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Le prove di un nuovo programma spaziale segreto sugli UFO

Un'immagine dell'UFO avvistato dai militari nel 2004 (Clicca sull'immagine per il video)

Lo scorso dicembre, il New York Times ha pubblicato le evidenze documentali dell’esistenza di un programma segreto del Dipartimento della Difesa americano da 22 miliardi di dollari, che ha indagato sulle segnalazioni di oggetti volanti non identificati per circa un decennio.

Funzionari del programma, iniziato nel 2007,hanno molti studiato video di incontri tra oggetti sconosciuti e aerei militari americani.  Tra i report analizzati nell’ambito dell’Advance Aerospace Threat Identification Program, questo il nome del programma segreto, c'era un video che è stato pubblicato qualche mese fa, nell’ambito del FOIA (Freedom Of Information Act). Il video che risale al 2004, raffigura un oggetto bianco e ovale delle dimensioni di un aereo commerciale, inseguito da due caccia F/A-18F decollati dalla portaerei Nimitz, al largo della costa di San Diego, in California.

Nell’intervita rilasciata al New York Times il pilota in pensione David Fravor, che stava pilotando uno dei caccia quel giorno ha spiegato che: "Non aveva mai visto niente decollare così. Un minuto era qui, e quello dopo era sparito". L’oggetto si muoveva ad alte velocità e, apparentemente, non aveva alcun mezzo di propulsione.

Recentemente un team di giornalisti di Las Vegas, coordinati dal noto giornalista esperto del fenomeno UFO George Knapp, è riuscito ad ottenere un documento13 pagine [PDF] preparato dai militari, che analizza ciò che è successo quel giorno nel 2004.

Nel rapporto si legge di come l'AAV (Anomalous Aerial Vehicle) avvistato dai due piloti di F18 fosse riuscito a ”discendere molto rapidamente” da un'altezza di circa 60.000 piedi fino a circa 50 piedi nel giro di pochi secondi. Inoltre, ”si librava o manteneva una posizione stabile sul radar per un breve periodo di tempo per poi allontanarsi ad alta velocità e con velocità di rotazione elevate”.

La relazione illustra nel dettaglio anche altre caratteristiche osservate nell’oggetto volante non identificato che, tra le altre cose, era stato avvistato da un'altra portaerei al largo della costa californiana già ”in tre occasioni diverse” nei giorni immediatamente precedenti la sua intercettazione da parte degli F18, come si evince dal video.

Secondo quanto riportato dai militari, l'aereo era capace di "accelerazioni estreme, capacità aerodinamiche e propulsione” e non appariva sui radar dei militari, e ”aveva dimostrato la capacità di 'mascheramento' o diventare invisibile all'occhio umano o all'osservazione umana” e ”possibilmente dimostrava una capacità molto avanzata di operare sott'acqua completamente non rilevabile dai nostri sensori più avanzati"

Il rapporto si legge come uno dei membri di alto livello dell'equipaggio, presente sulla portaerei con 17 anni di esperienza nel settore militare, avesse rilevato che l'AAV mostrava le caratteristiche di un missile balistico. Infatti, il motivo per cui il sistema radar della portaerei non era riuscito a localizzare l'oggetto, era che il radar era stato impostato per il monitoraggio degli aeromobili convenzionali, per cui quando l'oggetto è apparso sul radar è stato rilevato come un bersaglio falso. Secondo il report, ”Se il radar fosse stato configurato in una modalità per il tracciamento dei missili balistici, probabilmente avrebbe avuto la capacità di tracciare il valore AAV

Secondo il rapporto, uno dei piloti inviati per indagare sull'oggetto segnalato, ha riportato di avere avvistato un qualcosa di anomalo nell'oceano calmo. Il pilota ha riferito che il ”disturbo sembrava avere 50-100 metri di diametro e di forma circolare” e che gli ricordava “qualcosa che si sommergeva rapidamente sotto la superficie come un sottomarino o una nave che affondava.”

Tuttavia ”È possibile che il disturbo sia stato causato da un AAV, ma che l'AAV sia stato ”coperto” o risultasse invisibile all'occhio umano,” conclude il rapporto. ”In nessun momento, l'AAV è stato considerato come una minaccia per il gruppo tattico. Infine, non avevano mai visto nulla di simile né prima né dopo”.

Alcuni dei militari coinvolti giurano che ciò che avevano visto fosse di origine extraterrestre.

Stefano Nasetti

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Marte: la Nasa mente!

