universo. Da quel momento in poi, secondo la teoria dell’inflazione, l’universo avrebbe cominciato a espandersi e le nubi di gas, le galassie, le stelle, i pianeti e qualunque altro oggetto cosmico avrebbero cominciato a disperdersi in varie direzioni. Il raggruppamento in sistemi stellari e poi in galassie sarebbe dunque avvenuto molto lentamente.

Le prime galassie sarebbero stati luoghi caotici e disordinati, in cui le stelle, ancora troppo vicine tra loro, avrebbero continuamente influenzato le rispettive orbite, distruggendosi a vicenda o “rubandosi” energia o materiale. Questo perché i forti effetti associati alle fusioni di galassie e alle esplosioni di supernova avrebbero fatto sì che la maggior parte delle giovani galassie in formazione stellare sarebbero state ancora dinamicamente troppo calde, caotiche e molto instabili. Gli eventuali pianeti che si sarebbero formati o che erano in via di formazione (per accrescimento, secondo la teoria prevalente) sarebbero stati corpi altamente instabili, preda delle continue perturbazioni orbitali delle varie stelle che se li contendevano o di altri pianeti più grandi.

Questo caos primordiale avrebbe caratterizzato almeno i primi 2/3 miliardi di anni di vita dell’universo. Le probabilità che si fossero originati pianeti abitabili in cui la vita avrebbe potuto fare la sua comparsa, sarebbero state pari a zero. Secondo la teoria scientifica tradizionale, e ancora prevalente, la vita per nascere ed evolversi avrebbe bisogno di condizioni stabili. Pianeti la cui orbita è continuamente variata, per i motivi appena spiegati, non potrebbero mai offrire condizioni stabili, anche se estreme, tali da dar modo alla vita di adattarsi, sopravvivere ed evolversi.

È inutile sottolineare che se ciò fosse vero, anche le possibilità che la vita, anche intelligente, possa aver fatto la sua comparsa in altri luoghi dell’universo, si riducono, dovendo “pagare dazio” a questo iniziale caos cosmico, per la gioia di quelli che continuano ancora oggi, nel 2020, ad affermare che la vita extraterrestre non esiste. Tuttavia, tutto quanto della tradizionale teoria scientifica prevalente, riguardo tempi e modalità dell’origine dell’universo, fino a ora sintetizzato in poche righe, sembra essersi in buona parte dissolto a seguito dell’analisi di una semplice immagine.

Già, perché quanto fino ad ora sopra detto sono soltanto teorie. Non c’è nulla, o quasi, di certo e oggettivo. Molte delle cose che la comunità scientifica diffonde come fossero scienza (intesa come frutto di dati oggettivi) non lo è. Sono soltanto ipotesi, ricostruzioni basate sulle informazioni disponibili fino a quel momento. Le informazioni spesso parziali, sono così utilizzate per formare una teoria che, una volta conquistata la popolarità della comunità scientifica e accademica, assurge spesso a verità dogmatica. È molto difficile, per i motivi che ho già spiegato in post precedenti, che riguardano i problemi del mondo scientifico, (leggi l’articolo “La scienza ha un problema di fake news” o e poi “Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico? La scienza avanza un funerale alla volta?”, o ancora “La scienza è malata, è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo”, e infine “I furbetti della scienza italiana”), che poi, alla luce di nuovi dati, queste teorie siano prontamente riviste, modificate o, addirittura accantonate. Quando ciò accade, avviene spesso solo dopo diversi anni, con distinzioni sostanziali a seconda del campo scientifico in questione.

Questa volta, il cambiamento epocale riguarda ben tre rami (attigui) del campo scientifico: l’astronomia, l’astrofisica e l’astrobiologia. . Pubblicato lo scorso 12 agosto (2020) sulla rivista Nature, lo studio condotto da un team di astronomi ha utilizzato i dati d'archivio raccolti da ALMA nel 2017 per guardare una galassia lontana chiamata SPT–SJ041839–4751.9, o semplicemente SPT0418–47, in giovane età, 1,4 miliardi di anni dopo il big bang.

… “Nella pubblicazione "On the Construction of the Heavens" (1785) riuscì a descrivere la struttura tridimensionale della Via Lattea. Frutto delle sue osservazioni della sfera celeste, questi tre cataloghi contenevano la descrizione di circa 2.500 nebulose, che vennero presentate come i luoghi di nascita delle galassie.Herschel scoprì inoltre l’esistenza dei raggi infrarossi. Fu il primo a dimostrare come il calore poteva trasmettersi grazie a una forma invisibile di energia. Dati i suoi studi e osservazioni, si può dire quindi che fu il primo a gettare l’occhio nell’immensità del cosmo e capire il gioco che la luce fa con il tempo.Nel 1802 William Herschel, camminava su una spiaggia della costa inglese con il figlio (conosciamo quest’aneddoto poiché presente nel diario del figlio, divenuto poi, anch’esso un astronomo), quando quest'ultimo, gli chiese: “Papà tu credi ai fantasmi?” Herschel rispose: “Certo che ci credo ma non ai fantasmi che intendi tu, quelli non esistono, ma guarda in alto figlio mio e vedrai che il cielo ne è pieno. Ogni stella infatti, è come il Sole, grande e splendente come il nostro, ma pensa quanto dovresti spingerlo lontano solo per poterlo vedere piccolo e pallido come le altre stelle. La luce delle stelle viaggia molto veloce, più di qualsiasi altra cosa, ma non infinitamente veloce e ci vuole tempo perché quella luce arrivi a noi. Per le stelle più vicine servono anni, per quelle più lontane addirittura secoli. Alcune stelle sono così lontane che la loro luce impiega un’eternità per raggiungere la Terra. Quando la luce di alcune di queste stelle arriva fino a noi, esse sono già morte da tempo e noi ne vediamo quindi, solo i fantasmi: vediamo la loro luce, ma si sono estinte già da molto, molto tempo”. Possiamo quindi dire che Herschel è il primo a capire che il telescopio è come una macchina del tempo: guardare lontano nello spazio significa viaggiare nel tempo.” … (Brano tratto dal libro del 2015 “Il Lato Oscuro della Luna”)

Non è facile perciò, distinguere le caratteristiche galattiche in 12 miliardi di anni luce di spazio. Ciò è vero, anche se si dispone di strumenti ben più avanzati e potenti rispetto al semplice telescopio a disposizione di Herschel, come il supersensibile Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array (ALMA), costituito da 66 radiotelescopi nelle Ande cilene, che lavorano insieme come un unico strumento.

Nell’articolo pubblicato su Nature, gli astronomi sono riusciti ha rilevare che ha un disco rotante e un rigonfiamento attorno al suo centro proprio come la Via Lattea. Si pensava che tali caratteristiche si formassero molto più tardi nell'evoluzione galattica. L'immagine rilevata dagli astronomi quindi, è una sorpresa: una giovane galassia, spiata quando l'universo aveva solo il 10% della sua età attuale, che assomiglia notevolmente alla nostra Via Lattea, calma e ben ordinata.

Questa e altre scoperte simili stanno spingendo gli astronomi a guardare di nuovo a come le galassie possono essersi evolute fino a raggiungere uno stadio apparentemente maturo in così poco tempo. Quello che potrebbe apparire solo come una curiosità o un’eccezione nel caos dell’universo, rappresenta invece una pietra miliare della conoscenza astronomica, in grado di far riformulare la cronologia degli eventi che hanno portato all’evoluzione dell’universo e della comparsa della vita. Ciò ci porterà a ripensare a buona parte delle cose che pensiamo di sapere sul nostro passato.  

Stefano Nasetti

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La Russia vuole tornare su Venere!

Ormai da oltre due decenni, il pianeta Marte è stato l’obiettivo prevalente, se non addirittura esclusivo, di quasi tutte le missioni di esplorazione degli altri corpi del nostro sistema solare. Stati Uniti, Unione Europea, India, Cina e, recentemente, anche gli Emirati Arabi hanno lanciato missione robotiche verso il pianeta rosso. Sonde orbitali, lander e rover terrestri hanno “invaso” Marte, con cui l’uomo e la Terra sembrano avere da sempre un legame speciale.

Anche la Russia, fin dai tempi in cui faceva parte dell’URSS, ha dedicato molta attenzione al pianeta rosso. Tra i moltissimi primati collezionati durante e dopo la corsa allo spazio, c’è, infatti, quello di essere stato il primo Paese al mondo a far giungere un suo veicolo su Marte, in particolare ci riuscì con una delle tante missioni partite nel 1971.

“… La missione gemella Mars 3 fu invece considerata un successo, anche se non totalmente. Infatti, nonostante una perdita di carburante avvenuta durante il viaggio costrinse i sovietici a porre la sonda su un’orbita più bassa, la sonda riuscì ad inviare sulla Terra una grande quantità di dati. Il lander ebbe meno fortuna ma comunque fu considerato un successo. Il lander infatti, toccò il suolo integro ma, a causa di un guasto al sistema di trasmissione, si persero i contatti  radio dopo circa 15 secondi. Divenne tuttavia il primo veicolo costruito dall'uomo a giungere integro sulla superficie marziana...”. (Brano dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”)

 Se dopo questo successo, l’URSS fu certamente superata dagli Stati Uniti nella corsa all’esplorazione del pianeta rosso, la Russia detiene incontrastato e ineguagliato un primato ancor ben più importante (considerate le condizioni atmosferiche e quindi la difficoltà della missione). Ad oggi, è il solo Paese al mondo che si è dimostrato capace di far giungere intatto, e pienamente funzionante, un veicolo terrestre sul suolo di Venere!

Il 15 settembre del 1970, la sonda sovietica Venera 7 riuscì a trasmettere dati dalla superficie del “pianeta gemello” della Terra, il pianeta più vicino a noi, per 23 minuti prima di soccombere alle terribili condizioni ambientali (pressione tra le 75 e le 100 atmosfere e temperatura che oscilla tra i 450 e i 475 °C). La sonda Venera 7 fu solo il primo di una lunga serie di missioni di successo. Altre 9 volte (per un totale di 10 sonde sovietiche) le sonde dell’ex paese comunista riuscirono ad arrivare sane e salve sul pianeta e a trasmettere importanti dati scientifici. Nessun altro Paese fino ad oggi, è riuscito anche una sola volta a farlo, limitandosi al massimo, a trasmettere dati dall’orbita.

Se nel luglio 2020, abbiamo visto partire ben tre missioni verso il pianeta Marte (dovevano essere quattro, ma la missione ExoMars2020 dell’ESA è stata rinviata al 2022, vittima del lockdown imposto dal Governo italiano che ha impedito all’ASI di completare alcuni lavori necessari al lancio della sonda europea), e mentre la privata Space X, con la sua navetta Crew Dragon, ha portato in orbita, sull’ISS, per la prima volta dal 2011, gli astronauti americani senza la navicella russa Sojuz, Dmitry Rogozin, direttore generale della Roscosmos (l’agenzia spaziale di Mosca), non è rimasto troppo impressionato dall'impresa della Crew Dragon. In occasione del rientro della navetta di Space X, ha dichiarato: "È ammarata come 45 anni fa perché non poteva atterrare. Noi faremo di meglio. Stiamo costruendo un razzo a metano che sostituirà la Soyuz-2", ha spiegato Rogozin, annunciando che il propulsore non solo sarà riutilizzabile come il Falcon Heavy di SpaceX, ma addirittura potrà essere riutilizzato almeno 100 volte. L’obiettivo dichiarato è quello di osservare la tecnologia statunitense non con l’intenzione di eguagliarla, ma di superarla.

Per dimostrarle e riaffermare la supremazia tecnologica russa, ci si è posti un obiettivo ambizioso, quello di tornare su Venere.

Il pianeta a noi più prossimo, infatti, è tornato recentemente alla ribalta, richiamando l’attenzione mediatica e della comunità scientifica internazionale, a seguito della pubblicazione di alcuni studi scientifici.

Nel 2018, uno studio pubblicato su Astrobiology  (nel aprile 2018) aveva, sulla base dei dati della sonda giapponese Akatsuki, ha evidenziato che nelle le nuvole venusiane ci sono regioni con una strana concentrazione di nanoparticelle, che potrebbero essere ricondotte a qualche forma di vita microbica.

Un successivo studio russo, compiuto dagli scienziati dell’Istituto di studi spaziali della RAN e dell’Istituto Boreskov sulla base su immagini panoramiche della superficie di Venere, ottenute grazie alle sonde sovietiche Venera-9, Venera-10, Venera-13 e Venera-14 tra il 1975 e il 1982, ha mostrato la presenza di “entità” in lento movimento dotate di una struttura resistente, interpretate dagli scienziati come forme di vita. Nulla di certo, sia chiaro, ma negli ultimi anni la scienza ha scoperto forme di vita in ambienti estremi anche sulla Terra, là dove nessuno pensava potesse esserci. Al contempo la comunità scientifica ha compreso che la vita extraterrestre potrebbe essere molto diversa da quella a cui siamo abituati. Ciò è ritenuto sufficiente dalla comunità scientifica, per non escludere alcuna ipotesi, in attesa di nuove informazioni raccolte magari, proprio sul campo, così come sta accadendo per Marte.

Uno studio, pubblicato nel settembre 2019 (leggi l’articolo “Nuovo studio: venere abitabile per 3 miliardi di anni”), aveva aumentato la possibilità che il pianeta potesse aver ospitato forme di vita. Successivi studi, come quello pubblicato sulla rivista Nature Geoscience dal gruppo dell’Università americana del Maryland, coordinato da Laurent Montési, insieme ai colleghi del Politecnico Federale di Zurigo, hanno confermato che il pianeta non è geologicamente morto. Un pianeta ancora geologicamente attivo è considerato dagli astrobiologi, certamente più idoneo, rispetto ad uno inattivo, a supportare forme di vita. Gli autori dello studio hanno identificato ben 37 strutture vulcaniche che sono state attive recentemente.

È la prima volta che si è riusciti a individuare strutture specifiche potendo dimostrare la loro attività. Per Montési, “quelli di Venere non sono vulcani antichi ma ancora attivi, forse dormienti ma di sicuro non spenti. Questo studio - ha precisato - cambia la nostra visione di Venere da pianeta inattivo a mondo con un cuore che ancora si agita, alimentando un’attività vulcanica superficiale”.

Tornando all'intenzione della Russia di tornare su Venere, Rogozin ha osservato che “Venere è sempre stato un pianeta russo" poiché l'Urss fu l'unica nazione che riuscì a farvi atterrare sonde. "Credo che Venere sia più interessante di Marte ha dichiarato”. Secondo il presidente della Roscosmos, lo studio del pianeta Venere, la cui atmosfera è composta quasi del tutto di anidride carbonica, aiuterà gli scienziati a capire come fare per evitare che l’atmosfera terrestre si trasformi nella “fornace” che è oggi quella di Venere.

La Roscosmos intende riportare sulla Terra materiale prelevato dalla superficie di Venere, un po’ come sta per fare la Nasa, in collaborazione con l’ESA, su Marte, con la missione in più fasi chiamata Mars Sample Return. Rogozin non esclude una collaborazione con gli americani. "Sarebbe una vera svolta e sappiamo come farlo", ha aggiunto, spiegando che gli scienziati russi sono al lavoro sui documenti d'epoca sovietica.

Unico ostacolo, i continui tagli di bilancio sofferti dall'agenzia spaziale russa, problema comune a molte altre agenzie. Non è un caso infatti, che ha differenza del passato, nella nuova corsa allo spazio, che ha come primari obiettivi Luna e Marte, sempre più spesso capita che le agenzie spaziali che si alleino tra loro e con le aziende private. La finalità è di sviluppare in modo efficace ed efficiente, nuove tecnologie in grado di inviare i primi astronauti sul pianeta rosso entro gli anni ’30 del 2000.

Al fine di ottimizzare i costi e stringere i tempi, si fa sempre più strada tra la comunità scientifica, l’idea di inserire una tappa intermedia nel viaggio tra la Terra e il pianeta rosso. Questa volta però, la Luna non c’entra. Nulla a che vedere, infatti, con il Lunar Space Gateway (avamposto orbitale attorno alla Luna) (leggi l’articolo “USA e Russia insieme per una nuova stazione spaziale in orbita lunare”) o con il Moon Village che Roscosmos ed Esa vorrebbero costruire sulla superficie del nostro satellite. La tappa intermedia che molti scienziati vorrebbero inserire nel viaggio verso Marte è proprio Venere. L’idea si è concretizzata o scorso luglio (2020) con la proposta di un team di scienziati della Johns Hopkins statunitense, secondo cui un flyby su Venere sulla via verso Marte potrebbe addirittura agevolare la missione marziana. Esplorando, anche solo dall’alto, due mondi durante una sola missione, si risparmierebbero tempo e denaro.

Il viaggio diretto dalla Terra a Marte richiede l’allineamento tra i due pianeti. Le “finestre di lancio” avvengono ogni 26 mesi circa. Immaginando di fare tappa su Venere, e quindi considerando in primis l’allineamento Terra-Venere, ci sarebbero finestre di lancio ogni 19 mesi.  Questo sia perché l’orbita di Venere è mediamente più vicina quella Terrestre, sia perché la sua orbita è molto più circolare, a differenza di quella di Marte, più ellittica.

Visitare Venere nel viaggio verso Marte, semplificherebbe poi molte cose. Un veicolo spaziale in rotta verso Marte potrebbe avvicinarsi a Venere sfruttando la gravità del pianeta per aggiustare la rotta, permettendo, oltretutto, di diminuire in modo rilevante la quantità di energia (che significa minor carburante e minor peso) necessaria per il viaggio. Ciò si traduce in un elevato risparmio di denaro, di cui le agenzie spaziali spesso sono a corto. Inoltre, come risultato secondario ma non per questo meno importante, il flyby su Venere permetterebbe di raccogliere dati morfologici e spettroscopici sull’atmosfera del pianeta da una distanza ravvicinata. Insomma un viaggio verso Venere potrebbe rendere più veloce ed economico il viaggio verso il pianeta rosso, esplorando così due mondi al prezzo di uno.

Questa soluzione potrebbe inoltre aiuterà a individuare i luoghi di Venere in cui collocare strumenti geologici previsti con la futura missione, EnVision, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che dovrebbe essere lanciata nel 2032. Riuscirà l’ESA a eguagliare la Russia e a far arrivare il suo veicolo intatto su Venere? Oppure la Roscosmos riuscirà, come annunciato da Rogozin, a finanziare e approntare una nuova missione su Venere prima del 2032? Secondo i programmi dell’agenzia russa, dopo il 2025 (la data rimane ancora non definita, le migliori finestre di lancio sono quelle del 2026 e del 2031) verrà lanciata sul pianeta la stazione interplanetaria Venera-D (il lancio era originariamente previsto già nel 2016) dotata di una sonda mobile. In una recente intervista rilasciata al portale “Sputnik”, la direttrice del progetto Lyudmila Zasova ha osservato che la ricerca di ipotetiche forme di vita su Venere è uno dei principali obiettivi di questa missione. La corsa alla conquista dello spazio è ormai ripresa, ma stavolta i protagonisti non sono più solo due. Più Paesi sembrano avere la tecnologia per ambire a ritagliarsi un pezzetto di universo. I pianeti a noi più vicini come Venere e Marte rimangono i principali obiettivi. Con il passare del tempo però, sembra sempre più chiaro che probabilmente, se si vuole arrivare a successi fruttuosi e duraturi, più che competizione ci dovrà essere collaborazione.

Stefano Nasetti

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Il radiotelescopio di Arecibo si oscura dopo che la misteriosa rottura di un cavo ha distrutto la parabola

Situato circa 15 km a sud-sudovest di Arecibo, nell'isola di Porto Rico, e inaugurato nel 1963, dopo tre anni di costruzione, l'osservatorio di Arecibo, noto anche come il National Astronomy and Ionosphere Center (NAIC, Centro Nazionale per l'Astronomia e la Ionosfera), è stato per quasi cinque decenni il più grande radiotelescopio ad antenna singola esistente. Nel settembre 2016, l’entrata in servizio del radiotelescopio cinese FAST da 500 metri di diametro l’ha, infatti, relegato al secondo posto.

Le sue enormi dimensioni l’hanno reso uno strumento unico per la radioastronomia. Il collettore principale, costruito all'interno di un avvallamento naturale, ha un diametro di poco meno di 305 metri. Ben 38.778 pannelli in alluminio (di grandezze variabili tra 1 e 2 metri) formano l’enorme superficie dell'antenna. Ciascun dei pannelli d’alluminio è sostenuto da cavi di acciaio che assieme formano una rete complessa di sostegno. Sopra il disco semisferico, a un’altezza di 150 metri, si trova sospesa una piattaforma triangolare di quasi 900 tonnellate, sorretta anch’essa da 18 cavi che partono da 3 torri di cemento armato. Il cuore dell’antenna, cioè la ricevente, è situato su questa piattaforma, all'interno di una struttura a forma di semisfera.

Apparentemente l’antenna di Arecibo può solo guardare in alto, tuttavia non è così. È, infatti, proprio la particolare capacità della mezza sfera (chiamata azimut), poiché può ruotare per intercettare segnali riflessi da direzioni differenti della superficie sferica della gigantesca parabola, consentendogli perciò di ricevere segnali provenienti da differenti porzioni di cielo.

La peculiarità della sua ricevente, unita alla sua posizione geografica, consente alla parabola di Arecibo di essere utilizzata anche come radar. Infatti, nel braccio dell'azimut è situata anche la trasmittente del radar planetario da 1 Megawatt, in grado di dirigere le onde radar verso gli oggetti nel nostro sistema solare. Analizzando l'eco ricevuto, è quindi possibile avere informazioni sulle proprietà della superficie e la dinamica degli oggetti. Ciò come detto è però possibile anche e solo grazie al fatto che Arecibo è stato costruito sull’isola di Porto Rico, che è un'isola vicina all'equatore. Questa posizione posta tra l’emisfero australe e quello boreale, permette al telescopio di vedere sempre tutti i pianeti del sistema solare. Ciò nonostante l’antenna non è abbastanza potente da consentire l'osservazione radar oltre Saturno.

Tali caratteristiche hanno consentito all’osservatorio di Arecibo di essere per quasi 60 anni un pilastro della radioastronomia, della ricerca atmosferica e della scienza planetaria, consentendo di giungere a importanti scoperte astronomiche.

Già solo un anno dopo dalla sua entrata in funzione, il radiotelescopio di Arecibo ha consentito di determinare con precisione il periodo di rotazione di Mercurio (53 giorni) smentendo il precedente assunto scientifico che lo aveva calcolato in 88 giorni. Cinque anni dopo, nel 1968, fu utilizzato per la scoperta della nebulosa del Granchio e fornì la prima evidenza oggettiva dell'esistenza delle stelle di neutroni nell'Universo. Pochi anni dopo, nel 1974, fu l’osservatorio di Arecibo fu lo strumento attraverso cui gli astrofisici Hulse e Taylor scoprirono la prima stella pulsar binaria, scoperta che valse loro il Premio Nobel per la fisica.

