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L’acqua fugge da Marte più rapidamente del previsto. Che cosa implica per l’abitabilità passata e futura?

Dove è finita l'acqua che scorreva su Marte? Guardando le foto della superficie di Marte vediamo letti di fiumi e laghi asciutti. È evidente a tutti che su Marte scorreva acqua, ne scorreva molta e per molto tempo. Oggi la situazione appare decisamente diversa. La pochissima pressione esercitata dalla sottile atmosfera marziana farebbe evaporare l’acqua in superficie eventualmente ancora presente (sebbene stagionalmente e in piccole quantità sia stata più volte rilevata dalla Nasa fin dal 2006). 

All’inizio della sua storia però, Marte, oltre ad avere acqua, aveva un’atmosfera, che poi gli è stata strappata dal vento solare, forse complice il suo campo magnetico che si andava via via indebolendo per cause ancora da accertare. Se questo è in estrema sintesi ciò che abbiamo compreso da oltre vent’anni di esplorazione marziana, è legittimo chiedersi dove sia finita tutta l’acqua che scorreva su Marte. È evaporata oppure è penetrata nel sottosuolo e, viste le temperature glaciali, si è trasformata in ghiaccio?

Circa una dozzina di anni fa la sonda Mars Odyssey della NASA aveva fornito una mappa della frazione della componente acquosa del suolo marziano misurata attraverso i raggi gamma emessi dall’idrogeno colpito dai raggi cosmici. Tuttavia si trattava di dati sommari. La misurazione, che era sensibile alla presenza d’idrogeno solo fino a 1 metro di profondità, aveva rivelato che, mentre tutta la zona equatoriale era certamente secca (con componente acquosa ben al di sotto del 10%), mano mano che ci si avvicina ai poli la componente acquosa aumentava fino ad arrivare al 40%. Utilizzando come termine di paragone il suolo terrestre, un suolo argilloso contiene circa il 25% di acqua mentre ai nostri poli la percentuale è ovviamente del 100%. La misurazione di Mars Odyssey non diceva quindi a che profondità era il ghiaccio. In un’ottica di futura colonizzazione, fa una bella differenza sapere quanto occorra scavare per trovare il ghiaccio che si può trasformare in acqua da bere, in ossigeno da respirare, in idrogeno per produrre energia nelle celle a combustibile oppure in carburante per tornare a casa.

Per avere un quadro più preciso della situazione, la NASA pensò di sfruttare la diversa conducibilità termica del ghiaccio rispetto a quella del suolo marziano. Usando decine di anni di dati “termici” raccolti dalle sonde Mars Odyssey e Mars Reconnaisance Orbiter (MRO), che permettono di seguire l’andamento stagionale delle temperature del suolo, combinati con modelli sul trasporto del calore, è stato possibile evidenziare che, in alcune regioni a latitudine medio - alta, il ghiaccio sarebbe facilissimo da raggiungere perché la sua firma si vede alla profondità di pochi centimetri. Giusto quel po’ di copertura che serve per proteggerlo e impedirgli di sublimare nella tenue atmosfera del pianeta rosso.

Nella mappa della crosta marziana così ottenuta, le zone blu - violette indicavano le aree, dove il ghiaccio si trova a meno di 30 cm di profondità mentre quelle giallo-rosse sono quelle dove si trova a più di 60 cm. Le zone grigie invece sono povere di acqua e quelle nere sono molto sabbiose e non particolarmente adatte a un ammartaggio.

Successivi studi basati su più recenti dati, hanno confermato l’abbondante presenza di acqua non solo nelle zone già evidenziate dallo studio della Nasa, ma anche in aree insospettabili (tipo quelle equatoriali indicate in nero). Altri strumenti, come il radar Marsis montato sulla sonda Mars Express dell’Esa, avevano poi scoperto anche laghi di acqua liquida salata sotto la superficie, e addirittura sistemi di laghi sotterranei interconnessi. Considerando che l’altimetria dell’emisfero Nord lo rende più adatto a un possibile ammartaggio, la NASA ha individuato nella regione delimitata dalla linea bianca (chiamata Arcadia Planitia) il luogo ideale per un possibile insediamento umano che potrebbe contare su ghiaccio a portata di mano. Insomma, è probabile che, a seconda del luogo di ammartaggio, ai futuri astronauti non occorreranno complicate macchine per raggiungere depositi di acqua, probabilmente basterà una pala.

Ma se ciò ci ha detto con sufficiente approssimazione, dove si trova l’acqua oggi rimasta, poco ancora si sapeva dove fosse finita tutta l’acqua originariamente presente sul pianeta rosso. Una serie di studi pubblicati negli ultimi tre anni, ha stimato l’acqua minima presente in origine su Marte. Questi studi hanno stabilito che oltre il 40% della superficie del pianeta rosso fosse stata ricoperta dall’acqua Come detto però, si tratta di una stima per difetto, è probabile che di acqua ce ne fosse ancora di più. Il confronto tra acqua minima stimata e acqua oggi rimasta, aveva contribuito a fornire un’idea di quanta acqua fosse stata persa da Marte nel corso del tempo. Anche in questo caso, si trattava comunque d’ipotesi formulate su alcuni assunti e pochi dati. Ad esempio si partiva dal presupposto che il cataclisma che ha distrutto il pianeta rosso e che ha generato l’indebolimento del campo magnetico e il conseguente assottigliamento dell’atmosfera (con annessa dispersione dell’acqua nello spazio), fosse avvenuto relativamente presto nella storia del pianeta. Non si aveva perciò un dato reale sulla velocità di dispersione dell’acqua, dato che poteva essere confrontato con i modelli teorici elaborati fino a quel momento. Oggi uno studio ha fornito un elemento in più nella risoluzione del mistero della scomparsa dell’acqua marziana.

In uno studio internazionale, finanziato dall’Agenzia spaziale europea (Esa) e dalla russa Roscosmos, gli autori, coordinati dallo Space Research Institute dell’Accademia delle scienze russa, hanno evidenziato che marte sta perdendo il suo vapore acqueo più velocemente del previsto.

I dati della ricerca, pubblicato a gennaio sulla rivista Science dal gruppo del Centro nazionale della ricerca francese (Cnrs) guidato da Franck Montmessin, non lasciano spazi a dubbi. I ricercatori hanno utilizzato l’Atmospheric Chemistry Suite (Acs), uno strumento composto da tre spettrometri infrarossi dell’Exomars Trace Gas Orbiter (Tgo) della missione Exomars dell’Esa e di Roscosmos.

Sulla Terra, quando il Sole illumina i grandi depositi di ghiaccio situati ai poli del pianeta e tutti gli altri specchi d’acqua presenti sul nostro pianeta, l’aria si arricchisce di vapore acqueo a seguito dell’evaporazione dell’acqua dalla superficie. Il vapore acqueo viene quindi trasportato dai venti verso altitudini più elevate e più fredde che portano, grazie alla presenza di polveri,  alla condensa delle molecole d’acqua e alla conseguente formazione delle nuvole. Questo processo di condensazione impedisce una rapida e massiccia progressione dell’acqua verso quote più elevate dell’atmosfera, dove i legami all’interno delle molecole d’acqua, sotto l’azione dei raggi ultravioletti del Sole, verrebbero spezzati. Gli atomi d’idrogeno e di ossigeno separati, finirebbero così per disperdersi nello spazio. Ma se ciò sulla Terra non avviene, su Marte le cose vanno diversamente.

Le particolari condizioni atmosferiche del pianeta rosso sembrano impedire la formazione di grandi quantità di condensa. L’atmosfera sottile, spesso sovra-satura di vapore acqueo, non riesce a trattenere le molecole d’acqua, portando il vapore acqueo a salire negli strati superiori dell’atmosfera. Qui, i raggi UV causano la loro dissociazione in atomi d’idrogeno e ossigeno. Gli atomi, a loro volta, sfuggono fuggono nello spazio eludendo il freno della debole gravità marziana, generando la perdita d’acqua di Marte.

Marte, fotografato durante l'opposizione del 2016 (fonte: NASA, ESA, the Hubble Heritage Team/STScI/AURA, J. Bell/ASU, and M. Wolff/Space Science Institute)

Infatti, sebbene Marte mantenga un proprio ciclo dell’acqua (in realtà ne sono stati identificati ben due), abbia comunque delle nuvole e presenti fenomeni meteorologici (come nevicate ad esempio) che si manifestano con modalità e frequenza diversa da quelli terrestri, la quantità di acqua che ricade sul pianeta rosso è minore di quella che sublima dalla superficie. Era quindi noto già da qualche tempo, che una certa quantità di acqua, fosse lentamente persa dal pianeta nel corso del tempo.  La nuova ricerca non ha quindi introdotto alcuna novità in tal senso. Ciò che ha rivelato è invece la reale velocità con cui Marte sta perdendo la sua acqua nello spazio.

Attraverso misurazioni effettuate dal Trace Gas Orbiter di Exomars, i ricercatori hanno osservato che la dispersione sembra essere legata alle grandi quantità di vapore acqueo che si accumulano nell’atmosfera marziana in determinate stagioni dell’anno. Questa concentrazione è risultata essere molto ampia e insolita, da dieci a cento volte superiore rispetto alla media che si riteneva potesse essere compatibile con le temperature del pianeta rosso.

I dati mostrano che l’atmosfera viene quindi sovraccaricata dal vapore acqueo, in particolare in determinate stagioni dell’anno e, poiché la condensa delle molecole su Marte è spesso ostacolata dalle condizioni prima citate, una maggiore quantità di particelle d’acqua fluisce nell’atmosfera superiore. Ciò determina quindi, che un maggior numero di atomi d’idrogeno e di ossigeno è disperso nello spazio, portando a una progressiva perdita di acqua dal mondo rosso, a una velocità superiore rispetto a quanto previsto dai precedenti modelli. Questo risultato, scrivono gli autori, implica che l’acqua potrebbe scappare da Marte più rapidamente di quanto previsto.

Questo nuovo studio ci consente di fare alcune riflessioni. Anzitutto pone in evidenza come, ancora una volta, molti dei modelli su cui la comunità scientifica ha formulato la sua idea sul passato e sul presente di Marte, siano errati. I dati più accurati e raccolti nel corso degli ultimi anni, hanno portato anche stavolta a dover rivedere i modelli precedenti, basati su poche e sommarie informazioni e molte ipotesi spesso tendenti a confermare l’idea preconcetta di un pianeta poco ospitale e privo di vita.

L’errore posto in evidenza dal nuovo studio non è da sottovalutare. Si parla di quantità di vapore acqueo potenzialmente esposto all’azione disgregante dei raggi UV, da dieci a cento volte superiore a quanto mediamente stimato dai modelli precedenti. Questo non può non avere conseguenze, unitamente ai risultati di tutte le altre ricerche pubblicate negli anni precedenti (che ho avuto di esporre sommariamente in altri articoli di questo blog e già dettagliatamente nel mio libro Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione) sulla ricostruzione della storia geologica del pianeta rosso.

Infatti, data la quantità di acqua oggi presente sul pianeta rosso (rinvenuta in depositi sotterranei ghiacciati e non, pressoché in tutto il pianeta), se Marte sta perdendo l’acqua molto più rapidamente di quanto si pensasse solo pochi mesi fa, significa che il pianeta rosso possedeva una quantità notevolmente superiore a quella fino ad oggi stimata. Altra possibilità, non necessariamente alternativa alla prima, è che il cataclisma che ha causato la serie di eventi alla base di questo processo di dispersione, sia avvenuto in tempi molto più recenti di quanto afferma la teoria a oggi prevalente in ambito scientifico. Ciò da maggiore peso ai risultati delle ricerche pubblicate nei mesi scorsi, che hanno indicato la probabilità che ampi specchi d’acqua liquida (si parla di laghi e piccoli mari) fossero ancora presenti su Marte fino a “soli” 200.000 - 300.000 anni fa, contro i 3-4 miliardi di anni fa della teoria ufficiale. Lo studio pubblicato da Science quindi, indirettamente sembra poter dare maggiore forza a tutte quelle ricerche scientifiche che hanno, ciascuna nei propri campi di competenza ma sempre sulla base dell’analisi dei dati oggettivi rilevati dalle sonde sul pianeta rosso, suggerito un’abitabilità di Marte per molto più tempo e temporalmente molto più vicino a noi di quanto si pensasse. Si tratta forse un altro piccolo passo verso l’annuncio ufficiale del ritrovamento della vita sul pianeta rosso?

Stefano Nasetti

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Siamo figli delle stelle e non siamo soli! La conferma da nuovi studi.

Come ha avuto origine la vita? Creazionismo? Per abiogenesi (nascita spontanea della vita)? Per panspermia (vita arrivata da altri luoghi)? Dall’ipotesi più fantasiosa, la prima, a quella più probabile, la terza, passando per quella possibile ma assai meno verosimile, la seconda, per trovare una risposta alla domanda iniziale, è necessario fare riferimento a tutte le nostre conoscenze.

