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Per la prima volta la scienza ufficiale contempla la teoria degli antichi alieni

È successo! Membri attivi della comunità scientifica hanno aperto a una possibilità mai presa seriamente in considerazione prima d’ora. Sia subito chiaro però, ciò non significa nulla dal punto di vista delle prove che ciò sia realmente accaduto. 

Sono passati oltre cinquant’anni dal 1967, quando lo scrittore svizzero Erich von Däniken avanzo per la prima volta nei suoi libri, la possibilità, oggi nota con il nome di “teoria degli antichi alieni”, che gli extraterrestri avrebbero fatto visita alla Terra nel nostro passato. Fin dal primo istante la comunità scientifica tutta, rigettò questa possibilità nonostante la teoria fosse ben argomentata e supportata quantomeno da indizi di cui sarebbe valsa sicuramente la pena prendere nota. Ma nulla da fare.

La comunità scientifica era troppo chiusa su se stessa per poter quantomeno cogliere stimoli e spunti di riflessioni, riguardo le sue tante teorie incongruenti con i dati oggettivi. I preconcetti di cui era (e in buona parte è ancora) intrisa la comunità scientifica, hanno impedito fino ad ora di aprire la mente e considerare, anche per un solo attimo, la verosimiglianza della teoria degli antichi alieni, che riusce a spiegare, almeno in apparenza, in modo coerente e logico i tanti vuoti e le anomalie presenti nelle ricostruzioni ufficiali del nostro passato.

L’ipotesi alla base di questa teoria, cioè quella della visita di civiltà aliene nel nostro passato, era ritenuto assolutamente impossibile al punto da far coniare il termine “pseudoscenziato” e “pseudoscienza”, con cui sono stati etichettati per la prima volta nella storia, proprio Erich von Däniken e la sua teoria degli antichi alieni.

Solo una settimana fa (il 6/9/2019) in un articolo apparso su questo blog, facevo presente di quanto fosse anacronistico e assurdo, considerate le nostre attuali conoscenze scientifiche, continuare a disquisire sull’esistenza o meno di civiltà extraterrestri ponendo al centro della discussione il paradosso di Fermi, da un lato, e l’equazione di Drake, dall’altro. Nel farlo, rilevavo in particolar modo, come tutte le soluzioni proposte al paradosso di Fermi fossero tanto inattuali quanto preconcette, poiché intrise di quella limitata e limitante visione antropica dell’universo.

Neanche mi avessero ascoltato, un gruppo di ricercatori dell’Università di Rochester coordinato da Jonathan Carroll-Nellenback, ha così provato a dare una nuova e inedita soluzione al famoso paradosso di Enrico Fermi sulle probabilità di contatto con forme di vita intelligente extraterrestre.

Ma cosa hanno affermato come sono giunti a questa conclusione?

Andiamo con ordine.

Considerando la moltitudine di stelle nell'universo, Fermi riteneva naturale che forme di vita avrebbero potuto formarsi su altri pianeti, fino a dare vita a civiltà extraterrestri. La domanda allora era: "Dove sono tutti quanti?" La mancanza di segnali "non significa che siamo soli", è la risposta di Carroll-Nellenback. "Significa soltanto che i pianeti abitabili sono probabilmente rari e difficili da raggiungere".

Nel loro studio pubblicato sull'autorevole e prestigiosa rivista Astronomical Journal, il gruppo di ricerca è giunto alla conclusione che gli alieni potrebbero già essere nella nostra galassia: non ce ne saremmo accorti semplicemente perché la starebbero esplorando con tutta calma, sfruttando il movimento delle stelle per saltare più agevolmente da una all'altra alla ricerca di pianeti abitabili.

I parametri presi in considerazione nello sviluppo della simulazione rappresentano certamente una novità. La teoria dei ricercatori ruota attorno al fatto che le stelle e i loro pianeti orbitano attorno al centro della galassia a velocità diverse e in direzioni diverse.

In questo caso, le stelle e i pianeti s’incrociano di tanto in tanto, quindi gli scienziati pensano che gli alieni potrebbero decidere di viaggiare nello spazio e visitare altri pianeti, solo quando la destinazione scelta si avvicina alla loro. Ovviamente, sebbene stelle e pianeti si muovano a velocità elevatissime all’interno della galassia, considerate le enormi distanze questo eventuale tipo di approccio per l’esplorazione spaziale, richiederebbe alle civiltà aliene, più tempo di quanto si pensasse in precedenza per diffondersi tra le stelle.

