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Individuata un’antica galassia in grado di far riscrivere gran parte di astronomia, astrofisica e astrobiologia.

Da sempre gli astronomi immaginano l'universo primordiale come un luogo selvaggio e senza legge, con galassie nascenti caotiche piene di gas vorticosi e una frenetica formazione stellare.

Secondo la teoria prevalente in ambito scientifico, circa 13,8 miliardi di anni fa (ma recenti studi hanno ricalcolato la stima precedente sull’età dell’universo in 12,5 miliardi di anni), a seguito del Big Bang, la materia si sarebbe diffusa dando origine all’universo. Da quel momento in poi, secondo la teoria dell’inflazione, l’universo avrebbe cominciato a espandersi e le nubi di gas, le galassie, le stelle, i pianeti e qualunque altro oggetto cosmico avrebbero cominciato a disperdersi in varie direzioni. Il raggruppamento in sistemi stellari e poi in galassie sarebbe dunque avvenuto molto lentamente.

Le prime galassie sarebbero stati luoghi caotici e disordinati, in cui le stelle, ancora troppo vicine tra loro, avrebbero continuamente influenzato le rispettive orbite, distruggendosi a vicenda o “rubandosi” energia o materiale. Questo perché i forti effetti associati alle fusioni di galassie e alle esplosioni di supernova avrebbero fatto sì che la maggior parte delle giovani galassie in formazione stellare sarebbero state ancora dinamicamente troppo calde, caotiche e molto instabili. Gli eventuali pianeti che si sarebbero formati o che erano in via di formazione (per accrescimento, secondo la teoria prevalente) sarebbero stati corpi altamente instabili, preda delle continue perturbazioni orbitali delle varie stelle che se li contendevano o di altri pianeti più grandi.

Questo caos primordiale avrebbe caratterizzato almeno i primi 2/3 miliardi di anni di vita dell’universo. Le probabilità che si fossero originati pianeti abitabili in cui la vita avrebbe potuto fare la sua comparsa, sarebbero state pari a zero. Secondo la teoria scientifica tradizionale, e ancora prevalente, la vita per nascere ed evolversi avrebbe bisogno di condizioni stabili. Pianeti la cui orbita è continuamente variata, per i motivi appena spiegati, non potrebbero mai offrire condizioni stabili, anche se estreme, tali da dar modo alla vita di adattarsi, sopravvivere ed evolversi.

È inutile sottolineare che se ciò fosse vero, anche le possibilità che la vita, anche intelligente, possa aver fatto la sua comparsa in altri luoghi dell’universo, si riducono, dovendo “pagare dazio” a questo iniziale caos cosmico, per la gioia di quelli che continuano ancora oggi, nel 2020, ad affermare che la vita extraterrestre non esiste. Tuttavia, tutto quanto della tradizionale teoria scientifica prevalente, riguardo tempi e modalità dell’origine dell’universo, fino a ora sintetizzato in poche righe, sembra essersi in buona parte dissolto a seguito dell’analisi di una semplice immagine.

Già, perché quanto fino ad ora sopra detto sono soltanto teorie. Non c’è nulla, o quasi, di certo e oggettivo. Molte delle cose che la comunità scientifica diffonde come fossero scienza (intesa come frutto di dati oggettivi) non lo è. Sono soltanto ipotesi, ricostruzioni basate sulle informazioni disponibili fino a quel momento. Le informazioni spesso parziali, sono così utilizzate per formare una teoria che, una volta conquistata la popolarità della comunità scientifica e accademica, assurge spesso a verità dogmatica. È molto difficile, per i motivi che ho già spiegato in post precedenti, che riguardano i problemi del mondo scientifico, (leggi l’articolo “La scienza ha un problema di fake news” o e poi “Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico? La scienza avanza un funerale alla volta?”, o ancora “La scienza è malata, è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo”, e infine “I furbetti della scienza italiana”), che poi, alla luce di nuovi dati, queste teorie siano prontamente riviste, modificate o, addirittura accantonate. Quando ciò accade, avviene spesso solo dopo diversi anni, con distinzioni sostanziali a seconda del campo scientifico in questione.

Questa volta, il cambiamento epocale riguarda ben tre rami (attigui) del campo scientifico: l’astronomia, l’astrofisica e l’astrobiologia. . Pubblicato lo scorso 12 agosto (2020) sulla rivista Nature, lo studio condotto da un team di astronomi ha utilizzato i dati d'archivio raccolti da ALMA nel 2017 per guardare una galassia lontana chiamata SPT–SJ041839–4751.9, o semplicemente SPT0418–47, in giovane età, 1,4 miliardi di anni dopo il big bang.

… “Nella pubblicazione "On the Construction of the Heavens" (1785) riuscì a descrivere la struttura tridimensionale della Via Lattea. Frutto delle sue osservazioni della sfera celeste, questi tre cataloghi contenevano la descrizione di circa 2.500 nebulose, che vennero presentate come i luoghi di nascita delle galassie.Herschel scoprì inoltre l’esistenza dei raggi infrarossi. Fu il primo a dimostrare come il calore poteva trasmettersi grazie a una forma invisibile di energia. Dati i suoi studi e osservazioni, si può dire quindi che fu il primo a gettare l’occhio nell’immensità del cosmo e capire il gioco che la luce fa con il tempo.Nel 1802 William Herschel, camminava su una spiaggia della costa inglese con il figlio (conosciamo quest’aneddoto poiché presente nel diario del figlio, divenuto poi, anch’esso un astronomo), quando quest'ultimo, gli chiese: “Papà tu credi ai fantasmi?” Herschel rispose: “Certo che ci credo ma non ai fantasmi che intendi tu, quelli non esistono, ma guarda in alto figlio mio e vedrai che il cielo ne è pieno. Ogni stella infatti, è come il Sole, grande e splendente come il nostro, ma pensa quanto dovresti spingerlo lontano solo per poterlo vedere piccolo e pallido come le altre stelle. La luce delle stelle viaggia molto veloce, più di qualsiasi altra cosa, ma non infinitamente veloce e ci vuole tempo perché quella luce arrivi a noi. Per le stelle più vicine servono anni, per quelle più lontane addirittura secoli. Alcune stelle sono così lontane che la loro luce impiega un’eternità per raggiungere la Terra. Quando la luce di alcune di queste stelle arriva fino a noi, esse sono già morte da tempo e noi ne vediamo quindi, solo i fantasmi: vediamo la loro luce, ma si sono estinte già da molto, molto tempo”. Possiamo quindi dire che Herschel è il primo a capire che il telescopio è come una macchina del tempo: guardare lontano nello spazio significa viaggiare nel tempo.” … (Brano tratto dal libro del 2015 “Il Lato Oscuro della Luna”)

Non è facile perciò, distinguere le caratteristiche galattiche in 12 miliardi di anni luce di spazio. Ciò è vero, anche se si dispone di strumenti ben più avanzati e potenti rispetto al semplice telescopio a disposizione di Herschel, come il supersensibile Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array (ALMA), costituito da 66 radiotelescopi nelle Ande cilene, che lavorano insieme come un unico strumento.

Nell’articolo pubblicato su Nature, gli astronomi sono riusciti ha rilevare che ha un disco rotante e un rigonfiamento attorno al suo centro proprio come la Via Lattea. Si pensava che tali caratteristiche si formassero molto più tardi nell'evoluzione galattica. L'immagine rilevata dagli astronomi quindi, è una sorpresa: una giovane galassia, spiata quando l'universo aveva solo il 10% della sua età attuale, che assomiglia notevolmente alla nostra Via Lattea, calma e ben ordinata.

Questa e altre scoperte simili stanno spingendo gli astronomi a guardare di nuovo a come le galassie possono essersi evolute fino a raggiungere uno stadio apparentemente maturo in così poco tempo. Quello che potrebbe apparire solo come una curiosità o un’eccezione nel caos dell’universo, rappresenta invece una pietra miliare della conoscenza astronomica, in grado di far riformulare la cronologia degli eventi che hanno portato all’evoluzione dell’universo e della comparsa della vita. Ciò ci porterà a ripensare a buona parte delle cose che pensiamo di sapere sul nostro passato.  

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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La Russia vuole tornare su Venere!

Ormai da oltre due decenni, il pianeta Marte è stato l’obiettivo prevalente, se non addirittura esclusivo, di quasi tutte le missioni di esplorazione degli altri corpi del nostro sistema solare. Stati Uniti, Unione Europea, India, Cina e, recentemente, anche gli Emirati Arabi hanno lanciato missione robotiche verso il pianeta rosso. Sonde orbitali, lander e rover terrestri hanno “invaso” Marte, con cui l’uomo e la Terra sembrano avere da sempre un legame speciale.

Anche la Russia, fin dai tempi in cui faceva parte dell’URSS, ha dedicato molta attenzione al pianeta rosso. Tra i moltissimi primati collezionati durante e dopo la corsa allo spazio, c’è, infatti, quello di essere stato il primo Paese al mondo a far giungere un suo veicolo su Marte, in particolare ci riuscì con una delle tante missioni partite nel 1971.

“… La missione gemella Mars 3 fu invece considerata un successo, anche se non totalmente. Infatti, nonostante una perdita di carburante avvenuta durante il viaggio costrinse i sovietici a porre la sonda su un’orbita più bassa, la sonda riuscì ad inviare sulla Terra una grande quantità di dati. Il lander ebbe meno fortuna ma comunque fu considerato un successo. Il lander infatti, toccò il suolo integro ma, a causa di un guasto al sistema di trasmissione, si persero i contatti  radio dopo circa 15 secondi. Divenne tuttavia il primo veicolo costruito dall'uomo a giungere integro sulla superficie marziana...”. (Brano dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”)

 Se dopo questo successo, l’URSS fu certamente superata dagli Stati Uniti nella corsa all’esplorazione del pianeta rosso, la Russia detiene incontrastato e ineguagliato un primato ancor ben più importante (considerate le condizioni atmosferiche e quindi la difficoltà della missione). Ad oggi, è il solo Paese al mondo che si è dimostrato capace di far giungere intatto, e pienamente funzionante, un veicolo terrestre sul suolo di Venere!

Il 15 settembre del 1970, la sonda sovietica Venera 7 riuscì a trasmettere dati dalla superficie del “pianeta gemello” della Terra, il pianeta più vicino a noi, per 23 minuti prima di soccombere alle terribili condizioni ambientali (pressione tra le 75 e le 100 atmosfere e temperatura che oscilla tra i 450 e i 475 °C). La sonda Venera 7 fu solo il primo di una lunga serie di missioni di successo. Altre 9 volte (per un totale di 10 sonde sovietiche) le sonde dell’ex paese comunista riuscirono ad arrivare sane e salve sul pianeta e a trasmettere importanti dati scientifici. Nessun altro Paese fino ad oggi, è riuscito anche una sola volta a farlo, limitandosi al massimo, a trasmettere dati dall’orbita.

Se nel luglio 2020, abbiamo visto partire ben tre missioni verso il pianeta Marte (dovevano essere quattro, ma la missione ExoMars2020 dell’ESA è stata rinviata al 2022, vittima del lockdown imposto dal Governo italiano che ha impedito all’ASI di completare alcuni lavori necessari al lancio della sonda europea), e mentre la privata Space X, con la sua navetta Crew Dragon, ha portato in orbita, sull’ISS, per la prima volta dal 2011, gli astronauti americani senza la navicella russa Sojuz, Dmitry Rogozin, direttore generale della Roscosmos (l’agenzia spaziale di Mosca), non è rimasto troppo impressionato dall'impresa della Crew Dragon. In occasione del rientro della navetta di Space X, ha dichiarato: "È ammarata come 45 anni fa perché non poteva atterrare. Noi faremo di meglio. Stiamo costruendo un razzo a metano che sostituirà la Soyuz-2", ha spiegato Rogozin, annunciando che il propulsore non solo sarà riutilizzabile come il Falcon Heavy di SpaceX, ma addirittura potrà essere riutilizzato almeno 100 volte. L’obiettivo dichiarato è quello di osservare la tecnologia statunitense non con l’intenzione di eguagliarla, ma di superarla.

Per dimostrarle e riaffermare la supremazia tecnologica russa, ci si è posti un obiettivo ambizioso, quello di tornare su Venere.

Il pianeta a noi più prossimo, infatti, è tornato recentemente alla ribalta, richiamando l’attenzione mediatica e della comunità scientifica internazionale, a seguito della pubblicazione di alcuni studi scientifici.

Nel 2018, uno studio pubblicato su Astrobiology  (nel aprile 2018) aveva, sulla base dei dati della sonda giapponese Akatsuki, ha evidenziato che nelle le nuvole venusiane ci sono regioni con una strana concentrazione di nanoparticelle, che potrebbero essere ricondotte a qualche forma di vita microbica.

Un successivo studio russo, compiuto dagli scienziati dell’Istituto di studi spaziali della RAN e dell’Istituto Boreskov sulla base su immagini panoramiche della superficie di Venere, ottenute grazie alle sonde sovietiche Venera-9, Venera-10, Venera-13 e Venera-14 tra il 1975 e il 1982, ha mostrato la presenza di “entità” in lento movimento dotate di una struttura resistente, interpretate dagli scienziati come forme di vita. Nulla di certo, sia chiaro, ma negli ultimi anni la scienza ha scoperto forme di vita in ambienti estremi anche sulla Terra, là dove nessuno pensava potesse esserci. Al contempo la comunità scientifica ha compreso che la vita extraterrestre potrebbe essere molto diversa da quella a cui siamo abituati. Ciò è ritenuto sufficiente dalla comunità scientifica, per non escludere alcuna ipotesi, in attesa di nuove informazioni raccolte magari, proprio sul campo, così come sta accadendo per Marte.

Uno studio, pubblicato nel settembre 2019 (leggi l’articolo “Nuovo studio: venere abitabile per 3 miliardi di anni”), aveva aumentato la possibilità che il pianeta potesse aver ospitato forme di vita. Successivi studi, come quello pubblicato sulla rivista Nature Geoscience dal gruppo dell’Università americana del Maryland, coordinato da Laurent Montési, insieme ai colleghi del Politecnico Federale di Zurigo, hanno confermato che il pianeta non è geologicamente morto. Un pianeta ancora geologicamente attivo è considerato dagli astrobiologi, certamente più idoneo, rispetto ad uno inattivo, a supportare forme di vita. Gli autori dello studio hanno identificato ben 37 strutture vulcaniche che sono state attive recentemente.

È la prima volta che si è riusciti a individuare strutture specifiche potendo dimostrare la loro attività. Per Montési, “quelli di Venere non sono vulcani antichi ma ancora attivi, forse dormienti ma di sicuro non spenti. Questo studio - ha precisato - cambia la nostra visione di Venere da pianeta inattivo a mondo con un cuore che ancora si agita, alimentando un’attività vulcanica superficiale”.

Tornando all'intenzione della Russia di tornare su Venere, Rogozin ha osservato che “Venere è sempre stato un pianeta russo" poiché l'Urss fu l'unica nazione che riuscì a farvi atterrare sonde. "Credo che Venere sia più interessante di Marte ha dichiarato”. Secondo il presidente della Roscosmos, lo studio del pianeta Venere, la cui atmosfera è composta quasi del tutto di anidride carbonica, aiuterà gli scienziati a capire come fare per evitare che l’atmosfera terrestre si trasformi nella “fornace” che è oggi quella di Venere.

La Roscosmos intende riportare sulla Terra materiale prelevato dalla superficie di Venere, un po’ come sta per fare la Nasa, in collaborazione con l’ESA, su Marte, con la missione in più fasi chiamata Mars Sample Return. Rogozin non esclude una collaborazione con gli americani. "Sarebbe una vera svolta e sappiamo come farlo", ha aggiunto, spiegando che gli scienziati russi sono al lavoro sui documenti d'epoca sovietica.

Unico ostacolo, i continui tagli di bilancio sofferti dall'agenzia spaziale russa, problema comune a molte altre agenzie. Non è un caso infatti, che ha differenza del passato, nella nuova corsa allo spazio, che ha come primari obiettivi Luna e Marte, sempre più spesso capita che le agenzie spaziali che si alleino tra loro e con le aziende private. La finalità è di sviluppare in modo efficace ed efficiente, nuove tecnologie in grado di inviare i primi astronauti sul pianeta rosso entro gli anni ’30 del 2000.

Al fine di ottimizzare i costi e stringere i tempi, si fa sempre più strada tra la comunità scientifica, l’idea di inserire una tappa intermedia nel viaggio tra la Terra e il pianeta rosso. Questa volta però, la Luna non c’entra. Nulla a che vedere, infatti, con il Lunar Space Gateway (avamposto orbitale attorno alla Luna) (leggi l’articolo “USA e Russia insieme per una nuova stazione spaziale in orbita lunare”) o con il Moon Village che Roscosmos ed Esa vorrebbero costruire sulla superficie del nostro satellite. La tappa intermedia che molti scienziati vorrebbero inserire nel viaggio verso Marte è proprio Venere. L’idea si è concretizzata o scorso luglio (2020) con la proposta di un team di scienziati della Johns Hopkins statunitense, secondo cui un flyby su Venere sulla via verso Marte potrebbe addirittura agevolare la missione marziana. Esplorando, anche solo dall’alto, due mondi durante una sola missione, si risparmierebbero tempo e denaro.

Il viaggio diretto dalla Terra a Marte richiede l’allineamento tra i due pianeti. Le “finestre di lancio” avvengono ogni 26 mesi circa. Immaginando di fare tappa su Venere, e quindi considerando in primis l’allineamento Terra-Venere, ci sarebbero finestre di lancio ogni 19 mesi.  Questo sia perché l’orbita di Venere è mediamente più vicina quella Terrestre, sia perché la sua orbita è molto più circolare, a differenza di quella di Marte, più ellittica.

Visitare Venere nel viaggio verso Marte, semplificherebbe poi molte cose. Un veicolo spaziale in rotta verso Marte potrebbe avvicinarsi a Venere sfruttando la gravità del pianeta per aggiustare la rotta, permettendo, oltretutto, di diminuire in modo rilevante la quantità di energia (che significa minor carburante e minor peso) necessaria per il viaggio. Ciò si traduce in un elevato risparmio di denaro, di cui le agenzie spaziali spesso sono a corto. Inoltre, come risultato secondario ma non per questo meno importante, il flyby su Venere permetterebbe di raccogliere dati morfologici e spettroscopici sull’atmosfera del pianeta da una distanza ravvicinata. Insomma un viaggio verso Venere potrebbe rendere più veloce ed economico il viaggio verso il pianeta rosso, esplorando così due mondi al prezzo di uno.

Questa soluzione potrebbe inoltre aiuterà a individuare i luoghi di Venere in cui collocare strumenti geologici previsti con la futura missione, EnVision, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che dovrebbe essere lanciata nel 2032. Riuscirà l’ESA a eguagliare la Russia e a far arrivare il suo veicolo intatto su Venere? Oppure la Roscosmos riuscirà, come annunciato da Rogozin, a finanziare e approntare una nuova missione su Venere prima del 2032? Secondo i programmi dell’agenzia russa, dopo il 2025 (la data rimane ancora non definita, le migliori finestre di lancio sono quelle del 2026 e del 2031) verrà lanciata sul pianeta la stazione interplanetaria Venera-D (il lancio era originariamente previsto già nel 2016) dotata di una sonda mobile. In una recente intervista rilasciata al portale “Sputnik”, la direttrice del progetto Lyudmila Zasova ha osservato che la ricerca di ipotetiche forme di vita su Venere è uno dei principali obiettivi di questa missione. La corsa alla conquista dello spazio è ormai ripresa, ma stavolta i protagonisti non sono più solo due. Più Paesi sembrano avere la tecnologia per ambire a ritagliarsi un pezzetto di universo. I pianeti a noi più vicini come Venere e Marte rimangono i principali obiettivi. Con il passare del tempo però, sembra sempre più chiaro che probabilmente, se si vuole arrivare a successi fruttuosi e duraturi, più che competizione ci dovrà essere collaborazione.

Stefano Nasetti

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Il radiotelescopio di Arecibo si oscura dopo che la misteriosa rottura di un cavo ha distrutto la parabola

Situato circa 15 km a sud-sudovest di Arecibo, nell'isola di Porto Rico, e inaugurato nel 1963, dopo tre anni di costruzione, l'osservatorio di Arecibo, noto anche come il National Astronomy and Ionosphere Center (NAIC, Centro Nazionale per l'Astronomia e la Ionosfera), è stato per quasi cinque decenni il più grande radiotelescopio ad antenna singola esistente. Nel settembre 2016, l’entrata in servizio del radiotelescopio cinese FAST da 500 metri di diametro l’ha, infatti, relegato al secondo posto.

Le sue enormi dimensioni l’hanno reso uno strumento unico per la radioastronomia. Il collettore principale, costruito all'interno di un avvallamento naturale, ha un diametro di poco meno di 305 metri. Ben 38.778 pannelli in alluminio (di grandezze variabili tra 1 e 2 metri) formano l’enorme superficie dell'antenna. Ciascun dei pannelli d’alluminio è sostenuto da cavi di acciaio che assieme formano una rete complessa di sostegno. Sopra il disco semisferico, a un’altezza di 150 metri, si trova sospesa una piattaforma triangolare di quasi 900 tonnellate, sorretta anch’essa da 18 cavi che partono da 3 torri di cemento armato. Il cuore dell’antenna, cioè la ricevente, è situato su questa piattaforma, all'interno di una struttura a forma di semisfera.

Apparentemente l’antenna di Arecibo può solo guardare in alto, tuttavia non è così. È, infatti, proprio la particolare capacità della mezza sfera (chiamata azimut), poiché può ruotare per intercettare segnali riflessi da direzioni differenti della superficie sferica della gigantesca parabola, consentendogli perciò di ricevere segnali provenienti da differenti porzioni di cielo.

La peculiarità della sua ricevente, unita alla sua posizione geografica, consente alla parabola di Arecibo di essere utilizzata anche come radar. Infatti, nel braccio dell'azimut è situata anche la trasmittente del radar planetario da 1 Megawatt, in grado di dirigere le onde radar verso gli oggetti nel nostro sistema solare. Analizzando l'eco ricevuto, è quindi possibile avere informazioni sulle proprietà della superficie e la dinamica degli oggetti. Ciò come detto è però possibile anche e solo grazie al fatto che Arecibo è stato costruito sull’isola di Porto Rico, che è un'isola vicina all'equatore. Questa posizione posta tra l’emisfero australe e quello boreale, permette al telescopio di vedere sempre tutti i pianeti del sistema solare. Ciò nonostante l’antenna non è abbastanza potente da consentire l'osservazione radar oltre Saturno.

Tali caratteristiche hanno consentito all’osservatorio di Arecibo di essere per quasi 60 anni un pilastro della radioastronomia, della ricerca atmosferica e della scienza planetaria, consentendo di giungere a importanti scoperte astronomiche.

Già solo un anno dopo dalla sua entrata in funzione, il radiotelescopio di Arecibo ha consentito di determinare con precisione il periodo di rotazione di Mercurio (53 giorni) smentendo il precedente assunto scientifico che lo aveva calcolato in 88 giorni. Cinque anni dopo, nel 1968, fu utilizzato per la scoperta della nebulosa del Granchio e fornì la prima evidenza oggettiva dell'esistenza delle stelle di neutroni nell'Universo. Pochi anni dopo, nel 1974, fu l’osservatorio di Arecibo fu lo strumento attraverso cui gli astrofisici Hulse e Taylor scoprirono la prima stella pulsar binaria, scoperta che valse loro il Premio Nobel per la fisica.

Fu proprio nel 1974 che il radiotelescopio di Arecibo divenne popolare presso il grande pubblico. Infatti, in quell’anno, con questo strumento fu trasmesso, verso l'ammasso globulare M13 (distante dalla Terra circa 25.000 anni luce), il famoso messaggio di Arecibo, primo tentativo scientifico ufficiale di comunicare con forme di vita extraterrestri. Il messaggio ideato Frank Drake (leggi l’articolo “Progetto OMZA: Compie sessant'anni la ricerca per trovare l'intelligenza aliena, che ha cambiato l'astronomia”) aveva però, solo uno scopo dimostrativo. Infatti, il messaggio impiegherà 25.000 anni per raggiungere la sua destinazione e altrettanti per un’eventuale risposta.

Il messaggio inviato è strutturato in un modello a 1.679 bit di cifre binarie, che definisce un'immagine bitmap di 23x73 pixel.  In questo modo, nella speranza che chiunque lo riceva decida di ordinarlo in un quadrilatero, potrà farlo soltanto ordinandolo in 23 righe e 73 colonne o 73 righe e 23 colonne. Solo nel secondo caso però, così riordinato, il messaggio riproduce un'immagine nella quale si possono riconoscere delle informazioni, quali: i numeri da uno a dieci, i numeri atomici degli elementi alla base della vita terrestre (idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno, e fosforo), la formula degli zuccheri e basi dei nucleotidi del DNA, il numero dei nucleotidi del DNA, una rappresentazione grafica della doppia elica del DNA, una rappresentazione grafica dell’uomo e le dimensioni (altezza fisica) dell’uomo medio, il numero della popolazione umana (nel 1974), una rappresentazione grafica del sistema solare con indicazione dell’origine del segnale, cioè la Terra e, infine, una rappresentazione grafica del radiotelescopio di Arecibo e le dimensioni dell’antenna trasmittente.

A partire da quel momento e per i decenni successivi, il radiotelescopio di Porto Rico è stato il principale strumento utilizzato nella ricerca dell'intelligenza extraterrestre. Grazie al progetto SETI@home è stata scoperta, nel settembre 2004 la Sorgente radio SHGb02+14a, considerata (ma mai accertata) una possibile fonte extraterrestre. Situata in un punto posto tra le costellazioni dei Pesci e dell'Ariete, una direzione in cui non si osserva alcuna stella a distanza inferiore a 1000 anni luce, l’origine del segnale è stata osservata per tre volte, con un segnale estremamente debole. La frequenza del segnale ha una rapida deriva, che corrisponderebbe all'emissione proveniente da un pianeta orbitante a una velocità circa 40 volte superiore a quella della Terra intorno al Sole. Ogni volta che il segnale è stato ricevuto, la frequenza osservata è stata sempre quella di 1420 MHz, ciò ha portato anche a possibile altre spiegazioni “più convenzionali” quali quelle dell’origine naturale.

Attualmente l’osservatorio opera attraverso la Cornell University sotto un accordo cooperativo con la NSF (acronimo di National Science Foundation - un'agenzia governativa USA).

La manutenzione della struttura di Arecibo è divenuta sempre più precaria negli ultimi anni. La sua importanza scientifica è diminuita man mano che nuove strutture sono state costruite e attivate, facendo venir meno i finanziamenti del NSF. Questa situazione nell’ambito della ricerca scientifica tradizionale, si è aggiunta alla precedente interruzione dei finanziamenti governativi a sostegno della ricerca SETI. Già dal 1993, infatti, il Congresso degli Stati Uniti ha vietato alla NASA di finanziare i progetti SETI.

L’ormai precaria struttura aveva poi dovuto affrontare anche eventi naturali estremi, come l’Uragano Irma, che nel 2017 aveva provocato la caduta di un’antenna, poi riparata, causando la temporanea chiusura della struttura per alcuni giorni.

Pochi giorni fa, il 10 agosto del 2020, l'iconico radiotelescopio di Arecibo a Porto Rico è stato seriamente danneggiato quando uno dei cavi di sostegno si è misteriosamente spezzato, schiantandosi contro una delle sue antenne e provocando uno squarcio di 30 metri nella sua parabola larga 305 metri. L'incidente è avvenuto alle 2:45 del mattino e non ha provocato feriti tra il personale. Ramon Lugo, direttore del Florida Space Institute presso l'Università della Florida centrale (UCF), che gestisce l'osservatorio per la National Science Foundation (NSF), afferma che a causa del grave danno, le osservazioni saranno interrotte per almeno 2 settimane, durante le quali sarà innanzitutto prioritario accertare l’origine del cedimento del cavo di acciaio. "Il mio obiettivo principale in questo momento è la sicurezza delle persone e della struttura" ha dichiarato Lugo.

Il cavo che si è rotto lo scorso 10 di agosto, fortunatamente non era uno dei cavi di supporto principali, ma uno dei numerosi cavi ausiliari aggiunti negli anni '90 per stabilizzare la piattaforma quando è stata aggiunta una nuova grande antenna, nota come cupola gregoriana. Il cavo non si è spezzato nel punto in cui era collegato alla piattaforma. Tuttavia, poiché conteneva molta energia immagazzinata dalla tensione, si è mosso in modo incontrollato danneggiando la cupola gregoriana e il riflettore principale della parabola. L’intera a piattaforma sembra essere distorta a seguito dell’incidente. 

In genere, tali cavi non si guastano in quel modo, il che è preoccupante.” ha affermato Lugo. “Non sappiamo perché sia ​​successo. ... È impossibile che i recenti eventi meteorologici e sismici possano aver contribuito... Non abbiamo alcun elemento che possa collegare il cedimento del cavo d’acciaio con l’uragano Irma del 2017. Non sappiamo neanche se possa essere un difetto di fabbricazione, per dirlo dovranno essere esaminati gli altri cavi ausiliari.” Fino a quando le indagini non saranno completate, non potrà essere neanche stimata l’entità economica del danno o quanto tempo sarà necessario per le riparazioni. Potrebbe trattarsi di poche settimane o di mesi. Anche le attività del progetto SETI (che erano comunque proseguite negli anni grazie a fondi privati) svolte con il radiotelescopio di Arecibo subiranno un lungo stop.

La ricerca dell'intelligenza extraterrestre sta vivendo negli ultimi mesi, una nuova rinascita. Nel marzo 2019, la Pennsylvania State University dello State College ha annunciato i primi contributi a favore di una campagna di raccolta fondi per il nuovo Centro di Intelligence Extraterrestre (PSETI) della Penn State, annunciando l’istituzione di cattedre universitarie e uno specifico corso di laurea. La ricerca di forme di vita intelligenti extraterrestri, relegata per anni al rango di pseudoscienza, sta pian piano entrando a far parte della scienza ufficiale. Strutture come quella di Arecibo sono necessarie affinché quest’apertura da parte della comunità scientifica non si blocchi, facendoci fare un balzo indietro di sessant’anni.

Stefano Nasetti

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Ecco chi guadagna se il vaccino di Oxford e AstraZeneca contro il Covid19 funziona

Sono trascorse meno di 48 ore dalla notizia che il Governo, russo guidato dall’inviso (a buona parte dell’occidente filoamericano e dall’OMS) leader Vladimir Putin, ha messo a punto un vaccino contro il virus Sars Cov2 (e dunque contro la malattia che provoca, cioè il Covid 19), battendo sul tempo i maggiori colossi farmaceutici del mondo e molti Governi (tra i quali quello italiano) che hanno investito miliardi, scommettendo a “scatola chiusa” su “vaccini privati”.

Eppure, senza dati clinici da analizzare o altro genere d’informazioni scientifiche accurate (così hanno affermato tutti virologi di governo, chiamati a pronunciarsi sui mass media mainstram a proposito del vaccino di Mosca), queste poche ore sono state sufficienti alla comunità scientifica internazionale (o per meglio dire occidentale) a bocciare il vaccino russo anti Covid-19, chiamato Sputnik V, ritenendolo nel migliore dei casi inefficacie, se non addirittura dannoso.

Mi preme sottolineare, infatti, come a differenza di quanto affermato da molti organi mainstream (prendo l’Agenzia Ansa, poiché è la prima agenzia giornalistica d’Italia e la quinta nel mondo), che hanno titolato testualmente “La scienza mondiale boccia il vaccino russo”, la Scienza (quella vera, quella con la “S” maiuscola) non ha ancora bocciato nulla, proprio perché non sarebbero ancora consultabili (poiché ancora non pubblicati) tutti i dati scientifici riguardo al vaccino Sputnik V. Allo stato attuale quindi, non è certo possibile affermare, dati alla mano, che il vaccino sia inefficace o dannoso. È opportuno precisare che è stata, più correttamente, la comunità scientifica a bocciare il vaccino russo.

Ma sulla base di quali dati hanno fatto queste dichiarazioni? Siamo sicuri che queste opinioni, perché di opinioni, e non di Scienza, si tratta, siano state rese in totale buonafede e in modo disinteressato?

Domande che nella testa di ogni persona che è ancora in grado di formulare un libero pensiero, dovrebbero aver fatto certamente la loro comparsa. A maggior ragione se si ha un’idea di come funzioni il mondo scientifico. Ne ho parlato, ormai diversi anni fa, nel settembre del 2018 nell’articolo “La scienza ha un problema di fake news”, per poi tornare sull’argomento nel gennaio 2019 con l’articolo “La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?”, illustrando ulteriormente alcune dinamiche proprie del mondo della ricerca anche nel successivo articolo del febbraio 2019, dal titolo “La scienza è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo”, e poi ancora nell’articolo dell’ottobre 2019 dal titolo “I Furbetti della scienza italiana” nel quale sottolineavo come, dati alla mano, i problemi esposti in precedenza non riguardavano solo gli altri Paesi ma anche, e forse in modo più eclatante e tangibile, l’Italia. È importante conoscere queste realtà se si vuole avere una visione più reale e corretta del mondo in cui viviamo.

Un altro esempio proprio riguardo al mercato dei vaccini e ciò che gira attorno, lo avevo scritto, sempre nell’ottobre dello stesso anno (2019), nell’articolo dal titolo “Business dei vaccini: il vaccino per la dengue si dimostra più dannoso che utile”, proprio mentre l’allora sconosciuto (all’opinione pubblica) nuovo coronavirus Sars Cov19, faceva la sua comparsa silenziosa anche nel nostro Paese.  (Il riferimento a questa mia ultima affermazione riguarda la notizia data dall’Istituto Superiore di Sanità nel mese di giugno 2020, secondo cui uno studio condotto attraverso l’analisi di acque reflue raccolte di Milano e Torino, in tempi antecedenti al manifestarsi di Covid-19, in Italia aveva dimostrato già tracce di Covid19).

Il pensiero dunque, che le affermazioni forse un po’ troppo frettolose della comunità scientifica possano celare degli interessi personali o di altro genere, appare più che legittimo. Che magari si tratti d’interessi economici?

Le previsioni attuali lasciano immaginare che sia possibile avere un vaccino entro l'autunno 2020", hanno scritto in un documento pubblicato su Internet, gli esperti dell'istituto di riferimento del governo tedesco (dichiarazione ripresa anche da Ansa).

 È legittimo domandarsi chi sarà a vincere quella che sembra una corsa più economica e politica che scientifica? La Russia, con l'annuncio fatto da Vladimir Putin, è stata, di fatto, il primo Paese a registrare il vaccino contro il nuovo coronavirus, saltando però, da quanto riportato dai media mainstram, alcune tappe. Non avrebbe, infatti, ancora completato la fase 3, quella in cui il vaccino viene testato su un vasto numero di persone per verificarne tossicità ed efficacia. Questa fase sarebbe partita solo ieri (il 12 agosto) su 2000 persone tra Russia, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Brasile e Messico, mentre la produzione di massa del vaccino dovrebbe iniziare già a settembre. Finora sarebbe stato provato solo su 76 volontari, ma i risultati di questa sperimentazione non sarebbero stati pubblicati e non dovrebbe perciò essere possibile a nessuno tra gli “scienziati” (le virgolette a questo punto sono d’obbligo) apparsi su tutte le testate mainstream nelle ultime 24/48 ore, potersi pronunciare in modo oggettivo, e quindi veramente scientifico, a favore o contro il vaccino russo.

È certamente possibile avanzare delle perplessità sull’iter russo, come hanno fatto alcuni come ad esempio, Francois Balloux, dell’University College di Londra, secondo cui la decisione di cominciare la somministrazione del vaccino Sputnik V sulla popolazione "è una decisione avventata e incosciente. Fare vaccinazioni di massa con un vaccino non testato adeguatamente non è etico".  Oppure come l'immunologo Danny Altmann, dell'Imperial College di Londra, che teme che il vaccino possa causare una malattia più "grave, cosa che accade quando gli anticorpi generati dal vaccino entrano nelle cellule, dopo l'esposizione al virus". O Ancora come Carlo Federico Perno, virologo e direttore dell'unità di Microbiologia dell'ospedale Bambino Gesù di Roma, che ha riferito ad Ansa "in questo caso non abbiamo niente in mano, nessuna evidenza di efficacia e mancata tossicità". Peccato che non risultino dichiarazioni di questi signori (con la “s” minuscola) in merito a quanto avvenuto e sta avvenendo in Indonesia in relazione al vaccino della Dengue (vedi articolo sopra citato o quanto riportato sullo stesso argomento dalla rivista Science, situazione riguardo la quale la documentazione è copiosa). Mi meraviglierei se questi illustri, professionali e moralmente specchiati uomini di scienza, non fossero informati della situazione.

Per completare le sperimentazioni su un nuovo vaccino "servono in genere 4 o 5 anni. Certo, si possono prendere delle scorciatoie ma per ogni scorciatoia aumentano i rischi che il vaccino non funzioni o abbia degli effetti collaterali", aveva detto ormai 10 giorni fa (il 3 agosto 2020) a "Radio anch'io" il microbiologo dell'Università di Padova, Andrea Crisanti. I suoi colleghi virologi italiani, forse meno cauti e attenti alla salute delle persone, o forse più inclini al denaro, non più tardi di 4 mesi fa, all’inizio della mediatica pandemia in Italia, avevano detto che il tempo minimo per ottenere un vaccino sarebbe stato di 2 anni. Crisanti era stato, infatti, interpellato riguardo alla notizia dell’inizio della sperimentazione sull’uomo di alcuni vaccini che interessano da vicino l’Italia, come quello prodotto dall’Istituto Jenner di Oxford in collaborazione con AstraZeneca, e un altro messo a punto dall’Ospedale Spallanzani di Roma.

Eppure anche i vaccini appoggiati dai Governi occidentali stanno saltando molti passaggi se, come dichiarato più volte dalle autorità, tra meno di un mese saranno comunque pronti per essere somministrati alla popolazione. Su questi non sembra essere arrivata alcuna condanna unanime da parte della comunità scientifica. Perché? Se per ottenere un vaccino sicuro occorrono normalmente 48-60 mesi (come ricordato da Crisanti) anche i vaccini governativi delle multinazionali farmaceutiche finanziate dai governi occidentali saranno insicuri, poiché ottenuti solo dopo 6 mesi (la ricerca è partita ad aprile 2020), contro i 5 del vaccino russo. La differenza con il vaccino russo è minima e l’elevata insicurezza e la potenziale inefficacia o dannosità del vaccino è altrettanto elevata, in entrambi i casi, poiché si sarebbe ottenuto un vaccino in un decimo del tempo solitamente necessario per averlo. Se la collaborazione internazionale e i fiumi di denaro che hanno raccolto le case farmaceutiche per approntare un vaccino anticovid, possono aver favorito alcuni aspetti della ricerca, ricordiamo che la velocità di replicazione del virus, la risposta immunitaria nell’essere umano, così come l’eventuale comparsa di controindicazioni, non sono altrettanto sensibili al denaro, ma si muovono sempre alla medesima velocità. Alcuni tempi della ricerca quindi, quelli legati all'aspetto biologico, non possono certamente essere abbreviati.

Non entro in questa sede sulla svilente discussione se i vaccini siano utili o meno o se facciano male o no. Ritengo che essendo a tutti gli effetti dei medicinali, l’assunzione di un qualunque vaccino debba essere assolutamente a discrezione del singolo individuo, poiché l’inviolabilità del corpo rappresenta uno dei diritti cardine dell’essere umano e dei valori fondamentali della democrazia. Se si è realmente democratici, se si è realmente esseri umani (e non disumani) non dovreste farvi fuorviare da ragionamenti relativisti e ipocriti da film western del tipo “La tua libertà finisce dove inizia la mia!”

In democrazia non è così che funzionano le cose e il fine non giustifica i mezzi! Un diritto fondamentale individuale non può mai essere leso o messo in discussione da un interesse collettivo, poiché significherebbe mettere in discussione l’intero sistema democratico.

La corsa alla realizzazione di un vaccino è dunque un qualcosa di prettamente economico e politico, ancor prima di essere eventualmente una questione sanitaria.

Pochi giorni fa, un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato i complessi intrecci d’interessi finanziari sorti dietro un'istituzione secolare come l'istituto Jenner della prestigiosa università britannica Oxford. Si tratta di quell’organismo che, assieme al colosso farmaceutico AstraZeneca, che si occuperà di produzione e distribuzione, ha ottenuto dal Governo Italiano a metà giugno 2020, ancor prima di avere in mano un vaccino valido, un ordinativo di ben 75.000.000 di dosi (alla modica cifra di 185 milioni di euro) da fornire già a settembre 2020. Ma con quale certezza d’immunizzazione? Con quale grado di sicurezza sotto il profilo della tutela della salute? Aspetti che probabilmente sono parsi secondari per i due contraenti.

Prima di proseguire, è necessario che tutti quelli che stanno leggendo quest’articolo, si pongano una domanda e rispondano sinceramente a se stessi: voi andreste mai a comprare qualcosa o fareste affari con un pluricondannato soggetto criminale, conoscendo la sua storia, il suo comprovato scadente profilo etico - morale e la sua altrettanto discutibile condotta legale?

Se siete persone oneste ed eticamente corrette, la vostra risposta sarà stata certamente un deciso NO.

Se invece avete una condotta altrettanto discutibile dal punto di vista etico e legale, allora è possibile che abbiate risposto Sì. D’altro canto con i criminali fanno affari solo i criminali.

In entrambi i casi è bene che prima di proseguire a raccontare i risultati dell’inchiesta del Wall Street Journal e di vedere chi ci guadagna se il vaccino anticovid dell’AstraZeneca, sponsorizzato dal Governo Italiano, dovesse “vincere la corsa” al vaccino anticovid, prendiate conoscenza e coscienza su chi è il colosso farmaceutico britannico, di cui ho già avuto modo di parlare in un articolo del gennaio 2017 intitolato “Potrebbe presto iniziare la schedatura sistematica del DNA di milioni di persone”.

L'AstraZeneca ha un passato non troppo limpido. È stata più volte condannata a pagare multe in USA per avere commercializzato illegalmente degli psicofarmaci. In Europa è stata condannata per aver utilizzato il sistema dei brevetti e procedure di commercializzazione per bloccare l'ingresso nel mercato di altre case farmaceutiche. È finita sotto inchiesta in Cina per un giro di tangenti. In Svezia per un conflitto d’interessi tra i giurati e i vertici dell'azienda, che ha “influenzato” l'attribuzione di un premio Nobel, assegnato a Harald Zuer Huser per il suo lavoro sul papilloma virus, perché l'AstraZeneca è proprio l'azienda che produce i due lucrosi vaccini contro il virus, vaccini che molti medici raccomandano alle adolescenti che si affacciano alla vita sessuale, e che rientra tra quelli “imposti” in Italia con la legge Lorenzin. Un affare lucrosissimo. In quel frangente era emerso che proprio due figure autorevoli nel processo di selezione di Zuer Huser avessero legami strettissimi con la multinazionale farmaceutica. Infine, nuovamente in Usa, l'AstraZeneca è stata nuovamente condannata per la commercializzazione dell'Iressa, un costoso farmaco rivelatosi poi totalmente inefficace, somministrato ai pazienti con cancro ai polmoni al fine di prolungare la loro sopravvivenza. (l'elenco del resto degli scandali di varia entità e natura è lunghissimo, documentato con tanto di sentenze di condanna a carico di quest’azienda, e lo trovate anche su Wikipedia, meglio se la versione in inglese). Più volte in procinto di essere acquisita dall’altrettanto discutibile colosso farmaceutico Pfizer, la società britannica è una delle maggiori aziende titolari di brevetti sulle sementi OGM, dopo la famigerata Monsanto.

Saputo ciò, avrete finalmente un’idea più precisa sui due contraenti attori dell’accordo sopra citato di meta giugno 2020, e sul perché non hanno dato troppo peso nella stipula del contratto, agli aspetti riguardo efficacia e sicurezza del vaccino.

L’AstraZeneca non è l'unica azienda privata destinata a realizzare lauti profitti se il vaccino contro il coronavirus elaborato dall'Istituto Jenner di Oxford, con il sostegno tecnico dell'italiana Irbm, si rivelerà efficace e lo farà prima della concorrenza. Infatti, anche nella famosa università britannica, si annidano investitori pronti a raccogliere i frutti di un successo, si legge nell’articolo del Wall Street Journal.

La cosa ovviamente non dovrebbe sorprendervi se avete letto gli articoli pubblicati nei mesi precedenti su questo blog (e che ho indicato all’inizio di questo post), ma dovrebbe certamente sconcertarvi e disgustarvi.

Tra loro vi sono due scienziati al centro del programma di ricerca e un misconosciuto fondo, avviato lo scorso anno da un ex trader di Deutsche Bank.

Vaccitech Ltd, la cui tecnologia è centrale per la realizzazione del vaccino, è stata finanziata dal governo britannico con 5 milioni di sterline, svela il Wall Street Journal. Il maggiore azionista di Vaccitech è un fondo di venture capital affiliato all'università, l'Oxford Sciences Innovation (OSI) lanciato nel 2015 per investire in startup in diverse aree, dall'immunologia al quantum computing, e rimettersi sullo stesso terreno di altre prestigiose istituzioni come Il Massachusetts Institute of Technology e l'Università di Stanford, in grado di rendere redditizi i migliori traguardi dei loro ricercatori. Si parla dunque di denaro e non di benefici per l’umanità. Ma chi è questo fondo che controlla Vaccitech? Chi sono i suoi principali azionisti?

OSI, che secondo le fonti sentite dal Wall Street Journal, controlla il 46% di Vaccitech, ha nel suo capitale la stessa università di Oxford, con il 5%, Google-Alphabet con il 3% e, con quote più piccole, diversi azionisti cinesi, tra cui Huawei, allo 0,7%. Il principale azionista, con il 20%, è però Andre Crawford-Brunt, ex trader di Deutsche Bank che ha creato un fondo dal nome ispirato a Game of Thrones, Braavos, allo scopo preciso di entrare OSI. Con l'intenzione di salire ancora nel capitale della holding, che nell'ultimo round di finanziamenti ha raccolto 600 milioni di dollari da diversi hedge fund (un fondo speculativo), Crawford-Brunt controlla circa il 9% di Vaccitech. Infine, a una partecipazione non disprezzabile potrebbe ambire lo stesso governo britannico, che ha facoltà di trasformare il proprio finanziamento a favore di Vaccitech, circa 5,5 milioni di euro, in una quota della società, che ha 38 dipendenti ed è valutata 86 milioni di dollari.

Gli stessi cofondatori di Vaccitech, Adrian Hill e Sarah Gilbert, sono i due scienziati che guidano il programma di ricerca per il vaccino anticovid, essendo allo stesso tempo proprietari di brevetti fondamentali per il suo sviluppo. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, i due controllerebbero una quota intorno al 10% della Vaccitech.

"La complessa rete d’investitori illustra i misconosciuti interessi finanziari spesso in gioco nello sviluppo delle innovazioni scientifiche, anche in istituzioni come Oxford che sembrano sconnesse dai mondi dei grandi investitori e delle grandi aziende", ha concluso il Wall Street Journal. "Ho una visione molto a lungo termine", ha detto Crawford-Brunt, "il Covid ha gettato un'enorme luce su quello che succede davvero a Oxford".

Il Wall Street Journal come tutti i media mainstram, non è certamente un giornale realmente indipendente e, con buona probabilità è possibile che l’inchiesta, per quanto affidabile, sia stata “commissionata” per denigrare il vaccino “europeo” a vantaggio di quello “made in USA”, in via di sperimentazione. Anche in questo caso dunque, la questione continua ad apparire più politico economica piuttosto che scientifica.

Ci sono molti interessi economici in ballo negli stessi stati europei affinché, nella corsa al vaccino anticovid, risulti vincente la cordata britannica. Se, infatti, il vaccino dovesse risultare efficace, gli ordini fioccherebbero da tutto il mondo, per gonfiare le tasche di questi nobili e “disinteressati” soggetti azionisti di Vaccitech e di AstraZeneca, e di tutti quelli che hanno in qualche modo “contribuito” al successo non solo del “prodotto industriale” in questione, ma addirittura del metodo.

Infatti, la forma indebolita del virus, estratta da uno scimpanzé, alla base della tecnica di Vaccitech del vaccino anticovid19, che sarà distribuito da AstraZeneca, se coronata da un successo nella lotta al Covid19, potrebbe ottenere il via libera per altre applicazioni. Queste includono un vaccino per il papilloma virus, l'epatite B (da fornire sempre ai Governi Europei) e il cancro alla prostata, aprendo scenari e canali di vendita molto proficui per Hill, Gilbert, la Vaccitech e i suoi azionisti, l’Università di Oxford, il Governo Britannico e, non certamente ultima l’AstraZeneca. In ballo dunque, c’è molto di più del mercato, già di per sé molto proficuo, del vaccino anticovid19.

Certamente non avrà fatto piacere a molti scienziati e virologi italiani, molto vicini alla casa farmaceutica britannica e non solo, vedere che la Russia ha depositato il proprio vaccino anticovid, bruciando all’ultimo momento molti altri Paesi che apparivano in vantaggio.

Da alcune fonti (non ufficiali), infatti, risulta che, all’indomani della registrazione del proprio vaccino anticovid avvenuta non più di 48 ore fa (l’11 agosto 2020), la Russia avrebbe ricevuto già ordinativi per oltre 1 miliardo di dosi, da oltre 20 Paesi. Se ciò fosse vero, sarebbe un vero dramma economico pari a una potenziale perdita di miliardi di euro per le multinazionali farmaceutiche occidentali. Tutto ciò considerato, si può così spiegare la repentina e mediatica bocciatura senza mezzi termini del vaccino russo Sputnik V?

Pensare che al giorno d’oggi, in un mondo in cui si è perso qualunque valore umano, soffocato dal relativismo di stampo progressista, ci sia una reale e disinteressata corsa mondiale a fare il bene dell’umanità è un pensiero che è bene lasciare a chi crede ancora a Babbo Natale.

Stefano Nasetti

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Pianeti abitabili in aumento

Fin da quando l’uomo, finalmente dotato di strumenti tecnologici adeguati, ha iniziato a scrutare il cielo alla ricerca di possibili altri pianeti, la sua attenzione si è concentrata soprattutto sui pianeti di tipo terrestre, cioè su pianeti rocciosi, con caratteristiche simili al nostro, verso pianeti abitabili. I parametri valutati, come temperatura, pressione atmosferica, dimensioni e distanza dalla loro stella (preferibilmente simile al nostro Sole), avrebbero dovuto essere tali da consentire la presenza di acqua liquida (ancor meglio se salata) affinché l’esopianeta potesse essere considerato adatto alla vita. Solo i pianeti che possiedono queste caratteristiche fanno oggi parte di quelli conteggiati nelle varie equazioni di calcolo (tra cui la famosa equazione di Drake aggiornata, ma esistono anche altri metodi) per stimare un verosimile numero di civiltà aliene.