Fu proprio nel 1974 che il radiotelescopio di Arecibo divenne popolare presso il grande pubblico. Infatti, in quell’anno, con questo strumento fu trasmesso, verso l'ammasso globulare M13 (distante dalla Terra circa 25.000 anni luce), il famoso messaggio di Arecibo, primo tentativo scientifico ufficiale di comunicare con forme di vita extraterrestri. Il messaggio ideato Frank Drake (leggi l’articolo “Progetto OMZA: Compie sessant'anni la ricerca per trovare l'intelligenza aliena, che ha cambiato l'astronomia”) aveva però, solo uno scopo dimostrativo. Infatti, il messaggio impiegherà 25.000 anni per raggiungere la sua destinazione e altrettanti per un’eventuale risposta.

Il messaggio inviato è strutturato in un modello a 1.679 bit di cifre binarie, che definisce un'immagine bitmap di 23x73 pixel.  In questo modo, nella speranza che chiunque lo riceva decida di ordinarlo in un quadrilatero, potrà farlo soltanto ordinandolo in 23 righe e 73 colonne o 73 righe e 23 colonne. Solo nel secondo caso però, così riordinato, il messaggio riproduce un'immagine nella quale si possono riconoscere delle informazioni, quali: i numeri da uno a dieci, i numeri atomici degli elementi alla base della vita terrestre (idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno, e fosforo), la formula degli zuccheri e basi dei nucleotidi del DNA, il numero dei nucleotidi del DNA, una rappresentazione grafica della doppia elica del DNA, una rappresentazione grafica dell’uomo e le dimensioni (altezza fisica) dell’uomo medio, il numero della popolazione umana (nel 1974), una rappresentazione grafica del sistema solare con indicazione dell’origine del segnale, cioè la Terra e, infine, una rappresentazione grafica del radiotelescopio di Arecibo e le dimensioni dell’antenna trasmittente.

A partire da quel momento e per i decenni successivi, il radiotelescopio di Porto Rico è stato il principale strumento utilizzato nella ricerca dell'intelligenza extraterrestre. Grazie al progetto SETI@home è stata scoperta, nel settembre 2004 la Sorgente radio SHGb02+14a, considerata (ma mai accertata) una possibile fonte extraterrestre. Situata in un punto posto tra le costellazioni dei Pesci e dell'Ariete, una direzione in cui non si osserva alcuna stella a distanza inferiore a 1000 anni luce, l’origine del segnale è stata osservata per tre volte, con un segnale estremamente debole. La frequenza del segnale ha una rapida deriva, che corrisponderebbe all'emissione proveniente da un pianeta orbitante a una velocità circa 40 volte superiore a quella della Terra intorno al Sole. Ogni volta che il segnale è stato ricevuto, la frequenza osservata è stata sempre quella di 1420 MHz, ciò ha portato anche a possibile altre spiegazioni “più convenzionali” quali quelle dell’origine naturale.

Attualmente l’osservatorio opera attraverso la Cornell University sotto un accordo cooperativo con la NSF (acronimo di National Science Foundation - un'agenzia governativa USA).

La manutenzione della struttura di Arecibo è divenuta sempre più precaria negli ultimi anni. La sua importanza scientifica è diminuita man mano che nuove strutture sono state costruite e attivate, facendo venir meno i finanziamenti del NSF. Questa situazione nell’ambito della ricerca scientifica tradizionale, si è aggiunta alla precedente interruzione dei finanziamenti governativi a sostegno della ricerca SETI. Già dal 1993, infatti, il Congresso degli Stati Uniti ha vietato alla NASA di finanziare i progetti SETI.

L’ormai precaria struttura aveva poi dovuto affrontare anche eventi naturali estremi, come l’Uragano Irma, che nel 2017 aveva provocato la caduta di un’antenna, poi riparata, causando la temporanea chiusura della struttura per alcuni giorni.

Pochi giorni fa, il 10 agosto del 2020, l'iconico radiotelescopio di Arecibo a Porto Rico è stato seriamente danneggiato quando uno dei cavi di sostegno si è misteriosamente spezzato, schiantandosi contro una delle sue antenne e provocando uno squarcio di 30 metri nella sua parabola larga 305 metri. L'incidente è avvenuto alle 2:45 del mattino e non ha provocato feriti tra il personale. Ramon Lugo, direttore del Florida Space Institute presso l'Università della Florida centrale (UCF), che gestisce l'osservatorio per la National Science Foundation (NSF), afferma che a causa del grave danno, le osservazioni saranno interrotte per almeno 2 settimane, durante le quali sarà innanzitutto prioritario accertare l’origine del cedimento del cavo di acciaio. "Il mio obiettivo principale in questo momento è la sicurezza delle persone e della struttura" ha dichiarato Lugo.

Il cavo che si è rotto lo scorso 10 di agosto, fortunatamente non era uno dei cavi di supporto principali, ma uno dei numerosi cavi ausiliari aggiunti negli anni '90 per stabilizzare la piattaforma quando è stata aggiunta una nuova grande antenna, nota come cupola gregoriana. Il cavo non si è spezzato nel punto in cui era collegato alla piattaforma. Tuttavia, poiché conteneva molta energia immagazzinata dalla tensione, si è mosso in modo incontrollato danneggiando la cupola gregoriana e il riflettore principale della parabola. L’intera a piattaforma sembra essere distorta a seguito dell’incidente. 

In genere, tali cavi non si guastano in quel modo, il che è preoccupante.” ha affermato Lugo. “Non sappiamo perché sia ​​successo. ... È impossibile che i recenti eventi meteorologici e sismici possano aver contribuito... Non abbiamo alcun elemento che possa collegare il cedimento del cavo d’acciaio con l’uragano Irma del 2017. Non sappiamo neanche se possa essere un difetto di fabbricazione, per dirlo dovranno essere esaminati gli altri cavi ausiliari.” Fino a quando le indagini non saranno completate, non potrà essere neanche stimata l’entità economica del danno o quanto tempo sarà necessario per le riparazioni. Potrebbe trattarsi di poche settimane o di mesi. Anche le attività del progetto SETI (che erano comunque proseguite negli anni grazie a fondi privati) svolte con il radiotelescopio di Arecibo subiranno un lungo stop.

La ricerca dell'intelligenza extraterrestre sta vivendo negli ultimi mesi, una nuova rinascita. Nel marzo 2019, la Pennsylvania State University dello State College ha annunciato i primi contributi a favore di una campagna di raccolta fondi per il nuovo Centro di Intelligence Extraterrestre (PSETI) della Penn State, annunciando l’istituzione di cattedre universitarie e uno specifico corso di laurea. La ricerca di forme di vita intelligenti extraterrestri, relegata per anni al rango di pseudoscienza, sta pian piano entrando a far parte della scienza ufficiale. Strutture come quella di Arecibo sono necessarie affinché quest’apertura da parte della comunità scientifica non si blocchi, facendoci fare un balzo indietro di sessant’anni.

Stefano Nasetti

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Ecco chi guadagna se il vaccino di Oxford e AstraZeneca contro il Covid19 funziona

Sono trascorse meno di 48 ore dalla notizia che il Governo, russo guidato dall’inviso (a buona parte dell’occidente filoamericano e dall’OMS) leader Vladimir Putin, ha messo a punto un vaccino contro il virus Sars Cov2 (e dunque contro la malattia che provoca, cioè il Covid 19), battendo sul tempo i maggiori colossi farmaceutici del mondo e molti Governi (tra i quali quello italiano) che hanno investito miliardi, scommettendo a “scatola chiusa” su “vaccini privati”.

Eppure, senza dati clinici da analizzare o altro genere d’informazioni scientifiche accurate (così hanno affermato tutti virologi di governo, chiamati a pronunciarsi sui mass media mainstram a proposito del vaccino di Mosca), queste poche ore sono state sufficienti alla comunità scientifica internazionale (o per meglio dire occidentale) a bocciare il vaccino russo anti Covid-19, chiamato Sputnik V, ritenendolo nel migliore dei casi inefficacie, se non addirittura dannoso.

Mi preme sottolineare, infatti, come a differenza di quanto affermato da molti organi mainstream (prendo l’Agenzia Ansa, poiché è la prima agenzia giornalistica d’Italia e la quinta nel mondo), che hanno titolato testualmente “La scienza mondiale boccia il vaccino russo”, la Scienza (quella vera, quella con la “S” maiuscola) non ha ancora bocciato nulla, proprio perché non sarebbero ancora consultabili (poiché ancora non pubblicati) tutti i dati scientifici riguardo al vaccino Sputnik V. Allo stato attuale quindi, non è certo possibile affermare, dati alla mano, che il vaccino sia inefficace o dannoso. È opportuno precisare che è stata, più correttamente, la comunità scientifica a bocciare il vaccino russo.

Ma sulla base di quali dati hanno fatto queste dichiarazioni? Siamo sicuri che queste opinioni, perché di opinioni, e non di Scienza, si tratta, siano state rese in totale buonafede e in modo disinteressato?

Domande che nella testa di ogni persona che è ancora in grado di formulare un libero pensiero, dovrebbero aver fatto certamente la loro comparsa. A maggior ragione se si ha un’idea di come funzioni il mondo scientifico. Ne ho parlato, ormai diversi anni fa, nel settembre del 2018 nell’articolo “La scienza ha un problema di fake news”, per poi tornare sull’argomento nel gennaio 2019 con l’articolo “La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?”, illustrando ulteriormente alcune dinamiche proprie del mondo della ricerca anche nel successivo articolo del febbraio 2019, dal titolo “La scienza è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo”, e poi ancora nell’articolo dell’ottobre 2019 dal titolo “I Furbetti della scienza italiana” nel quale sottolineavo come, dati alla mano, i problemi esposti in precedenza non riguardavano solo gli altri Paesi ma anche, e forse in modo più eclatante e tangibile, l’Italia. È importante conoscere queste realtà se si vuole avere una visione più reale e corretta del mondo in cui viviamo.

Un altro esempio proprio riguardo al mercato dei vaccini e ciò che gira attorno, lo avevo scritto, sempre nell’ottobre dello stesso anno (2019), nell’articolo dal titolo “Business dei vaccini: il vaccino per la dengue si dimostra più dannoso che utile”, proprio mentre l’allora sconosciuto (all’opinione pubblica) nuovo coronavirus Sars Cov19, faceva la sua comparsa silenziosa anche nel nostro Paese.  (Il riferimento a questa mia ultima affermazione riguarda la notizia data dall’Istituto Superiore di Sanità nel mese di giugno 2020, secondo cui uno studio condotto attraverso l’analisi di acque reflue raccolte di Milano e Torino, in tempi antecedenti al manifestarsi di Covid-19, in Italia aveva dimostrato già tracce di Covid19).

Il pensiero dunque, che le affermazioni forse un po’ troppo frettolose della comunità scientifica possano celare degli interessi personali o di altro genere, appare più che legittimo. Che magari si tratti d’interessi economici?

Le previsioni attuali lasciano immaginare che sia possibile avere un vaccino entro l'autunno 2020", hanno scritto in un documento pubblicato su Internet, gli esperti dell'istituto di riferimento del governo tedesco (dichiarazione ripresa anche da Ansa).

 È legittimo domandarsi chi sarà a vincere quella che sembra una corsa più economica e politica che scientifica? La Russia, con l'annuncio fatto da Vladimir Putin, è stata, di fatto, il primo Paese a registrare il vaccino contro il nuovo coronavirus, saltando però, da quanto riportato dai media mainstram, alcune tappe. Non avrebbe, infatti, ancora completato la fase 3, quella in cui il vaccino viene testato su un vasto numero di persone per verificarne tossicità ed efficacia. Questa fase sarebbe partita solo ieri (il 12 agosto) su 2000 persone tra Russia, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Brasile e Messico, mentre la produzione di massa del vaccino dovrebbe iniziare già a settembre. Finora sarebbe stato provato solo su 76 volontari, ma i risultati di questa sperimentazione non sarebbero stati pubblicati e non dovrebbe perciò essere possibile a nessuno tra gli “scienziati” (le virgolette a questo punto sono d’obbligo) apparsi su tutte le testate mainstream nelle ultime 24/48 ore, potersi pronunciare in modo oggettivo, e quindi veramente scientifico, a favore o contro il vaccino russo.

È certamente possibile avanzare delle perplessità sull’iter russo, come hanno fatto alcuni come ad esempio, Francois Balloux, dell’University College di Londra, secondo cui la decisione di cominciare la somministrazione del vaccino Sputnik V sulla popolazione "è una decisione avventata e incosciente. Fare vaccinazioni di massa con un vaccino non testato adeguatamente non è etico".  Oppure come l'immunologo Danny Altmann, dell'Imperial College di Londra, che teme che il vaccino possa causare una malattia più "grave, cosa che accade quando gli anticorpi generati dal vaccino entrano nelle cellule, dopo l'esposizione al virus". O Ancora come Carlo Federico Perno, virologo e direttore dell'unità di Microbiologia dell'ospedale Bambino Gesù di Roma, che ha riferito ad Ansa "in questo caso non abbiamo niente in mano, nessuna evidenza di efficacia e mancata tossicità". Peccato che non risultino dichiarazioni di questi signori (con la “s” minuscola) in merito a quanto avvenuto e sta avvenendo in Indonesia in relazione al vaccino della Dengue (vedi articolo sopra citato o quanto riportato sullo stesso argomento dalla rivista Science, situazione riguardo la quale la documentazione è copiosa). Mi meraviglierei se questi illustri, professionali e moralmente specchiati uomini di scienza, non fossero informati della situazione.

Per completare le sperimentazioni su un nuovo vaccino "servono in genere 4 o 5 anni. Certo, si possono prendere delle scorciatoie ma per ogni scorciatoia aumentano i rischi che il vaccino non funzioni o abbia degli effetti collaterali", aveva detto ormai 10 giorni fa (il 3 agosto 2020) a "Radio anch'io" il microbiologo dell'Università di Padova, Andrea Crisanti. I suoi colleghi virologi italiani, forse meno cauti e attenti alla salute delle persone, o forse più inclini al denaro, non più tardi di 4 mesi fa, all’inizio della mediatica pandemia in Italia, avevano detto che il tempo minimo per ottenere un vaccino sarebbe stato di 2 anni. Crisanti era stato, infatti, interpellato riguardo alla notizia dell’inizio della sperimentazione sull’uomo di alcuni vaccini che interessano da vicino l’Italia, come quello prodotto dall’Istituto Jenner di Oxford in collaborazione con AstraZeneca, e un altro messo a punto dall’Ospedale Spallanzani di Roma.

Eppure anche i vaccini appoggiati dai Governi occidentali stanno saltando molti passaggi se, come dichiarato più volte dalle autorità, tra meno di un mese saranno comunque pronti per essere somministrati alla popolazione. Su questi non sembra essere arrivata alcuna condanna unanime da parte della comunità scientifica. Perché? Se per ottenere un vaccino sicuro occorrono normalmente 48-60 mesi (come ricordato da Crisanti) anche i vaccini governativi delle multinazionali farmaceutiche finanziate dai governi occidentali saranno insicuri, poiché ottenuti solo dopo 6 mesi (la ricerca è partita ad aprile 2020), contro i 5 del vaccino russo. La differenza con il vaccino russo è minima e l’elevata insicurezza e la potenziale inefficacia o dannosità del vaccino è altrettanto elevata, in entrambi i casi, poiché si sarebbe ottenuto un vaccino in un decimo del tempo solitamente necessario per averlo. Se la collaborazione internazionale e i fiumi di denaro che hanno raccolto le case farmaceutiche per approntare un vaccino anticovid, possono aver favorito alcuni aspetti della ricerca, ricordiamo che la velocità di replicazione del virus, la risposta immunitaria nell’essere umano, così come l’eventuale comparsa di controindicazioni, non sono altrettanto sensibili al denaro, ma si muovono sempre alla medesima velocità. Alcuni tempi della ricerca quindi, quelli legati all'aspetto biologico, non possono certamente essere abbreviati.

Non entro in questa sede sulla svilente discussione se i vaccini siano utili o meno o se facciano male o no. Ritengo che essendo a tutti gli effetti dei medicinali, l’assunzione di un qualunque vaccino debba essere assolutamente a discrezione del singolo individuo, poiché l’inviolabilità del corpo rappresenta uno dei diritti cardine dell’essere umano e dei valori fondamentali della democrazia. Se si è realmente democratici, se si è realmente esseri umani (e non disumani) non dovreste farvi fuorviare da ragionamenti relativisti e ipocriti da film western del tipo “La tua libertà finisce dove inizia la mia!”

In democrazia non è così che funzionano le cose e il fine non giustifica i mezzi! Un diritto fondamentale individuale non può mai essere leso o messo in discussione da un interesse collettivo, poiché significherebbe mettere in discussione l’intero sistema democratico.

La corsa alla realizzazione di un vaccino è dunque un qualcosa di prettamente economico e politico, ancor prima di essere eventualmente una questione sanitaria.

Pochi giorni fa, un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato i complessi intrecci d’interessi finanziari sorti dietro un'istituzione secolare come l'istituto Jenner della prestigiosa università britannica Oxford. Si tratta di quell’organismo che, assieme al colosso farmaceutico AstraZeneca, che si occuperà di produzione e distribuzione, ha ottenuto dal Governo Italiano a metà giugno 2020, ancor prima di avere in mano un vaccino valido, un ordinativo di ben 75.000.000 di dosi (alla modica cifra di 185 milioni di euro) da fornire già a settembre 2020. Ma con quale certezza d’immunizzazione? Con quale grado di sicurezza sotto il profilo della tutela della salute? Aspetti che probabilmente sono parsi secondari per i due contraenti.

Prima di proseguire, è necessario che tutti quelli che stanno leggendo quest’articolo, si pongano una domanda e rispondano sinceramente a se stessi: voi andreste mai a comprare qualcosa o fareste affari con un pluricondannato soggetto criminale, conoscendo la sua storia, il suo comprovato scadente profilo etico - morale e la sua altrettanto discutibile condotta legale?

Se siete persone oneste ed eticamente corrette, la vostra risposta sarà stata certamente un deciso NO.

Se invece avete una condotta altrettanto discutibile dal punto di vista etico e legale, allora è possibile che abbiate risposto Sì. D’altro canto con i criminali fanno affari solo i criminali.

In entrambi i casi è bene che prima di proseguire a raccontare i risultati dell’inchiesta del Wall Street Journal e di vedere chi ci guadagna se il vaccino anticovid dell’AstraZeneca, sponsorizzato dal Governo Italiano, dovesse “vincere la corsa” al vaccino anticovid, prendiate conoscenza e coscienza su chi è il colosso farmaceutico britannico, di cui ho già avuto modo di parlare in un articolo del gennaio 2017 intitolato “Potrebbe presto iniziare la schedatura sistematica del DNA di milioni di persone”.

L'AstraZeneca ha un passato non troppo limpido. È stata più volte condannata a pagare multe in USA per avere commercializzato illegalmente degli psicofarmaci. In Europa è stata condannata per aver utilizzato il sistema dei brevetti e procedure di commercializzazione per bloccare l'ingresso nel mercato di altre case farmaceutiche. È finita sotto inchiesta in Cina per un giro di tangenti. In Svezia per un conflitto d’interessi tra i giurati e i vertici dell'azienda, che ha “influenzato” l'attribuzione di un premio Nobel, assegnato a Harald Zuer Huser per il suo lavoro sul papilloma virus, perché l'AstraZeneca è proprio l'azienda che produce i due lucrosi vaccini contro il virus, vaccini che molti medici raccomandano alle adolescenti che si affacciano alla vita sessuale, e che rientra tra quelli “imposti” in Italia con la legge Lorenzin. Un affare lucrosissimo. In quel frangente era emerso che proprio due figure autorevoli nel processo di selezione di Zuer Huser avessero legami strettissimi con la multinazionale farmaceutica. Infine, nuovamente in Usa, l'AstraZeneca è stata nuovamente condannata per la commercializzazione dell'Iressa, un costoso farmaco rivelatosi poi totalmente inefficace, somministrato ai pazienti con cancro ai polmoni al fine di prolungare la loro sopravvivenza. (l'elenco del resto degli scandali di varia entità e natura è lunghissimo, documentato con tanto di sentenze di condanna a carico di quest’azienda, e lo trovate anche su Wikipedia, meglio se la versione in inglese). Più volte in procinto di essere acquisita dall’altrettanto discutibile colosso farmaceutico Pfizer, la società britannica è una delle maggiori aziende titolari di brevetti sulle sementi OGM, dopo la famigerata Monsanto.

Saputo ciò, avrete finalmente un’idea più precisa sui due contraenti attori dell’accordo sopra citato di meta giugno 2020, e sul perché non hanno dato troppo peso nella stipula del contratto, agli aspetti riguardo efficacia e sicurezza del vaccino.

L’AstraZeneca non è l'unica azienda privata destinata a realizzare lauti profitti se il vaccino contro il coronavirus elaborato dall'Istituto Jenner di Oxford, con il sostegno tecnico dell'italiana Irbm, si rivelerà efficace e lo farà prima della concorrenza. Infatti, anche nella famosa università britannica, si annidano investitori pronti a raccogliere i frutti di un successo, si legge nell’articolo del Wall Street Journal.

La cosa ovviamente non dovrebbe sorprendervi se avete letto gli articoli pubblicati nei mesi precedenti su questo blog (e che ho indicato all’inizio di questo post), ma dovrebbe certamente sconcertarvi e disgustarvi.

Tra loro vi sono due scienziati al centro del programma di ricerca e un misconosciuto fondo, avviato lo scorso anno da un ex trader di Deutsche Bank.

Vaccitech Ltd, la cui tecnologia è centrale per la realizzazione del vaccino, è stata finanziata dal governo britannico con 5 milioni di sterline, svela il Wall Street Journal. Il maggiore azionista di Vaccitech è un fondo di venture capital affiliato all'università, l'Oxford Sciences Innovation (OSI) lanciato nel 2015 per investire in startup in diverse aree, dall'immunologia al quantum computing, e rimettersi sullo stesso terreno di altre prestigiose istituzioni come Il Massachusetts Institute of Technology e l'Università di Stanford, in grado di rendere redditizi i migliori traguardi dei loro ricercatori. Si parla dunque di denaro e non di benefici per l’umanità. Ma chi è questo fondo che controlla Vaccitech? Chi sono i suoi principali azionisti?