La risposta proposta dalle religioni (creazionismo) ha un seguito senza pari, con miliardi di adepti. Quella prevalente in ambito scientifico (l’abiogenesi), ha certamente un seguito minore rispetto al creazionismo, tuttavia ha una valenza pari, se non superiore, a quella delle religioni poiché rappresenta l’opinione prevalente nella comunità scientifica e quindi costituisce il “sapere” ufficiale che viene insegnato.

Non dovrebbe interessarci invece, se alcune di queste ipotesi godono di maggiore popolarità, ciascuno dei rispettivi ambiti, a discapito di altre possibilità. Galileo sosteneva che in scienza “l’autorità di un migliaio di persone non vale di più del ragionamento di un singolo individuo”.

Nel mio piccolo, amo ripetere che le verità scientifiche non si decidono a maggioranza e che, quando si parla di scienza e di cosa sia reale e cosa non lo sia, sono i dati, i fatti a decidere chi ha torto e chi ragione, cosa è vero e cosa non lo è. Credere a una teoria, non la rende vera. Ciò è vero sempre, in ogni caso, anche per le teorie scientifiche, se queste non tengono conto di tutte le informazioni disponibili o, non sono del tutto coerenti con esse.

Le informazioni, i dati, sono dunque essenziali per trovare una risposta più vicina possibile alla verità, sull’origine della vita sulla Terra. Questo perché da tale circostanza, potrebbe essere legato il significato della nostra vita e lo scopo della stessa (scopri di più qui).

Non potendo prescindere dalle informazioni, è necessario mettere in discussione e aggiornare, se necessario, continuamente il nostro punto di vista sulla questione. Non deve interessarci se le nuove informazioni che vengono trovate e divulgate, possano andare a sostegno di una delle possibili risposte e a discapito delle altre. L’evidenza dei dati dovrebbe essere la nostra bussola.

È stato ormai assodato che circa 4 miliardi di anni fa la Terra era assolutamente inospitale, con eruzioni vulcaniche continue, frequenti bombardamenti di asteroidi e nessuna traccia di ossigeno. Qualunque forma di vita, anche la più elementare, non avrebbe mai potuto svilupparsi in un ambiente simile. Eppure a un certo punto qualcosa è cambiato, e nonostante le bassissime probabilità di successo la chimica terrestre ha avuto le condizioni giuste per la comparsa delle prime forme viventi, anche questo è un dato di fatto. Che cosa ha permesso di raggiungere questo punto critico? E quali sono stati gli ingredienti che hanno permesso la realizzazione di tali condizioni?

Indipendentemente dal motivo che ha permesso alla vita di fare la sua comparsa sulla Terra, dovevano certamente esserci condizioni idonee a sostenerla. Ciò è vero sempre, sia nell’ipotesi più fantasiosa, quella del creazionismo divino, sia in quelle di stampo più scientifico come abiogenesi e panspermia.

L’abiogenesi suggerisce che la Terra sia un pianeta “fortunato”, che casualmente si è venuto a trovare alla giusta distanza dalla sua stella e, altrettanto fortuitamente, ha visto la contemporanea presenza di tutti gli elementi essenziali per la comparsa spontanea della vita. Questa teoria considera la Terra come se fosse un corpo avulso dal resto dell’universo, in cui, almeno per quanto riguarda la comparsa della vita, le interazioni con lo spazio extraterrestre, sebbene possano esserci state, sono state quasi ininfluenti. La “fortunata” serie di circostanze casuali che hanno portato alla comparsa della vita sulla Terra sarebbe quindi, più uniche che rare, il che, in poche parole, sottintende che le possibilità che la vita esista anche altrove siano pressoché nulle. È chiaro che la teoria dell’abiogenesi sia figlia dei suoi tempi, in cui conoscevamo poco di ciò che c’è nel nostro sistema solare e ancor meno di ciò che esiste fuori di esso. Tutto questo dovrebbe oggi apparirci ben chiaro, eppure non è così.

Infatti, nonostante la teoria dell’abiogenesi sia quella prevalente in abito scientifico e quindi la spiegazione ufficiale alla comparsa della vita sul nostro pianeta, molti rimarranno sorpresi dall’apprendere che questa idea è molto più vicina a una “verità di Stato” che a una realtà oggettiva.

Possibile? Assolutamente sì.

Sappiamo, infatti, che la vita per come la conosciamo, ha necessità della contemporanea presenza di alcuni elementi chimici fondamentali, tra cui il fosforo. Questo elemento costituisce la spina dorsale delle molecole alla base di tutti gli organismi, il Dna e l'Rna. Il fosforo, che abbiamo scoperto essere presente su Marte fin dall’inizio della sua formazione, non è stato ancora mai ritrovato in campioni di rocce terrestri risalenti alla terra primordiale. Come può essersi quindi originata spontaneamente una vita contenente il fosforo se il fosforo non era presente sulla Terra?

Da circa 50 anni questo è stato un rompicapo indecifrabile per la comunità scientifica. Ciò nonostante, solo per evitare di abbracciare ipotesi scientifiche certamente più logiche, ma meno popolari e certamente più “ridimensionanti” (poiché l’universo è misurato attraverso il “metro antropico”), come la panspermia, le autorità scientifiche hanno continuato a sostenere e insegnare questa idea o forse, per meglio dire, opinione.

Capire dove si potesse trovare il fosforo nella Terra primitiva, è divenuto una delle principali domande dei biologi e astrobiologi, perché è divenuta quasi un’esigenza per poter continuare a sostenere l’idea dell’abiogenesi. L’ultima possibile risposta in ordine di tempo, è arriva dalla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze, Pnas, da parte di un gruppo dell'università di Washington coordinato da Jonathan Toner.

I ricercatori hanno studiato i laghi particolarmente ricchi dei sali, chiamati carbonati, che si formano in ambienti asciutti, come Mono Lake in California e il lago Magadi in Kenya. Analizzandone le acque, si sono rilevati livelli di fosforo fino a 50.000 volte più alti rispetto a quelli trovati sia nell'acqua di mare sia in qualsiasi altro ambiente di acqua dolce. Proprio i carbonati presenti in queste acque sono i responsabili delle elevate concentrazioni di fosforo: legandosi al calcio, lasciano il fosforo libero di accumularsi. Da questa evidenza oggettiva è stato dedotto che, nella Terra primordiale questo processo deve essere stato molto comune perché, secondo il coordinatore di questa ricerca, i vulcani attivi erano numerosi e le rocce vulcaniche appena formate reagivano con l'anidride carbonica, fornendo carbonati ai laghi. "Per questo motivo - ha concluso Jonatahn Toner - la Terra primordiale avrebbe potuto ospitare molti laghi ricchi di carbonati, con concentrazioni di fosforo tali da dare inizio alla vita".

Tutto risolto quindi, l’abiogenesi ha trovato conferma. La Terra è un pianeta più unico che raro, e la vita su di essa, compresa la nostra presenza, è un fatto fortuito e fortunato. Possiamo continuare a compiacere il nostro ego, continuando a sentirci un po’ speciali, quando guardiamo e contempliamo l’immensità dell’universo. Già, ma purtroppo non è così.

Al di là della semplicistica e superficiale comunicazione di questa informazione da parte della maggioranza dei mass media, dalla lettura attenta dello studio dell’Università di Washington, è abbastanza chiaro che in realtà non è stata trovata alcuna evidenza oggettiva della presenza di fosforo nella Terra primordiale, ma ne è stata solo ipotizzata la presenza in alcuni luoghi in virtù di una condizione oggi presenti in ambienti che si suppone potessero avere condizioni simili alla Terra primordiale. Si tratta quindi, di una semplice nuova ipotesi per spiegare in quali ambienti potesse essersi originato il fosforo. Non sappiamo tuttavia se effettivamente l’ipotesi, per quanto scientificamente possibile, si sia poi verificata.

Eppure il fosforo doveva certamente esserci. Ma allora da dove veniva?

Due diversi studi hanno oggi fornito elementi tangibili che hanno aggiunto nuovi elementi sul piatto della bilancia dell’altra teoria scientifica, quella opposta all’abiogenesi: la panspermia.

Il primo studio è quello pubblicato sulla rivista  Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, guidato dall’Università di Berna e dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, che hanno utilizzato rispettivamente i dati dello strumento Rosina, lo spettrometro a bordo della sonda Esa Rosetta, e i dati di Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array).

Attraverso le osservazioni di Alma il team dell’INAF ha individuato l’area principale nello spazio in cui si formano le molecole contenenti fosforo: si tratta di una regione di formazione stellare nota come Aflg 5142, una sorta di nube formata da gas e polvere. In regioni simili sorgono nuove stelle e sistemi planetari, rendendo queste aree i luoghi ideali da cui iniziare la ricerca dei cosiddetti “mattoni della vita”, molecole organiche complesse che, unendosi successivamente tra loro in condizioni favorevoli, hanno dato origine al RNA e poi al DNA.

I risultati delle osservazioni hanno evidenziato che le molecole contenenti fosforo vengono create quando si formano stelle massicce. I flussi di gas provenienti da queste stelle scavano delle cavità nelle nubi interstellari. All’interno delle cavità, grazie all’azione combinata di urti e radiazioni della giovane stella, si formano le molecole contenenti fosforo. Tra tutte le molecole il monossido di fosforo resta quella predominante.

Questo primo riscontro preliminare, ha portato il team ad una considerazione importante: se le pareti della cavità collassano per formare una stella, il monossido di fosforo può congelarsi e rimanere intrappolato nei granelli di polvere ghiacciata rimasti attorno alla neonata.

È ormai noto che, durante il processo di formazione stellare, però, parte dei granelli di polvere si unisce andando a formare rocce e infine comete. Ciò non avviene sempre, ma le comete si originano in questo modo. Queste ultime, diventano così vere e proprie “incubatrici” di monossido di fosforo e di tanti altri elementi. Solo a questo punto, e per questo motivo, gli scienziati hanno spostato l’attenzione su una delle comete più studiate del Sistema Solare, grazie soprattutto alla missione Rosetta: la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.

Nel corso della missione, lo strumento Rosina ha osservato la cometa per due anni rilevando tracce di fosforo sul corpo celeste, senza però individuare nello specifico di quale molecola si trattasse. Combinando i dati di Alma e di Rosina, il team dell’INAF e dell’Università di Berna ha identificato il monossido di fosforo come risposta. Kathrin Altwegg, co-autrice del nuovo studio ha dichiarato “Il fosforo è essenziale per la vita come la conosciamo e dato che le comete hanno probabilmente fornito grandi quantità di composti organici alla Terra, il monossido di fosforo trovato nella cometa 67P potrebbe rafforzare il legame tra le comete e la vita sulla Terra”.

È indiscutibilmente chiaro ormai che c’è un legame sempre più stretto tra la presenza della vita e l’impatto delle comete sul nostro pianeta. Ma quali altre sostanze fondamentali hanno portato le comete, i meteoriti e gli asteroidi nell’impatto con la Terra? Lo suggeriscono sempre i dati dello spettrometro Rosina, elaborati dall’università di Berna. Il team di ricerca svizzero ha scoperto la presenza di sali di ammonio, la cui presenza non era stata rilevata nelle prevedenti analisi dei dati.

Rosetta non è stata la prima missione impegnata in un flyby ravvicinato di una cometa. Nel 1985 la sonda Esa Giotto aveva sorvolato la cometa di Halley e, grazie al suo spettrometro, aveva osservato una mancanza di azoto nella sua chioma. Sebbene l’azoto sia stato scoperto sotto forma di ammoniaca e acido cianidrico, l’incidenza è stata inferiore alle attese degli scienziati.

Dopo oltre trent’anni, la sonda Rosetta ha sorvolato un'altra cometa, la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, giungendo a soli 1,9 chilometri di distanza dalla superficie, e immergendosi nella sua chioma. L’impatto con le polveri emesse dalla cometa non è stato indolore. I sensori dello spettrometro Rosina sono andati quasi distrutti tuttavia, grazie a questo incidente, gli scienziati sono riusciti a rilevare alcune tipologie di particelle mai analizzate prima. In particolare l’incidenza di ammoniaca, (composto chimico formato da azoto e idrogeno), è risultata sorprendentemente alta.

Sono state necessarie molte analisi in laboratorio per dimostrare la presenza di questi sali nel ghiaccio cometario. “Il team di Rosina ha trovato tracce di cinque diversi sali di ammonio: cloruro di ammonio, cianuro di ammonio, cianato di ammonio, formiato di ammonio e acetato di ammonio – ha dichiarato Nora Hanni del team Rosina – fino ad ora l’apparente assenza di azoto nelle comete era un mistero. Il nostro studio ora mostra che è molto probabile che l’azoto sia presente sulle comete, in particolare sotto forma di sali di ammonio”.