 

 Da decenni esistono teorie secondo le quali la Nasa mentirebbe su qualsiasi cosa, dai finti allunaggi delle missioni Apollo, ai filmati della Stazione Spaziale internazionale. Esistono molti ricercatori che hanno fornito indizi o prove apparentemente convincenti a conferma di questa tesi. Negli ultimi anni però, il vero fulcro dell’attenzione mediatica riguardo alle presunte bugie della Nasa, si è concentrata soprattutto su quello che è divenuto il principale obiettivo di tutte le agenzie spaziali, nonché delle principali missioni spaziali cioè Marte.

Da oltre vent’anni la Nasa diffonde quotidianamente dai propri siti, le fotografie inviate dalle numerose sonde (orbiter, lander e rover) giunte sul pianeta rosso.

Moltissime delle foto pubblicate, benché palesemente ridotte di qualità, evidenziano tracce di possibili forme di vita, passata e presente. Spesso i ricercatori rielaborano le foto, aumentando o diminuendo i contrasti, migliorando la messa a fuoco nel tentativo di “ripristinare” qualitativamente le condizioni originarie delle fotografie. Ma ciò presta il fianco alla difesa di chi sostiene che la Nasa non nasconderebbe nulla perchè nelle foto originali e non "rielaborate", non ci sarebbe nulla che faccia realmente pensare a forme di vita o alla presenza di civiltà passate sul pianeta rosso. Per tutte queste persone, le foto mostrano semplicemente delle rocce che, sebbene abbiano una forma bizzarra, rimangono rocce.

L’idea di un Marte inospitale e inadatto alla vita è radicalmente cambiata negli ultimi anni presso la comunità scientifica ufficiale, nonostante ancora pubblicamente si continui a propagandare la vecchia visione del pianeta rosso. La nuova visione di Marte, non pregiudica la possibilità paventata da tutti questi ricercatori alternativi, ma sebrerebbe addirittura dargli maggiore credibilità.

La questione merita certamente un serio approfondimento che sarà al centro del mio lavoro editoriale di prossima pubblicazione. Questo perché per farsi una propria idea sulla vicenda Marte, non è sufficiente fermarsi alle apparenze o alle dichiarazioni ufficiali, ma è necessario approfondire andando a verificare gli studi scientifici pubblicati sulla base dei dati forniti dalle sonde inviate sul pianeta rosso.

Nel frattempo però, quando ci si imbatte in determinate fotografie ufficiali, non è possibile sottrarsi dal cominciare a farsi una propria idea, ponendosi, come al solito, le opportune domande.

Risalendo alle foto originali pubblicate sul sito della Nasa e osservando le foto “originali” (senza cioè alcuna rielaborazione) ciascuno può farsi la propria idea riguardo al fatto che ciò che è ritratto in molte di esse, siano realmente semplici rocce o invece tracce o resti di civiltà passate o forme di vita ancora oggi presenti.

Purtroppo finché questi oggetti si trovano al suolo, risultano interpretabili (non sempre ovviamente).

Questa volta però, l’oggetto sconosciuto ritratto non si trova nella sabbia o tra le rocce, ma nel cielo!

Le fotografie scattate dal rover Curiosity il 20 gennaio 2018, sono presenti a questo link che rimanda al sito della Nasa. Si tratta di foto scattate in sequenza in cui si vede un oggetto volante o una creatura volante, che si sposta orizzontalmente nel cielo di fronte al rover.

Non è la prima volta che nelle foto di Marte pubblicate dalla Nasa, vengono notati oggetti nel cielo. Negli altri casi però, gli oggetti erano molto piccoli e apparentemente lontani, tanto da far ritenere in alcuni casi, che si potesse essere trattato di semplici granelli di polvere sull’obiettivo della telecamera. Questa volta invece, l’oggetto è molto più grande, ha una forma ben definita e non si trova sull’obiettivo della fotocamera.

Al momento su Marte non volano droni (i primi droni voleranno su Marte non prima del 2020) e dalla superficie marziana, così come accade sulla Terra, non è possibile scorgere i vari orbiter inviati in questi anni, che fotografano Marte dall’alto. Dunque cos’è ciò che vediamo ritratto nella foto che vola nel cielo di fronte al rover Curiosity?

Le possibilità sono due: o su Marte ci sono forme di vita, o le immagini “marziane” pubblicate dalla Nasa sono un falso, poiché scattate sulla Terra e non sul pianeta rosso. Comunque la si voglia pensare (ciascuno sceglierà la propria versione) la conclusione, in attesa di eventuale e coerenti spiegazioni ufficiali, al momento appare una sola: la Nasa mente su ciò che realmente sappiamo su Marte!