OSI, che secondo le fonti sentite dal Wall Street Journal, controlla il 46% di Vaccitech, ha nel suo capitale la stessa università di Oxford, con il 5%, Google-Alphabet con il 3% e, con quote più piccole, diversi azionisti cinesi, tra cui Huawei, allo 0,7%. Il principale azionista, con il 20%, è però Andre Crawford-Brunt, ex trader di Deutsche Bank che ha creato un fondo dal nome ispirato a Game of Thrones, Braavos, allo scopo preciso di entrare OSI. Con l'intenzione di salire ancora nel capitale della holding, che nell'ultimo round di finanziamenti ha raccolto 600 milioni di dollari da diversi hedge fund (un fondo speculativo), Crawford-Brunt controlla circa il 9% di Vaccitech. Infine, a una partecipazione non disprezzabile potrebbe ambire lo stesso governo britannico, che ha facoltà di trasformare il proprio finanziamento a favore di Vaccitech, circa 5,5 milioni di euro, in una quota della società, che ha 38 dipendenti ed è valutata 86 milioni di dollari.

Gli stessi cofondatori di Vaccitech, Adrian Hill e Sarah Gilbert, sono i due scienziati che guidano il programma di ricerca per il vaccino anticovid, essendo allo stesso tempo proprietari di brevetti fondamentali per il suo sviluppo. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, i due controllerebbero una quota intorno al 10% della Vaccitech.

"La complessa rete d’investitori illustra i misconosciuti interessi finanziari spesso in gioco nello sviluppo delle innovazioni scientifiche, anche in istituzioni come Oxford che sembrano sconnesse dai mondi dei grandi investitori e delle grandi aziende", ha concluso il Wall Street Journal. "Ho una visione molto a lungo termine", ha detto Crawford-Brunt, "il Covid ha gettato un'enorme luce su quello che succede davvero a Oxford".

Il Wall Street Journal come tutti i media mainstram, non è certamente un giornale realmente indipendente e, con buona probabilità è possibile che l’inchiesta, per quanto affidabile, sia stata “commissionata” per denigrare il vaccino “europeo” a vantaggio di quello “made in USA”, in via di sperimentazione. Anche in questo caso dunque, la questione continua ad apparire più politico economica piuttosto che scientifica.

Ci sono molti interessi economici in ballo negli stessi stati europei affinché, nella corsa al vaccino anticovid, risulti vincente la cordata britannica. Se, infatti, il vaccino dovesse risultare efficace, gli ordini fioccherebbero da tutto il mondo, per gonfiare le tasche di questi nobili e “disinteressati” soggetti azionisti di Vaccitech e di AstraZeneca, e di tutti quelli che hanno in qualche modo “contribuito” al successo non solo del “prodotto industriale” in questione, ma addirittura del metodo.

Infatti, la forma indebolita del virus, estratta da uno scimpanzé, alla base della tecnica di Vaccitech del vaccino anticovid19, che sarà distribuito da AstraZeneca, se coronata da un successo nella lotta al Covid19, potrebbe ottenere il via libera per altre applicazioni. Queste includono un vaccino per il papilloma virus, l'epatite B (da fornire sempre ai Governi Europei) e il cancro alla prostata, aprendo scenari e canali di vendita molto proficui per Hill, Gilbert, la Vaccitech e i suoi azionisti, l’Università di Oxford, il Governo Britannico e, non certamente ultima l’AstraZeneca. In ballo dunque, c’è molto di più del mercato, già di per sé molto proficuo, del vaccino anticovid19.

Certamente non avrà fatto piacere a molti scienziati e virologi italiani, molto vicini alla casa farmaceutica britannica e non solo, vedere che la Russia ha depositato il proprio vaccino anticovid, bruciando all’ultimo momento molti altri Paesi che apparivano in vantaggio.

Da alcune fonti (non ufficiali), infatti, risulta che, all’indomani della registrazione del proprio vaccino anticovid avvenuta non più di 48 ore fa (l’11 agosto 2020), la Russia avrebbe ricevuto già ordinativi per oltre 1 miliardo di dosi, da oltre 20 Paesi. Se ciò fosse vero, sarebbe un vero dramma economico pari a una potenziale perdita di miliardi di euro per le multinazionali farmaceutiche occidentali. Tutto ciò considerato, si può così spiegare la repentina e mediatica bocciatura senza mezzi termini del vaccino russo Sputnik V?

Pensare che al giorno d’oggi, in un mondo in cui si è perso qualunque valore umano, soffocato dal relativismo di stampo progressista, ci sia una reale e disinteressata corsa mondiale a fare il bene dell’umanità è un pensiero che è bene lasciare a chi crede ancora a Babbo Natale.

Stefano Nasetti

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Pianeti abitabili in aumento

Fin da quando l’uomo, finalmente dotato di strumenti tecnologici adeguati, ha iniziato a scrutare il cielo alla ricerca di possibili altri pianeti, la sua attenzione si è concentrata soprattutto sui pianeti di tipo terrestre, cioè su pianeti rocciosi, con caratteristiche simili al nostro, verso pianeti abitabili. I parametri valutati, come temperatura, pressione atmosferica, dimensioni e distanza dalla loro stella (preferibilmente simile al nostro Sole), avrebbero dovuto essere tali da consentire la presenza di acqua liquida (ancor meglio se salata) affinché l’esopianeta potesse essere considerato adatto alla vita. Solo i pianeti che possiedono queste caratteristiche fanno oggi parte di quelli conteggiati nelle varie equazioni di calcolo (tra cui la famosa equazione di Drake aggiornata, ma esistono anche altri metodi) per stimare un verosimile numero di civiltà aliene.

Come fatto presente in molti post precedenti (Leggi ad esempio l’articolo “Vita Extraterrestre –modelli climatici terrestri e nuovi metodi di ricerca”), nel corso degli ultimi venticinque anni ci siamo resi conto che il nostro concetto “abitabilità” è fuorviante, poiché estremamente restrittivo. Abbiamo, infatti, scoperto già sul nostro pianeta, una moltitudine di forme di vita che prosperano in condizioni ambientali estreme, in cui fino a un minuto prima della loro scoperta, nessuno avrebbe scommesso un euro sulla loro esistenza in quel luogo. Ci siamo poi resi conto che la maggioranza dei pianeti extrasolari scoperti, orbita attorno a stelle diverse dal nostro Sole, stelle più fredde e piccole: le nane rosse. I pianeti che orbitano attorno a questo tipo di stelle non sarebbero dovuti essere considerati idonei a sostenere la vita ma, riconsiderando la distanza orbitale dalla stella di riferimento, distanza molto inferiore a quella dei pianeti intorno al Sole, gli astrofisici e gli astrobiologi si sono resi conto che la tipologia di stella non è un fattore così decisivo come si pensava, ma va valutato nel complesso degli altri aspetti (come ad esempio la distanza orbitale). Ciò ha ampliato il numero dei mondi potenzialmente abitabili già nel nostro sistema (Leggi di più nell’articolo“Anche altri corpi del nostro sistema solare possono ospitare la vita”), ma non finisce qui. Ci si è resi conto poi che, anche se un pianeta è inospitale (come lo sono certamente Giove, Saturno e Nettuno nel nostro sistema solare) poiché pianeti “gassosi” e non rocciosi, potrebbe non essere necessariamente così per le loro lune (leggi l’articolo “Lune aliene: aumentano le possibilità di vita extraterreste”). Quasi mai queste nuove scoperte e consapevolezze scientifiche sono tenute in considerazione quando si eseguono calcoli sull’esistenza di potenziali civiltà aliene nella galassia (Leggi le ultime stime nell’articolo “C’è vita nell’Universo”).

Grazie ad uno studio pubblicato nel mese di giugno 2020 sulla rivista Nature Communication, condotto dall’astrofisico Ian A. Boutle e i suoi collaboratori, oggi sappiamo che nella valutazione circa l’abitabilità di un pianeta, si dovrà tener conto anche di un altro fattore finora mai considerato. Un fattore chiave per determinare se un pianeta extrasolare può ospitare o no la vita, sembra infatti, celarsi nella polvere dispersa in atmosfera.

Secondo il nuovo studio, i pianeti con una notevole quantità di polvere presente nell’atmosfera potrebbero essere abitabili in una gamma di distanza dalla loro stella madre maggiore rispetto a quanto stabilito con i soli paraetri convenzionali, aumentando così l’orizzonte dei pianeti in grado di sostenere la vita. Insomma, la cosiddetta fascia di abitabilità potrebbe essere allargata verso l’esterno.

Gli esomondi in orbita attorno a stelle più piccole e più fredde del Sole (le nane di tipo M) hanno spesso una rotazione sincrona con la stella madre, mostrano cioè sempre una sola faccia alla propria stella, cos’ come la nostra Luna fa con la Terra, il che ha sempre portato la comunità scientifica a credere che molto difficilmente la vita avrebbe potuto svilupparsi sulla loro superficie. L’esposizione sempre della stessa faccia alla propria stella, determina che un lato sia sottoposto incessantemente alla luce e alle radiazioni della stella stessa, con una costante presenza di luce ma anche di calore, mentre l’altro sarebbe perennemente al buio e al freddo.

Attraverso simulazioni condotte su esopianeti di tipo terrestre e di dimensioni simili alla Terra, utilizzando modelli climatici all’avanguardia, la nuova ricerca ha rivelato che la polvere presente su lato esposto alla luce del pianeta raffredderebbe la superficie e, al contrario, quella presente sul lato al buio lo riscalderebbe.

Il raffreddamento dovuto alle polveri nell’aria potrebbe perciò svolgere un ruolo rilevante nell’abitabilità planetaria. I ricercatori hanno, infatti, notato che sulla Terra e su Marte, le tempeste di polvere hanno effetti sia di raffreddamento sia di riscaldamento sulla superficie, anche se prevale il primo caso. Tuttavia gli esopianeti in orbita sincrona sono molto diversi: i lati oscuri di questi mondi sono, come detto, avvolti nella notte perpetua, e qui l’effetto di riscaldamento dovrebbe prevalere. Sul lato esposto alla stella invece, prevarrebbe l’effetto di raffreddamento. La conclusione finale è che le temperature estreme, sia in eccesso sia in difetto, sarebbero così mitigate rendendo il pianeta più abitabile. Se già questo amplia potenzialmente il numero dei pianeti che potrebbero o dovrebbero essere considerati abitabili, la ricerca si spinge addirittura oltre.

La ricerca suggerisce, infatti, che la presenza di polvere potrebbe essere correlata alla presenza di fattori chiave indicativi per la vita, come il metano, come avviene su Marte ad esempio (Scopri di più nell’articolo “Il mistero quasi risolto del metano marziano”). Tuttavia, proprio a causa delle polveri, la “firma” chimica del metano nell’atmosfera potrebbe essere nascosta e non rilevata dai nostri strumenti durante le osservazioni dalla Terra.

La polvere dispersa nell’aria è qualcosa che potrebbe rendere abitabile i pianeti, ma oscura anche la nostra capacità di trovare segni di vita su questi mondi. Questo dato deve essere considerato nella ricerca futura” ha dichiarato Boutle.

Lo studio, spiegano i ricercatori, mostra nuovamente come l’abitabilità degli esopianeti non dipenda solo dall’irraggiamento stellare (o dalla quantità di energia luminosa della stella più vicina) ma anche dalla composizione atmosferica del pianeta.

La prossima volta che qualcuno vi parlerà delle (scarse) probabilità dell’esistenza di vita aliena, presentando calcoli probabilistici, accertatevi del fatto che sia informato di tutte queste scoperte e che i calcoli siano stati fatti tenendo conto di numeri aggiornati e corretti, che contemplino la vita anche diversa da quella terrestre, che abbia tenuto conto anche dei pianeti che orbitano a stelle diverse dal nostro Sole e che abbiano fatto lo stesso anche per le eventuali esolune abitabili. Ogni calcolo che non contempli tutti questi aspetti deve essere considerato strumentale, fuorviante e quindi, inattendibile o, nella migliore delle ipotesi, estremamente conservatore (soprattutto dello status quo).

Stefano Nasetti

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Vita su Marte dagli asteroidi

In articoli precedenti abbiamo visto come recenti scoperte, abbiano dimostrato che gli amminoacidi (i mattoni della vita), che costituiscono gli ingredienti base per le proteine, le molecole organiche più grandi ma semplici, si formino anche nelle nubi interstellari (leggi l’articolo "Hot Corinos, le fabbriche della vita") e siano presenti (e quindi trasportate) nei meteoriti che finiscono, alla fine, per impattare su qualche altro corpo celeste. Abbiamo anche visto nell’articolo cronologicamente precedente a questo (leggi “Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra”) come molte ricerche affermino ormai, che gli elementi base per la vita terrestre, se non addirittura la vita stessa (vedi teoria della panspermia), siano giunti dallo spazio. Tutte queste scoperte, che hanno del rivoluzionario poiché da sempre si riteneva che la comparsa della vita fosse un qualcosa di estremamente raro, e che la Terra fosse un pianeta talmente unico, dal punto di vista delle condizioni ambientali, da aver “vinto” fortunatamente e casualmente questa improbabile lotteria cosmica, sotto un certo punto di vista, potrebbero non comportare uno choc cognitivo alla maggioranza delle persone. D’altro canto che ci sia vita qui sulla Terra, è un qualcosa di ovvio e chiaro, dunque scoprire che l’origine della vita terrestre sia nello spazio e non sulla Terra (abiogenesi), potrebbe non fare molto la differenza per l’uomo comune, soprattutto per quella massa ormai uniformata di persone, ormai disinteressata al sapere e alle domande esistenziali più profonde, poiché concentrata sugli effimeri e superficiali aspetti materiali del quotidiano.

Leggere invece, che una simile situazione possa essersi verificata anche per Marte, il pianeta nostro vicino di casa, che da decenni ci dicono privo di vita e inospitale, dovrebbe far sobbalzare tutti dalla sedia. L’impatto degli asteroidi nel passato di Marte potrebbe aver prodotto ingredienti chiave per lo sviluppo della vita. Questo è quanto emerge da uno studio condotto dell’Istituto di Scienze Nucleari dell’Università Nazionale del Messico, e pubblicato nel mese di gennaio 2020 sulla rivista Journal of Geophysical Research. Sebbene non si tratti di un risultato certo (così come non lo sono i medesimi studi applicati alla Terra), è bene porre in evidenza che non si tratta di una mera ipotesi scientifica, né tantomeno di una speculazione giornalistica. Lo studio si è, infatti, basato sui dati raccolti negli anni scorsi dal rover della Nasa Curiosity, che ormai da oltre 8 anni (è ammartato il 6 agosto del 2012), batte il polveroso suolo marziano. Gli ingredienti individuati sono nitriti (NO2-) e nitrati (NO3-), sostanze composte di azoto e ossigeno, essenziali per la costituzione della vita così come la conosciamo. Sono stati scoperti in campioni roccia raccolti da Curiosity nel suo viaggio all’interno del Cratere di Gale, il sito in cui in passato giaceva un lago d’acqua dolce. Questa informazione è già nota da qualche tempo presso gli astrobiologi e gli astrofisici.

L’aspetto interessante di questo studio dell’università del Messico, è che gli astrobiologi si sono concentrati sulle informazioni in loro possesso, per comprendere come queste sostanze possano essere state depositate nel cratere. I ricercatori hanno quindi ricreato in laboratorio la prima atmosfera marziana passata. Dopo aver simulato le onde d’urto generate dall’entrata in atmosfera degli asteroidi, il team ha provato a determinare la quantità di nitrati prodotti da questo impatto. I risultati evidenziano che la quantità di nitrati è aumentata quando è stato inserito nel test l’idrogeno per simulare l’impatto degli asteroidi. Un risultato inaspettato poiché la formazione di nitrati richiede ossigeno, mentre l’idrogeno, al contrario, porta a un ambiente povero di ossigeno.

Secondo quanto esposto nello studio, la presenza d’idrogeno ha portato a un raffreddamento più rapido del gas surriscaldato dagli urti, intrappolando l’ossido di azoto, il precursore del nitrato, a temperature elevate dove la sua resa era più elevata. Il co-autore dello studio Christopher McKay (astrofisico Nasa) ha spiegato che “A causa dei bassi livelli di azoto gassoso nell’atmosfera, il nitrato è l’unica forma di azoto biologicamente utile su Marte. Pertanto, la sua presenza nel suolo ha un importante significato astrobiologico. Questo documento ci aiuta a capire le possibili fonti di quel nitrato”. Ma perché gli effetti dell’idrogeno nell’atmosfera marziana sono così affascinanti?

Sebbene la superficie di Marte oggi si presenti come fredda e inospitale, è ormai pressoché certo (i dati raccolti sono molteplici e gli innumerevoli studi scientifici convergono tutti, o quasi, su questo punto) in passato un’atmosfera più densa, arricchita da gas serra come l’anidride carbonica e il vapore acqueo, possa aver riscaldato il pianeta. È abbastanza evidente che la superficie di Marte è stata scolpita, in una lunga fase della sua storia, dall’acqua liquida. È altrettanto certo che in un’ancora indeterminato periodo passato (o addirittura in più periodi) Marte è stato ospitale alla vita. Dovremmo chiederci però, queste conoscenze sono sufficienti agli astrobiologi autori dello studio, per ipotizzare un nesso tra la presenza di sostanze organiche inanimate (le proteine non sono esseri viventi) e la presenza di vita sul pianeta rosso? Ufficialmente la vita su Marte non è stata ancora trovata. Se dovessimo attenerci alle informazioni note al grande pubblico, lo studio dei ricercatori potrebbe essere letto come la voglia di cercare indizi che possano dirci, definitivamente, se il pianeta rosso ha ospitato (o ospita) forme di vita.

La visione della cosa però, dovrebbe cambiare, almeno in parte, se aggiungiamo un altro studio dei medesimi autori, pubblicato pochi mesi prima (nel 2018).  Christopher McKay ha pubblicato uno studio dal titolo “La ricerca su Marte di una seconda genesi di vita nel Sistema Solare e la necessità di un'esplorazione biologicamente reversibile”. La domanda che dovremmo porci è la seguente: perché cercare una seconda genesi su Marte se non si ha (almeno ufficialmente) ancora certezza che ci sia stata vita sul pianeta rosso? Che senso ha cercare l’origine di qualcosa che non si sa se sia mai esistita? Sarebbe come cercare di capire, nelle nostre case ad esempio, da dove entrano le formiche senza che ne abbiamo mai vista una all’interno delle nostre abitazioni. E se tutto questo già appare illogico all’uomo comune, lo è ancor di più sotto il profilo dell’applicazione del metodo scientifico. Com’è possibile che scienziati importanti, che lavorano per le agenzie spaziali e pubblicano ricerche scientifiche sulle più importanti riviste del settore, compiano studi per cercare risposta a domande certamente interessanti ma senza avere sufficienti informazioni per dirimere la questione? Hanno forse informazioni maggiori di quelle in possesso dell’opinione pubblica?

Come esposto dettagliatamente nel libro “Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione”, le informazioni che l’opinione pubblica ignora sul nostro legame “ancestrale” con il pianeta rosso sono molte, come ad esempio, che le prove che ci sia stata, e che ancora ci sia, vita su Marte sono già state trovate. Le analisi di vecchi dati o il riesame di meteoriti marziani giunti sulla Terra hanno fornito solide prove a riguardo ma, trattandosi di elementi “poco mediatici” non sono stati utilizzati per informare il grande pubblico della rivoluzionaria scoperta riguardo la vita extraterrestre. Si tratta, infatti, (e mi attengo ai soli studi ufficiali pubblicati) di tracce lasciate nelle rocce da microorganismi, oppure da gas prodotti dall’attività degli stessi, e non di “animaletti marziani” che, anche se minuscoli, avrebbero certamente una risonanza mediatica tale da far avere alla comunità scientifica e alle agenzie spaziali, un ritorno politico, economico e di popolarità che una scoperta come quella del ritrovamento di vita extraterrestre merita.

Come già anticipato in precedenti articoli quindi, l’annuncio è rimandato tra qualche anno, non appena le missioni di esplorazione spaziale partite quest’anno (2020) proprio allo scopo di “trovare forme di vita presente o passata” (obiettivi ufficiali e principali delle missioni) arriveranno su Marte (arrivo previsto gennaio-febbraio 2021). Sono ben tre le missioni già partite verso il pianeta rosso, una sonda orbiter (Hope) degli Emirati Arabi (che analizzerà l’atmosfera marziana), una cinese con un orbiter, un lander e un rover, e una degli stati Uniti, la missione Mars2020 con il rover laboratorio Perseverance e un drone elicottero Ingenuity. Doveva esserci anche la missione europea, a guida italiana, Exomars2020, ma il lockdown imposto dal Governo italiano ha impedito gli ultimi preparativi, costringendo l’ESA ha rinviare la missione alla prossima finestra di lancio (2022), con ammartaggio previsto per il 2023.  

Insomma, in attesa dell’annuncio ufficiale che cambierà per sempre il modo in cui l’umanità guarda l’universo, sapendo di non essere più soli, “accontentiamoci” di sapere che, nell’ambito della comunità scientifica c’è già questa consapevolezza che traspare, poiché come abbiamo visto, è data quasi per scontata, in molti studi scientifici.

Stefano Nasetti

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Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra

La teoria dell’origine della vita sulla Terra per abiogenesi (cioè per nascita spontanea e casuale), che rappresenta da sempre uno dei cardini dell’evoluzione e continua a essere considerata la spiegazione più probabile e corretta secondo la comunità scientifica, negli ultimi anni ha visto cadere molti dei suoi assunti fondamentali.

Secondo la teoria dell’abiogenesi terrestre, una volta raffredatasi, la crosta della Terra presentava già tutti gli elementi necessari alla nascita della vita. La comparsa della vita quindi, era solo una questione di tempo, quello necessario affinché questi elementi andassero prima a costituire gli amminoacidi (i cosiddetti “mattoni fondamentali della vita”), poi molecole organiche più complesse come l’RNA e, infine, forme di vita dotate di DNA. La vita sulla Terra è dunque, secondo questa tradizionale visione, un fatto più unico che raro, una casualità isolata che nulla ha a che fare con il resto dell’universo. Questo sempre in teoria, una teoria formulata in un periodo in cui praticamente nulla si sapeva di ciò che esisteva al di fuori del nostro pianeta e, ancora pochissimo conoscevamo della nostra stessa casa, una teoria che oltretutto risentiva ancora della visione antropocentrica dell’universo, visione dettata dalle principali religioni monoteiste.

Abbiamo visto invece, già in molti articoli precedenti (leggi l’articolo “Siamo figli delle Stelle e no siamo soli”), come recenti scoperte scientifiche che hanno riguardato sia le condizioni passate, sia gli elementi presenti (e assenti) ai primordi della Terra e sia ciò che esiste fuori, oltre l’orbita terrestre, su asteroidi, meteoriti, comete, lune e pianeti del nostro sistema solare, esopianeti e nubi di polvere interstellari abbiano fatto venir meno molti, se non tutti, gli assunti propri della teoria dell’abiogenesi.