Se è vero che non considerare il parametro dei movimenti stellari costituisce un limite decisivo per tutte le altre soluzioni proposte in precedenza, e averlo fatto rappresenta certamente un passo in avanti nella ricerca della soluzione al paradosso di Fermi, è anche vero che permangono nello studio in questione, molti altri parametri considerati in modo “convenzionale”. Ad esempio sono stati considerati tra i parametri la possibile frequenza dei lanci, nonché la possibilità di percorrenza delle distanze interstellari in rapporto ad un grado di capacità tecnologica e di conoscenza scientifica rapportata alla nostra. Voglio dire che un’eventuale civiltà extraterrestre in grado di viaggiare nello spazio, avrà certamente sviluppato mezzi adeguati per coprire rapidamente le enormi distanze. Noi però non conosciamo per niente questo tipo di tecnologia. Come possiamo stimarne in modo attendibile e verosimile le prestazioni al punto di parametrarle e inserirle nei nostri modelli matematici?

Chiaramente non possiamo!

Pensiamo oggi di conoscere la scienza e la fisica ma i nostri studi ci dimostrano in continuazione che nonostante abbiamo fatto grandi passi in avanti, sono ancora più le cose che non sappiamo rispetto a quelle di cui siamo a conoscenza. Riguardo a quest’ultime, siamo certi che siano esatte? E se sì, le nostre attuali conoscenze scientifiche teoriche, sono state prese in considerazione nell’elaborazione dei modelli che nel corso del tempo hanno provato a dare una risposta al paradosso di Fermi? Anche in questo caso la risposta è decisamente negativa.

Ad esempio, in tutte le soluzioni preposte che contemplano la possibilità di viaggiare da una stella all’altra, agli extraterrestri sono attribuite capacità tecnologiche certamente superiori alle nostre ma che rientrano comunque in parametri o che rispettano principi fisici per noi “convenzionali” o che escludono l’utilizzo di tecnologie per noi a oggi inarrivabili. Si ritiene che gli alieni abbiano sviluppato sistemi per viaggiare a velocità prossime a quella della luce, poiché si ritiene questo un limite invalicabile. Tuttavia, a livello per noi attualmente solo teorico, la teoria della relatività di Einstein afferma che è possibile coprire le enormi distanze che separano le stelle anche in altro modo, aggirando il problema. Sarebbe possibile sfruttare cunicoli spazio-temporali (Tunnel di Einstein-Rosen). Tale possibilità non viene mai minimamente contemplata da chi prova a fornire spiegazioni al paradosso di Fermi, eppure si tratta di una possibilità scientificamente plausibile benché in questo momento ben lontana dalla nostra portata. Potrebbe non essere altrettanto così per civiltà più evolute. Un altro esempio, questa volta legato alla mancata ricezione di segnali di civiltà aliene, potrebbe essere quello riguardante la tecnologia utilizzata per l’invio di segnali. Anche in questo caso ho fatto presente sia nel mio primo lavoro editoriale, sia in altri articoli apparsi su questo blog, che aspettarsi di captare segnali radio extraterrestri è di per sé sbagliato o, almeno, limitante poiché presuppone la contemporanea esistenza di altre civiltà con un livello tecnologico pari e non superiore a quello nostro attuale. Già oggi ci accingiamo a cambiare questo sistema di trasmissione dei dati, passando dalle onde radio alla luce. Forse se fossimo stati in grado di “guardare” oltre che “ascoltare” il cosmo, come fa ad esempio il famoso progetto SETI, avremmo già trovato segnali di civiltà extraterrestre o forse no. Forse potrebbero utilizzare forme di comunicazioni che noi oggi non sappiamo neanche immaginare.

Tornando allo studio appena pubblicato su Astronomical Journal, secondo i ricercatori quindi, una possibile spiegazione alla domanda “Dove sono tutti quanti” potrebbe essere che altre civiltà ci sono ma che stanno prendendosi il loro tempo per visitare con tutta calma, altri sistemi stellari e l’intera galassia.