Come fatto presente in molti post precedenti (Leggi ad esempio l’articolo “Vita Extraterrestre –modelli climatici terrestri e nuovi metodi di ricerca”), nel corso degli ultimi venticinque anni ci siamo resi conto che il nostro concetto “abitabilità” è fuorviante, poiché estremamente restrittivo. Abbiamo, infatti, scoperto già sul nostro pianeta, una moltitudine di forme di vita che prosperano in condizioni ambientali estreme, in cui fino a un minuto prima della loro scoperta, nessuno avrebbe scommesso un euro sulla loro esistenza in quel luogo. Ci siamo poi resi conto che la maggioranza dei pianeti extrasolari scoperti, orbita attorno a stelle diverse dal nostro Sole, stelle più fredde e piccole: le nane rosse. I pianeti che orbitano attorno a questo tipo di stelle non sarebbero dovuti essere considerati idonei a sostenere la vita ma, riconsiderando la distanza orbitale dalla stella di riferimento, distanza molto inferiore a quella dei pianeti intorno al Sole, gli astrofisici e gli astrobiologi si sono resi conto che la tipologia di stella non è un fattore così decisivo come si pensava, ma va valutato nel complesso degli altri aspetti (come ad esempio la distanza orbitale). Ciò ha ampliato il numero dei mondi potenzialmente abitabili già nel nostro sistema (Leggi di più nell’articolo“Anche altri corpi del nostro sistema solare possono ospitare la vita”), ma non finisce qui. Ci si è resi conto poi che, anche se un pianeta è inospitale (come lo sono certamente Giove, Saturno e Nettuno nel nostro sistema solare) poiché pianeti “gassosi” e non rocciosi, potrebbe non essere necessariamente così per le loro lune (leggi l’articolo “Lune aliene: aumentano le possibilità di vita extraterreste”). Quasi mai queste nuove scoperte e consapevolezze scientifiche sono tenute in considerazione quando si eseguono calcoli sull’esistenza di potenziali civiltà aliene nella galassia (Leggi le ultime stime nell’articolo “C’è vita nell’Universo”).

Grazie ad uno studio pubblicato nel mese di giugno 2020 sulla rivista Nature Communication, condotto dall’astrofisico Ian A. Boutle e i suoi collaboratori, oggi sappiamo che nella valutazione circa l’abitabilità di un pianeta, si dovrà tener conto anche di un altro fattore finora mai considerato. Un fattore chiave per determinare se un pianeta extrasolare può ospitare o no la vita, sembra infatti, celarsi nella polvere dispersa in atmosfera.

Secondo il nuovo studio, i pianeti con una notevole quantità di polvere presente nell’atmosfera potrebbero essere abitabili in una gamma di distanza dalla loro stella madre maggiore rispetto a quanto stabilito con i soli paraetri convenzionali, aumentando così l’orizzonte dei pianeti in grado di sostenere la vita. Insomma, la cosiddetta fascia di abitabilità potrebbe essere allargata verso l’esterno.

Gli esomondi in orbita attorno a stelle più piccole e più fredde del Sole (le nane di tipo M) hanno spesso una rotazione sincrona con la stella madre, mostrano cioè sempre una sola faccia alla propria stella, cos’ come la nostra Luna fa con la Terra, il che ha sempre portato la comunità scientifica a credere che molto difficilmente la vita avrebbe potuto svilupparsi sulla loro superficie. L’esposizione sempre della stessa faccia alla propria stella, determina che un lato sia sottoposto incessantemente alla luce e alle radiazioni della stella stessa, con una costante presenza di luce ma anche di calore, mentre l’altro sarebbe perennemente al buio e al freddo.

Attraverso simulazioni condotte su esopianeti di tipo terrestre e di dimensioni simili alla Terra, utilizzando modelli climatici all’avanguardia, la nuova ricerca ha rivelato che la polvere presente su lato esposto alla luce del pianeta raffredderebbe la superficie e, al contrario, quella presente sul lato al buio lo riscalderebbe.

Il raffreddamento dovuto alle polveri nell’aria potrebbe perciò svolgere un ruolo rilevante nell’abitabilità planetaria. I ricercatori hanno, infatti, notato che sulla Terra e su Marte, le tempeste di polvere hanno effetti sia di raffreddamento sia di riscaldamento sulla superficie, anche se prevale il primo caso. Tuttavia gli esopianeti in orbita sincrona sono molto diversi: i lati oscuri di questi mondi sono, come detto, avvolti nella notte perpetua, e qui l’effetto di riscaldamento dovrebbe prevalere. Sul lato esposto alla stella invece, prevarrebbe l’effetto di raffreddamento. La conclusione finale è che le temperature estreme, sia in eccesso sia in difetto, sarebbero così mitigate rendendo il pianeta più abitabile. Se già questo amplia potenzialmente il numero dei pianeti che potrebbero o dovrebbero essere considerati abitabili, la ricerca si spinge addirittura oltre.

La ricerca suggerisce, infatti, che la presenza di polvere potrebbe essere correlata alla presenza di fattori chiave indicativi per la vita, come il metano, come avviene su Marte ad esempio (Scopri di più nell’articolo “Il mistero quasi risolto del metano marziano”). Tuttavia, proprio a causa delle polveri, la “firma” chimica del metano nell’atmosfera potrebbe essere nascosta e non rilevata dai nostri strumenti durante le osservazioni dalla Terra.

La polvere dispersa nell’aria è qualcosa che potrebbe rendere abitabile i pianeti, ma oscura anche la nostra capacità di trovare segni di vita su questi mondi. Questo dato deve essere considerato nella ricerca futura” ha dichiarato Boutle.

Lo studio, spiegano i ricercatori, mostra nuovamente come l’abitabilità degli esopianeti non dipenda solo dall’irraggiamento stellare (o dalla quantità di energia luminosa della stella più vicina) ma anche dalla composizione atmosferica del pianeta.

La prossima volta che qualcuno vi parlerà delle (scarse) probabilità dell’esistenza di vita aliena, presentando calcoli probabilistici, accertatevi del fatto che sia informato di tutte queste scoperte e che i calcoli siano stati fatti tenendo conto di numeri aggiornati e corretti, che contemplino la vita anche diversa da quella terrestre, che abbia tenuto conto anche dei pianeti che orbitano a stelle diverse dal nostro Sole e che abbiano fatto lo stesso anche per le eventuali esolune abitabili. Ogni calcolo che non contempli tutti questi aspetti deve essere considerato strumentale, fuorviante e quindi, inattendibile o, nella migliore delle ipotesi, estremamente conservatore (soprattutto dello status quo).

Stefano Nasetti

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Vita su Marte dagli asteroidi

In articoli precedenti abbiamo visto come recenti scoperte, abbiano dimostrato che gli amminoacidi (i mattoni della vita), che costituiscono gli ingredienti base per le proteine, le molecole organiche più grandi ma semplici, si formino anche nelle nubi interstellari (leggi l’articolo "Hot Corinos, le fabbriche della vita") e siano presenti (e quindi trasportate) nei meteoriti che finiscono, alla fine, per impattare su qualche altro corpo celeste. Abbiamo anche visto nell’articolo cronologicamente precedente a questo (leggi “Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra”) come molte ricerche affermino ormai, che gli elementi base per la vita terrestre, se non addirittura la vita stessa (vedi teoria della panspermia), siano giunti dallo spazio. Tutte queste scoperte, che hanno del rivoluzionario poiché da sempre si riteneva che la comparsa della vita fosse un qualcosa di estremamente raro, e che la Terra fosse un pianeta talmente unico, dal punto di vista delle condizioni ambientali, da aver “vinto” fortunatamente e casualmente questa improbabile lotteria cosmica, sotto un certo punto di vista, potrebbero non comportare uno choc cognitivo alla maggioranza delle persone. D’altro canto che ci sia vita qui sulla Terra, è un qualcosa di ovvio e chiaro, dunque scoprire che l’origine della vita terrestre sia nello spazio e non sulla Terra (abiogenesi), potrebbe non fare molto la differenza per l’uomo comune, soprattutto per quella massa ormai uniformata di persone, ormai disinteressata al sapere e alle domande esistenziali più profonde, poiché concentrata sugli effimeri e superficiali aspetti materiali del quotidiano.

Leggere invece, che una simile situazione possa essersi verificata anche per Marte, il pianeta nostro vicino di casa, che da decenni ci dicono privo di vita e inospitale, dovrebbe far sobbalzare tutti dalla sedia. L’impatto degli asteroidi nel passato di Marte potrebbe aver prodotto ingredienti chiave per lo sviluppo della vita. Questo è quanto emerge da uno studio condotto dell’Istituto di Scienze Nucleari dell’Università Nazionale del Messico, e pubblicato nel mese di gennaio 2020 sulla rivista Journal of Geophysical Research. Sebbene non si tratti di un risultato certo (così come non lo sono i medesimi studi applicati alla Terra), è bene porre in evidenza che non si tratta di una mera ipotesi scientifica, né tantomeno di una speculazione giornalistica. Lo studio si è, infatti, basato sui dati raccolti negli anni scorsi dal rover della Nasa Curiosity, che ormai da oltre 8 anni (è ammartato il 6 agosto del 2012), batte il polveroso suolo marziano. Gli ingredienti individuati sono nitriti (NO2-) e nitrati (NO3-), sostanze composte di azoto e ossigeno, essenziali per la costituzione della vita così come la conosciamo. Sono stati scoperti in campioni roccia raccolti da Curiosity nel suo viaggio all’interno del Cratere di Gale, il sito in cui in passato giaceva un lago d’acqua dolce. Questa informazione è già nota da qualche tempo presso gli astrobiologi e gli astrofisici.

L’aspetto interessante di questo studio dell’università del Messico, è che gli astrobiologi si sono concentrati sulle informazioni in loro possesso, per comprendere come queste sostanze possano essere state depositate nel cratere. I ricercatori hanno quindi ricreato in laboratorio la prima atmosfera marziana passata. Dopo aver simulato le onde d’urto generate dall’entrata in atmosfera degli asteroidi, il team ha provato a determinare la quantità di nitrati prodotti da questo impatto. I risultati evidenziano che la quantità di nitrati è aumentata quando è stato inserito nel test l’idrogeno per simulare l’impatto degli asteroidi. Un risultato inaspettato poiché la formazione di nitrati richiede ossigeno, mentre l’idrogeno, al contrario, porta a un ambiente povero di ossigeno.

Secondo quanto esposto nello studio, la presenza d’idrogeno ha portato a un raffreddamento più rapido del gas surriscaldato dagli urti, intrappolando l’ossido di azoto, il precursore del nitrato, a temperature elevate dove la sua resa era più elevata. Il co-autore dello studio Christopher McKay (astrofisico Nasa) ha spiegato che “A causa dei bassi livelli di azoto gassoso nell’atmosfera, il nitrato è l’unica forma di azoto biologicamente utile su Marte. Pertanto, la sua presenza nel suolo ha un importante significato astrobiologico. Questo documento ci aiuta a capire le possibili fonti di quel nitrato”. Ma perché gli effetti dell’idrogeno nell’atmosfera marziana sono così affascinanti?

Sebbene la superficie di Marte oggi si presenti come fredda e inospitale, è ormai pressoché certo (i dati raccolti sono molteplici e gli innumerevoli studi scientifici convergono tutti, o quasi, su questo punto) in passato un’atmosfera più densa, arricchita da gas serra come l’anidride carbonica e il vapore acqueo, possa aver riscaldato il pianeta. È abbastanza evidente che la superficie di Marte è stata scolpita, in una lunga fase della sua storia, dall’acqua liquida. È altrettanto certo che in un’ancora indeterminato periodo passato (o addirittura in più periodi) Marte è stato ospitale alla vita. Dovremmo chiederci però, queste conoscenze sono sufficienti agli astrobiologi autori dello studio, per ipotizzare un nesso tra la presenza di sostanze organiche inanimate (le proteine non sono esseri viventi) e la presenza di vita sul pianeta rosso? Ufficialmente la vita su Marte non è stata ancora trovata. Se dovessimo attenerci alle informazioni note al grande pubblico, lo studio dei ricercatori potrebbe essere letto come la voglia di cercare indizi che possano dirci, definitivamente, se il pianeta rosso ha ospitato (o ospita) forme di vita.

La visione della cosa però, dovrebbe cambiare, almeno in parte, se aggiungiamo un altro studio dei medesimi autori, pubblicato pochi mesi prima (nel 2018).  Christopher McKay ha pubblicato uno studio dal titolo “La ricerca su Marte di una seconda genesi di vita nel Sistema Solare e la necessità di un'esplorazione biologicamente reversibile”. La domanda che dovremmo porci è la seguente: perché cercare una seconda genesi su Marte se non si ha (almeno ufficialmente) ancora certezza che ci sia stata vita sul pianeta rosso? Che senso ha cercare l’origine di qualcosa che non si sa se sia mai esistita? Sarebbe come cercare di capire, nelle nostre case ad esempio, da dove entrano le formiche senza che ne abbiamo mai vista una all’interno delle nostre abitazioni. E se tutto questo già appare illogico all’uomo comune, lo è ancor di più sotto il profilo dell’applicazione del metodo scientifico. Com’è possibile che scienziati importanti, che lavorano per le agenzie spaziali e pubblicano ricerche scientifiche sulle più importanti riviste del settore, compiano studi per cercare risposta a domande certamente interessanti ma senza avere sufficienti informazioni per dirimere la questione? Hanno forse informazioni maggiori di quelle in possesso dell’opinione pubblica?

Come esposto dettagliatamente nel libro “Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione”, le informazioni che l’opinione pubblica ignora sul nostro legame “ancestrale” con il pianeta rosso sono molte, come ad esempio, che le prove che ci sia stata, e che ancora ci sia, vita su Marte sono già state trovate. Le analisi di vecchi dati o il riesame di meteoriti marziani giunti sulla Terra hanno fornito solide prove a riguardo ma, trattandosi di elementi “poco mediatici” non sono stati utilizzati per informare il grande pubblico della rivoluzionaria scoperta riguardo la vita extraterrestre. Si tratta, infatti, (e mi attengo ai soli studi ufficiali pubblicati) di tracce lasciate nelle rocce da microorganismi, oppure da gas prodotti dall’attività degli stessi, e non di “animaletti marziani” che, anche se minuscoli, avrebbero certamente una risonanza mediatica tale da far avere alla comunità scientifica e alle agenzie spaziali, un ritorno politico, economico e di popolarità che una scoperta come quella del ritrovamento di vita extraterrestre merita.

Come già anticipato in precedenti articoli quindi, l’annuncio è rimandato tra qualche anno, non appena le missioni di esplorazione spaziale partite quest’anno (2020) proprio allo scopo di “trovare forme di vita presente o passata” (obiettivi ufficiali e principali delle missioni) arriveranno su Marte (arrivo previsto gennaio-febbraio 2021). Sono ben tre le missioni già partite verso il pianeta rosso, una sonda orbiter (Hope) degli Emirati Arabi (che analizzerà l’atmosfera marziana), una cinese con un orbiter, un lander e un rover, e una degli stati Uniti, la missione Mars2020 con il rover laboratorio Perseverance e un drone elicottero Ingenuity. Doveva esserci anche la missione europea, a guida italiana, Exomars2020, ma il lockdown imposto dal Governo italiano ha impedito gli ultimi preparativi, costringendo l’ESA ha rinviare la missione alla prossima finestra di lancio (2022), con ammartaggio previsto per il 2023.  

Insomma, in attesa dell’annuncio ufficiale che cambierà per sempre il modo in cui l’umanità guarda l’universo, sapendo di non essere più soli, “accontentiamoci” di sapere che, nell’ambito della comunità scientifica c’è già questa consapevolezza che traspare, poiché come abbiamo visto, è data quasi per scontata, in molti studi scientifici.

Stefano Nasetti

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Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra

La teoria dell’origine della vita sulla Terra per abiogenesi (cioè per nascita spontanea e casuale), che rappresenta da sempre uno dei cardini dell’evoluzione e continua a essere considerata la spiegazione più probabile e corretta secondo la comunità scientifica, negli ultimi anni ha visto cadere molti dei suoi assunti fondamentali.

Secondo la teoria dell’abiogenesi terrestre, una volta raffredatasi, la crosta della Terra presentava già tutti gli elementi necessari alla nascita della vita. La comparsa della vita quindi, era solo una questione di tempo, quello necessario affinché questi elementi andassero prima a costituire gli amminoacidi (i cosiddetti “mattoni fondamentali della vita”), poi molecole organiche più complesse come l’RNA e, infine, forme di vita dotate di DNA. La vita sulla Terra è dunque, secondo questa tradizionale visione, un fatto più unico che raro, una casualità isolata che nulla ha a che fare con il resto dell’universo. Questo sempre in teoria, una teoria formulata in un periodo in cui praticamente nulla si sapeva di ciò che esisteva al di fuori del nostro pianeta e, ancora pochissimo conoscevamo della nostra stessa casa, una teoria che oltretutto risentiva ancora della visione antropocentrica dell’universo, visione dettata dalle principali religioni monoteiste.

Abbiamo visto invece, già in molti articoli precedenti (leggi l’articolo “Siamo figli delle Stelle e no siamo soli”), come recenti scoperte scientifiche che hanno riguardato sia le condizioni passate, sia gli elementi presenti (e assenti) ai primordi della Terra e sia ciò che esiste fuori, oltre l’orbita terrestre, su asteroidi, meteoriti, comete, lune e pianeti del nostro sistema solare, esopianeti e nubi di polvere interstellari abbiano fatto venir meno molti, se non tutti, gli assunti propri della teoria dell’abiogenesi.

Oggi sappiamo non solo che molti degli elementi necessari alla formazione delle molecole organiche o al loro sviluppo, non erano presenti nelle prime fasi in cui si riteneva erroneamente fossero già presenti, ma che, considerato il ritrovamento delle prime forme di vita terrestri quasi un miliardo di anni prima di quanto si sapeva al momento della formulazione della teoria, non c’è stato fisicamente il tempo affinché la vita si formasse spontaneamente (ho trattato dettagliatamente l’argomento nel mio libro del 2018). Insomma è inverosimile, improbabile se non addirittura impossibile, che nel processo che ha portato alla comparsa della vita sulla Terra non sia intervenuto un qualche elemento estero, alieno, extraterrestre.

Una nuova conferma in tal senso, è arrivata nel mese di giugno (2020), da uno studio condotto in Giappone, dal gruppo dell’Università di Tohoku, guidato da Yoshiro Furukawa, e pubblicata sulla rivista Scientific Reports.

L'esperimento ha simulato l'impatto di asteroidi nell'oceano, dimostrando che eventi del genere possono innescare reazioni chimiche tali da portare alla formazione dei mattoni delle proteine. Il risultato è un'ulteriore conferma di quanto gli asteroidi siano stati importanti per la vita sulla Terra, come avevano indicato in passato anche esperimenti italiani, come quelli guidati da Raffaele Saladino ed Ernesto di Mauro, dell'università della Tuscia a Viterbo (in collaborazione con l'Istituto di Scienze dello Spazio di Barcellona), pubblicata sempre su Scientific Reports, ma nel dicembre del 2016.

Già quattro anni fa, infatti, i risultati della ricerca avevano mostrato come la “ricetta della vita” fosse un mix di meteoriti e acqua, all'ombra dei vulcani. Gli ingredienti giusti si trovano nei meteoriti e non spontaneamente sulla Terra, mentre l'acqua terrestre (anch’essa in gran parte di origine extraterrestre, poiché portata da impatti cometari), al contrario di quanto immaginato finora, è “solo” la scintilla che ha attivato la formazione di molecole biologiche. Insomma, secondo la ricerca italo-spagnola del 2016, gli ingredienti della vita sono stati portati dai meteoriti mentre le reazioni chimiche per la formazione di molecole biologiche sono state attivate dall'acqua. Questo aveva già posto in evidenza molti dei limiti riguardo gli assunti alla base della teoria dell’abiogenesi.

Infatti, la ricerca aveva dimostrato come l'acqua sia sì fondamentale per la cellula, e dunque per le forme di vita (almeno per gran parte di quelle terrestri), ma fino ad allora si pensava che non lo fosse per le reazioni che hanno generato i mattoni della vita. La ricerca aveva anche mostrato come tra i vari tipi di acqua studiati, la più attiva fosse stata quella delle sorgenti idrotermali, suggerendo la possibilità che la vita non sia iniziata in ambiente marino, come finora generalmente ritenuto, ma in un ambiente vulcanico e termale.

Nel 2016, gli autori della ricerca avevano fatto reagire un composto chimico molto abbondante nella nostra galassia, chiamato formammide, con alcuni dei meteoriti più antichi (condriti) con l'acqua (nelle stesse percentuali presenti nei meteoriti), a temperature di 140 gradi, che corrispondono sia a quelle delle sorgenti geotermiche della Terra, sia a quelle presenti nei meteoriti. Tra i composti ottenuti vi erano i precursori del materiale genetico (basi nucleiche), i mattoni delle proteine (amminoacidi) e i componenti del metabolismo energetico (acidi carbossilici). Il kit dei mattoni della vita era quindi in pratica completo.

Sono passati quattro anni e oggi, 2020, la ricerca degli scienziati giapponesi è giunta alle medesime conclusioni. Questa volta, per simulare le reazioni che s’innescano quando un meteorite cade nell'oceano, i ricercatori giapponesi hanno riprodotto le condizioni presenti sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa, a partite dalla composizione dell'atmosfera, nella quale prevalevano anidride carbonica e azoto. Nella simulazione dell'impatto sono state quindi riprodotte le reazioni fra i gas atmosferici, l'acqua e il ferro contenuto nel meteorite. Da questo mix è emersa la formazione di amminoacidi come glicina e alanina, che sono componenti diretti delle proteine. La scoperta della formazione di amminoacidi da anidride carbonica e azoto dimostra quanto questi composti onnipresenti siano importanti per la formazione dei mattoni della vita.

Il ruolo cruciale degli amminoacidi emerge anche da uno studio indipendente questa volta pubblicato nel giugno 2020, su Physical Review Letters. La ricerca, coordinata dal Max Planck Institute for Astronomy, ha fatto luce su come queste importanti molecole si formano nel mezzo interstellare. Secondo gli scienziati, le reazioni chimiche che danno vita agli amminoacidi avvengono su minuscoli granelli di polvere cosmica ricoperti di ghiaccio. Questi granelli di polvere, pur essendo molto piccoli, hanno una superficie più estesa di quanto si pensasse in precedenza. Sarebbe questo lo scenario nel quale si formano le molecole prebiotiche, le stesse che, trasportate dai meteoriti, avrebbero un ruolo essenziale per lo sviluppo della vita sulla Terra come dimostrato in ultimo dalle ricerche sopra citate, pubblicate nel 2016 e nel 2020 su Scientific Reports.

Per arrivare a questi risultati il team di ricerca ha realizzato una serie di esperimenti nei laboratori di astrofisica del Max Planck, ricostruendo i sottili strati di ghiaccio che ricoprono le particelle di polvere cosmica.

La nuova consapevolezza scientifica acquisita anche attraverso questi tre studi, dimostra che la comparsa della vita non possa essere considerata un evento avulso dagli altri fenomeni cosmici, e la migliorata conoscenza dei processi alla base della sua comparsa, apre, di fatto, scenari molto interessanti anche per quanto riguarda la ricerca astrobiologica. Oggi possiamo ragionevolmente ipotizzare, ancora con maggior forza e maggior sicurezza, che la vita possa aver fatto la sua comparsa anche in molti altri luoghi dell’universo e, probabilmente già nel nostro sistema solare (leggi l’articolo “La vita si è formata prima su Marte poi sulla Terra?").

L’ormai certezza che in passato esistesse un vasto oceano su Marte (leggi larticolo dedicato) e che ancora oggi esisterebbe un intero sistema di laghi (salati) interconnessi (leggi l’articolo dedicato all’argomento) solleva anche altre implicazioni interessanti. Secondo i ricercatori anidride carbonica e azoto sono stati probabilmente i principali gas anche dell’antica atmosfera marziana. Pertanto, la formazione di aminoacidi indotta dall'impatto dei meteoriti potrebbe essere stata anche una possibile fonte d’ingredienti della vita sull'antico Marte, ma di questo parlerò diffusamente in un prossimo articolo. (per chi ha fretta di saperne di più, consiglio la lettura del libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”).

Stefano Nasetti

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Progetto OZMA. Compie sessant’anni la ricerca per trovare l'intelligenza aliena che ha cambiato l'astronomia.

Sessant’anni fa, nel 1960, in una fredda mattina di primavera nel West Virginia, un astronomo di 29 anni del National Radio Astronomy Observatory, iniziò a scansionare il cielo alla ricerca di segnali radio provenienti da civiltà aliene. Era Frank Drake, che divenne poi noto per aver inventato la famosa equazione per calcolare il numero di possibili civiltà intelligenti presenti nella nostra galassia. Quella ricerca cambiò completamente, nel corso dei decenni successivi, il modo di fare astronomia e guardare le stelle.

Con un budget di duemila dollari (una cifra elevata ma non troppo, per l’epoca) e l’accesso a un radiotelescopio (Foto in copertina) ritenuto abbastanza sensibile da rilevare eventuali trasmissioni di civiltà extraterrestri, Drake aveva, infatti, deciso di affrontare una delle domande esistenziali più presenti nella storia dell’umanità: siamo soli nell'universo?

Intervistato poco dopo il compimento del suo novantesimo compleanno dalla figlia Nadia, oggi giornalista del National Geographic, ripercorrendo l’inizio della sua ricerca, Drake ha affermato: "La ricerca della vita intelligente era considerata una cattiva scienza a quei tempi". Come più volte ricordato in precedenti articoli di questo blog, infatti, a quel tempo, la ricerca di prove di tecnologie aliene era ancora considerata una perdita di tempo, poiché anche solo la possibile esistenza di civiltà aliene era considerata pura fantascienza.

Ciò nonostante, per Frank Drake, valeva la pena correre il rischio di incorrere nella derisione dei colleghi per scoprire davvero se il cosmo fosse popolato di vita tanto quanto gli oceani brulicanti della Terra, o se l'umanità fosse alla deriva in una distesa interstellare apparentemente tranquilla. D’altro canto i veri scienziati sono coloro che non hanno pregiudizi, hanno curiosità e sufficiente umiltà per prediligere la ricerca del sapere alla comodità dei dogmi della scienza (con la “S” minuscola). Non hanno paura di mettersi in gioco e di rischiare la propria reputazione e la propria carriera pur di trovare risposte reali e veritiere, basate sui fatti, sui dati oggettivi e non sulle teorie, sui compromessi e gli interessi personali. Solo oggi forse, in molti si rendono conto di quanto i primi lavori di Drake fossero rischiosi e rivoluzionari.

Solo dal 1995, con la scoperta del primo esopianeta, la comunità scientifica si è aperta definitivamente alla possibilità dell’esistenza di altre forme di vita nell’universo. Fino a quel momento gli astronomi non conoscevano mondi fuori dal nostro sistema solare. Tuttavia Drake al pari di alcuni altri veri scienziati del periodo, non aveva timore di utilizzare il proprio cervello per formulare ipotesi apparentemente “eretiche”, e pensava che se pianeti come la Terra avessero orbitato attorno a stelle come il Sole (oggi sappiamo addirittura che questo tipo di stelle sono molte poche rispetto a stelle di altro tipo, come le nane rosse attorno a cui orbita la maggioranza dei pianeti extrasolari finora scoperti), allora quei mondi avrebbero potuto essere popolati da civiltà abbastanza avanzate da trasmettere, in qualche modo, la loro presenza al cosmo. Il suo ragionamento era, ed è ancora oggi, sensato. Nell’ultimo secolo infatti, l’umanità ha inconsapevolmente mandato nell’universo proprio questo tipo di segnali, sotto forma di trasmissioni televisive e radiofoniche, radar militari e altre comunicazioni che escono dall’atmosfera e si diffondono nello spazio. Perché dunque non ipotizzare che anche altre civiltà possano aver fatto, o possano fare lo stesso?

Drake progettò quindi, un sistema per cercare segnali provenienti da altri mondi. Decise di concentrarsi innanzitutto verso ipotetici pianeti che avrebbero potuto trovarsi in orbita attorno alle stelle a noi vicine, come Epsilon Eridani e Tau Ceti (distanti rispettivamente 10,5 e 11,9 anni luce da noi). Oggi sappiamo che effettivamente esistono pianeti attorno a queste stelle. Drake chiamò questo progetto di ricerca Progetto Ozma, in omaggio al personaggio della principessa nella serie “Il meraviglioso mago di OZ” di L. Frank Baum, racconto d’avventura che descrive un mondo popolato da esseri “esotici” extraterrestri (inteso come on originari del pianeta Terra).

Con l’utilizzo del radiotelescopio di Green Bank, quell’8 aprile del 1960, Drake diede, di fatto, il via alla prima ricerca scientifica umana d’intelligenza extraterrestre, oggi nota come SETI (acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence - Ricerca di Intelligenza Extraterrestre). Per quasi tre mesi il telescopio di Drake si mise in ascolto dei segnali provenienti da quelle stelle, ma non trovò nulla che potesse essere ricondotto a segnali artificiali frutto di possibili civiltà intelligenti. Drake non nascose che fu molto deluso dal risultato. "Speravamo che, in effetti, ci fossero civiltà che trasmettevano radio intorno a quasi tutte le stelle" disse. I deludenti risultati non scoraggiarono Drake. Il progetto Ozma rappresentò invece il primo passo verso la ricerca al mistero della vita nell’universo che portò, alcuni anni dopo, nel 1974, alla creazione del progetto Seti e poi a quello ben più organizzato e finanziato, chiamato Breakthrough Listen.

Mentre il progetto Ozma, e gli altri successivi (SETI compreso, progetto ancora attivo) aveva grandi limiti, sia dal punto di vista concettuale che tecnologico (ne ho parlato in altri articoli di questo blog e nel libro “Il lato oscuro della Luna”) poiché, tra le altre cose, tali progetti si sono concentrati sempre e solo su una manciata di stelle, le attuali ricerche come il progetto Breakthrough Listen, hanno un approccio diverso, più esteso e completo, avvicinandosi quasi alla possibilità di monitorare l’intero cielo osservabile, utilizzando diversi sistemi e diversi tipi di segnali, in modo costante.

Sebbene oggi esistano diversi altri progetti, come ad esempio il sondaggio sulle microonde ad alta risoluzione della NASA (mai finanziato), la maggioranza dei membri della comunità scientifica (ancorati, per convinzione o convenienza, ai dogmi delle teorie tradizionali che vogliono la vita come un processo più unico che raro nell’universo) continua a vedere e a trattare la ricerca della vita extraterrestre, e i colleghi che se ne occupano, con ilarità (leggi quanto detto nell’articolo “La scienza anvanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?"). Ciò rende difficile il finanziamento e ha annullato il sostegno governativo di vari Paesi a progetti più ambiziosi come quello della Nasa appena citato. I soldi disponibili per i progetti SETI sono pochi se non scarsi. Il campo ha relativamente pochi professionisti che si dedicano a questa ricerca. In Italia c’è l’astronomo Claudio Maccone dell'INAF e pochissimi altri. Tuttavia, grazie alle nuove scoperte nel campo astronomico, astrobiologico e astrofisico, l’attenzione, la credibilità del mondo accademico verso questo tipo di ricerche è in netta crescita. In attesa che finalmente sia riservato a questo ramo scientifico il giusto spazio che merita (il cambio di paradigma avverrà entro e non oltre i prossimi 4-5 anni -salvo situazioni a oggi imprevedibili- con l’annuncio ufficiale del ritrovamento di forme di vita elementare su Marte), torniamo al racconto delle conseguenze che, già negli anni sessanta, ebbe il progetto Ozma.

Il progetto Ozma aveva, infatti, attratto l’attenzione dei media. Nel 1961, l'Accademia Nazionale delle Scienze chiese a Drake di organizzare un incontro a Green Bank per discutere la ricerca della vita intelligente. Fu proprio mentre organizzava quell'incontro, che Drake inventò casualmente l'ormai famosa Equazione di Drake, una formula matematica per stimare quante civiltà potrebbero essere rilevabili nella galassia della Via Lattea. In quel momento parve che la ricerca di forme di vita extraterrestri potesse diventare rapidamente uno dei campi di ricerca più importanti delle scienze astronomiche e non solo.

"C'erano radioastronomi dappertutto che volevano fare ricerche SETI, ma quei progetti non sono stati mai finanziati", ha raccontato oggi Drake, fornendo un elenco di località in tutta Europa e in Australia dove progetti di ricerca di segnali di vita extraterrestre, non sono riusciti ad ottenere finanziamenti adeguati e sono stati chiusi o, nella maggioranza dei casi, sono rimasti addirittura su carta. Questo accadde proprio a causa dell’atteggiamento d’ilarità presente soprattutto nei membri più importanti, a livello politico, della comunità scientifica (leggi l’articolo “La scienza avanza un funerale alla volta?”). Se questo accadeva nel mondo occidentale, in piena guerra fredda e nel pieno della corsa allo spazio, in Unione Sovietica le cose andarono diversamente. Dall'altra parte della cortina di ferro, gli astronomi avevano saputo del progetto Ozma e iniziarono con entusiasmo a scansionare le stelle in cerca di segni di vita.

In Unione Sovietica c'erano molte meno restrizioni su ciò che gli scienziati potevano fare. Avevano budget stabili grazie al modo in cui funzionava il governo comunista centralizzato. “Potevano fare quello che volevano", ha dichiarato la storica della scienza Rebecca Charbonneau dell'Università di Cambridge, specializzata nella ricerca SETI durante l'era della Guerra Fredda . "Frank Drake era molto geloso degli scienziati sovietici che potevano fare tutte queste ricerche”.

Non fu un caso infatti, che inizialmente i progetti di ricerca di segnali di vita intelligente extraterrestre decollarono rapidamente in URSS già dai primi anni ’60 guidati dall’astronomo Iosif Šklovskij. Fu così che da allora, e fino alla caduta dell’URSS, sovietici e americani s’incontrarono più volte per scambiarsi idee sulla ricerca della vita intelligente extraterrestre. “In un certo senso - ha affermato Charbonneau - non sorprende che le due superpotenze dell’epoca, sebbene apparentemente in competizione, abbiano finito per condurre le ricerche SETI durante la Guerra Fredda. La corsa allo spazio in corso in quel periodo aveva costretto entrambe le nazioni a pensare a cosa potrebbe esistere nei cieli e le scorte nucleari hanno costretto l'umanità a considerare il suo futuro sulla Terra e tra le stelle”. C’è poi probabilmente qualcosa che forse noi non sappiamo, qualcosa che ha spinto questa insolita collaborazione tra nazioni nemiche, collaborazione testimoniata anche da concreti eventi noti in ambito della storia dell’esplorazione spaziale.

“Il 17 luglio 1975, infatti, una navicella del programma spaziale americano Apollo ed una capsula sovietica Sojuz si agganciarono nell'orbita intorno alla Terra, consentendo ai due equipaggi di potersi spostare da una navicella spaziale verso l'altra.

In un’epoca in cui lo spionaggio riguardante lo sviluppo della tecnologia, era una delle principali attività dei rispettivi apparati dei servizi segreti, perché consentire al “nemico” di poter accedere in “casa propria”, permettendo di spiare la propria tecnologia?

Sebbene tale collaborazione fu interpretata da molti come segno di reciproca volontà di pace, le tensioni tra i due Paesi continuarono per altri 15 anni e soltanto dopo vent'anni, dopo la fine della guerra fredda, venne iniziata una nuova collaborazione con l'avvio del programma Shuttle-Mir.

Quali erano dunque, i reali motivi di questa inaspettata ed imprevedibile collaborazione? Tutto ciò aveva a che fare con gli avvistamenti che gli astronauti dei due schieramenti, avevano avuto nei decenni precedenti?” (brano tratto dal libro “Il lato oscuro della Luna”.)

Oltre a queste domande esistenziali legate alla ricerca di forme di vita extraterrestre intelligente, entrambe le nazioni avevano una ricca storia editoriale e cinematografica di fantascienza piena d’idee sul primo contatto. La collaborazione tra la comunità scientifica statunitense e la controparte sovietica per la ricerca della vita extraterrestre è documentata anche da altri fatti concreti.

“L’astronomo statunitense Bevan P. Sharpless nel 1945, aveva notato un’accelerazione di Phobos che non poteva essere spiegata come effetto delle perturbazioni della sottile atmosfera marziana.

La rilevazione di Sharpless non ricevette particolare attenzione fino al 1959, quando l’astronomo sovietico Iosif Samuilovič Šklovskij avanzò l’ipotesi che Phobos potesse essere un oggetto artificiale cavo.

Šklovskij ipotizzò inoltre, che potesse trattarsi dei resti di un satellite artificiale lanciato da un’antica civiltà che abitava Marte.

Quest’affascinante ipotesi ebbe una certa notorietà, e fu in seguito riproposta nel 1966, dallo stesso Šklovskij nel libro Intelligent Life in the Universe, scritto con l’autorevole astronomo statunitense Carl Sagan, che collaborò a numerosi progetti della Nasa, e fu autore del messaggio inciso sul Voyager Golden Record, presente sulle sonde Voyager.

Anche Šklovskij godeva di un certo prestigio internazionale. Fu infatti ispiratore del progetto SETI, suggerendo che la prima prova evidente dell'esistenza di una civiltà aliena, sarebbe stata la dispersione di onde elettromagnetiche di comunicazioni locali.

L’autorevolezza dei due astronomi, spinse le agenzie spaziali di Stati Uniti e Unione Sovietica, a inviare sonde per lo studio approfondito delle lune di Marte, al fine di risolvere il mistero.

Nel 1988, la sonda sovietica Phobos 2, giunta in prossimità della luna marziana, rilevò una debole ma costante emissione di gas provenire dalla superficie di Phobos.

Misteriosamente o sfortunatamente, la sonda smise di funzionare prima di poter identificare con certezza la natura del materiale emesso, e prima di terminare la propria missione che prevedeva l’atterraggio di due lander sulla superficie.” (brano tratto dal libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”.)

Nel corso degli anni, e nonostante almeno ufficialmente le due nazioni fossero in totale contrapposizione, le relazioni tra le due comunità scientifiche sono divenute sempre più fitte e cordiali fino a trasformarsi chiaramente in amichevole collaborazione che produsse, a sua volta, una spinta per la comunità scientifica globale.

 "Shklovskii finì per pubblicare quello che è generalmente considerato uno dei primi libri popolari sul SETI, scritto in collaborazione con Carl Sagan", ha affermato Charbonneau (Si tratta del citato libro Intelligent Life in the Universe .) "Il libro tratta il tema di come gli scienziati cercano di capire come possa essere la vita aliena, di come potremmo comunicare con essa, e allo stesso tempo, se e come stanno cercando di comunicare gli alieni sulla Terra (L’umanità – ndr)."

Mentre le ricerche SETI prosperavano in Unione Sovietica, e mentre le comunità scientifiche delle due superpotenze stringevano rapporti sempre più buoni, negli Stati Uniti, il progetto SETI continuava ad avere vita dura. Se nelle prime fasi, a metà degli anni ’70 il progetto fu finanziato dalla NASA, nel corso dei decenni successivi il Congresso americano tagliò più volte i fondi federali per i progetti SETI, deridendo la ricerca, appellandola in modo denigratorio come "caccia marziana" e definendola un vero spreco di dollari dei contribuenti.  Oggi sappiamo come invece la ricerca di forme di vita su Marte sia considerata una priorità dalla Nasa e di come questa abbia ottenuto negli ultimi vent’anni cospicui finanziamenti per giungere al risultato.

Ciò nonostante, dalla metà degli anni '90 il SETI Institute senza scopo di lucro, fondato nel 1984 e che vive fondamentalmente di donazioni private, e l’Università della California, Berkeley sono stati tra i centri di ricerca SETI più attivi. Nel mondo accademico, il reclutamento di astronomi sul campo è ancora molto scarso. Pochi studenti s’iscrivono a corsi di laurea con l'intento di cercare la vita tra le stelle, tranne che all'Università di Harvard, dove l'astronomo Paul Horowitz ha mantenuto diversi progetti volti a rilevare sia i segnali radio sia i lampi laser dalle civiltà in comunicazione (leggi l’articolo “Un faro terrestre per gli alieni”). Nel corso dei decenni, Horowitz ha formato quattro dottorati di ricerca. studenti in SETI, più di chiunque altro.

Dal 1995 in poi (anno della scoperta del primo esopianeta), gli astronomi hanno scoperto migliaia di esopianeti (a oggi 10 agosto 2020 sono ufficialmente 4302) - o pianeti in orbita attorno ad altre stelle - e molti hanno condizioni che potrebbero essere favorevoli alla vita.

Sei decenni dopo il progetto Ozma dunque, sappiamo che i pianeti superano di gran lunga le stelle nella Via Lattea, fornendo miliardi di luoghi per l'emergere del metabolismo alieno. Ciò sta facendo (o dovrebbe fare) rivedere la posizione di molti scienziati negazionisti della vita extraterrestre (ne abbiamo avuti d’importanti anche nel nostro Paese, che hanno denigrato per gran parte delle loro vite, progetti come il SETI, salvo poi, dopo il 1995, cambiare totalmente opinione per essere poi ricordati oggi, dalla distratta e senza memoria popolazione italiana, come “Amici delle stelle”).

Inoltre, e nel frattempo, sulla Terra gli scienziati stanno trovando la vita in ogni luogo, anche in quelli più improbabili: dalle sorgenti calde bollenti e acide alle parti più profonde, oscure e pressurizzate del fondo marino (leggi l’articolo “Forme di vita nel deserto più inospitale della Terra”). A ogni nuova scoperta di forme di vita in ambienti estremi corrisponde ormai uno sguardo verso le stelle. Quello che abbiamo imparato e stiamo imparando sul nostro ambiente, quello terrestre, si ripercuote in senso astronomico. Ciò sta rendendo la ricerca di una risposta alla domanda alla base del progetto SETI (Siamo soli nell’universo?) una qualcosa d’inevitabile. Sono proprio le scoperte scientifiche arrivate negli ultimi decenni a costringere, anche i più scettici, a fare il passo successivo e aprirsi a questa possibilità.

Nel 2015 è stato avviato un nuovo enorme progetto chiamato Breakthrough Listen. Finanziato dall'investitore tecnologico della Silicon Valley, Yuri Milner (che prende il suo nome di battesimo da Yuri Gagarin, la prima persona a volare nello spazio), il progetto, di durata decennale da 100 milioni di dollari, sfrutta la potenza dei radiotelescopi più potenti del mondo per cercare i segni di vita tra i milioni di stelle più vicine. Breakthrough Listen è oggi 2020, già a metà della durata inizialmente prevista e, al pari del progetto Ozma non ha ancora registrato alcun un segnale alieno di chiara origine intelligente. "Credo davvero che questo sia qualcosa che dovremmo continuare a fare", ha affermato più volte Milner. "Se continuiamo a farlo per dozzine di anni, forse cento anni, penso che avremo una risposta in un modo o nell'altro."

Finalmente gli astronomi non cercano più solo segnali radio interstellari, vero limite dei precedenti progetti SETI, ma impulsi ottici, calore di scarto generato da potenti civiltà e qualsiasi altro segno di civiltà extraterrestri. Insomma, invece di cercare solamente segni di "intelligenza extraterrestre" sotto forma di messaggi, il campo si sta spostando, per usare il termine tecnico, nella ricerca di "tecnosignature", cioè firme ambientali della presenza di forme di vita intelligenti.

Uno di questi progetti, chiamato PANOSETI (Pulsed All-sky Near-infrared Optical SETI), è progettato per rilevare primi fra tutti i cosiddetti lampi radio veloci generati non solo da corpi celesti, ma anche da fonti artificiali e quindi da civiltà intelligenti extraterrestri. La rete di telescopi PANOSETI dunque sta esplorando l’universo su una scala temporale del miliardesimo di secondo, una scala che non era stata mai esaminata a dovere fino a ora nel contesto dei progetti SETI. I telescopi del progetto serviranno comunque a scoprire non solo segnali provenienti da extraterrestri ma anche nuovi fenomeni astronomici.

Oggi alcuni astronomi dicono che il SETI sia nel pieno di una rinascita. Grandi progetti stanno prendendo il via, i fondi per questo tipo di ricerche si stanno finalmente materializzando. I corsi di astronomia delle università statunitensi e non solo, ora cominciano a proporre una prospettiva più ampia sul posto dell'umanità nell'universo. Qualora i vari progetti SETI riuscissero a mantenere il loro slancio attuale, gli astronomi sono ottimisti sul fatto che i progetti futuri potrebbero essere ancora più ambiziosi, come quello già proposto, di installare un radiotelescopio sul lato oscuro della Luna, l'unico posto nel sistema solare dove le continue trasmissioni della Terra non travolgono i segnali radio dal cosmo.

Secondo molti astronomi la risposta alla domanda più profondamente esistenziale, quella alla base dei progetti SETI, potrebbe arrivare nei prossimi anni. Non è escluso però che potrebbero volerci decenni, secoli o anche di più prima di sapere se altre civiltà condividono la nostra galassia. I segnali radio rilevabili emessi dall’umanità, si sono allontanati dalla Terra solo da circa 100 anni, quindi qualsiasi civiltà a più di 100 anni luce dalla Terra non avrebbe potuto rilevarci, anche se avesse la tecnologia idonea per farlo. Queste considerazioni espresse dagli astronomi sono tuttavia ancora frutto di una visione preconcetta della realtà, come già ampiamente trattato nel precedente articolo “Dove sono tutti quanti? Forse oggi abbiamo un indizio” e ancor prima nell’articolo “Per la prima volta la scienza ufficiale contempla la teoria degli antichi alieni”. Le possibilità sono molteplici. Potremmo essere l'unica civiltà attiva in questo momento. Oppure, forse altri esseri sono già arrivati e hanno già superato il nostro grado di evoluzione, mentre altri potrebbero essersi estinti nei 13,8 miliardi di anni di storia dell'universo, o potrebbero ancora essere forme di vita nascenti, che evolvono più lentamente il meccanismo cellulare necessario per alimentare metabolismi complessi e dare origine a forme di vita intelligenti e poi a civiltà tecnologiche.

In ogni caso, appare ormai evidente che la ricerca della risposta alla domanda che ha dato il via al Progetto Ozma, non solo ha già cambiato il modo di fare astronomia e guardare all’uomo rispetto all’immensità dell’universo, ma ha anche il potenziale per cambiare il corso del futuro dell'umanità.

Stefano Nasetti

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Nel Dna dell’uomo moderno le tracce di un ignoto progenitore

Uno studio appena pubblicato (agosto 2020) sulla rivista Plos Genetics, dalle università americane Cornell e Cold Spring Harbor, ha trovato nel DNA un’informazione finora ignota e inspiegabile che potrebbe rimettere in discussione buona parte di ciò che si pensa di sapere sulle nostre origini, quelle dell’Homo Sapiens. Ma di cosa si tratta precisamente?

La ricerca si è basata su un nuovo algoritmo messo a punto dagli stessi autori dello studio. Ciò ha permesso di analizzare e confrontare al computer le sequenze genetiche umane provenienti dai resti ritrovati in precedenza, di tre Neanderthal, di un uomo di Denisova e due Homo Sapiens dall’Africa. Il nuovo algoritmo, hanno spiegato i ricercatori, ha permesso di identificare e confrontare i segmenti di Dna provenienti da varie specie umane, anche se l’unione dei vari DNA è avvenuta migliaia di anni fa. Ciò che è stato scoperto è, per la comunità scientifica, qualcosa di sorprendente e destabilizzante. Il DNA dell’uomo moderno conserva le tracce del materiale genetico di un progenitore super-arcaico, un ignoto antenato, comune a tutti i gruppi umani comparsi sulla Terra, dai Neanderthal ai Denisoviani fino, appunto ai Sapiens.

I risultati indicano che circa il 3% del Dna di Neanderthal proviene da “esseri umani” più antichi e che l’incrocio è avvenuto tra 300.000 e 200.000 anni fa. Inoltre, l’algoritmo mostra che circa l’1% del Dna di Denisova proviene da un essere umano più antico e che il 15% circa di Dna super-arcaico potrebbe essere poi passato agli esseri umani moderni.

Chi è questo antico e sconosciuto progenitore comune a tutte e tre le specie umane?

Secondo la teoria scientifica più accreditata (ma non per questo esatta), la prima specie del genere Homo conosciuta è l'Homo Habilis, (vissuto tra i 2,5 e 1 milione di anni fa). Si tratta tuttavia di un ominide ancora molto simile all'australopiteco (che significa “Scimmia del Sud") a cui non sono riconosciute le abilità manuali tipiche del genere homo. È proprio per questo che l'Homo Habilis, a differenza dell’Astralophiteco, viene già ritenuto uomo: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia. Il successivo e casuale (secondo la teoria darwiniana) salto evolutivo (dovuto ad una mutazione genetica) arriva con Homo Erectus (vissuto tra 1,3 milioni di anni fa e 800.000 anni fa), così chiamato perché si riteneva, erroneamente (poiché tale capacità fu attribuita anche a specie precedenti come l’Australophitecus), che fosse stata la prima specie ad assumere la posizione eretta. Si scopri poi che le due specie furono separate da altre specie, come l’Homo Rudolfensis (vissuto circa 2 milioni di anni fa), dall’Homo Ergaster (tra 2 e 1 milione di anni fa) e dall’Homo Georgicus (1,8 milioni di anni fa). Ad ogni modo, all’Homo Erectus, e a tutti i suoi successori, è riconosciuta una maggior capacità intellettiva, testimoniata dal maggior sviluppo della tecnologia. A tale prima speciazione del genere Homo dagli altri precedenti primati (australopitechi), sarebbe seguita una lunga evoluzione che avrebbe dato luogo a molte altre specie diverse, quali l’Homo Antecessor (800.000 anni fa), l’Homo Heidelbergensis (fra i 600.000 e 250.000 anni fa), Homo di Denisova (tra i 400.000 e i 50.000 anni fa), l’Homo Rhodesiensis (fra 300 e 125.000 anni fa), l’Homo Floresiensis (la cui data di comparsa è ignota, ma esistono tracce fino a 50.000 ani fa), l’Homo Neaderthalensis (tra i 250.000 e i 30.000 anni fa), per arrivare infine all’Homo Sapiens che ha fatto la sua comparsa all’incirca 200.000 anni fa.