Oggi sappiamo non solo che molti degli elementi necessari alla formazione delle molecole organiche o al loro sviluppo, non erano presenti nelle prime fasi in cui si riteneva erroneamente fossero già presenti, ma che, considerato il ritrovamento delle prime forme di vita terrestri quasi un miliardo di anni prima di quanto si sapeva al momento della formulazione della teoria, non c’è stato fisicamente il tempo affinché la vita si formasse spontaneamente (ho trattato dettagliatamente l’argomento nel mio libro del 2018). Insomma è inverosimile, improbabile se non addirittura impossibile, che nel processo che ha portato alla comparsa della vita sulla Terra non sia intervenuto un qualche elemento estero, alieno, extraterrestre.

Una nuova conferma in tal senso, è arrivata nel mese di giugno (2020), da uno studio condotto in Giappone, dal gruppo dell’Università di Tohoku, guidato da Yoshiro Furukawa, e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.

L'esperimento ha simulato l'impatto di asteroidi nell'oceano, dimostrando che eventi del genere possono innescare reazioni chimiche tali da portare alla formazione dei mattoni delle proteine. Il risultato è un'ulteriore conferma di quanto gli asteroidi siano stati importanti per la vita sulla Terra, come avevano indicato in passato anche esperimenti italiani, come quelli guidati da Raffaele Saladino ed Ernesto di Mauro, dell'università della Tuscia a Viterbo (in collaborazione con l'Istituto di Scienze dello Spazio di Barcellona), pubblicata sempre su Scientific Reports, ma nel dicembre del 2016.

Già quattro anni fa, infatti, i risultati della ricerca avevano mostrato come la “ricetta della vita” fosse un mix di meteoriti e acqua, all'ombra dei vulcani. Gli ingredienti giusti si trovano nei meteoriti e non spontaneamente sulla Terra, mentre l'acqua terrestre (anch’essa in gran parte di origine extraterrestre, poiché portata da impatti cometari), al contrario di quanto immaginato finora, è “solo” la scintilla che ha attivato la formazione di molecole biologiche. Insomma, secondo la ricerca italo-spagnola del 2016, gli ingredienti della vita sono stati portati dai meteoriti mentre le reazioni chimiche per la formazione di molecole biologiche sono state attivate dall'acqua. Questo aveva già posto in evidenza molti dei limiti riguardo gli assunti alla base della teoria dell’abiogenesi.

Infatti, la ricerca aveva dimostrato come l'acqua sia sì fondamentale per la cellula, e dunque per le forme di vita (almeno per gran parte di quelle terrestri), ma fino ad allora si pensava che non lo fosse per le reazioni che hanno generato i mattoni della vita. La ricerca aveva anche mostrato come tra i vari tipi di acqua studiati, la più attiva fosse stata quella delle sorgenti idrotermali, suggerendo la possibilità che la vita non sia iniziata in ambiente marino, come finora generalmente ritenuto, ma in un ambiente vulcanico e termale.

Nel 2016, gli autori della ricerca avevano fatto reagire un composto chimico molto abbondante nella nostra galassia, chiamato formammide, con alcuni dei meteoriti più antichi (condriti) con l'acqua (nelle stesse percentuali presenti nei meteoriti), a temperature di 140 gradi, che corrispondono sia a quelle delle sorgenti geotermiche della Terra, sia a quelle presenti nei meteoriti. Tra i composti ottenuti vi erano i precursori del materiale genetico (basi nucleiche), i mattoni delle proteine (amminoacidi) e i componenti del metabolismo energetico (acidi carbossilici). Il kit dei mattoni della vita era quindi in pratica completo.

Sono passati quattro anni e oggi, 2020, la ricerca degli scienziati giapponesi è giunta alle medesime conclusioni. Questa volta, per simulare le reazioni che s’innescano quando un meteorite cade nell'oceano, i ricercatori giapponesi hanno riprodotto le condizioni presenti sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, a partite dalla composizione dell'atmosfera, nella quale prevalevano anidride carbonica e azoto. Nella simulazione dell'impatto sono state quindi riprodotte le reazioni fra i gas atmosferici, l'acqua e il ferro contenuto nel meteorite. Da questo mix è emersa la formazione di amminoacidi come glicina e alanina, che sono componenti diretti delle proteine. La scoperta della formazione di amminoacidi da anidride carbonica e azoto dimostra quanto questi composti onnipresenti siano importanti per la formazione dei mattoni della vita.

Il ruolo cruciale degli amminoacidi emerge anche da uno studio indipendente questa volta pubblicato nel giugno 2020, su Physical Review Letters. La ricerca, coordinata dal Max Planck Institute for Astronomy, ha fatto luce su come queste importanti molecole si formano nel mezzo interstellare. Secondo gli scienziati, le reazioni chimiche che danno vita agli amminoacidi avvengono su minuscoli granelli di polvere cosmica ricoperti di ghiaccio. Questi granelli di polvere, pur essendo molto piccoli, hanno una superficie più estesa di quanto si pensasse in precedenza. Sarebbe questo lo scenario nel quale si formano le molecole prebiotiche, le stesse che, trasportate dai meteoriti, avrebbero un ruolo essenziale per lo sviluppo della vita sulla Terra come dimostrato in ultimo dalle ricerche sopra citate, pubblicate nel 2016 e nel 2020 su Scientific Reports.

Per arrivare a questi risultati il team di ricerca ha realizzato una serie di esperimenti nei laboratori di astrofisica del Max Planck, ricostruendo i sottili strati di ghiaccio che ricoprono le particelle di polvere cosmica.

La nuova consapevolezza scientifica acquisita anche attraverso questi tre studi, dimostra che la comparsa della vita non possa essere considerata un evento avulso dagli altri fenomeni cosmici, e la migliorata conoscenza dei processi alla base della sua comparsa, apre, di fatto, scenari molto interessanti anche per quanto riguarda la ricerca astrobiologica. Oggi possiamo ragionevolmente ipotizzare, ancora con maggior forza e maggior sicurezza, che la vita possa aver fatto la sua comparsa anche in molti altri luoghi dell’universo e, probabilmente già nel nostro sistema solare (leggi l’articolo “La vita si è formata prima su Marte poi sulla Terra?").

L’ormai certezza che in passato esistesse un vasto oceano su Marte (leggi larticolo dedicato) e che ancora oggi esisterebbe un intero sistema di laghi (salati) interconnessi (leggi l’articolo dedicato all’argomento) solleva anche altre implicazioni interessanti. Secondo i ricercatori anidride carbonica e azoto sono stati probabilmente i principali gas anche dell’antica atmosfera marziana. Pertanto, la formazione di aminoacidi indotta dall'impatto dei meteoriti potrebbe essere stata anche una possibile fonte d’ingredienti della vita sull'antico Marte, ma di questo parlerò diffusamente in un prossimo articolo. (per chi ha fretta di saperne di più, consiglio la lettura del libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”).

Stefano Nasetti

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Progetto OZMA. Compie sessant’anni la ricerca per trovare l'intelligenza aliena che ha cambiato l'astronomia.

Sessant’anni fa, nel 1960, in una fredda mattina di primavera nel West Virginia, un astronomo di 29 anni del National Radio Astronomy Observatory, iniziò a scansionare il cielo alla ricerca di segnali radio provenienti da civiltà aliene. Era Frank Drake, che divenne poi noto per aver inventato la famosa equazione per calcolare il numero di possibili civiltà intelligenti presenti nella nostra galassia. Quella ricerca cambiò completamente, nel corso dei decenni successivi, il modo di fare astronomia e guardare le stelle.

Con un budget di duemila dollari (una cifra elevata ma non troppo, per l’epoca) e l’accesso a un radiotelescopio (Foto in copertina) ritenuto abbastanza sensibile da rilevare eventuali trasmissioni di civiltà extraterrestri, Drake aveva, infatti, deciso di affrontare una delle domande esistenziali più presenti nella storia dell’umanità: siamo soli nell'universo?

Intervistato poco dopo il compimento del suo novantesimo compleanno dalla figlia Nadia, oggi giornalista del National Geographic, ripercorrendo l’inizio della sua ricerca, Drake ha affermato: "La ricerca della vita intelligente era considerata una cattiva scienza a quei tempi". Come più volte ricordato in precedenti articoli di questo blog, infatti, a quel tempo, la ricerca di prove di tecnologie aliene era ancora considerata una perdita di tempo, poiché anche solo la possibile esistenza di civiltà aliene era considerata pura fantascienza.

Ciò nonostante, per Frank Drake, valeva la pena correre il rischio di incorrere nella derisione dei colleghi per scoprire davvero se il cosmo fosse popolato di vita tanto quanto gli oceani brulicanti della Terra, o se l'umanità fosse alla deriva in una distesa interstellare apparentemente tranquilla. D’altro canto i veri scienziati sono coloro che non hanno pregiudizi, hanno curiosità e sufficiente umiltà per prediligere la ricerca del sapere alla comodità dei dogmi della scienza (con la “S” minuscola). Non hanno paura di mettersi in gioco e di rischiare la propria reputazione e la propria carriera pur di trovare risposte reali e veritiere, basate sui fatti, sui dati oggettivi e non sulle teorie, sui compromessi e gli interessi personali. Solo oggi forse, in molti si rendono conto di quanto i primi lavori di Drake fossero rischiosi e rivoluzionari.

Solo dal 1995, con la scoperta del primo esopianeta, la comunità scientifica si è aperta definitivamente alla possibilità dell’esistenza di altre forme di vita nell’universo. Fino a quel momento gli astronomi non conoscevano mondi fuori dal nostro sistema solare. Tuttavia Drake al pari di alcuni altri veri scienziati del periodo, non aveva timore di utilizzare il proprio cervello per formulare ipotesi apparentemente “eretiche”, e pensava che se pianeti come la Terra avessero orbitato attorno a stelle come il Sole (oggi sappiamo addirittura che questo tipo di stelle sono molte poche rispetto a stelle di altro tipo, come le nane rosse attorno a cui orbita la maggioranza dei pianeti extrasolari finora scoperti), allora quei mondi avrebbero potuto essere popolati da civiltà abbastanza avanzate da trasmettere, in qualche modo, la loro presenza al cosmo. Il suo ragionamento era, ed è ancora oggi, sensato. Nell’ultimo secolo infatti, l’umanità ha inconsapevolmente mandato nell’universo proprio questo tipo di segnali, sotto forma di trasmissioni televisive e radiofoniche, radar militari e altre comunicazioni che escono dall’atmosfera e si diffondono nello spazio. Perché dunque non ipotizzare che anche altre civiltà possano aver fatto, o possano fare lo stesso?

Drake progettò quindi, un sistema per cercare segnali provenienti da altri mondi. Decise di concentrarsi innanzitutto verso ipotetici pianeti che avrebbero potuto trovarsi in orbita attorno alle stelle a noi vicine, come Epsilon Eridani e Tau Ceti (distanti rispettivamente 10,5 e 11,9 anni luce da noi). Oggi sappiamo che effettivamente esistono pianeti attorno a queste stelle. Drake chiamò questo progetto di ricerca Progetto Ozma, in omaggio al personaggio della principessa nella serie “Il meraviglioso mago di OZ” di L. Frank Baum, racconto d’avventura che descrive un mondo popolato da esseri “esotici” extraterrestri (inteso come on originari del pianeta Terra).

Con l’utilizzo del radiotelescopio di Green Bank, quell’8 aprile del 1960, Drake diede, di fatto, il via alla prima ricerca scientifica umana d’intelligenza extraterrestre, oggi nota come SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence - Ricerca di Intelligenza Extraterrestre). Per quasi tre mesi il telescopio di Drake si mise in ascolto dei segnali provenienti da quelle stelle, ma non trovò nulla che potesse essere ricondotto a segnali artificiali frutto di possibili civiltà intelligenti. Drake non nascose che fu molto deluso dal risultato. "Speravamo che, in effetti, ci fossero civiltà che trasmettevano radio intorno a quasi tutte le stelle" disse. I deludenti risultati non scoraggiarono Drake. Il progetto Ozma rappresentò invece il primo passo verso la ricerca al mistero della vita nell’universo che portò, alcuni anni dopo, nel 1974, alla creazione del progetto Seti e poi a quello ben più organizzato e finanziato, chiamato Breakthrough Listen.

Mentre il progetto Ozma, e gli altri successivi (SETI compreso, progetto ancora attivo) aveva grandi limiti, sia dal punto di vista concettuale che tecnologico (ne ho parlato in altri articoli di questo blog e nel libro “Il lato oscuro della Luna”) poiché, tra le altre cose, tali progetti si sono concentrati sempre e solo su una manciata di stelle, le attuali ricerche come il progetto Breakthrough Listen, hanno un approccio diverso, più esteso e completo, avvicinandosi quasi alla possibilità di monitorare l’intero cielo osservabile, utilizzando diversi sistemi e diversi tipi di segnali, in modo costante.

Sebbene oggi esistano diversi altri progetti, come ad esempio il sondaggio sulle microonde ad alta risoluzione della NASA (mai finanziato), la maggioranza dei membri della comunità scientifica (ancorati, per convinzione o convenienza, ai dogmi delle teorie tradizionali che vogliono la vita come un processo più unico che raro nell’universo) continua a vedere e a trattare la ricerca della vita extraterrestre, e i colleghi che se ne occupano, con ilarità (leggi quanto detto nell’articolo “La scienza anvanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?"). Ciò rende difficile il finanziamento e ha annullato il sostegno governativo di vari Paesi a progetti più ambiziosi come quello della Nasa appena citato. I soldi disponibili per i progetti SETI sono pochi se non scarsi. Il campo ha relativamente pochi professionisti che si dedicano a questa ricerca. In Italia c’è l’astronomo Claudio Maccone dell'INAF e pochissimi altri. Tuttavia, grazie alle nuove scoperte nel campo astronomico, astrobiologico e astrofisico, l’attenzione, la credibilità del mondo accademico verso questo tipo di ricerche è in netta crescita. In attesa che finalmente sia riservato a questo ramo scientifico il giusto spazio che merita (il cambio di paradigma avverrà entro e non oltre i prossimi 4-5 anni -salvo situazioni a oggi imprevedibili- con l’annuncio ufficiale del ritrovamento di forme di vita elementare su Marte), torniamo al racconto delle conseguenze che, già negli anni sessanta, ebbe il progetto Ozma.

Il progetto Ozma aveva, infatti, attratto l’attenzione dei media. Nel 1961, l'Accademia Nazionale delle Scienze chiese a Drake di organizzare un incontro a Green Bank per discutere la ricerca della vita intelligente. Fu proprio mentre organizzava quell'incontro, che Drake inventò casualmente l'ormai famosa Equazione di Drake, una formula matematica per stimare quante civiltà potrebbero essere rilevabili nella galassia della Via Lattea. In quel momento parve che la ricerca di forme di vita extraterrestri potesse diventare rapidamente uno dei campi di ricerca più importanti delle scienze astronomiche e non solo.

"C'erano radioastronomi dappertutto che volevano fare ricerche SETI, ma quei progetti non sono stati mai finanziati", ha raccontato oggi Drake, fornendo un elenco di località in tutta Europa e in Australia dove progetti di ricerca di segnali di vita extraterrestre, non sono riusciti ad ottenere finanziamenti adeguati e sono stati chiusi o, nella maggioranza dei casi, sono rimasti addirittura su carta. Questo accadde proprio a causa dell’atteggiamento d’ilarità presente soprattutto nei membri più importanti, a livello politico, della comunità scientifica (leggi l’articolo “La scienza avanza un funerale alla volta?”). Se questo accadeva nel mondo occidentale, in piena guerra fredda e nel pieno della corsa allo spazio, in Unione Sovietica le cose andarono diversamente. Dall'altra parte della cortina di ferro, gli astronomi avevano saputo del progetto Ozma e iniziarono con entusiasmo a scansionare le stelle in cerca di segni di vita.

In Unione Sovietica c'erano molte meno restrizioni su ciò che gli scienziati potevano fare. Avevano budget stabili grazie al modo in cui funzionava il governo comunista centralizzato. “Potevano fare quello che volevano", ha dichiarato la storica della scienza Rebecca Charbonneau dell'Università di Cambridge, specializzata nella ricerca SETI durante l'era della Guerra Fredda . "Frank Drake era molto geloso degli scienziati sovietici che potevano fare tutte queste ricerche”.

Non fu un caso infatti, che inizialmente i progetti di ricerca di segnali di vita intelligente extraterrestre decollarono rapidamente in URSS già dai primi anni ’60 guidati dall’astronomo Iosif Šklovskij. Fu così che da allora, e fino alla caduta dell’URSS, sovietici e americani s’incontrarono più volte per scambiarsi idee sulla ricerca della vita intelligente extraterrestre. “In un certo senso - ha affermato Charbonneau - non sorprende che le due superpotenze dell’epoca, sebbene apparentemente in competizione, abbiano finito per condurre le ricerche SETI durante la Guerra Fredda. La corsa allo spazio in corso in quel periodo aveva costretto entrambe le nazioni a pensare a cosa potrebbe esistere nei cieli e le scorte nucleari hanno costretto l'umanità a considerare il suo futuro sulla Terra e tra le stelle”. C’è poi probabilmente qualcosa che forse noi non sappiamo, qualcosa che ha spinto questa insolita collaborazione tra nazioni nemiche, collaborazione testimoniata anche da concreti eventi noti in ambito della storia dell’esplorazione spaziale.

“Il 17 luglio 1975, infatti, una navicella del programma spaziale americano Apollo ed una capsula sovietica Sojuz si agganciarono nell'orbita intorno alla Terra, consentendo ai due equipaggi di potersi spostare da una navicella spaziale verso l'altra.

In un’epoca in cui lo spionaggio riguardante lo sviluppo della tecnologia, era una delle principali attività dei rispettivi apparati dei servizi segreti, perché consentire al “nemico” di poter accedere in “casa propria”, permettendo di spiare la propria tecnologia?

Sebbene tale collaborazione fu interpretata da molti come segno di reciproca volontà di pace, le tensioni tra i due Paesi continuarono per altri 15 anni e soltanto dopo vent'anni, dopo la fine della guerra fredda, venne iniziata una nuova collaborazione con l'avvio del programma Shuttle-Mir.

Quali erano dunque, i reali motivi di questa inaspettata ed imprevedibile collaborazione? Tutto ciò aveva a che fare con gli avvistamenti che gli astronauti dei due schieramenti, avevano avuto nei decenni precedenti?” (brano tratto dal libro “Il lato oscuro della Luna”.)

Oltre a queste domande esistenziali legate alla ricerca di forme di vita extraterrestre intelligente, entrambe le nazioni avevano una ricca storia editoriale e cinematografica di fantascienza piena d’idee sul primo contatto. La collaborazione tra la comunità scientifica statunitense e la controparte sovietica per la ricerca della vita extraterrestre è documentata anche da altri fatti concreti.

“L’astronomo statunitense Bevan P. Sharpless nel 1945, aveva notato un’accelerazione di Phobos che non poteva essere spiegata come effetto delle perturbazioni della sottile atmosfera marziana.

La rilevazione di Sharpless non ricevette particolare attenzione fino al 1959, quando l’astronomo sovietico Iosif Samuilovič Šklovskij avanzò l’ipotesi che Phobos potesse essere un oggetto artificiale cavo.

Šklovskij ipotizzò inoltre, che potesse trattarsi dei resti di un satellite artificiale lanciato da un’antica civiltà che abitava Marte.

Quest’affascinante ipotesi ebbe una certa notorietà, e fu in seguito riproposta nel 1966, dallo stesso Šklovskij nel libro Intelligent Life in the Universe, scritto con l’autorevole astronomo statunitense Carl Sagan, che collaborò a numerosi progetti della Nasa, e fu autore del messaggio inciso sul Voyager Golden Record, presente sulle sonde Voyager.

Anche Šklovskij godeva di un certo prestigio internazionale. Fu infatti ispiratore del progetto SETI, suggerendo che la prima prova evidente dell'esistenza di una civiltà aliena, sarebbe stata la dispersione di onde elettromagnetiche di comunicazioni locali.

L’autorevolezza dei due astronomi, spinse le agenzie spaziali di Stati Uniti e Unione Sovietica, a inviare sonde per lo studio approfondito delle lune di Marte, al fine di risolvere il mistero.

Nel 1988, la sonda sovietica Phobos 2, giunta in prossimità della luna marziana, rilevò una debole ma costante emissione di gas provenire dalla superficie di Phobos.

Misteriosamente o sfortunatamente, la sonda smise di funzionare prima di poter identificare con certezza la natura del materiale emesso, e prima di terminare la propria missione che prevedeva l’atterraggio di due lander sulla superficie.” (brano tratto dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”.)

Nel corso degli anni, e nonostante almeno ufficialmente le due nazioni fossero in totale contrapposizione, le relazioni tra le due comunità scientifiche sono divenute sempre più fitte e cordiali fino a trasformarsi chiaramente in amichevole collaborazione che produsse, a sua volta, una spinta per la comunità scientifica globale.

 "Shklovskii finì per pubblicare quello che è generalmente considerato uno dei primi libri popolari sul SETI, scritto in collaborazione con Carl Sagan", ha affermato Charbonneau (Si tratta del citato libro Intelligent Life in the Universe .) "Il libro tratta il tema di come gli scienziati cercano di capire come possa essere la vita aliena, di come potremmo comunicare con essa, e allo stesso tempo, se e come stanno cercando di comunicare gli alieni sulla Terra (L’umanità – ndr)."

Mentre le ricerche SETI prosperavano in Unione Sovietica, e mentre le comunità scientifiche delle due superpotenze stringevano rapporti sempre più buoni, negli Stati Uniti, il progetto SETI continuava ad avere vita dura. Se nelle prime fasi, a metà degli anni ’70 il progetto fu finanziato dalla NASA, nel corso dei decenni successivi il Congresso americano tagliò più volte i fondi federali per i progetti SETI, deridendo la ricerca, appellandola in modo denigratorio come "caccia marziana" e definendola un vero spreco di dollari dei contribuenti.  Oggi sappiamo come invece la ricerca di forme di vita su Marte sia considerata una priorità dalla Nasa e di come questa abbia ottenuto negli ultimi vent’anni cospicui finanziamenti per giungere al risultato.

Ciò nonostante, dalla metà degli anni '90 il SETI Institute senza scopo di lucro, fondato nel 1984 e che vive fondamentalmente di donazioni private, e l’Università della California, Berkeley sono stati tra i centri di ricerca SETI più attivi. Nel mondo accademico, il reclutamento di astronomi sul campo è ancora molto scarso. Pochi studenti s’iscrivono a corsi di laurea con l'intento di cercare la vita tra le stelle, tranne che all'Università di Harvard, dove l'astronomo Paul Horowitz ha mantenuto diversi progetti volti a rilevare sia i segnali radio sia i lampi laser dalle civiltà in comunicazione (leggi l’articolo “Un faro terrestre per gli alieni”). Nel corso dei decenni, Horowitz ha formato quattro dottorati di ricerca. studenti in SETI, più di chiunque altro.