Un’altra possibilità paventata nello stesso studio è quella che gli alieni non facciano scientemente visita alla Terra poiché già abitata, preferendo evitare di entrare in contatto con noi. Potrebbe anche darsi che gli alieni siano passati nei paraggi della Terra dopo la comparsa dell'uomo perché non avrebbero avuto probabilità di sopravvivere (il cosiddetto “effetto Aurora”, dall'omonimo romanzo di Kim Stanley Robinson). Tra le varie ipotesi, anche quella per cui gli alieni potrebbero evitare di proposito i pianeti che già ospitano vita, con un atteggiamento opposto rispetto allo spirito di conquista tipico degli esseri umani.

Fin qui però sebbene con un approccio un pochino più aperto, lo studio non sembra particolarmente rilevante rispetto a tutti quelli analoghi fatti in passato, poiché, come detto, presenta gli stessi limiti di tipo concettuale.

L’unico vero aspetto importante di questo studio risiede nell’affermazione che si legge tra le possibili altre soluzioni proposte. In particola modo nel fatto che gli alieni potrebbero aver già visitato la Terra, lasciando tracce ormai cancellate dal tempo”.

“Se una civiltà aliena fosse approdata sulla Terra milioni di anni fa - scrivono i ricercatori - probabilmente non ci sarebbero più tracce del suo passaggio”.

Per la prima volta quindi, nei risultati di uno studio compiuto da membri effettivi e attivi della comunità scientifica, si contempla la possibilità che gli alieni abbiano fatto già visita alla Terra, concetto alla base della teoria degli antichi alieni.

Ciò non significa che questo studio, tra l’altro basato esclusivamente su modelli teorici e matematici, al fine di ottenere risultati probabilistici, stia avvalorando la teoria degli antichi alieni giacché, quasi a voler esplicitamente prenderne le distanze, confina la possibile visita aliena della Terra, a milioni di anni fa all’epoca dei dinosauri e prima della comparsa dell’uomo, “scongiurando” così qualunque tipo di possibile contatto. In ballo ci sono una reptazione e il proprio posto di lavoro da difendere. Il coordinatore dello studio Jonathan Carroll-Nellenback e il suo team, non vogliono certamente correre il rischio di essere etichettati come pseudo scienziati, né tantomeno che il loro lavoro sia definito pseudoscienza.

Chiunque con un minimo di granus salis però, dovrebbe porsi a questo punto legittimamente una domanda: sulla base di quali elementi e per quale motivo la possibile visita aliena della Terra dovrebbe essere avvenuta eventualmente, solo prima della comparsa dell’uomo?

Leggendo attentamente i risultati di questo studio, non esiste alcun tipo di parametro che può far circoscrivere il periodo di una visita aliena della Terra a periodi giurassici e non invece anche a periodi storici o preistorici.

Del resto, non sono proprio i racconti di tutte le civiltà del passato, in tutti gli angoli della Terra, a narrare dell’arrivo di esseri delle stelle che giungono sul nostro pianeta con scopi e in periodi differenti? Perché, poiché oggi alcuni membri della comunità scientifica ufficiale contemplano la possibilità di una visita aliena avvenuta nel passato, non possiamo rivalutare queste storie (che tra l’altro sono spesso all’origine delle antiche, ma anche odierne, religioni)? Perché dobbiamo continuare da un lato a relegare queste storie a miti e leggende, e dall’altro sostenere che se gli alieni hanno fatto visita in passato al nostro pianeta le loro “tracce” sono state cancellate dal tempo? La memoria dei popoli, tramanda attraverso varie forme, i racconti orali, documenti scrittura, le pitture rupestri, bassorilievi e sculture e strutture architettoniche non potrebbero essere le “tracce” cui fanno riferimento i ricercatori dell’Università di Rochester? Tutti questi aspetti, se interpretati in modo non preconcetto, potrebbero realmente rappresentare la documentazione di visite extraterrestri.

Accontentiamoci per il momento, di questa prima apertura da parte della comunità scientifica, rimandando l’eventuale dibattito e la conseguente necessaria revisione della storia ufficiale in altri momenti, quando forse i tempi saranno maggiormente maturi.