Le misteriose tracce di quello che è stato definito dagli autori dell’articolo apparso su Plos Genetics, come DNA super-arcaico, appartengono a una di queste specie? Le uniche specie papabili sono, dati ufficiali alla mano, l’Homo Habilis, l’Homo Rudolfensis, l’Homo Ergaster, l’Homo Georgicus, l’Homo Erectus, l’Homo Antecessor e l’Homo Heidelbergensis, poiché tutte le altre specie di Homo, dal Denisova in poi, presentano già tracce di questo sconosciuto DNA.

Il tutto appare molto incoerente con la versione ufficiale della teoria dell’evoluzione umana (ominazione) che ho avuto già modo in passato di criticare, sia nel mio primo lavoro editoriale (Il Lato oscuro della Luna), sia in precedenti articoli su questo blog.

Si tratta, infatti, di una materia interdisciplinare, che include la fisiologia, la primatologia, l'archeologia, la geologia, la linguistica e la genetica. Non tutte queste brache della scienza hanno pari attendibilità, poiché non forniscono dati oggettivi e imparziali. L’archeologia ad esempio si basa sull’interpretazione, che è quindi molto soggettiva, dei reperti e si appoggia a sua volta su altre discipline più oggettive, come ad esempio la geologia. Non a caso è considerata, al pari di molte altre discipline scientifiche (tutte quelle umanistiche come storia, psicologia, economia, sociologia, fisiologia, primatologia, linguistica ecc.) una scienza “morbida” e non “dura” (matematica, fisica, biologia, chimica). Questo perché solo le cosiddette “scienze dure” applicano in modo rigoroso il metodo scientifico, in cui cioè predominano i dati quantitativi (e non quelli qualitativi, quelli frutto di valutazioni arbitrarie), raccolti con misure sperimentali ripetibili, elaborati con formule matematiche e capaci di predire fenomeni verificabili, insomma dati più oggettivi. Va da sé, che una spiegazione come quella sull’evoluzione umana, molto condizionata dalle idee prevalenti del momento (e spesso conservatrici dello status quo), da valutazioni personali e da interpretazioni di vario genere poiché provenienti da una molteplicità di discipline “molli”, può e deve essere soggetta a critiche, poiché non è certamente immune da errori, anche grossolani.

Lo studio delle due università statunitensi che hanno individuato questo DNA super-arcaico né è una dimostrazione. La teoria evoluzionistica umana attualmente considerata più attendibile (e per questo insegnata nelle scuole e raccontata in TV, anche in contenitori scientifici “istituzionali” considerati erroneamente affidabili) afferma che l’attuale uomo moderno, abbia avuto origine in Africa (esistono molti studi scientifici recenti, basati su dati aggiornati, che sono giunti a conclusioni differenti, rimasti finora inascoltati o poco considerati dalla comunità scientifica ufficiale).

Secondo questa teoria ufficiale, l’uomo moderno deriva da un’unica Eva mitocondriale (nome assegnato alla presunta antenata comune, dalla quale tutti gli esseri umani oggi viventi discenderebbero in linea materna). Una comparazione del DNA mitocondriale di appartenenti all’attuale e unica specie umana di diverse etnie e regioni, suggerisce che tutte queste sequenze di DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza di un solo esemplare. In base all'assunto scientifico che un individuo erediti i mitocondri solo dalla propria madre, infatti, questa scoperta genetica implica che tutti gli esseri umani del genere Homo sapiens, abbiano una linea di discendenza femminile derivante da un’unica donna che i ricercatori hanno soprannominato appunto, Eva mitocondriale.

Basandosi sulla tecnica dell'orologio molecolare (vedi spiegazione successiva), che mette in correlazione il passare del tempo con la variazione (deriva) genetica osservata, si ritiene che l’Eva mitocondriale sia vissuta fra i 99.000 e i 200.000 anni fa. La filogenia suggerisce che sia vissuta in Africa, ed è oggi considerata un Australophitecus i cui resti sono stati ritrovati in Africa, nella regione di Afar, nel bacino dell'Hadar, a una sessantina di chilometri da Addis Abeba in Etiopia, nel 1974 e a cui è stato attribuito il nome di Lucy (da qui deriva proprio il nome della specie Australophitecus afarensis (da Afar, la zona del ritrovamento).

È stato tuttavia ormai scientificamente accertato che la costruzione di alberi genealogici a partire dai dati del DNA è comunque una scienza inesatta. Non è la prima volta, infatti, che la cronologia ufficiale dell’evoluzione umana è messa in discussione.

Alcuni studi di circa un decennio fa (2010-2012) basati sulla stima delle mutazioni che intervengono da una generazione all’altra nel DNA nucleare, avevano avanzato la possibilità di retrodatare tutte le tappe fondamentali della storia filogenetica umana. Ciò avrebbe causato “un buco” non solo nella ricostruzione dell’evoluzione umana, ma anche in ciò che ne consegue, come preistoria e storia.

La proposta, basata come detto su osservazioni scientifiche, aveva smosso le fondamenta della comunità scientifica. Così nel 2013 fu pubblicato su “Current Biology” uno studio, coordinato da Svante Pääbo, del Dipartimento di Genetica evolutiva del Max-Planck-Institut per l’Antropologia evoluzionistica a Leipzig, in Germania, che, sulla base dell’analisi del DNA mitocondriale di una decina di selezionati reperti paleontologici ben conservati, smentì i risultati “eretici” degli studi precedenti che avevano “osato” proporre di retrodatare tutte le più importanti tappe dell’evoluzione umana, basati sul confronto di sequenze genomiche di padri e figli. Secondo i risultati della ricerca pubblicata nel 2013 da Svante Pääbo, la storia evolutiva dell’uomo raccontata dal DNA dei fossili è corretta.

In genetica, la differenza tra due specie che hanno un antenato in comune può essere valutata contando le sostituzioni a carico dei nucleotidi, cioè gli elementi base di cui sono costituite le molecole di DNA. Conoscendo la frequenza con cui si accumulano queste sostituzioni e ipotizzando che la frequenza sia costante, è possibile definire una sorta di “orologio molecolare” con cui stimare, con una certa approssimazione, quanto tempo fa si sono separate filogeneticamente due specie o due popolazioni.

È chiaro che non vi è alcuna certezza. Tutto dipende sia dalla quantità di dati utilizzati per “calibrare” quest’orologio, sia dalla qualità degli stessi, sia dalla tempestività di aggiornamento prima del suo utilizzo. Infatti, se l’orologio non è calibrato con i dati più aggiornati disponibili, i risultati di questi studi potrebbe essere molto diversi.

Solitamente l’orologio viene periodicamente “calibrato” quando si rendono disponibili reperti fossili con DNA recuperabile. Considerata però la scarsità di questi reperti, il metodo dell’orologio molecolare non è poi molto affidabile. Per esempio, nel caso dell’essere umano e dello scimpanzé non esiste un fossile che sia unanimemente considerato come il più recente antenato comune. Per questo motivo, il tasso di mutazione del DNA nucleare e mitocondriale è in questo momento al centro di un acceso dibattito.

Fatto sta che nello studio del 2013, Pääbo e colleghi avevano analizzato sequenze complete o quasi di genoma mitocondriale, provenienti da dieci esseri umani moderni. I reperti hanno una datazione sicura, eseguita con il metodo del carbonio-14, e sono distribuiti in un arco temporale di 40.000 anni. Queste sequenze sono state utilizzate come “punti di calibrazione” per stimare in modo molto preciso il tasso di sostituzione mitocondriale.  Il risultato portò confermare che la separazione delle popolazioni non africane da quelle africane avvenne tra 62.000 e 95.000 ani fa.Nonostante le incertezze sperimentali, il metodo consentì di riaffermare la teoria tradizionale e prevalente.

Secondo la teoria antropologica fino ad oggi prevalente quindi, circa 50.000 anni fa i Sapiens, discendenti dell’Eva mitocondriale (Lucy), lasciarono l’Africa e s’incrociarono con i Neanderthal in Eurasia.

Oggi però lo studio citato a inizio articolo rimette nuovamente tutto in discussione. Come apparso chiaro anche da precedenti ritrovamenti archeologici (già citati nel mio libro del 2015) anche per gli autori dell’odierno studio pubblicato su Plos Genetics, questi non furono gli unici contatti avvenuti con altre specie umane. Ciò è ormai evidente anche a livello genetico. Nel nostro Dna, infatti, sono rimaste tracce di un antenato comune anche ad altre specie (come Neanderthal e Denisova, specie con cui l’homo sapiens si sarebbe incrociato solo migliaia di anni dopo), antenato arcaico di cui non si sa nulla.

“L’analisi dei genomi antichi - ha concluso Melissa Hubisz, della Cornell University, tra le autrici dello studio - suggerisce che diversi rami dell’albero genealogico umano si sono incrociati più volte, e prima di quanto ipotizzato finora”.

Chi è quest’antico progenitore che ha lasciato tracce del suo DNA in specie umane che si sarebbero incrociate solo in seguito? Quando e dove (geograficamente) sarebbe avvenuto questo incrocio?

Le risposte, tutte ipotetiche, potrebbero essere molteplici, da quelle più conservatrici (Homo Heidelbergensis) a quelle più esotiche (manipolazione aliena). Alla presenza dei soli dati presenti in questo studio e in assenza di ulteriori dati certi a riguardo, ogni ipotesi potrebbe essere valida o, al contrario, rappresentare una speculazione, che lascio volentieri agli estremisti dell’una e dell’altra fazione. C’è tuttavia da considerare che, al di là di quanto fornito dall’analisi del DNA dei reperti oggetto di questi studi comparativi, oggi sappiamo certamente che molti geni hanno fatto la loro comparsa e sono presenti esclusivamente nell’Homo Sapiens. Si tratta di una manciata di geni che hanno indiscutibilmente determinato le caratteristiche dell’uomo moderno e la sua superiorità intellettiva sui suoi predecessori. Se pensare che la comparsa di questi pochi ma decisivi geni sia avvenuta spontaneamente, casualmente e contemporaneamente, come afferma la teoria scientifica ufficiale, appare semplicistico, forse per trovare una risposta più scientifica dovremmo aprire la mente a possibilità solo all’apparenza più fantasiose, religiose o mitologiche...

In attesa di scoprire e conoscere di più in merito, l’insegnamento che dobbiamo trarre da questa vicenda è che “Vi è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita” (Gaston Bachelard.)

Stefano Nasetti

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Hot Corinos: scoperte le fabbriche dei mattoni della vita nell’universo.

In astronomia sono chiamate, con un termine coniato nel 2004, Hot Corinos. Sono regioni che circondano stelle in formazione, ricche di molecole organiche complesse. Tali corpi celesti sono destinati a formare un sistema planetario come il nostro, nell’arco di un miliardo di anni. Se ne conoscono a oggi, solo una dozzina e gran parte delle loro proprietà e caratteristiche erano ancora oggi oggetto di dibattito per la difficoltà di studiarle, essendo avvolte da spesse nubi di polveri.

Nello scorso mese di giugno (2020) però, un nuovo studio guidato da Marta De Simone dell’Università di Grenoble e a cui ha partecipato, tra gli altri, Claudio Codella, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), e I pubblicato oggi sul sito web della rivista The Astrophysical Journal Letters, ha fatto nuova luce su una di queste regioni, scoprendo di fatto, che rappresentano vere e proprie fabbriche dei mattoni della vita.

Grazie alle osservazioni del radiotelescopio Very Large Array (VLA) nel New Mexico, USA, il gruppo di astrofisici ha, infatti, scoperto la presenza di metanolo, una tra le più semplici molecole organiche, attorno a una coppia di stelle in formazione, denominata IRAS 4°, situata in una regione di formazione stellare distante circa 1000 anni luce dalla Terra, in direzione della costellazione di Perseo. Ciò è stato possibile grazie alla decisione impostare il VLA, interferometro radio del National Radio Astronomy Observatory, sulle lunghezze d’onda del centimetro, per captare i debolissimi segnali emessi dalle molecole all’interno del gas che permea le regioni intorno alle protostelle, ovvero stelle giovani ancora in fase di formazione. Lo studio ha confermato che gli Hot Corinos hanno tipicamente le dimensioni del nostro Sistema solare, e sono regioni ricche di molecole organiche complesse che, combinate in molecole prebiotiche, costituiscono il primo tassello alla base della vita. Sebbene queste regioni siano caratterizzate da una temperatura di circa -170 gradi celsius (valori siano ben lontani dalle medie terrestri), secondo gli astrobiologi negli Hot Corinos ci sono le condizioni in grado di innescare una chimica complessa, anche di tipo prebiotico. Grazie all’alto livello di dettaglio delle riprese ottenute dal VLA e alla ricerca delle righe spettrali molecolari alle lunghezze d’onda del centimetro - e non del millimetro come avveniva di solito - nel sistema IRAS 4A è stata confermata la presenza di metanolo (la cui formula è CH3OH), la più semplice molecola della famiglia degli alcoli.  Il risultato delle osservazioni ha confermato l’intuizione iniziale dei ricercatori: le regioni Hot Corinos possono essere considerate una fase obbligatoria nel percorso di crescita di una stella.

I mattoni della vita originati in queste regioni o in questa fase della nascita di una stella, possono giungere poi sugli eventuali pianeti del nascente sistema stellare, o su quelli di altri sistemi trasportati da comete e meteoriti, fino a trovare “luoghi ospitali”, dove poter dare origine alla vita. Ciò è avvenuto anche nel nostro sistema solare? La domanda è più che legittima, giacché la teoria a oggi prevalente nella comunità scientifica, ha sempre affermato che i mattoni della vita si fossero originati sul nostro pianeta e che, sempre sul nostro pianeta, la vita avrebbe poi fatto spontaneamente la sua comparsa. Eppure, sempre più evidenze scientifiche, sembrano suggerire un legame tra la comparsa della vita sul nostro pianeta e il resto dell’universo.

Stefano Nasetti

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C'è Vita nell'Universo!

Siamo soli nell’Universo? Questa è una domanda che risuona nelle menti degli uomini sin dall’antichità ed è più che mai attuale, soprattutto nel mondo scientifico.

Se nella considerazione generale, questa domanda sembra essere quasi esclusivamente ad appannaggio della popolazione poco istruita, e quindi facilmente suggestionabile dal cinema e dalla televisione, è sufficiente leggere le più prestigiose riviste scientifiche per rendersi conto invece, che la ricerca della risposta all’interrogativo posto all’inizio dell’articolo, sia un qualcosa di costantemente presente soprattutto nella mente di astronomi, astrofisici e astrobiologi.

La ricerca della risposta va avanti da sempre, anche e soprattutto nel mondo scientifico ufficiale, ancor più che nell’abito ufologico. Non esiste, infatti, solo l’ormai famoso progetto SETI per la ricerca di segnali di vita intelligente. Della questione non si è occupato solo sommariamente il fisico italiano Enrico Fermi, con il suo ormai celebre e anacronistico “paradosso”, o l’astronomo statunitense Frank Drake, con l’altrettanto celebre “equazione” in grado di calcolare quante civiltà intelligenti possano esistere.

Nuovi studi basati sulla crescente e costante quantità d’informazioni, sempre più precise e dettagliate, forniscono oggi alla comunità scientifica i dati non solo per rivedere e aggiornare alcuni studi precedenti (vedi equazione di Drake), ma anche di formulare nuove affascinanti ipotesi e calcoli probabilistici. Ormai con una certa frequenza (quasi mensile) sono pubblicati nuovi risultati. A quanto già detto nei precedenti articoli in merito proprio al paradosso di Fermi, alla panspermia quale origine della vita sulla Terra, all’evoluzione e all’aggiornamento dei metodi di ricerca, si aggiungono oggi tre nuovi studi che possono aiutarci a trovare una risposta alla famosa domanda: siamo soli nell’universo?

Il primo studio, di questi ultimi tre, che voglio porre all’attenzione studio, è quello condotto dallo scienziato David Kipping del dipartimento di astronomia della Columbia University e pubblicato su Proceeding of the National Academy of Sciences nel maggio 2020. Lo scienziato statunitense ha utilizzato la tecnica statistica dell’inferenza bayesiana per determinare il numero delle possibilità che una forma di vita extraterrestre di evolvere e diventare complessa, e quindi intelligente, come sul nostro Pianeta. 

Per l’inferenza statistica bayesiana la probabilità di un’ipotesi si aggiorna quando sono presenti prove o informazioni, oppure con l’aumentare della disponibilità di questi dati, il grado di fiducia nell’ipotesi cambia. Questo perché nei tradizionali metodi statistici comunemente utilizzati, quando si formulano ipotesi e si assegnano valori alle probabilità, non lo si fa sempre in modo oggettivo, ma più frequentemente in modo soggettivo. Questo perché, secondo la visione bayesiana, le probabilità si considerano una misura del grado soggettivo di fiducia da parte del ricercatore, e si suppone che restringano le potenziali ipotesi a un insieme limitato, inquadrato in un modello di riferimento Così facendo, il risultato statistico sarà condizionato dal grado di “fiducia” del ricercatore e non può quindi essere considerato un risultato oggettivo.

Ma torniamo allo studio sulla vita nell’universo. Sappiamo dai reperti geologici che la vita sulla Terra è iniziata relativamente presto (le tracce più antiche di organismi viventi risalgono a 3,95 miliardi di anni fa), non appena l’ambiente è stato abbastanza stabile da sostenerlo. Sappiamo tuttavia, anche che quel primo organismo multicellulare ha poi impiegato molto più tempo (circa 4 miliardi di anni) per evolversi nelle varie forme che oggi possiamo vedere in torno a noi. 

Nel suo studio, Kipping ha sviluppato l’ipotesi della probabilità della vita e dell’intelligenza prevedendo quattro possibili risposte:

  1. La vita è comune e spesso sviluppa intelligenza.
  2. La vita è rara ma spesso sviluppa intelligenza.
  3. La vita è comune e raramente sviluppa intelligenza.
  4. La vita è rara e raramente sviluppa intelligenza. 

Applicando le formule matematiche bayesiane lo scienziato è arrivato alla conclusione che lo scenario di vita comune è almeno 9 volte più probabile di quello raro. Questo è deducibile perché la vita sulla Terra è emersa 300 milioni di anni dopo la formazione degli oceani, relativamente rapidamente. Ciò sovverte uno dei capisaldi del pensiero scientifico prevalente ancora ai giorni nostri, cioè che la vita sia un evento raro, se non addirittura unico (considerato tale appena solo vent’anni fa).

Kipping ne conclude che se un pianeta ha condizioni simili a quelle della Terra non dovrebbero esserci problemi alla creazione spontanea della vita (abiogenesi). Abbiamo già visto nei precedenti articoli (e nel mio ultimo libro) che anche che le probabilità di abiogenesi siano nettamente inferiori a quelle dell’origine della vita per panspermia (ma su quest’argomento tornerò poi con nuovi articoli e studi), possibilità non contemplata nella ricerca di Kipping.

Altra faccenda, invece, per quanto riguarda l’ipotesi che queste vite extraterrestri possano essere complesse o intelligenti. In tal caso, le probabilità che la vita possa evolversi in forme “intelligenti” sarebbero 3:2 a favore della vita intelligente. Il risultato indica quindi che la comparsa di vita è un processo comune ma le probabilità che si sviluppi in vita intelligente sono poco più del 50%.  Questo perché l’umanità è comparsa relativamente tardi rispetto alla finestra abitativa della Terra e quindi il suo sviluppo non è stato un processo facile, né c’è una garanzia per la sua ripetizione.

È bene precisare che si tratta di analisi che hanno un limite di fondo. Si basano, infatti, sull’unico modello che abbiamo, la Terra. Oggi sappiamo che le condizioni per la comparsa e il sostentamento e l’evoluzione della vita possono essere anche molto diverse da quelle che comunemente vediamo. Già solo sul nostro pianeta sono state scoperte forme di vita in ambienti estremi, dove si riteneva impossibile l’esistenza di alcun essere vivente. Questa prima ricerca, dunque, non ci fornisce alcuna certezza, ma ci rende certamente positivi sulla presenza della vita al di fuori del nostro Pianeta.

Ma allora, c’è vita intelligente nella nostra galassia? Accantonando in questa sede la famosa equazione di Drake, vediamo qual è la risposta arrivata, nel giugno 2020, da uno studio condotto dall’Università di Nottingham pubblicato sull’Astrophysical Journal. Lo studio ha provato a rispondere a questa domanda formulando un approccio differente dai precedenti.

Anche in questo caso però, lo studio si è basato sul presupposto che la vita intelligente si formi su altri pianeti esclusivamente in modo simile a quanto accade sulla Terra. Se ciò come detto, costituisce un limite, ora solo così facendo si può ottenere, secondo gli scienziati inglesi, una stima del numero di civiltà comunicanti e intelligenti all’interno della Via Lattea. Secondo le stime potrebbero esserci oltre trenta civiltà dotate di queste caratteristiche nella nostra galassia.

I risultati hanno mostrato che dovrebbero esserci almeno tre dozzine di civiltà attive nella nostra Galassia, partendo dal presupposto che occorrano 5 miliardi di anni perché la vita intelligente si formi su altri pianeti, come sulla Terra. “Il nostro approccio è improntato sull’evoluzione su scala cosmica e abbiamo trovato un nome per questo calcolo, il limite astrobiologico copernicano” ha dichiarato Christopher Conselice principale autore dello studio.

Infatti, mentre il metodo classico per stimare il numero di civiltà intelligenti si basa sull’ipotesi di valori relativi alla vita (come nell’equazione di Drake), per cui le opinioni su questa questione variano in modo sostanziale, il nuovo metodo adottato in questo studio invece, semplifica queste ipotesi, fornendo una solida stima del numero di civiltà nella nostra galassia.

Secondo i limiti astrobiologici copernicani la vita intelligente si forma in meno di 5 miliardi di anni, o dopo circa 5 miliardi di anni. Inoltre è necessario che la stella di riferimento abbia un contenuto di metalli uguale a quello del nostro Sole: tenendo conto di questi criteri gli scienziati hanno calcolato che dovrebbero esserci circa trentasei civiltà aliene attive nella Via Lattea.

La ricerca mostra che il numero di civiltà dipende fortemente dalla durata di alcuni tipi di attività come l’invio di segnali nello spazio, o le trasmissioni radio da satelliti. Se altre civiltà tecnologiche hanno la stessa età della nostra (circa 100 anni, intesi dall’industrializzazione) allora potrebbero essercene circa trentasei. Tuttavia, la distanza media che ci dividerebbe da queste civiltà sarebbe di circa 17.000 anni luce rendendo molto difficile il rilevamento e la comunicazione con la nostra tecnologia attuale (ho già fatto presente come questo sia uno dei principali limiti del progetto SETI). È anche possibile tuttavia, secondo quanto si legge nello studio, che la nostra sia l’unica civiltà all’interno della Via Lattea. Questa ipotesi prevede però che i nostri tempi di sopravvivenza (e per trasposizione, anche tutti quelli delle altre eventuali civiltà) non siano lunghi.

Anche in questo caso quindi, il valore delle probabilità dei parametri inseriti nella ricerca (che si basano solo sul modello terrestre e che prendono in considerazione solo le condizioni comuni più diffuse e non anche quelle estreme, che consentono comunque l’esistenza della vita) rappresentano, il vero limite per difetto, ai risultati dello studio.

Come dichiarato da Conselice “La ricerca di civiltà intelligenti extraterrestri non rivela solo il processo di sviluppo di forme di vita, ma potrebbe fornire anche indizi su quanto durerà la nostra stessa civiltà. Se scopriamo che la vita intelligente è comune – (come affermato dalla precedente ricerca) NDR - allora potremmo ipotizzare che la vita sul nostro pianeta potrebbe durare ancora per molto. Al contrario, se fossimo gli unici, si tratterebbe di un segnale sfavorevole per la nostra esistenza di lungo termine. La ricerca di vita extraterrestre può aiutarci a scoprire di più su ciò che ci aspetta in futuro”.

Il risultato dello studio dell’Università di Nottingham è dunque “condizionato a ribasso” dal fatto di contemplare l’esistenza di vita solo su pianeti a oggi noti simili alla Terra. Prima di evidenziare quanto sia “limitante” tale parametro, vediamo quanti sarebbero, secondo gli astronomi dell’Università della Columbia Britannica i pianeti come la Terra, precisando che di tale stima NON hanno tenuto conto gli autori della precedente ricerca, quella appena citata dell’Università inglese.

In un articolo pubblicato sulla rivista The Astronomical Journal nel giugno 2020, gli esperti dell’Università della Columbia Britannica, hanno analizzato i dati della missione Kepler della NASA per valutare e quantificare le possibilità che esistano pianeti come il nostro, per conformazione, dimensioni, temperatura, pressione e altri parametri che contribuiscono a classificare il corpo all’interno della fascia di abitabilità, e che orbitino attorno a stelle simili al nostro Sole.

“Abbiamo effettuato delle simulazioni per quantificare queste informazioni, confrontando un catalogo di probabilità con gli oggetti realmente rilevati. In questo modo siamo stati in grado anche di stabilire nuovi parametri considerati abitabili”, hanno affermato gli autori dello studio, precisando che il loro studio potrebbe rivoluzionare l’idea di abitabilità con cui consideriamo i pianeti oggi. Studiando i dati raccolti dalla missione Keplero abbiamo analizzato le informazioni relative a circa 200mila stelle, scoprendo 17 nuovi esopianeti e confermando l’esistenza di molti corpi extrasolari già noti. Nella Via Lattea ci sono circa 400 miliardi di stelle, il sette percento delle quali può essere classificato di tipo G, come il nostro Sole. Questo significa che potrebbero esistere circa sei miliardi di sistemi in cui esiste un pianeta che rientra nella fascia abitabile”.

Questa nuova stima, se applicata alle precedenti ricerche, determinerebbe certamente risultati ancor più favorevoli all’esistenza sia della vita, sia della vita intelligente. E se ciò non fosse sufficiente, è bene ricordare che la maggioranza degli esopianeti finora scoperti e che orbitano nella fascia di abitabilità (cioè alla giusta distanza dalla propria stella, tale da consentire condizioni idonee alla vita) non orbita attorni a stelle simili al nostro Sole (come solo quelle prese in considerazione dall’ultima ricerca dell’Università statunitense della Columbia Britannica) ma a stelle di altro tipo, in particolare Nane Rosse.

Che cosa succederebbe ai risultati delle ricerche se dovessimo inserire nei parametri anche quelli a oggi mai contemplati, come le condizioni più estreme possibili (ma che consentono comunque la presenza di vita), i pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole o il numero delle lune abitabili (già solo nel nostro sistema solare ci sono almeno due lune di Giove - Europa e Ganimede – e una di Saturno – Encelado – che potrebbero ospitare forme di vita)?

Le tre ricerche citate in quest’articolo, non ci forniscono una risposta certa alla domanda “siamo soli nell’universo?” ma ci indicano che le possibilità di avere compagnia, anche “intelligente”, siano tutt’altro che remote, al punto che possiamo ragionevolmente fare un’affermazione che ancora solo vent’anni fa sarebbe stata giudicata scientificamente una follia: c’è vita nell’universo!

Stefano Nasetti

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(App) IMMUNI? Sì, ma alla libertà!

L’8 giugno 2020 è partita simultaneamente in 4 Regioni (Puglia, Abruzzo, Marche e Liguria), la sperimentazione dell’App IMMUNI, l’app sviluppata dal Governo Italiano, sulla base dei sistemi integrati messi appunto da Google e Apple, per il cosiddetto “contact-tracing” (perché un inglesismo confonde meglio le idee alla popolazione e suona meno sinistro e più rassicurante rispetto al suo significato italiano “tracciamento dei contatti”).

Scopo dichiarato del Governo è di avere la possibilità di tracciare i contatti della popolazione in tempo reale o quasi, al fine di intervenire prontamente in caso di nuovi focolai epidemici da Covid19.

L’app governativa, disponibile negli store di Apple e Google da almeno una decina di giorni prima, è stata scaricata (secondo le fonti governative) sui propri smartphone, già da oltre due milioni d’italiani. 

La popolazione tuttavia appare divisa in tre macrogruppi. C’è chi è ormai “terrorizzato” dalla campagna mediatica dei mass media mainstream che ha, dati ufficiali alla mano, oggettivamente ingigantito la pericolosità di un virus (SARS-COV-19) la cui potenziale pericolosità, è bene ricordarlo, è invece circoscritta a una ristretta fascia della popolazione (quella degli over 65 con condizioni di salute precarie o compromesse, cioè con una o più patologie pregresse), pende ormai dalle labbra delle autorità, e che senza porsi mai alcuna domanda e senza alcuna volontà di verificare la veridicità dei dati diffusi dalle istituzioni, ha ormai da tempo scelto di credere anziché di sapere, e l’ha scaricata subito. Questa parte della popolazione è stata persuasa a scaricare l’app, convinta che possa essere utile davvero per porre fine all’epidemia, per tutelare la propria salute o, ipocritamente, la salute del prossimo.

Dall’altra parte ci sono invece quelli che, politicamente contrari al Governo, temono che l’app possa servire per istituire la sorveglianza di stato sul modello cinese. Come biasimarli? D’altro canto questo Governo (ancor più di quelli che l’hanno preceduto negli anni passati) ha intrapreso una deriva antidemocratica e dittatoriale ormai alla luce del sole.

Infine c’è un’ultima grande fetta della popolazione che si trova ancora nel mezzo delle due opposte situazioni, in preda a numerosi dubbi. Le domande a cui cerca risposte sono innumerevoli. L’app Immuni serve davvero alle autorità sanitarie per intervenire con prontezza su eventuali nuovi focolai? L’app è davvero utile per difendere la propria salute o quella del prossimo? L’app è davvero sicura e rispettosa della privacy?

Queste sono soltanto alcune di quelle più frequenti. Se non ci s’informa in modo approfondito su tutti gli aspetti che toccano questa vicenda, se non si conosce veramente la materia informatica, se non si comprende bene il funzionamento di certe tecnologie, se non se ne fa un uso consapevole, se non si valutano complessivamente tutte le informazioni disponibili e se non si fanno le opportune riflessioni riguardo le dichiarazioni e le informazioni delle Autorità, qualunque conclusione a cui si giunge, rischia di essere soltanto un’opinione condizionata da preconcetti, poiché distaccata del tutto o in parte dalla realtà oggettiva dei fatti.

Proviamo in quest’articolo a fare un po’ d’ordine.

Cominciamo innanzitutto dal ricordare quando e perché, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, il Governo italiano ha deciso di sviluppare e poi adottare quest’app.

Alcuni Governi, fin dall’inizio dell’epidemia (nei primissimi mesi del 2020) hanno imposto alla popolazione l’installazione di app di tracciamento alla propria popolazione, con la scusa di poter intervenire sulla diffusione del virus. Il dibattito era presente anche in Italia, nonostante la poca visibilità data dai media mainstram (ne ho già parlato nell’articolo “Coronavirus+Tecnologia=scacco matto alla libertà?), ed è stata portata in primo piano soltanto a seguito delle prime violazioni costituzionali del Presidente del Consiglio, a metà marzo (2020) (leggi l’articolo “Speciale coronavirus: Il Covid-19 rivela le fake news di autorità mass-media).

In quel frangente, e per tutte le settimane seguenti, il Presidente del Consiglio, i Ministri, le autorità sanitarie hanno rimarcato l’importanza di avere un app di tracciamento (in tempo reale o quasi) dei contagi per intervenire in modo mirato e non generico, su un’area territoriale specifica per riuscire a fermare sul nascere eventuali focolai. Probabilmente pensando di poter applicare sistemi simili a quelli adottati da alcuni paesi palesemente e dichiaratamente autoritari, il Governo, che nel frattempo stava adeguandosi a tale modalità cestinando, di fatto, la Costituzione e numerose altre disposizioni di legge, si è a un certo punto dovuto scontrare con la diffidenza di gran parte dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, preoccupata soprattutto che lo Stato potesse geolocalizzarli. A quel punto, messo di fronte all’esistenza di norme a tutela della privacy, assenti nei paesi come la Cina presi a modello, e nell’impossibilità di adottare i medesimi sistemi, a meno di non autodenunciarsi e dichiarare apertamente il “colpo di Stato” intrapreso, le autorità hanno dovuto virare su sistemi differenti.

A distanza di oltre due mesi, a epidemia ampiamente cessata (ricordando sempre che comunque non stiamo parlando di Ebola ma di un coronavirus lievemente più pericoloso di tanti altri virus della stessa famiglia con cui conviviamo in pratica da sempre), lo Stato ha investito i soldi pubblici nello sviluppo di un app ad hoc, che ha chiamato maliziosamente “IMMUNI”, quasi a volerne indicare una capacità protettrice e salvifica. C’è innanzitutto da chiedersi: L’app creata risponde alle necessità e alle esigenze inizialmente dichiarate dalle Autorità, cioè quella di poter fornire alle autorità stesse dati in tempo reale (o quasi) per arginare eventuali nuovi focolai?

 Vediamo innanzitutto come funziona, facendo riferimento esclusivamente alle informazioni ufficiali presenti sul sito governativo immuni.italia.it

Sull’homepage del sito è espresso esplicitamente ciò che il Governo si prefigge di fare con l’app IMMUNI. Si legge infatti, “IMMUNI è un’app creata per aiutarci a combattere l’epidemia di COVID-19. L’app utilizza a tecnologia per avvertire gli utenti che hanno avuto un’esposizione a rischio, anche se asintomatici”.

Sul sito ufficiale quindi, contrariamente ai motivi dichiarati e ufficiali che ne hanno promosso lo sviluppo e l’adozione da parte dello Stato, non si fa più alcuna menzione al fatto che l’app serve per tracciare l’epidemia ma, al contrario si afferma che serve solo per avvisare gli utenti che potrebbero essere entrati in contatto con persone positive.

Sfatiamo quindi il primo mito del gruppo dei “terrorizzati”: l’app “Immuni” NON aiuta in alcun modo le autorità sanitarie a individuare e contenere i nuovi focolai epidemici.

Un’altra conferma dell’inutilità dell’app IMMUNI a tale scopo, ci viene dalle informazioni presenti sempre sul sito di Stato dedicato all’app, ed è stata indirettamente confermata dalle dichiarazioni degli “esperti” informatici del Governo o dalle autorità sanitarie stesse che, nei giorni scorsi ne hanno spiegato nel dettaglio il funzionamento tecnico.

Cominciamo dalle informazioni presenti sul sito, dove si specifica con tanto di grafica che: “Grazie all’uso della tecnologia “Bluetooth Low Energy” - (così chiamata perché il bluetooth consuma pochissima batteria dello smartphone)- Immuni NON raccoglie: il tuo nome, cognome o data di nascita; il tuo numero di telefono; il tuo indirizzo email; l’identità delle persone che incontri; la tua posizione o i tuoi movimenti.”

Il rispetto della privacy è ribadito in più punti sul sito (e anche sugli store, dove l’app è scaricabile gratuitamente) in cui si afferma chiaramente che “Immuni non utilizza alcun tipo di geolocalizzazione, incluso il GPS” e che, sebbene sia in grado di “determinare che un contatto tra due utenti è avvenuto”, non è in grado di sapere “chi siano effettivamente i due utenti o dove si siano incontrati”.

Si specifica inoltre che “I dati raccolti sono quelli minimi e strettamente necessari per supportare” – (parola alquanto vaga e ambigua) – “e migliorare il sistema di notifiche di esposizione”; che “il codice Bluetooth dell’app è generato in modo casuale e non contiene alcuna informazione riguardo lo smartphone dell’utente, tanto meno dell’utente stesso”; che “i dati salvati dall’app sullo smartphone sono cifrati”, così come le connessioni tra l’app e il server (che avvengono però mediante connessione internet a carico dell’utente) e che “tutti i dati raccolti sono salvati su server in Italia e gestiti da soggetti pubblici”.

Prima di entrare nel merito riguardo la veridicità o meno di tali affermazioni e di valutare la scelta della tecnologia Bluetooth riguardo il tracciamento dei contatti, facciamo finta per il momento che tutto corrisponda al vero.

Cosa fa allora quest’app? Come fa (o farebbe) a tracciare i contatti senza violare la privacy? Vediamolo nel dettaglio.

Per essere scaricata e funzionare, l’app Immuni richiede, necessariamente e obbligatoriamente, autorizzazione di accesso alle seguenti funzioni del telefono (vedi immagine qui sotto):

 

È importante sottolineare che quest’app, così come tutte le altre sul telefono, andrà (com’è consigliato dalle Autorità stesse) aggiornata.

Come si legge in basso, “Gli aggiornamenti di Immuni potrebbero aggiungere automaticamente ulteriori funzionalità in ogni gruppo”. Ciò significa che con successivi aggiornamenti, Immuni potrebbe richiedere e ottenere accesso anche ad altre funzioni del telefono e quindi a informazioni e dati personali. È bene ricordare che se s’imposta l’aggiornamento automatico, così come fa la maggioranza degli utenti, l’app non chiederà all’utente alcun tipo di autorizzazione, ma l’accesso alle altre funzioni avverrà automaticamente. Al contrario reimpostando gli aggiornamenti a “manuale” (scelta che vivamente consiglio anche per tutte le altre app) l’utente sarà avvisato prima dell’istallazione dell’aggiornamento, e dunque potrà decidere se installarlo o no.

Una volta installata e attivato necessariamente il Bluetooth (che quindi dovrà restare sempre attivo), l'app comincerà a generare dei codici identificativi "randomici", cioè casuali e temporanei. I codici cambieranno di continuo (circa ogni 10-20 minuti) come misura di sicurezza per implementare l’anonimato, e saranno registrati dagli altri smartphone delle altre persone che avranno installato l'app e che si troveranno nel raggio d’azione del bluetooth. Ogni smartphone quindi registrerà i codici degli altri device con cui è entrato in contatto, sempre che questi abbiano scaricato l’app Immuni.

I codici, come assicura il Ministero, abbiamo detto essere anonimi e crittografati. La memoria dei “contatti” avuti rimarrà negli smartphone solo se l’incontro sarà stato di almeno 15 minuti e a meno di due metri di distanza (dunque il bluetooth è in grado di determinare la distanza tra smartphone). I dati rimarranno sul cellulare di ciascun utente per essere raccolti periodicamente (è richiesta la connessione internet dello smartphone possibilmente almeno o una volta al giorno) da un server gestito da Sogei (una società ICT a capitale interamente pubblico del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la stessa che già gestisce tutti i dati raccolti personali e biometrici delle carte d’identità elettroniche). La responsabilità della gestione di tali è di competenza del Ministero della Salute.

Cosa succede se si scopre di essere stati contagiati?

Se a seguito di esami clinici (il tampone non dovrebbe essere sufficiente) una persona risulti positiva al Covid-19, da quanto emerso finora, si sa che sarà l'autorità sanitaria a chiedere se il suo smartphone è provvisto di app di contact tracing. A quel punto al paziente sarà chiesto di permettere il trattamento dei propri dati presenti sul suo smartphone e generati dall’app Immuni, per fare in modo che sul server di Sogei vengano caricati i propri codici identificativi temporanei e quelli dei soggetti con cui è entrato in contatto.  Il server, previa autorizzazione del contagiato, sarà in grado di risalire a tutti gli identificativi dei cellulari delle persone con cui si è entrati in contatto. L'app valuterà quindi i tempi di esposizione e i rischi di contagio. A quel punto, dal server partiranno dei messaggi di notifica alle persone che sono entrate in contatto con il contagiato, nei 14 giorni precedenti e per il tempo di contatto stabilito. È chiaro quindi, che l’app con certezza raccoglie un dato molto importante, quello riguardo il giorno e l’ora del contatto. Le persone riceveranno la notifica quanto il loro smartphone si connetterà a internet per inviare i codici raccolti in quella giornata dall’app Immuni. Infatti, soltanto in quel momento l’app installata sul proprio cellulare verrà a conoscenza del contatto avuto con una persona risultata positiva.

Siccome tutta la procedura si avvia solo quando una persona, una volta effettuati gli esami medici ed essere risultata positiva, si auto dichiara sull’app inserendo anche il codice del test sierologico che ne ha attestato oggettivamente la positività, ai fini della raccolta dei dati epidemiologici IMMUNI non svolge quindi alcuna funzione. Se si è venuti a conoscenza con certezza che si è positivi alla COVID-19, significa che sono stati fatti degli specifici esami medici. Ciò significa che le autorità sanitarie sono venute a conoscenza del nuovo “positivo” attraverso detti esami e non attraverso l’app.

Se (e sottolineo “se”), l’app Immuni funziona veramente così, le autorità sanitarie che accedono ai server dove sono raccolti i dati dell’app, vedranno soltanto un elenco di codici alfanumerici completamente inutili, poiché nulla possono dire tali codici in merito all’epidemia, se non avere eventualmente indicare un teorico e poco affidabile numero di “potenziali contagiati”. Questi dati non diranno nulla sul luogo in cui è avvenuto il teorico contagio, su chi sono queste persone potenzialmente a rischio e su dove si trovano ora. Infatti, una persona che è venuta in contatto con un “positivo”, potrebbe ora essere in un luogo totalmente diverso. Il contatto potrebbe essere avvenuto passeggiando al centro di Milano e la persona ipoteticamente a rischio potrebbe ora trovarsi a Catania, oppure sulla cima di una montagna o addirittura in un'altra nazione. Senza contare poi, che se gli individui con cui è entrato in contatto “il positivo” non si connettono alla rete, magari per qualche giorno, riceveranno l’allert con ugual ritardo.

Le autorità sanitarie, sulla base dei soli dati che, ci dicono, vengono raccolti dall’app Immuni, NON sarebbero in grado di prendere alcun mirato e tempestivo provvedimento a tutela della salute pubblica, non potendo individuare l’area in cui è avvenuto il potenziale contagio e/o l’area in cui si trovano ora gli ipotetici e potenziali contagiati e non potendo esser certi che tutti siano stati avvisati.

Detto ciò non ci sono dubbi! Ai fini di consentire interventi di sanità pubblica, l’app IMMUNI NON SERVE A NULLA! Se invece qualcuno dovesse affermare che i dati raccolti possono servire in tal senso alle autorità, allora è chiaro che i dati raccolti non si limitano ai soli dati dichiarati, ma deve esserci necessariamente l’identificazione e la geolocalizzazione, non solo passata ma anche continua, delle persone che hanno istallato l'app. Solo in questo modo le autorità potrebbero imporre la quarantena in aree specifiche.

Qualcuno delle moltissime persone che vivono la loro vita pubblica ormai con terrore dall'inizio "dell'emergenza COVID-19", potrebbero pensare: “Va bene, anche se non serve per tutelare la salute degli altri, però può servire a tutelare la mia salute, avvisandomi se sono entrato in contatto con una persona poi risultata positiva”. Si tratta di una considerazione corretta? Verifichiamo.

Abbiamo detto che la procedura di avviso degli utenti di un potenziale contatto a rischio, inizia con un esame medico fatto dalla persona risultata positiva. Oggi sappiamo che, nonostante la campagna di tamponi (non sempre affidabili) messa in atto dal Governo e che porterà circa il 30% della popolazione Italiana, a essere sottoposta a screening tramite questo metodo (parliamo di circa 20 milioni di persone) entro fine anno (2020), per effettuare un tampone o qualunque altro esame simile, occorre prenotarsi. A oggi sussistono lunghe liste d’attesa, di diverse settimane, che superano ampiamente i 15 giorni medi d’incubazione (secondo l’ISS) della malattia. Considerato ciò, e poiché l’algoritmo dell’app Immuni che automaticamente invia gli allert alle persone entrate in contatto con il positivo, prende in considerazione solo i contatti degli ultimi 14 giorni, c’è la seria possibilità che moltissime persone ipoteticamente a rischio non siano avvisate, proprio considerati i lunghi tempi di attesa per fare il tampone e per avere un risultato certo. Alcuni contatti potrebbero essere ignorati dall'algoritmo, perché ormai fuori dal range temporale preso in considerazione.

C’è poi da aggiungere che, a sua volta, chi riceve l’allert dovrebbe (stando a quanto riportato sul sito del Governo) mettersi in auto quarantena, in attesa di fare un tampone. Queste persone dunque, dovrebbero rimanere isolate per settimane senza alcun tipo di certezza di aver contratto la malattia. Dovrebbero quindi, dopo mesi di segregazione (che il Governo, sempre con lo stesso fare malizioso, preferisce chiamare ”lockdown” o ipocritamente “distanziamento sociale”) nei quali gli è stato impedito di lavorare per potersi comprare da mangiare, rinunciare ancora una volta a guadagnarsi da vivere.

Se hanno scaricato l’app a quel punto, almeno per coerenza, dovrebbero farlo. Ma lo faranno veramente? Quanti potranno permettersi ancora di non lavorare, solo sulla base di un messaggio ricevuto da un’app? E se l’app inviasse messaggi di allert per errore? (è già successo in Lombardia con un'altra app). Cosa succederà quando finalmente, dopo settimane di attesa e di angoscia (ingiustificata, ricordiamolo sempre, poiché guarire da questa malattia è la norma e non l’eccezione) risulteranno magari “negativi”? Chi aiuterà economicamente queste persone che, nell’illusoria idea di aiutare il prossimo e tratti in “inganno” dall’app di Stato, hanno visto venire meno il proprio guadagno? Considerata l’attesa di settimane per fare un test affidabile, è facile che se una persona avesse contratto la malattia, avrebbe manifestato già sintomi, e dunque si sarebbe già rivolta al proprio medico, ancor prima di ricevere l’allert dall’APP e/o sapere l’esito del tampone o di averlo addirittura fatto.

Qualcuno potrebbe ancora dire: “OK, ma gli asintomatici?” A oggi 9 giugno 2020 l’OMS ha ripetuto che non c’è alcun tipo di evidenza scientifica oggettiva che gli asintomatici siano contagiosi, così come non c’è prova del contrario.

C’è poi la possibilità che le persone risultino positive, ma che non abbiano alcuna complicazione (come nella quasi totalità dei positivi) e che guariscano spontaneamente dopo pochi giorni.

È chiaro quindi, e qui sfatiamo il secondo mito dei “terrorizzati”, l’app NON rappresenta alcun tipo di protezione per la propria salute. Potrebbe invece indurre ad avere comportamenti più rischiosi, proprio perché si pensa erroneamente che possa rappresentare una sorta di protezione, una “immunità”, come suggerisce con fare ingannatorio il suo nome.

C’è poi da considerare un altro aspetto, che rafforza le due conclusioni a cui siamo giunti fino ad ora, e riguarda il numero minimo di persone che dovrebbe utilizzare l’app, affinché questa possa essere ritenuta (ma per i motivi sopra detti non lo sarà mai) utile per contrastare l’epidemia.

Alcuni esperti hanno stimato che almeno il 60-70% (quindi tra 36 e 42 milioni di persone) della popolazione italiana dovrà scaricare l'app per fare in modo che il sistema funzioni.

Nel mese di aprile (2020) il professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, Enrico Bucci, che da settimane elaborava i dati relativi all'epidemia da coronavirus, ha rilasciato un'intervista a Repubblica. Nell’intervista ha spiegato che per essere davvero utile nel tracciare i contagi, l’app dovrebbe essere utilizzata almeno dal 70% degli italiani (vale a dire circa 42 milioni di persone su una popolazione di 60 milioni), distribuiti equamente in ogni fascia d'età e in ogni zona del Paese. "Ma visto che, stando agli ultimi dati, solo il 66% degli italiani ha uno smartphone, sappiamo già che il traguardo è irraggiungibile. A meno che – ha aggiunto Bucci - lo Stato non distribuisca telefonini a chi non ne possiede". Il virologo ha riferito anche di aver parlato di questo con i creatori dell’app Immuni, " per chiedere se avessero fatto questi calcoli. Mi hanno risposto di no, perché nessuno glielo aveva chiesto. Ecco, la cosa più preoccupante di questa vicenda è che nelle varie task-force governative non ci si sia posti la domanda più semplice: qual è il numero minimo d’italiani che devono usare la app perché abbia senso?"

È possibile davvero che non ci si sia posti questa domanda? Sarà forse perché, come detto all’inizio, si pensava di poterla imporre obbligatoriamente come in altri regimi totalitari? Oppure perché il vero scopo dell’app non ha nulla a che vedere con la tutela della salute pubblica?

A seguito di quest’affermazione, il Governo, dopo l’ennesima figuraccia che rischiava ancora una volta di far emergere alla luce del sole il suo progetto di costruzione di un nuovo Stato totalitario al posto della Repubblica Italiana, ha reagito come fanno tutti i regimi: con la propaganda. Nei giorni successivi sono quindi apparse sui mass media mainstream le dichiarazioni di tutt’altro tenore, che ridimensionavano il numero minimo di cittadini necessario affinché l’app potesse essere considerata utile.

In un’intervista apparsa il 24 aprile 2020, appena due giorni dopo le dichiarazioni di Bucci, sul quotidiano La Stampa, di Torino, la sottosegretaria al Ministero della Salute, Sandra Zampa, ha dichiarato: “L’app Immuni sarà utile, anche se l’adesione sarà sotto il 60%”. "Quella soglia valeva quando l’app era stata pensata come l’unico strumento per la fase due. Ma di strumenti ce ne saranno anche altri, come i tamponi precoci e i test sierologici”.

Tale affermazione è molto importante. Innanzitutto ci conferma implicitamente che l’app in sé e da sola NON SERVE A NULLA. Ci conferma poi che, effettivamente, sia in fase di progettazione sia in fase di realizzazione, non ci si è posti alcuna domanda riguardo la soglia minima di utilizzo. Quest’ultimo fatto oltre a confermare l’attendibilità delle dichiarazioni di Bucci, e a sottolineare l’approssimazione dell’azione politica e sanitaria del Governo, ci suggerisce ancora una volta che l’obiettivo della creazione e distribuzione dell’app poco o nulla a che fare con la tutela della salute, poiché non ci si può non chiedere prima di adottarlo, quale utilità può avere uno strumento al fine di raggiungere gli obiettivi dichiarati.

Nei giorni successivi, alcuni esponenti di Governo hanno ulteriormente ridimensionato la soglia minima, sostenendo che possa essere sufficiente una percentuale di utilizzo dell’app presso la popolazione del 25-30%, senza spiegare come si è giunti a questa determinazione.

Ma allora, a cosa serve davvero l’app Immuni? A tracciare e geolocalizzare le persone, come teme gran parte dell’altra fetta di popolazione?