Dal 1995 in poi (anno della scoperta del primo esopianeta), gli astronomi hanno scoperto migliaia di esopianeti (a oggi 10 agosto 2020 sono ufficialmente 4302) - o pianeti in orbita attorno ad altre stelle - e molti hanno condizioni che potrebbero essere favorevoli alla vita.

Sei decenni dopo il progetto Ozma dunque, sappiamo che i pianeti superano di gran lunga le stelle nella Via Lattea, fornendo miliardi di luoghi per l'emergere del metabolismo alieno. Ciò sta facendo (o dovrebbe fare) rivedere la posizione di molti scienziati negazionisti della vita extraterrestre (ne abbiamo avuti d’importanti anche nel nostro Paese, che hanno denigrato per gran parte delle loro vite, progetti come il SETI, salvo poi, dopo il 1995, cambiare totalmente opinione per essere poi ricordati oggi, dalla distratta e senza memoria popolazione italiana, come “Amici delle stelle”).

Inoltre, e nel frattempo, sulla Terra gli scienziati stanno trovando la vita in ogni luogo, anche in quelli più improbabili: dalle sorgenti calde bollenti e acide alle parti più profonde, oscure e pressurizzate del fondo marino (leggi l’articolo “Forme di vita nel deserto più inospitale della Terra”). A ogni nuova scoperta di forme di vita in ambienti estremi corrisponde ormai uno sguardo verso le stelle. Quello che abbiamo imparato e stiamo imparando sul nostro ambiente, quello terrestre, si ripercuote in senso astronomico. Ciò sta rendendo la ricerca di una risposta alla domanda alla base del progetto SETI (Siamo soli nell’universo?) una qualcosa d’inevitabile. Sono proprio le scoperte scientifiche arrivate negli ultimi decenni a costringere, anche i più scettici, a fare il passo successivo e aprirsi a questa possibilità.

Nel 2015 è stato avviato un nuovo enorme progetto chiamato Breakthrough Listen. Finanziato dall'investitore tecnologico della Silicon Valley, Yuri Milner (che prende il suo nome di battesimo da Yuri Gagarin, la prima persona a volare nello spazio), il progetto, di durata decennale da 100 milioni di dollari, sfrutta la potenza dei radiotelescopi più potenti del mondo per cercare i segni di vita tra i milioni di stelle più vicine. Breakthrough Listen è oggi 2020, già a metà della durata inizialmente prevista e, al pari del progetto Ozma non ha ancora registrato alcun un segnale alieno di chiara origine intelligente. "Credo davvero che questo sia qualcosa che dovremmo continuare a fare", ha affermato più volte Milner. "Se continuiamo a farlo per dozzine di anni, forse cento anni, penso che avremo una risposta in un modo o nell'altro."

Finalmente gli astronomi non cercano più solo segnali radio interstellari, vero limite dei precedenti progetti SETI, ma impulsi ottici, calore di scarto generato da potenti civiltà e qualsiasi altro segno di civiltà extraterrestri. Insomma, invece di cercare solamente segni di "intelligenza extraterrestre" sotto forma di messaggi, il campo si sta spostando, per usare il termine tecnico, nella ricerca di "tecnosignature", cioè firme ambientali della presenza di forme di vita intelligenti.

Uno di questi progetti, chiamato PANOSETI (Pulsed All-sky Near-infrared Optical SETI), è progettato per rilevare primi fra tutti i cosiddetti lampi radio veloci generati non solo da corpi celesti, ma anche da fonti artificiali e quindi da civiltà intelligenti extraterrestri. La rete di telescopi PANOSETI dunque sta esplorando l’universo su una scala temporale del miliardesimo di secondo, una scala che non era stata mai esaminata a dovere fino a ora nel contesto dei progetti SETI. I telescopi del progetto serviranno comunque a scoprire non solo segnali provenienti da extraterrestri ma anche nuovi fenomeni astronomici.

Oggi alcuni astronomi dicono che il SETI sia nel pieno di una rinascita. Grandi progetti stanno prendendo il via, i fondi per questo tipo di ricerche si stanno finalmente materializzando. I corsi di astronomia delle università statunitensi e non solo, ora cominciano a proporre una prospettiva più ampia sul posto dell'umanità nell'universo. Qualora i vari progetti SETI riuscissero a mantenere il loro slancio attuale, gli astronomi sono ottimisti sul fatto che i progetti futuri potrebbero essere ancora più ambiziosi, come quello già proposto, di installare un radiotelescopio sul lato oscuro della Luna, l'unico posto nel sistema solare dove le continue trasmissioni della Terra non travolgono i segnali radio dal cosmo.

Secondo molti astronomi la risposta alla domanda più profondamente esistenziale, quella alla base dei progetti SETI, potrebbe arrivare nei prossimi anni. Non è escluso però che potrebbero volerci decenni, secoli o anche di più prima di sapere se altre civiltà condividono la nostra galassia. I segnali radio rilevabili emessi dall’umanità, si sono allontanati dalla Terra solo da circa 100 anni, quindi qualsiasi civiltà a più di 100 anni luce dalla Terra non avrebbe potuto rilevarci, anche se avesse la tecnologia idonea per farlo. Queste considerazioni espresse dagli astronomi sono tuttavia ancora frutto di una visione preconcetta della realtà, come già ampiamente trattato nel precedente articolo “Dove sono tutti quanti? Forse oggi abbiamo un indizio” e ancor prima nell’articolo “Per la prima volta la scienza ufficiale contempla la teoria degli antichi alieni”. Le possibilità sono molteplici. Potremmo essere l'unica civiltà attiva in questo momento. Oppure, forse altri esseri sono già arrivati e hanno già superato il nostro grado di evoluzione, mentre altri potrebbero essersi estinti nei 13,8 miliardi di anni di storia dell'universo, o potrebbero ancora essere forme di vita nascenti, che evolvono più lentamente il meccanismo cellulare necessario per alimentare metabolismi complessi e dare origine a forme di vita intelligenti e poi a civiltà tecnologiche.

In ogni caso, appare ormai evidente che la ricerca della risposta alla domanda che ha dato il via al Progetto Ozma, non solo ha già cambiato il modo di fare astronomia e guardare all’uomo rispetto all’immensità dell’universo, ma ha anche il potenziale per cambiare il corso del futuro dell'umanità.

Stefano Nasetti

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Nel Dna dell’uomo moderno le tracce di un ignoto progenitore

Uno studio appena pubblicato (agosto 2020) sulla rivista Plos Genetics, dalle università americane Cornell e Cold Spring Harbor, ha trovato nel DNA un’informazione finora ignota e inspiegabile che potrebbe rimettere in discussione buona parte di ciò che si pensa di sapere sulle nostre origini, quelle dell’Homo Sapiens. Ma di cosa si tratta precisamente?

La ricerca si è basata su un nuovo algoritmo messo a punto dagli stessi autori dello studio. Ciò ha permesso di analizzare e confrontare al computer le sequenze genetiche umane provenienti dai resti ritrovati in precedenza, di tre Neanderthal, di un uomo di Denisova e due Homo Sapiens dall’Africa. Il nuovo algoritmo, hanno spiegato i ricercatori, ha permesso di identificare e confrontare i segmenti di Dna provenienti da varie specie umane, anche se l’unione dei vari DNA è avvenuta migliaia di anni fa. Ciò che è stato scoperto è, per la comunità scientifica, qualcosa di sorprendente e destabilizzante. Il DNA dell’uomo moderno conserva le tracce del materiale genetico di un progenitore super-arcaico, un ignoto antenato, comune a tutti i gruppi umani comparsi sulla Terra, dai Neanderthal ai Denisoviani fino, appunto ai Sapiens.

I risultati indicano che circa il 3% del Dna di Neanderthal proviene da “esseri umani” più antichi e che l’incrocio è avvenuto tra 300.000 e 200.000 anni fa. Inoltre, l’algoritmo mostra che circa l’1% del Dna di Denisova proviene da un essere umano più antico e che il 15% circa di Dna super-arcaico potrebbe essere poi passato agli esseri umani moderni.

Chi è questo antico e sconosciuto progenitore comune a tutte e tre le specie umane?

Secondo la teoria scientifica più accreditata (ma non per questo esatta), la prima specie del genere Homo conosciuta è l'Homo Habilis, (vissuto tra i 2,5 e 1 milione di anni fa). Si tratta tuttavia di un ominide ancora molto simile all'australopiteco (che significa “Scimmia del Sud") a cui non sono riconosciute le abilità manuali tipiche del genere homo. È proprio per questo che l'Homo Habilis, a differenza dell’Astralophiteco, viene già ritenuto uomo: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia. Il successivo e casuale (secondo la teoria darwiniana) salto evolutivo (dovuto ad una mutazione genetica) arriva con Homo Erectus (vissuto tra 1,3 milioni di anni fa e 800.000 anni fa), così chiamato perché si riteneva, erroneamente (poiché tale capacità fu attribuita anche a specie precedenti come l’Australophitecus), che fosse stata la prima specie ad assumere la posizione eretta. Si scopri poi che le due specie furono separate da altre specie, come l’Homo Rudolfensis (vissuto circa 2 milioni di anni fa), dall’Homo Ergaster (tra 2 e 1 milione di anni fa) e dall’Homo Georgicus (1,8 milioni di anni fa). Ad ogni modo, all’Homo Erectus, e a tutti i suoi successori, è riconosciuta una maggior capacità intellettiva, testimoniata dal maggior sviluppo della tecnologia. A tale prima speciazione del genere Homo dagli altri precedenti primati (australopitechi), sarebbe seguita una lunga evoluzione che avrebbe dato luogo a molte altre specie diverse, quali l’Homo Antecessor (800.000 anni fa), l’Homo Heidelbergensis (fra i 600.000 e 250.000 anni fa), Homo di Denisova (tra i 400.000 e i 50.000 anni fa), l’Homo Rhodesiensis (fra 300 e 125.000 anni fa), l’Homo Floresiensis (la cui data di comparsa è ignota, ma esistono tracce fino a 50.000 ani fa), l’Homo Neaderthalensis (tra i 250.000 e i 30.000 anni fa), per arrivare infine all’Homo Sapiens che ha fatto la sua comparsa all’incirca 200.000 anni fa.

Le misteriose tracce di quello che è stato definito dagli autori dell’articolo apparso su Plos Genetics, come DNA super-arcaico, appartengono a una di queste specie? Le uniche specie papabili sono, dati ufficiali alla mano, l’Homo Habilis, l’Homo Rudolfensis, l’Homo Ergaster, l’Homo Georgicus, l’Homo Erectus, l’Homo Antecessor e l’Homo Heidelbergensis, poiché tutte le altre specie di Homo, dal Denisova in poi, presentano già tracce di questo sconosciuto DNA.

Il tutto appare molto incoerente con la versione ufficiale della teoria dell’evoluzione umana (ominazione) che ho avuto già modo in passato di criticare, sia nel mio primo lavoro editoriale (Il Lato oscuro della Luna), sia in precedenti articoli su questo blog.

Si tratta, infatti, di una materia interdisciplinare, che include la fisiologia, la primatologia, l'archeologia, la geologia, la linguistica e la genetica. Non tutte queste brache della scienza hanno pari attendibilità, poiché non forniscono dati oggettivi e imparziali. L’archeologia ad esempio si basa sull’interpretazione, che è quindi molto soggettiva, dei reperti e si appoggia a sua volta su altre discipline più oggettive, come ad esempio la geologia. Non a caso è considerata, al pari di molte altre discipline scientifiche (tutte quelle umanistiche come storia, psicologia, economia, sociologia, fisiologia, primatologia, linguistica ecc.) una scienza “morbida” e non “dura” (matematica, fisica, biologia, chimica). Questo perché solo le cosiddette “scienze dure” applicano in modo rigoroso il metodo scientifico, in cui cioè predominano i dati quantitativi (e non quelli qualitativi, quelli frutto di valutazioni arbitrarie), raccolti con misure sperimentali ripetibili, elaborati con formule matematiche e capaci di predire fenomeni verificabili, insomma dati più oggettivi. Va da sé, che una spiegazione come quella sull’evoluzione umana, molto condizionata dalle idee prevalenti del momento (e spesso conservatrici dello status quo), da valutazioni personali e da interpretazioni di vario genere poiché provenienti da una molteplicità di discipline “molli”, può e deve essere soggetta a critiche, poiché non è certamente immune da errori, anche grossolani.

Lo studio delle due università statunitensi che hanno individuato questo DNA super-arcaico né è una dimostrazione. La teoria evoluzionistica umana attualmente considerata più attendibile (e per questo insegnata nelle scuole e raccontata in TV, anche in contenitori scientifici “istituzionali” considerati erroneamente affidabili) afferma che l’attuale uomo moderno, abbia avuto origine in Africa (esistono molti studi scientifici recenti, basati su dati aggiornati, che sono giunti a conclusioni differenti, rimasti finora inascoltati o poco considerati dalla comunità scientifica ufficiale).

Secondo questa teoria ufficiale, l’uomo moderno deriva da un’unica Eva mitocondriale (nome assegnato alla presunta antenata comune, dalla quale tutti gli esseri umani oggi viventi discenderebbero in linea materna). Una comparazione del DNA mitocondriale di appartenenti all’attuale e unica specie umana di diverse etnie e regioni, suggerisce che tutte queste sequenze di DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza di un solo esemplare. In base all'assunto scientifico che un individuo erediti i mitocondri solo dalla propria madre, infatti, questa scoperta genetica implica che tutti gli esseri umani del genere Homo sapiens, abbiano una linea di discendenza femminile derivante da un’unica donna che i ricercatori hanno soprannominato appunto, Eva mitocondriale.

Basandosi sulla tecnica dell'orologio molecolare (vedi spiegazione successiva), che mette in correlazione il passare del tempo con la variazione (deriva) genetica osservata, si ritiene che l’Eva mitocondriale sia vissuta fra i 99.000 e i 200.000 anni fa. La filogenia suggerisce che sia vissuta in Africa, ed è oggi considerata un Australophitecus i cui resti sono stati ritrovati in Africa, nella regione di Afar, nel bacino dell'Hadar, a una sessantina di chilometri da Addis Abeba in Etiopia, nel 1974 e a cui è stato attribuito il nome di Lucy (da qui deriva proprio il nome della specie Australophitecus afarensis (da Afar, la zona del ritrovamento).

È stato tuttavia ormai scientificamente accertato che la costruzione di alberi genealogici a partire dai dati del DNA è comunque una scienza inesatta. Non è la prima volta, infatti, che la cronologia ufficiale dell’evoluzione umana è messa in discussione.

Alcuni studi di circa un decennio fa (2010-2012) basati sulla stima delle mutazioni che intervengono da una generazione all’altra nel DNA nucleare, avevano avanzato la possibilità di retrodatare tutte le tappe fondamentali della storia filogenetica umana. Ciò avrebbe causato “un buco” non solo nella ricostruzione dell’evoluzione umana, ma anche in ciò che ne consegue, come preistoria e storia.

La proposta, basata come detto su osservazioni scientifiche, aveva smosso le fondamenta della comunità scientifica. Così nel 2013 fu pubblicato su “Current Biology” uno studio, coordinato da Svante Pääbo, del Dipartimento di Genetica evolutiva del Max-Planck-Institut per l’Antropologia evoluzionistica a Leipzig, in Germania, che, sulla base dell’analisi del DNA mitocondriale di una decina di selezionati reperti paleontologici ben conservati, smentì i risultati “eretici” degli studi precedenti che avevano “osato” proporre di retrodatare tutte le più importanti tappe dell’evoluzione umana, basati sul confronto di sequenze genomiche di padri e figli. Secondo i risultati della ricerca pubblicata nel 2013 da Svante Pääbo, la storia evolutiva dell’uomo raccontata dal DNA dei fossili è corretta.

In genetica, la differenza tra due specie che hanno un antenato in comune può essere valutata contando le sostituzioni a carico dei nucleotidi, cioè gli elementi base di cui sono costituite le molecole di DNA. Conoscendo la frequenza con cui si accumulano queste sostituzioni e ipotizzando che la frequenza sia costante, è possibile definire una sorta di “orologio molecolare” con cui stimare, con una certa approssimazione, quanto tempo fa si sono separate filogeneticamente due specie o due popolazioni.

È chiaro che non vi è alcuna certezza. Tutto dipende sia dalla quantità di dati utilizzati per “calibrare” quest’orologio, sia dalla qualità degli stessi, sia dalla tempestività di aggiornamento prima del suo utilizzo. Infatti, se l’orologio non è calibrato con i dati più aggiornati disponibili, i risultati di questi studi potrebbe essere molto diversi.

Solitamente l’orologio viene periodicamente “calibrato” quando si rendono disponibili reperti fossili con DNA recuperabile. Considerata però la scarsità di questi reperti, il metodo dell’orologio molecolare non è poi molto affidabile. Per esempio, nel caso dell’essere umano e dello scimpanzé non esiste un fossile che sia unanimemente considerato come il più recente antenato comune. Per questo motivo, il tasso di mutazione del DNA nucleare e mitocondriale è in questo momento al centro di un acceso dibattito.

Fatto sta che nello studio del 2013, Pääbo e colleghi avevano analizzato sequenze complete o quasi di genoma mitocondriale, provenienti da dieci esseri umani moderni. I reperti hanno una datazione sicura, eseguita con il metodo del carbonio-14, e sono distribuiti in un arco temporale di 40.000 anni. Queste sequenze sono state utilizzate come “punti di calibrazione” per stimare in modo molto preciso il tasso di sostituzione mitocondriale.  Il risultato portò confermare che la separazione delle popolazioni non africane da quelle africane avvenne tra 62.000 e 95.000 ani fa.Nonostante le incertezze sperimentali, il metodo consentì di riaffermare la teoria tradizionale e prevalente.

Secondo la teoria antropologica fino ad oggi prevalente quindi, circa 50.000 anni fa i Sapiens, discendenti dell’Eva mitocondriale (Lucy), lasciarono l’Africa e s’incrociarono con i Neanderthal in Eurasia.

Oggi però lo studio citato a inizio articolo rimette nuovamente tutto in discussione. Come apparso chiaro anche da precedenti ritrovamenti archeologici (già citati nel mio libro del 2015) anche per gli autori dell’odierno studio pubblicato su Plos Genetics, questi non furono gli unici contatti avvenuti con altre specie umane. Ciò è ormai evidente anche a livello genetico. Nel nostro Dna, infatti, sono rimaste tracce di un antenato comune anche ad altre specie (come Neanderthal e Denisova, specie con cui l’homo sapiens si sarebbe incrociato solo migliaia di anni dopo), antenato arcaico di cui non si sa nulla.

“L’analisi dei genomi antichi - ha concluso Melissa Hubisz, della Cornell University, tra le autrici dello studio - suggerisce che diversi rami dell’albero genealogico umano si sono incrociati più volte, e prima di quanto ipotizzato finora”.

Chi è quest’antico progenitore che ha lasciato tracce del suo DNA in specie umane che si sarebbero incrociate solo in seguito? Quando e dove (geograficamente) sarebbe avvenuto questo incrocio?

Le risposte, tutte ipotetiche, potrebbero essere molteplici, da quelle più conservatrici (Homo Heidelbergensis) a quelle più esotiche (manipolazione aliena). Alla presenza dei soli dati presenti in questo studio e in assenza di ulteriori dati certi a riguardo, ogni ipotesi potrebbe essere valida o, al contrario, rappresentare una speculazione, che lascio volentieri agli estremisti dell’una e dell’altra fazione. C’è tuttavia da considerare che, al di là di quanto fornito dall’analisi del DNA dei reperti oggetto di questi studi comparativi, oggi sappiamo certamente che molti geni hanno fatto la loro comparsa e sono presenti esclusivamente nell’Homo Sapiens. Si tratta di una manciata di geni che hanno indiscutibilmente determinato le caratteristiche dell’uomo moderno e la sua superiorità intellettiva sui suoi predecessori. Se pensare che la comparsa di questi pochi ma decisivi geni sia avvenuta spontaneamente, casualmente e contemporaneamente, come afferma la teoria scientifica ufficiale, appare semplicistico, forse per trovare una risposta più scientifica dovremmo aprire la mente a possibilità solo all’apparenza più fantasiose, religiose o mitologiche...

In attesa di scoprire e conoscere di più in merito, l’insegnamento che dobbiamo trarre da questa vicenda è che “Vi è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita” (Gaston Bachelard.)

Stefano Nasetti

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Hot Corinos: scoperte le fabbriche dei mattoni della vita nell’universo.

In astronomia sono chiamate, con un termine coniato nel 2004, Hot Corinos. Sono regioni che circondano stelle in formazione, ricche di molecole organiche complesse. Tali corpi celesti sono destinati a formare un sistema planetario come il nostro, nell’arco di un miliardo di anni. Se ne conoscono a oggi, solo una dozzina e gran parte delle loro proprietà e caratteristiche erano ancora oggi oggetto di dibattito per la difficoltà di studiarle, essendo avvolte da spesse nubi di polveri.

Nello scorso mese di giugno (2020) però, un nuovo studio guidato da Marta De Simone dell’Università di Grenoble e a cui ha partecipato, tra gli altri, Claudio Codella, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), e I pubblicato oggi sul sito web della rivista The Astrophysical Journal Letters, ha fatto nuova luce su una di queste regioni, scoprendo di fatto, che rappresentano vere e proprie fabbriche dei mattoni della vita.

Grazie alle osservazioni del radiotelescopio Very Large Array (VLA) nel New Mexico, USA, il gruppo di astrofisici ha, infatti, scoperto la presenza di metanolo, una tra le più semplici molecole organiche, attorno a una coppia di stelle in formazione, denominata IRAS 4°, situata in una regione di formazione stellare distante circa 1000 anni luce dalla Terra, in direzione della costellazione di Perseo. Ciò è stato possibile grazie alla decisione impostare il VLA, interferometro radio del National Radio Astronomy Observatory, sulle lunghezze d’onda del centimetro, per captare i debolissimi segnali emessi dalle molecole all’interno del gas che permea le regioni intorno alle protostelle, ovvero stelle giovani ancora in fase di formazione. Lo studio ha confermato che gli Hot Corinos hanno tipicamente le dimensioni del nostro Sistema solare, e sono regioni ricche di molecole organiche complesse che, combinate in molecole prebiotiche, costituiscono il primo tassello alla base della vita. Sebbene queste regioni siano caratterizzate da una temperatura di circa -170 gradi celsius (valori siano ben lontani dalle medie terrestri), secondo gli astrobiologi negli Hot Corinos ci sono le condizioni in grado di innescare una chimica complessa, anche di tipo prebiotico. Grazie all’alto livello di dettaglio delle riprese ottenute dal VLA e alla ricerca delle righe spettrali molecolari alle lunghezze d’onda del centimetro - e non del millimetro come avveniva di solito - nel sistema IRAS 4A è stata confermata la presenza di metanolo (la cui formula è CH3OH), la più semplice molecola della famiglia degli alcoli.  Il risultato delle osservazioni ha confermato l’intuizione iniziale dei ricercatori: le regioni Hot Corinos possono essere considerate una fase obbligatoria nel percorso di crescita di una stella.