Stefano Nasetti

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Tracce di un'antica globalizzazione

Viviamo in un modo globalizzato in cui per noi è ormai abbastanza semplice comunicare con ogni luogo della Terra. Con altrettanta facilità siamo in grado di spostarci sull’intera superficie del globo.

Ma se per noi abitanti del XXI secolo, tutto questo è quasi scontato, non lo era per le antiche civiltà del passato, “confinate” in una limitata e circoscritta area geografica, almeno fino alla fine del XV secolo, quando Colombo nel 1492, mettendo piede nel centro America, diede inizio all’epoca delle grandi esplorazioni e al primo contatto tra il mondo europeo, medio-orientale e le Americhe.Questo almeno, è quello che ci dice la storia ufficiale. Ma è realmente così?

Esistono prove tangibili che possono far supporre che alcune civiltà già nel passato, possano aver compiuto traversate oceaniche per colonizzare nuove terre o intrattenere rapporti commerciali con altre popolazioni indigene lontane?

Sappiamo con certezza che viaggi in America erano stati fatti già secoli prima da cavalieri templari e vichinghi. Ne sono state trovate inequivocabili tracce nel continente Nord americano. Su questo ormai anche gli storici tradizionali concordano. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, sono emerse altri indizi che ci possono far supporre che questi collegamenti o contatti tra antiche civiltà, fossero presenti ancor prima.

Esiste infatti, un’ampia casistica di analogie costruttive, iconografiche ed anche mitologiche, che fanno supporre che molte antiche civiltà dell’area mesopotamica e del bacino mediterraneo, fossero in contatto o avessero una “matrice” ovvero origine culturale comune alle civiltà del centro America. La storia ufficiale però non considera queste analogie come prova di un possibile contatto, spiegandole come semplici coincidenze. Ma siamo sicuri che la storia ufficiale sia corretta? Ci sono elementi più tangibili che possono far supporre che sia la versione della storia ufficiale ad essere sbagliata? Quali sono gli elementi che sono emersi in questi anni e che possono confermare l’esistenza di contatti tra civiltà passate o tentativi di esplorare il globo da parte di alcune di esse?

Esistono certamente elementi che vanno oltre la semplice possibilità che si tratti di analogie casuali. Ad esempio, così come gli egizi, alcune culture sudamericane utilizzavano un processo di mummificazione per la conservazione dei corpi dei defunti.

Un altro indizio sconcertante, riguardo un possibile contatto già in un remoto passato tra culture distanti migliaia di chilometri, fu portato alla luce dalla ricercatrice tedesca Balabanova. L’archeologa scoprì che le mummie egizie contenevano nicotina e cocaina, sostanze originarie del Sudamerica, che non potevano essere presenti, secondo la scienza ufficiale, in Africa e in Europa prima di Colombo. L’indagine fu ripetuta su moltissime mummie ed è stata confermata sopra ogni dubbio.

Sembra dunque che già la civiltà egizia abbia attraversato l’oceano Atlantico, e non solo. È probabilmente che gli egizi abbiano attraversato anche il Pacifico dal momento che in Australia sono state ritrovate strutture piramidali ( ma questo è ormai un qualcosa che stiamo scoprendo essere presente in tutto il globo) e addirittura dei geroglifici.

I geroglifici sono stati ritrovati nel 1900, nel Parco Nazionale di Brisbane Water e, secondo diversi archeologi e ricercatori, questi geroglifici risalirebbero alle prime dinastie egizie. Gli scribi che hanno creato queste incisioni lo avrebbero fatto con estrema precisione, e avrebbero adottato anche alcune variazioni “grammaticali” che non erano nemmeno presenti in testi geroglifici egizi fino al 2012. Ovviamente trattandosi di una scoperta potenzialmente rivoluzionaria, non mancano i pareri e le opinioni di altri egittologi che invece sostengono si tratti di un falso. Tuttavia in Australia, oltre alle citate strutture piramidali, sono state ritrovate anche diverse statuine raffiguranti scarabei oltre ad una statua che ricorda un babbuino, creatura sconosciuta in Australia. Certamente, se i geroglifici fossero veri, sarebbe la prova inequivocabile che le antiche popolazioni erano in grado di spostarsi per l’intero globo.