Per cercare risposta a questa domanda, (risposta che forse potrebbe deludere più di qualcuno che fa il tifo per le proprie idee politiche più che per la ricerca della verità) è necessario prendere coscienza di cosa sono le tecnologie smart, e conoscere alcuni concetti di carattere informatico.

Prima di farlo però, voglio ancora invitare quei lettori che hanno avuto la pazienza di leggere tutto questo lungo articolo e hanno dimostrato la voglia di capire più che di credere, a riflettere su un punto riguardante il tipo di tecnologia che è stato deciso di adottare per il tracciamento: la tecnologia bluetooth. 

Abbiamo detto che per far funzionare l’App Immuni, il bluetooth dello smartphone (o del device su cui l’app è attiva) deve rimanere sempre acceso. Questo espone l’utente a elevatissimi rischi di attacchi da parte di hacker criminali o anche da parte di hacker di stato.

I protocolli di sicurezza utilizzati da questa tecnologia sono, infatti, quelli più insicuri tra quelli presenti sullo smartphone.  

Perplessità riguardo alla scelta della tecnologia Bluetooth sono state avanzate nelle settimane scorse, anche dall’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione no profit che difende le libertà civili nel mondo digitale. I rappresentati dell’organizzazione hanno dichiarato che una volta inviati verso l’esterno tramite il Bluetooth, malintenzionati dotati di risorse adeguate “potrebbero raccogliere RPIDS (rolling identificatori di prossimità) in massa, collegarli alle identità usando il riconoscimento facciale o altre tecnologie e creare un database di chi è infetto “.

Chi non conosce la materia informatica potrebbe pensare che si tratta di obiezioni pretestuose e strumentali all’opposizione politica a questo governo.

Fortunatamente non è così ed è possibile dare evidenza di questi reali rischi, grazie a diversi articoli apparsi nell’arco degli ultimi anni, in merito all’insicurezza di questa tecnologia, su testate apertamente filogovernative. Ne riporto qui di seguito soltanto alcuni, per esigenze di sintesi, con tanto d’immagini al fine di documentare che le notizie sono apparse anche su agenzie e media apertamente mainstream come ANSA, AGI e WIRED.

In data 29 agosto 2019, l’agenzia ANSA titolava così Bluetooth, scoperta una falla di sicurezza. Attacco dimostrativo spiega come spiare le comunicazioni cifrate” (fonte qui).

"Un gruppo di ricercatori, tra i quali l'ingegnere pesarese Daniele Antonioli, ha identificato una falla di sicurezza nella tecnologia Bluetooth e condotto un severo attacco in grado di spiare le comunicazioni cifrate e di modificare il contenuto di comunicazioni cifrate di qualsiasi dispositivo Bluetooth. I ricercatori hanno chiamato il loro attacco Key Negotiation Of Bluetooth (KNOB) attack. Il team internazionale è composto, oltre che da Antonioli della Singapore University of Technology and Design (SUTD), da Nils Ole Tippenauer dell'Helmholtz Center for Information Security (CISPA) e da Kasper Rasmussen della Università di Oxford. Il team ha identificato la vulnerabilità nel maggio 2018 e ha implementato l'attacco a ottobre 2018. Data la portata dell'attacco i ricercatori hanno riportato il problema al consorzio Bluetooth (Bluetooth SIG) e al Computer Emergency Response Team (CERT), e hanno coordinato con questi la gestione delle patches di sicurezza. Il KNOB attack è stato presentato da Antonioli, dopo quasi un anno di embargo, il 15 agosto 2019 alla conferenza scientifica USENIX Security Symposium tenuta a Santa Clara nella Silicon Valley. L'attacco Knob, spiega Antonioli, "sfrutta una falla di sicurezza nelle specifiche Bluetooth che regolano le connessioni cifrate tra dispositivi". "Un 'attaccante' - spiega - può sfruttare queste falle per forzare la negoziazione di chiavi crittografiche deboli e poi ottenere accesso alle chiavi e quindi ai dati. Per esempio, tutte le volte che connettiamo il nostro smartphone con le nostre cuffie Bluetooth, i due dispositivi negoziano una nuova chiave per cifrare le comunicazioni e un 'attaccante' - prosegue Antonioli - può usare l'attacco KNOB per decifrare le informazioni scambiate dai nostri due dispositivi e accedere ai nostri dati, inclusi quelli sensibili".

Ancor più recentemente, il 6 novembre 2019, il portale della rivista WIRED riportava questa notizia: "Il bluetooth può essere hackerato anche da un chilometro di distanza. L'allarme è stato lanciato dall'ente che si occupa di certificare lo standard" (Fonte qui)

 

È da tempo che si è a conoscenza della possibilità di hackerare un dispositivo attraverso una connessione bluetooth lasciata aperta più o meno inavvertitamente. Tuttavia, molti degli utenti ignorano che la reale portata di questa tecnologia sia ben più ampia del range di pochi metri che di solito interessa gadget della vita quotidiana. A tal proposito è intervenuto il Bluetooth Sig (Bluetooth Special Interest Group) ossia l’ente che si occupa ufficialmente del protocollo e delle relative certificazioni dello standard. Se è vero che la classica misura di circa dieci metri sia relativa soprattutto a smartphone, altoparlanti, auricolari e accessori soprattutto audio, è altrettanto vero che ci sono apparecchi che si spingono notevolmente oltre. Fino alla notevole distanza di un chilometro. Può infatti capitare in zone con pochi ostacoli naturali e con dispositivi come macchinari e strumentazione industriale (come per il monitoraggio) che necessitano di una connessione più ampia badando meno alla protezione e alla sicurezza. Ma in questo grande insieme rientrano anche diversi droni e sensori su larga scala, che potrebbero riguardare molto più da vicino un pubblico meno di nicchia. Anche se sempre meno utilizzata, la connessione bluetooth è ancora montata in ogni smartphone e in tantissimi accessori audio, video oltre che quelli dedicati al fitness. Come avvengono gli attacchi? I criminali informatici cercano di dirottare i dispositivi connessi agendo direttamente sulle reti per ottenere l’accesso. Moltissimi utenti dimenticano sempre acceso il bluetooth ed è come lasciare socchiusa la porta di casa, pronta ad accogliere malintenzionati. Il consiglio è sempre quello di attivare la connessione solo quando serve e di spegnerla non appena terminata l’attività.

L’AGI invece, nel dicembre 2018, titolava ”Facebook ci localizza anche quando gli diciamo di non farlo” (fonte qui)

 

Nell’articolo si faceva presente come il social riuscisse a geolocalizzare le persone anche attraverso la connessione internet e il Bluetooth.

Possibile che gli “esperti” incaricati dal Governo o i membri del Governo stessi, non fossero informati di tale pericoli? Possibile che abbiano deliberatamente ignorato questi rischi, esponendo a furti di dati tutta la popolazione che scaricherà l’app Immuni? Oppure la tecnologia bluetooth è stata scelta proprio per questo? È possibile ipotizzare che “lasciando aperta la porta” sugli smartphone con la scusa di far funzionare l’app Immuni, si provveda poi a ottenere tutte le informazioni necessarie all’identificazione, alla geolocalizzazione e al tracciamento dei cittadini con altri sistemi?

D’altro canto, questa “moda” del Contact Tracing era stata lanciata, come già ampiamente evidenziato in articolo un precedente, in Corea del Sud, con l’App chiamata Corona 100m. Quest’app traccia gli spostamenti in maniera tale da poter capire dove si sono mosse le persone contagiate, con chi sono entrate in contatto, che attività svolgevano. L’App incrocia i dati raccolti dagli smartphone dell’utente con quelli forniti dal governo e con quelli delle videocamere di sicurezza, dando vita di fatto a un sistema di sorveglianza orwelliana in stile “1984”, ovviamente giustificato a fini sanitari. Quali sono stati i risultati in Corea del Sud in termini di sicurezza sanitaria? Nessuno, il resto, cioè i dati di milioni di persone, è in mano alla locale “psico-polizia”.

In altri regimi che hanno ispirato palesemente, come detto, anche il Governo Conte, il modello di riferimento è stato (ed è) quello di stampo autoritario cinese. Qui grazie all’assenza di leggi a tutela della privacy, è in uso lo strumento più invasivo che anch’esso utilizza i dati raccolti dall’app anticovid, chiamata anche qui maliziosamente “Health Code”, i dati presenti e raccolti da molti altri mezzi e in molti altri database, come quelli della videosorveglianza, delle telecamere, delle carte di credito, degli acquisti eseguiti digitalmente.

Abbiamo detto che sul sito del Governo dedicato all’app, c’è scritto a chiare lettere che l’app non raccoglie informazioni delle persone quali nome, cognome, identità e numero di telefono, indirizzo email e delocalizzazione, ma solo contatti anonimi costituiti da codici, che sono comunque conservati e inviati in modo crittato al server attraverso la rete internet.

Tuttavia non c’è alcun tipo d’indicazione o garanzia sul fatto che l’identificazione delle persone possa avvenire attraverso i metadati generati dalla connessione internet dell’utente al momento del collegamento al server. Mi riferisco al medesimo sistema che consente a un qualunque sito internet o a Google (ad esempio), di conoscere diverse informazioni di un utente già solo al momento della connessione, ancor prima che svolga una qualunque attività su quel sito. Come fa? Attraverso i metadati!

La generazione di un qualunque file o flusso di dati sulla rete è accompagnato dall’automatica generazione di dati (metadati) che riferiscono a chi li riceve (nel nostro caso il server di Sogei), molte informazioni quali marca, modello e caratteristiche del device utilizzato, sistema operativo utilizzato, luogo approssimativo da cui si effettua la connessione, browser utilizzato (quando il collegamento a un sito non avviene tramite app, ecc.). Tutte queste informazioni costituiscono una vera e propria “impronta digitale elettronica” che può consentire, con un certo grado di approssimazione, l’identificazione di un'utente.

Sia chiaro, ciò avviene continuamente, per tutti i device e per tutte le app. Edward Snowden ormai oltre dieci anni fa, ha mostrato al mondo quanto i governi siano in grado di sorvegliare l’intera popolazione e di quanto siano importanti questi metadati, ancor più, in alcuni casi, del contenuto delle nostre conversazioni.

Lo Stato italiano sfrutta quindi l’app Immuni e il collegamento internet che essa richiede, per identificare e geolocalizzare le persone?

Nelle FAQ del sito ufficiale di Immuni, è possibile forse trovare alcune interessanti informazioni.

Innanzitutto va detto che alcune volte, nei sistemi operativi Android più vecchi, e sebbene l’app ufficialmente non acceda al GPS, è comunque richiesta l’attivazione del sistema di geolocalizzazione, che deve essere quindi abilitato per permettere al sistema di cercare segnali Bluetooth e salvare i codici casuali di utenti che si trovano nelle vicinanze.  Va detto anche però, che tale anomalia è esposta chiaramente sul sito di Immuni (vedi immagine sotto).

Sono altre due però, le risposte alle FAQ particolarmente interessanti (prestate attenzione alle frasi sottolineate).

Come abbiamo visto nell'immagine, alla domanda “Come viene tutelata la mia privacy”, le Autorità, attraverso il sito, rispondono che:

 “Durante l'intero processo di design e sviluppo di Immuni, abbiamo posto grande attenzione sulla tutela della tua privacy. Eccoti una lista di alcune delle misure con cui Immuni protegge i tuoi dati:

  • L'app non raccoglie alcun dato che consentirebbe di risalire alla tua identità. Per esempio, non ti chiede e non è in grado di ottenere il tuo nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo email.
  • L'app non raccoglie alcun dato di geolocalizzazione, inclusi i dati del GPS. I tuoi spostamenti non sono tracciati in alcun modo.
  • Il codice Bluetooth Low Energy trasmesso dall'app è generato in maniera casuale e non contiene alcuna informazione riguardo al tuo smartphone, né su di te. Inoltre, questo codice cambia svariate volte ogni ora, per tutelare ancora meglio la tua privacy. 
  • I dati salvati sul tuo smartphone sono cifrati. 
  • Le connessioni tra l'app e il server sono cifrate. 
  • Tutti i dati, siano essi salvati sul dispositivo o sul server, saranno cancellati non appena non saranno più necessari e in ogni caso non oltre il 31 dicembre 2020. 
  • È il Ministero della Salute il soggetto che raccoglie i tuoi dati. I dati verranno usati solo per contenere l'epidemia del COVID-19 o per la ricerca scientifica.
  • I dati sono salvati su server in Italia e gestiti da soggetti pubblici.”

Alla domanda “Immuni condivide o vende i miei dati”, le Autorità, attraverso il sito, rispondono che:

I dati sono controllati dal Ministero della Salute. In nessun caso i tuoi dati verranno venduti o usati per qualsivoglia scopo commerciale, inclusa la profilazione a fini pubblicitari. Il progetto non ha alcun fine di lucro, ma nasce unicamente per aiutare a far fronte all'epidemia. Non è esclusa la condivisione di dati al fine di favorire la ricerca scientifica, ma solo previa completa anonimizzazione e aggregazione degli stessi.”

Alla luce di tali risposte, in cui si usa ripetutamente l’espressione “i tuoi dati”, chiunque sia ancora dotato di un minimo di grano salis dovrebbe porsi la domanda: “Di quali miei dati stanno parlando?”

Se l’app non raccoglie alcun dato identificativo che possa essere ricondotto alla persona proprietaria dello smartphone che li ha prodotti dunque, non c’è alcun tipo di dato personale o sensibile. Se, come spiegato, sui server di Sogei affluiscono soltanto codici alfanumerici del tutto privi di significato, anche nel successivo caso d’invio di allert (i dati della persona risultata positiva sono comunque già noti alle autorità sanitarie che hanno effettuato il test), codici talmente privi di significato da rendere inutile l’app stessa per gli scopi prefissati, non ha alcun senso parlare di “tuoi dati”, ma semmai sarebbe più giusto parlare di "dati generati dall'app sul tuo smartphone".

Eppure sul sito questa espressione (“i tuoi dati”) è utilizzata più volte anche, come in questi due casi presenti nelle FAQ. Viene specificanto inoltre, che i server si trovano in Italia e non all’estero (informazione che sarebbe utile se l’app inviasse ai server informazioni e dati personali, nel rispetto della normativa sulla privacy), che sono in mano pubblica e non privata, e che non saranno venduti o utilizzati per scopi diversi da quelli specificati dall’applicazione. Perché specificare tutto questo?  Perché si aggiunge anche che i dati potrebbero essere utilizzati a scopo scientifico "previa completa anonimizzazione dei dati”? Non erano già tutti completamente anonimi? Possiamo interpretare queste contraddizioni in termini, come evidenza che il Governo non stia dicendo la verità riguardo l’assenza di qualunque forma di tracciamento tramite l’app Immuni?

Tutte domande legittime. Non è possibile tuttavia affermare con certezza che anche l’app Immuni sia sfruttata in tal senso. Personalmente non ritengo che la finalità dell’app sia il tracciamento e la sorveglianza delle persone. Tra l’altro il Governo avrebbe già senza quest’app, tutte le possibilità tecnologiche e le norme di legge che gli possono consentire di tracciare ogni aspetto della vita delle persone, questo grazie anche alle recenti leggi che hanno legalizzato i Trojan di Stato (ne ho parlato nell’articolo dal titolo “Polizia di Stato o Stato di Polizia?”).

Non sembra quindi che l’app Immuni possa portare alcun tipo di reale vantaggio a quest’attività di sorveglianza già in atto, e che sfrutta le cattive abitudini di utilizzo delle tecnologie “smart” da parte della popolazione, oltre che la sua palese ed evidente inconsapevolezza sul suo reale funzionamento (ne ho parlato nell’articolo “Smartphone o smartspy”).

Concludendo, se l’app immuni NON è utile a contenere nuovi focolai epidemici, NON è utile per proteggere realmente la salute di chi la installa, NON serve alla sorveglianza di Stato, allora a cosa serve?

Verosimilmente il reale scopo dell’app è quello di cominciare a instillare nella mente della popolazione l’idea che sia “giusto” rinunciare a un altro pezzetto di libertà, in cambio di una presunta sicurezza (questa volta di tipo sanitario) installando un app, oggi in modo volontario, domani chissà, magari obbligatorio. Anche se difficilmente si arriverà entro il 31/12/2020 a vedere installata l’app dal numero minimo di persone indicato dal Governo, anche nelle sue stime “ridimensionate” (25-30% della popolazione, che significa circa 15-18 milioni di download), questo servirà come test per verificare il grado di “dipendenza” del cittadino dallo Stato, oltre che l’efficacia dell’attività di propaganda e terrore adottata e perpetrata attraverso i mass media mainstream. Il tutto in attesa del prossimo passo verso il “festoso addio alla libertà”, magari salutato nuovamente dalle scie lasciate nei cieli di tutta Italia dalle Frecce Tricolori.

Già, perché mentre veniva lanciata l’app Immuni, e le persone scendevano in piazza in varie città per protestare contro le misure adottate dal Governo, misure che hanno distrutto l’economia nazionale e generato un altro paio di milioni di nuovi disoccupati e di nuovi poveri, in un clima di piena recessione che si protrarrà per anni e mentre si decide se accettare o meno il MES, il Governo ci “ha voluto regalare” (testuali parole rilasciate alla RAI da un Ministro della Repubblica in occasione delle cerimonie del 2 giugno a Roma) per la modica cifra di 4.800€ l’ora per ciascun aereo, l’esibizione della pattuglia acrobatica nazionale (PAN). Considerato che gli aerei sono 9, che ogni esibizione costa un minimo di 43.200€ (a questi vanno aggiunti spese accessorie come quelle per la sicurezza che portano ogni esibizione a costare non meno di 50.000€) Il Governo ha deciso di utilizzare i pochi soldi disponibili così. Per farsi un’idea, la kermesse di tre giorni con le Frecce Tricolori costò, nel 2018, al Comune di Arona, in provincia di Novara, più di € 118.000,00, escluse le spese sostenute direttamente dagli sponsor. Dal momento che gli aerei hanno sorvolato i cieli dei capoluoghi di tutte e venti le Regioni d’Italia, questo “regalo” è costato agli italiani un minimo complessivo stimato in circa 1 milione di euro! Ne saranno contenti i tanti cittadini che aspettano ancora di ricevere la cassa integrazione promessa nei mesi scorsi …

Ma va be’, l’importante è riscoprirsi patrioti e ipocritamente altruisti, scaricando l’app Immuni.

Scaricare l’app Immuni fornisce quindi un'unica certezza, quella di dare un sostanziale contributo per sconfiggere questa brutta cosa, così fuori moda oggi e così invisa a tutti i Governi degli ultimi trent’anni, chiamata democrazia, e per immunizzare anche te contro quel virus maledetto chiamato “LIBERTA”.

Stefano Nasetti

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ALH84001 nel meteorite marziano la firma dell’antica abitabilità e della vita sul pianeta rosso

Su Marte c’è acqua, ormai la comunità scientifica non ha più dubbi a riguardo Sono i tantissimi dati oggettivi, rilevati da rover lander e orbiter giunti sul pianeta rosso, a dimostrarlo, e nessuno, neanche i più conservatori, è più in grado anche solo di tentare di confutare quest’evidenza.

Ciò su cui ancora molti discutono invece, è l’abitabilità passata del nostro vicino planetario. Anche in questo caso però, ci sono sempre più dati che dimostrano che il pianeta rosso sia stato un tempo certamente un posto molto confortevole per la nascita e l’evoluzione della vita. I dati raccolti dai rover marziani sembrano anche puntare verso la conferma della presenza di antichi composti organici sul mondo rosso.

Nel gennaio 2020 è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications l’articolo: “Semiarid climate and hyposaline lake on early Mars inferred from reconstructed water chemistry at Gale”. Lo studio è stato coordinato dall’Università di Kanazawa (Giappone) e ha visto la partecipazione di altre istituzioni di ricerca nipponiche e dell’Università di Harvard.

Gli studiosi nipponici hanno concentrato la loro attenzione sulla composizione chimica dell’acqua di Marte, che anticamente si raccoglieva in bacini e fiumi, i cui resti sono stati osservati più volte nel corso degli anni dalle sonde e, in situ, dai rover. I risultati dello studio suggeriscono che l’acqua marziana doveva avere un livello di acidità con valori simili a quelli degli oceani terrestri; questo farebbe pensare che un tempo, i bacini marziani potessero effettivamente essere luoghi accoglienti per forme di vita microbica.

Senza contare poi i risultati degli esperimenti degli anni ’70 dei lander Viking, che a una volta rivalutati a distanza di decenni, senza più i preconcetti e i pregiudizi di stampo antropocentrico dell’epoca, hanno addirittura reso evidente che la vita sul pianeta rosso possa ancora esistere.

Ora un nuovo studio aggiunge un altro importante tassello, questa volta a partire da osservazioni effettuate qui sulla Terra. Oggetto di quest’ultima indagine sono stati i meteoriti marziani, frammenti della superficie di Marte a loro volta lanciati nello spazio dall’impatto con altri meteoriti, e poi finiti sul nostro pianeta, rocce che già in passato hanno fornito informazioni importanti riguardo il passato marziano.

Il team di ricerca, guidato dall’Istituto di Tecnologia di Tokio, si è concentrato in particolare sul meteorite Allan Hills (Alh) 84001, dal nome della regione in Antartide dove è stato trovato nel 1984. Si tratta di un meteorite che rappresenta già una “pietra miliare” nell’ambito della nostra conoscenza riguardo il pianeta rosso e, probabilmente, anche della nostra intera conoscenza riguardo il nostro sistema solare e l’universo.

“Nell’agosto del 1996, infatti, un’equipe di scienziati fece un annuncio incredibile!

Il meteorite marziano denominato ALH84001, rinvenuto in Antartide, contiene delle tracce fossilizzate di vita! All’interno di questa roccia, del peso di poco meno di 2 kg, sono presenti globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

Questo confermò inizialmente, a tutta la comunità scientifica, anche agli scienziati più scettici e restii a riconoscere la possibilità di vita extraterrestre, che anche su altri pianeti era ed è possibile la vita.

Dopo che per gran parte degli ultimi centosessanta anni, dalle osservazioni di Schiaparelli in avanti, Marte era stato considerato abitabile e forse abitato, e dopo che le immagini delle sonde Viking 1 e 2 avevano completamente ribaltato questa idea, mostrando un pianeta freddo, secco e inadatto alla vita, con l’annuncio del ritrovamento di batteri fossili nel meteorite ALH84001, tornò ad essere ritenuta nuovamente possibile l’idea che la vita sul pianeta rosso potesse esistere.” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Ciò che fu scoperto nel 1992 dall’esame del meteorite ALH84001 fu poi riscontrato anche in molti altri meteoriti marziani, come ad esempio nello Yamato00593.

“L’altro elemento che può essere considerato una prova riguardo l’esistenza di vita, almeno in passato, sul pianeta rosso, è quanto è stato riscontrato nell’esame dei citati meteoriti marziani ALH84001 e Yamato00593 rinvenuti in Antartide, che non solo contengono entrambe delle tracce fossilizzate di vita marziana, ma addirittura di forma differente.

Come già abbiamo avuto modo di vedere, oggi l’idea prevalente della comunità scientifica riguardo queste rocce, è che contengano realmente globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

La maggioranza delle persone ignora totalmente queste due evidenze oggettive che provano quantomeno, la presenza di forme di vita elementare nel passato di Marte” .” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Questa volta l’analisi del meteorite ALH84001 ha fornito un ulteriore elemento a sostegno di quanto finora detto e scoperto.

Gli scienziati hanno scovato nel meteorite tracce di azoto, un elemento essenziale per la vita terrestre. La cosa più sorprendente però, è che questo materiale organico è stato con ogni probabilità conservato per 4 miliardi di anni, fin dalla cosiddetta era Noachiana. La scoperta, pubblicata oggi (maggio 2020) su Nature Communications, conferma almeno la teoria di un giovane Marte potenzialmente adatto a ospitare la vita.

Non è la prima volta infatti, che i meteoriti marziani forniscono indizi o prove in tal senso. Ad esempio, in alcuni meteoriti (Tissint, Nakhla e NWA 1950) sono state confermate tracce di carbonio organico, un altro ingrediente fondamentale per sviluppare la vita (vedi articolo del Carnegie Institution for Science, pubblicato su Science Advances nell’ottobre 2018). Ed è di pochi mesi fa (febbraio 2020)  l’ipotesi di una possibile analogia tra l’antico cratere da meteorite di Ries, nella Germania meridionale, e la superficie marziana (studio è stato pubblicato su Science Advances).

Nel caso di ALH84001 però l’analisi è stata particolarmente complessa. Studi simili effettuati in precedenza, avevano incontrato difficoltà a causa della contaminazione della roccia marziana con la neve e il ghiaccio antartico. Ciò rendeva difficile stabilire quanto del materiale organico intrappolato nel meteorite avesse effettivamente origini marziane.

Lo studio giapponese, ha risolto il problema grazie a una combinazione innovativa di tecniche per preparare i campioni. Gli scienziati hanno utilizzato del nastro d’argento in una camera bianca per isolare dai meteoriti i minuscoli granelli di carbonato – circa lo spessore di un capello umano. Hanno poi trattato ulteriormente questi granelli con uno strumento a fasci di ioni per rimuovere eventuali contaminazioni superficiali. Infine hanno utilizzato una particolare tecnica di spettroscopia, chiamata Exafs, che ha permesso di rilevare le tracce di azoto.

Dopo un’attenta analisi di controllo, i ricercatori hanno confermato l’autenticità del materiale organico. L’azoto presente nel meteorite ALH84001 è effettivamente marziano. Una prova in più della potenziale abitabilità del giovane mondo rosso.

Le prove a riguardo sono ormai innumerevoli e stanno mettendo seriamente in discussione anche l’idea prevalente sull’origine della vita sulla Terra.

“Nel marzo 2017, la rivista Nature ha pubblicato la scoperta dell’University College di Londra che aveva scoperto, in alcune rocce a Nuvvuagittuq in Canada, le tracce di microrganismi vissuti 3,8 miliardi di anni fa.

Si trattava di strutture tubulari e filamenti molto simili a quelli che si possono trovare ancora oggi, nei pressi delle sorgenti idrotermali oceaniche. La comunità scientifica, in modo unanime, le ha subito riconosciute come indiscutibili tracce di vita.

La cosa più interessante di questa scoperta, è che le strutture tubolari di origine biologica scoperte in Canada, sono pressoché identiche a quelle presenti nel meteorite marziano ALH 84001, anzi, forse quelle presenti nel meteorite sono più indicative per determinarne l’origine biologica, anche agli occhi di un profano.

Pochi mesi più tardi, lo studio pubblicato ancora una volta da Nature, nel settembre 2017, ha retrodatato la comparsa della vita sulla Terra di altri cento milioni di anni. Questa volta la scoperta delle tracce di vita più antiche mai ritrovate sul nostro pianeta, è stata compiuta dall’Università di Tokio, su un campione di rocce proveniente sempre dal Canada, ma questa volta dalla regione del Labrador. In quest’occasione, i ricercatori nipponici hanno analizzato rocce che risalgono a circa 3,95 miliardi di anni, e hanno scoperto in esse tracce di grafite di origine biologica.

Queste scoperte hanno messo di fatto in crisi, la teoria secondo la quale la vita sulla Terra sarebbe nata spontaneamente e casualmente, a seguito di milioni di anni di mescolamento delle varie sostanze, nel cosiddetto brodo primordiale.

Questa teoria ancora oggi considerata prevalente, era stata formulata in un periodo in cui le più antiche tracce di vita ritrovate, si attestavano in un periodo compreso tra i 3 e i 3,5 miliardi di anni fa, ed era quindi pienamente compatibile con le evidenze che attestavano il raffreddamento della crosta terrestre, e dunque le condizioni minime all’apparizione della vita, a circa 4 miliardi di anni fa.

Con un periodo compreso tra i cinquecentomilioni e il miliardo di anni a disposizione, la vita aveva quindi tutte le possibilità di nascere spontaneamente, confermando la tradizionale teoria dell’evoluzione darwiniana, per la gioia dell’intera comunità scientifica conservatrice, che tanto ama crogiolarsi nei suoi spesso dogmatici assunti.

Nel maggio 2017, tra le due scoperte appena citate, se ne era frapposta un’altra, apparsa sulla rivista Nature Communications. Un gruppo di ricerca del Centro Australiano di Astrobiologia dell’Università del Nuovo Galles del Sud, aveva scoperto nelle formazioni rocciose rossastre del Dresser, un antico sistema di sorgenti idrotermali che si trova in un’area vulcanica nella regione di Pibara dell’Australia occidentale, dei microrganismi fossili chiamati stromatoliti.  Si trattava della più antica forma di vita scoperta sulla terraferma fino a quel momento.

Commentando la notizia, l'astrobiologa Daniela Billi, dell'Università di Roma Tor Vergata, intervistata dall’agenzia giornalistica Ansa, aveva rilevato che: “La scoperta "potrebbe avere anche conseguenze per la ricerca di forme di vita su Marte", poiché sul pianeta rosso si trovano rocce molto simili a quelle scoperte in Australia. "Se la vita sulla Terra è nata così precocemente, questo significa - aveva spiegato Daniela Billi - che risale a un periodo nel quale Marte era abitabile".

Questo significa che nello stesso periodo anche Marte potrebbe avere ospitato forme di vita. È anzi addirittura più probabile, poiché verosimilmente per i motivi esposti a inizio capitolo, Marte è stato ospitale qualche centinaio di migliaia di anni prima della Terra, e che quindi sia stato proprio il pianeta rosso a essere la vera prima culla di vita nel nostro sistema solare.” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).

Qualcuno avrà notato che molte delle ricerche e degli studi citati compiuti sui meteoriti marziani sono realizzate da Università, centri di ricerca e scienziati giapponesi. Forse ciò potrebbe non essere del tutto casuale. Il Giappone ha tradizionalmente, infatti, un fortissimo legame con la vita extraterrestre e conserva nelle sue tradizioni dei fortissimi e concreti legami con il pianeta rosso … ma questa è un’altra storia.

Stefano Nasetti

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La scuola italiana viola la legge e i diritti costituzionali nel silenzio generale

 

 

 

“C’è effettivamente una grave epidemia in giro a cui andrebbe messo un freno mediante efficaci vaccini. L’epidemia di cui parlo è la dittatura, una delle più gravi malattie endemiche dell’umanità, che giorno dopo giorno, sta uccidendo la libertà, senza che neanche le persone se ne accorgano" (Stefano Nasetti)

Aprile 2020 – Stiamo attraversando uno dei periodi più bui della storia moderna. I diritti fondamentali e democratici e le libertà, dolorosamente e faticosamente conquistate dai nostri nonni nel secolo precedente, stanno subendo ormai da diversi anni un forte attacco.

Nonostante si siano alternati Governi di diverso colore politico, non è passato anno, soprattutto negli ultimi venti, che un qualche diritto democratico abbia subito una restrizione, una sospensione, un ridimensionamento o addirittura una cancellazione.

La svolta autoritaria intrapresa dal Presidente del Consiglio dei Ministri attualmente in carica che si è auto conferito poteri speciali e, in barba a qualunque norma costituzionale ha calpestato diversi articoli della nostra carta costituzionale, sospendendo i diritti fondamentali di un qualunque stato democratico, è chiara ed evidente e incontrovertibile.

In nome della sicurezza e per far fronte a un’emergenza sanitaria derivante da decenni di politiche sbagliate che hanno fatto a pezzi il nostro sistema sanitario, e dettata da una mediaticamente ingigantita pericolosità di un virus, Il capo del Governo (che possiamo definire a questo punto e senza alcun dubbio, un dittatore) ha confinato la quasi totalità della popolazione nelle proprie case.

Considerando il cittadino alla stregua di un qualunque criminale, sta valutando in queste ore la possibilità di imporre l’installazione di app sui cellulari dei cittadini, per poterne tracciare gli spostamenti, completando la trasformazione del cittadino in criminale agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

Questa vera e propria segregazione, confino o arresto della popolazione è oggi orwellianamente chiamato dalle autorità stesse e dai mass media “distanziamento sociale”.

Ciò nonostante, si continua ad affermare che l’Italia è un paese democratico e che la costituzione sia ancora in vigore.

La prova che invece non lo è, e che ci sia una deriva autoritaria estremamente pericolosa che sta infettando ogni ramo delle istituzioni, ci arriva oggi dalla scuola italiana.

A seguito delle chiusure delle scuole e del confino della popolazione messo in atto dal Presidente del Consiglio dei Ministri nello scorso mese di marzo (2020), le scuole hanno comunque cercato di proseguire l’attività didattica, poiché l’istruzione è un diritto del cittadino sancito dalla costituzione.

Le problematiche a cui l’arretrato, dal punto di vista strutturale e informatico, comparto dell’istruzione ha dovuto improvvisamente far fronte, sono state molte e differenti, in ragione della tipologia e del grado d’insegnamento delle scuole (primaria, elementari, medie, superiori università).

Gli strumenti istituzionali messi a disposizione delle scuole sotto il profilo informatico, sono assai limitati e distribuiti a macchia di leopardo sul territorio nazionale. La scuola ha quindi inizialmente fatto leva esclusivamente su questi strumenti, in particolare sul “registro elettronico”, sulla piattaforma “Collabora”e su altri strumenti similari, tutti “statali” e non “privati”.

Attraverso tali strumenti è stato possibile inviare video lezioni preregistrate dai professori dalle loro abitazioni, agli studenti, assegnare i compiti da fare e ricevere i compiti svolti, per poterli verificare e fare le correzioni. Ovviamente queste limitate funzioni non consentono di fare interrogazioni o avere un’interazione diretta insegnante studente.

Le scuole hanno quindi pensato di trovare delle soluzioni che potessero supplire a questa carenza strutturale, soluzioni necessarie soprattutto nelle scuole superiori e, in misura certamente minore, nelle scuole medie.

Anche quest’ultime hanno quindi pensato, su disposizione del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), di fare ricorso a piattaforme private di videoconferenza (Skype, Hangout, Zoom, ecc.) senza però valutare bene le norme di legge che tutelano il diritto alla privacy (soprattutto dei più piccoli), alla libertà di sottoscrivere contratti tra cittadini e privati, e alla lesione del diritto di accesso all’istruzione nel caso in cui non si voglia o non si possa disporre di tecnologia adeguata all’accesso alla rete.

Il problema è sorto e sta sorgendo soprattutto negli ultimi giorni, in cui diversi istituti scolastici di tutta Italia hanno emanato circolari, istituendo l’obbligatorietà alla partecipazione alle video lezioni, imponendo la presenza audio e video dei minori anche di classi elementari e medie.

Pur comprendendo le buone intenzioni di alcuni dirigenti scolastici, è inaccettabile che un’istituzione, quale la scuola è, possa consapevolmente violare diverse norme e diritti tra l’altro di minori, esponendo gli stessi a numerosi rischi, cercando di rabbonire o “circuire” con messaggi rassicuranti senza alcun fondamento, i genitori al fine di tacitare eventuali rimostranze e ottenere lo scarico di responsabilità su eventuali violazioni.

Si ripresenta in un altro contesto, il medesimo escamotage attuato per l’imposizione dell’incostituzionale e liberticida legge sull’obbligo vaccinale. Anche in quel caso infatti, constatata l’impossibilità di imporre l’obbligo per evidenti contraddizione di quanto consentito nella costituzione, è stata fatta passare la legge introducendo il “trucco” della firma del cosiddetto “consenso informato”. Se un genitore si rifiuta di firmare il “consenso informato” il vaccino non può essere somministrato. Questo perché firmando questo foglio il genitore si assume tutti i rischi connessi ad eventuali danni da vaccino (su cui deve essere messo a conoscenza dal personale medico). È stato quindi imposto un obbligo ma poi se ne scarica la responsabilità di eventuali conseguenze sul cittadino obbligato.

Goffamente le evidenze di questo esplicita opera di persuasione, assimilabile quasi a una frode, poiché le scuole sanno bene (o dovrebbero ben sapere che stanno ledendo i diritti dei minori), sono state fornite dalle stessa scuole.

Infatti, molti istituti scolastici hanno invitato i genitori a prendere visione delle modalità di configurazione dei device, attraverso dei web minar su internet, in cui un “esperto” informatico di un’università italiana, istruiva i docenti collegati, all’utilizzo della piattaforma Zoom. In tale video (che trovate nei link a fondo pagina) “l’esperto”  ammetteva in più passaggi, che la piattaforma non è totalmente sicura e che c’è una violazione della privacy (se pur lieve). Non ci sono quindi dubbi che ci sia una violazione e che le scuole lo sappiano. Ma quanti genitori ne sono consapevoli?

Nel mio caso è stato sufficiente esporre, in una lettera inviata al Dirigente scolastico, tutte le mie perplessità ed evidenziare tutte le numerose violazioni costituzionali e di legge che le scuole stanno compiendo, istituendo l’obbligatorietà alla partecipazione alle lezioni, chiedendo tra l’altro, che sia ripristinata una piena situazione di legalità.

Il dirigente ha risposto celermente, precisandomi che al momento la questione dell’obbligatorietà, almeno nel suo istituto, riguarda solamente le scuole medie e non le primarie (non sono in grado di affermare se l’obbligatorietà può essere istituita a discrezione del dirigente scolastico o se sia stato impartito un ordine preciso dal MIUR). Mi altresì ringraziato delle putuali annotazioni, dicendomi che ne terrà conto per l'organizzazione dell'attività didattica futura, che ha detto essere in divenire. Dunque per quanto riguarda la mia situazione, i miei figli, frequentando la scuola primaria, al momento non sono obbligati.

Tuttavia, la sostanza, in linea di principio, non cambia, poiché tutti i ragazzi delle scuole medie sono, almeno fino all’ultimo anno, minori di 14 anni e dunque rientrano a pieno in tutte le criticità che ho esposte al dirigente e che potrete leggere tra breve. Perché faccio riferimento a questo limite di età? Perché la legge offre, a partire da questa età, la possibilità di accedere autonomamente alla rete.

Tuttavia in molti altri istituti sia di scuola primarie che secondaria, l’obbligatorietà è stata introdotta. Quante famiglie con figli minorenni sono al corrente di quelli che sono i loro diritti e quelli dei loro figli in merito alla tutela della privacy?

Quanti sono stati correttamente informati sui rischi connesso all’utilizzo di piattaforme private (tipo Zomm) imposte dalle scuole in questi tempi?

Quanti sono consapevoli che, indipendentemente dall’età, il diritto allo studio non può essere subordinato al possesso di una tecnologia smart e all’utilizzo di una piattaforma per videoconferenze privata?

La situazione che ho vissuto personalmente è comune a quella di altre centinaia di migliaia di famiglie in tutta Italia. Ho dunque deciso di pubblicare qui di seguito, il testo della comunicazione (ometterò ogni riferimento personale e alla scuola), certo che possa servire a molti altri cittadini, per presentare simili istanze alle scuole dei propri figli.

Nella lettera spiego dettagliatamente tutte le incongruenze, le violazioni dei diritti costituzionali e le altre norme di legge, che sono violate da tutte le scuole elementari, medie e superiori, in cui l’obbligo permane.

Qualora la scuola non dovesse accogliere le vostre richieste, consiglio di inoltrare formale denuncia alla Procura della Repubblica e al Garante della Privacy affinché possano approfondire e accertare i diversi reati che si stanno configurando.

Prima di lasciarvi al testo al racconto di quello che è la situazione da regime autoritario in cui ormai viviamo sottolineo come tutto ciò stia accadendo nel silenzio generale.

Dov’è il garante della Costituzione, vale a dire il Presidente della Repubblica? Dove sono i partiti, anche quelli di opposizione, che spesso fanno dei valori e dei principi costituzionali la loro bandiera? Dov’è la stampa che si definisce libera e che quindi dovrebbe essere critica verso chi governa? Dove sono i cittadini italiani che si definiscono democratici e che dunque credono nei valori della costituzione italiana? Se il Presidente del Consiglio dei Ministri ha cestinato la Costituzione Italiana e tutti i diritti in essa sanciti, che abbia almeno il coraggio di dirlo esplicitamente!

Nel frattempo nella speranza che non sia così, è necessario che ciascun cittadino si attivi per far valere i propri diritti.

 

Questo il testo della lettera che ho inoltrato. Sarebbe opportuno che dedicaste anche del tempo ad ascoltare gli audio nei link contenuti, almeno nei pochi minuti che ho menzionato nel testo, tanto per rendersi conto che spesso il comune cittadino viene trattato come uno stupido ignorante da alcuni individui, che occupano posti nelle università e più in generale nelle istituzioni, che vengono pagati con soldi pubblici e che quindi dovrebbero invece essere al servizio del cittadino.

Spero che ogni genitore che abbia a cuore i diritti dei propri figli, faccia ciò che ho fatto io, rifiutandosi di far apparire in video il proprio figlio minore, a prescindere dalle proprie comodità o specifiche esigenze. È il momento innanzitutto di difendere la libertà!

Invito altresì anche chi non ha figli ma ha cuore la democrazia, la costituzione tutti i diritti fondamentali, a presentare esposti alle Procure della Repubblica, per fermare questo ennesimo abuso.

Gentili Prof.ssa ******* ********,

Sono il papà di ****** ********, alunna della classe *** presso il plesso ******.

Le scrivo per esporle le mie perplessità circa l'adozione di alcuni sistemi riguardanti la didattica a distanza.

Mi riferisco in particolare, all'utilizzo di alcune piattaforme e all’obbligatorietà di utilizzo (vero punto nodale della questione) che codesto istituto scolastico ha disposto mediante la circolare *** e successive.

Mi scuso anticipatamente per la lunga email, ma ritengo necessario non limitarmi a fare dei semplici rilievi, poiché penso che la situazione che vado a esporre, possa essere utile anche per altre situazioni future, onde evitare spiacevoli strascichi di altra natura.

Comprendo che a seguito delle decisioni prese dalle autorità, il Suo lavoro e quello del corpo docente, a cui con l’occasione rinnovo la mia stima e fiducia, è divenuto particolarmente gravoso, e apprezzo gli sforzi che ciascuno di voi sta compiendo nel tentativo di portare avanti l'attività didattica.

Tuttavia non posso non sottolineare che la scuola, in quanto istituzione, dovrebbe anteporre sempre la sicurezza degli alunni e l'insegnamento della legalità. Sebbene questo obiettivo sia stato più volte rimarcato nelle circolari sopra citate, non sembra essere stato sempre raggiunto.

In questo delicato periodo, in cui anche i diritti fondamentali e inalienabili dell'individuo (così dice la Costituzione Italiana) sono messi fortemente in discussione dalle autorità stesse, la scuola dovrebbe coadiuvare le famiglie nel cercare di formare cittadini consapevoli.

Mi duole sottolineare che nella fretta e nella difficoltà oggettiva nell'organizzare improvvisamente la didattica a distanza, alcuni di questi aspetti, che ritengo siano i compiti principali e addirittura più importanti delle nozioni delle varie materie previste dal programma ministeriale, siano stati messi in secondo piano.

Prima di entrare nel dettaglio della questione mi sembra importante sottolineare che mia figlia NON ha un suo telefono smartphone. NON ha alcuna scheda telefonica, Non ha alcun account su social network e non naviga in rete da sola (non perché non ne sia capace ma perché non glie lo permettiamo.)

Sebbene questa possa sembrare una situazione anomala considerati i tempi in cui viviamo, si tratta invece dell'unica situazione che è conforme alle normative.

Sono certo che la scuola, in quanto istituzione, conosca cosa significhi utilizzare un qualunque oggetto smart (cioè connesso alla rete), cosa significhi iscriversi a un social network o creare un account, quali siano le norme che ne regolano l'accesso (considerato che vengono fatte nella scuola lezioni sul cyberbullismo). Tuttavia dal contenuto delle circolari sembra che alcuni importanti aspetti non siano stati tenuti nella giusta considerazione.

Ritengo quindi che sia bene sottolineare alcuni concetti fondamentali.

Comincio anzitutto con il ricordare che il diritto all’istruzione è un diritto sancito dalla costituzione (art.33 e 34).

Al contrario non è obbligatorio possedere device e oggetti tecnologici. Sono a conoscenza che il MIUR si è attivato per supplire all’eventuale mancanza di questo tipo di oggetti. Ciò nonostante, anche qualora il device per la connessione fosse fornito gratuitamente all’allievo e la connessione pagata dallo Stato, il possesso di strumenti adeguati per l’accesso alla rete rimane, come detto, per legge non obbligatorio. Ciò dunque NON può costituire una condicio sine qua non per l’accesso all’istruzione. (Su quest’aspetto tornerò anche più avanti).

Ricordo che il presente istituto scolastico è una scuola pubblica statale e non un’università telematica privata. Già soltanto per tale motivo la scuola NON può imporre alcun tipo di presenza on line, ma deve altresì attivare eventuali altri canali per assicurare il pari trattamento e l’accesso all’istruzione anche a chi, eventualmente (ma non è il mio caso) la tecnologia non la volesse per scelta utilizzare.

Secondo la Costituzione, lo Stato (e in questo caso la scuola, in quanto istituzione) s’impegna a garantire l'istruzione e a rimuovere gli ostacoli eventuali all'accesso. Non dovrebbe accadere che la scuola imponga di fatto, l'iscrizione e/o l'utilizzo di un social o a qualunque altra piattaforma privata (e non pubblica) per poter fruire alla didattica.

Pur comprendendo il momento particolare, non si può dare per scontato che ogni famiglia disponga di un accesso alla rete in modo illimitato, veloce e disponga di un numero di device idoneo a garantire la possibilità di accedere, soprattutto nei tempi e nei modi che la scuola sta comunicando in questi giorni, agli allievi. I genitori, potrebbero avere necessità per motivi lavorativi, di disporre dei propri device e non poterli mettere a disposizione dei figli secondo le modalità richieste. Anche per tale motivo, l’obbligatorietà di presenza audio/video non è una modalità accettabile

L’utilizzo di qualunque tipo di device comporta obbligatoriamente la creazione di un account di qualche tipologia. Se si utilizza un PC sarà necessario creare un account Microsoft, se si utilizza uno smartphone o un tablet Android, sarà necessaria la creazione di un account Google, se si possiede un dispositivo iOS l’account necessariamente da creare sarà quello Apple.

Anche sulle conseguenze della creazione di un account e sulle condizioni di utilizzo dei dispositivi che necessariamente si accettano con la creazione di detti account, tornerò a breve. 

Le società che possiedono i social network e/o le piattaforme di videoconferenza sono società private a scopo di lucro. Queste società che forniscono “gratuitamente” (le virgolette sono d’obbligo) i loro servizi e la loro tecnologia dunque, non li forniscono realmente in modo gratuito. In un mondo in cui la raccolta dati di massa è all'ordine del giorno, questo concetto dovrebbe essere diventato ormai di dominio pubblico. I cittadini che utilizzano questa tecnologia e, a maggior ragione le istituzioni (quale la scuola è), dovrebbe esserne ben consapevole.

Il prezzo che paghiamo è espresso non in euro o in qualunque altra valuta, ma con i dati, con le informazioni che vengono carpite in continuazione dalle varie app, sia quando le utilizziamo, sia quando sono apparentemente spente, anche se non abbiamo creato alcun account.

Fin dal momento dell'installazione, o alla creazione di un account, o a quando apriamo una pagina web (come suggerito nelle circolari) queste cominciano a raccogliere informazioni e a profilare le persone.

Come si può pensare che un'azienda (Zoom) che fornisce il suo servizio di videochiamate a più di cento milioni di persone nel mondo e che ha quasi duemila dipendenti, possa farlo gratuitamente?

Vorrei comprendere meglio il vostro punto di vista, e conoscere su quali elementi tangibili si fonda tale visione.

Dare per scontato che ci iscriva con superficialità a una qualunque piattaforma privata per poter seguire le lezioni, è un atto diseducativo che la scuola non può e non deve permettersi.

Mi sono permesso di utilizzare la parola “superficialità”, perché i riferimenti contenuti nella circolare *** (il webminar del CINI per intendersi) al contrario di quanto in apparenza si vuol lasciare trasparire nelle circolari stesse, NON fornisce alcuna certezza sulla sicurezza della piattaforma che questa scuola vuole imporre. Infatti, al minuto 5:20 del filmato “#webminarpif come fare lezione proteggendo i dati personali”, il relatore ammette candidamente che “… non c’è tracciamento degli studenti per quanto ne sappiamo, perché non c’è la creazione di un account, non abbiamo verificato, ad onor del vero, cosa c’è dentro l’applicazione di Zoom che viene utilizzata però, Zoom non uno di quei grandi multinazionali che si occupano di tutto e che sono interessate a raccogliere dati su tutto quello che fanno gli utenti, in ogni aspetto … quindi siamo abbastanza ragionevoli nel ritenere che non dovendo specificare chi siete ma dovendo soltanto cliccare su un link, i nostri ragazzi, i vostri ragazzi saranno abbastanza al sicuro”.  (concetto ribadito anche 10 minuti dopo, quando si afferma che Zoom non è la soluzione ottimale ma una soluzione di compromesso.)

Com’è facile comprendere dunque, “l’esperto” (anche qui le virgolette sono d’obbligo) a cui vi siete affidati su indicazione del MIUR per una valutazione della piattaforma e sui consigli di utilizzo, NON ha alcun tipo di certezza riguardo all’eventuale tracciamento di Zoom. Al contrario ammette di non aver approfondito la questione e di basare la sua opinione (perché solo di questo si tratta e dunque va presa come tale) su valutazioni opinabili e su deduzioni fatte sulla base delle (limitate) conoscenze e/o della circoscritta visione che ha della questione.

Infatti, dalle parole dell’esperto del CUNI, non viene fatta alcuna menzione ad esempio, ai metadati che vengono automaticamente generati in una qualunque comunicazione informatica e che costituiscono una parte molto importante dei dati per la profilazione degli utenti.

Molte persone, oggi, tendono a pensare alla sorveglianza di massa in termini di contenuto, cioè delle effettive parole utilizzate durante una telefonata o in un’email. È comprensibile, in un certo senso, poiché ciò che più ci importa è ovviamente la natura intima e privata delle nostre comunicazioni: il suono della nostra voce, l’espressione inimitabile del nostro volto in un selfie che inviamo per messaggio. La verità, però, è che il contenuto delle nostre comunicazioni rivela ben poco rispetto ad altri elementi, rispetto alle informazioni non scritte e non dette che possono risultare da un contesto più ampio. Questi sono appunto i metadati. Anche quando si naviga apparentemente in forma anonima, i nostri device lasciano una sorta d’impronta digitale elettronica che può fornire molte informazioni su chi lo sta utilizzando. (non mi dilungo di più su questo punto, sperando che Lei possa trovare il tempo di approfondirlo autonomamente).