La presenza di questi sali è importantissima. I sali di ammonio scoperti, infatti, includono diverse molecole rilevanti nel campo dell’astrobiologia che possono favorire lo sviluppo di urea, aminoacidi, adenina e nucleotidi. La presenza di questi composti è sicuramente un’altra indicazione che gli impatti delle comete possono essere collegati con l’emergere della vita sulla Terra.

Ma non finisce qui, perché da un accurato lavoro di revisione e miglioramento della qualità dei dati, questa volta relativi alla composizione della superficie del nucleo della cometa 67P Churyumov Gerasimenko raccolti da un altro strumento, lo spettrometro italiano VIRTIS, montato sempre a bordo della sonda spaziale europea Rosetta, ha permesso di individuare, per la prima volta su un oggetto celeste di questo tipo, chiare tracce di composti organici alifatici, catene di atomi di carbonio e idrogeno. Si tratta della prima identificazione di questo tipo di composti organici solidi su un nucleo cometario, ed è anche la prima identificazione da remoto, ovvero senza il rischio di alterare il campione durante la sua misura. I ricercatori hanno riesaminato alcuni milioni di spettri raccolti da VIRTIS (Visual, Infra-Red and Thermal Imaging Spectrometer) per ricavare la più accurata “visione” nell’infrarosso dei materiali che sono presenti sulla superficie del nucleo della cometa 67P

Il materiale del nucleo risulta così avere delle caratteristiche simili a quelle del mezzo interstellare diffuso e in alcune meteoriti rinvenute sulla Terra, suggerendo una continuità tra questi due ambienti, e fornendo un ponte di collegamento evolutivo: i composti organici presenti nel mezzo interstellare che sono stati catturati nella nube primordiale da cui si è formato il Sistema solare rimangono intrappolati nelle regioni più fredde e periferiche in piccoli oggetti come asteroidi e comete. Questi corpi celesti sono rimasti inalterati e, impattando sui pianeti, tra cui la Terra, possono aver fornito il materiale organico alla base dei cosiddetti “mattoni della vita”.

Nel presentare lo studio, questa volta pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature Astronomy, i coordinatori dello studio hanno affermato: “Già sapevamo che la gran parte dei composti organici presenti sulla Terra primordiale provengono dallo spazio” ha detto l’astrofisico Andrea Raponi. “Ora, questo studio suggerisce che possiamo spingerci oltre: i composti organici del Sistema solare sono probabilmente – e almeno parzialmente – ereditati direttamente dal mezzo interstellare. Quest'affascinante scenario suggerisce quindi che lo stesso materiale organico possa essere disponibile anche per altri sistemi planetari.

Lo studio appena pubblicato – ha aggiunto Eleonora Ammannito ricercatrice delle Scienze Planetarie dell’Agenzia Spaziale Italiana – identifica nelle comete un credibile mezzo di trasporto di materiale organico all’interno del Sistema Solare. Sempre di più, quindi, si evidenzia l’importanza di combinare gli studi sull’origine della vita terrestre con quelli sui corpi minori come comete, asteroidi e meteoriti. Solo un approccio multidisciplinare, infatti, ci permetterà – conclude la Ammannito – di capire le dinamiche che hanno portato allo sviluppo della vita sulla Terra e di focalizzare al meglio gli sforzi per la ricerca di forme di vita extraterrestri”.

È bene ricordare che m ateria organica extraterrestre è stata già ritrovata sul nostro pianeta, in particolare su alcuni monti del Sudafrica . Così come, in quasi tutti i quasi 200 meteoriti marziani ritrovati sulla Terra, ci sono tracce di microrganismi vivi sul pianeta rosso alcuni miliardi di anni fa.

Le ricerche citate in quest'articolo, ci forniscono dunque un altro tangibile elemento a sostegno della connessione tra ambiente extraterrestre e ambiente terrestre riguardo la creazione delle condizioni necessaria alla presenza di vita. Se ciò non bastasse, due ricercatori, nel commentare la pubblicazione dei loro studi, ci suggeriscono esplicitamente che le condizioni che hanno portato le sostanze necessarie alla vita, giunte sulla Terra dallo spazio, possano essersi ripetute anche per altri sistemi planetari, sottolineando come i meteoriti possono essere decisivi nella diffusione dei composti organici e della vita stessa.

Facciamo parte di un qualcosa di molto più grande di quanto comunemente pensiamo. Quelle sulla Terra non sono, con ogni probabilità, le uniche forme di vita presenti nell’universo. La vita extraterrestre potrebbe essere molto più vicina di quanto immaginiamo. Che si accetti o no, man mano che raccogliamo nuove informazioni nella ricerca della risposta alla comparsa della vita sul nostro pianeta, appare chiaro che siamo figli delle stelle e non siamo i soli!

Stefano Nasetti

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Vita extraterrestre: guida all’uso dei modelli climatici terrestri e nuovi metodi di ricerca

C’è vita oltre il nostro Sistema solare? Per la comunità scientifica ufficiale, e per tutti quelli che pendono dalle sue labbra per formulare i propri pensieri e accettare possibilità o evidenze logiche e tangibili, questa domanda ha acquistato ufficialmente piena legittimità, soltanto dal 1995, quando è stata confermata per la prima volta l’esistenza di esopianeti.

Da quel momento, gli astronomi hanno trovato migliaia di mondi extrasolari (a oggi, 8/2/2020 sono 4.177, dando così il via alla caccia ai migliori candidati per l’abitabilità. Come scrivevo ormai oltre cinque anni fa (2015), nel mio primo libro e poi in successivo articolo su questo blog, con il procedere della scoperta di nuovi esopianeti, era apparso ormai chiaro che la maggioranza dei pianeti in fascia abitabile scoperti orbitasse attorno a stelle più fredde rispetto al nostro Sole. Si tratta delle cosiddette nane rosse, stelle tra le più frequenti nella nostra galassia (circa il 67% di tutte le stelle sono di questo tipo). I pianeti rocciosi e potenzialmente abitabili orbitano molto più vicini a queste stelle rispetto a quanto la Terra faccia con il Sole. Esempi recenti come TRAPPIST-1 e Proxima b hanno ridato smalto a quella che molti chiamano the Big Question, la grande domanda sulla vita aliena.

Al tempo stesso però alcuni scienziati hanno cominciato a mettere in discussione il metodo comunemente utilizzato per la ricerca di mondi abitabili. Questo perché le condizioni presenti su questo tipo di esopianeti, benché la vicinanza con il loro sole sia ridotta proprio perché la stella è molto più fredda consentendo così la presenza di acqua allo stato liquido, ciò non costituisce la condizione esclusiva in cui la vita può sussistere. Finalmente la comunità scientifica lo comincia a capire, non fosse altro per le scoperte di forme di vita in habitat estremi sul nostro pianeta, la scoperta di ambienti ospitali alla vita stesse in condizioni completamente diverse da quelle presenti sulla Terra (come Mercurio, Cerere e le lune ghiacciate di Giove e Saturno, dove Europa, con i suoi oceani di metano, ed Encelado, con i suoi oceani caldi e salati sotto uno spesso strato ghiacciato, è considerata i posti più probabili dove si annidano forme di vita extraterrestre più vicine a noi), o le evidenze della presenza certamente passata (ma probabilmente anche presente) di vita su Marte (il cui annuncio ufficiale avverrà entro pochi anni, certamente prima del 2025, come ho fatto presente nel secondo mio libro). Questo nuovo movimento di pensiero, sta trovando negli ultimi due/tre anni, sempre più diffusione e dalla teoria si comincia a passare alla pratica, soprattutto per trovare al più presto una risposta alla domanda più che sulla vita extraterrestre (sappiamo che è esistita, e forse esiste ancora, su Marte), sulla vita extrasolare.

In sintesi, quello che si è fatto fino oggi è stato puntare verso il cielo telescopi spaziali e terrestri, scandagliare regioni di cosmo più o meno ampie e tirare fuori lunghe liste di pianeti potenzialmente adatti a ospitare la vita. Una tecnica che finora si è rivelata efficace solo per trovare pianeti potenzialmente abitabili, ma senza alcuna evidenza che realmente lo siano. Tra l’altro è una modalità di ricerca che è molto dispendiosa e soprattutto lenta.

Per questo da qualche tempo c’è chi propone di adottare un approccio statistico per la ricerca di ‘Terre 2.0’, basandosi sul calcolo della probabilità piuttosto che sui dati osservativi. Mondi abitabili tradotti in numeri, dunque: questa proposta è descritta in un articolo redatto dall’Università di Chicago e apparso su Astrophysical Journal Letters nel 2017, secondo cui gli astronomi dovrebbero iniziare a fare ricerca utilizzando anche la statistica. In pratica, secondo gli autori dell’articolo, la grande domanda sull’abitabilità dovrebbe essere declinata in questo modo: che cosa riusciamo a dire sulla frequenza con cui un insieme di pianeti può ospitare un ambiente abitabile? Un approccio certamente interessante.

Secondo gli autori, infatti, con i mezzi fino allora a disposizione riuscire a confermare l’abilità di un singolo pianeta era, ed è, un risultato molto raro; al contrario, la statistica può aiutare a valutare più rapidamente tutti i pianeti potenzialmente abitabili, arrivando così a valutare le diverse probabilità di vita aliena su mondi lontani. Il nuovo metodo tuttavia se da un lato può restringere il numero di pianeti su cui concentrarsi nella caccia alla vita aliena, dall’altro non risolve la questione.

A tre anni dalla pubblicazione di quest’articolo, la caccia alla vita su mondi extrasolari continua a essere un obiettivo chiave per la comunità scientifica. Considerato già l’enorme numero di pianeti potenzialmente abitabili scoperti a oggi, ci si è cominciato a porre la domanda di come poter fare un’altra scrematura e di quali altri parametri prendere in considerazione. Si è quindi pensato che il clima di un pianeta possa essere indicativo sulla probabilità di presenza di forme di vita.

All’interno di uno degli edifici del Goddard Space Flight Center della Nasa migliaia di computer automatizzati lavorano giorno e notte, producendo quadrilioni di calcoli al secondo. Queste macchine sono i supercomputer Discover e il loro compito è di elaborare raffinati modelli climatici per prevedere l’evoluzione del clima terrestre.

Da qualche mese, gli astrofisici e gli astrobiologi hanno sfruttato le potenzialità di questi supercomputer per analizzare qualcosa di molto più distante da noi. Sono finiti sotto osservazione proprio gli oltre 4.100 pianeti scoperti negli ultimi due decenni oltre il nostro Sistema Solare. A essere presi in considerazioni sono stati in particolare gli esopianeti rocciosi, che si pensa possano avere acqua liquida sulla superficie. Lo scopo di questa nuovo studio è scoprire, attraverso nuovi modelli climatici terrestri, se la vita potrebbe svilupparsi in mondi lontani. I dati prodotti dai Discover hanno rivelato, con sorpresa per molti scienziati amanti delle teorie tradizionali, che la vita così come la conosciamo, non solo potrebbe esistere, ma potrebbe svilupparsi in condizioni sorprendentemente diverse rispetto a quelle terrestri, come tra l’altro abbiamo già osservato sulla Terra e, in parte, nel nostro sistema solare.

Si è accesa finalmente nella testa di molti una domanda tanto ovvia ed evidente, quanto ormai legittima: È possibile, dunque, che le nostre nozioni su ciò che renda un pianeta adatto alla vita siano troppo limitanti?

Sicuramente grazie alla prossima generazione di telescopi e osservatori spaziali potremmo avere molti più dati e informazioni più chiare, poiché questi strumenti saranno in grado di analizzare per la prima volta l’atmosfera degli esopianeti.

Negli ultimi anni gli studi in tal senso non sono mancati. Solo un anno fa (febbraio 2019), il portale scientifico ArXiv ha pubblicato i dettagli di un dispositivo in grado di rilevare la vita vegetale dal modo unico in cui essa riflette la luce, una “firma” non confondibile con quella di materiali abiotici (come le rocce ad esempio) e che dunque potrebbe essere montata su sonde spaziali per la ricerca di vita aliena su mondi lontani. Il principio di base è il medesimo con cui gli scienziati F. Hoyle, C. Wickramasinghe individuarono negli anni’70, le prime molecole organiche nello spazio, metodo prima contestato perché dava nuovo impulso alla teoria della panspermia quale origine della vita sulla Terra, e oggi invece ampiamente utilizzato. Il dispositivo si chiama “spettropolarimetro TreePol” ed è stato sottoposto a diversi esami e aggiornamenti da parte del suo creatore, il biologo olandese Lucas Patty dell'Università Vrije di Amsterdam.