I mattoni della vita originati in queste regioni o in questa fase della nascita di una stella, possono giungere poi sugli eventuali pianeti del nascente sistema stellare, o su quelli di altri sistemi trasportati da comete e meteoriti, fino a trovare “luoghi ospitali”, dove poter dare origine alla vita. Ciò è avvenuto anche nel nostro sistema solare? La domanda è più che legittima, giacché la teoria a oggi prevalente nella comunità scientifica, ha sempre affermato che i mattoni della vita si fossero originati sul nostro pianeta e che, sempre sul nostro pianeta, la vita avrebbe poi fatto spontaneamente la sua comparsa. Eppure, sempre più evidenze scientifiche, sembrano suggerire un legame tra la comparsa della vita sul nostro pianeta e il resto dell’universo.

Stefano Nasetti

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C'è Vita nell'Universo!

Siamo soli nell’Universo? Questa è una domanda che risuona nelle menti degli uomini sin dall’antichità ed è più che mai attuale, soprattutto nel mondo scientifico.

Se nella considerazione generale, questa domanda sembra essere quasi esclusivamente ad appannaggio della popolazione poco istruita, e quindi facilmente suggestionabile dal cinema e dalla televisione, è sufficiente leggere le più prestigiose riviste scientifiche per rendersi conto invece, che la ricerca della risposta all’interrogativo posto all’inizio dell’articolo, sia un qualcosa di costantemente presente soprattutto nella mente di astronomi, astrofisici e astrobiologi.

La ricerca della risposta va avanti da sempre, anche e soprattutto nel mondo scientifico ufficiale, ancor più che nell’abito ufologico. Non esiste, infatti, solo l’ormai famoso progetto SETI per la ricerca di segnali di vita intelligente. Della questione non si è occupato solo sommariamente il fisico italiano Enrico Fermi, con il suo ormai celebre e anacronistico “paradosso”, o l’astronomo statunitense Frank Drake, con l’altrettanto celebre “equazione” in grado di calcolare quante civiltà intelligenti possano esistere.

Nuovi studi basati sulla crescente e costante quantità d’informazioni, sempre più precise e dettagliate, forniscono oggi alla comunità scientifica i dati non solo per rivedere e aggiornare alcuni studi precedenti (vedi equazione di Drake), ma anche di formulare nuove affascinanti ipotesi e calcoli probabilistici. Ormai con una certa frequenza (quasi mensile) sono pubblicati nuovi risultati. A quanto già detto nei precedenti articoli in merito proprio al paradosso di Fermi, alla panspermia quale origine della vita sulla Terra, all’evoluzione e all’aggiornamento dei metodi di ricerca, si aggiungono oggi tre nuovi studi che possono aiutarci a trovare una risposta alla famosa domanda: siamo soli nell’universo?

Il primo studio, di questi ultimi tre, che voglio porre all’attenzione studio, è quello condotto dallo scienziato David Kipping del dipartimento di astronomia della Columbia University e pubblicato su Proceeding of the National Academy of Sciences nel maggio 2020. Lo scienziato statunitense ha utilizzato la tecnica statistica dell’inferenza bayesiana per determinare il numero delle possibilità che una forma di vita extraterrestre di evolvere e diventare complessa, e quindi intelligente, come sul nostro Pianeta. 

Per l’inferenza statistica bayesiana la probabilità di un’ipotesi si aggiorna quando sono presenti prove o informazioni, oppure con l’aumentare della disponibilità di questi dati, il grado di fiducia nell’ipotesi cambia. Questo perché nei tradizionali metodi statistici comunemente utilizzati, quando si formulano ipotesi e si assegnano valori alle probabilità, non lo si fa sempre in modo oggettivo, ma più frequentemente in modo soggettivo. Questo perché, secondo la visione bayesiana, le probabilità si considerano una misura del grado soggettivo di fiducia da parte del ricercatore, e si suppone che restringano le potenziali ipotesi a un insieme limitato, inquadrato in un modello di riferimento Così facendo, il risultato statistico sarà condizionato dal grado di “fiducia” del ricercatore e non può quindi essere considerato un risultato oggettivo.

Ma torniamo allo studio sulla vita nell’universo. Sappiamo dai reperti geologici che la vita sulla Terra è iniziata relativamente presto (le tracce più antiche di organismi viventi risalgono a 3,95 miliardi di anni fa), non appena l’ambiente è stato abbastanza stabile da sostenerlo. Sappiamo tuttavia, anche che quel primo organismo multicellulare ha poi impiegato molto più tempo (circa 4 miliardi di anni) per evolversi nelle varie forme che oggi possiamo vedere in torno a noi. 

Nel suo studio, Kipping ha sviluppato l’ipotesi della probabilità della vita e dell’intelligenza prevedendo quattro possibili risposte:

  1. La vita è comune e spesso sviluppa intelligenza.
  2. La vita è rara ma spesso sviluppa intelligenza.
  3. La vita è comune e raramente sviluppa intelligenza.
  4. La vita è rara e raramente sviluppa intelligenza. 

Applicando le formule matematiche bayesiane lo scienziato è arrivato alla conclusione che lo scenario di vita comune è almeno 9 volte più probabile di quello raro. Questo è deducibile perché la vita sulla Terra è emersa 300 milioni di anni dopo la formazione degli oceani, relativamente rapidamente. Ciò sovverte uno dei capisaldi del pensiero scientifico prevalente ancora ai giorni nostri, cioè che la vita sia un evento raro, se non addirittura unico (considerato tale appena solo vent’anni fa).

Kipping ne conclude che se un pianeta ha condizioni simili a quelle della Terra non dovrebbero esserci problemi alla creazione spontanea della vita (abiogenesi). Abbiamo già visto nei precedenti articoli (e nel mio ultimo libro) che anche che le probabilità di abiogenesi siano nettamente inferiori a quelle dell’origine della vita per panspermia (ma su quest’argomento tornerò poi con nuovi articoli e studi), possibilità non contemplata nella ricerca di Kipping.

Altra faccenda, invece, per quanto riguarda l’ipotesi che queste vite extraterrestri possano essere complesse o intelligenti. In tal caso, le probabilità che la vita possa evolversi in forme “intelligenti” sarebbero 3:2 a favore della vita intelligente. Il risultato indica quindi che la comparsa di vita è un processo comune ma le probabilità che si sviluppi in vita intelligente sono poco più del 50%.  Questo perché l’umanità è comparsa relativamente tardi rispetto alla finestra abitativa della Terra e quindi il suo sviluppo non è stato un processo facile, né c’è una garanzia per la sua ripetizione.

È bene precisare che si tratta di analisi che hanno un limite di fondo. Si basano, infatti, sull’unico modello che abbiamo, la Terra. Oggi sappiamo che le condizioni per la comparsa e il sostentamento e l’evoluzione della vita possono essere anche molto diverse da quelle che comunemente vediamo. Già solo sul nostro pianeta sono state scoperte forme di vita in ambienti estremi, dove si riteneva impossibile l’esistenza di alcun essere vivente. Questa prima ricerca, dunque, non ci fornisce alcuna certezza, ma ci rende certamente positivi sulla presenza della vita al di fuori del nostro Pianeta.

Ma allora, c’è vita intelligente nella nostra galassia? Accantonando in questa sede la famosa equazione di Drake, vediamo qual è la risposta arrivata, nel giugno 2020, da uno studio condotto dall’Università di Nottingham pubblicato sull’Astrophysical Journal. Lo studio ha provato a rispondere a questa domanda formulando un approccio differente dai precedenti.

Anche in questo caso però, lo studio si è basato sul presupposto che la vita intelligente si formi su altri pianeti esclusivamente in modo simile a quanto accade sulla Terra. Se ciò come detto, costituisce un limite, ora solo così facendo si può ottenere, secondo gli scienziati inglesi, una stima del numero di civiltà comunicanti e intelligenti all’interno della Via Lattea. Secondo le stime potrebbero esserci oltre trenta civiltà dotate di queste caratteristiche nella nostra galassia.

I risultati hanno mostrato che dovrebbero esserci almeno tre dozzine di civiltà attive nella nostra Galassia, partendo dal presupposto che occorrano 5 miliardi di anni perché la vita intelligente si formi su altri pianeti, come sulla Terra. “Il nostro approccio è improntato sull’evoluzione su scala cosmica e abbiamo trovato un nome per questo calcolo, il limite astrobiologico copernicano” ha dichiarato Christopher Conselice principale autore dello studio.

Infatti, mentre il metodo classico per stimare il numero di civiltà intelligenti si basa sull’ipotesi di valori relativi alla vita (come nell’equazione di Drake), per cui le opinioni su questa questione variano in modo sostanziale, il nuovo metodo adottato in questo studio invece, semplifica queste ipotesi, fornendo una solida stima del numero di civiltà nella nostra galassia.

Secondo i limiti astrobiologici copernicani la vita intelligente si forma in meno di 5 miliardi di anni, o dopo circa 5 miliardi di anni. Inoltre è necessario che la stella di riferimento abbia un contenuto di metalli uguale a quello del nostro Sole: tenendo conto di questi criteri gli scienziati hanno calcolato che dovrebbero esserci circa trentasei civiltà aliene attive nella Via Lattea.

La ricerca mostra che il numero di civiltà dipende fortemente dalla durata di alcuni tipi di attività come l’invio di segnali nello spazio, o le trasmissioni radio da satelliti. Se altre civiltà tecnologiche hanno la stessa età della nostra (circa 100 anni, intesi dall’industrializzazione) allora potrebbero essercene circa trentasei. Tuttavia, la distanza media che ci dividerebbe da queste civiltà sarebbe di circa 17.000 anni luce rendendo molto difficile il rilevamento e la comunicazione con la nostra tecnologia attuale (ho già fatto presente come questo sia uno dei principali limiti del progetto SETI). È anche possibile tuttavia, secondo quanto si legge nello studio, che la nostra sia l’unica civiltà all’interno della Via Lattea. Questa ipotesi prevede però che i nostri tempi di sopravvivenza (e per trasposizione, anche tutti quelli delle altre eventuali civiltà) non siano lunghi.

Anche in questo caso quindi, il valore delle probabilità dei parametri inseriti nella ricerca (che si basano solo sul modello terrestre e che prendono in considerazione solo le condizioni comuni più diffuse e non anche quelle estreme, che consentono comunque l’esistenza della vita) rappresentano, il vero limite per difetto, ai risultati dello studio.

Come dichiarato da Conselice “La ricerca di civiltà intelligenti extraterrestri non rivela solo il processo di sviluppo di forme di vita, ma potrebbe fornire anche indizi su quanto durerà la nostra stessa civiltà. Se scopriamo che la vita intelligente è comune – (come affermato dalla precedente ricerca) NDR - allora potremmo ipotizzare che la vita sul nostro pianeta potrebbe durare ancora per molto. Al contrario, se fossimo gli unici, si tratterebbe di un segnale sfavorevole per la nostra esistenza di lungo termine. La ricerca di vita extraterrestre può aiutarci a scoprire di più su ciò che ci aspetta in futuro”.

Il risultato dello studio dell’Università di Nottingham è dunque “condizionato a ribasso” dal fatto di contemplare l’esistenza di vita solo su pianeti a oggi noti simili alla Terra. Prima di evidenziare quanto sia “limitante” tale parametro, vediamo quanti sarebbero, secondo gli astronomi dell’Università della Columbia Britannica i pianeti come la Terra, precisando che di tale stima NON hanno tenuto conto gli autori della precedente ricerca, quella appena citata dell’Università inglese.

In un articolo pubblicato sulla rivista The Astronomical Journal nel giugno 2020, gli esperti dell’Università della Columbia Britannica, hanno analizzato i dati della missione Kepler della NASA per valutare e quantificare le possibilità che esistano pianeti come il nostro, per conformazione, dimensioni, temperatura, pressione e altri parametri che contribuiscono a classificare il corpo all’interno della fascia di abitabilità, e che orbitino attorno a stelle simili al nostro Sole.

“Abbiamo effettuato delle simulazioni per quantificare queste informazioni, confrontando un catalogo di probabilità con gli oggetti realmente rilevati. In questo modo siamo stati in grado anche di stabilire nuovi parametri considerati abitabili”, hanno affermato gli autori dello studio, precisando che il loro studio potrebbe rivoluzionare l’idea di abitabilità con cui consideriamo i pianeti oggi. Studiando i dati raccolti dalla missione Keplero abbiamo analizzato le informazioni relative a circa 200mila stelle, scoprendo 17 nuovi esopianeti e confermando l’esistenza di molti corpi extrasolari già noti. Nella Via Lattea ci sono circa 400 miliardi di stelle, il sette percento delle quali può essere classificato di tipo G, come il nostro Sole. Questo significa che potrebbero esistere circa sei miliardi di sistemi in cui esiste un pianeta che rientra nella fascia abitabile”.

Questa nuova stima, se applicata alle precedenti ricerche, determinerebbe certamente risultati ancor più favorevoli all’esistenza sia della vita, sia della vita intelligente. E se ciò non fosse sufficiente, è bene ricordare che la maggioranza degli esopianeti finora scoperti e che orbitano nella fascia di abitabilità (cioè alla giusta distanza dalla propria stella, tale da consentire condizioni idonee alla vita) non orbita attorni a stelle simili al nostro Sole (come solo quelle prese in considerazione dall’ultima ricerca dell’Università statunitense della Columbia Britannica) ma a stelle di altro tipo, in particolare Nane Rosse.

Che cosa succederebbe ai risultati delle ricerche se dovessimo inserire nei parametri anche quelli a oggi mai contemplati, come le condizioni più estreme possibili (ma che consentono comunque la presenza di vita), i pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole o il numero delle lune abitabili (già solo nel nostro sistema solare ci sono almeno due lune di Giove - Europa e Ganimede – e una di Saturno – Encelado – che potrebbero ospitare forme di vita)?

Le tre ricerche citate in quest’articolo, non ci forniscono una risposta certa alla domanda “siamo soli nell’universo?” ma ci indicano che le possibilità di avere compagnia, anche “intelligente”, siano tutt’altro che remote, al punto che possiamo ragionevolmente fare un’affermazione che ancora solo vent’anni fa sarebbe stata giudicata scientificamente una follia: c’è vita nell’universo!

Stefano Nasetti

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(App) IMMUNI? Sì, ma alla libertà!

L’8 giugno 2020 è partita simultaneamente in 4 Regioni (Puglia, Abruzzo, Marche e Liguria), la sperimentazione dell’App IMMUNI, l’app sviluppata dal Governo Italiano, sulla base dei sistemi integrati messi appunto da Google e Apple, per il cosiddetto “contact-tracing” (perché un inglesismo confonde meglio le idee alla popolazione e suona meno sinistro e più rassicurante rispetto al suo significato italiano “tracciamento dei contatti”).

Scopo dichiarato del Governo è di avere la possibilità di tracciare i contatti della popolazione in tempo reale o quasi, al fine di intervenire prontamente in caso di nuovi focolai epidemici da Covid19.

L’app governativa, disponibile negli store di Apple e Google da almeno una decina di giorni prima, è stata scaricata (secondo le fonti governative) sui propri smartphone, già da oltre due milioni d’italiani. 

La popolazione tuttavia appare divisa in tre macrogruppi. C’è chi è ormai “terrorizzato” dalla campagna mediatica dei mass media mainstream che ha, dati ufficiali alla mano, oggettivamente ingigantito la pericolosità di un virus (SARS-COV-19) la cui potenziale pericolosità, è bene ricordarlo, è invece circoscritta a una ristretta fascia della popolazione (quella degli over 65 con condizioni di salute precarie o compromesse, cioè con una o più patologie pregresse), pende ormai dalle labbra delle autorità, e che senza porsi mai alcuna domanda e senza alcuna volontà di verificare la veridicità dei dati diffusi dalle istituzioni, ha ormai da tempo scelto di credere anziché di sapere, e l’ha scaricata subito. Questa parte della popolazione è stata persuasa a scaricare l’app, convinta che possa essere utile davvero per porre fine all’epidemia, per tutelare la propria salute o, ipocritamente, la salute del prossimo.

Dall’altra parte ci sono invece quelli che, politicamente contrari al Governo, temono che l’app possa servire per istituire la sorveglianza di stato sul modello cinese. Come biasimarli? D’altro canto questo Governo (ancor più di quelli che l’hanno preceduto negli anni passati) ha intrapreso una deriva antidemocratica e dittatoriale ormai alla luce del sole.

Infine c’è un’ultima grande fetta della popolazione che si trova ancora nel mezzo delle due opposte situazioni, in preda a numerosi dubbi. Le domande a cui cerca risposte sono innumerevoli. L’app Immuni serve davvero alle autorità sanitarie per intervenire con prontezza su eventuali nuovi focolai? L’app è davvero utile per difendere la propria salute o quella del prossimo? L’app è davvero sicura e rispettosa della privacy?

Queste sono soltanto alcune di quelle più frequenti. Se non ci s’informa in modo approfondito su tutti gli aspetti che toccano questa vicenda, se non si conosce veramente la materia informatica, se non si comprende bene il funzionamento di certe tecnologie, se non se ne fa un uso consapevole, se non si valutano complessivamente tutte le informazioni disponibili e se non si fanno le opportune riflessioni riguardo le dichiarazioni e le informazioni delle Autorità, qualunque conclusione a cui si giunge, rischia di essere soltanto un’opinione condizionata da preconcetti, poiché distaccata del tutto o in parte dalla realtà oggettiva dei fatti.

Proviamo in quest’articolo a fare un po’ d’ordine.

Cominciamo innanzitutto dal ricordare quando e perché, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, il Governo italiano ha deciso di sviluppare e poi adottare quest’app.

Alcuni Governi, fin dall’inizio dell’epidemia (nei primissimi mesi del 2020) hanno imposto alla popolazione l’installazione di app di tracciamento alla propria popolazione, con la scusa di poter intervenire sulla diffusione del virus. Il dibattito era presente anche in Italia, nonostante la poca visibilità data dai media mainstram (ne ho già parlato nell’articolo “Coronavirus+Tecnologia=scacco matto alla libertà?), ed è stata portata in primo piano soltanto a seguito delle prime violazioni costituzionali del Presidente del Consiglio, a metà marzo (2020) (leggi l’articolo “Speciale coronavirus: Il Covid-19 rivela le fake news di autorità mass-media).

In quel frangente, e per tutte le settimane seguenti, il Presidente del Consiglio, i Ministri, le autorità sanitarie hanno rimarcato l’importanza di avere un app di tracciamento (in tempo reale o quasi) dei contagi per intervenire in modo mirato e non generico, su un’area territoriale specifica per riuscire a fermare sul nascere eventuali focolai. Probabilmente pensando di poter applicare sistemi simili a quelli adottati da alcuni paesi palesemente e dichiaratamente autoritari, il Governo, che nel frattempo stava adeguandosi a tale modalità cestinando, di fatto, la Costituzione e numerose altre disposizioni di legge, si è a un certo punto dovuto scontrare con la diffidenza di gran parte dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, preoccupata soprattutto che lo Stato potesse geolocalizzarli. A quel punto, messo di fronte all’esistenza di norme a tutela della privacy, assenti nei paesi come la Cina presi a modello, e nell’impossibilità di adottare i medesimi sistemi, a meno di non autodenunciarsi e dichiarare apertamente il “colpo di Stato” intrapreso, le autorità hanno dovuto virare su sistemi differenti.

A distanza di oltre due mesi, a epidemia ampiamente cessata (ricordando sempre che comunque non stiamo parlando di Ebola ma di un coronavirus lievemente più pericoloso di tanti altri virus della stessa famiglia con cui conviviamo in pratica da sempre), lo Stato ha investito i soldi pubblici nello sviluppo di un app ad hoc, che ha chiamato maliziosamente “IMMUNI”, quasi a volerne indicare una capacità protettrice e salvifica. C’è innanzitutto da chiedersi: L’app creata risponde alle necessità e alle esigenze inizialmente dichiarate dalle Autorità, cioè quella di poter fornire alle autorità stesse dati in tempo reale (o quasi) per arginare eventuali nuovi focolai?

 Vediamo innanzitutto come funziona, facendo riferimento esclusivamente alle informazioni ufficiali presenti sul sito governativo immuni.italia.it

Sull’homepage del sito è espresso esplicitamente ciò che il Governo si prefigge di fare con l’app IMMUNI. Si legge infatti, “IMMUNI è un’app creata per aiutarci a combattere l’epidemia di COVID-19. L’app utilizza a tecnologia per avvertire gli utenti che hanno avuto un’esposizione a rischio, anche se asintomatici”.

Sul sito ufficiale quindi, contrariamente ai motivi dichiarati e ufficiali che ne hanno promosso lo sviluppo e l’adozione da parte dello Stato, non si fa più alcuna menzione al fatto che l’app serve per tracciare l’epidemia ma, al contrario si afferma che serve solo per avvisare gli utenti che potrebbero essere entrati in contatto con persone positive.

Sfatiamo quindi il primo mito del gruppo dei “terrorizzati”: l’app “Immuni” NON aiuta in alcun modo le autorità sanitarie a individuare e contenere i nuovi focolai epidemici.

Un’altra conferma dell’inutilità dell’app IMMUNI a tale scopo, ci viene dalle informazioni presenti sempre sul sito di Stato dedicato all’app, ed è stata indirettamente confermata dalle dichiarazioni degli “esperti” informatici del Governo o dalle autorità sanitarie stesse che, nei giorni scorsi ne hanno spiegato nel dettaglio il funzionamento tecnico.

Cominciamo dalle informazioni presenti sul sito, dove si specifica con tanto di grafica che: “Grazie all’uso della tecnologia “Bluetooth Low Energy” - (così chiamata perché il bluetooth consuma pochissima batteria dello smartphone)- Immuni NON raccoglie: il tuo nome, cognome o data di nascita; il tuo numero di telefono; il tuo indirizzo email; l’identità delle persone che incontri; la tua posizione o i tuoi movimenti.”

Il rispetto della privacy è ribadito in più punti sul sito (e anche sugli store, dove l’app è scaricabile gratuitamente) in cui si afferma chiaramente che “Immuni non utilizza alcun tipo di geolocalizzazione, incluso il GPS” e che, sebbene sia in grado di “determinare che un contatto tra due utenti è avvenuto”, non è in grado di sapere “chi siano effettivamente i due utenti o dove si siano incontrati”.