Altro aspetto non considerato, o volutamente sottaciuto, riguarda la necessità, affinché ci si possa collegare a una videoconferenza Zoom, dell’accettare i “cookie” (vedi sezione “Istruzioni per partecipare” al link da voi indicato nella circolare). Se sa cosa sono i cookie, la loro sola presenza è indice di una qualche sorta di tracciamento.

Saprà poi, che sono sufficienti appena 3 fotogrammi ad un software di riconoscimento facciale per carpire i dati biometrici (volto, voce, ecc.) di chi appare in video.

L’invito a non fermarsi a una valutazione superficiale dei rischi connessi all’accesso alla rete da parte dei minori, per quanto riguarda l’adozione di sistemi per l’erogazione della formazione a distanza, è stato rimarcato anche dal Garante della Privacy.

Il Garante Antonello Soro, ha scritto il 26 marzo in una nota ai ministri dell’Istruzione, dell’Università e delle Pari opportunità: “Le straordinarie potenzialità del digitale -rivelatesi soprattutto in questo frangente indispensabili per consentire l’esercizio di diritti e libertà con modalità e forme nuove- non devono, indurci a sottovalutare anche i rischi, suscettibili di derivare dal ricorso a un uso scorretto o poco consapevole degli strumenti telematici, spesso dovuto anche alla loro oggettiva complessità di funzionamento”.

E Soru spiega: “Si tratta di rischi assai più concreti di quanto si possa immaginare e dai quali è bene proteggere chiunque (in primo luogo, ma non soltanto i minori) utilizzi questi nuovi strumenti di formazione. Molte delle piattaforme suscettibili di utilizzo a fini didattici, ad esempio, funzionano come veri e propri social network che necessitano, come tali, di una sia pur minima cognizione delle loro regole di utilizzo e delle implicazioni di ciascun “click”, anche tra l’altro sui diritti della personalità di terzi. Considerando che, spesso, per i minori che accedono a tali piattaforme si tratta delle prime esperienze (se non addirittura della prima) di utilizzo di simili spazi virtuali, è evidente come anche quest’attività vada svolta con la dovuta consapevolezza, anche sulla base delle indicazioni fornite a livello centrale”.

Mi chiedo come nelle circolari inviate ai genitori si possa dunque, affermare che la privacy degli studenti sia al sicuro.

Che non sia così si evince anche, come detto, dall’utilizzo dell’espressione “abbastanza al sicuro” utilizzata dall’esperto del CUNI. La sicurezza o c’è o non c’è. Se la scuola o il MIUR non sono in grado di garantire la sicurezza, che lo dicano chiaramente nel rispetto del principio di trasparenza verso i cittadini che è un dovere di tutti i dipendenti pubblici, sancito anche dalla legge.

Come sopra già accennato, quando ci s’iscrive a un social network, o si crea un account per qualunque motivo ivi compresi quelli per far funzionare un device Android, iOS o Microsoft, (ma anche quando si scarica un App su uno smartphone, o s’installa un programma sul computer), dal punto di vista legale si sta sottoscrivendo un contratto. Secondo il codice civile, i contratti possono essere tipici (cioè quelli messi per iscritto) o atipici. Nel caso di utilizzo di una piattaforma per videoconferenze, secondo le modalità descritte nelle circolari da Lei emanate e in riferimento ai contenuti dei link indicati, ci troviamo giuridicamente in presenza di un contratto atipico.

 In questo tipologia di contratti, la sottoscrizione avviene in forma implicita, cioè con l’utilizzo da parte dell’utente, dei servizi messi a disposizione dal fornitore Zoom (che ricordo essere una società privata). La sottoscrizione di tale contratto sottintende l’accettazione di tutte le norme (solitamente non negoziabili) che disciplinano l’utilizzo di quella piattaforma, ivi compresi la raccolta, la conservazione e l’utilizzo dei dati personali (come ad esempio i dati biometrici.)

I termini di utilizzo dei social che stabiliscono da un lato il comportamento e le regole che devono essere seguite dagli utenti, dall’altro le modalità di erogazione del servizio da parte del fornitore, sono contenuti e indicati esplicitamente nel contratto. Di fronte alla mancata accettazione di tali norme, essendo l’iscrizione e/o l’utilizzo del servizio un atto volontario e non obbligatorio, il fornitore si può rifiutare di fornire il servizio e non mettere a disposizione dell’utente il social. Quindi in sostanza o si firma il contratto così com'è, o non si può utilizzare il social o quella piattaforma.

Può la scuola imporre, di fatto, ai cittadini di stipulare contratti con società private, subordinando a tale stipula il godimento di un diritto costituzionale come quello all’istruzione? Può una scuola a fronte del legittimo rifiuto alla sottoscrizione di tali contratti, prendere provvedimenti riguardo la valutazione dell’attività didattica del candidato (assenze)?

Tra queste norme che devono essere accettate quando si crea un account o si utilizza un servizio in apparenza gratuito, c’è spesso ben evidente l’obbligo per l’utilizzatore proprietario dell’account, (questo vale soprattutto se si utilizza un device diverso dal PC per connettersi, nel nostro caso a Zoom) di farne un utilizzo esclusivo. L’account, e quindi tutto ciò che “gira” su quel device sotto quell’account (Google o Apple ad esempio), ivi compreso un browser con il quale connettersi in videoconferenza a Zoom senza scaricare l’applicazione, dovrebbe essere utilizzato esclusivamente dal titolare dell’account (il genitore nel nostro caso) presente su quel device e da nessun altro (quindi neanche i figli).

Com'è possibile che un'istituzione si organizzi facendo leva su una violazione delle norme di legge (possesso di un account o nuova iscrizione o utilizzo di un account di un'altra persona, anche se genitore) sebbene ormai abitudine purtroppo molto diffusa tra la popolazione? Anche se nelle circolari non si obbliga alla creazione di un account vero e proprio su Zoom (c’è comunque la necessità di “personalizzare” la propria identità tramite la scelta di un nickname e di uno sfondo, come raccomandato nelle circolari stesse), anche la sola semplice richiesta/obbligo di collegamento tramite browser, per quanto detto, o l’utilizzo di un device che funzione in ragione di un account di un genitore, costituisce l’incitamento alla violazione di norme contrattuali pattuite tra il privato cittadino e la società fornitrice del servizio.

L’iscrizione a un social network o l’utilizzo di qualunque altra piattaforma all’apparenza gratuita (Zoom ad esempio) non può essere obbligatoria, perché essa si concretizza di fatto nella sottoscrizione di un contratto.

Come l’art. 4125 del codice civile, nessuno può essere costretto a sottoscrivere un contratto, poiché lo stesso articolo prevede come causa di nullità del contratto stesso, la situazione in cui una delle parti è stata obbligata, costretta, minacciata o ricattata per firmarlo. Secondo il nostro ordinamento giuridico quindi, La stipula dei contratti deve rappresentare sempre un atto esplicitamente volontario.

La scuola e nessun’altra istituzione può imporre la sottoscrizione di contratti tra soggetti privati (nel nostro caso i cittadini e la società Zoom).

C’è poi da considerare anche un altro aspetto.

Per sottoscrivere un contratto è necessario essere in possesso (e quindi dichiarare di possedere) personalità giuridica, quindi avere capacità giuridica (che è semplicemente la titolarità in astratto di diritti e doveri), ed essere nel pieno esercizio della propria capacità di agire (intesa dal punto di vista legale).

Secondo le norme italiane, la personalità giuridica è riconosciuta alle aziende di capitale, agli enti pubblici. Anche le persone fisiche alla nascita sono persone giuridiche, ma acquisiscono la capacità di agire (dal punto di vista legale) al compimento del 18° anno di età. Soltanto a partire da questa età, le persone fisiche possono sottoscrivere contratti giuridicamente validi.

Sebbene l’iscrizione a un social o l’utilizzo di un altro servizio web si concretizzi con la sottoscrizione vera e propria di un contratto legale, considerata l’utilità sociale di questi nuovi strumenti tecnologici, in deroga a tale norma, con l’entrata in vigore il Decreto legislativo 10 agosto 2018, n. 101 che adegua il Codice in materia di protezione dei dati personali (Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196) alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679, avvenuto nel settembre del 2018, è stata abbassata l’età minima per l’iscrizione ad un social, la creazione di un account e/o l’utilizzo di piattaforme assimilabili a 14 anni.

Tra i 13 e i 14 anni l’iscrizione è possibile solo con il consenso esplicito dei genitori, mentre è sempre vietata l’iscrizione ai minori di 13 anni.

Sarebbe un controsenso vietare per legge ai minori di 13 anni di accedere in qualunque modo al web (e dunque anche apparire in audio e video, come più volte raccomandato dalla stessa Autorità Garante della Privacy), per poi imporne la presenza per video lezioni utilizzando, tra l’altro, piattaforme non istituzionali ma private, di cui le istituzioni non hanno controllo diretto, né sulle modalità di raccolta, conservazione e utilizzo dei dati, né tantomeno la possibilità di accedere a server che si trovano in altri stati (oltretutto fuori dall’Europa).

Qui stiamo parlando di tutti ragazzi minorenni e anche minori di 14 anni.

Non penso (o meglio lo afferma la legge) che, considerate le conseguenze anche del solo atto di accesso alla rete in termini di privacy e raccolta dati, che la scuola possa e debba richiedere ciò o addirittura obbligare a far questo.

Così come non penso che si possa escludere, o eventualmente penalizzare, l'allievo che decide (per decisione dei suoi genitori) di non aderire alla partecipazione alla lezione audio video. Come detto, la scuola deve favorire l'accesso all'istruzione e non creare ostacoli.

Chiarito l’aspetto prettamente giuridico legale, e le violazioni dei diritti costituzionali che si concretizzerebbero con l’attuazione dell’obbligo di utilizzo di qualunque piattaforma privata per videoconferenza (la questione non si porrebbe, almeno in buona parte, se la scuola, il MIUR, fornisse adeguate piattaforme a controllo statale per videoconferenza, alla stregua del registro elettronico e della piattaforma Collabora) e l’eventuale illegittimità nella penalizzazione degli alunni che non aderiranno, entro ora nel merito della minimizzazione dei rischi connessi alle intromissioni durante le sessioni di videoconferenza della piattaforma Zoom.

Nella circolare *** che avete fatto pervenire ai genitori, si legge che “ L’AGID comunica che i problemi di vulnerabilità sono stati risolti attraverso il link: https://www.cert-pa.it/notizie/vulnerabilita-nella-piattaforma-zoom-per-windows/

Alla pagina indicata però, non c’è alcun tipo di certezza riguardo la sicurezza della piattaforma. Nella pagina si fa infatti, riferimento esclusivamente alla dichiarata risoluzione (non verificata) dei problemi da parte dell’azienda privata Zoom, riguardo ai soli bug che permettevano ad eventuali malintenzionati di carpire informazioni su account Microsoft windows degli utenti, durante le sessioni di videoconferenza. Tra l’altro comunicare ai genitori che i problemi di sicurezza di Zoom sono stati risolti, costituisce una evidente falsa affermazione. Nella pagina stessa risulta che Zoom non ha affatto dichiarato risolto il bug, ma anzi “Al momento Zoom non ha corretto la vulnerabilità ma è possibile mitigare il problema scegliendo …

Il considerare tale dichiarazione dell’azienda Zoom, tra l’altro inesistente addirittura ribaltandone il contenuto, come una oggettiva risoluzione di un solo problema (solo quello del furto delle credenziali Windows), non costituisce alcuna certezza di azzeramento del rischio, anche se l’azienda statunitense avesse realmente dichiarato di aver risolto il problema. Mi passi il paragone, faccio ricorso al noto detto popolare “è come andare a chiedere all’oste se il vino è buono!”. Da un’istituzione che ha l’ardire di violare dei diritti costituzionali imponendo l’utilizzo di una piattaforma privata, si pretenderebbe, almeno per coerenza, un’attenzione maggiore alla verifica della veridicità di quanto si dichiara.

La questione dell’insicurezza di Zoom è talmente ancora irrisolta che in data 2 aprile (quindi successivamente quanto riportato dal portale della P.A. da voi indicato), importanti e primarie aziende internazionali hanno vietato l’utilizzo di questa piattaforma ai propri dipendenti (https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/tlc/2020/04/02/space-x-vieta-ai-dipendenti-lapp-zoom_46c9bd70-7ebe-471d-9170-1008c7438898.html)

Si afferma poi nella medesima circolare scolastica inviata a noi genitori: “E' bene precisare inoltre che le intromissioni durante le lezioni on line, di cui si è parlato molto in stampa e in rete, dopo essere state passate  al vaglio della polizia postale, non sono risultate hackeraggi, bensì scherzi di ragazzini poco seri, che avevano trasmesso password ai loro coetanei per interrompere le lezioni”. Anche in questo caso siamo chiaramente di fronte alla minimizzazione di un rischio, a una sottovalutazione del problema o alla non comprensione dell’entità del problema stesso.

In data successiva a quella della dichiarazione di Zoom a cui fa riferimento il link riportato nella circolare ***, da verifiche fatte da alcuni siti d’informatica, la problematica connessa all’intromissione di terzi durante sessioni di videoconferenza non è stata affatto risolta. Questo perché è generata da un problema strutturale, di carattere informatico della piattaforma stessa molto più complesso da risolvere. Si tratta di un problema specifico di Zoom, e non presente ad esempio su altre piattaforme tipo Skype.

Inoltre quello che è da Voi definito come una ragazzata, è invece un fenomeno molto diffuso e longevo a livello globale, giunto in Italia solo in queste ultime settimane con la diffusione di questa piattaforma. Tale fenomeno si protrae, senza soluzione di continuità, da diversi mesi al punto da essersi meritato la creazione di un neologismo (zoom bombing). Per evitare di dilungarmi vi allego questo link che la prego di leggere con attenzione nella sua interezza. (https://www.hdblog.it/android/articoli/n518966/zoom-privacy-sicurezza-bombing-e2e-dati-estranei/))

In qualità di genitore, alla luce di quanto sopra, essendo responsabile dell’esposizione ai rischi della rete e alle violazioni della privacy derivanti dall’obbligo di video presenza, non posso in alcun modo accettare le imposizioni contenute nelle circolari in questione.

Non è in alcun modo accettabile che una scuola possa esporre ragazzi minorenni al rischio (anche qualora volessimo circoscriverne la probabilità) che qualcuno s’intrometta nella video lezione per mostrare immagini pornografiche o di violenza. Ritengo gravissima l’introduzione dell’obbligo sia nel caso foste a conoscenza di questo fenomeno, sia nel caso altrettanto grave che non foste adeguatamente informati. La scelta di questa piattaforma è quantomeno sconsiderata.

Le decisioni introdotte con le circolari inviate in questi giorni ai genitori, non tengono a mio modo di vedere, neanche conto del Provvedimento del 26 marzo 2020 - "Didattica a distanza: prime indicazioni" (Registro dei provvedimenti n. 64 del 26 marzo 2020) emanato dal Garante per la protezione dei dati personali.

In particolare al punto 2. Privacy by design e by default: scelta e configurazione degli strumenti da utilizzare, si legge ”Spetta in primo luogo alle scuole e alle università- quali titolari del trattamento - la scelta e la regolamentazione, anche sulle base delle indicazioni fornite dalle autorità competenti, degli strumenti più utili per la realizzazione della didattica a distanza (cfr. anche, ove applicabile, art. 39 del Regolamento (UE) 2016/679, infra: “Regolamento”). Tali scelte dovranno conformarsi ai principi di privacy by design e by default, tenendo conto, in particolare, del contesto e delle finalità del trattamento, nonché dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati (artt. 24 e 25 del Regolamento)”.

Con l’inserimento dell’obbligatorietà di presenza vengono (circolare 166) lesi i diritti di libertà e scelta.

Il documento continua: “Le istituzioni scolastiche e universitarie dovranno assicurarsi (anche in base a specifiche previsioni del contratto stipulato con il fornitore dei servizi designato responsabile del trattamento), che i dati trattati per loro conto siano utilizzati solo per la didattica a distanza. Saranno, in tal senso, utili specifiche istruzioni, tra l’altro, sulla conservazione dei dati, sulla cancellazione - al temine del progetto didattico - di quelli non più necessari, nonché sulle procedure di gestione di eventuali violazioni di dati personali.”

In merito a tale punto vorrei poter visionare gli accordi (ove presenti) tra codesto istituto scolastico e la società fornitrice privata Zoom (fornitrice del servizio di videoconferenza) riguardo le modalità e termini di conservazioni e cancellazione, al termine del progetto didattico, dei dati.  Esiste questo accordo? Vi prego di renderlo disponibile alla consultazione sul Registro elettronico.

La disposizione emanata dal Garante della Privacy è un atto è lungo che, qualora non l’abbia ancora fatto, la invito a leggere con estrema attenzione.

Nella sostanza conferisce in primo luogo, come già detto, alle scuole – quali titolari del trattamento – la scelta e la regolamentazione, anche sulla base delle indicazioni fornite dalle autorità competenti, degli strumenti più utili per la realizzazione della didattica a distanza, ma nella scelta degli strumenti da utilizzare è opportuno includere anche le garanzie offerte sul piano della protezione dei dati personali.

Alla luce di quanto sopra, non ritengo che sia stata fornita alcuna oggettiva garanzia a riguardo, ma soltanto pareri basati spesso su presunte e auto dichiarate limitate conoscenze della materia (parere dell’esperto del CUNI), minimizzazione dei rischi sulla base di non documentate dichiarazioni della polizia postale, e autodichiarazioni non verificate\verificabili della società Zoom. Insomma tutto si basa sulla fiducia e non sulla trasparenza.

Al minuto 41:30 dello stesso web minar di cui ho fatto cenno in precedenza, un altro “esperto” fuoricampo suggerisce il tracciamento degli utenti intervenuti, attraverso l’email dei genitori. Al contempo il relatore principale ribatte dicendo che tanto per accedere è necessario l’assenso dei genitori e quindi il problema di responsabilità di eventuali violazioni della privacy non ricade sui docenti ma sui genitori, assenso da raccogliere eventualmente mediante la firma di moduli inviate su registro elettronico. Concetto ribadito anche tra il minuto 56 e il minuto 58:55, cui il relatore invita le scuole e i docenti a tranquillizzare le famiglie, suggerendo di smorzare perplessità riguardo eventuali criticità oggettive (cosa che comprendo è stata ben recepita dal codesto istituto scolastico) per ottenere sostanzialmente una lettera di manleva a favore della scuola per eventuali violazione della privacy dei propri figli, pur ammettendo che la privacy è violata (anche se in forma lieve). Insomma, un’istituzione consapevole di violare delle norme (quella della tutela della privacy dei minori) obbliga quindi qualcuno (le famiglie) a sottoscrivere contratti (in forma atipica e quindi in modo implicito), utilizzando mezzi e servizi erogati da aziende private, senza fornire alcun tipo di garanzia sulla protezione della privacy di minori (poiché mezzi di società esterne su cui la scuola non ha alcun potere), e scaricando sui genitori ogni possibile responsabilità.

Mi sembra chiaro che non è giuridicamente possibile obbligare qualcuno a fare qualcosa e poi dirgli che è responsabile delle conseguenze delle azioni che è stato obbligato a compiere.

Zoom è certamente uno strumento comodo ai professori per fare videochiamate di gruppo o lezioni. Il problema che l’utilizzo da parte dei minori non è compatibile con la scarsa sicurezza che ha, oltre al fatto che si tratta di un’azienda privata. L’impressione è che si sia data più importanza alla forma che alla sostanza, prediligendo la comodità di poter dare una parvenza di “scuola virtuale” alle famiglie e agli allievi, a discapito della sicurezza e della privacy.  Certamente non siete l’unico istituto a scegliere questa soluzione (zoom). Ciò tuttavia non significa che se tutti calpestano e violano le norme, allora diventa lecito e legittimo farlo, anche se a consigliarlo è il Ministero o il Governo. La costituzione è ancora formalmente in vigore e i diritti dei cittadini (oltretutto minori) non possono essere calpestai, ignorati o sminuiti per una questione di comodità nell’organizzazione della scuola, del personale docente. Non tutti ne hanno imposto l’utilizzo, andando solo a consigliarne l’utilizzo a chi voglia eventualmente derogare ai propri principi e diritti o a quelli dei propri figli minori.

Tornando nel merito di quanto disposto dal Garante, addirittura, in caso dell’utilizzo di un servizio online di videoconferenza o di una piattaforma che consente il monitoraggio sistematico degli utenti o comunque ricorre a nuove soluzioni tecnologiche particolarmente invasive (quali, spiega il garante, quelle di geolocalizzazione o dei dati biometrici) sarebbe necessaria la valutazione d’impatto, un sistema complesso e previsto dall’art. 35 del Regolamento.

A tale aspetto codesto istituto scolastico sembra aver adempiuto, se non ho compreso male, con la valutazione fatta dalla dott.ssa ******* ****** che non ha però evidentemente dato molto peso, alla rilevazione dei dati biometrici dei minori, possibile attraverso la videoconferenza.  Tale aspetto doveva invece essere tenuto in estrema considerazione, poiché si tratta di minori di 13 anni.

Il Garante specifica poi che “Laddove, invece, si ritenga necessario ricorrere a piattaforme più complesse e “generaliste, (come nel caso di Zoom) che non eroghino servizi rivolti esclusivamente alla didattica, si dovranno attivare, di default, i soli servizi strettamente necessari alla formazione, configurandoli in modo da minimizzare i dati personali da trattare, sia in fase di attivazione dei servizi, sia durante l’utilizzo degli stessi da parte di docenti e studenti (evitando, ad esempio, il ricorso a dati sulla geolocalizzazione, ovvero a sistemi di social login che, coinvolgendo soggetti terzi, comportano maggiori rischi e responsabilità)”. Sebbene vi siate prodigati per dare disposizioni sull’adeguata configurazione dei device da utilizzare per l’accesso alla formazione a distanza, il Garante ha palesemente conferito alla scuola l’onere di verifica di corretta configurazione. Quest’onere non è, sotto il profilo giuridico, in alcun modo delegabile a terzi (genitori) né tantomeno può essere liquidato semplicemente attraverso poche e sommarie informazioni o rimando a link esterni.

Insomma, per farla breve e concludere, skype, hangout, zoom, we school, etc. sono inutilizzabili a meno di un intervento diretto (e non invece indiretto, cioè per interposta persona, i genitori) della scuola sulle loro funzionalità.

Per quanto riguarda gli insegnanti (a cui i rinnovo ancora una volta l’apprezzamento e la stima) che stanno utilizzando o utilizzeranno questi strumenti per le video lezioni, è bene che sappiano che, secondo la lettura che molti esperti hanno dato del sopracitato atto del Garante, con l’utilizzo di tali piattaforme stanno infrangendo le norme sulla privacy per i motivi sopra esposti.

Voglio ricordare infatti che l’inserimento (tra l’altro illegittimo) dell’obbligatorietà rende la scuola e gli insegnanti, in caso di utilizzo illecito delle informazioni (immagini comprese) carpite durante le video lezioni, responsabili, e possono essere quindi chiamati a risponderne partrimonialmente, civilmente e penalmente.

Dal punto di vista giuridico, infatti, non sollevano da alcuna responsabilità le raccomandazioni fatte ai genitori, nelle circolari emanate da questo istituto scolastico nell’ultima settimana, nelle quali si vietano registrazioni di qualunque genere delle video lezioni. Ricordo che Zoom (come qualunque altra piattaforma), trattiene copia o traccia del contenuto di tutte le sessioni video, sui propri server. A fronte di eventuali utilizzi illeciti d’immagini delle video lezioni, e di conseguenti ed eventuali azioni risarcitorie attivate contro la scuola e il personale docente, per un esonero dei professori e della scuola in merito all’esclusione di proprie responsabilità, l’onere della prova all’estraneità ai fatti spetta agli imputati in sede giudiziale. L’onere della prova che il furto delle immagini e/o delle informazioni sia avvenuto dai server di Zoom e non da qualcun altro durante le sessioni (di cui sono quindi sempre responsabili i docenti e la scuola), rimane sempre a carico dell’imputato. Il Garante ha, infatti, conferito alla scuola il compito di vigilare sulla corretta configurazione dei device utilizzati dagli allievi.

Ciò espone oltretutto, gli insegnanti stessi e anche i loro diretti superiori, a eventuali provvedimenti di carattere disciplinare, poiché violano le norme che regolano il rapporto di lavoro tra dipendenti pubblici e istituzioni.

Ricordo in merito, che il dipendente pubblico è tenuto a non eseguire un ordine qualora questo configuri una violazione di legge, come nel caso di utilizzo obbligatorio di queste piattaforme private. È altresì tenuto a far presente per iscritto che l’ordine ricevuto rappresenta una violazione e, in caso di conferma dell’ordine, è obbligato a renderne partecipe il responsabile gerarchicamente superiore a quello che ha disposto l’ordine. Se come mi sembra di aver capito, l’ordine proviene dal Ministero è dovere denunciare il fatto alla Procura della Repubblica e non eseguire l’ordine (o più salomonicamente essere totalmente trasparenti con le famiglie circa i rischi e le violazioni e rendere volontaria e non obbligatoria la partecipazione alle video lezioni). Immagino che tutto il personale abbia ben presente tali norme. Tuttavia, nel fornire tutti gli elementi possibili al fine di far meglio valutare questo istituto circa le conseguenze delle decisioni organizzative prese, ho ritenuto opportuno farlo.

Per concludere questa lunga email, ribadisco che considerati tutti i riferimenti normativi (Costituzione, Codice Civile, disposizioni Garante della privacy, ecc) le soluzioni adottate da codesto istituto per la didattica a distanza (ad eccezione del registro elettronico e della piattaforna collabora) con particolare riferimento al carattere obbligatorio della presenza in audio video, non sono confermi alla legge e oltretutto lesive dei diritti costituzionalmente riconosciuti quali quello alla privacy e di accesso all’istruzione.

Invito pertanto formalmente con la presente e invia bonaria codesto istituto, nella persona del suo direttore didattico, a:

  1. emanare immediata circolare revocando l’obbligatorietà della presenza audio video dei minori;

  2. ad assicurare parità di trattamento nell’erogazione della formazione, continuando il programma scolastico con l’utilizzo dei mezzi istituzionali (e non privati) come il Registro Elettronico e la piattaforma Collabora, fin qui utilizzati e che si sono rivelati idonei e sufficienti per il proseguimento dell’attività didattica;

  3. di garantire pari trattamento nella valutazione degli allievi (le assenze in audio video non devono in alcun modo essere considerate tali e dunque incidere nella valutazione dell’alunno).

Faccio fin da ora presente che adotterò tutti i comportamenti leciti necessari, atti a garantire i diritti all’istruzione e alla salvaguardia della privacy dei miei figli, facendo ricorso, se necessario, alle autorità competenti che sapranno eventualmente valutare la legittimità delle mie richieste e le violazioni qui esposte. Mi riservo ovviamente nel caso in cui le mie richieste non vengano accolte dalla scuola ma vengano in poi confermate e legittimate dalle autorità competenti, il diritto di rivalermi su codesto istituto e su tutti i soggetti interessati, per eventuali danni conseguenti alla lesione dei diritti costituzionali eventualmente lesi.

Nel ribadire il mio apprezzamento per l’impegno e lavoro fin qui da voi svolto, spero che quanto detto possa servire per mettere in piedi un’organizzazione ancor migliore. Vi ringrazio per l'attenzione e la pazienza dimostrata nel leggere questa mia email.

Certo che comprenderete le perplessità manifestate e vorrete predisporre la fruizione delle lezioni in modo consono senza ulteriori strascichi, vi saluto cordialmente.

 

Questo il testo. Spero di aver fatto cosa utile per diffondere maggiore consapevolezza sul periodo di privazione che stiamo vivendo e per consentire a più persone possibili di difendere i propri diritti e la propria libertà.

È importante difendere i principi e i valori fondamentali, poiché, come dimostra anche questa vicenda, una volta introdotto un precedente atto a limitare libertà e diritti dei cittadini, sarà con ogni probabilità riproposto anche in altri ambiti. Anche quindi tutti coloro che non hanno figli e non sono interessati da questa situazione, dovrebbero presentare esposti alla Procura della Repubblica (è possibile presentarli facilmente anche in forma anonima) per denunciare il fatto. Sarà poi compito delle autorità accertare e perseguire le violazioni.

Difendiamo la libertà, difendiamo i nostri valori fondamentali, difendiamo la costituzione, difendiamo la democrazia!

Stefano Nasetti

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Maggiori informazioni https://illatooscurodellaluna.webnode.it/news/quel-verde-pallido-e-sbiadito-sul-tricolore-italiano/

Stefano Nasetti

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Fonti:


 

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Quel verde pallido e sbiadito sul tricolore italiano

Avvertenze: questo articolo tratta di valori e principi e parla di fatti concreti, pertanto potrebbe non essere compreso da tutti. È poi un articolo lungo (la conoscenza e la consapevolezza necessarie per difendere la propria libertà possono costare un po’ di fatica). Non è adatto dunque ai dissonanti cognitivi e/o agli analfabeti funzionali che spesso hanno la soglia di attenzione solo di pochi minuti. Sono consapevole che questo porterà la maggioranza delle persone a leggere solo in parte o a non leggere quest’articolo, ma non essendo in cerca di popolarità o cose simili, sarò felice di sapere se anche soltanto una persona avrà avuto l’amor proprio di provare a capire di più o anche soltanto di aver provato a vedere le cose da un punto di vista diverso. Non per me, ma per se stesso. L’intento, infatti, è solo quello di informare e non di convincere. Mi rivolgo dunque a quelli che prediligono il “sapere” al “credere”. Buona lettura.

“La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza dalla conoscenza, la conoscenza (anche) dall’informazione, dallo studio e dalla lettura senza pregiudizi” (Stefano Nasetti.)

La bandiera è il simbolo distintivo per antonomasia. È usata in molti ambiti ma sempre con la stessa finalità. Ancor più dei moderni loghi, la bandiera serve per identificarsi e distinguersi da altri. Tutti gli elementi della bandiera o contenuti in essa, hanno sovente un preciso significato e vengono scelti perché considerati sintesi di caratteristiche specifiche tipiche dei soggetti che rappresenta. Forma, dimensioni, colori contenuti nella bandiera o della bandiera stessa, la loro disposizione oltre agli eventuali altri simboli raffigurati sono in genere attentamente studiati. Ciò è ancor più vero quando parliamo di bandiere nazionali. 

Esistono bandiere più complesse e articolate come quella degli Stati Uniti, quella del Brasile o di alcuni paesi del sud-est asiatico e bandiere apparentemente più semplici. Ogni bandiera ha la sua storia. La bandiera d'Italia, comunemente conosciuta come il Tricolore, è il vessillo nazionale della Repubblica Italiana. Tutti sanno che il tricolore italiano è una bandiera composta, così come dispone l’articolo 12 della Costituzione, da tre bande verticali di eguali dimensioni, di colore verde, bianco e rosso e verde (partendo dall’asta).

Nonostante la legge ne disciplini l’utilizzo e l’esposizione, tutelandone la difesa prevedendo il reato di vilipendio della stessa, ne prescriva l'insegnamento nelle scuole, non tutti ne conoscono la storia e il significato dei colori. L’attribuzione del significato ai colori della bandiera Italiana è importante, perché dovrebbe simboleggiare i principi o i valori che identificano il popolo italiano o a cui il popolo italiano dovrebbe fare riferimento.

Qual è quindi questo significato? In un’epoca di relativismo, e soprattutto alla luce degli accadimenti degli ultimi anni e dell’ultimo mese (marzo 2020), cosa rimane del significato originario di quei colori?

Quest’analisi ci permetterà di riflettere profondamente su ciò che il nostro Paese è diventato oggi, e di quanto si sia distaccato dagli ideali che si riteneva rappresentassero il sentimento comune del popolo italico, solo poco più di settant’anni fa.

Per meglio comprendere tutto questo, è innanzitutto necessario fare prima un po’ di storia.

In araldica (che può essere definita come “la scienza del blasone” cioè quella che “regola e governa la composizione degli stemmi”) ogni colore ha un significato specifico. Il verde è simbolo della vittoria, dell'onore, dell'abbondanza. Il bianco è utilizzato per rappresentare la purezza, l'innocenza, la giustizia e l'amicizia. Il rosso, richiamandosi al sangue versato in battaglia, solitamente simboleggia il valore, l'audacia, la nobiltà e il dominio.

Ogni bandiera però ha la sua storia, e le vicissitudini in essa narrate sovente hanno influito sulla scelta dei colori, sulla loro disposizione e sul significato attribuito ai colori stessi. Questo è proprio il caso del Tricolore italiano, in cui la scelta dei colori verde, bianco e rosso NON si rifà al significato che questi hanno nella pluricentenaria “scienza araldica”.

Il periodo storico in cui ha fatto la sua prima comparsa e i motivi che ne hanno portato all’adozione, prima per il Regno d’Italia e poi, dal 1947 come bandiera della Repubblica Italiana, hanno, di fatto, determinato l’attribuzione di un significato diverso a ciascun colore. Il cambio di significato attribuito a ciascun colore della bandiera d’Italia, ha generato moltissima confusione nella popolazione, dando origine a spiegazioni diverse da quelle storiche, nel tentativo di trovare origine in fonti “poetiche”, letterarie e addirittura naturalistiche. La confusione è ormai tale da farne perdere a molti, la conoscenza del significato autentico.

Tra le spiegazioni più fantasiose ancora oggi molto diffuse, e senza alcun fondamento storico, c’è quella secondo cui i colori verde, bianco e rosso rappresenterebbero rispettivamente il colore dei prati e della macchia mediterranea, quello delle nevi delle montagne italiane e il sangue versato dai soldati italiani nelle molte guerre a cui hanno preso parte.

Facendo invece riferimento a fonti storiche ufficiali, l'origine dei colori che diventeranno poi quelli nazionali italiani, risale al 21 agosto 1789 a Genova, quando apparvero su una coccarda tricolore, per poi comparire sullo stendardo militare della Legione Lombarda l’11 ottobre del 1796.

La comparsa ufficiale del tricolore sul suolo italiano come bandiera identificativa di uno stato nazionale e sovrano invece, avvenne per la prima volta il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, quando fu adottato quale bandiera della Repubblica Cispadana, sulla scorta degli avvenimenti susseguenti alla rivoluzione francese (1789) che aveva propugnato, oltre i suoi famosi ideali (uguaglianza, fratellanza e libertà), anche il diritto all’autodeterminazione dei popoli. È proprio in ricordo della prima apparizione del tricolore a Reggio Emilia che dal 1996, lo Stato italiano dedica alla sua bandiera la festa del Tricolore, il 7 gennaio di ogni anno.

Fu poco dopo gli eventi rivoluzionari francesi, infatti, che anche in Italia iniziarono a diffondersi estesamente gli ideali d’innovazione sociale, proprio sulla scorta della propugnazione della dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789. Anche nella politica italiana i moti francesi ebbero un impatto rilevante, con i primi fermenti patriottici indirizzati all'autodeterminazione nazionale. Non a caso la bandiera francese blu, bianca e rossa diventò il primo riferimento dei giacobini italiani e fonte d’ispirazione per la creazione di un vessillo identitario italiano.

È abbastanza evidente che, come somiglianza, il tricolore italiano derivi da quello transalpino, che nacque durante la rivoluzione francese dall'unione del bianco (il colore della monarchia) con il rosso e il blu (i colori di Parigi). La bandiera francese divenne dunque simbolo del rinnovamento sociale e politico. Le gazzette italiane dell'epoca avevano poi creato confusione sui fatti francesi, in particolar modo sulla sostituzione del verde con il blu, riportando la notizia che il tricolore francese fosse verde, bianco e rosso. Il verde fu poi mantenuto dai giacobini italiani perché rappresentava la natura e quindi metaforicamente, anche i diritti naturali, cioè l'uguaglianza e la libertà.

Dopo il 7 gennaio 1797, la considerazione popolare per la bandiera italiana crebbe costantemente, sino a farla diventare uno dei simboli più importanti del Risorgimento, che culminò il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia, di cui il tricolore assurse a vessillo nazionale, accompagnato sul bianco, dello stemma dei Savoia. Durante il precedente periodo napoleonico, i tre colori avevano acquisito per la popolazione un significato più idealistico: il verde la speranza, il bianco la fede e il rosso l'amore. Altre ipotesi, supportate però da scarsa documentazione storica, spiegano l'adozione del verde sulla bandiera italiana, ipotizzandone un tributo che Napoleone avrebbe voluto dare alla Corsica, dove nacque, oppure, come già accennato, a un possibile richiamo al verdeggiante paesaggio italiano.

Per l'adozione del verde esiste anche la cosiddetta "ipotesi massonica". Anche per la massoneria, infatti, il verde era il colore della natura, emblema quindi dei diritti dell'uomo, che sono, infatti, naturalmente insiti nell'essere umano.

Il colore verde sul tricolore italiano, indipendentemente dall’origine giacobina, napoleonica o massonica che sia, sembra comunque poter essere ricondotto, fin dalla sua prima adozione, a simbolo di uguaglianza e libertà o, più generalmente, ai diritti fondamentali dell’uomo.

Nel periodo successivo, la caduta di Napoleone e la Restaurazione dei regimi assolutistici, si ripercosse anche sull'uso delle bandiere e delle coccarde: il tricolore italiano fu sempre più sostituito da quello francese, con il blu della bandiera d'oltralpe che prese il posto del verde nel vessillo italiano. Nonostante queste limitazioni, il tricolore verde, bianco e rosso ebbe un forte impatto sull'immaginario collettivo degli italiani, diventando in poco tempo e a tutti gli effetti, simbolo inequivocabile d’italianità. Il tricolore italiano entrò quindi in clandestinità, diventando simbolo dei fermenti patriottici che iniziarono a serpeggiare in Italia, la cui stagione è conosciuta come Risorgimento.

Con l’unità d’Italia prima (nel 1861) e con la proclamazione della Repubblica poi (nel 1946), il tricolore italiano fu mantenuto. Secondo la maggioranza degli storici quindi, il significato dei colori della bandiera italiana è il seguente: il verde simboleggia i diritti fondamentali dell’uomo, in particolar modo l’uguaglianza e la libertà; il bianco la fede (non solo verso la patria ma anche in senso religioso, poiché l’influenza della chiesa cattolica è stata sempre molto elevata nel nostro Paese); il rosso simbolo di amore verso la patria e del sangue versato come estremo sacrificio per proteggerne l’identità e dunque gli ideali.

La bandiera tricolore ha attraversato più di due secoli di storia d'Italia, salutandone tutti gli avvenimenti più importanti. Dopo oltre settant’anni dall’adozione del tricolore come bandiera della Repubblica Italiana possiamo fare un bilancio e vedere se i principi e i valori rappresentati dai colori verde, bianco e rosso sono ancora attuali e rispecchiano i valori del popolo italiano.

Per quanto sopra visto, è indubbiamente il colore verde quello più importante e rappresentativo del popolo italiano, sia per il significato che a esso è stato attribuito, sia perché è il vero elemento distintivo. Il colore verde è quello che, ad esempio, fa distinguere la bandiera italiana da quella francese, da cui traeva ispirazione. Il verde è il colore che rappresenta i valori e i diritti fondamentali dell’uomo, come l’uguaglianza, la libertà di pensiero e di espressione, l’inviolabilità del corpo, e tutte le altre libertà fondamentali su cui si fonda il concetto di democrazia, declinato e poi attuato nelle varie forme di governo, in cui quella della repubblica parlamentare costituisce la forma più equa, almeno sulla carta.

La nostra carta costituzionale sembra aver accolto, almeno in apparenza, tutti questi valori, dichiarandoli inviolabili e inderogabili e prevedendo tutele normative molto rigide al fine di garantirne o scoraggiarne la messa in discussione. Ciò nonostante, negli ultimi venticinque anni, i diritti fondamentali sono stati fortemente messi in discussione, mediante leggi liberticide, antidemocratiche e incostituzionali, fatte accettare alla popolazione mediante vere e proprie campagne di propaganda mediatica e commistioni politiche con altri poteri dello Stato che avrebbero dovuto invece tutelare, secondo quanto disposto dalla costituzione stessa, tali valori.

La nostra epoca è ormai governata non soltanto da logiche di tipo consumistiche e da economie capitaliste orientate alla crescita indefinita e all’altrettanto assurda idea di privilegiare i bilanci a discapito dei servizi sociali e, più in generale, a quelli al cittadino, ma anche governata dall’ideologia progressista. Questo micidiale mix, venutasi a combinare verso la metà degli anni ’90 con la fine della guerra fredda, ha portato nel corso degli anni a sgretolare i principi e i valori fondamentali e democratici. Questo perché il progressismo è intriso di quella forma di relativismo per il quale tutto ha un prezzo e può essere messo in discussione. Questa visione si è sposata alla perfezione con l’individualismo proprio delle economie capitaliste e consumiste, provocando una diffusa e generalizzata perdita di qualunque valore fondamentale.

Oggi le persone valutano le situazioni esclusivamente sulla propria individuale convenienza del momento e non in un’ottica più ampia, che contempli il benessere sociale e quei principi e valori che dovrebbero guidare le azioni di ogni persona che si definisce democratica, e che in un contesto sociale e democratico dice di voler vivere.

Nel corso degli anni quindi, abbiamo assistito: a leggi che hanno messo in discussione la libertà di pensiero ed espressione (mediante l’introduzione del reato di opinione) basate sulla forma di discriminazione peggiore che possa esistere, quella del cosiddetto razzismo gnoseologico; a leggi che hanno aperto alla possibilità che uno Stato possa appropriarsi, anche se solo momentaneamente, del corpo del cittadino (obbligo vaccinale) e deciderne cosa farne, le stesse leggi che hanno aperto a forme di discriminazione fondate su presunte, ipotetiche e potenziali contagiosità dei cittadini considerati non più tali, ma "potenziali untori"; a leggi che hanno violato palesemente articoli costituzionali, come la possibilità di violazione della corrispondenza, introdotta attraverso l’autorizzazione alla raccolta sistematica e non necessariamente motivata di dati attraverso la tecnologia (legge sull’intercettazione e sui Trojan di stato), che costituiscono oltretutto palesi violazioni di quello che è considerato, anche a livello internazionale, un altro caposaldo della democrazia, vale addire il diritto alla privacy. Gli articoli della costituzione disattesi, poiché i diritti tutelati sono stati violati, nonostante fossero stati definiti inviolabili, solo da queste tre situazioni sono molteplici:

  • Art.2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo con particolare riferimento alla Dichiarazione dei diritti fondamentali e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino;
  • Art. 3 che afferma che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione alcuna;
  • Art.13 che afferma che la libertà personale è inviolabile. In particolare al comma 3 punisce e condanna ogni forma di violenza fisica e morale sulle persone;
  • Art.15 che dispone che la corrispondenza è anch’essa inviolabile;
  • Art. 21 che afferma la libertà di manifestazione del pensiero con qualunque mezzo;
  • Artt. 33 e 34 che dispongono che la scuola è aperta a tutti.

Come se tutto ciò non fosse ancora abbastanza, con “l’emergenza coronavirus”, si è permesso a chi ci governa di fare un altro passo verso la trasformazione della Repubblica in stato totalitario, calpestando ogni principio e ogni contrappeso tra i poteri dello Stato, che era stato inserito nella costituzione italiana liberal-democratica.

La prima mossa del Governo infatti, è stata quella di dichiarare lo “stato di emergenza” e di emanare leggi speciali che consentissero a chi lo guida, di emanare provvedimenti normativi individuali. È stato così creato lo strumento normativo del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (divenuto noto con l’acronimo di DPCM), non previsto dalla costituzione italiana. Questo provvedimento è, a tutti gli effetti, un atto autoritaristico individuale, in cui una sola persona (il Presidente del Consiglio dei Ministri) decide e dispone arbitrariamente cosa fare in ogni materia, anche in quelle come la sanità pubblica, di competenza delle Regioni.

Così facendo, una persona diventa il capo supremo di un Paese, aggirando anche quei provvedimenti collegiali, costituzionalmente previsti come i Decreti Legge (espressione di volontà del Governo inteso come organo collegiale composto da tutti i Ministri e presieduto dal Presidente del Consiglio), più immediati e veloci per gestire un'emergenza, rispetto alla classica emanazione di una legge e/o di un decreto legislativo che prevedono l'intervento del Parlamento quale massimo organo rappresentativo del popolo. La spiegazione stessa portata dal Presidente del Consiglio per l’emanazione di leggi speciali, costituisce un atto incostituzionale, poiché si è detto più volte che” l’emergenza sanitaria da Covid-19” è equiparabile a uno “stato di guerra” e dunque necessità di leggi speciali. Ovviamente l’accostamento è improprio dal punto di vista giuridico. Ma volendo comunque far finta di nulla, la situazione non cambia.

Infatti, l’articolo 78 della Costituzione italiana riserva alle Camere l'esclusiva possibilità di dichiarare lo "stato di guerra" e di  conferire poi poteri speciali al Governo (e non a chi ne è a Capo), che dunque non può arrogarsi tale diritto in modo arbitrario, com’è di fatto avvenuto. Come si è assistito in passato con l’ascesa al potere di ogni regime totalitario, anche in questo caso i successivi atti del Governo, e in particolar modo del Presidente del Consiglio, sono andati tutti nella direzione di andare circoscrivere i diritti democratici e fondamentali costituzionalmente previsti.

Con i vari Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che si sono succeduti dal mese di marzo 2020 in poi, il Presidente del Consiglio ha violato diversi articoli della Costituzione. Il primo DPCM ha disposto la chiusura di molte attività commerciali e lavorative in genere. I successivi DPCM hanno via via aumentato il numero dell’attività economiche e lavorative temporaneamente vietate, in aggiunta a numerose limitazioni dei diritti fondamentali dei cittadini. Con questi atti, il Presidente del Consiglio ha contravvenuto ai seguenti articoli costituzionali:

  • Art.1 in cui si riconosce il diritto al lavoro come elemento centrale e fondante della repubblica (art.1 “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”). L’articolo è stato violato disponendo la chiusura di gran parte delle attività lavorative;
  • Art. 3 comma 2, in cui si garantiva la parità di trattamento per l’esercizio del diritto al lavoro (“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando, di fatto, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”). C'è stato palesemente un difforme trattamento poichè alcune attività sono state consentite, mentre altre no;
  • Art.4 in cui era disposto l’impegno della Repubblica a promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”). Al contrario, con i DPCM sono stati inseriti ostacoli oggettivi all’esercizio di tale diritto, impedendo, ad esempio gli spostamenti sul territorio.
  • Art.5 in cui si riconoscono e promuovono le autonomie locali. I vari DPCM hanno legiferato in materie (tutela della salute pubblica e organizzazione del territorio) che sono a esclusivo appannaggio delle Regioni.
  • Art.13 “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori che devono essere comunicati entro 48 ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive 48 ore, s’intendono revocati e restano privi di ogni effetto”. Il 2° comma vieta quindi qualsiasi forma di detenzione e/o ogni altro intervento restrittivo inserendo, proprio per l’importanza di tale diritto fondamentale, quella che in giurisprudenza è definita “doppia riserva”. La frase “… se non nei casi previsti dalla legge” costituisce una “riserva assoluta” mentre la riserva giurisdizionale viene rafforzata dalla necessità di motivare il provvedimento. Il Presidente del Consiglio dei Ministri non è un’autorità di pubblica sicurezza e non può disporre alcun tipo di restrizione alla libertà personale dei cittadini. Ancor più se opera in un regime di presunta emergenza, la cui fattispecie, tra l’altro, non rientra nei casi previsti dalla legge.  I DPCM che hanno disposto il divieto di uscire dalla propria abitazione, fatto salvo le eccezioni previste dagli stessi DPCM, sono quindi palesi violazioni di quest’articolo!
  • Art.16 libertà di circolazione, soggiorno ed espatrio. “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. … Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo obblighi di legge”.  Si tratta di libertà strettamente connesse e dipendenti da quella personale (art.13) e anch’esse godono di una “riserva di legge rafforzata”, per quel che riguarda i limiti, che si manifesta dalle necessarie motivazioni di sanità e sicurezza che devono essere alla base dei vari e possibili provvedimenti limitativi. Tuttavia numeri ufficiali alla mano, dati forniti dalle stesse istituzioni, come ampiamente documentato in un precedente articolo dal titolo “Speciale Coronavirus: il coronavirus svela le fake news di autorità e mass media” le motivazioni ufficiali, che fanno riferimento a esigenze di carattere sanitario che sarebbero alla base dei provvedimenti di restrizione contenuti nei DPCM, sono alquanto opinabili. Le reali motivazioni “di carattere sanitario” non riguardano la reale pericolosità del virus in sé, quanto piuttosto l’incapacità dello Stato di prestare cure adeguate ai cittadini. Ciò considerato quindi, i DPCM violano anche il presente articolo 16.
  • Art. 17 diritto di riunione “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per riunioni, anche il luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità che possono vietarlo soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. Quest’articolo dispone che i motivi per eventuali limiti a questa libertà sono principalmente due: 1) limite assoluto (sono cioè consentite tutte le forme di riunione se a scopo pacifico e senz’armi); 2) un’autorizzazione per l’esercizio delle attività, se tali riunioni sono alla base di essa. Unico altro motivo è quello di sicurezza e incolumità pubblica. Nei DPCM, il Presidente del Consiglio impedisce invece qualunque forma di aggregazione senza distinzione alcuna.
  • Art.19 libertà di culto e religione. Quest’articolo recita “Tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto…” Questo diritto è di fatto leso, con l’impossibilità di recarsi nei luoghi di culto e il divieto di assembramento.
  • Art. 21 Libertà di manifestazione del pensiero con qualunque mezzo. Già lesa in passato dalle leggi che hanno introdotto il reato d’opinione (vedi leggi sul negazionismo), oggi questo diritto viene ulteriormente calpestato,in considerazione dell’impossibilità di esercitarlo in luoghi pubblici assieme ad altre persone.
  • Art.24 difesa dei propri diritti. Con la sospensione dei processi e delle udienze prevista nei DPCM, è stata circoscritta la possibilità di difesa dei cittadini. Anche se i termini di prescrizione sono stati sospesi, alcuni procedimenti considerati urgenti proseguono con delle sostanziali variazioni. Ad esempio nei casi di carcerazione preventiva (quella cioè senza un giudizio definitivo, ma esercitata a scopo cautelare) la decisione di applicazione di tale provvedimento era in origine demandata a un consiglio di giudici. COn il DPCM invece, viene accentrata nelle mani di un solo soggetto, facendo venir meno l’equità di giudizio a garanzia del cittadino imputato. Si tratta ovviamente solo di un numero di casi circoscritti. Tuttavia con ciò si configura una palese violazione o limitazione del diritto di difesa oltre che e di quello ribadito nel successivo art.25 che dispone che “nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”, poiché in questo caso, il giudice naturale sarebbe il "collegio di giudici "e non un singolo giudice.
  • Art.32La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. L’ammissione alla violazione di questo diritto, è stato, di fatto, apertamente dichiarato dallo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri e da vari altri Ministri del Governo, nel momento dell’emanazione di primi DPCM. Infatti, come da loro stessi dichiarato, la reale motivazione per le restrizioni contenute nei DPCM è quella di "evitare il collasso del sistema sanitario nazionale", non più in grado di garantire le adeguate cure ai cittadini, come da disposizioni costituzionali. I motivi di tale inadeguatezza strutturale sanitaria, li ho già esposti nel succitato e precedente articolo. Rimando pertanto a esso l’approfondimento di questo punto. Lo Stato dunque, non è in grado di adempiere il proprio dovere ledendo i diritti dei propri cittadini. Poco vale, ovviamente, che ciò sia stato pubblicamente e ufficialmente ammesso, o che l’attuale governo sconti gli errori della politica fatti negli ultimi venticinque anni. 
  • Art. 33 e 34 riguardo il diritto di accesso alla scuola e all’insegnamento. La chiusura di scuole e atenei ha di fatto reso complesso l’accesso all’insegnamento, considerato il fatto che, nonostante viviamo in un epoca incui la tecnologia è alla portata di tutti, non tutte le persone o le famiglie dispongono di dispositivi adeguati per l’accesso all'istruzione a distanza. Con la chiusura senza alcun preavviso delle università e delle scuole di ogni ordine e grado, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha di fatto posto ostacoli all’esercizio del diritto all’istruzione, non consentendo alle scuole e/o alle università di organizzarsi dal punto di vista logistico e tecnologico, inpedendo oltretutto ai  cittadini di procurarsi eventualmente mezzi tecnologici per l’accesso, vista l’impossibilità di acquistarli nei negozi, chiusi per legge.