Il ricercatore, assieme ai colleghi dell'ateneo olandese, è al lavoro per la realizzazione e il perfezionamento di questo macchinario dal 2015, quando ha compreso che gli strumenti di laboratorio di cui era in possesso, erano già in grado di rilevare la peculiarità della luce riflessa dalle piante. Ma l'ambiente controllato è ben diverso dal mondo reale, a causa dei disturbi legati agli agenti esterni, ai movimenti del bersaglio e anche alle variazioni d’illuminazione. Dopo anni lavori di perfezionamento lo spettropolarimetro TreePol adesso riesce a individuare la vita vegetale anche a chilometri di distanza. La tecnologia del biologo olandese è ancora in fase di perfezionamento ma è la medesima che le agenzie spaziali stanno sviluppando e pensando di installare sui prossimi telescopi spaziali.

Come accennato, il segreto è nella chiralità, cioè il modo in cui gli organismi biologici riflettono la luce in modo specifico, determinando la cosiddetta polarizzazione circolare. È questa la “firma univoca” che il super dispositivo riesce a individuare.

In attesa di avere questi nuovi strumenti, con le tecnologie ora a disposizione lo studio delle atmosfere degli esopianeti è tanto difficile quanto inviare un veicolo spaziale a una tale distanza. E se ciò è arduo per i telescopi spaziali, la situazione è addirittura peggiore per i telescopi sulla Terra, che non sono sufficientemente avanzati per riuscire ad analizzare l’atmosfera di questi mondi lontani, perché visibilmente troppo piccoli e avvolti dalla luce delle loro stelle per essere osservati con maggior dettaglio. Al momento quindi, lo sviluppo di modelli climatici appare essere fondamentale per l’esplorazione, poiché essi sono in grado di eseguire previsioni specifiche e verificabili (sempre nelle simulazioni al computer) dati le poche informazioni di cui oggi disponiamo.

Come ricordato all’inizio di quest’articolo, i pianeti rocciosi più simili alla Terra osservati finora sono stati scovati attorno a nane rosse, una tipologia di stelle predominante nella nostra galassia. Poiché queste stelle sono più piccole e meno luminose del Sole rilevare il transito del pianeta attorno ad esse è più facile rispetto ad altri mondi. È interessante ricordare che alcuni astrobiologi Nasa a cui sono state sottoposte alcune rappresentazioni di possibili visitatori alieni, hanno individuato nella razza dei cosiddetti “grigi”, creature dalle caratteristiche fisiche compatibili con il probabile sviluppo su pianeti rocciosi più piccoli della nostra Terra, orbitanti attorno a stelle nane rosse. Questo ancor prima che la scienza si rendesse conto di quanti pianeti rocciosi potenzialmente abitabili ci fossero attorno a questo tipo di stelle.

Quest’opinione non ha avuto molto credito nell’ambito della comunità scientifica ufficiale, un po’ per motivi ideologici preconcetti (non si ritiene ufficialmente reale alcun tipo di contatto extraterrestre), un po’ per motivazioni di carattere scientifico. Le nane rosse possono emettere, infatti, radiazioni ultraviolette e raggi x fino a 500 volte in più rispetto al Sole. Questo dato ha portato a pensare che un tale ambiente potesse influenzare drasticamente e in senso negativo, il clima di un pianeta roccioso, rendendo difficile la comparsa e la sopravvivenza della vita.

Oggi invece, i nuovi modelli climatici terrestri creati dai supercomputer Discover dimostrano che gli esopianeti rocciosi attorno alle nane rosse potrebbero essere abitabili nonostante l’alta dose di radiazioni.

I sistemi planetari potenzialmente abitabili di maggior rilievo per la comunità scientifica, tutti scovati attorno a nane rosse, sono principalmente quattro dei sette pianeti orbitanti attorno a Trappist-1, uno attorno a LHS1140, Teegarden b e Teegarden C del sistema Teegarden e Proxima b, del sistema Proxima Centauri (che a probabilmente anche un secondo pianeta roccioso in fascia abitabile, Proxima c, individuato di recente ma la cui scoperta va ancora confermata). Il team di scienziati Nasa ha iniziato l’indagine simulando le possibili condizioni climatiche su Proxima b tali da renderlo adatto alla vita.

Le informazioni che abbiamo oggi su questo esopianeta ci dicono che esso orbita attorno a Proxima Centauri, un sistema di tre stelle situato a 4,2 anni luce dal Sole, ed ha una massa leggermente più grande di quella terrestre.

Proxima b, inoltre, è venti volte più vicino alla sua stella rispetto alla distanza Terra-Sole, pertanto impiega solo 11 giorni per compiere un’orbita. Secondo i calcoli effettuati, la vicinanza con la stella, renderebbe Proxima b bloccato gravitazionalmente, in rotazione sincrona (come la nostra Luna con la Terra), ma con un emisfero sempre illuminato ed esposto quindi all’intensa radiazione, e l’altro perennemente al buio, esposto alle rigide temperature dello spazio (ciò non avviene per la Luna perché è in rotazione sincrona con la Terra e non con il Sole). Apparentemente quindi, tutto ciò costituirebbe un altro ostacolo a condizioni ottimali per lo sviluppo della vita.

Le nuove simulazioni mostrano però che Proxima b, o qualsiasi altro pianeta con caratteristiche simili, potrebbe essere comunque abitabile.  In che modo? A giocare un ruolo cruciale sarebbero le nuvole e gli oceani.

Alla base del nuovo studio c’è l’aggiornamento di modello climatico terrestre sviluppato negli anni ’70 (in grado di calcolare i dettagli dell’orbita di qualsiasi pianeta), che era servito a realizzare un simulatore planetario chiamato Rocke-3d, per studiare anche i pianeti bloccati gravitazionalmente. In questo modo il team di scienziati ha potuto simulare la temperatura, la durata del giorno e della notte e la salinità degli oceani per capire come questi dati influenzino il clima del pianeta. Simulatori come Rocke-3d può produrre informazioni importanti partendo da pochi dati: dimensioni, massa e distanza dalla stella. Questi dettagli, seppur scarsi, attraverso le analisi del citato supercomputer Discover possono diventare informazioni necessarie per costruire modelli climatici più raffinati.

Le simulazioni su Proxima b sono state condotte nello stesso modo in cui sono applicati i modelli climatici terrestri per studiare il modo in cui le nuvole e gli oceani si muovono e s’influenzano tra loro, e come le radiazioni interagiscono con l’atmosfera e la superficie del pianeta.

I risultati rivelano che le possibili nuvole presenti sul pianeta potrebbero fare da scudo alle radiazioni, mitigando le temperature sul lato esposto alla stella. L’atmosfera e la circolazione oceanica, inoltre, potrebbero spostare aria calda e acqua in tutto il pianeta, trasportando così calore sul lato freddo. Insomma, grazie a questo nuovo metodo di studio, oggi sappiamo che i pianeti rocciosi in fascia abitabile attorno a nane rosse sono, se possibile ancor più di prima, i luoghi dove potrebbe aver fatto la sua comparsa, la vita. Ciò rafforza anche la possibilità che i racconti riguardanti gli alieni grigi siano veri?

Indagini come questa pongono nuove basi sull’abitabilità planetaria, fornendo agli scienziati nuovi strumenti per la caccia alla vita su mondi lontani e a tutti coloro interessati alla vita extraterrestre l’opportunità di fare con maggiore consapevolezza, le proprie valutazioni sulla veridicità dei racconti di contatti, presenti e passati, con creature delle stelle.

Stefano Nasetti

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Scoperte 143 nuove linee Nazca

Uno dei 143 nuovi geoglifi scoperti a Nazca

Nazca, Perù. A circa 320 chilometri a sud est della capitale del Perù, Lima, si trova la moderna città di Nazca. Nell’area oggi desertica della pampa peruviana che circonda la città, viveva una misteriosa popolazione: i Nazca. Di questa popolazione conosciamo ben poco. Sappiamo era solita seppellire i morti, sappiamo che alcuni delle mummie ritrovate avevano il cranio allungato, sappiamo che hanno occupato questa zona desertica per quasi un millennio (dal 300 a.C. al 500 d.C.) e sappiamo che adorava divinità scese dal cielo.

Tra i pochissimi reperti archeologici che sono stati a oggi ritrovati, quelli che rimangono più misteriosi, non sono i gioielli d’oro o i resti dei vasi in terracotta rinvenuti nelle tombe, e neanche i curiosi e particolari pozzi, tutti allineati, a forma di spirale (i puquios) scavati nel deserto. Ciò per cui quest’antica popolazione è oggi conosciuta in tutto il mondo è un qualcosa che rimane ancora avvolto nel mistero.

Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta del secolo scorso, iniziano i primi voli commerciali in Perù. Mentre gli aerei volano alto sopra la pampa peruviana, sempre più piloti cominciano ad accorgersi che nei pressi della città di Nazca, il deserto cambia forma. L’anonimo e sbiadito paesaggio desertico, con le sue rocce e le sue distese di sabbia rossa sembra farsi sempre più organizzato, man mano che ci si addentra in quest’area. Ed ecco che dall’onnipresente rosso della sabbia, cominciano ad apparire linee bianche, che si evolvono gradualmente. Sempre più strisce s’incrociano nel secco e arido deserto peruviano. Il paesaggio cambia completamente mentre sempre più linee prendono forma, per realizzare semplici ma precisi, disegni geometrici: trapezi, linee rette, rettangoli, triangoli.

Montagna con cima spianata (Nazca)

Anche alcune montagne sembrano diverse. Cime perfettamente piatte e livellate si distinguono in modo chiaro dai finestrini degli aerei. Sono montagne dalla cima piatta, in mezzo a montagne con cime più naturali. Impossibile pensare che tale perfetto e ripetuto livellamento sia opera di casuali forze della natura. Sono state rimosse da qualcuno? Da chi? Come? Perché un simile dispendio di tempo ed energia? E dove è finito tutto il materiale rimosso? Le domande sono moltissime.

L’anomalia è ancor più evidente se si considera, che da queste cime, si dipanino altre linee, perfettamente dritte, che continuano per decine di chilometri. Sembrano essere strade che s’incrociano, ma non siamo in una città, siamo in pieno deserto. Non ci sono resti di edifici o altri ostacoli naturali che possano giustificare la costruzione di così tante strade che s’incrociano in un’area così vasta. Le linee, larghe anche decine di metri, proseguono perfettamente dritte, anche sopra alle montagne, senza che il profilo o le asperità delle stesse sembra aver influito nella realizzazione delle linee.

Mentre il traffico aereo diventava più intenso, appariva chiaro che quelle che si stagliavano sul deserto, non potevano essere semplici strade.

Ciò fu confermato quando furono scoperte alcune linee che, a differenza delle altre, non erano dritte, ma curvavano e zigzagavano in modo apparentemente casuale, finché ecco apparire figure ben distinguibili: scimmie, colibrì, ragni, uccelli, lama, fiori e misteriose figure umanoidi, tutte enormi, lunghe anche oltre 300 metri, impossibili da distinguere a livello del suolo. È così che il mondo ha scoperto le linee di Nazca, designati Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1994. Non si tratta di solchi scavati nel terreno ma, al contrario di geoglifi realizzati dalle antiche popolazioni in un modo certamente molto più lungo.

Le linee sono state realizzate rimuovendo le parti del terreno roccioso e scuro di ossido di ferro in superficie, scoprendo così il terreno calcareo più chiaro che si nascondeva sotto. Il contrasto il suolo più chiaro sottostante e le rocce più scure circostanti, ha reso quindi possibile realizzare le linee.

Grazie alla scarsa presenza di venti e al clima stabile essenzialmente secco e privo di piogge, ha permesso di conservare le figure intatte per più di 2.000 anni.  La domanda su cui tutti, nessuno escluso, si sono sempre posti riguardo alle linee è: perché tacciare linee e disegni così grandi al punto che è possibili apprezzarli soltanto dall’alto (moltissimi a livello del suolo sono pressoché invisibile e appaiono più che altro come semplici “strade” o “aree recintate” con delle pietre)? In molti, nel corso del tempo, hanno provato a cercare un’oggettiva risposta a questa domanda. Le molte teorie formulate negli anni, hanno però dato risposte parziali, anche perché si sono concentrate sulle sole informazioni e sui soli geoglifi conosciuti in fino quello specifico momento.  Ma nel corso dei decenni, i misteri e le domande anziché dissiparsi e trovare risposta, si sono infittiti e sono aumentati con l’aumentare degli studi sui geoglifi scoperti.

Il Ragno di Nazca

Tra quelli più particolari è più misteriosi (e anche uno tra i primi scoperti) c’è il ragno.  Quello che apparentemente sembra essere la raffigurazione di un semplice ragno, da un’analisi più accurata emerge una particolarità molto interessante. Questa figura, dalla lunghezza di 45 metri, rappresenta infatti, un ragno “Ricinulei”, originario del cuore della foresta Amazzonica, che si trova a oltre 1.500 chilometri di distanza dall'altopiano di Nazca. Com’è stata identificata questa specifica specie di ragno? L’aracnide caratteristico dell’Amazzonia, è molto piccolo, misura solamente 6 millimetri, ma ha una caratteristica molto rara. Presenta, infatti, l'organo genitale separato dall'apparato riproduttivo. In questa specie di ragni, sono i maschi a deporre le uova, mediante un'escrescenza appuntita che si trova sulla terza gamba. Il ragno di Nazca presenta questa peculiare caratteristica, ed è qui che cresce il mistero. Essendo il ragno molto piccolo, Tale escrescenza, nel Ricinulei, è visibile solamente mediante l’utilizzo del microscopio, strumento ovviamente non disponibile tra le popolazioni precolombiane.