Ci sono evidenze poi, che questo fenomeno abbia riguardato anche altri popoli oltre agli egizi. Risulta infatti, che ci siano anche altri luoghi nel mondo in cui sono state ritrovate scritture proprie di civiltà distanti migliaia di chilometri.

Nella seconda metà del secolo scorso, nella località di Chua, a 70 chilometri da La Paz, presso il lago Titicaca, venne ritrovato da alcuni agricoltori, un reperto archeologico che ancora oggi fa discutere in quanto ritenuto da molti un Oopart. Il reperto oggi noto con il nome di Fuente Magna, è rimasto dimenticato e non studiato nei magazzini del museo archeologico della cittadina boliviana per oltre 25 anni. Soltanto nel 1995, durante le operazioni d’inventario di tutti i reperti esposti e non, presenti nella piccola struttura museale, rispuntò fuori il reperto, attirando la curiosità degli addetti ai lavori.

Il Fuente Magna è sostanzialmente un vaso, molto simile ad una enorme ciotola, su cui sono presenti bassorilievi zoomorfi nella parte esterna, e una serie di scritture e incisioni nella parte interna, accompagnate quest’ultime, da una solitaria figura zoomorfa.Il vaso è stato datato e risulta risalire al 3.500 a.C. Questa datazione assai più antica di quella riguardante le varie civiltà sudamericane (secondo la storia e l’archeologia ufficiale, la regione boliviana non conobbe forme di civiltà evolute fino alla seconda metà del secondo millennio a.C., periodo al quale viene fatta risalire la prima fase di costruzione della città di Tiahuanaco nel 1.200 a.C. circa), risulta ancora più particolare se si tiene conto che, parte delle iscrizioni presenti nella parte interna del manufatto, sono scritte con caratteri sumerici o proto sumerici. L’identificazione univoca di questo tipo di scrittura è stata eseguita da archeologi tradizionali, quindi in questo caso non c’è alcun dubbio sull’autenticità della scrittura, mentre si potrebbe eventualmente discutere su come questo reperto di fattezze sumere, possa essere arrivato lì.

Nel 1960 poi, nel sito di Pokotia, a circa 2 chilometri dalla città di pietra di Tiahuanaco,in Perù è stata ritrovato un monolite in pietra di fattezze antropomorfe, alta circa 170 cm che riporta iscrizioni nella stessa lingua (proto sumerica) presente sul Fuente Magna. Sembra quindi che, ancor prima degli egizi, anche i Sumeri fossero riusciti, forse casualmente, ad attraversare l’Atlantico.

La teoria della scoperta occasionale sembra supportata dal fatto che i popoli antichi, in questo caso i Sumeri, erano buoni naviganti e potrebbero aver circumnavigato l’Africa partendo dal Mar Rosso e dirigendosi inizialmente verso il Capo di Buona Speranza.

Una volta giunti presso le isole di Capo Verde però, i venti contrari (ovvero gli alisei), li avrebbero spinti verso il Brasile e così sarebbero giunti inizialmente in Amazzonia. Secondo questa teoria, il secondo popolo di navigatori che giunse occasionalmente nelle Americhe, furono i Fenici, che però lasciarono nel continente sud americano forse molte più evidenze archeologiche e, anche in questo caso, tracce “linguistiche”.

Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo). Secondo quanto riportato nel libro di Schwennhagen, Umfredo IV aveva descritto i viaggi del re Hiram di Tiro (993 a.C.), e re Salomone di Giudea (960 a.C.) nelle lingue locali. Secondo Schwennhagen la lingua Tupi Guaraní avrebbe la stessa origine delle lingue medio-orientali e, in particolare mostrerebbe molte similitudini con la lingua sumera.

È possibile citare, come evidenze archeologiche a sostengno di questa tesi, la Pedra di Gavea e la Pedra d o Ingá. 

La prima, ubicata presso Barra da Tijuca nello Stato di Rio de Janeiro, riporta dei petroglifi che sono stati parzialmente decifrati dallo studioso Bernardo de Azevedo da Silva Ramos così: “Qui Badezir, re di Tiro, figlio più vecchio di Jetbaal”. L’iscrizione risalirebbe quindi all’incirca all’840 a.C., in quanto Jetbaal regnò fino all’847 a.C

La Pedra do Ingá, invece, si trova nello stato di Paraiba, in Brasile ed è un enorme masso orizzontale lungo circa 24 metri e alto 3 metri. In totale vi sono più di 450 disegni incisi nella roccia. La maggioranza di queste incisioni sono apparentemente astratte, ma secondo alcuni ricercatori avrebbero una lontana affinità con la lingua ittita.