Si specifica inoltre che “I dati raccolti sono quelli minimi e strettamente necessari per supportare” – (parola alquanto vaga e ambigua) – “e migliorare il sistema di notifiche di esposizione”; che “il codice Bluetooth dell’app è generato in modo casuale e non contiene alcuna informazione riguardo lo smartphone dell’utente, tanto meno dell’utente stesso”; che “i dati salvati dall’app sullo smartphone sono cifrati”, così come le connessioni tra l’app e il server (che avvengono però mediante connessione internet a carico dell’utente) e che “tutti i dati raccolti sono salvati su server in Italia e gestiti da soggetti pubblici”.

Prima di entrare nel merito riguardo la veridicità o meno di tali affermazioni e di valutare la scelta della tecnologia Bluetooth riguardo il tracciamento dei contatti, facciamo finta per il momento che tutto corrisponda al vero.

Cosa fa allora quest’app? Come fa (o farebbe) a tracciare i contatti senza violare la privacy? Vediamolo nel dettaglio.

Per essere scaricata e funzionare, l’app Immuni richiede, necessariamente e obbligatoriamente, autorizzazione di accesso alle seguenti funzioni del telefono (vedi immagine qui sotto):

 

È importante sottolineare che quest’app, così come tutte le altre sul telefono, andrà (com’è consigliato dalle Autorità stesse) aggiornata.

Come si legge in basso, “Gli aggiornamenti di Immuni potrebbero aggiungere automaticamente ulteriori funzionalità in ogni gruppo”. Ciò significa che con successivi aggiornamenti, Immuni potrebbe richiedere e ottenere accesso anche ad altre funzioni del telefono e quindi a informazioni e dati personali. È bene ricordare che se s’imposta l’aggiornamento automatico, così come fa la maggioranza degli utenti, l’app non chiederà all’utente alcun tipo di autorizzazione, ma l’accesso alle altre funzioni avverrà automaticamente. Al contrario reimpostando gli aggiornamenti a “manuale” (scelta che vivamente consiglio anche per tutte le altre app) l’utente sarà avvisato prima dell’istallazione dell’aggiornamento, e dunque potrà decidere se installarlo o no.

Una volta installata e attivato necessariamente il Bluetooth (che quindi dovrà restare sempre attivo), l'app comincerà a generare dei codici identificativi "randomici", cioè casuali e temporanei. I codici cambieranno di continuo (circa ogni 10-20 minuti) come misura di sicurezza per implementare l’anonimato, e saranno registrati dagli altri smartphone delle altre persone che avranno installato l'app e che si troveranno nel raggio d’azione del bluetooth. Ogni smartphone quindi registrerà i codici degli altri device con cui è entrato in contatto, sempre che questi abbiano scaricato l’app Immuni.

I codici, come assicura il Ministero, abbiamo detto essere anonimi e crittografati. La memoria dei “contatti” avuti rimarrà negli smartphone solo se l’incontro sarà stato di almeno 15 minuti e a meno di due metri di distanza (dunque il bluetooth è in grado di determinare la distanza tra smartphone). I dati rimarranno sul cellulare di ciascun utente per essere raccolti periodicamente (è richiesta la connessione internet dello smartphone possibilmente almeno o una volta al giorno) da un server gestito da Sogei (una società ICT a capitale interamente pubblico del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la stessa che già gestisce tutti i dati raccolti personali e biometrici delle carte d’identità elettroniche). La responsabilità della gestione di tali è di competenza del Ministero della Salute.

Cosa succede se si scopre di essere stati contagiati?

Se a seguito di esami clinici (il tampone non dovrebbe essere sufficiente) una persona risulti positiva al Covid-19, da quanto emerso finora, si sa che sarà l'autorità sanitaria a chiedere se il suo smartphone è provvisto di app di contact tracing. A quel punto al paziente sarà chiesto di permettere il trattamento dei propri dati presenti sul suo smartphone e generati dall’app Immuni, per fare in modo che sul server di Sogei vengano caricati i propri codici identificativi temporanei e quelli dei soggetti con cui è entrato in contatto.  Il server, previa autorizzazione del contagiato, sarà in grado di risalire a tutti gli identificativi dei cellulari delle persone con cui si è entrati in contatto. L'app valuterà quindi i tempi di esposizione e i rischi di contagio. A quel punto, dal server partiranno dei messaggi di notifica alle persone che sono entrate in contatto con il contagiato, nei 14 giorni precedenti e per il tempo di contatto stabilito. È chiaro quindi, che l’app con certezza raccoglie un dato molto importante, quello riguardo il giorno e l’ora del contatto. Le persone riceveranno la notifica quanto il loro smartphone si connetterà a internet per inviare i codici raccolti in quella giornata dall’app Immuni. Infatti, soltanto in quel momento l’app installata sul proprio cellulare verrà a conoscenza del contatto avuto con una persona risultata positiva.

Siccome tutta la procedura si avvia solo quando una persona, una volta effettuati gli esami medici ed essere risultata positiva, si auto dichiara sull’app inserendo anche il codice del test sierologico che ne ha attestato oggettivamente la positività, ai fini della raccolta dei dati epidemiologici IMMUNI non svolge quindi alcuna funzione. Se si è venuti a conoscenza con certezza che si è positivi alla COVID-19, significa che sono stati fatti degli specifici esami medici. Ciò significa che le autorità sanitarie sono venute a conoscenza del nuovo “positivo” attraverso detti esami e non attraverso l’app.

Se (e sottolineo “se”), l’app Immuni funziona veramente così, le autorità sanitarie che accedono ai server dove sono raccolti i dati dell’app, vedranno soltanto un elenco di codici alfanumerici completamente inutili, poiché nulla possono dire tali codici in merito all’epidemia, se non avere eventualmente indicare un teorico e poco affidabile numero di “potenziali contagiati”. Questi dati non diranno nulla sul luogo in cui è avvenuto il teorico contagio, su chi sono queste persone potenzialmente a rischio e su dove si trovano ora. Infatti, una persona che è venuta in contatto con un “positivo”, potrebbe ora essere in un luogo totalmente diverso. Il contatto potrebbe essere avvenuto passeggiando al centro di Milano e la persona ipoteticamente a rischio potrebbe ora trovarsi a Catania, oppure sulla cima di una montagna o addirittura in un'altra nazione. Senza contare poi, che se gli individui con cui è entrato in contatto “il positivo” non si connettono alla rete, magari per qualche giorno, riceveranno l’allert con ugual ritardo.

Le autorità sanitarie, sulla base dei soli dati che, ci dicono, vengono raccolti dall’app Immuni, NON sarebbero in grado di prendere alcun mirato e tempestivo provvedimento a tutela della salute pubblica, non potendo individuare l’area in cui è avvenuto il potenziale contagio e/o l’area in cui si trovano ora gli ipotetici e potenziali contagiati e non potendo esser certi che tutti siano stati avvisati.

Detto ciò non ci sono dubbi! Ai fini di consentire interventi di sanità pubblica, l’app IMMUNI NON SERVE A NULLA! Se invece qualcuno dovesse affermare che i dati raccolti possono servire in tal senso alle autorità, allora è chiaro che i dati raccolti non si limitano ai soli dati dichiarati, ma deve esserci necessariamente l’identificazione e la geolocalizzazione, non solo passata ma anche continua, delle persone che hanno istallato l'app. Solo in questo modo le autorità potrebbero imporre la quarantena in aree specifiche.

Qualcuno delle moltissime persone che vivono la loro vita pubblica ormai con terrore dall'inizio "dell'emergenza COVID-19", potrebbero pensare: “Va bene, anche se non serve per tutelare la salute degli altri, però può servire a tutelare la mia salute, avvisandomi se sono entrato in contatto con una persona poi risultata positiva”. Si tratta di una considerazione corretta? Verifichiamo.

Abbiamo detto che la procedura di avviso degli utenti di un potenziale contatto a rischio, inizia con un esame medico fatto dalla persona risultata positiva. Oggi sappiamo che, nonostante la campagna di tamponi (non sempre affidabili) messa in atto dal Governo e che porterà circa il 30% della popolazione Italiana, a essere sottoposta a screening tramite questo metodo (parliamo di circa 20 milioni di persone) entro fine anno (2020), per effettuare un tampone o qualunque altro esame simile, occorre prenotarsi. A oggi sussistono lunghe liste d’attesa, di diverse settimane, che superano ampiamente i 15 giorni medi d’incubazione (secondo l’ISS) della malattia. Considerato ciò, e poiché l’algoritmo dell’app Immuni che automaticamente invia gli allert alle persone entrate in contatto con il positivo, prende in considerazione solo i contatti degli ultimi 14 giorni, c’è la seria possibilità che moltissime persone ipoteticamente a rischio non siano avvisate, proprio considerati i lunghi tempi di attesa per fare il tampone e per avere un risultato certo. Alcuni contatti potrebbero essere ignorati dall'algoritmo, perché ormai fuori dal range temporale preso in considerazione.

C’è poi da aggiungere che, a sua volta, chi riceve l’allert dovrebbe (stando a quanto riportato sul sito del Governo) mettersi in auto quarantena, in attesa di fare un tampone. Queste persone dunque, dovrebbero rimanere isolate per settimane senza alcun tipo di certezza di aver contratto la malattia. Dovrebbero quindi, dopo mesi di segregazione (che il Governo, sempre con lo stesso fare malizioso, preferisce chiamare ”lockdown” o ipocritamente “distanziamento sociale”) nei quali gli è stato impedito di lavorare per potersi comprare da mangiare, rinunciare ancora una volta a guadagnarsi da vivere.

Se hanno scaricato l’app a quel punto, almeno per coerenza, dovrebbero farlo. Ma lo faranno veramente? Quanti potranno permettersi ancora di non lavorare, solo sulla base di un messaggio ricevuto da un’app? E se l’app inviasse messaggi di allert per errore? (è già successo in Lombardia con un'altra app). Cosa succederà quando finalmente, dopo settimane di attesa e di angoscia (ingiustificata, ricordiamolo sempre, poiché guarire da questa malattia è la norma e non l’eccezione) risulteranno magari “negativi”? Chi aiuterà economicamente queste persone che, nell’illusoria idea di aiutare il prossimo e tratti in “inganno” dall’app di Stato, hanno visto venire meno il proprio guadagno? Considerata l’attesa di settimane per fare un test affidabile, è facile che se una persona avesse contratto la malattia, avrebbe manifestato già sintomi, e dunque si sarebbe già rivolta al proprio medico, ancor prima di ricevere l’allert dall’APP e/o sapere l’esito del tampone o di averlo addirittura fatto.

Qualcuno potrebbe ancora dire: “OK, ma gli asintomatici?” A oggi 9 giugno 2020 l’OMS ha ripetuto che non c’è alcun tipo di evidenza scientifica oggettiva che gli asintomatici siano contagiosi, così come non c’è prova del contrario.

C’è poi la possibilità che le persone risultino positive, ma che non abbiano alcuna complicazione (come nella quasi totalità dei positivi) e che guariscano spontaneamente dopo pochi giorni.

È chiaro quindi, e qui sfatiamo il secondo mito dei “terrorizzati”, l’app NON rappresenta alcun tipo di protezione per la propria salute. Potrebbe invece indurre ad avere comportamenti più rischiosi, proprio perché si pensa erroneamente che possa rappresentare una sorta di protezione, una “immunità”, come suggerisce con fare ingannatorio il suo nome.

C’è poi da considerare un altro aspetto, che rafforza le due conclusioni a cui siamo giunti fino ad ora, e riguarda il numero minimo di persone che dovrebbe utilizzare l’app, affinché questa possa essere ritenuta (ma per i motivi sopra detti non lo sarà mai) utile per contrastare l’epidemia.

Alcuni esperti hanno stimato che almeno il 60-70% (quindi tra 36 e 42 milioni di persone) della popolazione italiana dovrà scaricare l'app per fare in modo che il sistema funzioni.

Nel mese di aprile (2020) il professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, Enrico Bucci, che da settimane elaborava i dati relativi all'epidemia da coronavirus, ha rilasciato un'intervista a Repubblica. Nell’intervista ha spiegato che per essere davvero utile nel tracciare i contagi, l’app dovrebbe essere utilizzata almeno dal 70% degli italiani (vale a dire circa 42 milioni di persone su una popolazione di 60 milioni), distribuiti equamente in ogni fascia d'età e in ogni zona del Paese. "Ma visto che, stando agli ultimi dati, solo il 66% degli italiani ha uno smartphone, sappiamo già che il traguardo è irraggiungibile. A meno che – ha aggiunto Bucci - lo Stato non distribuisca telefonini a chi non ne possiede". Il virologo ha riferito anche di aver parlato di questo con i creatori dell’app Immuni, " per chiedere se avessero fatto questi calcoli. Mi hanno risposto di no, perché nessuno glielo aveva chiesto. Ecco, la cosa più preoccupante di questa vicenda è che nelle varie task-force governative non ci si sia posti la domanda più semplice: qual è il numero minimo d’italiani che devono usare la app perché abbia senso?"

È possibile davvero che non ci si sia posti questa domanda? Sarà forse perché, come detto all’inizio, si pensava di poterla imporre obbligatoriamente come in altri regimi totalitari? Oppure perché il vero scopo dell’app non ha nulla a che vedere con la tutela della salute pubblica?

A seguito di quest’affermazione, il Governo, dopo l’ennesima figuraccia che rischiava ancora una volta di far emergere alla luce del sole il suo progetto di costruzione di un nuovo Stato totalitario al posto della Repubblica Italiana, ha reagito come fanno tutti i regimi: con la propaganda. Nei giorni successivi sono quindi apparse sui mass media mainstream le dichiarazioni di tutt’altro tenore, che ridimensionavano il numero minimo di cittadini necessario affinché l’app potesse essere considerata utile.

In un’intervista apparsa il 24 aprile 2020, appena due giorni dopo le dichiarazioni di Bucci, sul quotidiano La Stampa, di Torino, la sottosegretaria al Ministero della Salute, Sandra Zampa, ha dichiarato: “L’app Immuni sarà utile, anche se l’adesione sarà sotto il 60%”. "Quella soglia valeva quando l’app era stata pensata come l’unico strumento per la fase due. Ma di strumenti ce ne saranno anche altri, come i tamponi precoci e i test sierologici”.

Tale affermazione è molto importante. Innanzitutto ci conferma implicitamente che l’app in sé e da sola NON SERVE A NULLA. Ci conferma poi che, effettivamente, sia in fase di progettazione sia in fase di realizzazione, non ci si è posti alcuna domanda riguardo la soglia minima di utilizzo. Quest’ultimo fatto oltre a confermare l’attendibilità delle dichiarazioni di Bucci, e a sottolineare l’approssimazione dell’azione politica e sanitaria del Governo, ci suggerisce ancora una volta che l’obiettivo della creazione e distribuzione dell’app poco o nulla a che fare con la tutela della salute, poiché non ci si può non chiedere prima di adottarlo, quale utilità può avere uno strumento al fine di raggiungere gli obiettivi dichiarati.

Nei giorni successivi, alcuni esponenti di Governo hanno ulteriormente ridimensionato la soglia minima, sostenendo che possa essere sufficiente una percentuale di utilizzo dell’app presso la popolazione del 25-30%, senza spiegare come si è giunti a questa determinazione.

Ma allora, a cosa serve davvero l’app Immuni? A tracciare e geolocalizzare le persone, come teme gran parte dell’altra fetta di popolazione?

Per cercare risposta a questa domanda, (risposta che forse potrebbe deludere più di qualcuno che fa il tifo per le proprie idee politiche più che per la ricerca della verità) è necessario prendere coscienza di cosa sono le tecnologie smart, e conoscere alcuni concetti di carattere informatico.

Prima di farlo però, voglio ancora invitare quei lettori che hanno avuto la pazienza di leggere tutto questo lungo articolo e hanno dimostrato la voglia di capire più che di credere, a riflettere su un punto riguardante il tipo di tecnologia che è stato deciso di adottare per il tracciamento: la tecnologia bluetooth. 

Abbiamo detto che per far funzionare l’App Immuni, il bluetooth dello smartphone (o del device su cui l’app è attiva) deve rimanere sempre acceso. Questo espone l’utente a elevatissimi rischi di attacchi da parte di hacker criminali o anche da parte di hacker di stato.

I protocolli di sicurezza utilizzati da questa tecnologia sono, infatti, quelli più insicuri tra quelli presenti sullo smartphone.  

Perplessità riguardo alla scelta della tecnologia Bluetooth sono state avanzate nelle settimane scorse, anche dall’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione no profit che difende le libertà civili nel mondo digitale. I rappresentati dell’organizzazione hanno dichiarato che una volta inviati verso l’esterno tramite il Bluetooth, malintenzionati dotati di risorse adeguate “potrebbero raccogliere RPIDS (rolling identificatori di prossimità) in massa, collegarli alle identità usando il riconoscimento facciale o altre tecnologie e creare un database di chi è infetto “.

Chi non conosce la materia informatica potrebbe pensare che si tratta di obiezioni pretestuose e strumentali all’opposizione politica a questo governo.

Fortunatamente non è così ed è possibile dare evidenza di questi reali rischi, grazie a diversi articoli apparsi nell’arco degli ultimi anni, in merito all’insicurezza di questa tecnologia, su testate apertamente filogovernative. Ne riporto qui di seguito soltanto alcuni, per esigenze di sintesi, con tanto d’immagini al fine di documentare che le notizie sono apparse anche su agenzie e media apertamente mainstream come ANSA, AGI e WIRED.

In data 29 agosto 2019, l’agenzia ANSA titolava così Bluetooth, scoperta una falla di sicurezza. Attacco dimostrativo spiega come spiare le comunicazioni cifrate” (fonte qui).

"Un gruppo di ricercatori, tra i quali l'ingegnere pesarese Daniele Antonioli, ha identificato una falla di sicurezza nella tecnologia Bluetooth e condotto un severo attacco in grado di spiare le comunicazioni cifrate e di modificare il contenuto di comunicazioni cifrate di qualsiasi dispositivo Bluetooth. I ricercatori hanno chiamato il loro attacco Key Negotiation Of Bluetooth (KNOB) attack. Il team internazionale è composto, oltre che da Antonioli della Singapore University of Technology and Design (SUTD), da Nils Ole Tippenauer dell'Helmholtz Center for Information Security (CISPA) e da Kasper Rasmussen della Università di Oxford. Il team ha identificato la vulnerabilità nel maggio 2018 e ha implementato l'attacco a ottobre 2018. Data la portata dell'attacco i ricercatori hanno riportato il problema al consorzio Bluetooth (Bluetooth SIG) e al Computer Emergency Response Team (CERT), e hanno coordinato con questi la gestione delle patches di sicurezza. Il KNOB attack è stato presentato da Antonioli, dopo quasi un anno di embargo, il 15 agosto 2019 alla conferenza scientifica USENIX Security Symposium tenuta a Santa Clara nella Silicon Valley. L'attacco Knob, spiega Antonioli, "sfrutta una falla di sicurezza nelle specifiche Bluetooth che regolano le connessioni cifrate tra dispositivi". "Un 'attaccante' - spiega - può sfruttare queste falle per forzare la negoziazione di chiavi crittografiche deboli e poi ottenere accesso alle chiavi e quindi ai dati. Per esempio, tutte le volte che connettiamo il nostro smartphone con le nostre cuffie Bluetooth, i due dispositivi negoziano una nuova chiave per cifrare le comunicazioni e un 'attaccante' - prosegue Antonioli - può usare l'attacco KNOB per decifrare le informazioni scambiate dai nostri due dispositivi e accedere ai nostri dati, inclusi quelli sensibili".

Ancor più recentemente, il 6 novembre 2019, il portale della rivista WIRED riportava questa notizia: "Il bluetooth può essere hackerato anche da un chilometro di distanza. L'allarme è stato lanciato dall'ente che si occupa di certificare lo standard" (Fonte qui)

 

È da tempo che si è a conoscenza della possibilità di hackerare un dispositivo attraverso una connessione bluetooth lasciata aperta più o meno inavvertitamente. Tuttavia, molti degli utenti ignorano che la reale portata di questa tecnologia sia ben più ampia del range di pochi metri che di solito interessa gadget della vita quotidiana. A tal proposito è intervenuto il Bluetooth Sig (Bluetooth Special Interest Group) ossia l’ente che si occupa ufficialmente del protocollo e delle relative certificazioni dello standard. Se è vero che la classica misura di circa dieci metri sia relativa soprattutto a smartphone, altoparlanti, auricolari e accessori soprattutto audio, è altrettanto vero che ci sono apparecchi che si spingono notevolmente oltre. Fino alla notevole distanza di un chilometro. Può infatti capitare in zone con pochi ostacoli naturali e con dispositivi come macchinari e strumentazione industriale (come per il monitoraggio) che necessitano di una connessione più ampia badando meno alla protezione e alla sicurezza. Ma in questo grande insieme rientrano anche diversi droni e sensori su larga scala, che potrebbero riguardare molto più da vicino un pubblico meno di nicchia. Anche se sempre meno utilizzata, la connessione bluetooth è ancora montata in ogni smartphone e in tantissimi accessori audio, video oltre che quelli dedicati al fitness. Come avvengono gli attacchi? I criminali informatici cercano di dirottare i dispositivi connessi agendo direttamente sulle reti per ottenere l’accesso. Moltissimi utenti dimenticano sempre acceso il bluetooth ed è come lasciare socchiusa la porta di casa, pronta ad accogliere malintenzionati. Il consiglio è sempre quello di attivare la connessione solo quando serve e di spegnerla non appena terminata l’attività.

L’AGI invece, nel dicembre 2018, titolava ”Facebook ci localizza anche quando gli diciamo di non farlo” (fonte qui)

 

Nell’articolo si faceva presente come il social riuscisse a geolocalizzare le persone anche attraverso la connessione internet e il Bluetooth.

Possibile che gli “esperti” incaricati dal Governo o i membri del Governo stessi, non fossero informati di tale pericoli? Possibile che abbiano deliberatamente ignorato questi rischi, esponendo a furti di dati tutta la popolazione che scaricherà l’app Immuni? Oppure la tecnologia bluetooth è stata scelta proprio per questo? È possibile ipotizzare che “lasciando aperta la porta” sugli smartphone con la scusa di far funzionare l’app Immuni, si provveda poi a ottenere tutte le informazioni necessarie all’identificazione, alla geolocalizzazione e al tracciamento dei cittadini con altri sistemi?