A ciò si aggiungono rinvio del referendum e sospensione a tempo indeterminato di ogni altra consultazione elettorale sia locale, sia nazionale.

Alla luce di tutte queste violazioni, possiamo senza alcun timore affermare che la Costituzione Italiana è, di fatto, stata sospesa, ma la stragrande maggioranza delle persone, completamente in balia dei mass media mainstream, non ha quasi battuto ciglio.

D’altro canto, come detto in precedenza, nel corso degli anni è stata costruita una società piena d’individui completamente privi di spirito sociale e svuotati di ogni valore. Le persone che costituiscono l’odierna società sono, senza alcun dubbio, mediamente più acculturate rispetto a quelle presenti nel nostro Paese alla fine del secondo conflitto mondiale. Ciò nonostante, risultano mediamente meno consapevoli, e quindi meno capaci di difendere i propri diritti fondamentali o i valori propri di quella società democratica in cui sono nati e cresciuti. Come spesso amo ripetere il titolo si studio non è sinonimo di cultura, la cultura non è sinonimo d’intelligenza. L’intelligenza è spesso la capacità di osservare e vedere le cose anche da altri punti di vista” non solo quelli proposti o imposti dalle autorità e dai mass media.

Questo perché conoscere non basta, è necessario essere consapevoli, perché, come diceva il filosofo cinese Han Fei Tzo, “il difficile non è sapere una cosa, ma saper far uso di ciò che si sa”. Ma ciò ancora non basta. È necessario anche essere presenti a se stessi, evitando di vivere prevalentemente o esclusivamente in un mondo virtuale. Non mi riferisco ovviamente soltanto all’utilizzo eccessivo dei social o in una propria costante presenza sul web, ma al prediligere la conoscenza oggettiva e quindi il mondo reale, a quella soggettiva, parziale e virtuale cioè alla visione del mondo proposta da autorità e mass media. Insomma, Conoscenza, Consapevolezza e Presenza sono le tre parole chiave per provare a mantenere la propria libertà”.

Le violazioni sistematiche protratte nel tempo di tutti quei diritti e valori fondamentali e che son alla base dei moderni paesi democratici, sono le medesime che si registrano in paesi come la Cina ad esempio, che autorità politiche, mass media mainstream e opinion leader (o “influencer” come qualcuno preferisce chiamarli oggi), non hanno problemi a definire “regimi autoritari o totalitari”! Quindi anche noi siamo in un regime totalitario non molto differente da quello presente in Cina.

In questo clima da regime totalitario, ci prepariamo a un nuovo passo in avanti, quello della geolocalizzazione del cittadino (ne ho parlato nel precedente articolo “Coronavirus+tecnologia: scacco matto alla liberta?") che equiparerà definitivamente il comune cittadino a un criminale.

Non è forse un caso che nel cosiddetto “Decreto Cura Italia”, decreto legge firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 18 marzo 2020, sono stati disposti iter semplificati - fino al 30 giugno 2020- per la detenzione domiciliare di chi deve scontare una pena (anche residua) fino a 18 mesi (prevista dalla legge n.199/2010), con la previsione di "controllo mediante mezzi elettronici", il cosiddetto "braccialetto elettronico", per pene comprese tra 7 e 18 mesi. Nel decreto legge "Cura Italia" vengono confermate - all'articolo 123 - le misure giustificate per "alleggerire" il sovraffollamento carcerario in questo momento di emergenza sanitaria. Sebbene siano esclusi dal beneficio i reati più gravi (quelli indicati dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario), i maltrattamenti in famiglia e lo stalking, si tratta in altre parole di un’altra evidenza dell’incapacità dello Stato di garantire i diritti ai cittadini onesti assicurando la certezza della pena.

Con la prossima adozione delle app per geolocalizzare i cittadini, motivata dalla necessità di contenere l’epidemia di Covid-19 e in grado di verificare gli spostamenti dei cittadini dalla propria abitazione con l’accuratezza di pochi metri, al comune cittadino sarà riservato un trattamento non dissimile di quello previsto per un detenuto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Anche in questo caso, non si registrano obiezioni di sorta tra la popolazione, tra le forze politiche di maggioranza e opposizione, nei mass media o tra le autorità di altro tipo. Anche questa volta è prevalsa la logica relativista che “il fine giustifica i mezzi”.

Nel frattempo in un clima da regime totalitario non potevano mancare le intimidazioni personali. Ne stanno facendo le spese diverse centinaia di migliaia d’italiani, che sono stati, e sono costretti ad ascoltare gli altoparlanti delle forze dell’ordine che, passando per le strade dei centri abitati non solo con le automobili ma addirittura con gli elicotteri (è avvenuto a Roma, nel quartiere di Ostia, video al momento ancora disponibili su Youtube), hanno invitato e invitano la popolazione a non uscire da casa, minacciando la denuncia e l’arresto per i trasgressori.

Ma l’intimidazione di stampo autoritaristico e dispotico (a ulteriore testimonianza della cessata esistenza della libertà di pensiero ed espressione) ha toccato pubblicamente anche alcuni virologi, che nei primi giorni dell’”emergenza sanitaria” avevano osato mettere in discussione la versione allarmistica ufficiale diramata dai mass media, dalle autorità politiche e da quelle scientifiche colluse con esse. È il caso della virologa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell'ospedale Sacco di Milano, che si è vista recapitare una diffida legale dall'associazione Patto trasversale per la scienza (Pts) "per le gravi affermazioni ed esternazioni pubbliche sul coronavirus, volte a minimizzare la gravità della situazione e non basate su evidenze scientifiche".

L'associazione Patto trasversale per la scienza (Pts) riunisce ricercatori, scienziati, clinici, divulgatori, giornalisti e avvocati, e "ha come principale obiettivo difendere i cittadini e la loro salute dalla pseudoscienza, dalle fake news medico-scientifiche, dai ciarlatani e da chiunque attenti alla salute pubblica". In realtà si tratta di un vero e proprio tribunale dell’inquisizione che agisce, come nella migliore tradizione orwelliana, sostenendo di difendere i cittadini mentre difende soltanto il proprio potere e, più in generale lo status quo.

La Mia frase sul virus come l’influenza? Altri virologi, ad esempio Pregliasco, hanno detto la stessa cosa, e lo diceva anche il direttore generale dell'Oms. In quel momento avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi dalla Cina" spiega Gismondo. Ma "si attacca solo me, quando invece c'erano altre persone che dicevano le stesse cose - ribadisce - fra cui quella che firma la diffida. Vale la fonte o il contenuto?".

“Se chiedono a me di fare un passo indietro sulle mie dichiarazioni, devono farlo anche per quelle del virologo Pregliasco, di Ilaria Capua e del direttore dell'Oms” - aggiunge Gismondo – “Non devo dimostrare nulla perché quello che ho detto è pubblicato ovunque. La Capua, ad esempio, ha detto che questo virus diventerà come un raffreddore. Inoltre non sono mai stata in un tavolo governativo e non posso aver influenzato nessun decisione - prosegue la Gismondo - Ho espresso un mio parere e ho sempre detto quello che si sa sul coronavirus, ovvero che è un virus sconosciuto e potrebbe rivelarsi positivo o negativo a seconda del cammino che farà".

La Gismondo afferma il vero. Sia le sue dichiarazioni, sia quelle simili di Ilaria Capua e di altri virologi che poi hanno firmato la diffida, le avevo riportate nell’articolo Speciale coronavirus. Il fatto che soltanto lei sia stata minacciata, (perché questo tipo di diffida equivale a un ammonimento a cui segue spesso la radiazione dall’albo dei medici che significa fine (o quasi) della carriera di medico, almeno nel pubblico), è perché altri non sono al momento minacciabili.

Ilaria Capua ad esempio, anche lei perseguita in passato per dichiarazioni non in linea con l’opinione dominante della comunità scientifica, lavora ormai negli Stati Uniti. Una diffida come quella ricevuta dalla Gismondo, non avrebbe alcun tipo di efficacia sulla Capua, ma anzi metterebbe in ridicolo il Pts, poiché la virologa italiana è stata insignita più volte di varie onorificenze per il suo lavoro scientifico. Si tratta quindi di una persona che non si può far passare pubblicamente per pseudo scienziata. Come in ogni regime quindi, si colpisce innanzitutto il più debole.

Anche in questo caso, non c’è stata alcuna indignazione pubblica. La popolazione sembra completamente in uno stato d’ibernazione sospesa. Quanto ancora durerà quest’apatia generale?

Le autorità e tutti quelli che le appoggiano, sostengono che stiamo combattendo una guerra contro un nemico invisibile chiamato Covid-19, che stiamo combattendo questa battaglia per salvare vite, per evitare un’epidemia simile a quella dell’influenza spagnola del primo dopoguerra, quando le vittime del virus furono maggiori di quelle della guerra stessa. Forse tra qualche mese cominceranno a rendersi conto che i provvedimenti estremi e dispotici presi in questi giorni rischiano di invertire la situazione verificatasi un secolo fa. Il numero delle vittime di Covid-19 potrebbero essere inferiori a quello delle vittime provocate in conseguenza di tali privazioni, che stanno distruggendo l’economia d’interi paesi e mettendo in ginocchio persone e famiglie. Come potrà riprendersi l’economia nazionale? Come potranno milioni di persone rientrare del mancato guadagno conseguente all’impossibilità di lavorare e sostentare la propria vita e quella della propria famiglia?

Il protrarsi di tali restrizioni non può che aggravare una situazione, già al momento critica. Che termini il 5 aprile (come annunciato inizialmente dallo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri) o che proseguano ancora per altre settimane o mesi, tra meno di 6, 8 o 10 mesi al massimo, cominceremo a contare le prime vittime di questo disastro. Ne stiamo cominciando a vedere qualche esempio in questi giorni, con tentativi di assalto ai supermercati (in Sicilia) da parte di chi non ha più soldi per andare avanti.

Mass media mainstream, politica e autorità scientifiche saranno responsabili di ciò che accadrà, poiché con il loro comportamento, con le loro decisioni, con le loro affermazioni stanno piantando i semi di una guerra civile, che si scatenerà tra chi non avrà più nulla da perdere e chi invece, cercherà di rimanere nella legalità, avendo ancora qualcosa a disposizione.

Le cure in questi giorni proposte per rilanciare l’economia, rischiano altresì di peggiorare le cose. Le immissioni di liquidità in modo massiccio e incontrollato potrebbero allargare la massa dei poveri.

Tutte le merci sul mercato hanno un prezzo che è determinato dall’incontro tra domanda e offerta. A parità di domanda, se un bene diviene improvvisamente poco disponibile, il suo prezzo aumenta, poiché le persone sono disposte a pagare di più per averlo. Per fare un esempio e senza andare troppo lontano, basta guardare ciò che è avvenuto con i prezzi di mascherine e disinfettante delle mani. Se al contrario viene improvvisamente immessa sul mercato una quantità eccessiva di quel bene, il suo prezzo diminuisce. In questo il denaro non fa eccezione. Ci troviamo già in una fase in cui i tassi d’interesse (che rappresentano il costo del denaro) sono ai minimi storici. Nei mesi scorsi, alcune banche del nord Europa offrivano mutui con tassi negativi. Chiedevano cioè la restituzione di una somma  priva di interessi e addirittura inferiore a quella erogata.

Immettere in un contesto come quello di oggi, una grande liquidità di moneta, significa svalutare la moneta stessa. Questo significa che i risparmi di milioni di persone rischiano di essere polverizzati con un click. Solo una mia opinione? Eppure lo abbiamo già visto durante i periodi bellici e post bellici nel secolo scorso. Le soluzioni per il rilancio dell'economia dovranno dunque essere molto ben ponderate, per evitare il peggio. Si dovrà forse arrivare a questo punto, per far sì che la popolazione con più nulla da perdere, cerchi di riottenere la libertà e quei diritti oggi negati?

Nella speranza che non si debba arrivare a questo punto, concludo costatando che i colori della nostra bandiera, con particolare riferimento al verde, simboleggiavano i diritti fondamentali dell’uomo, l’uguaglianza e la libertà. Oggi a distanza di settant’anni possiamo dire senza timore di smentite, che il verde del nostro tricolore appare più pallido e sbiadito che mai. I diritti che esso rappresenta sono, di fatto, stati aboliti e/o continuamente calpestati. Erano una volta diritti considerati inalienabili e inderogabili a cui quel pezzo di carta ormai quasi senza valore, la nostra costituzione, riservava addirittura tutele rafforzate, a rimarcarne l’importanza.

In questi giorni molte persone hanno esposto la bandiera italiana alle finestre. Su iniziativa di alcuni Comuni, il 31 marzo prossimo le bandiere italiane sugli edifici pubblici saranno esposte a mezz’asta in segno di lutto per le vititme del Covid-19. In realtà sono tutti i cittadini ad essere vittime, perchè l alibertà e morta.

INVITO TUTTI COLORO CHE HANNO ESPOSTO IL TRICOLORE O CHE LO ESPORRANNO NEI PROSSIMI GIORNI E FINCHE’ LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA’ NON SARA’ RIPRISTINATA, A COPRIRE IL COLORE VERDE, COME SEGNO DI PROTESTA CIVILE VERSO LA PRIVAZIONE DI QUEI DIRITTI FONDAMENTALI E DEMOCRATICI CHE ESSO RAPPRESENTAVA E RAPPRESENTA.

Almeno questa piccola fatica potete concederla a voi stessi, ai vostri figli ai vostri concittadini.

Stefano Nasetti

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Coronavirus+Tecnologia = scacco matto alla liberta?

Nel corso degli ultimi vent’anni, tutto il mondo ha assistito alla costante e lenta erosione delle libertà e dei diritti fondamentali su cui (ancora anacronisticamente) si ritiene si fondino le democrazie moderne. I sedicenti paesi democratici non sono, però, più guidati davvero dai quei diritti una volta considerati inalienabili, bensì da logiche diverse e mutevoli, che cambiano in base alle opportunità del momento, alla convenienza politica ed economica di chi comanda. Queste persone sfruttano le crescenti possibilità che la tecnologia offre, per circoscrivere le libertà individuali dei cittadini.

L’immobile popolazione del mondo, distratta e ammaliata dalla tecnologia sempre più a buon mercato, e spaventata dalle spesso pretestuose e quasi inesistenti minacce di ogni tipo (terrorismo, razzismo, epidemie di morbillo, criminalità, ecc), portate sempre ad opera di soggetti esterni e criminali, ha accettato e continua ad accettare tutto quanto gli viene posto davanti agli occhi dai mass media compiacenti.

Se nel corso di questi ultimi anni le libertà fondamentali come la privacy (anche le Nazioni Unite considerano uno dei diritti umani fondamentali), l’inviolabilità del corpo, la libertà di pensiero e di espressione sono state gravemente compromesse, soprattutto nei Paesi occidentali dagli stessi Governi nazionali che quei diritti dovrebbero invece tutelare e salvaguardare, possiamo oggi affermare, senza timore di smentite, che è stata l’ultima nuova “paura”, chiamata “coronavirus”, a fornire il pretesto per dare il colpo di grazia alla libertà.

I contendenti di questa partita a scacchi non sono quindi gli onesti cittadini da un lato, e i comuni criminali di ogni sorta (ladri, truffatori, terroristi, assassini, ecc.) dall’altro. In realtà da diversi decenni o probabilmente da sempre, l’avversario degli onesti cittadini sono sì i criminali, ma non di certo quelli comuni.

I veri antagonisti sono i Governi, in special modo quelli che si autodefiniscono democratici. Mentre infatti, nei regimi autoritari (di destra e di sinistra) la popolazione a ben chiaro lo stato delle cose e sa bene con chi ha a che fare, nei Paesi occidentali la popolazione vive una libertà apparente, in cui sempre più sovente la libertà è soltanto poco più di un’idea instillata ad hoc nella loro mente.

Come in partita a scacchi la mossa finale non arriva subito e improvvisa, ma si costruisce lentamente nel corso del tempo, mossa dopo mossa. Gli avversari si studiano e, apparentemente, partono entrambi con le stesse possibilità di vincere.

Nella realtà raramente c’è un reale equilibrio. C’è sempre un giocatore più forte dell’altro. Così accade spesso che mentre un giocatore gioca all’attacco, l’altro è costretto innanzitutto a difendersi. Tuttavia anche chi attacca cerca di essere cauto, attua la sua strategia cercando di non farsi accorgere, di sviare l’attenzione dell’avversario su quello che è il suo reale obiettivo. Negli scacchi però, così come anche in molti altri sport, chi si difende non sempre esce sconfitto. La consapevolezza delle proprie capacità, delle proprie possibilità, della propria forza riesce spesso a supplire l’apparente iniziale stato di difficoltà, e trionfare.

In questa metafora è facile comprendere che sono i Governi a essere i giocatori sulla carta più forti. Il vero grande problema dei nostri tempi è che il giocatore più debole (il comune cittadino), non è consapevole non solo del reale obiettivo del suo avversario ma, soprattutto, delle proprie forze. Questo genera uno squilibrio che difficilmente lo potrà portare a ribaltare l’esito della partita. Acquisire consapevolezza di sé e della realtà della situazione (dunque occorre essere presenti a se stessi) è essenziale per avere possibilità di vittoria.

Com’è avvenuto anche per tutti gli altri diritti fondamentali lesi in passato, le ultime privazioni non sono certamente giunte come fulmini a ciel sereno, ma hanno fatto comunque un breve e rapido cammino.

Il 16 gennaio (2020), The Lancet Digital Healt ha pubblicato uno studio in cui un team americano aveva osservato la diffusione d’infezioni stagionali, come l'influenza, attraverso i dati raccolti con bracciali Fitbit.

La Fitbit Inc. è una società americana (con sede a San Francisco, California), acquisita da Google nel 2019. L’azienda produce dispositivi indossabili, tracciatori di attività che tramite wireless e collegandosi agli smartphone dei clienti, raccolgono e misurano dati biometrici quali il numero di passi, qualità del sonno, gradini saliti, e altre metriche personali.

I ricercatori che hanno pubblicato lo studio in questione, sono partiti dai dati relativi a 200 mila utenti, le cui informazioni sono state rese anonime (così affermano) prima di essere elaborate (chi conosce l’informatica sa bene però, che è sempre e comunque possibile risalire all’identità delle persone partendo da dati anonimizzati, dunque in realtà nessun dato anonimizzato è realmente anonimo).

Hanno poi osservato 47.249 individui, che in cinque Stati (California, Texas, New York, Illinois e Pennsylvania) hanno indossato smartwatch e band identici a quelli in commercio. Nessun sensore particolare, quindi. L'obiettivo era quello di predire la diffusione dei contagi dell’influenza stagionale, analizzando il battito cardiaco (che accelera in caso d’infezione) e il ritmo sonno-veglia. Comparando le stime degli Us Centers for Disease Control, i ricercatori sono effettivamente riusciti a fornire previsioni più efficaci. Ma, soprattutto, sono riusciti a farlo in tutti e cinque gli Stati e pressoché in tempo reale, senza quello scostamento di due o tre settimane tipico degli organi ufficiali.

Se da un lato sapere subito vuol dire agire prima e che, come si legge nello studio, “queste informazioni potrebbero essere vitali per attuare misure tempestive di risposta alle epidemie e prevenire l'ulteriore trasmissione di casi”, non si può non evidenziare che l’utilizzo di dati come quello di cui sopra, fatto certamente all’oscuro degli individui che indossavano quei dispositivi (benché avessero certamente dato il loro consenso accettando, probabilmente senza leggere come ormai accade sempre, le norme sulla privacy legate all’utilizzo di quei dispositivi), costituisce una pratica assai pericolosa. Rappresenta infatti, sicuramente, uno delle tante tipologie di sorveglianza di massa a cui siamo continuamente e forzatamente sottoposti.

Secondo gli stessi autori dello studio, questo è stato soltanto in piccolo esempio di ciò che si può fare con l’odierna tecnologia. La platea delle persone analizzate infatti, è stata tutto sommato contenuta. Lo studio si è concentrato sulla diffusione di disturbi simil-influenzali (cioè generici, con febbre e tosse) e ha rivelato sintomi già palesi, utilizzando i dati provenienti da dispositivi come quelli del fitness e del wellness, che hanno una diffusione comunque limitata nella popolazione.

In merito a questo studio, in data 8 febbraio 2020, l’agenzia giornalistica Agi, ha intervistato Antonio Bosio, product e solutions director di Samsung Italia, che ha fatto dichiarazioni interessanti quanto allarmanti. “Dobbiamo essere seri e dire che i dispositivi consumer, oggi, non possono fornire una diagnosi. I sensori che equipaggiano smartphone e wearable sono adatti al mondo del wellness perché non hanno apparati medicali. Realisticamente, nel rispetto della normativa, l'obiettivo è allargare il perimetro del wellness. Il maggior numero di sensori ci aiuterà a capire se abbiamo la febbre e misurerà le pulsazioni. È possibile avere informazioni in tempo reale e veicolarle opportunamente. Non dobbiamo pensare solo agli smartphone e smartwatch. Ma potrebbero essercene molti altri – (tutti quelli “smart” cioè connessi alla rete NDR) - Ad esempio, un frigorifero connesso che suggerisca un'alimentazione e il trattamento del cibo più adatti”.

Secondo Bosio la tecnologia indossabile dovrebbe diventare lo strumento non solo per raccogliere dati, ma anche per diffondere informazioni. Se da una parte si potrebbero divulgare con più facilità “suggerimenti sui comportamenti virtuosi”, dall'altra ci sarebbe il “monitoraggio dei parametri che, potrebbero essere d'aiuto agli specialisti per comprendere se il paziente merita approfondimenti”. Secondo il product solution director di Samsung Italia “Se gli utenti sono monitorati a distanza non intaserebbero gli ospedali solo per ansia e si ridurrebbero i tempi di attesa e d’intervento”.

E come se non fosse sufficientemente pericoloso per la tutela delle libertà dell’individuo raccogliere i dati in modo massivo, secondo Bosio è addirittura necessario far sì che i dati siano concentrati nelle mani di pochi!  “È fondamentale costruire una piattaforma nazionale o macroregionale, dove far confluire le informazioni”.

Esiste dunque, un interesse concreto per le grandi aziende dell’Hi-tech, nel voler implementare la raccolta massiva di dati personali. Questo però, fino almeno un paio di mesi fa, si scontrava palesemente con le normative degli stati occidentali, che hanno leggi a tutela della privacy che ostacolano (almeno in parte) la raccolta, lo scambio e l’utilizzo di questi dati.  Come risolvere la questione?

È lo stesso Bosio suggerire, quasi profeticamente, la soluzione per aggirare il problema. “Il mondo è interconnesso – spiega il manager di Samsung – e c'è condivisione nel mondo scientifico, ma non a livello di circolazione dei dati. Con gli open data, resi anonimi, è possibile avere grandi benefici. Le smart city che funzionano meglio sono quelle che usano dati aperti. Certo, è importante garantire che siano trattati adeguatamente ma si potrebbero evitare ritardi che ci sono stati anche nel caso del coronavirus”.

In Cina, dove gran parte della popolazione ha già familiarità con i sistemi di sorveglianza di massa, ha comunque fatto parlare di sé il software sviluppato da una controllata del gigante dell'e-commerce Alibaba insieme al regime di Pechino. Il software collegato alle onnipresenti telecamere di sorveglianza e incrociando i dati raccolti tramite gli smartphone della popolazione, determina la probabilità di essere stato infettato, e assegna a ciascun cittadino un colore - verde, giallo o rosso - che ne determina la libertà di movimento e la necessità di mettersi in auto quarantena.

Molti penseranno che la Cina essendo un paese antidemocratico e dittatoriale, non può essere presa ad esempio. Come vanno le cose in altri paesi del mondo?

Mentre in Italia a febbraio 2020 si cominciava a discutere sulla possibilità di utilizzare la tecnologia per fronteggiare le epidemie, in altri Paesi del mondo, considerati democratici, si era già molto più avanti. Si tratta in molti casi di Paesi in cui erano già stati creati i presupposti per il nuovo giro di vite, sempre attraverso consolidato metodo: creo un problema, attendo la reazione, fornisco la soluzione. In tali circostanze il problema è presentato spesso come una seria minaccia, la reazione della popolazione è di paura o panico e la soluzione passa sovente attraverso la limitazione di diritti fondamentali in precedenza acquisiti.

È il caso ad esempio della Corea del Sud (che ha un governo filooccidentale a differenza della dittatura di sinistra presente in Corea del Nord).

All’inizio dell’emergenza coronavirus, la Corea del Sud era il secondo Paese per contagi dopo la Cina. Il Governo sudcoreano ha così deciso di eseguire uno degli esperimenti su più larga. Le autorità di Seul hanno cominciato a tenere traccia degli spostamenti delle persone affette da Covid-19 attraverso quanto avevano a disposizione: il Gps del telefono, i pagamenti con carta di credito, le telecamere di sicurezza. Il sistema avvertiva la popolazione in tempo reale su dove erano stati registrati nuovi casi di coronavirus, fornendo informazioni dettagliate sugli ultimi spostamenti delle persone risultate positive ai test. Il sistema, tuttora in funzione, se consente di sapere se vi siano rischi di esser stati contagiati, ha avuto e sta avendo pesanti ricadute sulla tutela della privacy dei malati. Infatti, pur non indicandone nomi o indirizzi, i pazienti sono spesso facilmente identificabili incrociando età, quartieri e attività e vedono così le loro vite messe in piazza.

Sugli smartphone dei cittadini il Governo invia continuamente messaggi che segnalano i nuovi casi, con l'età e il sesso del paziente risultato positivo, i suoi ultimi spostamenti prima del test e in molti casi l'indicazione del lavoro della persona da cui si presume sia stato contagiato. Nessun dettaglio viene risparmiato, compreso l'orario a cui i pazienti risultati positivi sono stati in un bar piuttosto che in un motel a ore e pare che diversi tradimenti siano venuti alla luce in questo modo.

Se è vero che il fatto di essere identificabili ha reso la vita difficile anche a quei contagiati con pochi sintomi che non avrebbero voluto rivelare la malattia e che ora si vedono additati come degli appestati, la cosa più preoccupante per molti, è la presa di coscienza di quanto siano invasive le tecnologie “smart” che quotidianamente vengono utilizzate da miliardi di persone in tutto il mondo. In Corea del Sud, le informazioni raccolte sono anche pubblicate sul sito del Ministero della Salute, e sono consultabili da chiunque, mettendo così in piazza relazioni extra-coniugali, legami privati e abitudini inconfessate.

Ad esempio, una 27enne che lavora alla Samsung di Gumi, si è appreso che alle 23,30 del 18 febbraio si era incontrata con il compagno che è membro della Shincheonji, la setta diventata un focolaio nazionale. I suoi concittadini hanno chiesto di sapere dove abitasse e lei ha supplicato su Facebook il sindaco di non fornire altre informazioni dopo che aveva già diffuso il suo cognome.

Come accennato, una precedente “minaccia”, quella relativa all’epidemia di MERS del 2015 per la quale il governo di Seul era stato molto criticato per aver tenuto segrete le informazioni sui contagiati, ha fornito lo spunto al Parlamento per modificare le stringenti leggi sulla tutela della privacy, per dare più poteri al Governo e alle autorità che indagano sugli spostamenti dei contagiati in caso di epidemie. Quello accaduto nel 2015 in Corea del Sud è ciò che, come vedremo a breve, sta accadendo nel resto dei Paesi occidentali oggi.  

Ciò che è accaduto in Corea del Sud sta accadendo, in scala più piccola, anche a Singapore, dove le autorità locali hanno messo online un sito in cui vengono elencati età, sesso, occupazione e ultimi luoghi visitati dai pazienti affetti dalla patologia.

Anche nel resto del mondo, non mancano situazioni simili. Molti Paesi utilizzando il pretesto di combattere contro il coronavirus che causa la Covid-19, stanno impiegando sistemi di sorveglianza invasivi, mettendo a rischio il delicato equilibrio tra privacy e diritto alla salute.

L'ultimo è il caso è quello di un Paese che è spesso ed erroneamente considerato, nell’immaginario collettivo, un Paese democratico e civile: Israele. Qui lo scorso fine settimana (15/3/2020), il premier a interim Benjamin Netanyahu ha dato il via libera allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, per tracciare i cellulari, attraverso una tecnologia utilizzata finora ufficialmente solo dall'antiterrorismo. Anche in questo caso, l'obiettivo dichiarato è monitorare i movimenti e i contatti sociali dei contagiati e dei presunti tali. I primi messaggi, firmati dal ministero della Salute, sono già partiti: i destinatari vengono avvertiti via sms di essersi trovati vicino a una persona positiva (senza riferirne il nome) in una certa data, e vengono invitati a mettersi immediatamente in quarantena per 14 giorni.

La modalità non ha però convinto tutti: due Ong hanno fatto ricorso alla Corte suprema denunciando non solo una presunta lesione dei diritti civili dei cittadini, monitorati senza consenso, ma anche il fatto che il provvedimento sia stato approvato dal governo con una procedura d'emergenza senza passare dal Parlamento, a testimoniare che quando si parla di Israele si parla di uno stato tutt’altro che democratico.

Mentre negli Stati Uniti la Casa Bianca finge di consultare i suoi esperti sanitari che si starebbero confrontando con i big dell’informatica, come Google, Apple, Microsoft, Amazon e Facebook, sulla possibilità di usare la geolocalizzazione degli smartphone per mappare l'epidemia e verificare se siano mantenute le distanze di sicurezza (come se il monitoraggio sistematico di massa sia un’attività nuova per gli USA), Paesi considerati totalitari come l’Iran, che aveva cominciato ad adottare un sistema analogo, ha invece fatto marcia indietro. Il regime di Teheran a inizio marzo aveva invitato i connazionali a scaricare un'app che avrebbe dovuto aiutarli a capire se fossero o no a rischio contagio. Sollevati alcuni dubbi in fatto di privacy, l'app è stata ritirata dal Ministro della Salute.

Siamo quindi al paradosso. Stati considerati totalitari che sembrano rispettare la privacy dei cittadini, mentre sedicenti Paesi democratici che usano ogni pretesto per circoscrivere on ogni modo anche questo diritto fondamentale, utilizzando ogni pretesto per aggirare le norme a tutela dei diritti dei cittadini.

Anche in Italia la stretta sta arrivando, o per meglio dire, un po’ in sordina è già arrivata. Mentre i cittadini sono occupati ad ascoltare gli artisti della TV che via web intrattiene la popolazione (o si fa pubblicità?), sono occupati a cantare alla finestra, o sono sul balcone a sventolare il tricolore, con un finto e ritrovato spirito di unione, la Regione Lombardia ha iniziato da giorni a tracciare gli spostamenti dei suoi 10 milioni di cittadini. La notizia, diffusa dalla giunta regionale, è stata accompagnata dalla classica rassicurazione: “I dati raccolti grazie alla collaborazione con le principali compagnie telefoniche sono in forma aggregata e anonima”. Servono a visualizzare i flussi di persone, non a monitorare i singoli. Ma è davvero così?

Meno scaltro, più esplicito e forse più sincero (ma solo per pavoneggiarsi sui media) è stato il sindaco di Firenze Dario Nardella (ex deputato del Partito Democratico) che il 20 marzo 2020 alle ore 9:45 del mattino, nella trasmissione di SkyTG24, è intervenuto dicendo: ”Stiamo testando in via sperimentale un software collegato alle nostre telecamere di sorveglianza, con un algoritmo in grado di rilevare automaticamente gli assembramenti di persone (da un minimo di due persone in su) e avvisare la centrale di polizia in modo che intervenga prontamente. Abbiamo chiesto al ministero dell’Interno, al Comitato per l’ordine e la Sicurezza, l’autorizzazione per l’utilizzo, autorizzazione che dovrebbe arrivare nelle prossime ore. Inoltre stiamo lasciando acceso il wi-fi pubblico per sapere chi si connette e chi non rispetta l’obbligo di stare a casa.”

Il sindaco di Firenze quindi, ha ammesso apertamente che il monitoraggio NON avviene in forma anonima e aggregata ma, al contrario, il comune è in grado di identificare (e quindi monitorare) le singole persone attraverso la connessione al wi-fi pubblico degli smartphone, oltre che alle ormai onnipresenti telecamere a riconoscimento facciale (alle quali, è bene ricordare, sono collegati database con le anagrafiche di quasi tutti i cittadini che negli ultimi anni hanno rinnovato i documenti di riconoscimento come carta d’identità elettronica e passaporto – leggi l’articolo "Polizia di Stato o Stato di Polizia?" dedicato all’argomento) e software di polizia predittiva.

Intanto Luca Foresti, fisico e amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino, ha reso noto attraverso un’intervista rilasciata all’agenzia ANSA in data 19 marzo 2020, che da diverse settimane stanno sviluppando un’app che, una volta sul telefono consente di ricostruire i movimenti delle persone positive al coronavirus e di chi è entrato in contatto con loro. “Le persone che scaricano e installano l'app sul cellulare diventano un nodo di raccolta di dati georefrenziata che aiuta tutti, ma aiuta anche il singolo individuo ad avere informazioni puntuali su se stesso. Più persone ce l'avranno più l'app avrà un ruolo pubblico che farà capire tante cose", sottolinea Foresti. Un modo elegante per dire “possiamo sapere chi sei, dove ti trovi e con chi ti trovi in ogni momento”.

La situazione già di per sé allarmante, considerato quanto detto, lo diventa ancor di più se a esprimere un parere favorevole non è un politico come il sindaco di Firenze, quello di Milano, il Presidente della regione Lombardia o un tecnico chiaramente interessato a fornire o entrare in possesso di questo tipo di tecnologie come Luca Foresti del Centro Medico Sant’Agostino o il manager di Samsung Italia Antonio Bosio, ma il direttore della Polizia Postale Nunzia Ciardi, che ha rilasciato sulla questione, una videointervista all’agenzia Ansa, in data 20 marzo 2020.

Alla domanda riguardo la possibilità di tracciare gli spostamenti dei cittadini adottando app geolocalizzate come in Corea del Sud, nell’intervista il comandante ha affermato “Per noi è uno stappo importante alle regole che hanno fin qui ispirato la nostra vita, le regole sulla privacy, le norme ispirano il nostro ordinamento sul tema della tutela dei dati personali. Ovviamente oggi siamo purtroppo in un’emergenza straordinaria che potrebbe anche giustificare una deroga ai principi generali. Questi però, Però questa sono bilanciamenti che vanno fatti tenendo conto degli interessi in gioco, valutazioni che spettano a chi strategicamente, politicamente e giuridicamente gestisce questa emergenza”.

Il Comandante della Polizia Postale quindi, sebbene con qualche appena accennata perplessità dal punto di vista della violazione dei diritti dei cittadini, contempla la possibilità di derogare a un principio inderogabile, andando a costituire come in tutti gli altri casi di libertà violate nel nostro recentissimo passato, un pericoloso precedente.

La giornalista dell’ANSA (il cui nome è sconosciuto, poiché come per tutti gli articoli e servizi dell’Ansa, vige l’assoluto anonimato) scontenta della poca perentorietà dell’ufficiale di polizia, rincalza chiedendo (o più che altro affermando, quasi a suggerire la risposta): “Si può quindi, in casi di assoluta necessità o emergenza estrema, oltrepassare i confini della privacy per la salute e la sicurezza dei cittadini, facendo appunto un bilanciamento degli interessi in gioco”.

Tecnicamente è possibile, tecnicamente è assolutamente possibileha risposto questa volta con più decisione Nunzia Ciardi – poi bisogna valutare quanto sia consigliabile dal punto di vista strategico, etico e politico.”

In questi giorni è nata una piccola polemica sul modello di autodichiarazione che il Governo ha reso obbligatorio per potersi muovere sul territorio nazionale. In molti si sono concentrati sul punto in cui si dichiara di non essere in quarantena e non essere positivi al Covid-19. Nessuno però, ha posto l’accento sulla presenza di un altro aspetto, ben più inquietante ma forse ancor più eloquente, su quelle che sono le reali intenzioni del Governo e ciò che ci potrebbe riservare il futuro.

Nei moduli di autodichiarazione, subito dopo le classiche generalità come nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, numero di documento d’identità è presente un campo anomalo, un campo presente anche nei precedenti moduli: il numero di utenza telefonica.

Dovremmo chiederci, da quando l’utenza telefonica è considerata un elemento che fa parte delle generalità per l’identificazione di una persona? A che scopo viene richiesto il numero di utenza telefonica? Per eventuali comunicazioni alla persona fermata?

La legge prevede che, qualora la persona fermata sia ritenuta passibile di denuncia e sanzione, se le motivazioni addotte per giustificare la sua presenza fuori dalla propria abitazione non siano state ritenute valide, viene richiesta l’elezione di un domicilio al quale sarà in seguito notificata la denuncia e ogni altra comunicazione relativa al reato contestato. Le comunicazioni legali dunque, saranno sempre inviate in forma cartacea. Non è consentito neanche l’invio di tale documentazione a mezzo PEC. Infatti, nel modulo non è neanche previsto il campo relativo a un indirizzo email.

È chiaro dunque che la richiesta del numero di utenza telefonica deve avere uno scopo diverso da quello di un canale di comunicazione tra Stato e cittadino. Quale?

Non è difficile pensare, alla luce di ciò che abbiamo visto, si sta approntando in termini di sorveglianza di massa della popolazione, che il numero di utenza telefonica abbinato al nome possa servire per facilitare il compito delle forze dell’ordine nel verificare gli spostamenti dei fermati e la veridicità di quanto dichiarato. Con il numero di telefono subito abbinato al nome, le forze dell’ordine non dovrebbero richiedere ai gestori telefonici, i numeri di utenze intestate alle persone fermate, poiché lo avrebbero già lì, bello e pronto per essere inserito nei sistemi di sorveglianza.

È solo un’ipotesi, sia chiaro ma non vedo altri motivi per spiegare la presenza di quel campo nel modulo.

È possibile evitare di fornire questo dato e cercare di difenderci in qualche modo? Certamente sì, poiché non è un dato identificativo. Tuttavia qualora le circostanze suggeriscano di fornire il dato e non potendo fornire dati errati (numero errato o dichiarare di non avere uno smartphone) per non incorrere nel reato di false dichiarazioni, il consiglio è fornire il proprio numero di rete fissa e non mobile. L’espediente non risolve certamente il problema, ma almeno non si rende la vita facile a questo ennesimo sopruso.

Insomma, come un giocatore di scacchi, i Governi mondiali si preparano a dare “Scacco matto” alle libertà individuali introducendo con la scusa del coronavirus, un pericoloso precedente che consente di violare sistematicamente e massivamente la privacy di miliardi di persone, mettendosi alla stregua dei tanto pubblicamente criticati governi dittatoriali e assolutisti dei cosidetti “Stati canaglia”.

Intanto il comune cittadino continua a osservare tutto, quasi la questione non lo riguardasse, convinto dalla propaganda dei politici e dei mass media a rinunciare all’ennesimo diritto fondamentale, e ormai solo teoricamente in derogabile, pur di sconfiggere la paura di questa nuova minaccia.

Cerchiamo allora di fare almeno quella che potrebbe essere la nostra ultima mossa. Una mossa difensiva che può farci prendere ancora un minimo di tempo, quella che nel gioco degli scacchi è chiamato “arrocco”. L’arrocco una mossa difensiva che può però sovvertire l’esito della partita, consentendo di ripartire al contrattacco.

Tutti quelli che hanno preso coscienza di ciò che sta avvenendo si arrocchino e prendano tempo allora, nella speranza che intanto, anche il resto della popolazione prenda coscienza che la reale minaccia è quella alle libertà fondamentali e alla democrazia portata dai Governi dei nostri stessi Paesi, e da quella moltitudine di persone che ricoprono ruoli diversi nella società. Tali persone, ritenendo di essere dalla parte dei giusti, sono pronte a ridiscutere i valori fondamentali dell’essere umano e a derogare a diritti e valori senza i quali nessuno sarebbe veramente libero. Oggi siamo chiaramente davanti ad una scelta che riguarda il nostro futuro. La scelta non è tra vivere o morire, ma tra essere liberi o in catene!

La battaglia che i Governi dicono di combattere contro la Covid-19, rischia di diventare una battaglia per sconfiggere la libertà.

Stefano Nasetti

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SPECIALE CORONAVIRUS: Il coronavirus svela le Fake News di autorità e mass media

È ormai da diversi mesi (dal dicembre 2019) che i mass media parlano quasi esclusivamente del coronavirus SARS-CoV-2 e della Covid-19. La comunicazione riguardo quest’argomento si è fatta ancor più insistente da quando, ormai alla fine di gennaio 2020, erano stati confermati ufficialmente i primi casi d’infezione in Italia.

Nelle successive quattro settimane (l’intero mese di Febbraio) abbiamo assistito a ore e ore di trasmissioni dedicate all’argomento da radio e Tv e centinaia di articoli su tutte le testate giornalistiche (solo su Ansa si contano quasi 1000 articoli sull’argomento in appena 30 giorni con una media di oltre 34 al giorno, più di uno ogni ora), ad annunci e disposizioni sanitarie disposte da Governi, Regioni e Comuni, con chiusure di scuole, isolamento d’intere città e quarantene per migliaia di persone.

In tutto questo, non si sono fatte attendere le interviste a virologi e medici, che hanno cercato di fare un minimo di chiarezza nell’approssimativa comunicazione fatta nelle settimane precedenti dagli impreparati, disinformati e mediocri giornalisti che popolano il panorama italiano, del settore chiamato impropriamente “dell’informazione”. Al contempo, in questo caos generalizzato, abbiamo potuto osservare le reazioni della popolazione a tutto ciò che stava e sta accadendo.

Gli accadimenti, in special modo quelli degli ultimi due mesi (febbraio e marzo 2020), ci consentono di fare alcune importanti riflessioni riguardo l’attività svolta dai mass media italiani, le reazioni e le affermazioni odierne e passate delle autorità in tema di focolai epidemici, e il rapporto tra popolazione e la comunicazione proveniente da questi due soggetti (mass media e autorità).

Ma andiamo con ordine e iniziamo innanzitutto dalle basi scientifiche e dati concreti, poiché ritengo debbano essere sempre i dati oggettivi a incidere nella formulazione delle nostre idee e considerazioni, e non viceversa. Cercherò quindi di fare innanzitutto una corretta e completa informazione, per poi passare a esporre le mie considerazioni personali.

Cos’è il coronavirus di cui parlano in continuazione i mass media?

Quello di cui si parla genericamente oggi con l’appellativo di “Coronavirus”, in realtà si chiama SARS-CoV-2 (in precedenza 2019-nCoV). A scegliere il nome è stato l'International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) che si occupa della designazione e della denominazione dei virus (ovvero specie, genere, famiglia, ecc.). A indicare il nome è stato un gruppo di esperti appositamente incaricati di studiare il nuovo ceppo di coronavirus. Secondo questo pool di scienziati il nuovo coronavirus è fratello di quello che ha provocato la Sars (SARS-CoVs), da qui il nome scelto di SARS-CoV-2.

La malattia provocata dal nuovo Coronavirus ha un nome: “COVID-19 (dove "CO" sta per corona, "VI" per virus, "D" per disease e "19" indica l'anno in cui si è manifestata). Il nome è stato scelto dall’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità). Si tratta di un virus della famiglia Coronavirus, noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). Tuttavia, pur facendo parte della stessa tipologia, il SARS-CoV-2 non è il virus dalla SARS, ma un virus diverso, la cui origine certa non è ancora nota.

Quanto è pericoloso il nuovo virus?

Su questo punto c’è stata molta disinformazione, fatta soprattutto (se non esclusivamente) dai mass media mainstream.

Fin dall’inizio dell’epidemia in Cina tutti i mass media si sono limitati soltanto ad aggiornare il numero dei casi conclamati e il numero dei morti, omettendo colpevolmente di spiegare all’opinione pubblica quali fossero le condizioni igienico sanitarie in cui si è sviluppato e diffuso il focolaio in Cina, quale fosse il contesto sociale in cui il virus si stava diffondendo, quali fossero le modalità e le possibilità di accesso alla sanità cinese e quindi alle cure, quali fasce di età della popolazione fossero più colpite, quali fossero le condizioni di salute preesistenti nei soggetti colpiti e poi deceduti e, infine, omettendo sempre il numero delle persone guarite.

Tutte queste omissioni, colpevoli o colpose, hanno trasformato quella che doveva essere “informazione” in disinformazione, generando confusione, prima, allarmismo e panico poi, una volta che il virus è arrivato in Italia. Sui motivi che hanno indotto tutti i mass media a tale superficiale comportamento, tornerò più avanti, poiché qualcuno potrebbe considerare le spiegazioni a riguardo solo delle opinioni. Proseguiamo allora, prima con i fatti.

Secondo quanto riporta il sito del Governo italiano www.salute.gov.it, se si prende il virus SARS-CoV-2 (che da qui in avanti per semplicità chiamerò anch’io “coronavirus” al fine di facilitare la comprensione del lettore), “Alcune persone si infettano ma non sviluppano alcun sintomo. Generalmente i sintomi sono lievi, soprattutto nei bambini e nei giovani adulti, e a inizio lento. Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero”.

Secondo ISS (Istituto Superiore di Sanità) quindi, il virus porta complicazione in circa il 20% dei malati. Ma è davvero così? Cosa dicono i virologi?

Esporrò alcuni eminenti pareri, mettendo ovviamente da parte l’opinione di quei medici che di virologi hanno soltanto il titolo e che, al soldo di taluni partiti politici, sono saliti alla ribalta negli ultimi anni lucrando costantemente sulla salute della popolazione facendo propaganda politica e non informazione scientifica, mediante un’esposizione mediatica continua e la pubblicazione immediata di libri (a solo 30 giorni dall’arrivo del nuovo coronavirus in Italia, il virologo a cui mi riferisco e di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, ha già pubblicato un libro sull’argomento) su ciascun argomento che possa rientrare nella loro sfera di competenza.

Qui di seguito invece, riporto un estratto degli interventi di due prestigiosi virologi italiani, intervenuti in due distinte trasmissioni di Radio Rai, Speciale GR1 sul coronavirus, nei giorni 24 e 25 febbraio 2020. È molto importante porre particolare attenzione alle affermazioni che ho sottolineato. Torneranno utili per le considerazioni finali. Nella trasmissione del 24 febbraio, è intervenuto il virologo Giovanni Maga, direttore dell’istituto Molecolare del CNR (Centro Nazionale delle Ricerche). Ecco cosa ha detto.

Giornalista Radi orai: “Vorrei con Lei ridimensionare quella che è la pericolosità di questo virus, che è altamente contagioso ma, lo abbiamo detto più volte, essere positivi al test del coronavirus, quindi avere il contagio, non significa essere in pericolo di vita.”  (Si può morire per coronavirus, ma le persone che sono a oggi decedute erano persone fragili - dal punto di vista immunitario NDR.)

Giovanni Maga:Assolutamente. L’infezione da questo nuovo coronavirus ha un decorso benigno nell’assoluta maggioranza delle persone. Insomma, guarire è la regola! Almeno l’80%, ma come dicevo, in base anche all’età, quindi in età giovane può essere anche il 90%, le persone hanno una sintomatologia moderata o lieve, cioè non richiedono ospedalizzazione, e guariscono senza particolari conseguenze. C’è una percentuale significativa, tra 10 e 15%, sempre a seconda della propria costituzione e del proprio stato fisico, che può sviluppare una polmonite virale. Questa incidenza è superiore a quella causate dal normale virus influenzale in percentuale, ma anche in questo caso, nell’assoluta maggioranza dei casi il decorso è benigno.”

Giornalista Radio Rai: “Quindi a questo punto l’importante è contenere i contagi. Si è sviluppata una sorta di caccia al paziente zero, ma potremmo già essere alla terza o quarta generazione del virus. Perché è importante risalire al fantomatico paziente zero”.

Giovanni Maga: “Il paziente zero, in qualsiasi focolaio epidemico, è importante per due motivi. Perché definisce il contesto in cui il virus è entrato, cioè ci fa capire com’è arrivato, e inoltre ci consente di tracciare i primi contatti, quindi risalire ai primi che sono stati potenzialmente infettati e da cui potrebbe essere partito il focolaio. Questo ovviamente, se viene fatto subito, consente di circoscrivere immediatamente l’area. La nostra situazione attuale è che, purtroppo, non è stato possibile identificare il paziente zero all’inizio, e quindi ci siamo un po’ allontanati dalla radice di quest’albero d’infezione che si sta diffondendo.  Però questo vuol dire che abbiamo messo in campo un’area di delimitazione molto ampia proprio per renderci conto della dinamica dell’infezione, per limitarne la diffusione, intanto che gli studi epidemiologici cercano di tracciare all’indietro i contatti. Però a oggi per la limitazione dell’infezione la misura migliore è quella di circoscrivere le zone potenzialmente interessate.”