Per rimanere in tema di scritture geroglifiche, c’è poi da citare l’analogia (vedi l’immagine all’inizio dell’articolo) tra la scrittura Rongorongo della civiltà Rapanui dell’isola di Pasqua con quella delle civiltà che abitavano la valle dell’Indo. La scrittura Indus della civiltà Harappa, utilizzata tra il XXVI e il XX secolo a.C. nella Valle dell’Indo, attuale Pakistan, riportata su vari “sigilli” trovati nei pressi di Mohenjo-daro, presenta sorprendenti somiglianze con la scrittura che si sviluppò sull’Isola di Pasqua. Qui le similitudini sono evidenti anche agli occhi di un profano.

È importante sottolineare che si tratta di civiltà distanti nel tempo oltre duemila anni e separate dall’oceano indiano e pacifico. Forse, la civiltà che sorse nella Valle dell’Indo, per motivi di natura commerciale, iniziò a navigare in ogni direzione. Possiamo verosimilmente ipotizzare che forse si spinsero nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, fino a giungere proprio sulla misteriosa Rapa Nui, dove lasciarono tracce evidenti del loro passaggio.

Se per spiegare le analogie architettoniche e mitologiche tra civiltà del passato è possibile, sebbene personalmente il tutto mi sembri semplicistico e poco probabile, avanzare l’ipotesi che si tratti di semplici coincidenze, quando si trovano analogie linguistiche tutto cambia, perché la lingua è il prodotto di una moltitudine di fattori, in cui quelli locali hanno un peso maggiore. Direi che le analogie linguistiche, sommate a tutte le altre riscontrate (architettoniche, iconografiche, mitologiche, ecc) siano sufficienti per porsi quantomeno la domanda riguardo la correttezza della storia così come ci viene raccontata da sempre.

Stefano Nasetti

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Guarda il video sull'argomento publicato dal canale Youtube  Misteri Channel Show

 

 

 

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Il contatto alieno non fa paura

La maggioranza della popolazione mondiale è cresciuta in una cultura che per millenni ha sostenuto e propagandato l’idea che l’uomo è l’unica forma di vita nell’universo, interpretando le storie di un eventuale contatto alieno avvenuto ripetutamente nel passato in diverse civiltà e in diversi luoghi del globo, come storie di fantasia, relegandola a pura e semplice mitologia.

Nonostante il dibattito sulla vita extraterrestre e sulla pluralità dei mondi risalga addirittura al 600 a.C. ai tempi di Talete, e che tutte le civiltà del passato abbiano chiaramente fatto riferimento, nei propri miti, alla discesa dal cielo di esseri delle stelle, la visione antropocentrica del mondo e dell’universo stesso ha prevalso sulla spinta soprattutto delle religioni monoteiste, con particolare riferimento alle elaborazioni teologiche del cristianesimo, dell’islamismo e dell’ebraismo.

Dopo centinaia di anni, questa idea è divenuta un dogma ,benché il dibattito sulla possibile esistenza di altre civiltà intelligenti non sia stato mai, nel corso dei secoli, del tutto sopito. Quando, soprattutto negli ultimi cinquant’anni, è tornato alla ribalta l’argomento extraterrestre, è stato inevitabile che questo fosse vissuto in modo negativo.

Al netto delle opinioni sinceramente poco possibiliste qualcuno, dei meno rispettabili proclami e dichiarazioni diffamatorie di alcuni, e quele opportunistiche e saccenti di altri, tutte le persone che hanno preso in considerazione questa apparentemente irrealistica possibilità, hanno certamente vagliato il tutto con un non biasimabile senso di timore. Se da un lato l’idea di entrare in contatto con altri esseri intelligenti poteva affascinare, dall’altro i timori prendevano il sopravvento. La domanda che su tutte alla fine finiva per prevalere era: questi alieni verranno in pace?

D’altro canto tendiamo legittimamente ad aspettarci che gli altri si comportino come (se non peggio) abitualmente ci comportiamo noi, e l’essere umano, così come dimostra la storia sia passata sia presente, non è certo un essere pacifico.