La Scimmia di Nazca

C’è poi la Scimmia con una coda a spirale, delle ragguardevoli dimensioni di 135 metri. Secondo l’interpretazione degli archeologi, la spirale è un simbolo molto diffuso in tutte le antiche popolazioni della Terra, fin dal paleolitico, e si ritiene sia associata all’acqua. Più tardi infatti, nella cultura Maya, la scimmia, sarà considerata un animale divino, associato proprio all'acqua. Rimane da spiegare però, perché quasi tutte le più antiche popolazioni del mondo, benché non fossero mai entrate in contatto tra loro (almeno secondo l’archeologia e la storia ufficiale) abbiano utilizzato gli stessi simboli per indicare le stesse cose.

L'Astronauta di Nazca

Il geoglifo dell’Astronauta, lungo 30 metri, è un altro geoglifo interessante e tra i più famosi e controversi. È così chiamato a causa della curiosa forma della testa, simile a un casco da astronauta. Secondo l’archeologia tradizionale rappresenterebbe uno sciamano o un sacerdote. Anche qui sono moltissime le somiglianze tra questo geoglifo e i petroglifi del paleolitico presenti in Valcamonica (in Italia) o quelli presenti nello Utah (Negli Stati Uniti) o nei dipinti rupestri in Australia. Le domande che sorgono sono le stesse di quelle formulate per i geoglifi precedenti.

 

A destra  - Gli Astronauti della Valcamonica (Italia) - a sinistra i Wandjina nelle pitture rupestri degli aborigine (Australia)

Tra i più famosi e iconici c’è infine il Colibrì. Questo stupendo geoglifo è lungo addirittura 94 metri e largo 66, ed è apprezzabile soltanto dall’alto.

Il Colibrì di Nazca

La maggior parte degli archeologi ritiene che i geoglifi presenti in quest’area del Perù, siano stati realizzati in due tappe successive: prima le figure e poi i disegni geometrici. SI tratta tuttavia soltanto di ipotesi  poiché, a causa delle caratteristiche del suolo, è molto difficile poter datare con sicurezza il periodo in cui furono costruite, specialmente per la difficoltà di applicare il sistema di datazione con il Carbonio 14 (la datazione con al radiocarbonio è possibile solo per i materiali organici e non per le pietre).

Gli scienziati quindi, si sono avvalsi di altri metodi, come il confronto tra le figure dei geoglifi e quelle trovate sul vasellame della civiltà Nazca. Ai margini della Pampa, gli archeologi hanno scoperto la città cerimoniale dei Nazca, Cahuachi, da cui si ritiene provenissero gli artefici delle linee. Non si può escludere tuttavia, che le linee siano antecedenti a queste due civiltà, e che Nazca, Cahuachi, Paracas e altre popolazioni dell’area abbiano ricopiato i disegni sul loro vasellame, anche se ciò appare improbabile considerata l’assenza di tracce di altre civiltà precedenti.

Benché la scoperta avesse attratto da subito l’interesse non solo dell’opinione pubblica, ma soprattutto degli archeologi, fino al 1994, in quasi settant’anni di studi, erano stati identificati appena 30 geoglifi raffiguranti flora fauna e altri oggetti. Nel corso degli anni successivi il numero delle linee scoperte è aumentato. Grazie all’utilizzo d’immagini satellitari e, in seguito di droni, lo studio sistematico e la mappatura dell’area interessata dalle “linee di Nazca” è divenuta più facile, portando alla scoperta di numerose altre figure e facendo comprendere che il fenomeno ha riguardato un territorio molto più esteso di quanto inizialmente immaginato. I geoglifi nella Nasca Pampa si trovano distribuiti in un'area che si estende per circa 20 chilometri quadrati, ma fanno parte di un’area ancor più vasta (di circa 80 chilometri) che arriva nei pressi di un altro importante centro di un’antica e altrettanto misteriosa civiltà della zona: i Paracas.

La presa di coscienza che le “linee Nazca” fossero un fenomeno molto più esteso, sia a livello territoriale, sia a livello temporale, e la scoperta di nuovi geoglifi, ha influito nella ricerca della risposta alla domanda riguardo ai motivi che hanno portato le antiche popolazioni di quest’area a realizzare questi disegni?

L'Università di Yamagata ha analizzato le immagini satellitari dal 2004 e ha svolto attività sul campo per chiarire la distribuzione delle Linee di Nasca e per studiare le ceramiche trovate nei geoglifi dal 2010. Fino al 2015, questi sforzi di ricerca hanno identificato con successo oltre 40 geoglifi biomorfici. Tuttavia, era subito apparso chiaro come ci fosse ancora molto lavoro necessario per rilevare la distribuzione di tutti i geoglifi.

Nell’agosto del 2014 il ricercatore Eduardo Herrán Gómez de la Torre, nel corso di un'ispezione aerea dell'altopiano di Nazca, aveva fatto una scoperta inaspettata, come spesso capita, e importantissima.
Mentre sorvolava il famoso deserto di Nazca, aveva notato alcuni geoglifi che non erano mai stati rilevati in precedenza. Secondo quanto riportato dal quotidiano El Comercio, i geoglifi, sarebbero emerse a seguito di alcune tempeste di sabbia che avevano compito la zona tra il Mercoledì e il Sabato della settimana precedente la scoperta, tempeste tra le più intense degli ultimi 25 anni, con una velocità che ha raggiunto i 60 km orari, molti per un’area solitamente quasi priva di vento.
Le formazioni appena individuate raffigurano un serpente lungo 60 metri e largo 4 metri, un uccello, un animale, che potrebbe essere un lama, e alcune linee a zig-zag.

Le immagini si trovano su due colline situate ai margini sinistro e destro della Valle di El Ingenio, vicini a San Jose e Pampas di Jumana, dove si concentrano altri geoglifi già noti. La scoperta fu importante non tanto per i disegni in sé, quanto piuttosto perché dimostrava che, nonostante l’apparente e costante tranquillità del clima in quell’area (che spesso è paragonata da questo punto di vista ad alcune aree del pianeta Marte) nel corso del tempo, si parla di migliaia di anni, alcuni eventi eccezionali possono aver cancellato o nascosto altri disegni nel terreno.

La conferma si ebbe appena pochi mesi dopo, quando con l'aiuto dei droni nell'ambito dell'iniziativa GlobalXplorer e finanziato dalla fondazione National Geographic, e partendo dall’analisi d’immagini satellitari, furono scoperti altri 50 geoglifi anche in un’area inesplorata del deserto di Nazca, questa volta tra le città di Nazca e di Palpa. Anche in questo caso, si trattava di geoglifi rimasti sepolti da un sottile strato di sabbia, spazzato via da venti poco più forti di quelli che solitamente sono presenti in quel luogo. I nuovi disegni scoperti, ritraggono prevalentemente profili stilizzati di animali e linee geometriche, raffigurano anche esseri umanoidi. Per uno degli autori della scoperta, Johny Isla, archeologo del ministero della Cultura del Perù, "Alcuni disegni sono precedenti alla cultura Nazca e questo indica che la tradizione delle linee nel deserto è vecchia di migliaia di anni. La scoperta - ha aggiunto - apre la strada a nuove ipotesi sulla loro funzione e significato".

Si comprese dunque, che i geoglifi potrebbero essere ancor più di quelli che erano stati fin allora trovati. Nonostante gli scarsi venti e il clima secco, nel corso del tempo molti disegni potevano essere stati semplicemente nascosti. Non trovarli avrebbe potuto metterne in pericolo la stessa esistenza. L'espansione delle aree urbane ha causato danni alle linee, attirando l'attenzione sulla protezione delle linee Nasca come questione sociale. Geoglifi come l’Alligatore (quasi del tutto cancellato dall'incuria) e la Lucertola (questa figura ha subito gravi danni, essendo stata tagliata in due dai lavori dell'autostrada Panamericana), solo per citarne alcuni, sono già stati seriamente compromessi e ne rimangono solamente poche tracce.

Scoprirle e mapparle tutte il prima possibile è dunque necessario per proteggere questo sito e per avere più informazioni possibili per comprendere il significato delle linee nella cultura delle antiche popolazioni precolombiane di quest’area.

Dal 2017 un team di ricerca giapponese, ha messo in campo addirittura l’intelligenza Artificiale (IA), nella ricerca di nuovi geoglifi. Masato Sakai (antropologo culturale a capo del progetto e che lavora dell'Università di Yamagata, in Giappone) ha passato anni a dare la caccia ai geoglifi durante le sue spedizioni in sito, scandagliando anche, nel frattempo, immagini ad alta risoluzione delle Linee di Nazca fatte dallo spazio. Nel 2019, i dettagli sulle nuove 143 linee di Nazca scoperte durante questa ricerca, sono stati pubblicati su un documento diffuso alla stampa e messo on-line sul sito web dall'Università di Yamagata.

Grazie a una serie di tecniche avanzate, un gruppo di scienziati ha rinvenuto ben 143 nuovi geoglifi finora sconosciuti. Uno di questi, che sembra ritrarre una figura umanoide, è stato identificato solo grazie ad un modello di IA.

I nuovi geoglifi scoperti ritraggono esseri viventi e oggetti di tutti i tipi: persone, uccelli, scimmie, pesci, rettili e una varietà di corpi astratti.

Nello studio dell’Università di Yamagata, i ricercatori hanno classificato i nuovi geoglifi ritrovati in due categorie A e B, in base alla dimensione. Quelle di tipo A sono generalmente di grandi dimensioni e tutte le figure che si estendono per più di 50 metri (la più grande tra quelle di nuova identificazione supera i 100 metri). Quelle di tipo B sono sempre inferiori a 50 metri, tra cui la più piccola di appena 5. Il team nipponico ha poi rilevato come i geoglifi più grandi, chiamati di Tipo A, tendessero a rappresentare animali. Per gli studiosi le rappresentazioni dovevano essere enormi per renderle ben visibili alle divinità in cielo.

Le nuove figure di questo tipo appena scoperte, sono state datate come risalenti alle fasi più tardive della civiltà Nazca, tra il 100 e il 300 d.C. Secondo i ricercatori giapponesi, le figure di tipo A, in cui sovente sono stati rinvenuti cocci di vaso, sarebbero stati teatro di cerimonie rituali.

I geoglifi più piccoli invece, chiamati di Tipo B, risalirebbero a qualche secolo più vecchi dei primi, e sarebbero stati creati tra il 100 a.C. e il 100 d.C. Il team di Sakai ritiene che le figure di Tipo B, spesso collocate su chine e sentieri, potessero avere la funzione di punti di riferimento che aiutavano le persone a orientarsi. Sarebbero stati utilizzati come “indicazioni stradali”, per indirizzare i pellegrini verso le figure più grandi, attorno alle quali s’ipotizza che le persone si radunassero per tenere cerimonie religiose.

Di quest’ultimo tipo (B) fa parte la figura umanoide scoperta con l’aiuto di un sistema di IA, addestrata attraverso un metodo di deep learning di IBM il Watson Machine Learning Community Edition.

Il team di Sakai ha lavorato con il Thomas J. Watson Research Center di IBM, negli Stati Uniti, per allenare l'intelligenza artificiale a setacciare le immagini satellitari della regione e segnalare i siti papabili dove potevano nascondersi nuovi geoglifi. La piattaforma ha individuato un potenziale geoglifo (che poi si è rivelato essere tale) in un'area a ovest delle Linee di Nazca. Il team dell’università di Yamagata ha potuto così, trovare il glifo umanoide, che misura solo cinque metri di lunghezza. Questa figura è relativamente piccola, si estende per circa 5 metri di diametro e raffigura una figura umanoide in piedi.

Si pensa che sia stato creato durante il primo periodo della civiltà Nasca, poiché è un geoglifo di tipo B. Anche questa figura appena scoperta è situata vicino a un sentiero, indicando che probabilmente era usata come una specie di punto di osservazione. È la prima volta nella storia che una IA ha saputo indicare con esattezza la posizione di un geoglifo nella regione di Nazca, ma i ricercatori vogliono continuare a usarla per trovare, mappare e categorizzare nuove figure.

I ricercatori stanno ancora conducendo ricerche sul campo in diversi siti, comprese le aree non ancora esaminate utilizzando AI. Si ritiene possibile che alcuni geoglifi si trovino in aree esterne a quelle considerate nell'ipotesi iniziale. Tuttavia, le immagini 3D ad alta risoluzione raccolte con i nuovi satelliti e con i droni, si sommano a un'immensa quantità di dati già esistente e ci vorrebbe molto tempo per un essere umano, per identificare i geoglifi tra tutti questi dati.