Giornalista Radio Rai: “C’è la speranza che con la buona stagione questo virus cominci a decrescere nei contagi, così come sta accadendo anche per la normale influenza?”

Giovanni Maga: “È una ragionevole ipotesi. AL momento non sappiamo come questo virus si comporti da un punto di vista stagionale. È molto simile alla SARS come tipologia ma non certamente come gravità dei sintomi, la SARS era molto più aggressiva e molto più letale, è 10-50-100 volte più letale, a seconda delle classi di rischio, ma così come la sars era scomparsa con l’arrivo della bella stagione, se anche questo virus seguirà l’andamento di tutti i virus respiratori, come quello dell’influenza, si può ragionevolmente sperare che, con l’aumento delle temperature, perda di potenza. Io vorrei anche sottolineare che anche nell’epicentro della malattia, in Cina, si sta iniziando a vedere una diminuzione dei casi, l’aumento sempre maggiore delle persone guarite, tant’è che la Cina ha deciso di allentare un pochino i cordoni di contenimento, proprio perché sembra che l’epidemia stia rallentando e si spera nei prossimi mesi scenderà … Quindi nel frattempo, l’importante è evitare che nuovi focolai si accendano e si espandano in altre zone.”

Giornalista Radio Rai: “Sembrerebbe anche dai dati che sono stati registrati in Cina e in tutti i paesi colpiti dal virus, che questo virus colpisca meno i più piccoli, i più giovani. C’è qualche spiegazione o è solamente un fatto statistico ancora non emerso?”

Giovanni Maga:In questa fase è difficile a dirsi, perché non è chiaro di quanto sia stata l’esposizione della popolazione infantile al virus, almeno in Cina. Certamente il dato statistico è chiaro. Ci sono poche infezioni in età pediatrica. Una possibilità sta nelle differenze del sistema immunitario dei bambini rispetto all’adulto, perché una delle cause delle complicazioni di questo virus è un’eccessiva risposta di tipo infiammatorio mediata da un sistema immunitario adulto, che nei bambini è meno soggetta a dare questo tipo di complicazioni quindi, in qualche modo, li rende meno suscettibili e gli fa passare questa infezione in maniera molto blanda. Per diminuire possibilità di contagio è buona norma (ma questo vale sempre anche nei periodi di normale influenza) lavarsi bene (anche con un semplice sapone) sempre le mani prima di portarle alla bocca, agli occhi o al naso. Gli antibiotici non servono a nulla perché gli antibiotici distruggono i batteri. Questo è un virus.”

Il giorno seguente, nella trasmissione del 24 febbraio, è intervenuta Ilaria Capua, pluripremiata virologa italiana, che oggi dirige un dipartimento dell'Emerging Pathogens Institute dell'Università della Florida.

Giornalista Radio Rai: Vorrei parlare di anticorpi: man mano che il virus colpisce gli italiani, chi viene colpito sviluppa gli anticorpi. Questo potrebbe essere una chiave di lettura interessante: più popolazione viene colpita più anticorpi si sviluppano.”

Ilaria Capua: “Beh..., questa è la storia delle malattie infettive … tranne in pochissimi esempi di virus che sono molto particolari, la stragrande maggioranza dei virus provoca, come risposta dell’organismo che infetta, provoca la produzione di anticorpi che sono delle forme difensive nei confronti del virus. Infatti, quando si sentono le notizie dalla Cina che il numero di casi sembra essere in rallentamento, è probabilmente perché si è raggiunto il picco epidemico. Il picco epidemico si raggiunge quando il virus ha raggiunto la sua capacità massima di infettare. Perché raggiunge la sua capacità massima? Perché comincia a trovare gli anticorpi. Faccio un esempio. Facciamo finta che parliamo di morbillo, così facciamo un po’ d’informazione sanitaria aggiuntiva. Da un bambino affetto da morbillo, se ne possono infettare altri 5, perché R0 (di cui avrete sentito parlare) è 5 (in medicina è “R” è l’indice d’infettività e il numero che segue rappresenta il numero di persone solitamente contagiate da ciascun paziente affetto se queste non hanno quegli anticorpi NDR). Se però questi cinque hanno gli anticorpi, quel bambino con il morbillo non ne infetta neanche uno … Torniamo al coronavirus, se effettivamente il coronavirus provoca solo una sindrome simil-influenzale, almeno a oggi, se effettivamente il coronavirus sta circolando in Italia da un mese e mezzo o (come sembra) anche da un po’ di più, ci dovrebbero già essere anticorpi in circolazione. Quindi possiamo aspettarci una diffusione minore (rispetto alle previsioni iniziali NDR), questo però ancora non lo sappiamo.”

Giornalista Radio Rai: “Sì, appunto, perché in Cina delle persone guarite poi si sono riammalate, questo ha un significato dal punto di vista scientifico, anche.”

Ilaria Capua: “MMMMHHH… Io non capisco perché le cose che succedono normalmente per le altre malattie, con questa malattia dovrebbero essere diverse. Scusate, ma voi avete mai avuto una ricaduta da influenza? … Ci sono alcune malattie che si prendono una volta sola e poi si è immuni per tutta la vita - (come tutte le malattie infettive NDR) – e poi ci sono altre malattie per le quali, non solo non si è immuni per tutta la vita, vedi l’influenza che ogni anno bisogna aggiornare il vaccino, e il coronavirus potrebbe essere una di queste, in cui le ricadute o le reinfezioni in caso di condizioni particolari, altra concentrazione virale, piuttosto che altri fattori di rischio, è possibile che le persone si riammalino. Io però credo che la stragrande maggioranza delle persone che a oggi ha contratto il coronavirus, l’ha contratto in maniera asintomatica o con sintomi non degni di essere oggetto di attenzione medica, ed è quindi possibile che in Italia ci siano molti più guariti di quanto non si creda …”

Giornalista Radio Rai: “Si sta lavorando negli USA alla creazione di un vaccino.”

Ilaria Capua: “Sì ho letto anch’io la notizia ma questo non significa che avremo un vaccino prima di un anno. I vaccini devono superare i Trial clinici per testare che siano effettivamente innocui per l’organismo e, al contempo, efficaci contro la malattia, cioè che siano in grado di far sviluppare anticorpi. Per i dati che abbiamo oggi, credo che questa emergenza sanitaria, perché è indubbiamente un’emergenza sanitaria, non abbia assolutamente i tratti di situazione apocalittica a cui ci si riferisce nel nostro immaginario quando si parla di pandemia. Perché si pensa alla pandemia del 1918, siamo nel 2020.”

A due mesi e mezzo dal rilevamento dei primi casi in Cina e dopo un mese dai primi casi in Italia, due importanti virologi, intervistati dall’emittente di Stato nei suoi canali radiofonici, hanno affermato a chiare lettere e senza mezzi termini che il virus SARS CoV-19 e la malattia che causa, la Covid-19, NON sono letali, contrarre il virus non significa mettere a rischio la propria vita, guarire è la norma e che i numeri non descrivono assolutamente una situazione apocalittica o pandemica, smentendo di fatto ogni allarmismo provocato dai mass media.

Questo è ciò che si era detto circa 15 giorni fa, e qualcuno potrà ora dire che la situazione è notevolmente peggiorata, sia in Italia sia nel resto del mondo. Così almeno è ciò che si evince dal bollettino quotidiano diramato dalle autorità attraverso tutti i mass media mainstream. Ma è davvero così?

Che cosa dicono i numeri ufficiali fino a oggi (16 marzo 2020) registrati?

Il bollettino diramato oggi dal Governo Italiano, dalla Protezione Civile e dall’ISS riferisce di un numero di contagiati, dall’inizio dell’epidemia a fine gennaio, di 31.506 di cui già guariti 2.941 e deceduti 2.503. Analizzati così però, i numeri sono fuorvianti, perché incompleti, perché il numero complessivo dei contagiati è senza dubbio maggiore di quello indicato, così come quello dei guariti.

Ciò è dovuto a un cambio di strategia nel modo di rilevare i contagi e nel conteggiare i guariti.

All’inizio dell’epidemia infatti, e quasi per tutto il mese di febbraio (2020) il Governo italiano aveva dato istruzioni di eseguire i tamponi “a tappeto”, in modo sistematico a chiunque mettesse piede in Italia e a chiunque abitasse, o avesse frequentato, le prime “zone rosse” in Lombardia, dove si erano registrati i primi focolai. Questa strategia ha portato a rilevare un numero casi positivi molto elevato e, verosimilmente, molto vicino a quello reale. Tuttavia, man mano che il numero di casi positivi riscontrati si faceva più grande, l’eco di quella che fino alla prima settimana di Marzo 2020 (circa 35-40 giorni dopo i primi casi in Italia) era stata definita dalle autorità italiane (Governo, Protezione civile e ISS) una “emergenza sanitaria”, ha cominciato a portare un ritorno d’immagine negativa per il nostro Paese, con notevoli danni economici. Molti paesi europei hanno cominciato a chiudere le frontiere con l’Italia, hanno sospeso voli da e per il nostro Paese e hanno perfino iniziato a bloccare il traffico delle merci per i prodotti italiani o hanno bloccato l’esportazione in Italia di prodotti necessari all’emergenza sanitaria (mascherine, prodotti disinfettanti, respiratori, ecc.).

L’effetto del ”racconto distorto” dei media che avevano calcato la mano sulla reale pericolosità del virus, inizialmente circoscritto, con tutte le conseguenze economiche del caso, alla sola Cina si è improvvisamente ritorto sul nostro Paese.

Non è soltanto una mia opinione ma un’evidenza oggettiva. Molti esperti di comunicazione hanno espresso il medesimo parere.

In un articolo apparso sull’agenzia di stampa Agi in data 27 febbraio 2020, sono stati interpellati alcuni addetti ai lavori, come l’esperto di comunicazione di crisi e docente di Strategie di Comunicazione e tecniche pubblicitarie alla Luiss e fondatore della società di consulenza Comin&Partners, Gianluca Comin che ha detto senza dubbi: “L’emergenza è stata sovraccaricata con una comunicazione eccessiva, ripetitiva e con toni preoccupanti; anche il solo fatto di rappresentare la crisi dalla Protezione Civile fa passare il messaggio di una calamità nazionale e tutto questo ha creato ansia e timore nella gente”.

Un punto su cui concorda Federico Unnia, anch’esso consulente in comunicazione di crisi. “Nel momento in cui si è correttamente centralizzata la regia sulla Protezione civile, sarebbe stato più utile far comunicare prevalentemente loro. Credo poi che nell'immaginario collettivo abbia spaventato di più il blocco di 11 paesi di quanto il pericolo reale del coronavirus. Non sono state considerate abbastanza le ripercussioni all’estero di una comunicazione così emergenziale, soprattutto l’impatto che avrebbe avuto sul turismo, sulle imprese e sul commercio. Gestire un evento di questa portata ha delle complessità uniche. Le informazioni sono frammentarie, in veloce e inaspettata evoluzione, condizionate da fattori spesso non controllabili come l’informazione dall’estero”. “Se ci si pensa” ha aggiunto Unnia, “18 pagine di un quotidiano su questo evento, indipendentemente dalla sua gravità, trasferiscono ansia e preoccupazione. L'informazione, stampa, tv, social si è inseguita e ha finito per alimentare un flusso continuo. Il commento ha superato spesso i fatti reali. E questo, pensando al rigore scientifico, non è positivo”.

Nonostante alcuni pallidi tentativi di riportare alla realtà dei fatti la popolazione italiana, facendo intervenire, come abbiamo visto, virologi indipendenti e più obiettivi di quelli di mainstream e politicizzati che abbiamo, nostro malgrado, dovuto ascoltare negli scorsi anni, è stato pressoché impossibile per i mass media, rimangiarsi quanto di allarmistico detto in precedenza. Il danno ormai era fatto.

Sulla stregua di quanto fatto dagli altri Paesi europei e per alleggerire il carico di lavoro di screening del sistema sanitario nazionale, anche il Governo italiano ha deciso di cambiare strategia. Dal 26 febbraio scorso – in linea con una circolare del Ministero della Salute del giorno prima – si è stabilito che i test andassero fatti solo ai soggetti sintomatici (per esempio con febbre e problemi respiratori), mentre prima erano testati anche gli asintomatici. Era infatti impossibile, in un’ottica di allargamento dei contagi, pensare di sottoporre l’intera popolazione italiana (circo 60 milioni di persone) al tampone per il rilevamento del virus.

La conseguenza è che se prima le persone positive ma asintomatiche, erano comunque rilevate e conteggiate, poiché comunque gli era stato fatto il tampone, dall’inizio di marzo in avanti, questa tipologia di persone non hanno fatto più parte dello screening. Non rientrando più tra le persone controllate, è quindi probabile che ci siano molte persone positive asintomatiche. È dunque molto probabile che i positivi siano oggi molto più di quelle ufficialmente indicate dalle autorità.

Inoltre, tra i “guariti” non sono conteggiate le persone asintomatiche rilevate in precedenza e/o quelle che, non manifestando sintomi degni di particolare attenzione sanitaria, hanno fatto il loro decorso semplicemente nelle mura domestiche. Insomma, i guariti di cui si ha quotidiana notizia, sono quasi esclusivamente quelli in precedenza ricoverati negli ospedali e poi guariti. Ciò significa che i guariti sono molti di più di quelli comunicati dalle autorità.

Tutto questo ha un impatto notevole sulla percezione reale della situazione, sulle considerazioni e sulle percentuali di guarigione e mortalità.

Tutto ciò è confermato anche da quanto a ha chiarito il 5 marzo a Il Messaggero l’epidemiologo dell’Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, “Il rapporto tra contagiati e morti cambia in base a quante persone vengono sottoposte al tampone e se sono sintomatiche o senza sintomi”.

In parole semplici, se si sottopongono ai test sia i soggetti sintomatici sia quelli asintomatici, è più probabile che il tasso di letalità risulti più basso rispetto a uno scenario in cui sono testate solo le persone con sintomi. Questo avviene perché nel calcolo si contano anche persone, gli asintomatici, che magari non svilupperanno mai sintomi e quindi non subiranno gravi conseguenze, come la morte. Se infatti, il numero dei positivi è sottostimato per i motivi sopra detti, si determina apparentemente un aumento del tasso di mortalità. Per chiarire, faccio un esempio.

Se ho riscontrato 3 decessi su 100 persone risultate positive, il tasso di mortalità sarà pari al 3%. Se però controllo solo chi manifesta sintomi di una certa entità, certamente avrò un numero di positivi inferiore, poniamo (solo per esempio) pari a 50, poiché non ho riconosciuto come positivi, perché non li ho testati, gli asintomatici e coloro che hanno manifestato sintomi lievi. Rapportando il nuovo dato dei positivi e fermo restando quello dei deceduti, il mio tasso di mortalità risulterà così raddoppiato, passando dal 3% al 6%. Questo è ciò che è avvenuto in Italia, dove nel primo mese il tasso di mortalità riscontrato si attestava attorno allo 0,5% contro il 2,5% della Cina. Oggi il tasso di mortalità in Italia, considerato il cambio metodologia di screening appena spiegato, è addirittura schizzato al 7,9%. È verosimile che il tasso di mortalità sia effettivamente aumentato, ma solo in ragione del diffondersi della malattia e in rapporto all’età della popolazione, ma certamente non nei termini che appaiono dai dati ufficiali. Quello ad oggi (18/3/2020) accertato su base mondiale è pari a 3,99%, ma sul calcolo incide pesantemente il dato Italiano (secondo paese al mondo per numero di positivi) poiché, come detto, il dato dato dei positivi è ampiamente sottostimato.

C’è infatti, un altro dato da tenere in considerazione nell’analisi dei numeri quotidianamente distribuiti dalle Autorità, il fattore demografico, quello cioè che riguarda le fasce di età e le condizioni di salute pregressa dei deceduti. È vero che il tasso di letalità è al momento più basso in Cina rispetto all’Italia, ma una delle possibili spiegazioni è il “peso” del numero nel nostro Paese dei pazienti più anziani.

Secondo i dati Istat e dell’OMS, l’Italia ha un’età media molto più alta rispetto ad esempio alla Cina (44,3 anni contro 37,4) e questo mette ancora più pressione sulle strutture e gli operatori nelle zone colpite dall’epidemia.

In tal senso ci aiuta uno studio pubblicato sul sito dell’ISS, lo scorso 5 marzo (2020), in cui è presente un report dettagliato sui casi positivi italiani riscontrati fino al 4 marzo. Dallo studio emerge che l’età media dei pazienti deceduti e positivi a COVID-2019 è 81 anni, sono in maggioranza uomini e in più di due terzi dei casi hanno tre o più patologie preesistenti. Nello studio si sottolinea come ci siano 20 anni di differenza tra l’età media dei deceduti e quella dei pazienti positivi al virus. La maggioranza sono uomini (73.3%) mentre le donne sole 26,7%.

La maggior parte dei decessi 42.2% si è avuta nella fascia di età tra 80 e 89 anni, mentre 32.4% erano tra 70 e 79, 8.4% tra 60 e 69, 2.8% tra 50 e 59 e 14.1% sopra i 90 anni. Le donne decedute dopo aver contratto infezione da COVID-2019 hanno un’età più alta rispetto agli uomini (età mediana donne 83.4 – età mediana uomini 79.9). Il numero medio di patologie pregresse (cioè le malattie presenti e preesistenti al contagio di coronavirus) osservate tra questi primi 105 deceduti è di 3.4. Complessivamente, il 15.5% dei morti aveva tra 0 o 1 patologie, il 18.3% presentavano 2 patologie e 67.2% presentavano 3 o più patologie. Quindi il 100% dei deceduti fino al 5 marzo scorso aveva condizioni di salute precedentemente compromesse.

Da questo primo studio quindi, sebbene sia chiaro che il virus infetta indistintamente ogni fascia di età, dai neonati agli anziani, è altresì chiaro e inconfutabile che, salvo rarissime eccezioni tutte ancora da studiare, il CoVid-19 fa vittime quasi esclusivamente tra gli anziani ultrasettantacinquenni con patologie pregresse o con codizioni di salute precedentemente compromesse.

Nonostante l’apparente aumento del tasso di mortalità registrato nei dati ufficiali (e per i motivi sopra spiegati) i risultati del primo studio che indica l’incidenza della mortalità nel 99% dei casi, soltanto nella fascia di età over 75 e/o (in casi di decessi nella fascia minore di questa) in pazienti con presenza di patologie pregresse, è stata sempre confermata!

I mass media hanno continuato a sostenere che il virus fosse pericoloso e che dalla Cina non fossero arrivati dati specifici sull’epidemia, sul numero reale di contagiati, di guariti e morti, oltre che delle fasce di età più vulnerabili. Anche in questo caso si tratta di un’informazione approssimativa se non addirittura del tutto infondata!

La Cina ha fornito, a partire dal 31 dicembre 2019, all’OMS i dati dettagliati dell’epidemia.

Paradossalmente, nonostante ci troviamo in un’epoca in cui continuamente Governi, big dell’informatica e molti altri soggetti violano la nostra privacy, raccolgono, rubano e vendono qualunque dato che ci riguardi, dai più elementari a quelli più personali, per ragioni di tutela della privacy, l’Oms e l’Iss (e le altre istituzioni sanitarie internazionali) hanno deciso di non riportare i dati relativi a età, sesso e condizioni patologiche preesistenti dei contagiati dal coronavirus che poi sono morti (non è sempre chiaro con che rapporto di causa/effetto) comunicati dalla Cina.

La giustificazione dei media di fronte all’accusa di aver diffuso per mesi dei dati incompleti dell’epidemia in Cina, dicendo che i dati non erano stati forniti da Pechino è errata.

Tuttavia esistono due autorevoli studi, entrambi del mese di febbraio 2020, uno della missione dell’Oms in Cina e l’altro del Centro cinese di controllo e prevenzione delle malattie (Ccdc), che hanno analizzato decine di migliaia di casi verificatisi in Cina e ne hanno estrapolato alcune rilevanti informazioni. Solo l’agenzia AGI (ma in data 5 marzo) ha tirato fuori questi studi.

Al netto delle discrepanze tra i due report, quello che emerge è che il tasso di letalità è superiore tra gli uomini rispetto alle donne, che il rischio aumenta – e di molto – con l’aumentare dell’età della persona contagiata e che i pazienti che non hanno altre malattie, a parte il coronavirus, hanno tassi di letalità più bassi della media. Tra chi ha altre malattie, oltre al coronavirus, i tassi di letalità sono sempre più alti della media e in particolare risultano più esposti di tutti i soggetti che soffrono di malattie cardiovascolari. Sostanzialmente gli studi sui casi cinesi confermano i dati rilevati dall’ISS nel nostro Paese.

Per quanto riguarda le morti, i dati comunicati finora dalle autorità, non ci dicono se sono decessi di persone morte “per” il virus o “con” il virus. Secondo alcuni virologi, questa sarebbe una differenza di poco conto (e da non risaltare sul piano comunicativo), ma sulla questione si registrano opinioni contrastanti anche tra gli esperti.

Secondo Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute per il coordinamento con le istituzioni sanitarie internazionali, l’Italia sta registrando i morti con coronavirussenza quella maniacale attenzione alla definizione dei casi di morte che hanno per esempio i francesi e i tedeschi, i quali prima di attribuire una morte al coronavirus eseguono una serie di accertamenti e di valutazioni che addirittura in certi casi ha portato a depennare dei morti dall’elenco. Di fatto capita che accertino che alcune persone siano morte per altre cause pur essendo infette da coronavirus”.

Questa pratica, sempre secondo l’ex presidente dell’Iss, spiegherebbe un’altra questione: il fatto che, a oggi, il tasso di letalità del Sars-CoV-2 in Italia sembra essere più elevato che altrove.

In data 1 marzo 2020, la virologa affermato Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio dell'ospedale Sacco di Milano, ospite di 'SkyTg24' ha affermato: "A livello mondiale conosciamo i casi della Cina che ci hanno molto spaventato. A oggi in Italia abbiamo 1049 casi, in Lombardia sono 615 i positivi, 256 ricoverati e 80 in terapia intensiva. Ma se facciamo un paragone con l'influenza vediamo che ci sono già stati 5 milioni di casi, il 9% popolazione, con 300 decessi collegati all'influenza. Non voglio sminuire il coronavirus ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale. È l'organizzazione sanitaria, ovvero in poco tempo tanti casi, a preoccupare. Non è una pandemia ma occorre rispondere in un periodo molto breve a tanti ricoveri in terapia intensiva”.

Secondo anche questo virologo quindi, il nuovo coronavirus non è particolarmente pericoloso se non in misura appena superiore all’influenza stagionale. Tuttavia le opinioni vanno prese come tali e, anche in questo caso, facciamo parlare i dati ufficiali sull’influenza stagionale per poi poter fare un paragone con quelli del coronavirus.

Iniziamo con i dati riguardanti gli infettati.

Ogni anno si ammalano d’influenza diversi milioni d’italiani, e per alcune centinaia la malattia si rivela letale. Ogni stagione invernale, InfluNet (il sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica e virologica dell’influenza, coordinato dal Ministero della Salute con la collaborazione dell’Iss) pubblica settimanalmente sul suo sito i risultati del monitoraggio a partire dalla settimana n. 42 di un anno (metà ottobre) alla settimana n. 17 dell’anno seguente (fine aprile). Questo periodo di cinque mesi è l’unico considerato nella rilevazione statistica dei casi d’influenza stagionale. È chiaro dunque, che i numeri seguenti, benché considerati come “annuali” in realtà sono concentrati in soli 5 mesi.

In base ai dati più aggiornati, dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020 – dunque a quasi i due terzi del periodo monitorato – il numero di casi simil-influenzali è stato di 5.018.000. Al termine della precedente stagione influenzale (2018-2019), i casi erano stati 8.104.000, tra il 2017 e il 2018 erano 8.677.000 e tra il 2016 e il 2017 sono stati 5.441.000. 

Questi numeri ci danno un’idea della portata del fenomeno, ma non riguardano tutti i reali casi di contagio. Il Ministero della Salute nelle sue raccomandazioni. Scrive sul portale: "Si sottolinea che l’incidenza dell'influenza è spesso sottostimata poiché la malattia può essere confusa con altre malattie virali e molte persone con sindrome simil-influenzale non cercano assistenza medica".

Secondo i dati dell’Iss, è possibile affermare senza timore di smentite, che ogni anno le sindromi simil-influenzali coinvolgono circa il 9% dell’intera popolazione italiana, "con un minimo del 4 per cento (ossia circa 2,4 milioni di persone l’anno), osservato nella stagione 2005-06, e un massimo del 15% (ossia quasi 9 milioni di persone) registrato nella stagione 2017-18". Le fasce più colpite della popolazione sono quelle in età pediatrica (0-4 anni e 5-14 anni) e con 65 anni e oltre. Secondo il Ministero della Salute, che riporta i dati del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), ogni anno in Europa si stimano circa 50 milioni di casi sintomatici d’influenza, e fino a un miliardo nel mondo, secondo dati dell’Oms.

Quanti sono i morti d’influenza stagionale negli ultimi 11 anni in Italia?

Secondo il database di Istat sulle cause iniziali di morte (ossia su quelle malattie che hanno condotto al decesso), nel 2017 i morti diretti per influenza sono stati 663, il doppio dei 316 registrati nell’anno precedente. Nel 2015 i decessi sono stati 675 e 272 nel 2014. Tra il 2007 e il 2013 i morti per influenza sono stati rispettivamente: 411, 456, 615, 267, 510, 458 e 417. Tra il 2007 e il 2017 l’influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l’anno. È utile ribadire che si tratta quindi di morti dirette.

A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4 mila e le 10 mila morti indirette (cioè come tutte quelle a oggi attribuite al coronavirus, o meglio i “decessi con coronavirus” – NDR), dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all’influenza”, ha spiegato a Pagella Politica Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore all’Università degli Studi di Milano.

Come sottolinea anche l’Iss, qui però stiamo parlando di stime su più anni, a differenza dei dati Istat sulle cause di morte. L’ISS in merito spiega che “Diversi studi pubblicati utilizzano differenti metodi statistici per la stima della mortalità per influenza e per le sue complicanze. È grazie a queste metodologie che si arriva ad attribuire mediamente 8 mila decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia”.

Ricapitolando: per quanto riguarda la comune influenza stagionale, e facendo riferimento esclusivamente ai soli dati ufficiali, se contiamo i morti “diretti” per influenza, tra il 2007 e il 2017 sono stati in totale poco più di 5.000; se si consideriamo però anche i decessi “indiretti” il numero sale di molto e potrebbe potenzialmente a superare le 100.000.000 morti in totale, con una media di quasi 10.000 morti l’anno (o per meglio dire nei 5 mesi dell’influenza, con una media di 2.000 morti al mese), solo in Italia!

In generale, afferma l’Iss, si stima che il tasso di letalità dell’influenza stagionale (ossia il rapporto tra morti totali e contagiati) sia inferiore all’uno per mille (0,1 per cento).

Questi numeri, già ampiamente disponibili a fine febbraio 2020, ottenuti solo ed esclusivamente, è bene ricordarlo, dai dati ufficiali ci dicono che la contagiosità del Covid-19 è di gran lunga inferiore a quella dell’influenza stagionale.  A oggi (18/3/2020) il totale dei casi in tutto il mondo sono “appena” 201.634 e circa 8.007 decessi. Se consideriamo il tempo trascorso dal primo caso (metà dicembre 2019) sono passati 3 mesi. Se i morti sono stati in tutto il mondo 8.007, sono morte 2.669 persone, una mortalità di poco superiore a quella che l’influenza stagionale fa ogni anno solo in Italia!

In sintesi, stando ai numeri ufficiali, la diffusione del coronavirus nel mondo, è di gran lunga inferiore alla diffusione dell’influenza stagionale che si registra annualmente solo in Italia. Il tasso di mortalità del coronavirus SARS Cov2 (e della malattia conseguente Covid-19) è appena superiore a quello dell’influenza stagionale!!!! Non stiamo certamente parlando di un’epidemia di Ebola, Malaria o Dengue.

È solo ora, una volta che abbiamo esposto tutti i dati ufficiali e valutato realmente e oggettivamente la situazione, che possiamo effettuare alcune considerazioni.

Perché è in questo contesto e con questi dati disponibili (che erano addirittura migliori 2 settimane fa) che il Governo italiano (in data 5 marzo) ha preso le prime decisioni valide su tutto il territorio nazionale, disponendo la chiusura delle scuole e delle università, il divieto di assemblea e manifestazione, il rinvio del referendum del taglio dei parlamentari.

A questo punto, una qualunque persona di buon senso dovrebbe porsi delle legittime domande:

  1. Stando ai dati sopra esposti (tutti presi da fonti ufficiali), perché tutto quest’allarmismo?

  2. I provvedimenti liberticidi adottati dal Governo italiano e che stanno lentamente prendendo piede anche tutti gli altri Paesi del mondo, sono legittimati da cosa?

  3. Come e perché siamo arrivati a questo punto?

Comincio con il proporre una riflessione che riguarda l’operato dei mass media, in particolar modo quelli mainstream.

Ho già fatto presente quanto l’informazione sul nuovo coronavirus sia stata superficiale e deficitaria oltre che enfatizzata, ma perché? La motivazione è presto spiegata e non è necessario pensare a fantasiose teorie del complotto, poiché la stessa scadente qualità d’informazione, o per meglio dire di disinformazione, è riscontrabile continuamente quasi in ogni notizia appare nelle testate giornalistiche tradizionali. L’opinione pubblica sovrastima le reali capacità e la reale attendibilità dei mass media.

Nel mondo di oggi ogni persona, e i giornalisti non fanno certo eccezione, antepone i propri interessi personali a qualunque altro aspetto. Inoltre oggi, nella società dell’immagine, i risultati del lavoro di ogni persona sono spesso valutati più per l’aspetto quantitativo che qualitativo, questo è un dato di fatto.

I giornalisti dunque, cercano di eseguire il loro mandato innanzitutto rispettando i vincoli a loro assegnati, come ad esempio redigere un articolo di un certo numero di battute o un servizio televisivo di un certo numero di minuti. Ciò va fatto quotidianamente, spesso di fretta e trattando argomenti su cui non si hanno adeguate competenze.

Va da sé che come viene riempito lo spazio assegnato dell’articolo e del servizio, passa in secondo piano. Sovente possiamo leggere e ascoltare servizi con pochissime informazioni o assolutamente privi delle stesse, ma pieni zeppi d’ipotesi, commenti, interpretazioni, illazioni e previsioni del tutto opinabili.

L’obiettivo principale, oltre che riempire lo spazio assegnato, è quello di fare audience, ascolti, vendere copie, avere il numero massimo di visualizzazioni, click, like e cose del genere. Questo perché dalle copie vendute e dagli ascolti dipende la raccolta pubblicitaria di cui gli editori di tutte le testate vivono.

Se gli ascolti o non sono adeguati, chiunque dal direttore al semplice giornalista, rischia il posto. È dunque necessario massimizzare l’attenzione del pubblico. Per fare questo diventa inevitabile e quasi naturale enfatizzare o spettacolarizzare le notizie, spesso a discapito della corretta informazione. C’è poi da aggiungere infine, il fattore ideologico e politico proprio del giornalista o, più in generale, della testata per cui lavora. Non possiamo far finta ipocritamente, che ci siano categorie esenti da queste logiche.

C’è poi un altro aspetto su cui vale la pena riflettere. Dobbiamo smettere di pensare che i giornalisti abbiano una cultura superiore alla media. Nella maggioranza dei casi non è così.

La maggior parte dei giornalisti poi, ha compiuto studi di carattere umanistico e viene inoltre continuamente spostata di competenza. Una volta confezionano servizi e articoli di cronaca, poi di scienza, poi di finanza, poi di politica, poi di sport. Sono pochi i giornalisti veramente specializzati in una specifica materia e incaricati poi si raccontare ciò che accade in quell’ambito.

Dobbiamo riflettere sul fatto che, come diceva il compianto astronomo Carl Segan, ” abbiamo costruito un mondo basato su scienza e tecnologia, in cui nessuno capisce niente di scienza e tecnologia”. È grottesco e paradossale pensare che incarichiamo persone che hanno fatto studi prevalentemente umanistici, di raccontarci la realtà di un mondo prevalentemente scientifico. Come possiamo pensare che possano riuscire a raccontarci tutto correttamente, seppure volessero e facessero prevalere le loro coscienze a discapito degli altri interessi sopra citati, e fossero pienamente consapevoli e responsabili del ruolo sociale e delle conseguenze di una pessima informazione?

Anche la comunicazione fatta sul coronavirus ha risentito, come ho già accennato in precedenza, di questi fattori, portando, forse involontariamente o inconsapevolmente, a un’isteria e psicosi di massa presso l’opinione pubblica, sull’onda emotiva della quale la politica, sempre in cerca di consenso, si è mossa con provvedimenti che, dati ufficiali alla mano riguardo diffusione e letalità, appaiono a oggi, ancor più di quindici giorni fa (5 marzo 2020) quando sono stati adottati, alquanto fuori luogo.

È a causa della disinformazione dei mass media mainstream (che ovviamente rifuggono da ogni responsabilità a riguardo) che il Governo ha preso provvedimenti che hanno causato danni incalcolabili all’economia di un intero Paese. La principale responsabilità del crollo dell’economia va ascritta senza dubbio a chi ha fatto cattiva informazione, ancor prima che alla politica!

Veniamo dunque ad analizzare i provvedimenti del Governo adottati in questi giorni, con particolari riferimento a quelli che hanno di fatto sospeso molti diritti costituzionali. Con il decreto del 5 marzo infatti, il Governo ha in un sol colpo, in modo pretestuoso poiché oggettivamente senza motivi reali giacché i numeri ufficiali (emanati dalle stesse autorità) sul coronavirus sono decisamente decine, se non centinaia di volte, inferiori a quelli dell’influenza stagionale e dunque non sussistono reali pericoli diretti per la salute pubblica:

  1. Sospeso la liberta di spostamento sul territorio e più in generale il diritto di libertà personale (art. 12 e 16 della Costituzione Italiana.)

  2. Sospeso il diritto di pubblica assemblea e manifestazione e sciopero (art. 17 e 40).

  3. Sospeso il diritto al lavoro impedendo alcune attività commerciali (art. 4 della Costituzione Italiana).

  4. Sospeso o ostacolato il diritto di accesso all’istruzione chiudendo scuole e università (art.34 della costituzione italiana).

  5. Sospeso il diritto di difendersi in giudizio (art.24 della costituzione) con la sospensione di tutti i processi.

  6. Sospeso il diritto di voto con il rinvio del referendum e delle elezioni amministrative (art. 48 e 75 della Costituzione italiana).

È bene ricordare che nel momento in cui il Governo ha adottato questi provvedimenti che hanno di fatto sospeso la democrazia e la Costituzione italiana, per la prima dalla costituzione della Repubblica nel 1946, tutte le autorità politiche e sanitarie consideravano il nuovo coronavirus (e cito testualmente) una “emergenza sanitaria”, dunque una minaccia assai meno pericolosa di un’epidemia o (come poi annunciato dall’OMS solo una settimana più tardi, l’11 marzo 2020) di una pandemia!

A tal proposito, e prima di tornare al coronavirus, vorrei porre l’attenzione su un aspetto che coinvolge sia la politica sia la comunicazione, soprattutto per un fatto di coerenza e logicità tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Nel 2017, l’allora Governo Gentiloni, per mezzo del suo Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, emanava il famigerato decreto, poi convertito in legge, sull’obbligo vaccinale, introducendo l’obbligatorietà per ben 11 vaccinazioni.

 La motivazione per la quale veniva introdotto quest’obbligo, palesemente incostituzionale e lesivo dei diritti d’inviolabilità del corpo previsti non solo dai diritti fondamentali dell’uomo a cui tutti i Paesi democratici dicono di ispirarsi, ma anche dell’art. 32 della costituzione che prevede una deroga soltanto per un tempo limitato e per reali minacce alla salute pubblica.

L’allora Ministro della Salute con l’appoggio non disinteressato di alcuni virologi, fino ad allora sconosciuti, e di tutti i mass media mainstream, aveva adottato una campagna di comunicazione con metodologie molto affini a quelle di una vera e propria propaganda.

Le sue interviste e dichiarazioni venivano continuamente e giornalmente riportate dai mass media compiacenti (per i motivi già esposti), mentre raccontava di fantomatiche epidemie di morbillo e di altre numerose malattie, in corso in Italia e in Europa.

L’intento era chiaramente quello di spaventare la popolazione e far accettare il provvedimento. Come ormai tutti sapranno, il ministro è stato già ampiamente “sbugiardato” su queste presunte epidemie, che non solo non erano in atto all’epoca, ma non si sono avute neanche nei mesi successivi, così come non se ne ricordano almeno negli ultimi cinquant'anni.

Ad ogni modo, ciò che mi preme sottolineare, è che nonostante autorità politiche, sanitarie e tutti i mass media mainstram parlassero senza mezzi termini di “epidemia” (quindi una situazione sanitaria in teoria di gran lunga più preoccupante di “un’emergenza sanitaria”, com’era stata definita quella relativa al coronavirus al momento dell’emanazione dei decreti del 5 marzo 2020 e seguenti) nessun provvedimento di portata simile a quelli a cui stiamo assistendo questi giorni era stato preso.

Qualunque persona ancora in grado di formulare un proprio libero pensiero, dovrebbe chiedersi perché. Erano inventate le epidemie denunciate dall’allora Ministro della Salute Beatrice Lorenzin? Il governo di allora ha messo a repentaglio la salute pubblica non prendendo provvedimenti adeguati? Oppure le epidemie erano uno stratagemma mediatico per seminare il terrore e far accettare un provvedimento coercitivo e palesemente incostituzionale, che a tutto mirava tranne che tutelare la salute pubblica? Se come accertato già all’epoca, non esisteva alcuna epidemia, perché la magistratura non ha provveduto ad aprire un fascicolo a carico dell’allora Ministro della Salute e di tutti i mezzi d’informazione per il reato di procurato allarme? L’attuale Governo ha esagerato con questi provvedimenti poiché la situazione di “emergenza sanitaria” è inferiore a quella di una “epidemia” o pandemia?

È chiaro che l’intento principale della legge Lorenzin non era, a mio modesto parere, quello di perorare la causa delle lobby farmaceutiche, né tantomeno quello di tutelare la salute pubblica, ma quello di andare a costituire un pericolosissimo precedente, in deroga al principio dell’inviolabilità del corpo, introducendo la possibilità che uno stato possa stabilire, senza una reale motivazione, cosa fare del corpo dei cittadini!

Un altro aspetto su cui vorrei porre l’attenzione, riguarda alcune affermazioni fatte oggi dai virologi in merito alle malattie infettive e alle risposte immunitarie, rapportandole alle affermazioni fatte all’epoca della Legge Lorenzin dalle autorità scientifiche e appoggiate da tutti i mass media.

All’epoca è stata fatta una vera e propria campagna di terrore sui rischi per i bambini di contrarre il morbillo (ad esempio). Si rimarcavano continuamente i rischi di mortalità attribuendo, così come oggi è stato fatto anche per i morti con risultati positivi al Covid-19, al morbillo decessi di cui il morbillo era solo concausa e non causa principale. Si sosteneva dunque la necessità di vaccinare i bimbi per evitare che contraessero il virus in età pediatrica.

Nell’esporre i rischi del nuovo coronavirus, abbiamo visto che virologi indipendenti (che all’epoca non erano stati mai interpellati in merito al dibattito vaccini sì, vaccini no) ci hanno chiaramente detto che contrarre un virus da bambini è meglio, poiché statisticamente comporta meno rischi, che farlo da adulti.

Questo sia perché la risposta infiammatoria in età pediatrica è solitamente inferiore a quella del sistema immunitario di un adulto (sono meno probabili complicazioni e decessi diretti), sia perché con l’avanzare dell’età è più probabile contrarre problematiche di altro tipo o vedere il proprio sistema immunitario più deficitario o addirittura compromesso, sul quale il virus del morbillo (ad esempio) potrebbe avrebbe vita più facile, rendendosi più pericoloso.

Ricordiamo che il vaccino dl morbillo (sempre per proseguire l’esempio) ha un’efficacia solo al 97% e non del 100%, ed ha una copertura stimata di circa 5 anni (in cui spesso i primi mesi, così come gli ultimi, non risultano totalmente efficace). Non contrarre il virus da piccoli significa esporsi a un rischio maggiore da adulti a meno di non ricorrere periodicamente e per il resto della vita al vaccino, nella speranza che sia efficace.

Senza entrare nel merito dell’utilità o meno di fare un vaccino o della “pulizia” o della dannosità degli stessi (ritengo che essendo un farmaco, ognuno debba poter liberamente decidere della propria salute, senza coercizione alcuna), le persone dovrebbero oggi chiedersi: perché autorità politiche, virologi compiacenti e mass media, affermavano il contrario di ciò che oggi ci dicono i virologi parlando del coronavirus? Appare abbastanza evidente che, anche in questo caso, non c’è coerenza ma c’è certamente del dolo nella comunicazione di autorità e mass media.

Torniamo ora ai provvedimenti presi in questi giorni dal Governo.

Abbiamo appurato che i dati ufficiali non giustificano in alcun modo la portata di questi provvedimenti; provvedimenti liberticidi che si aggiungono tra l’altro, a quelli presi negli anni precedenti da Governi appoggiati da partiti che sostengono anche questo governo. Il riferimento è alle leggi che hanno, di fatto, introdotto (in violazione degli articoli costituzionali 21, e 15 oltre agli altri già citati) il reato di opinione (legge sul negazionismo), abolito la segretezza della corrispondenza (legge sui Trojan di Stato e accesso ai conti correnti da parte della guardia di Finanza) e come detto l’inviolabilità del corpo (legge Lorenzin). Tutti hanno un filo rosso (è proprio il caso di dirlo) che li unisce, sono stati varati da Governi appoggiati dalla stessa parte politica (progressista ed europeista) che oggi appoggia il Governo che ha de facto sospeso la Costituzione Italiana.

Se, com’è chiaro, non ci sono reali motivi in tema di salute pubblica per adottare provvedimenti così totalitaristi, perché il Governo li ha adottati?

È stato lo stesso Governo Italiano, per mezzo del suo Presidente del Consiglio, a comunicarlo in sede di presentazione de decreto legge del 5 marzo 2020. Conte ha correttamente sottolineato come la maggior parte dei contagiati riporti sintomi lievi o guarisca, ma ha anche spiegato che i motivi di preoccupazione sono dettati dal fatto che “una certa percentuale di persone contagiate necessita di un’assistenza continuata in terapia intensiva”. Il Governo ha annunciato di voler potenziare il numero di posti letto in terapia intensiva in tutta Italia. C’è il rischio concreto e reale (questo sì) che a uccidere le persone non sia il Covid-19, ma la mancanza di cure adeguate.

La motivazione reale quindi, non riguarda la pericolosità del virus in sé, ma è quella di evitare che il sistema sanitario giunga al collasso, e quindi nell’incapacità di prestare cure adeguate (come da obblighi costituzionali) ai cittadini. Ma com’è possibile che il sistema sanitario nazionale sia in tale grave situazione?

Quanti sono i posti letto negli ospedali italiani, in particolare per chi necessita di cure urgenti ed è in gravi condizioni di salute? Come siamo messi rispetto al resto d’Europa? Prima di vedere che cosa dicono i numeri, analizziamo brevemente una questione collegata, di cui si è molto parlato negli ultimi giorni: i tagli alla sanità.

Nel 2018 l’Italia ha destinato risorse pubbliche alla sanità per un valore pari al 6,5 per cento del Pil, una percentuale vicina alla media Ocse (6,6 per cento) ma più bassa di quella di altri grandi Paesi europei come Germania (9,5 per cento), Francia (9,3 per cento) e Regno Unito (7,5 per cento). Questo dato oltretutto è in calo rispetto al 2010, quando si era attestato intorno al 7 per cento.

Questo significa che sono state tagliate risorse al servizio sanitario nazionale (Ssn), oppure no?

Se si guarda alle cifre in valore assoluto, si vede che tra il 2001 e il 2019 (fatta eccezione per il 2012 e il 2015) il finanziamento del Ssn a carico dello Stato è sempre cresciuto, passando da 71,3 miliardi di euro a 114,5 miliardi di euro (con una crescita media inferiore a quella dell’inflazione). Da questo punto di vista quindi non si può parlare di tagli. Tuttavia è vero però che negli ultimi 10 anni gli aumenti alla sanità pubblica sono stati ogni anno minori rispetto a quelli programmati negli anni precedenti dalle manovre dei vari governi.

A settembre 2019 il Ministero della Salute ha pubblicato l’“Annuario statistico del servizio sanitario nazionale”, che contiene i dati più aggiornati sull’assetto organizzativo e sulle attività della sanità in Italia. Nel 2017 – quando le strutture di ricovero pubbliche erano 518 e quelle private accreditate 482 – in Italia c’erano 151.646 posti letto per degenza ordinaria in ospedali pubblici (2,5 ogni 1.000 abitanti) e 40.458 in quelli privati (0,7 ogni 1.000 abitanti), per un totale di oltre 192 mila posti letto (3,2 ogni 1.000 abitanti).

In base ai dati Eurostat e Ocse, tra il 2000 e il 2017 (ultimo anno disponibile) nel nostro Paese il numero dei posti letto pro capite negli ospedali è calato di circa il 30 per cento, arrivando appunto a 3,2 ogni 1.000 abitanti, mentre la media dell’Unione europea è vicina a 5 ogni 1.000 abitanti. L’Italia quindi è al sest’ultimo posto nell’Ue. Al primo posto c’erano Germania (8/1.000), Bulgaria (7,5/1.000) e Austria (7,4/1.000). Agli ultimi Svezia (2,2/1.000), Regno Unito (2,5/1.000) e Danimarca (2,6/1.000).

Come ormai è ampiamente dimostrato sono proprio ventilatori, macchine per la respirazione artificiale e sistemi di isolamento biologico la linea di difesa più efficace contro il virus. In media, stando ai dati della Protezione civile, un italiano ogni dieci italiani infettati dal virus SARS CoV-19, finisce poi con lo sviluppare infezioni gravi dell'apparato respiratorio tale da metterne a rischio la sopravvivenza. Per questo è necessario ricorrere a questo particolare tipo di terapia, a cui, occorre sottoporsi per periodi anche molto lunghi di tempo. I tempi di ricovero dei pazienti con coronavirus nei reparti di terapia intensiva sono molto più lunghi della media: 30 giorni circa (ma è un dato parziale), contro  14 per altre patologie.

Per quanto riguarda i numeri relativi ai posti in terapia intensiva, in valori assoluti, oggi ci sono in tutta Italia, secondo il Prontuario statistico Nazionale, 5.090 posti  tra strutture pubbliche e private, con un rapporto di 12 a 1 a favore del Servizio pubblico. Ogni anno i 5.090 posti letto di rianimazione sono occupati con un tasso del 48,4 per cento. Questo significa che, sperando che tutti i posti siano sempre in perfetta efficienza e immediatamente utilizzabili, oltre al fabbisogno ordinario si possono avere circa 2.500 posti letto per la terapia dei pazienti affetti da coronavirus, ai quali si aggiungerebbero i nuovi posti che sono in via di realizzazione in questi giorni ad opera di Governo e Regioni, che si stanno impegnando per aumentarli del 50%. Quindi l’obiettivo dichiarato è arrivare a circa 4.000 posti complessivi in tutti Italia, dedicati ai malati di Covid 19.

Se oggi quindi i posti in terapia intensiva sono 5.090 e sappiamo che dal 2000 ne sono stati persi circa il 30%, facendo un rapido calcolo significa che vent’anni fa avevamo complessivamente 7.270 posti in rianimazione. Se anche fossero stati occupati per un numero complessivo di 2.463 unità (pari a 48,4% dei 5.090 posti presenti oggi), se non ci fossero stati tagli alla sanità, oggi avremmo disponibili per la rianimazione dei malati di Covid-19, complessivamente 4.806 posti letto, circa 800 in più di quelli che il Governo ha ad oggi stimato possano essere sufficienti per far fronte all’emergenza.

Negli ultimi 20 anni, a causa dei vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea e sotto il Governo sostenuto sempre da maggioranze filo europeiste, le stesse che hanno varato tutti i provvedimenti antidemocratici finora descritti, l’Italia è stata costretta a contenere le spese, anche in ambito sanitario, non riuscendo neanche a mantenere i livelli presenti al momento dell’ingresso nell’Unione a fronte, tra l’altro, anche di una crescita demografica di circa 1 milione e mezzo di unità. È questo il reale motivo che ha spinto il governo a varare queste misure, ma ammetterlo palesemente significherebbe rinnegare vent’anni di politica filo europeista.

Come ne uscirebbero, agli occhi dell’opinione pubblica, i partiti di maggioranza?

È chiaro che il Governo qualcosa doveva fare poiché la tutela della salute pubblica, anche se circoscritta da una specifica fascia della popolazione (gli anziani e i malati), è uno dei suoi doveri, così come quello di avere cure adeguate è un diritto del cittadino, sancito anche dalla costituzione all’art.32.

Le disposizioni coercitive e totalitariste adottate però, sarebbero dovute essere evitate, limitandosi a fare delle raccomandazioni alla popolazione e facendo appello al senso civico, attenzione al sociale e rispetto per i più deboli. Ma nel mondo e nella società che è stato costruito negli ultimi 25-30 anni, non esiste più nulla di tutto ciò. La società moderna è imperniata sull’individualismo e sull’egocentrismo (basta vedere i programmi TV o osservare che uso è fatto solitamente dei social network), tutto frutto di quel relativismo proprio dell’ideologia progressista che l’ha generata.

Questa ideologia ha formato una società d’individui apparentemente tutti uguali, sovente incapaci di formulare propri autonomi pensieri, che hanno continua necessità di sentirsi parte di un gruppo ma che, al contempo, in quel gruppo vuole distinguersi e farsi ammirare per ciò che fa o che ha. Una società d’individui in cui il pensiero unico è la regola, l’ipocrisia, l’incoerenza e il qualunquismo sono il loro quotidiano.

Persone che fanno finta di avere uno spirito sociale solo quando fa comodo, quando lo fanno tutti. Si affacciano ai balconi sventolando bandiere e facendo rumore non per solidarietà sociale, ma perché è stato scritto sui social e sentono il bisogno di rimanere omologati.