Nei testi sacri delle stesse religioni monoteiste che hanno contribuito ad escludere l’esistenza di altri esseri intelligenti nell’universo, è evidente come gli uomini (un po’ per indole e un po’ per eseguire gli stessi dettami del presunto “Dio”), sono protagonisti di battaglie, conquiste e stermini che vanno ben oltre la semplice volontà di prevaricare altri individui. Questi scritti ci narrano di crudeltà perpetrate su altri uomini, donne, bambini, animali e cose, crudeltà che non può essere giustificata e compresa come normale e logica conseguenza della lotta alla sopravvivenza. Se l’indole umana si è rivelata tutt’altro che pacifica e disinteressata, come possiamo immaginare che altre creature sconosciute lo siano?

Va da sé che l’eventuale contatto extraterrestre possa essere vissuto con ragionevole timore, proiettando in creature sconosciute quelle caratteristiche o attitudini che si sono dimostrate, almeno fino a questo momento, forse peculiarità dell’essere umano.

Dai primi libri di fantascienza fino ai film hollywoodiani dei primi anni ’90, il tema del contatto alieno è stato raccontato sempre (salvo rare eccezioni) come ostile. Più che un contatto tra civiltà diverse, si trattava soprattutto di una vera e propria invasione della Terra, perpetrata da alieni al fine di depredarla delle sue risorse o per sterminare il genere umano.

Poi le cose sono gradualmente cambiate. La scoperta nel 1996 dei primi esopianeti, ha rispolverato nella mente di gran parte della comunità scientifica ufficiale, da sempre scettica all’esistenza di civiltà aliene e allineata alla tradizionale visione antropocentrica, l’idea che quella della vita extraterrestre potesse essere una possibilità tutt’altro che da scartare. Così, da quel momento, anche la comunicazpubblica ione di questa idea ha assunto una connotazione più positiva. Il dibattito sulla possibilità di un contatto extraterrestre si è ampliato ed ha trovato, sebbene ancora con una prevalenza nelle dichiarazioni ufficiali di scetticismo, ilarità, sempre maggiore diffusione anche al di fuori dell’ambito letterario e cinematografico.

I racconti sempre più numerosi di contatti alieni, narrati ora dai sedicenti protagonisti, non riguardavano più soltanto aspetti e circostanze vissute con paura e timore, ma mettevano spesso in risalto la positività dell’incontro. In questi racconti il tema centrale non era più il contatto in sé, l’aspetto tecnologico della circostanza o la descrizione fisica degli alieni, quanto piuttosto il “messaggio” positivo che l’evento lasciava nella vita dei protagonisti, messaggio non personale ma globale.

Se negli anni passati la maggioranza delle persone che sosteneva di aver vissuto un’esperienza di contatto extraterrestre (indipendentemente che questa fosse stata vissuta o no positivamente), aveva forti reticenze a raccontarla, spesso per la paura di non essere creduta e additrittura derisa, oggi la cosa è diametralmente cambiata. Ora sembra quasi che ciascuna di queste persone senta l’obbligo, ancor prima della necessità, di parlarne, raccontando le sensazioni positive provate e cercando di trasferire agli altri il “messaggio positivo” che ritiene di aver ricevuto, al fine di aiutare il genere umano a progredire, soprattutto da un punto di vista spirituale.

Non è questa la sede per scendere nei dettagli di un discorso complesso e complicato come quello del tema ufologico, sulla sua veridicità e sull’impatto che questa idea o fatto, ha (e ha avuto in passato) sulla storia, sull’evoluzione e sulla psiche del genere umano, per il cui approfondimento rimando a quanto già ampiamente trattato nei lavori già pubblicati.

L’evidente cambio di atteggiamento da parte delle istituzioni, che non può trovare giustificazione nelle sole ufficiali e ampliate conoscenze scientifiche e archeologiche, è stato pianificato decenni prima (come emergerebbe da alcuni documenti americani desecretati degli anni ’60)? Questo cambio di atteggiamento è la prova evidente che siamo nel bel mezzo di una campagna mediatica preparatoria per l’accettazione di questa ineluttabile realtà?

Il cambio di considerazione da negativa a positiva che quest’idea ha avuto soprattutto negli ultimi venticinque anni, sembra aver mutato la comune percezione del fenomeno, questo è almeno quanto risulta dai risultati di tre ricerche pubblicate sulla rivista Frontiers in Psychology, condotte negli Stati Uniti, dall’Arizona State University.

Le ricerche si sono basate sull’analisi di articoli usciti su quotidiani e riviste. Si tratta della prima volta che uno studio, sebbene su un campione molto limitato di popolazione, si occupa di rilevare la percezione di questo fenomeno.