Per espandere il progetto, la Yamagata University utilizzerà IBM PAIRS per organizzare i dati prodotti nelle ricerche sul campo negli ultimi 10 anni e utilizzerà l'IA per aggregare, cercare e analizzare questi insiemi di dati complessi e di grandi dimensioni. Al contempo, l'università giapponese implementerà l'intelligenza artificiale per svolgere indagini preliminari sulla distribuzione dei geoglifi, oltre a continuare a svolgere attività sul campo in loco. I risultati combinati delle due iniziative consentiranno all'università giapponese di produrre una mappa geografica di localizzazione dei geoglifi per l'intera pampa di Nazca. L'università cercherà poi di utilizzare questa mappa di localizzazione per proseguire gli sforzi per preservare le linee di Nazca, con la collaborazione del Ministero della Cultura in Perù.

Solo acquisendo una comprensione dettagliata di dove si trovano le figure e quando sono state utilizzate, i ricercatori potranno provare a fornire risposte alle tante domande che ancora circondano le linee di Nazca, nel tentativo di avvicinarci a comprendere la visione del mondo delle persone che hanno creato e usato questi geoglifi.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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Marte, l’annuncio dell’entomologo William Romoser: «Insetti e serpenti sul pianeta rosso»

 

William Romoser, uno dei più stimati entomologi americani, ha studiato per anni le fotografie scattate dai rover della Nasa su Marte. In occasione del meeting annuale dell'Entomological Society of America a St. Louis, nel Missouri, il professore dell'Università dell'Ohio ha esposto le conclusioni della sua ricerca, sostenendo l'esistenza di numerosi esempi di forme simili a insetti, viventi e fossili. La ricerca, che fatto molto parlare anche all’interno della comunità scientifica ufficiale, è stata pubblicata ed è disponibile sul portale scientifico Researchgate.net, con tanto di foto e relative annotazioni.

Romoser ha affermato che “la vita su Marte c’è stata e c’è ancora”. Nello specifico, sostiene di aver riconosciuto la presenza di creature simili ad api, bombi e serpenti. Per l’identificazione degli insetti marziani, l’entomologo statunitense ha adottato i medesimi parametri utilizzati per identificare e classificare gli insetti presenti sulla Terra.  “Tre regioni del corpo, una sola coppia di antenne e sei zampe — ha spiegato — sono tradizionalmente sufficienti per stabilire l’identificazione come insetto sulla Terra. Per gli artropodi bastano invece un esoscheletro e appendici articolate. Queste caratteristiche dovrebbero essere valide anche per identificare un organismo su Marte. Su queste basi, nelle foto dei rover si possono vedere forme simili ad artropodi e insetti terrestri”.

Nella sua analisi, Romoser ha poi tenuto conto anche di altri parametri per riconoscere gli insetti, quali la differenza di colore con le rocce circostanti, la simmetria del corpo, i raggruppamenti di forme diverse, la postura, l’evidenza di movimento, il volo, l’interazione apparente e gli occhi lucenti. “Una volta identificata e descritta una chiara immagine di una determinata forma, questa è stata utile per facilitare il riconoscimento di altri scatti meno chiari, ma comunque validi, che presentano la stessa forma base” ha continuato lo scienziato.

"La presenza di organismi metazoi superiori su Marte implica la presenza di fonti e processi di nutrienti / energia, catene e reti alimentari e acqua come elementi che funzionano in un ambiente ecologico, seppur estremo, sufficiente a sostenere la vita", si legge ancora nel paper della ricerca. "Ho osservato casi suggestivi di acqua stagnante o piccoli corsi d'acqua. Noto piccole rocce sommerse, rocce più grandi, un'area umida a riva e un'area più asciutta oltre l'area umida. L'acqua su Marte – ha ricordato l’entomologo - è stata segnalata più volte, compresi i rilievi fatti dalle strumentazioni di Viking, Pathfinder, Phoenix e Curiosity. Le prove della vita su Marte presentate qui forniscono una base solida per molte altre importanti questioni biologiche, nonché sociali e politiche. Rappresentano anche una solida giustificazione per ulteriori studi".

Non è la prima volta che, osservando con attenzione le foto raccolte dai rover sul pianeta rosso e poi pubblicate dalla Nasa, qualcuno evidenzia la possibilità che siano state immortalate creature viventi (uccelli o insetti volanti, granchi, ratti, ecc.) o fossili. Non sono mancate neanche le segnalazioni di possibili resti di costruzioni, e altri elementi architettonici artificiali. In tutti questi casi precedenti però, la comunità scientifica non si è neanche degnata di intervenire in prima persona per far sentire, attraverso suoi autorevoli membri, la posizione della “scienza ufficiale” a riguardo.

Tutti i casi precedenti sono stati aprioristicamente declassati a fake news o al fenomeno della pareidolia (fenomeno per cui la mente umana tenderebbe a vedere in rocce o formazioni naturali, volti, oggetti o esseri viventi con cui ha più familiarità). A emettere queste “sentenze” la comunità scientifica ha “mandato” i numerosissimi e “attivissimi” (sul web) portaborse che, sebbene non abbiano alcun titolo accademico per potersi pronunciare su questioni che riguardano praticamente tutto lo scibile umano, hanno, di fatto, ribadito al pubblico che quelle notizie non erano attendibili, soprattutto perché non provenivano da personale qualificato, cioè da persone di scienza.

Per tale motivo si è detto al pubblico che queste tutte le persone che avevano riscontrato anomalie nelle foto marziane, erano state tratte in inganno dal fenomeno della pareidolia, proprio perché non abituate a valutare scientificamente le cose, non avendo familiarità con la geologia, l’entomologia e la biologia in generale. Altro elemento su cui gli irriflessivi ossequiosi della scienza hanno sempre posto l’accento, era la tradizionale (ma ormai anacronistica) immagine di Marte che ancora oggi viene diffusa, quella cioè di pianeta inospitale alla vita, oggi come in passato.

Se tutto ciò è avvenuto in precedenti situazioni simili a quelle di Romoser, allora perché questo caso ha suscitato tanto clamore in ambito scientifico, facendo intervenite a più riprese, numerosi esponenti della comunità scientifica sulla questione?

Per rispondere a questa domanda è necessario valutare diversi aspetti.

La principale differenza con i casi passati sta, innanzitutto, nel fatto che ad avanzare la possibilità che i rover su Marte abbiano realmente immortalato forme di vita, questa volta sia stato uno scienziato accademico che fa parte a tutti gli effetti della comunità scientifica ufficiale, e non un “improvvisato” ricercatore.

Dal mio punto di vista, se un’osservazione è onesta, documentata e coerente con tutte i dati disponibili è degna di nota, indipendentemente dal fatto che ha farla sia un membro o meno della comunità scientifica ufficiale o un cittadino comune (ciò non significa, sia chiaro, che debba essere considerata vera ogni teoria, sovente assurda, che si trova in rete). Ma la comunità scientifica ha dato più volte dimostrazione di non pensarla allo stesso modo.

Ho già avuto modo di far presente, in precedenti articoli su questo blog, come la comunità scientifica non gradisca che qualcuno possa “metter bocca” su materie che ritiene siano ad appannaggio esclusivo degli scienziati accademici, né tantomeno che si vada contro le teorie tradizionali. Secondo l’idea “progressista” di cui gran parte della comunità scientifica è intrisa, solo gli esperti possono pronunciarsi su certe questioni. Secondo questa visione, il cittadino comune non deve pensare, ma solo accettare (o credere), senza se e senza ma, alle affermazioni delle autorità (in questo caso scientifiche).

Ma se esiste forse qualcosa di ancor meno tollerato nella comunità scientifica ufficiale, sono le cosiddette “invasioni di campo”, cioè i casi in cui uno scienziato si pronunci su argomenti di altre materie, diverse da quella in cui opera direttamente o è specializzato.

Le invasioni di campo sono mal digerite perché creano enormi imbarazzi a chi opera quotidianamente nel campo oggetto dell’invasione, perché non si può far finta di nulla o rispondere in modo perentorio dando, senza mezzi termini, dell’incompetente al collega che ha operato l’invasione.

In questo caso ci troviamo proprio di fronte ad un’invasione di campo: un entomologo che si pronuncia in tema di astrobiologia. È stato un membro della comunità scientifica ufficiale a sollevare obiezioni alla tradizionale visione della vita marziana. Non era possibile dunque, sguinzagliare i soliti e irriflessivi e “attivissimi” ossequiosi delle autorità, che non hanno alcun titolo per controbattere a un illustre e stimato scienziato accademico.

Era necessario “scomodarsi” in prima persona, per effettuare un intervento diretto a difesa dell’idea tradizionale (o forse d’interessi personali o nazionali). Sono quindi scesi in campo, anche in Italia molti membri, esponenti o portavoce, della comunità scientifica ufficiale, e l’hanno fatto intervenendo in tutte le principali testate giornalistiche mainstream.

La Repubblica e il Corriere della Sera (tanto per citare quelle più lette e diffuse nel nostro paese) sono solo alcune delle testate che si sono occupate della vicenda in modo a dir poco preconcetto, manifestando palesemente una dipendenza cognitiva di stampo progressista, basata esclusivamente sull’accettazione incondizionata delle affermazioni delle autorità e sulle “verità ufficiali”.

Tanto per fare un esempio, l’articolo (di appena venti righe) che si è occupato dello studio di Romoser (che il redattore dell'articolo storpia in "Rosomer" più volte in tutto l'articolo, evidenziando il suo livello di professionalità nonchè l'attendibilità del gionale su cui scrive),  apparso sul Correre della Sera il 20 novembre 2019, dopo aver illustrato con palese scetticismo le affermazioni dell’entomologo statunitense (probabilmente una delle competenze richieste per diventare giornalista del Corriere è la laurea in entomologia … - ironia), si conclude così: “Il rischio, tuttavia, è che l’illustre entomologo si sia fatto “abbagliare” dalla familiarità delle sagome rocciose, finendo vittima di ripetute pareidolie. Ad oggi - va detto - la Nasa non ha mai annunciato di essersi imbattuta in forme di vita marziane. Tuttavia, è proprio per fare luce sulla questione che tra pochi mesi prenderà il via Mars 2020, missione che prevederà l’invio sul pianeta di un nuovo rover incaricato di rintracciare strutture biologiche fossili quali conchiglie, coralli e stromatoliti”.

Da ciò si evince, secondo il Corriere della Sera, che la realtà è formata esclusivamente su ciò che le autorità (in qual caso la Nasa) affermano. Siccome la Nasa non ha mai affermato di essersi imbattuta in forme di vita marziane, affermazione già di per sé non del tutto corretta (vedi annuncio della Nasa e dell’allora presidente Bill Clinton nel 1996 sul rinvenimento di batteri fossili nel meteorite marziano ALH84001, e quello riguardante la rivalutazione degli esperimenti della missione Viking 2 del 1977, a cui un altro importante quotidiano come La Stampa aveva dedicato un articolo), ciò è sufficiente per declassare a pareidolia le affermazioni di un importante entomologo accademico.

Un'altra affermazione alquanto pittoresca contenuta nell’articolo, e che testimonia l’evidente difficoltà intellettiva dell’estensore nel formulare un pensiero autonomo e coerente, è quella relativa al fatto che la missione Mars2020 in partenza nei prossimi mesi, ha come obiettivo quello di cercare “strutture biologiche fossili quali conchiglie, coralli e stromatoliti”.

Ora, come ho già fatto notare nel mio ultimo libro (il lato oscuro di Marte dal mito alla colonizzazione), le prove sull’esistenza passata di vita su Marte sono già state trovate, come dimostrato dai numerosi studi pubblicati in merito (tutti citati nel mio lavoro editoriale), studi di cui ovviamente l’estensore ignora l’esistenza. È proprio per questo che la Nasa (ma lo farà anche l’ESA – Agenzia Spaziale Europea - con la missione a guida italiana EXOMARS 2020) andrà sul pianeta rosso a caccia non di forme di vita semplici, come batteri o altro (poiché già trovate), ma di forme di vita già più complesse come quelle che generano conchiglie, coralli ecc., o andrà addirittura “a caccia dell’evoluzione”, come affermato da alcuni addetti ai lavori e riportato nella rivista Golbal Science, House Organ dell’ASI (leggi l’articolo su questo blog “Exomars2020: su Marte in cerca dell’evoluzione”). L’estensore dell’articolo del Corriere della Sera avrebbe dovuto ragionevolmente porsi la domanda: com’è possibile cercare i resti di forme di vita complesse se la vita semplice non è stata trovata (almeno per quanto di sua conoscenza)? È come affermare di voler cercare i resti dei dinosauri su sulla Luna, senza che aver evidenze dell’esistenza di altre forme di vita più semplici!