La solidarietà e la coscienza sociale si dimostrano nella normalità e nella quotidianità e non nell’eccezionalità. Sono come quelle persone che non amano il calcio, salvo poi ritrovarsi in strada se la nazionale di calcio arriva in finale ai Mondiali. Non possiamo dire certo che sono appassionati di calcio. L’ideologia che ha creato questa società è la stessa ideologia che poi, per porre rimedio a situazioni di emergenza, prende la facile strada della privazione delle libertà.

La popolazione dal canto suo, priva di qualunque valore sociale, comprende solo la strada dell’imposizione

Personalmente rimango a casa solo per rispetto di chi potrebbe avere necessità di cure ospedaliere e potrebbe non vedersele erogate dallo Stato, e non per un’ingiusta imposizione normativa.

Oggi paghiamo un prezzo altissimo in termini di libertà e democrazia non a causa di un’emergenza sanitaria dettata dalla pericolosità di un virus, ma paghiamo questo tributo all’Europa, la stessa che ci ha voltato per l’ennesima volta le spalle quando ne avevamo bisogno, negandoci aiuti sanitari quando li abbiamo richiesti (ormai oltre 3 settimane fa), chiudendo confini e boicottando il nostro export.

L’Europa che non c’è. La dis-Unione Europea in cui, anche nel caso del coronavirus, si è dimostrata inesistente. L’Europa in cui ogni Paese pensa soltanto ai propri interessi nazionali, in cui ogni paese prende i propri specifici provvedimenti anche in tema di tutela della salute pubblica. Quella dis-Unione Europea che non ha alcun piano di coordinamento o contenimento per fronteggiare emergenze di questo tipo. L’Europa che è da sempre sostanzialmente divisa, in cui i cittadini degli stati membri non si sentono cittadini di un unico stato europeo, ma al contrario rivendicano la propria identità nazionale (tranne in Italia poiché se si parla di certi temi, ci si sente immediatamente dare del fascista) e pensano solamente al proprio tornaconto. L’Europa culturalmente colonizzata e di fatto militarmente “occupata” dagli Stati Uniti, l’unico stato sovrano (di quelli sedicenti democratici) di cui alla popolazione è consentito parlare ed esaltare la propria identità nazionale.

Dopo vent’anni sarebbe opportuno, alla luce di tutto questo, e anche per gli europeisti più convinti, fare un serio bilancio, scevro da condizionamenti preconcetti intrisi di europeismo, per capire che, come ho avuto modo di scrivere più volte anche nei miei libri, l’unione di un popolo (il concetto vale anche quando si parla impropriamente di globalizzazione) non si fa sulla carta, sottoscrivendo patti e accordi politici. Non si fa con il commercio, né con un sistema di comunicazione globale. Non si fa imponendo una moneta comune, togliendo autonomia monetaria ai singoli stati. L’unione di nazioni si può fare esclusivamente con un palese e consapevole atto di volontà dei popoli che di quelle nazioni fanno parte e, nel caso dell’Unione Europea non è stato così. Si è trattato di un’unione imposta ai popoli, e oggi, a distanza di vent’anni, ne prendiamo definitivamente coscienza nel modo più doloroso, perdendo la democrazia, perdendo la libertà.

Per concludere propongo un’ultima riflessione, un’ultima e amara costatazione, che questa volta riguarda la popolazione. È per me triste ma non sorprendente purtroppo, costatare quanto la popolazione sia facilmente e in continuazione manipolata dalle fake news dei mass media e delle autorità. Quasi nessuno si pone più domande, quasi nessuno pretende comportamenti coerenti e trasparenti nel tempo da questi due interlocutori. Si fanno convincere a rinunciare alla propria libertà senza reali motivazioni, spaventati da pericoli circoscritti o totalmente inventati. È sempre con la tecnica della paura che in questi ultimi venti anni hanno accettato limitazioni a quei diritti fondamentali e democratici, che una volta ci insegnavano a chiamare inviolabili e inderogabili. Prima il terrorismo, poi il ritorno del fascismo, poi la lotta alla criminalità, poi contro il morbillo e le malattie infettive comuni, oggi con questa nuova fantomatica minaccia chiamata Covid-19.

Ci sono concrete possibilità che, anche in questo caso, il Covid-19 sia stato soltanto un pretesto per introdurre un pericoloso precedente. Una sorta di test generale in vista di uno stato totalitario. Oggi chi comanda sa definitivamente che, inventando fantomatiche epidemie può far accettare alla popolazione restrizioni inimmaginabili. Mi chiedo cosa succederà con l’arrivo della prossima influenza stagionale che, come abbiamo visto dai dati ufficiali, ogni anno miete più vittime in Italia che il coronavirus in tutto il mondo? Saranno ripresentate le medesime restrizioni?  Con l’arrivo dell’estate e la comparsa delle zanzare, ci diranno che il virus può essere trasmesso anche da questi insetti?

A chi si illude che il prossimo 5 aprile tutto ritornerà come prima, ricordo che molti scienziati e molti politici hanno già cominciato a sostenere che il picco di contagi non si avrà prima della metà di aprile 2020. Altri sostengono che la situazione di emergenza arriverà fino a estate inoltrata. Altri ancora che l’emergenza globale durerà addirittura due anni, per poi riproporsi ciclicamente. Siete pronti ad abbandonare definitivamente le vostre libertà?

Speriamo ovviamente che non sia così!

Finisco dicendo a tutte le persone che accettano tutto questo senza batter ciglio, che possono stare tranquille o, come amano dire oggi, #andratuttobene, il Covid-19 non li ucciderà. Non si può uccidere chi è già morto, non fisicamente ma intellettualmente, nello spirito, nella coscienza, nei valori!

Stefano Nasetti

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Continua...

L’acqua fugge da Marte più rapidamente del previsto. Che cosa implica per l’abitabilità passata e futura?

Dove è finita l'acqua che scorreva su Marte? Guardando le foto della superficie di Marte vediamo letti di fiumi e laghi asciutti. È evidente a tutti che su Marte scorreva acqua, ne scorreva molta e per molto tempo. Oggi la situazione appare decisamente diversa. La pochissima pressione esercitata dalla sottile atmosfera marziana farebbe evaporare l’acqua in superficie eventualmente ancora presente (sebbene stagionalmente e in piccole quantità sia stata più volte rilevata dalla Nasa fin dal 2006). 

All’inizio della sua storia però, Marte, oltre ad avere acqua, aveva un’atmosfera, che poi gli è stata strappata dal vento solare, forse complice il suo campo magnetico che si andava via via indebolendo per cause ancora da accertare. Se questo è in estrema sintesi ciò che abbiamo compreso da oltre vent’anni di esplorazione marziana, è legittimo chiedersi dove sia finita tutta l’acqua che scorreva su Marte. È evaporata oppure è penetrata nel sottosuolo e, viste le temperature glaciali, si è trasformata in ghiaccio?

Circa una dozzina di anni fa la sonda Mars Odyssey della NASA aveva fornito una mappa della frazione della componente acquosa del suolo marziano misurata attraverso i raggi gamma emessi dall’idrogeno colpito dai raggi cosmici. Tuttavia si trattava di dati sommari. La misurazione, che era sensibile alla presenza d’idrogeno solo fino a 1 metro di profondità, aveva rivelato che, mentre tutta la zona equatoriale era certamente secca (con componente acquosa ben al di sotto del 10%), mano mano che ci si avvicina ai poli la componente acquosa aumentava fino ad arrivare al 40%. Utilizzando come termine di paragone il suolo terrestre, un suolo argilloso contiene circa il 25% di acqua mentre ai nostri poli la percentuale è ovviamente del 100%. La misurazione di Mars Odyssey non diceva quindi a che profondità era il ghiaccio. In un’ottica di futura colonizzazione, fa una bella differenza sapere quanto occorra scavare per trovare il ghiaccio che si può trasformare in acqua da bere, in ossigeno da respirare, in idrogeno per produrre energia nelle celle a combustibile oppure in carburante per tornare a casa.

Per avere un quadro più preciso della situazione, la NASA pensò di sfruttare la diversa conducibilità termica del ghiaccio rispetto a quella del suolo marziano. Usando decine di anni di dati “termici” raccolti dalle sonde Mars Odyssey e Mars Reconnaisance Orbiter (MRO), che permettono di seguire l’andamento stagionale delle temperature del suolo, combinati con modelli sul trasporto del calore, è stato possibile evidenziare che, in alcune regioni a latitudine medio - alta, il ghiaccio sarebbe facilissimo da raggiungere perché la sua firma si vede alla profondità di pochi centimetri. Giusto quel po’ di copertura che serve per proteggerlo e impedirgli di sublimare nella tenue atmosfera del pianeta rosso.

Nella mappa della crosta marziana così ottenuta, le zone blu - violette indicavano le aree, dove il ghiaccio si trova a meno di 30 cm di profondità mentre quelle giallo-rosse sono quelle dove si trova a più di 60 cm. Le zone grigie invece sono povere di acqua e quelle nere sono molto sabbiose e non particolarmente adatte a un ammartaggio.

Successivi studi basati su più recenti dati, hanno confermato l’abbondante presenza di acqua non solo nelle zone già evidenziate dallo studio della Nasa, ma anche in aree insospettabili (tipo quelle equatoriali indicate in nero). Altri strumenti, come il radar Marsis montato sulla sonda Mars Express dell’Esa, avevano poi scoperto anche laghi di acqua liquida salata sotto la superficie, e addirittura sistemi di laghi sotterranei interconnessi. Considerando che l’altimetria dell’emisfero Nord lo rende più adatto a un possibile ammartaggio, la NASA ha individuato nella regione delimitata dalla linea bianca (chiamata Arcadia Planitia) il luogo ideale per un possibile insediamento umano che potrebbe contare su ghiaccio a portata di mano. Insomma, è probabile che, a seconda del luogo di ammartaggio, ai futuri astronauti non occorreranno complicate macchine per raggiungere depositi di acqua, probabilmente basterà una pala.

Ma se ciò ci ha detto con sufficiente approssimazione, dove si trova l’acqua oggi rimasta, poco ancora si sapeva dove fosse finita tutta l’acqua originariamente presente sul pianeta rosso. Una serie di studi pubblicati negli ultimi tre anni, ha stimato l’acqua minima presente in origine su Marte. Questi studi hanno stabilito che oltre il 40% della superficie del pianeta rosso fosse stata ricoperta dall’acqua Come detto però, si tratta di una stima per difetto, è probabile che di acqua ce ne fosse ancora di più. Il confronto tra acqua minima stimata e acqua oggi rimasta, aveva contribuito a fornire un’idea di quanta acqua fosse stata persa da Marte nel corso del tempo. Anche in questo caso, si trattava comunque d’ipotesi formulate su alcuni assunti e pochi dati. Ad esempio si partiva dal presupposto che il cataclisma che ha distrutto il pianeta rosso e che ha generato l’indebolimento del campo magnetico e il conseguente assottigliamento dell’atmosfera (con annessa dispersione dell’acqua nello spazio), fosse avvenuto relativamente presto nella storia del pianeta. Non si aveva perciò un dato reale sulla velocità di dispersione dell’acqua, dato che poteva essere confrontato con i modelli teorici elaborati fino a quel momento. Oggi uno studio ha fornito un elemento in più nella risoluzione del mistero della scomparsa dell’acqua marziana.

In uno studio internazionale, finanziato dall’Agenzia spaziale europea (Esa) e dalla russa Roscosmos, gli autori, coordinati dallo Space Research Institute dell’Accademia delle scienze russa, hanno evidenziato che marte sta perdendo il suo vapore acqueo più velocemente del previsto.

I dati della ricerca, pubblicato a gennaio sulla rivista Science dal gruppo del Centro nazionale della ricerca francese (Cnrs) guidato da Franck Montmessin, non lasciano spazi a dubbi. I ricercatori hanno utilizzato l’Atmospheric Chemistry Suite (Acs), uno strumento composto da tre spettrometri infrarossi dell’Exomars Trace Gas Orbiter (Tgo) della missione Exomars dell’Esa e di Roscosmos.

Sulla Terra, quando il Sole illumina i grandi depositi di ghiaccio situati ai poli del pianeta e tutti gli altri specchi d’acqua presenti sul nostro pianeta, l’aria si arricchisce di vapore acqueo a seguito dell’evaporazione dell’acqua dalla superficie. Il vapore acqueo viene quindi trasportato dai venti verso altitudini più elevate e più fredde che portano, grazie alla presenza di polveri,  alla condensa delle molecole d’acqua e alla conseguente formazione delle nuvole. Questo processo di condensazione impedisce una rapida e massiccia progressione dell’acqua verso quote più elevate dell’atmosfera, dove i legami all’interno delle molecole d’acqua, sotto l’azione dei raggi ultravioletti del Sole, verrebbero spezzati. Gli atomi d’idrogeno e di ossigeno separati, finirebbero così per disperdersi nello spazio. Ma se ciò sulla Terra non avviene, su Marte le cose vanno diversamente.

Le particolari condizioni atmosferiche del pianeta rosso sembrano impedire la formazione di grandi quantità di condensa. L’atmosfera sottile, spesso sovra-satura di vapore acqueo, non riesce a trattenere le molecole d’acqua, portando il vapore acqueo a salire negli strati superiori dell’atmosfera. Qui, i raggi UV causano la loro dissociazione in atomi d’idrogeno e ossigeno. Gli atomi, a loro volta, sfuggono fuggono nello spazio eludendo il freno della debole gravità marziana, generando la perdita d’acqua di Marte.

Marte, fotografato durante l'opposizione del 2016 (fonte: NASA, ESA, the Hubble Heritage Team/STScI/AURA, J. Bell/ASU, and M. Wolff/Space Science Institute)

Infatti, sebbene Marte mantenga un proprio ciclo dell’acqua (in realtà ne sono stati identificati ben due), abbia comunque delle nuvole e presenti fenomeni meteorologici (come nevicate ad esempio) che si manifestano con modalità e frequenza diversa da quelli terrestri, la quantità di acqua che ricade sul pianeta rosso è minore di quella che sublima dalla superficie. Era quindi noto già da qualche tempo, che una certa quantità di acqua, fosse lentamente persa dal pianeta nel corso del tempo.  La nuova ricerca non ha quindi introdotto alcuna novità in tal senso. Ciò che ha rivelato è invece la reale velocità con cui Marte sta perdendo la sua acqua nello spazio.

Attraverso misurazioni effettuate dal Trace Gas Orbiter di Exomars, i ricercatori hanno osservato che la dispersione sembra essere legata alle grandi quantità di vapore acqueo che si accumulano nell’atmosfera marziana in determinate stagioni dell’anno. Questa concentrazione è risultata essere molto ampia e insolita, da dieci a cento volte superiore rispetto alla media che si riteneva potesse essere compatibile con le temperature del pianeta rosso.

I dati mostrano che l’atmosfera viene quindi sovraccaricata dal vapore acqueo, in particolare in determinate stagioni dell’anno e, poiché la condensa delle molecole su Marte è spesso ostacolata dalle condizioni prima citate, una maggiore quantità di particelle d’acqua fluisce nell’atmosfera superiore. Ciò determina quindi, che un maggior numero di atomi d’idrogeno e di ossigeno è disperso nello spazio, portando a una progressiva perdita di acqua dal mondo rosso, a una velocità superiore rispetto a quanto previsto dai precedenti modelli. Questo risultato, scrivono gli autori, implica che l’acqua potrebbe scappare da Marte più rapidamente di quanto previsto.

Questo nuovo studio ci consente di fare alcune riflessioni. Anzitutto pone in evidenza come, ancora una volta, molti dei modelli su cui la comunità scientifica ha formulato la sua idea sul passato e sul presente di Marte, siano errati. I dati più accurati e raccolti nel corso degli ultimi anni, hanno portato anche stavolta a dover rivedere i modelli precedenti, basati su poche e sommarie informazioni e molte ipotesi spesso tendenti a confermare l’idea preconcetta di un pianeta poco ospitale e privo di vita.

L’errore posto in evidenza dal nuovo studio non è da sottovalutare. Si parla di quantità di vapore acqueo potenzialmente esposto all’azione disgregante dei raggi UV, da dieci a cento volte superiore a quanto mediamente stimato dai modelli precedenti. Questo non può non avere conseguenze, unitamente ai risultati di tutte le altre ricerche pubblicate negli anni precedenti (che ho avuto di esporre sommariamente in altri articoli di questo blog e già dettagliatamente nel mio libro Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione) sulla ricostruzione della storia geologica del pianeta rosso.

Infatti, data la quantità di acqua oggi presente sul pianeta rosso (rinvenuta in depositi sotterranei ghiacciati e non, pressoché in tutto il pianeta), se Marte sta perdendo l’acqua molto più rapidamente di quanto si pensasse solo pochi mesi fa, significa che il pianeta rosso possedeva una quantità notevolmente superiore a quella fino ad oggi stimata. Altra possibilità, non necessariamente alternativa alla prima, è che il cataclisma che ha causato la serie di eventi alla base di questo processo di dispersione, sia avvenuto in tempi molto più recenti di quanto afferma la teoria a oggi prevalente in ambito scientifico. Ciò da maggiore peso ai risultati delle ricerche pubblicate nei mesi scorsi, che hanno indicato la probabilità che ampi specchi d’acqua liquida (si parla di laghi e piccoli mari) fossero ancora presenti su Marte fino a “soli” 200.000 - 300.000 anni fa, contro i 3-4 miliardi di anni fa della teoria ufficiale. Lo studio pubblicato da Science quindi, indirettamente sembra poter dare maggiore forza a tutte quelle ricerche scientifiche che hanno, ciascuna nei propri campi di competenza ma sempre sulla base dell’analisi dei dati oggettivi rilevati dalle sonde sul pianeta rosso, suggerito un’abitabilità di Marte per molto più tempo e temporalmente molto più vicino a noi di quanto si pensasse. Si tratta forse un altro piccolo passo verso l’annuncio ufficiale del ritrovamento della vita sul pianeta rosso?

Stefano Nasetti

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Siamo figli delle stelle e non siamo soli! La conferma da nuovi studi.

Come ha avuto origine la vita? Creazionismo? Per abiogenesi (nascita spontanea della vita)? Per panspermia (vita arrivata da altri luoghi)? Dall’ipotesi più fantasiosa, la prima, a quella più probabile, la terza, passando per quella possibile ma assai meno verosimile, la seconda, per trovare una risposta alla domanda iniziale, è necessario fare riferimento a tutte le nostre conoscenze.

La risposta proposta dalle religioni (creazionismo) ha un seguito senza pari, con miliardi di adepti. Quella prevalente in ambito scientifico (l’abiogenesi), ha certamente un seguito minore rispetto al creazionismo, tuttavia ha una valenza pari, se non superiore, a quella delle religioni poiché rappresenta l’opinione prevalente nella comunità scientifica e quindi costituisce il “sapere” ufficiale che viene insegnato.

Non dovrebbe interessarci invece, se alcune di queste ipotesi godono di maggiore popolarità, ciascuno dei rispettivi ambiti, a discapito di altre possibilità. Galileo sosteneva che in scienza “l’autorità di un migliaio di persone non vale di più del ragionamento di un singolo individuo”.

Nel mio piccolo, amo ripetere che le verità scientifiche non si decidono a maggioranza e che, quando si parla di scienza e di cosa sia reale e cosa non lo sia, sono i dati, i fatti a decidere chi ha torto e chi ragione, cosa è vero e cosa non lo è. Credere a una teoria, non la rende vera. Ciò è vero sempre, in ogni caso, anche per le teorie scientifiche, se queste non tengono conto di tutte le informazioni disponibili o, non sono del tutto coerenti con esse.

Le informazioni, i dati, sono dunque essenziali per trovare una risposta più vicina possibile alla verità, sull’origine della vita sulla Terra. Questo perché da tale circostanza, potrebbe essere legato il significato della nostra vita e lo scopo della stessa (scopri di più qui).

Non potendo prescindere dalle informazioni, è necessario mettere in discussione e aggiornare, se necessario, continuamente il nostro punto di vista sulla questione. Non deve interessarci se le nuove informazioni che vengono trovate e divulgate, possano andare a sostegno di una delle possibili risposte e a discapito delle altre. L’evidenza dei dati dovrebbe essere la nostra bussola.

È stato ormai assodato che circa 4 miliardi di anni fa la Terra era assolutamente inospitale, con eruzioni vulcaniche continue, frequenti bombardamenti di asteroidi e nessuna traccia di ossigeno. Qualunque forma di vita, anche la più elementare, non avrebbe mai potuto svilupparsi in un ambiente simile. Eppure a un certo punto qualcosa è cambiato, e nonostante le bassissime probabilità di successo la chimica terrestre ha avuto le condizioni giuste per la comparsa delle prime forme viventi, anche questo è un dato di fatto. Che cosa ha permesso di raggiungere questo punto critico? E quali sono stati gli ingredienti che hanno permesso la realizzazione di tali condizioni?

Indipendentemente dal motivo che ha permesso alla vita di fare la sua comparsa sulla Terra, dovevano certamente esserci condizioni idonee a sostenerla. Ciò è vero sempre, sia nell’ipotesi più fantasiosa, quella del creazionismo divino, sia in quelle di stampo più scientifico come abiogenesi e panspermia.

L’abiogenesi suggerisce che la Terra sia un pianeta “fortunato”, che casualmente si è venuto a trovare alla giusta distanza dalla sua stella e, altrettanto fortuitamente, ha visto la contemporanea presenza di tutti gli elementi essenziali per la comparsa spontanea della vita. Questa teoria considera la Terra come se fosse un corpo avulso dal resto dell’universo, in cui, almeno per quanto riguarda la comparsa della vita, le interazioni con lo spazio extraterrestre, sebbene possano esserci state, sono state quasi ininfluenti. La “fortunata” serie di circostanze casuali che hanno portato alla comparsa della vita sulla Terra sarebbe quindi, più uniche che rare, il che, in poche parole, sottintende che le possibilità che la vita esista anche altrove siano pressoché nulle. È chiaro che la teoria dell’abiogenesi sia figlia dei suoi tempi, in cui conoscevamo poco di ciò che c’è nel nostro sistema solare e ancor meno di ciò che esiste fuori di esso. Tutto questo dovrebbe oggi apparirci ben chiaro, eppure non è così.

Infatti, nonostante la teoria dell’abiogenesi sia quella prevalente in abito scientifico e quindi la spiegazione ufficiale alla comparsa della vita sul nostro pianeta, molti rimarranno sorpresi dall’apprendere che questa idea è molto più vicina a una “verità di Stato” che a una realtà oggettiva.

Possibile? Assolutamente sì.

Sappiamo, infatti, che la vita per come la conosciamo, ha necessità della contemporanea presenza di alcuni elementi chimici fondamentali, tra cui il fosforo. Questo elemento costituisce la spina dorsale delle molecole alla base di tutti gli organismi, il Dna e l'Rna. Il fosforo, che abbiamo scoperto essere presente su Marte fin dall’inizio della sua formazione, non è stato ancora mai ritrovato in campioni di rocce terrestri risalenti alla terra primordiale. Come può essersi quindi originata spontaneamente una vita contenente il fosforo se il fosforo non era presente sulla Terra?

Da circa 50 anni questo è stato un rompicapo indecifrabile per la comunità scientifica. Ciò nonostante, solo per evitare di abbracciare ipotesi scientifiche certamente più logiche, ma meno popolari e certamente più “ridimensionanti” (poiché l’universo è misurato attraverso il “metro antropico”), come la panspermia, le autorità scientifiche hanno continuato a sostenere e insegnare questa idea o forse, per meglio dire, opinione.

Capire dove si potesse trovare il fosforo nella Terra primitiva, è divenuto una delle principali domande dei biologi e astrobiologi, perché è divenuta quasi un’esigenza per poter continuare a sostenere l’idea dell’abiogenesi. L’ultima possibile risposta in ordine di tempo, è arriva dalla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze, Pnas, da parte di un gruppo dell'università di Washington coordinato da Jonathan Toner.

I ricercatori hanno studiato i laghi particolarmente ricchi dei sali, chiamati carbonati, che si formano in ambienti asciutti, come Mono Lake in California e il lago Magadi in Kenya. Analizzandone le acque, si sono rilevati livelli di fosforo fino a 50.000 volte più alti rispetto a quelli trovati sia nell'acqua di mare sia in qualsiasi altro ambiente di acqua dolce. Proprio i carbonati presenti in queste acque sono i responsabili delle elevate concentrazioni di fosforo: legandosi al calcio, lasciano il fosforo libero di accumularsi. Da questa evidenza oggettiva è stato dedotto che, nella Terra primordiale questo processo deve essere stato molto comune perché, secondo il coordinatore di questa ricerca, i vulcani attivi erano numerosi e le rocce vulcaniche appena formate reagivano con l'anidride carbonica, fornendo carbonati ai laghi. "Per questo motivo - ha concluso Jonatahn Toner - la Terra primordiale avrebbe potuto ospitare molti laghi ricchi di carbonati, con concentrazioni di fosforo tali da dare inizio alla vita".

Tutto risolto quindi, l’abiogenesi ha trovato conferma. La Terra è un pianeta più unico che raro, e la vita su di essa, compresa la nostra presenza, è un fatto fortuito e fortunato. Possiamo continuare a compiacere il nostro ego, continuando a sentirci un po’ speciali, quando guardiamo e contempliamo l’immensità dell’universo. Già, ma purtroppo non è così.

Al di là della semplicistica e superficiale comunicazione di questa informazione da parte della maggioranza dei mass media, dalla lettura attenta dello studio dell’Università di Washington, è abbastanza chiaro che in realtà non è stata trovata alcuna evidenza oggettiva della presenza di fosforo nella Terra primordiale, ma ne è stata solo ipotizzata la presenza in alcuni luoghi in virtù di una condizione oggi presenti in ambienti che si suppone potessero avere condizioni simili alla Terra primordiale. Si tratta quindi, di una semplice nuova ipotesi per spiegare in quali ambienti potesse essersi originato il fosforo. Non sappiamo tuttavia se effettivamente l’ipotesi, per quanto scientificamente possibile, si sia poi verificata.

Eppure il fosforo doveva certamente esserci. Ma allora da dove veniva?

Due diversi studi hanno oggi fornito elementi tangibili che hanno aggiunto nuovi elementi sul piatto della bilancia dell’altra teoria scientifica, quella opposta all’abiogenesi: la panspermia.

Il primo studio è quello pubblicato sulla rivista  Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, guidato dall’Università di Berna e dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, che hanno utilizzato rispettivamente i dati dello strumento Rosina, lo spettrometro a bordo della sonda Esa Rosetta, e i dati di Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array).

Attraverso le osservazioni di Alma il team dell’INAF ha individuato l’area principale nello spazio in cui si formano le molecole contenenti fosforo: si tratta di una regione di formazione stellare nota come Aflg 5142, una sorta di nube formata da gas e polvere. In regioni simili sorgono nuove stelle e sistemi planetari, rendendo queste aree i luoghi ideali da cui iniziare la ricerca dei cosiddetti “mattoni della vita”, molecole organiche complesse che, unendosi successivamente tra loro in condizioni favorevoli, hanno dato origine al RNA e poi al DNA.

I risultati delle osservazioni hanno evidenziato che le molecole contenenti fosforo vengono create quando si formano stelle massicce. I flussi di gas provenienti da queste stelle scavano delle cavità nelle nubi interstellari. All’interno delle cavità, grazie all’azione combinata di urti e radiazioni della giovane stella, si formano le molecole contenenti fosforo. Tra tutte le molecole il monossido di fosforo resta quella predominante.

Questo primo riscontro preliminare, ha portato il team ad una considerazione importante: se le pareti della cavità collassano per formare una stella, il monossido di fosforo può congelarsi e rimanere intrappolato nei granelli di polvere ghiacciata rimasti attorno alla neonata.

È ormai noto che, durante il processo di formazione stellare, però, parte dei granelli di polvere si unisce andando a formare rocce e infine comete. Ciò non avviene sempre, ma le comete si originano in questo modo. Queste ultime, diventano così vere e proprie “incubatrici” di monossido di fosforo e di tanti altri elementi. Solo a questo punto, e per questo motivo, gli scienziati hanno spostato l’attenzione su una delle comete più studiate del Sistema Solare, grazie soprattutto alla missione Rosetta: la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.

Nel corso della missione, lo strumento Rosina ha osservato la cometa per due anni rilevando tracce di fosforo sul corpo celeste, senza però individuare nello specifico di quale molecola si trattasse. Combinando i dati di Alma e di Rosina, il team dell’INAF e dell’Università di Berna ha identificato il monossido di fosforo come risposta. Kathrin Altwegg, co-autrice del nuovo studio ha dichiarato “Il fosforo è essenziale per la vita come la conosciamo e dato che le comete hanno probabilmente fornito grandi quantità di composti organici alla Terra, il monossido di fosforo trovato nella cometa 67P potrebbe rafforzare il legame tra le comete e la vita sulla Terra”.

È indiscutibilmente chiaro ormai che c’è un legame sempre più stretto tra la presenza della vita e l’impatto delle comete sul nostro pianeta. Ma quali altre sostanze fondamentali hanno portato le comete, i meteoriti e gli asteroidi nell’impatto con la Terra? Lo suggeriscono sempre i dati dello spettrometro Rosina, elaborati dall’università di Berna. Il team di ricerca svizzero ha scoperto la presenza di sali di ammonio, la cui presenza non era stata rilevata nelle prevedenti analisi dei dati.

Rosetta non è stata la prima missione impegnata in un flyby ravvicinato di una cometa. Nel 1985 la sonda Esa Giotto aveva sorvolato la cometa di Halley e, grazie al suo spettrometro, aveva osservato una mancanza di azoto nella sua chioma. Sebbene l’azoto sia stato scoperto sotto forma di ammoniaca e acido cianidrico, l’incidenza è stata inferiore alle attese degli scienziati.

Dopo oltre trent’anni, la sonda Rosetta ha sorvolato un'altra cometa, la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, giungendo a soli 1,9 chilometri di distanza dalla superficie, e immergendosi nella sua chioma. L’impatto con le polveri emesse dalla cometa non è stato indolore. I sensori dello spettrometro Rosina sono andati quasi distrutti tuttavia, grazie a questo incidente, gli scienziati sono riusciti a rilevare alcune tipologie di particelle mai analizzate prima. In particolare l’incidenza di ammoniaca, (composto chimico formato da azoto e idrogeno), è risultata sorprendentemente alta.

Sono state necessarie molte analisi in laboratorio per dimostrare la presenza di questi sali nel ghiaccio cometario. “Il team di Rosina ha trovato tracce di cinque diversi sali di ammonio: cloruro di ammonio, cianuro di ammonio, cianato di ammonio, formiato di ammonio e acetato di ammonio – ha dichiarato Nora Hanni del team Rosina – fino ad ora l’apparente assenza di azoto nelle comete era un mistero. Il nostro studio ora mostra che è molto probabile che l’azoto sia presente sulle comete, in particolare sotto forma di sali di ammonio”.

La presenza di questi sali è importantissima. I sali di ammonio scoperti, infatti, includono diverse molecole rilevanti nel campo dell’astrobiologia che possono favorire lo sviluppo di urea, aminoacidi, adenina e nucleotidi. La presenza di questi composti è sicuramente un’altra indicazione che gli impatti delle comete possono essere collegati con l’emergere della vita sulla Terra.

Ma non finisce qui, perché da un accurato lavoro di revisione e miglioramento della qualità dei dati, questa volta relativi alla composizione della superficie del nucleo della cometa 67P Churyumov Gerasimenko raccolti da un altro strumento, lo spettrometro italiano VIRTIS, montato sempre a bordo della sonda spaziale europea Rosetta, ha permesso di individuare, per la prima volta su un oggetto celeste di questo tipo, chiare tracce di composti organici alifatici, catene di atomi di carbonio e idrogeno. Si tratta della prima identificazione di questo tipo di composti organici solidi su un nucleo cometario, ed è anche la prima identificazione da remoto, ovvero senza il rischio di alterare il campione durante la sua misura. I ricercatori hanno riesaminato alcuni milioni di spettri raccolti da VIRTIS (Visual, Infra-Red and Thermal Imaging Spectrometer) per ricavare la più accurata “visione” nell’infrarosso dei materiali che sono presenti sulla superficie del nucleo della cometa 67P

Il materiale del nucleo risulta così avere delle caratteristiche simili a quelle del mezzo interstellare diffuso e in alcune meteoriti rinvenute sulla Terra, suggerendo una continuità tra questi due ambienti, e fornendo un ponte di collegamento evolutivo: i composti organici presenti nel mezzo interstellare che sono stati catturati nella nube primordiale da cui si è formato il Sistema solare rimangono intrappolati nelle regioni più fredde e periferiche in piccoli oggetti come asteroidi e comete. Questi corpi celesti sono rimasti inalterati e, impattando sui pianeti, tra cui la Terra, possono aver fornito il materiale organico alla base dei cosiddetti “mattoni della vita”.

Nel presentare lo studio, questa volta pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature Astronomy, i coordinatori dello studio hanno affermato: “Già sapevamo che la gran parte dei composti organici presenti sulla Terra primordiale provengono dallo spazio” ha detto l’astrofisico Andrea Raponi. “Ora, questo studio suggerisce che possiamo spingerci oltre: i composti organici del Sistema solare sono probabilmente – e almeno parzialmente – ereditati direttamente dal mezzo interstellare. Quest'affascinante scenario suggerisce quindi che lo stesso materiale organico possa essere disponibile anche per altri sistemi planetari.

Lo studio appena pubblicato – ha aggiunto Eleonora Ammannito ricercatrice delle Scienze Planetarie dell’Agenzia Spaziale Italiana – identifica nelle comete un credibile mezzo di trasporto di materiale organico all’interno del Sistema Solare. Sempre di più, quindi, si evidenzia l’importanza di combinare gli studi sull’origine della vita terrestre con quelli sui corpi minori come comete, asteroidi e meteoriti. Solo un approccio multidisciplinare, infatti, ci permetterà – conclude la Ammannito – di capire le dinamiche che hanno portato allo sviluppo della vita sulla Terra e di focalizzare al meglio gli sforzi per la ricerca di forme di vita extraterrestri”.

È bene ricordare che m ateria organica extraterrestre è stata già ritrovata sul nostro pianeta, in particolare su alcuni monti del Sudafrica . Così come, in quasi tutti i quasi 200 meteoriti marziani ritrovati sulla Terra, ci sono tracce di microrganismi vivi sul pianeta rosso alcuni miliardi di anni fa.

Le ricerche citate in quest'articolo, ci forniscono dunque un altro tangibile elemento a sostegno della connessione tra ambiente extraterrestre e ambiente terrestre riguardo la creazione delle condizioni necessaria alla presenza di vita. Se ciò non bastasse, due ricercatori, nel commentare la pubblicazione dei loro studi, ci suggeriscono esplicitamente che le condizioni che hanno portato le sostanze necessarie alla vita, giunte sulla Terra dallo spazio, possano essersi ripetute anche per altri sistemi planetari, sottolineando come i meteoriti possono essere decisivi nella diffusione dei composti organici e della vita stessa.

Facciamo parte di un qualcosa di molto più grande di quanto comunemente pensiamo. Quelle sulla Terra non sono, con ogni probabilità, le uniche forme di vita presenti nell’universo. La vita extraterrestre potrebbe essere molto più vicina di quanto immaginiamo. Che si accetti o no, man mano che raccogliamo nuove informazioni nella ricerca della risposta alla comparsa della vita sul nostro pianeta, appare chiaro che siamo figli delle stelle e non siamo i soli!

Stefano Nasetti

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Vita extraterrestre: guida all’uso dei modelli climatici terrestri e nuovi metodi di ricerca

C’è vita oltre il nostro Sistema solare? Per la comunità scientifica ufficiale, e per tutti quelli che pendono dalle sue labbra per formulare i propri pensieri e accettare possibilità o evidenze logiche e tangibili, questa domanda ha acquistato ufficialmente piena legittimità, soltanto dal 1995, quando è stata confermata per la prima volta l’esistenza di esopianeti.

Da quel momento, gli astronomi hanno trovato migliaia di mondi extrasolari (a oggi, 8/2/2020 sono 4.177, dando così il via alla caccia ai migliori candidati per l’abitabilità. Come scrivevo ormai oltre cinque anni fa (2015), nel mio primo libro e poi in successivo articolo su questo blog, con il procedere della scoperta di nuovi esopianeti, era apparso ormai chiaro che la maggioranza dei pianeti in fascia abitabile scoperti orbitasse attorno a stelle più fredde rispetto al nostro Sole. Si tratta delle cosiddette nane rosse, stelle tra le più frequenti nella nostra galassia (circa il 67% di tutte le stelle sono di questo tipo). I pianeti rocciosi e potenzialmente abitabili orbitano molto più vicini a queste stelle rispetto a quanto la Terra faccia con il Sole. Esempi recenti come TRAPPIST-1 e Proxima b hanno ridato smalto a quella che molti chiamano the Big Question, la grande domanda sulla vita aliena.

Al tempo stesso però alcuni scienziati hanno cominciato a mettere in discussione il metodo comunemente utilizzato per la ricerca di mondi abitabili. Questo perché le condizioni presenti su questo tipo di esopianeti, benché la vicinanza con il loro sole sia ridotta proprio perché la stella è molto più fredda consentendo così la presenza di acqua allo stato liquido, ciò non costituisce la condizione esclusiva in cui la vita può sussistere. Finalmente la comunità scientifica lo comincia a capire, non fosse altro per le scoperte di forme di vita in habitat estremi sul nostro pianeta, la scoperta di ambienti ospitali alla vita stesse in condizioni completamente diverse da quelle presenti sulla Terra (come Mercurio, Cerere e le lune ghiacciate di Giove e Saturno, dove Europa, con i suoi oceani di metano, ed Encelado, con i suoi oceani caldi e salati sotto uno spesso strato ghiacciato, è considerata i posti più probabili dove si annidano forme di vita extraterrestre più vicine a noi), o le evidenze della presenza certamente passata (ma probabilmente anche presente) di vita su Marte (il cui annuncio ufficiale avverrà entro pochi anni, certamente prima del 2025, come ho fatto presente nel secondo mio libro). Questo nuovo movimento di pensiero, sta trovando negli ultimi due/tre anni, sempre più diffusione e dalla teoria si comincia a passare alla pratica, soprattutto per trovare al più presto una risposta alla domanda più che sulla vita extraterrestre (sappiamo che è esistita, e forse esiste ancora, su Marte), sulla vita extrasolare.

In sintesi, quello che si è fatto fino oggi è stato puntare verso il cielo telescopi spaziali e terrestri, scandagliare regioni di cosmo più o meno ampie e tirare fuori lunghe liste di pianeti potenzialmente adatti a ospitare la vita. Una tecnica che finora si è rivelata efficace solo per trovare pianeti potenzialmente abitabili, ma senza alcuna evidenza che realmente lo siano. Tra l’altro è una modalità di ricerca che è molto dispendiosa e soprattutto lenta.

Per questo da qualche tempo c’è chi propone di adottare un approccio statistico per la ricerca di ‘Terre 2.0’, basandosi sul calcolo della probabilità piuttosto che sui dati osservativi. Mondi abitabili tradotti in numeri, dunque: questa proposta è descritta in un articolo redatto dall’Università di Chicago e apparso su Astrophysical Journal Letters nel 2017, secondo cui gli astronomi dovrebbero iniziare a fare ricerca utilizzando anche la statistica. In pratica, secondo gli autori dell’articolo, la grande domanda sull’abitabilità dovrebbe essere declinata in questo modo: che cosa riusciamo a dire sulla frequenza con cui un insieme di pianeti può ospitare un ambiente abitabile? Un approccio certamente interessante.

Secondo gli autori, infatti, con i mezzi fino allora a disposizione riuscire a confermare l’abilità di un singolo pianeta era, ed è, un risultato molto raro; al contrario, la statistica può aiutare a valutare più rapidamente tutti i pianeti potenzialmente abitabili, arrivando così a valutare le diverse probabilità di vita aliena su mondi lontani. Il nuovo metodo tuttavia se da un lato può restringere il numero di pianeti su cui concentrarsi nella caccia alla vita aliena, dall’altro non risolve la questione.

A tre anni dalla pubblicazione di quest’articolo, la caccia alla vita su mondi extrasolari continua a essere un obiettivo chiave per la comunità scientifica. Considerato già l’enorme numero di pianeti potenzialmente abitabili scoperti a oggi, ci si è cominciato a porre la domanda di come poter fare un’altra scrematura e di quali altri parametri prendere in considerazione. Si è quindi pensato che il clima di un pianeta possa essere indicativo sulla probabilità di presenza di forme di vita.

All’interno di uno degli edifici del Goddard Space Flight Center della Nasa migliaia di computer automatizzati lavorano giorno e notte, producendo quadrilioni di calcoli al secondo. Queste macchine sono i supercomputer Discover e il loro compito è di elaborare raffinati modelli climatici per prevedere l’evoluzione del clima terrestre.

Da qualche mese, gli astrofisici e gli astrobiologi hanno sfruttato le potenzialità di questi supercomputer per analizzare qualcosa di molto più distante da noi. Sono finiti sotto osservazione proprio gli oltre 4.100 pianeti scoperti negli ultimi due decenni oltre il nostro Sistema Solare. A essere presi in considerazioni sono stati in particolare gli esopianeti rocciosi, che si pensa possano avere acqua liquida sulla superficie. Lo scopo di questa nuovo studio è scoprire, attraverso nuovi modelli climatici terrestri, se la vita potrebbe svilupparsi in mondi lontani. I dati prodotti dai Discover hanno rivelato, con sorpresa per molti scienziati amanti delle teorie tradizionali, che la vita così come la conosciamo, non solo potrebbe esistere, ma potrebbe svilupparsi in condizioni sorprendentemente diverse rispetto a quelle terrestri, come tra l’altro abbiamo già osservato sulla Terra e, in parte, nel nostro sistema solare.

Si è accesa finalmente nella testa di molti una domanda tanto ovvia ed evidente, quanto ormai legittima: È possibile, dunque, che le nostre nozioni su ciò che renda un pianeta adatto alla vita siano troppo limitanti?

Sicuramente grazie alla prossima generazione di telescopi e osservatori spaziali potremmo avere molti più dati e informazioni più chiare, poiché questi strumenti saranno in grado di analizzare per la prima volta l’atmosfera degli esopianeti.

Negli ultimi anni gli studi in tal senso non sono mancati. Solo un anno fa (febbraio 2019), il portale scientifico ArXiv ha pubblicato i dettagli di un dispositivo in grado di rilevare la vita vegetale dal modo unico in cui essa riflette la luce, una “firma” non confondibile con quella di materiali abiotici (come le rocce ad esempio) e che dunque potrebbe essere montata su sonde spaziali per la ricerca di vita aliena su mondi lontani. Il principio di base è il medesimo con cui gli scienziati F. Hoyle, C. Wickramasinghe individuarono negli anni’70, le prime molecole organiche nello spazio, metodo prima contestato perché dava nuovo impulso alla teoria della panspermia quale origine della vita sulla Terra, e oggi invece ampiamente utilizzato. Il dispositivo si chiama “spettropolarimetro TreePol” ed è stato sottoposto a diversi esami e aggiornamenti da parte del suo creatore, il biologo olandese Lucas Patty dell'Università Vrije di Amsterdam.

Il ricercatore, assieme ai colleghi dell'ateneo olandese, è al lavoro per la realizzazione e il perfezionamento di questo macchinario dal 2015, quando ha compreso che gli strumenti di laboratorio di cui era in possesso, erano già in grado di rilevare la peculiarità della luce riflessa dalle piante. Ma l'ambiente controllato è ben diverso dal mondo reale, a causa dei disturbi legati agli agenti esterni, ai movimenti del bersaglio e anche alle variazioni d’illuminazione. Dopo anni lavori di perfezionamento lo spettropolarimetro TreePol adesso riesce a individuare la vita vegetale anche a chilometri di distanza. La tecnologia del biologo olandese è ancora in fase di perfezionamento ma è la medesima che le agenzie spaziali stanno sviluppando e pensando di installare sui prossimi telescopi spaziali.

Come accennato, il segreto è nella chiralità, cioè il modo in cui gli organismi biologici riflettono la luce in modo specifico, determinando la cosiddetta polarizzazione circolare. È questa la “firma univoca” che il super dispositivo riesce a individuare.

In attesa di avere questi nuovi strumenti, con le tecnologie ora a disposizione lo studio delle atmosfere degli esopianeti è tanto difficile quanto inviare un veicolo spaziale a una tale distanza. E se ciò è arduo per i telescopi spaziali, la situazione è addirittura peggiore per i telescopi sulla Terra, che non sono sufficientemente avanzati per riuscire ad analizzare l’atmosfera di questi mondi lontani, perché visibilmente troppo piccoli e avvolti dalla luce delle loro stelle per essere osservati con maggior dettaglio. Al momento quindi, lo sviluppo di modelli climatici appare essere fondamentale per l’esplorazione, poiché essi sono in grado di eseguire previsioni specifiche e verificabili (sempre nelle simulazioni al computer) dati le poche informazioni di cui oggi disponiamo.

Come ricordato all’inizio di quest’articolo, i pianeti rocciosi più simili alla Terra osservati finora sono stati scovati attorno a nane rosse, una tipologia di stelle predominante nella nostra galassia. Poiché queste stelle sono più piccole e meno luminose del Sole rilevare il transito del pianeta attorno ad esse è più facile rispetto ad altri mondi. È interessante ricordare che alcuni astrobiologi Nasa a cui sono state sottoposte alcune rappresentazioni di possibili visitatori alieni, hanno individuato nella razza dei cosiddetti “grigi”, creature dalle caratteristiche fisiche compatibili con il probabile sviluppo su pianeti rocciosi più piccoli della nostra Terra, orbitanti attorno a stelle nane rosse. Questo ancor prima che la scienza si rendesse conto di quanti pianeti rocciosi potenzialmente abitabili ci fossero attorno a questo tipo di stelle.

Quest’opinione non ha avuto molto credito nell’ambito della comunità scientifica ufficiale, un po’ per motivi ideologici preconcetti (non si ritiene ufficialmente reale alcun tipo di contatto extraterrestre), un po’ per motivazioni di carattere scientifico. Le nane rosse possono emettere, infatti, radiazioni ultraviolette e raggi x fino a 500 volte in più rispetto al Sole. Questo dato ha portato a pensare che un tale ambiente potesse influenzare drasticamente e in senso negativo, il clima di un pianeta roccioso, rendendo difficile la comparsa e la sopravvivenza della vita.

Oggi invece, i nuovi modelli climatici terrestri creati dai supercomputer Discover dimostrano che gli esopianeti rocciosi attorno alle nane rosse potrebbero essere abitabili nonostante l’alta dose di radiazioni.

I sistemi planetari potenzialmente abitabili di maggior rilievo per la comunità scientifica, tutti scovati attorno a nane rosse, sono principalmente quattro dei sette pianeti orbitanti attorno a Trappist-1, uno attorno a LHS1140, Teegarden b e Teegarden C del sistema Teegarden e Proxima b, del sistema Proxima Centauri (che a probabilmente anche un secondo pianeta roccioso in fascia abitabile, Proxima c, individuato di recente ma la cui scoperta va ancora confermata). Il team di scienziati Nasa ha iniziato l’indagine simulando le possibili condizioni climatiche su Proxima b tali da renderlo adatto alla vita.

Le informazioni che abbiamo oggi su questo esopianeta ci dicono che esso orbita attorno a Proxima Centauri, un sistema di tre stelle situato a 4,2 anni luce dal Sole, ed ha una massa leggermente più grande di quella terrestre.

Proxima b, inoltre, è venti volte più vicino alla sua stella rispetto alla distanza Terra-Sole, pertanto impiega solo 11 giorni per compiere un’orbita. Secondo i calcoli effettuati, la vicinanza con la stella, renderebbe Proxima b bloccato gravitazionalmente, in rotazione sincrona (come la nostra Luna con la Terra), ma con un emisfero sempre illuminato ed esposto quindi all’intensa radiazione, e l’altro perennemente al buio, esposto alle rigide temperature dello spazio (ciò non avviene per la Luna perché è in rotazione sincrona con la Terra e non con il Sole). Apparentemente quindi, tutto ciò costituirebbe un altro ostacolo a condizioni ottimali per lo sviluppo della vita.

Le nuove simulazioni mostrano però che Proxima b, o qualsiasi altro pianeta con caratteristiche simili, potrebbe essere comunque abitabile.  In che modo? A giocare un ruolo cruciale sarebbero le nuvole e gli oceani.

Alla base del nuovo studio c’è l’aggiornamento di modello climatico terrestre sviluppato negli anni ’70 (in grado di calcolare i dettagli dell’orbita di qualsiasi pianeta), che era servito a realizzare un simulatore planetario chiamato Rocke-3d, per studiare anche i pianeti bloccati gravitazionalmente. In questo modo il team di scienziati ha potuto simulare la temperatura, la durata del giorno e della notte e la salinità degli oceani per capire come questi dati influenzino il clima del pianeta. Simulatori come Rocke-3d può produrre informazioni importanti partendo da pochi dati: dimensioni, massa e distanza dalla stella. Questi dettagli, seppur scarsi, attraverso le analisi del citato supercomputer Discover possono diventare informazioni necessarie per costruire modelli climatici più raffinati.

Le simulazioni su Proxima b sono state condotte nello stesso modo in cui sono applicati i modelli climatici terrestri per studiare il modo in cui le nuvole e gli oceani si muovono e s’influenzano tra loro, e come le radiazioni interagiscono con l’atmosfera e la superficie del pianeta.

I risultati rivelano che le possibili nuvole presenti sul pianeta potrebbero fare da scudo alle radiazioni, mitigando le temperature sul lato esposto alla stella. L’atmosfera e la circolazione oceanica, inoltre, potrebbero spostare aria calda e acqua in tutto il pianeta, trasportando così calore sul lato freddo. Insomma, grazie a questo nuovo metodo di studio, oggi sappiamo che i pianeti rocciosi in fascia abitabile attorno a nane rosse sono, se possibile ancor più di prima, i luoghi dove potrebbe aver fatto la sua comparsa, la vita. Ciò rafforza anche la possibilità che i racconti riguardanti gli alieni grigi siano veri?

Indagini come questa pongono nuove basi sull’abitabilità planetaria, fornendo agli scienziati nuovi strumenti per la caccia alla vita su mondi lontani e a tutti coloro interessati alla vita extraterrestre l’opportunità di fare con maggiore consapevolezza, le proprie valutazioni sulla veridicità dei racconti di contatti, presenti e passati, con creature delle stelle.

Stefano Nasetti

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