Nel primo studio sono stati passati in rassegna gli articoli pubblicati dal 1996, anno della scoperta del meteorite marziano ALH84001 in cui si evidenziava la presenza di strutture fossile di probabile origine biologica, alle più recenti notizie sulla possibile megastruttura artificiale aliena attorno alla stella Tabby, o ancora al sistema Trappist-1 in cui è stata rilevata la presenza di almeno tre pianeti potenzialmente adatti a ospitare la vita. Analizzando il linguaggio dei giornali con l'aiuto di un software, sono emersi emozioni e atteggiamenti quasi sempre positivi. Questo studio ha quindi evidenziato il mutato atteggiamento dei mass media nell’approccio a quest’argomento.

Nel secondo studio gli stessi ricercatori hanno chiesto a 500 persone di scrivere le loro possibili reazioni all'annuncio della scoperta di vita extraterrestre in forma di microrganismi. Anche in questo caso le risposte sono state ottimiste.

Nel terzo studio è stato chiesto a più di 500 persone di scrivere le loro reazioni su due scoperte del passato descritte nei giornali: le possibili tracce di antichi microrganismi su un meteorite marziano e la creazione di vita umana sintetica in laboratorio. Anche in questo hanno prevalso le emozioni positive. "Tutto ciò – ha affermato il coordinatore dello studio Michael Varnum - indica che se dovessimo scoprire che non siamo soli, prenderemmo la notizia piuttosto bene".

Ora che anche alcuni settori del mondo scientifico sembrano pronti ad accettare questa idea, non ci resta che attendere l’eventuale annuncio ufficiale che potrà avvenire soltanto con l’avallo delle Autorità politiche. Nel frattempo, mentre la maggioranza delle persone attende che gli sia detto cosa pensare e cosa credere, tutti gli altri dalla mente più aperta e indipendente, possono documentarsi e farsi la propria opinione, vagliando seriamente questa possibilità.

Stefano Nasetti

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Gli Ufo in epoca romana

Siamo spesso abituati ad ascoltare da chi non ritiene possibile il contatto extraterrestre e falso il fenomeno ufo in generale, che tutto questo è frutto di suggestioni moderne e nulla più.

Già in un articolo precedente ho illustrato come esistano casi documentati già centocinquanta anni fa, ancor prima del volo dei fratelli Wright.

In quest’articolo voglio ora proporre alcuni passi di testi di epoca romana in cui si parla di eventi che oggi noi definiremmo avvistamenti di Ufo. Questo dovrebbe essere sufficiente una volta per tutte, quantomeno a tacitare la superficiale, qualunquistica e forviante obiezione che viene diffusa dai saccenti conservatori delle idee tradizionali.

“[…] Lo storico romano di origine ebraica Giuseppe Flavio nel suo scritto “Guerra Giudaica”, opera pubblicata nel 75 d.C. in greco ellenistico, racconta la storia di Israele dalla conquista di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane (164 a.C.) alla fine della prima guerra giudaica 74 d.C. L’opera è considerata una fonte storica attendibilissima dalla scienza accademica. In questo scritto Giuseppe Flavio racconta un evento che lui stesso definisce “incredibile”. Flavio scrive (Tratto dal libro VI – eventi precedenti la caduta di Gerusalemme): “Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall'altra la conferma delle sventure che seguirono.

Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città.

Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti, riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: Da questo luogo noi ce ne andiamo.”

Cosa ha descritto Flavio?

Sebbene come detto Giuseppe Flavio sia considerato uno storico attendibile, il passo sopra citato è molto noto e allo stesso tempo, molto controverso. Spesso viene liquidato dagli scettici dell’argomento ufologico, come un’allucinazione che lo storico, insieme ad altri testimoni, ebbe in quei giorni. Ma mi chiedo, è davvero così?

In epoca romana, lo storico del IV secolo d.C. Giulio Ossequente, nel libro il "Prodigiorum Liber" (la versione oggi conosciuta è stata stampata per la prima volta a Venezia da Aldo Manuzio nel 1508, un'edizione ricavata da un manoscritto rinvenuto e copiato in Francia e andato perduto), raccolse e riportò la descrizione di una serie di insoliti eventi avvenuti nei cieli di Roma e nei suoi domini, definiti appunto ”prodigia”, in epoca romana. I fatti narrati sono tutti tratti dalla storia narrata da Tito Livio. Ne riporto alcune che ritengo più significativi.