È sorprendente ma altrettanto significativo, trovare una così evidente contraddizione in termini logici, in così poche righe di un articolo di stampa!

Possibile che su testate giornalistiche così importanti lavorino “giornalisti” (le virgolette sono obbligatorie in questi casi) così impreparati su questi argomenti, al contempo così superbi da ergersi a giudici del vero e del falso e con una percezione cognitiva così limitata da non rendersi conto di contraddire se stessi in poche righe? Oppure bisogna pensare che la redazione dell’articolo sia stata compiuta in ossequio ad altre logiche e interessi?

Il richiamo alla prossima missione (Mars 2020) forse non è un caso e, come vedremo tra breve, potremmo trovare una risposta alle domande appena poste, dopo aver valutato le dichiarazioni rilasciate “sull’affaire Romoser” a La Repubblica, dai membri italiani della comunità scientifica ufficiale.

L’articolo apparso su questo quotidiano, sempre in data 20 novembre 2019, è certamente più circostanziato di quello pubblicato dal Corriere della sera. Tuttavia, il tenore dell’articolo è pressoché lo stesso, mirante a sminuire, ma in modo più sottile e raffinato, l’attendibilità dello studio. Sia chiaro, lo studio di Romoser dal mio punto di vista non toglie o aggiunge nulla a quanto sappiamo sulla vita marziana, ma un giornalista vero e serio, ancorché totalmente impreparato per parlare di certi argomenti, si dovrebbe limitare a fare cronaca, riportando i fatti, senza aggiungere alcun commento.

Il titolo (“Insetti su Marte, la strana teoria dell’entomologo USA”), l’onnipresente sottolineatura che le annotazioni di Romoser siano espressione di un suo convincimento personale (come a sottintendere che il professore universitario statunitense sia un folle), combinata con l’uso del condizionale che accompagna i virgolettati dello scienziato statunitense, la sottolineatura che nelle immagini sono stati usati “freccette e cerchietti di colore rosso” quasi a volerne evidenziare la poca professionalità e serietà, testimonia lo scetticismo (o il tentativo di trasferire la stessa sensazione al lettore) presente in chi ha redatto l’articolo (probabilmente anche a La Repubblica assumono soltanto persone altamente specializzate in entomologia e astrobiologia).

Oltre alle opinioni del tutto personali del “giornalista”, l’articolo de La Repubblica è interessante poiché contiene le opinioni di tre membri della comunità scientifica ufficiale. Inutile dire che, anche in questo caso, si tratta di opinioni a senso unico (volendo dare per scontato che siano state riportate correttamente dall’estensore dell’articolo che fatico a definire “cronista”, il cronista riporta e non esprime opinioni proprie), sulla falsa riga del titolo e del tenore dell’intero articolo.

La prima opinione riportata (introdotta dall’esplicativo titolo di “Dai vermi all'uomo nella roccia: i 'fake' su Marte“) è quella di Raffaele Mugnuolo dell'Unità Esplorazione e Osservazione dell'Universo dell' ASI (Agenzia Spaziale Italiana) che ha detto: “Bisogna essere molto cauti nel giungere a conclusioni sulla base di così pochi dati. Già alcuni decenni fa ci fu un’ipotesi simile (i vermi marziani) fatta da scienziati russi che avevano analizzato alcune immagini particolari e identificato alcune strutture simili a microbatteri. Le risposte, si spera le avremo con le prossime missioni ExoMars e mars2020. Certo la presenza di metano rilevata da Curiosity e in passato dal nostro PFS (Planetary Fourier Spectometer) su Mars Express, insieme alla recente rilevazione di ossigeno sempre fanno ben sperare in scoperte clamorose".

Il riferimento di Mugnolo alla vicenda dei “vermi marziani” fatta dai russi decenni fa è da intendersi assolutamente faziosa. Oggi, a differenza di alcuni decenni fa, abbiamo moltissime altre informazioni oggettive sulle condizioni riguardanti il passato e il presente di Marte, informazioni che rendono certamente più plausibili certe ipotesi. Perché citare solo questo caso di probabile errore (?) fatto dai ricercatori russi, e non citare invece altre ricerche ben più valide dal punto di vista scientifico, come quella dei ricercatori del CNR Nicola Cantasano e Vincenzo Rizzo, pubblicata sull’International Journal of Astrobiology nel settembre del 2016 (ne ho parlato sempre nel mio libro e in quest’altro articolo del mio blog), che hanno confrontato, trovando corrispondenza pressoché assoluta, i segni lasciati nelle rocce sulla Terra da batteri terrestri, con quelli presenti nelle rocce marziane, sia a livello microscopico sia macroscopico in quasi tutte le oltre 40.000 foto analizzate?  Questa ricerca conferisce certamente più attendibilità alle possibilità avanzate da Romoser. Possibile che Mugnuolo, che ricopre un ruolo di assoluta importanza in ASI, non conosca questa ricerca così importante? Perché vengono ricordate al pubblico soltanto le ricerche che sono “funzionali” alla propria idea e all’idea tradizionale? Da notare anche in questo caso, il “richiamo” alle prossime missioni ESA e Nasa. Un caso?

Il secondo intervento riportato sulle pagine de La Repubblica, è quello dell’astrobiologa dell’Università di Roma Tor Vergata, Daniela Billi, che spesso collabora con i “vicini di casa” dell’ASI (l’Università di Roma Tor Vergata, dista poche centinaia di metri dalla sede dell’ASI) e con la NASA. Le dichiarazioni dell’astrobiologa italiana sono introdotte da La Repubblica con queste parole: “Le speranze di trovare conferma della tesi di Romoser è assai più remota per Daniela Billi…”, tanto per evitare che le parole di Mugnuolo apparentemente più possibiliste, possano aver distratto il lettore portandolo a considerare, anche solo per un attimo, la possibilità avanzata da Romoser.

"Non possiamo basarci sulla morfologia per affermare l'esistenza di vita, - ha affermato Billi - perché quelle forme che vediamo nelle immagini potrebbero essere il risultato di reazioni chimiche che niente hanno a che fare con la biologia. Parlare di organismi che possono vivere sulla superficie di un pianeta così ostile, così come lo conosciamo, sembra molto difficile. Possiamo immaginare che la vita possa essere esistita un tempo su Marte, ma anche nel caso si trattasse di fossili sarebbe necessario analizzarli prima di arrivare a tali conclusioni. Anche perché ciò presupporrebbe un'evoluzione biologica ben più veloce di quanto accaduto sulla Terra. Basti pensare che gli insetti sulla Terra sono comparsi non prima del Devoniano - e in presenza di un’atmosfera ossigenata, - quindi in un periodo molto successivo a quando Marte presentava condizioni di abitabilità superficiale. Abbiamo avuto solo prove recenti dell'esistenza di composti organici, - conclude Billi - ma che la loro origine sia chimica o biologica è ancora tutta da verificare. Per ammettere dunque l'esistenza di organismi viventi, abbiamo bisogno di prove ben più consistenti".

Anche in questo caso, c’è molto da dire circa l’onesta intellettuale di queste affermazioni.

Cominciamo col dire che non si può che essere d’accordo con Daniela Billi sul fatto che in scienza ci vogliono prove concrete, e che lo studio attento e circostanziato di Romoser, si basa soltanto su poche immagini, che sono state per di più “lavorate” al computer per poter evidenziare gli elementi su cui ha elaborato le sue conclusioni.

Tuttavia Daniela Billi omette di ricordare (o l’estensore dell’articolo non l’ha riportato) alcune cose. Anzitutto che le immagini che la Nasa pubblica sul suo sito, sono spesso rielaborate al PC prima della divulgazione, perché spesso sono raccolte con strumenti che percepiscono lo spettro visivo luminoso in modo molto più ampio dell’occhio umano, poiché mirano a evidenziare la composizione chimica delle rocce marziane, informazione importante per i geologi Nasa. Così, al fine di rendere le immagini più fruibili al pubblico, prima della pubblicazione la Nasa le rielabora, riportandole ai colori che un uomo potrebbe percepire se si trovasse sulla superficie del pianeta rosso, o come dichiarato da alcuni scienziati Nasa, ai colori che il pubblico si aspetta e/o a cui è più abituato quando si tratta del pianeta Marte (tanto per essere chiari, spesso il rosso viene “caricato” come si dice in gergo, in modo da rendere, ad esempio, il terreno o il cielo più rosso di quanto siano realmente). Ciò ovviamente, non avviene sempre, ma in molti più casi di quanto si pensi. Rielaborare le immagini Nasa aumentando e diminuendo contrasti e luminosità, per provare a riportarle allo “stato originario”, non significa necessariamente falsare l’immagine o il contenuto della stessa.

Dobbiamo certamente convenire con Daniela Billi che la valutazione del solo studio di Romoser non è assolutamente sufficiente ad affermare che su Marte ci sia e ci sia stata vita, così come non lo sarebbe anche se volessimo prendere per buone (e certamente non tutte lo sono) tutte le altre analoghe segnalazione di strane forme geologiche marziane fatte negli anni precedenti da ricercatori indipendenti.

Così come avvenuto per le dichiarazioni di Mugnuolo, però, dobbiamo altresì rilevare il fatto che l’astrobiologa italiana, che collabora attivamente con ASI e Nasa, non può non conoscere le decine di studi scientifici, basati sui dati raccolti in situ dai rover e dalle sonde presenti sul pianeta rosso, che hanno provato la presenza di materia organica, di acqua e di altri composti ideali e idonei a sostenere la vita. Non può non conoscere i numerosissimi studi che hanno ridisegnato la nostra conoscenza sul passato caldo e umido di Marte, al punto da rendere plausibile l’ipotesi che sia stato addirittura la  culla della vita nel nostro sistema solare , e dunque che la vita possa aver fatto la sua comparsa prima su Marte e solo dopo sulla Terra.

Si tratta di tutti studi scientifici compiuti dalle maggiori università e istituti di ricerca al mondo, pubblicati sulle principali e più importanti riviste scientifiche al mondo e basati su dati oggettivi e non su ipotesi. Possiamo pensare che un’astrobiologa così importante non conosca i progressi e le scoperte compiute negli ultimi vent’anni nella propria materia di competenza? Senza contare quanto già detto sui ritrovamenti di batteri fossi nei meteoriti (studi Nasa), sulla rivalutazione dei risultati degli esperimenti PR e LR della missione Viking 2 del 1977 e dello studio dei ricercatori italiani del CNR. Queste sono evidenze concrete. Perché non citarli o considerarli nelle sue affermazioni? Perché far finta di nulla, e ricordare all’intervistatore e al pubblico, sempre e solo informazioni obsolete, miranti a preservare l’immagine tradizionale del Marte inospitale?

Mi chiedo ancora perché, durante le sue lezioni di astrobiologia all’Università Roma Tre, insegna e non “rigetta” anche nozioni che fanno parte di teorie scientifiche supportate da scarse prove o ancora del tutto da provare, benché siano ampiamente condivise in ambito scientifico (ma non per questo necessariamente esatte)?

Se, come siamo tutti d’accordo, la scienza dovrebbe basarsi su prove concrete e oggettive in assenza delle quali è opportuno sospendere il giudizio, perché si richiedono prove inconfutabili solo di fronte a teorie che sono contro l’idea tradizionale e prevalente in ambito scientifico, e non si ha la stessa fermezza nel chiedere prove altrettanto incontrovertibili, di fronte alla moltitudine di teorie scientifiche ufficiali, ma pur sempre teorie e non verità oggettive?

Uno dei requisiti fondamentali di un uomo di scienza, dovrebbe essere anzitutto la coerenza! È paradossale vedere che la coerenza non ci sia in chi la scienza la insegna.

Nell’articolo de La Repubblica, il culmine del paradosso si raggiunge forse, nelle dichiarazioni della docente di fisica dell’Università Roma Tre, Elena Pettinelli. La ricercatrice collabora attivamente con l’ASI e l’ESA e, in passato, ha analizzato i dati del radar italiano Marsis, strumento che ha scandagliato il cuore del pianeta rosso alla ricerca di tracce di acqua.

Le sue dichiarazioni hanno dell’inverosimile!

"Non abbiamo prove di esistenza di acqua allo stato liquido e stabile sulla superficie del pianeta – ha dichiarato Elena Pettinelli - e questo, insieme alle intense radiazioni cosmiche, fa escludere la presenza di organismi viventi su tale superficie. E' capitato più di una volta che le immagini arrivate dai rover e dalle sonde in missione intorno a Marte venissero interpretate male, come quando qualcuno pensò di avere avvistato la faccia di un uomo scolpita nella roccia. Non vuol dire che ciò che vediamo sia una prova di esistenza in vita: la biologia su un pianeta è fatta di molecole, non di suggestioni".