D’altro canto, questa “moda” del Contact Tracing era stata lanciata, come già ampiamente evidenziato in articolo un precedente, in Corea del Sud, con l’App chiamata Corona 100m. Quest’app traccia gli spostamenti in maniera tale da poter capire dove si sono mosse le persone contagiate, con chi sono entrate in contatto, che attività svolgevano. L’App incrocia i dati raccolti dagli smartphone dell’utente con quelli forniti dal governo e con quelli delle videocamere di sicurezza, dando vita di fatto a un sistema di sorveglianza orwelliana in stile “1984”, ovviamente giustificato a fini sanitari. Quali sono stati i risultati in Corea del Sud in termini di sicurezza sanitaria? Nessuno, il resto, cioè i dati di milioni di persone, è in mano alla locale “psico-polizia”.

In altri regimi che hanno ispirato palesemente, come detto, anche il Governo Conte, il modello di riferimento è stato (ed è) quello di stampo autoritario cinese. Qui grazie all’assenza di leggi a tutela della privacy, è in uso lo strumento più invasivo che anch’esso utilizza i dati raccolti dall’app anticovid, chiamata anche qui maliziosamente “Health Code”, i dati presenti e raccolti da molti altri mezzi e in molti altri database, come quelli della videosorveglianza, delle telecamere, delle carte di credito, degli acquisti eseguiti digitalmente.

Abbiamo detto che sul sito del Governo dedicato all’app, c’è scritto a chiare lettere che l’app non raccoglie informazioni delle persone quali nome, cognome, identità e numero di telefono, indirizzo email e delocalizzazione, ma solo contatti anonimi costituiti da codici, che sono comunque conservati e inviati in modo crittato al server attraverso la rete internet.

Tuttavia non c’è alcun tipo d’indicazione o garanzia sul fatto che l’identificazione delle persone possa avvenire attraverso i metadati generati dalla connessione internet dell’utente al momento del collegamento al server. Mi riferisco al medesimo sistema che consente a un qualunque sito internet o a Google (ad esempio), di conoscere diverse informazioni di un utente già solo al momento della connessione, ancor prima che svolga una qualunque attività su quel sito. Come fa? Attraverso i metadati!

La generazione di un qualunque file o flusso di dati sulla rete è accompagnato dall’automatica generazione di dati (metadati) che riferiscono a chi li riceve (nel nostro caso il server di Sogei), molte informazioni quali marca, modello e caratteristiche del device utilizzato, sistema operativo utilizzato, luogo approssimativo da cui si effettua la connessione, browser utilizzato (quando il collegamento a un sito non avviene tramite app, ecc.). Tutte queste informazioni costituiscono una vera e propria “impronta digitale elettronica” che può consentire, con un certo grado di approssimazione, l’identificazione di un'utente.

Sia chiaro, ciò avviene continuamente, per tutti i device e per tutte le app. Edward Snowden ormai oltre dieci anni fa, ha mostrato al mondo quanto i governi siano in grado di sorvegliare l’intera popolazione e di quanto siano importanti questi metadati, ancor più, in alcuni casi, del contenuto delle nostre conversazioni.

Lo Stato italiano sfrutta quindi l’app Immuni e il collegamento internet che essa richiede, per identificare e geolocalizzare le persone?

Nelle FAQ del sito ufficiale di Immuni, è possibile forse trovare alcune interessanti informazioni.

Innanzitutto va detto che alcune volte, nei sistemi operativi Android più vecchi, e sebbene l’app ufficialmente non acceda al GPS, è comunque richiesta l’attivazione del sistema di geolocalizzazione, che deve essere quindi abilitato per permettere al sistema di cercare segnali Bluetooth e salvare i codici casuali di utenti che si trovano nelle vicinanze.  Va detto anche però, che tale anomalia è esposta chiaramente sul sito di Immuni (vedi immagine sotto).

Sono altre due però, le risposte alle FAQ particolarmente interessanti (prestate attenzione alle frasi sottolineate).

Come abbiamo visto nell'immagine, alla domanda “Come viene tutelata la mia privacy”, le Autorità, attraverso il sito, rispondono che:

 “Durante l'intero processo di design e sviluppo di Immuni, abbiamo posto grande attenzione sulla tutela della tua privacy. Eccoti una lista di alcune delle misure con cui Immuni protegge i tuoi dati:

  • L'app non raccoglie alcun dato che consentirebbe di risalire alla tua identità. Per esempio, non ti chiede e non è in grado di ottenere il tuo nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo email.
  • L'app non raccoglie alcun dato di geolocalizzazione, inclusi i dati del GPS. I tuoi spostamenti non sono tracciati in alcun modo.
  • Il codice Bluetooth Low Energy trasmesso dall'app è generato in maniera casuale e non contiene alcuna informazione riguardo al tuo smartphone, né su di te. Inoltre, questo codice cambia svariate volte ogni ora, per tutelare ancora meglio la tua privacy. 
  • I dati salvati sul tuo smartphone sono cifrati. 
  • Le connessioni tra l'app e il server sono cifrate. 
  • Tutti i dati, siano essi salvati sul dispositivo o sul server, saranno cancellati non appena non saranno più necessari e in ogni caso non oltre il 31 dicembre 2020. 
  • È il Ministero della Salute il soggetto che raccoglie i tuoi dati. I dati verranno usati solo per contenere l'epidemia del COVID-19 o per la ricerca scientifica.
  • I dati sono salvati su server in Italia e gestiti da soggetti pubblici.”

Alla domanda “Immuni condivide o vende i miei dati”, le Autorità, attraverso il sito, rispondono che:

I dati sono controllati dal Ministero della Salute. In nessun caso i tuoi dati verranno venduti o usati per qualsivoglia scopo commerciale, inclusa la profilazione a fini pubblicitari. Il progetto non ha alcun fine di lucro, ma nasce unicamente per aiutare a far fronte all'epidemia. Non è esclusa la condivisione di dati al fine di favorire la ricerca scientifica, ma solo previa completa anonimizzazione e aggregazione degli stessi.”

Alla luce di tali risposte, in cui si usa ripetutamente l’espressione “i tuoi dati”, chiunque sia ancora dotato di un minimo di grano salis dovrebbe porsi la domanda: “Di quali miei dati stanno parlando?”

Se l’app non raccoglie alcun dato identificativo che possa essere ricondotto alla persona proprietaria dello smartphone che li ha prodotti dunque, non c’è alcun tipo di dato personale o sensibile. Se, come spiegato, sui server di Sogei affluiscono soltanto codici alfanumerici del tutto privi di significato, anche nel successivo caso d’invio di allert (i dati della persona risultata positiva sono comunque già noti alle autorità sanitarie che hanno effettuato il test), codici talmente privi di significato da rendere inutile l’app stessa per gli scopi prefissati, non ha alcun senso parlare di “tuoi dati”, ma semmai sarebbe più giusto parlare di "dati generati dall'app sul tuo smartphone".

Eppure sul sito questa espressione (“i tuoi dati”) è utilizzata più volte anche, come in questi due casi presenti nelle FAQ. Viene specificanto inoltre, che i server si trovano in Italia e non all’estero (informazione che sarebbe utile se l’app inviasse ai server informazioni e dati personali, nel rispetto della normativa sulla privacy), che sono in mano pubblica e non privata, e che non saranno venduti o utilizzati per scopi diversi da quelli specificati dall’applicazione. Perché specificare tutto questo?  Perché si aggiunge anche che i dati potrebbero essere utilizzati a scopo scientifico "previa completa anonimizzazione dei dati”? Non erano già tutti completamente anonimi? Possiamo interpretare queste contraddizioni in termini, come evidenza che il Governo non stia dicendo la verità riguardo l’assenza di qualunque forma di tracciamento tramite l’app Immuni?

Tutte domande legittime. Non è possibile tuttavia affermare con certezza che anche l’app Immuni sia sfruttata in tal senso. Personalmente non ritengo che la finalità dell’app sia il tracciamento e la sorveglianza delle persone. Tra l’altro il Governo avrebbe già senza quest’app, tutte le possibilità tecnologiche e le norme di legge che gli possono consentire di tracciare ogni aspetto della vita delle persone, questo grazie anche alle recenti leggi che hanno legalizzato i Trojan di Stato (ne ho parlato nell’articolo dal titolo “Polizia di Stato o Stato di Polizia?”).

Non sembra quindi che l’app Immuni possa portare alcun tipo di reale vantaggio a quest’attività di sorveglianza già in atto, e che sfrutta le cattive abitudini di utilizzo delle tecnologie “smart” da parte della popolazione, oltre che la sua palese ed evidente inconsapevolezza sul suo reale funzionamento (ne ho parlato nell’articolo “Smartphone o smartspy”).

Concludendo, se l’app immuni NON è utile a contenere nuovi focolai epidemici, NON è utile per proteggere realmente la salute di chi la installa, NON serve alla sorveglianza di Stato, allora a cosa serve?

Verosimilmente il reale scopo dell’app è quello di cominciare a instillare nella mente della popolazione l’idea che sia “giusto” rinunciare a un altro pezzetto di libertà, in cambio di una presunta sicurezza (questa volta di tipo sanitario) installando un app, oggi in modo volontario, domani chissà, magari obbligatorio. Anche se difficilmente si arriverà entro il 31/12/2020 a vedere installata l’app dal numero minimo di persone indicato dal Governo, anche nelle sue stime “ridimensionate” (25-30% della popolazione, che significa circa 15-18 milioni di download), questo servirà come test per verificare il grado di “dipendenza” del cittadino dallo Stato, oltre che l’efficacia dell’attività di propaganda e terrore adottata e perpetrata attraverso i mass media mainstream. Il tutto in attesa del prossimo passo verso il “festoso addio alla libertà”, magari salutato nuovamente dalle scie lasciate nei cieli di tutta Italia dalle Frecce Tricolori.

Già, perché mentre veniva lanciata l’app Immuni, e le persone scendevano in piazza in varie città per protestare contro le misure adottate dal Governo, misure che hanno distrutto l’economia nazionale e generato un altro paio di milioni di nuovi disoccupati e di nuovi poveri, in un clima di piena recessione che si protrarrà per anni e mentre si decide se accettare o meno il MES, il Governo ci “ha voluto regalare” (testuali parole rilasciate alla RAI da un Ministro della Repubblica in occasione delle cerimonie del 2 giugno a Roma) per la modica cifra di 4.800€ l’ora per ciascun aereo, l’esibizione della pattuglia acrobatica nazionale (PAN). Considerato che gli aerei sono 9, che ogni esibizione costa un minimo di 43.200€ (a questi vanno aggiunti spese accessorie come quelle per la sicurezza che portano ogni esibizione a costare non meno di 50.000€) Il Governo ha deciso di utilizzare i pochi soldi disponibili così. Per farsi un’idea, la kermesse di tre giorni con le Frecce Tricolori costò, nel 2018, al Comune di Arona, in provincia di Novara, più di € 118.000,00, escluse le spese sostenute direttamente dagli sponsor. Dal momento che gli aerei hanno sorvolato i cieli dei capoluoghi di tutte e venti le Regioni d’Italia, questo “regalo” è costato agli italiani un minimo complessivo stimato in circa 1 milione di euro! Ne saranno contenti i tanti cittadini che aspettano ancora di ricevere la cassa integrazione promessa nei mesi scorsi …

Ma va be’, l’importante è riscoprirsi patrioti e ipocritamente altruisti, scaricando l’app Immuni.

Scaricare l’app Immuni fornisce quindi un'unica certezza, quella di dare un sostanziale contributo per sconfiggere questa brutta cosa, così fuori moda oggi e così invisa a tutti i Governi degli ultimi trent’anni, chiamata democrazia, e per immunizzare anche te contro quel virus maledetto chiamato “LIBERTA”.

Stefano Nasetti

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ALH84001 nel meteorite marziano la firma dell’antica abitabilità e della vita sul pianeta rosso

Su Marte c’è acqua, ormai la comunità scientifica non ha più dubbi a riguardo Sono i tantissimi dati oggettivi, rilevati da rover lander e orbiter giunti sul pianeta rosso, a dimostrarlo, e nessuno, neanche i più conservatori, è più in grado anche solo di tentare di confutare quest’evidenza.

Ciò su cui ancora molti discutono invece, è l’abitabilità passata del nostro vicino planetario. Anche in questo caso però, ci sono sempre più dati che dimostrano che il pianeta rosso sia stato un tempo certamente un posto molto confortevole per la nascita e l’evoluzione della vita. I dati raccolti dai rover marziani sembrano anche puntare verso la conferma della presenza di antichi composti organici sul mondo rosso.

Nel gennaio 2020 è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications l’articolo: “Semiarid climate and hyposaline lake on early Mars inferred from reconstructed water chemistry at Gale”. Lo studio è stato coordinato dall’Università di Kanazawa (Giappone) e ha visto la partecipazione di altre istituzioni di ricerca nipponiche e dell’Università di Harvard.

Gli studiosi nipponici hanno concentrato la loro attenzione sulla composizione chimica dell’acqua di Marte, che anticamente si raccoglieva in bacini e fiumi, i cui resti sono stati osservati più volte nel corso degli anni dalle sonde e, in situ, dai rover. I risultati dello studio suggeriscono che l’acqua marziana doveva avere un livello di acidità con valori simili a quelli degli oceani terrestri; questo farebbe pensare che un tempo, i bacini marziani potessero effettivamente essere luoghi accoglienti per forme di vita microbica.

Senza contare poi i risultati degli esperimenti degli anni ’70 dei lander Viking, che a una volta rivalutati a distanza di decenni, senza più i preconcetti e i pregiudizi di stampo antropocentrico dell’epoca, hanno addirittura reso evidente che la vita sul pianeta rosso possa ancora esistere.

Ora un nuovo studio aggiunge un altro importante tassello, questa volta a partire da osservazioni effettuate qui sulla Terra. Oggetto di quest’ultima indagine sono stati i meteoriti marziani, frammenti della superficie di Marte a loro volta lanciati nello spazio dall’impatto con altri meteoriti, e poi finiti sul nostro pianeta, rocce che già in passato hanno fornito informazioni importanti riguardo il passato marziano.

Il team di ricerca, guidato dall’Istituto di Tecnologia di Tokio, si è concentrato in particolare sul meteorite Allan Hills (Alh) 84001, dal nome della regione in Antartide dove è stato trovato nel 1984. Si tratta di un meteorite che rappresenta già una “pietra miliare” nell’ambito della nostra conoscenza riguardo il pianeta rosso e, probabilmente, anche della nostra intera conoscenza riguardo il nostro sistema solare e l’universo.

“Nell’agosto del 1996, infatti, un’equipe di scienziati fece un annuncio incredibile!

Il meteorite marziano denominato ALH84001, rinvenuto in Antartide, contiene delle tracce fossilizzate di vita! All’interno di questa roccia, del peso di poco meno di 2 kg, sono presenti globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

Questo confermò inizialmente, a tutta la comunità scientifica, anche agli scienziati più scettici e restii a riconoscere la possibilità di vita extraterrestre, che anche su altri pianeti era ed è possibile la vita.

Dopo che per gran parte degli ultimi centosessanta anni, dalle osservazioni di Schiaparelli in avanti, Marte era stato considerato abitabile e forse abitato, e dopo che le immagini delle sonde Viking 1 e 2 avevano completamente ribaltato questa idea, mostrando un pianeta freddo, secco e inadatto alla vita, con l’annuncio del ritrovamento di batteri fossili nel meteorite ALH84001, tornò ad essere ritenuta nuovamente possibile l’idea che la vita sul pianeta rosso potesse esistere.” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Ciò che fu scoperto nel 1992 dall’esame del meteorite ALH84001 fu poi riscontrato anche in molti altri meteoriti marziani, come ad esempio nello Yamato00593.

“L’altro elemento che può essere considerato una prova riguardo l’esistenza di vita, almeno in passato, sul pianeta rosso, è quanto è stato riscontrato nell’esame dei citati meteoriti marziani ALH84001 e Yamato00593 rinvenuti in Antartide, che non solo contengono entrambe delle tracce fossilizzate di vita marziana, ma addirittura di forma differente.

Come già abbiamo avuto modo di vedere, oggi l’idea prevalente della comunità scientifica riguardo queste rocce, è che contengano realmente globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

La maggioranza delle persone ignora totalmente queste due evidenze oggettive che provano quantomeno, la presenza di forme di vita elementare nel passato di Marte” .” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Questa volta l’analisi del meteorite ALH84001 ha fornito un ulteriore elemento a sostegno di quanto finora detto e scoperto.

Gli scienziati hanno scovato nel meteorite tracce di azoto, un elemento essenziale per la vita terrestre. La cosa più sorprendente però, è che questo materiale organico è stato con ogni probabilità conservato per 4 miliardi di anni, fin dalla cosiddetta era Noachiana. La scoperta, pubblicata oggi (maggio 2020) su Nature Communications, conferma almeno la teoria di un giovane Marte potenzialmente adatto a ospitare la vita.

Non è la prima volta infatti, che i meteoriti marziani forniscono indizi o prove in tal senso. Ad esempio, in alcuni meteoriti (Tissint, Nakhla e NWA 1950) sono state confermate tracce di carbonio organico, un altro ingrediente fondamentale per sviluppare la vita (vedi articolo del Carnegie Institution for Science, pubblicato su Science Advances nell’ottobre 2018). Ed è di pochi mesi fa (febbraio 2020)  l’ipotesi di una possibile analogia tra l’antico cratere da meteorite di Ries, nella Germania meridionale, e la superficie marziana (studio è stato pubblicato su Science Advances).

Nel caso di ALH84001 però l’analisi è stata particolarmente complessa. Studi simili effettuati in precedenza, avevano incontrato difficoltà a causa della contaminazione della roccia marziana con la neve e il ghiaccio antartico. Ciò rendeva difficile stabilire quanto del materiale organico intrappolato nel meteorite avesse effettivamente origini marziane.

Lo studio giapponese, ha risolto il problema grazie a una combinazione innovativa di tecniche per preparare i campioni. Gli scienziati hanno utilizzato del nastro d’argento in una camera bianca per isolare dai meteoriti i minuscoli granelli di carbonato – circa lo spessore di un capello umano. Hanno poi trattato ulteriormente questi granelli con uno strumento a fasci di ioni per rimuovere eventuali contaminazioni superficiali. Infine hanno utilizzato una particolare tecnica di spettroscopia, chiamata Exafs, che ha permesso di rilevare le tracce di azoto.

Dopo un’attenta analisi di controllo, i ricercatori hanno confermato l’autenticità del materiale organico. L’azoto presente nel meteorite ALH84001 è effettivamente marziano. Una prova in più della potenziale abitabilità del giovane mondo rosso.

Le prove a riguardo sono ormai innumerevoli e stanno mettendo seriamente in discussione anche l’idea prevalente sull’origine della vita sulla Terra.

“Nel marzo 2017, la rivista Nature ha pubblicato la scoperta dell’University College di Londra che aveva scoperto, in alcune rocce a Nuvvuagittuq in Canada, le tracce di microrganismi vissuti 3,8 miliardi di anni fa.

Si trattava di strutture tubulari e filamenti molto simili a quelli che si possono trovare ancora oggi, nei pressi delle sorgenti idrotermali oceaniche. La comunità scientifica, in modo unanime, le ha subito riconosciute come indiscutibili tracce di vita.

La cosa più interessante di questa scoperta, è che le strutture tubolari di origine biologica scoperte in Canada, sono pressoché identiche a quelle presenti nel meteorite marziano ALH 84001, anzi, forse quelle presenti nel meteorite sono più indicative per determinarne l’origine biologica, anche agli occhi di un profano.

Pochi mesi più tardi, lo studio pubblicato ancora una volta da Nature, nel settembre 2017, ha retrodatato la comparsa della vita sulla Terra di altri cento milioni di anni. Questa volta la scoperta delle tracce di vita più antiche mai ritrovate sul nostro pianeta, è stata compiuta dall’Università di Tokio, su un campione di rocce proveniente sempre dal Canada, ma questa volta dalla regione del Labrador. In quest’occasione, i ricercatori nipponici hanno analizzato rocce che risalgono a circa 3,95 miliardi di anni, e hanno scoperto in esse tracce di grafite di origine biologica.

Queste scoperte hanno messo di fatto in crisi, la teoria secondo la quale la vita sulla Terra sarebbe nata spontaneamente e casualmente, a seguito di milioni di anni di mescolamento delle varie sostanze, nel cosiddetto brodo primordiale.

Questa teoria ancora oggi considerata prevalente, era stata formulata in un periodo in cui le più antiche tracce di vita ritrovate, si attestavano in un periodo compreso tra i 3 e i 3,5 miliardi di anni fa, ed era quindi pienamente compatibile con le evidenze che attestavano il raffreddamento della crosta terrestre, e dunque le condizioni minime all’apparizione della vita, a circa 4 miliardi di anni fa.

Con un periodo compreso tra i cinquecentomilioni e il miliardo di anni a disposizione, la vita aveva quindi tutte le possibilità di nascere spontaneamente, confermando la tradizionale teoria dell’evoluzione darwiniana, per la gioia dell’intera comunità scientifica conservatrice, che tanto ama crogiolarsi nei suoi spesso dogmatici assunti.

Nel maggio 2017, tra le due scoperte appena citate, se ne era frapposta un’altra, apparsa sulla rivista Nature Communications. Un gruppo di ricerca del Centro Australiano di Astrobiologia dell’Università del Nuovo Galles del Sud, aveva scoperto nelle formazioni rocciose rossastre del Dresser, un antico sistema di sorgenti idrotermali che si trova in un’area vulcanica nella regione di Pibara dell’Australia occidentale, dei microrganismi fossili chiamati stromatoliti.  Si trattava della più antica forma di vita scoperta sulla terraferma fino a quel momento.

Commentando la notizia, l'astrobiologa Daniela Billi, dell'Università di Roma Tor Vergata, intervistata dall’agenzia giornalistica Ansa, aveva rilevato che: “La scoperta "potrebbe avere anche conseguenze per la ricerca di forme di vita su Marte", poiché sul pianeta rosso si trovano rocce molto simili a quelle scoperte in Australia. "Se la vita sulla Terra è nata così precocemente, questo significa - aveva spiegato Daniela Billi - che risale a un periodo nel quale Marte era abitabile".

Questo significa che nello stesso periodo anche Marte potrebbe avere ospitato forme di vita. È anzi addirittura più probabile, poiché verosimilmente per i motivi esposti a inizio capitolo, Marte è stato ospitale qualche centinaio di migliaia di anni prima della Terra, e che quindi sia stato proprio il pianeta rosso a essere la vera prima culla di vita nel nostro sistema solare.” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Qualcuno avrà notato che molte delle ricerche e degli studi citati compiuti sui meteoriti marziani sono realizzate da Università, centri di ricerca e scienziati giapponesi. Forse ciò potrebbe non essere del tutto casuale. Il Giappone ha tradizionalmente, infatti, un fortissimo legame con la vita extraterrestre e conserva nelle sue tradizioni dei fortissimi e concreti legami con il pianeta rosso … ma questa è un’altra storia.

Stefano Nasetti

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