Nel 171 a.C. “Nel consolato di Lucio Postumio Albino e di Marco Popilio Lenate, in Lanuvio (località nei pressi di Roma) fu veduta in cielo, una grandissima armata navale

Nel 91 a.C. “Nel consolato di Gaio Valerio e di Marco Erennio, a Bolsena (località nei pressi dell’omonimo lago del Lazio) una luce diffusa fu vista all’alba splendere nel cielo; essendosi concentrata in un sol punto, la luce assunse un aspetto bruno come il ferro; il cielo fu visto aprirsi e nell’apertura di quello apparvero dei vortici di fiamma che si avviluppavano insieme”.

Nel 89 d.C. “Nel territorio di Spoleto un globo di fuoco di colore dorato cadde a terra ruotando su se stesso. Quindi sembrò aumentare di dimensioni, ed elevandosi da terra ascese verso il cielo, dove oscurò il disco del sole con il suo splendore. Si allontanò poi verso il quadrante orientale del firmamento".

Nel 98 d.C. "Quando C. Mario e L. Valerio erano consoli, a Tarquini, da luoghi diversi fu vista cadere improvvisamente dal cielo una cosa simile ad una torcia fiammeggiante. Al tramonto un oggetto volante circolare, simile per forma ad un ardente clypeus (scudo dei legionari romani) fu visto attraversare il cielo da ovest ad est".

Queste dettagliate descrizioni di oggetti metallici che giungono fino a terra per poi risalire verso il cielo, non sembrano per nulla riconducibili a fenomeni atmosferici e neanche compatibili con la caduta di fulmini meteore o cose simili. Dunque cosa erano? Tutte allucinazioni?

Nella primavera del 312 a.C., Costantino invase l’Italia e dopo aver sconfitto le truppe romane nella battaglia di Torino e quindi nella battaglia di Verona, si diresse verso Roma tramite la via Flaminia, per accamparsi sulla riva destra del fiume Tevere a poca distanza dal ponte Milvio. Secondo le cronache storiche ufficiali, Costantino era deciso a sconfiggere Massenzio, allora imperatore, e a prendere Roma. Tuttavia si racconta come una volta arrivato nei pressi della città, si fosse preoccupato nel costatare che Massenzio disponeva di un esercito numericamente più forte del suo. Massenzio aveva infatti, verosimilmente a disposizione, secondo gli storici più attendibili, oltre 100.000 soldati tra fanti e cavalieri, mentre Costantino soltanto 40.000. Nei giorni che precedettero la battaglia (28 ottobre 312 a.C.), si racconta (dallo scrittore cristiano Lattanzio, precettore dei figli di Costantino, nell’opera “De mortibus persecutorum”, scritta poco dopo i fatti) che la notte prima della battaglia, Costantino avrebbe ricevuto in sogno l'ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati, un segnale celeste divino. L'episodio è raccontato anche nell’opera “Vita di Costantino”, scritta dal vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325.

Secondo questa versione, i fatti si svolsero in pieno giorno ed in presenza di numerosi testimoni. Poco dopo mezzogiorno, Costantino ed il suo esercito assistettero ad un evento celeste prodigioso: l'apparizione di un incrocio di luci sopra il sole accompagnate dalla scritta “In hoc signo vinces” (dal latino "con questo segno vincerai”, in realtà sembra che la scritta fosse in lingua greca). Costantino avrebbe dunque chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito su una religione, il cui contenuto non gli era ancora noto e impose alle sue truppe di apporre sui vessilli e sugli scudi il simbolo cristiano del Chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP sovrapposte.

Nonostante le forze numeriche in campo non giocassero dalla sua parte, Costantino vinse la Battaglia di Ponte Milvio, diventando imperatore di Roma ed istituendo il cristianesimo come religione di Stato.

Cosa vide veramente Costantino? Se l’evento non si fosse verificato, Costantino avrebbe vinto lo stesso la battaglia pur disponendo di un esercito notevolmente più esiguo rispetto a quello di Massenzio? In ogni caso, cosa sarebbe stato della religione cristiana? Questo episodio può essere considerato come la prova di un’ingerenza nella storia umana, da parte di entità extraterrestri, atto a indirizzarne il procedere in una determinata direzione, sovvertendo l’ordine apparente delle cose? Interessante suggestione. […]” (Brano tratto dal libro Il lato oscuro della Luna

Molte altre sono le evidenze sul fenomeno Ufo nel passato fino ai tempi d’oggi. Continuare ad ignorarle è una scelta personale, così come lo è quello di continuare a credere cecamente nelle affermazioni delle autorità scientifiche e non sul fenomeno.

Stefano Nasetti

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