Elena Pettinelli, in barba all’annuncio della Nasa del settembre del 2016 che ha comunicato che in certi periodi e in certe circostanze, l’acqua liquida ancora scorre sulla superficie marziana (anche se per brevi periodi, ma comunque in modo stabile e ricorrente), ci dice che su Marte non c’è acqua liquida e stabile in superficie!

Sebbene non siano oggettivamente presenti specchi d’acqua o fiumi in superficie (ma nel sottosuolo c’è un vasto sistema di laghi di acqua salta, rilevato proprio dal radar Marsis, e più in generale depositi d’acqua sono pressoché ovunque), la presenza ricorrente e periodica di rigagnoli d’acqua non consente di affermare che su Marte non ci sia acqua in superficie. Quella di Elena Pettinelli è una forzatura e una semplificazione fuorviante, soprattutto per il grande pubblico che non è informato e/o non segue continuamente l’evolversi dell’esplorazione marziana. Perché fare affermazioni tanto estreme quanto imprecise e fuorvianti? Dobbiamo pensare forse, che anche la docente di fisica dell’Università Roma Tre non sia aggiornata sulle nuove scoperte della materia di cui si occupa?

La sensazione che in queste reazioni, che appaiono un po’ scomposte e bizzarre, sembra esserci qualcosa che non va, sembra poter aver trovato poi conferma qualche giorno dopo.

Cinque giorni dopo la pubblicazione degli articoli che hanno “bollato” come folle lo studio di Romoser su tutti i mass media mainstream, il 25 novembre 2019, il portale della rivista Global Science, l’House Organ dell’ASI, che non aveva dedicato neanche una sillaba allo studio dell’entomologo statunitense, ha pubblicato, a firma del suo direttore Francesco Rea, un video articolo.

Nell’articolo del 25 novembre (2019), Rea prende spunto da uno studio pubblicato su Nature Geoscience da parte di un team di ricercatori europei, che poco o nulla a che fare con Marte, sostenendo che tale studio “concede poche chance all’entomologo statunitense”.  Nello studio pubblicato su Nature Geoscience, i ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su un’area particolare del nostro pianeta, un cratere vulcanico pieno di sale, che emette gas tossici e nel quale l’acqua bolle in un’intensa attività idrotermale. Si tratta delle sorgenti etiopi di Dallol, l’unico luogo della Terra a oggi scoperto, dove non sono state trovate tracce di vita, neanche batterica.

Il luogo in questione, presentato da Rea come “molto simile a quella che dovrebbe essere la realtà ambientale marziana”, presenta sì alcune caratteristiche simili ad alcuni luoghi di Marte, ma anche sostanziali differenze.

Le sorgenti di Dallol sono, infatti, un luogo così torrido che in inverno le temperature superano i 45 gradi e dove abbondano pozze d'acqua saline e ricche di acidità. Composti salini e acidi sono certamente presenti in alcune aree di Marte, sebbene sia difficile poter stabilire se il grado di acidità e salinità sia lo stesso con quello delle sorgenti etiopi, ma di pozze d’acqua sul pianeta rosso, complice il fenomeno della sublimazione, certamente non ce ne sono in superficie o, come paradossalmente e anacronisticamente sostiene Elena Pettinelli, l’acqua liquida non c’è proprio. Inoltre, in Etiopia, le temperature nel luogo in questione sono molto alte e per questo assolutamente diverse, se non addirittura opposte a quelle su Marte. Nel Dallol le temperature variano da un minimo di 45 °C e massimi di 60 °C. Su Marte la temperatura  media di -63 °C, con minimi di -143 °C e massimi anche di 25 °C all'equatore in estate. Sotto questo punto di vista dunque, non potrebbe esserci luogo più diverso da comparare a Marte!

C’è poi da far presente che è un esercizio intellettualmente disonesto prendere un luogo così particolare e unico sulla Terra, che presenta condizioni simili solo in parte a quelle di alcuni specifici luoghi di Marte, e applicare questo “modello” a tutto il pianeta rosso. Se io fossi un alieno e stessi studiando la Terra, potrei prendere le condizioni presenti in un solo luogo specifico, magari proprio quello delle sorgenti del Dallol o quello di un deserto arido e inospitale come quello di Atacama in Cile, per poi applicare quanto osservato in questi singoli luoghi a tutto il nostro pianeta, giungendo alla conclusione che è privo di vita? Certamente potrei farlo, ma altrettanto sicuramente la mia “osservazione scientifica” sarebbe al quanto opinabile se non del tutto errata. Ciò che ha fatto Rea sul portale di Global Science non è poi tanto diverso.

È quindi chiaro il tentativo di Rea di utilizzare strumentalmente uno studio che nega la presenza di vita in certe condizioni, per gettare acqua sul fuoco sulle affermazioni di Romoser (che anche Rea storpia più volte in "Rosomer", probabilmente perchè parla per sentito dire? Oppure non sa neanche di cosa sta parlando?).

Anche in questo caso c’è viene da chiedersi: perché il direttore dell’House Organ dell’Agenzia Spaziale Italiana, si è sentito in dovere di intervenire strumentalmente su una vicenda a cui non era stata data in precedenza la minima importanza? Perché spingersi a fare paragoni tra luoghi terrestri tanto particolari e il pianeta Marte, citando la ricerca di Romoser, per di più riportando anche il nome sbagliato? Un semplice “abbaglio” del direttore di Global Science?

La risposta ai tanti comportamenti anomali fin qui riscontrati, va cercata nel “comun denominatore” che sembrano avere tutti i protagonisti di questa vicenda.

Infatti, tutti lavorano o hanno ruoli di rilevanza nelle prossime missioni Nasa (MARS 2020) ed ESA (EXOMARS 2020). Entrambe le missioni hanno l’obiettivo della ricerca di prove di forme di vita, non solo passata, ma adesso presente su Marte. Non a caso, entrambi i rover delle due missioni hanno strumenti per cercare nel sottosuolo marziano, luogo in cui si ritiene più probabile trovare forme di vita ancora vive. I risultati di queste missioni sono attesi non prima del 2021.

Prendete, se preferite, quanto sto per dire, non come un’indiscrezione o una rivelazione, quanto invece semplicemente per una deduzione.

Ho fatto già presente in molti articoli su questo blog, e ancor prima e più dettagliatamente nel mio libro su Marte (ma anche sommariamente in quest’articolo), che la vita sul pianeta rosso è già stata trovata. Tuttavia nessun annuncio in “pompa magna” come quello dell’annuncio del ritrovamento di acqua liquida su Marte fatto dalla Nasa (che era a conoscenza, in modo inconfutabile, di questa informazione fin dal 2008) è stato fatto. Questo perché le evidenze della presenza di forme di vita su Marte sono venute alla luce in modo differito e frammentato.

La rivalutazione degli esperimenti della missione Viking 2 è stata oggetto di una lunghissima diatriba tra la Nasa e il responsabile dell’esperimento, lo scienziato Gilbert Levin. La Nasa ha fatto parziali, e non ufficiali, ammissioni sull’esito positivo dei risultati degli esperimenti effettuati nel 1977 sul pianeta rosso dalla sonda Viking2, solo negli ultimi anni.

Le evidenze delle similitudini delle impronte fossili presenti nelle rocce marziane con quelle presenti sulle rocce terrestri, evidenziate dallo studio dei ricercatori del CNR, è stata eseguita sulla base dei dati raccolti molti anni prima dalle sonde, dati mai analizzati prima di quel momento. Solo pochi mesi fa si sono definitivamente escluse tutte le possibili ipotesi fino ad allora formulate, circa l’origine abiotica del metano marziano, lasciando sul tavolo come unica ipotesi, l’origine biologica, a ulteriore conferma dei risultati dei test effettuati dalla Viking 2. Nel frattempo abbiamo scoperto che le condizioni presenti su Marte non sono state, e non sono tuttora, così inospitali come si pensava, sebbene certamente estreme.

Tutto ciò considerato, è chiaro che la vita su Marte ci sia stata e ci sia, probabilmente in forme elementari, ancora oggi, sebbene non ci sia ancora un’evidenza inconfutabile ma solo una somma di elementi.

L’arrivo diluito del tempo di tali informazioni, non ha consentito di sfruttare mediaticamente le notizie, e dunque non si è ritenuto opportuno dare alcun annuncio ufficiale in tal senso. Dobbiamo, infatti, considerare che il settore della ricerca scientifica sia mosso prevalentemente in ragione d’interessi economici e politici. La “corsa allo spazio” degli anni ’60 conclusasi con gli allunaggi è avvenuta prevalentemente per motivi propagandistici, così come oggi l’esplorazione di Marte. Il ritorno d’immagine derivante dal successo delle missioni, è un elemento assolutamente importante e non secondario, a cui la comunità scientifica e la politica che la finanzia, tengono molto.

La notizia della scoperta di forme di vita aliene è un qualcosa di epocale, che deve essere sfruttato a pieno dal punto di vista mediatico. L’obiettivo è quello di cogliere il primo risultato positivo che sarà raccolto dalle sonde Nasa ed Esa nell’ambito delle missioni previste con partenza 2020, per dare finalmente l’annuncio ufficiale. Come ho già più volte anticipato infatti, l’annuncio riguardo il ritrovamento della prima forma di vita extraterrestre sarà dato entro e non oltre il 2025.

In attesa di avere quindi lo spunto giusto per fare l’annuncio, la parte della comunità scientifica che gestisce la scienza in ambito di astrofisica, astrobiologia e tutti gli altri settori coinvolti nell’esplorazione spaziale, non consentiranno a nessuno di “bruciare” una notizia così importante, forse la più grande scoperta nella storia dell’umanità. Men che meno a un altro scienziato che opera in un altro settore.

Immaginate l’imbarazzo tra gli astrobiologi e gli altri addetti ai lavori, di fronte a un entomologo, un esperto d’insetti, che fa un annuncio epocale come quello del ritrovamento della vita extraterrestre. Sarebbe uno smacco troppo grande. Che cosa penserebbe l’opinione pubblica di questi astrobiologi, sovente pagati con soldi pubblici, che non riescono a vedere una cosa così importante come una forma di vita aliena, mentre lo fa “l’ultimo arrivato”?

È chiaro che a fare l’annuncio del ritrovamento della vita extraterrestre sarà un astrobiologo e nessun altro. Aggiungo che, con ogni probabilità e per ragioni di opportunità, sarà la missione europea a guida italiana ad avere quest’onore. Dipenderà molto dalla situazione politica del momento. Si ritiene che l’immagine della Nasa sia stata molto compromessa negli ultimi anni. Infatti, la Nasa sembra essere ormai considerata, da una parte dell’opinione pubblica mondiale, il “deus ex machina” di molte teorie della cospirazione, dai falsi allunaggi alla terra piatta, passando per quelle che sostengono che l’ISS non esista e che le sonde su Marte non siano mai arrivate.  Basti pensare che sui social, alla notizia della pubblicazione dello studio di Rosomer riguardo eventuali insetti marziani, sono apparsi commenti di questo tipo: “Perché vi stupite? Certo, in Arizona ci sono gli insetti!” lasciando intendere che non ci sono sonde umane su Marte e che tutte le foto sono false.

Sebbene personalmente consideri poco rilevanti tali teorie, è altresì evidente che  la Nasa, così come quasi tutte le autorità statunitensi, si sono fatte pizzicare con le dita nella marmellata parecchie volte e che le loro affermazioni siano ormai sempre, da prendere con le molle .

C’è dunque chi ritiene che se l’eventuale annuncio del ritrovamento della vita marziana fosse fatto dalla Nasa, susciterebbe scetticismo in parte dell’opinione pubblica, sminuendo i meriti e gli onori della comunità scientifica, anch’essa bisognosa di un rilancio d’immagine dopo i numerosi scandali che la stanno caratterizzando negli ultimi anni (leggi gli articoli su questo blog dedicati all’argomento).

In quest’ottica c’è chi ritiene sia più opportuno lasciare all’ESA l’onore di fare quest’annuncio epocale. Al contrario, c’è anche chi sostiene che quello dell’annuncio del ritrovamento di vita extraterrestre possa essere una buona opportunità per la Nasa per rilanciare la sua immagine.

Concludendo, lo studio di Romoser, sebbene interessante, non costituisce un inedito assoluto ed è da considerarsi solo uno dei possibili tasselli a sostegno della probabilità della presenza di vita sul pianeta rosso, e non certamente una prova. Dal mio punto di vita non aggiunge e non togli nulla a quanto già noto ufficialmente e certamente più interessante. Tuttavia, grazie a questo studio e all’invasione di campo effettuata da Rosomer, abbiamo potuto osservare le razioni scomposte di alcuni esponenti della comunità scientifica ufficiale e dei mass media mainstream, a tutela di posizioni di potere e privilegio, presente passato e futuro, reazioni che ci hanno comunque consentito di evidenziare ancora una volta, come la scienza spesso non sia guidata dalla voglia di conoscenza, ma da interessi personali e di lobby.

 Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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