Nel frattempo, per chi avesse fretta e intenzione nell’intraprendere questo viaggio di conoscenza e contemplare le possibilità sopra accennate, non posso che consigliare di cliccare qui.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Ecco come potrebbe essere la Terra vista dagli alieni

Da quando gli scienziati hanno scovato il primo esopianeta nel 1995, i pianeti extrasolari hanno superato quota 4100. Si tratta di un campo ancora nuovo e negli ultimi anni, abbiamo assistito allo sviluppo di nuovi strumenti che potranno aiutarci a trovare una Terra 2.0, in futuro. Già perché non tutti gli esopianeti scoperti sono rocciosi, e non tutti quelli rocciosi sono abitabili, almeno e quelle che tradizionalmente si ritengono siano le caratteristiche essenziali alla presenza di vita. Ho già fatto presente in precedenti articoli come già quest’ultimo punto rappresenti un limite preconcetto alla ricerca, considerato ciò che sappiamo oggi sull’esistenza d forme di vita estremofile.

In questo caso però, il limite concettuale sembra essere meno influente nella ricerca di mondi potenzialmente abitabili, poiché l’obiettivo di molti astronomi non è semplicemente quello di trovarne con certezza uno ma quello di trovare un vero e proprio sosia della Terra, un posto, tanto per intenderci, dove non solo ci siano forme di vita, ma dove anche tutte le forme di vita terrestri potrebbero sopravvivere.

La ricerca non è affatto facile. Quando gli astronomi terrestri puntano i loro telescopi verso stelle lontane alla scoperta di pianeti oltre il nostro sistema solare, sono fortunati se riescono a vedere anche un solo punto di luce (o meglio di ombra, poiché la maggior parte dei pianeti scoperti avviene con la tecnica del “transito”). Come possono capire se l’esopianeta scoperto potrebbe avere condizioni adeguate per la vita?

Per capire come avrebbero potuto saperne di più, due diversi gruppi di scienziati hanno provato a risolvere il problema cambiando punto di osservazione e chiedendosi: se civiltà aliene con pari nostre capacità tecnologiche, dai loro pianeti osservassero la Terra, cosa vedrebbero?  Così, da punto di osservazione, la Terra è divenuta l’oggetto da osservare con occhi diversi.

I risultati di entrambi gli studi sono stati pubblicati a fine Agosto 2019.

Il primo team di ricerca, composto da ricercatori del California Istitute of Technology e del NASA Jet Propulsion Laboratory, hanno preso le immagini di un pianeta certamente abitabile - la Terra - e le hanno trasformate in qualcosa che gli astronomi alieni vedrebbero a distanza di anni luce da noi.

Il team ha iniziato con circa 10.000 immagini del nostro pianeta catturate dal satellite NASC Deep Space Climate Observatory (DSCOVR), che si trova in un punto di equilibrio gravitazionale (o punto di Lagrange) tra la Terra e il Sole. Ciò ha permesso ai ricercatori di vedere solo il lato della Terra durante il giorno, simulando così un punto di vista “alieno”. Le immagini sono state scattate a 10 lunghezze d'onda differenti ma specifiche, e ogni 1-2 ore durante tutto il 2016 e il 2017.

Per simulare in modo più compiuto un possibile punto di vista alieno, i ricercatori hanno ridotto le immagini in un'unica lettura di luminosità per ogni lunghezza d'onda: 10 "punti" che, se tracciati nel tempo, producono 10 curve di luce che rappresentano ciò che un osservatore distante potrebbe vedere se guardassero costantemente l'esopianeta Terra per 2 anni. La luce, infatti, viene riflessa in modo differente a seconda della superficie su cui “rimbalza”. Il terreno ha prodotto perciò, luminosità differente rispetto all’acqua o alle nuvole.

Quando i ricercatori hanno analizzato le curve di luminosità ottenuta e le hanno confrontate con le immagini originali, hanno capito quali parametri delle curve corrispondevano al terreno e alla copertura nuvolosa nelle immagini. Dopo aver compreso questa relazione, hanno scelto il parametro più strettamente correlato all'area terrestre, l'hanno adattato per la rotazione terrestre di 24 ore e hanno costruito la mappa di contorno riportata all’inizio di quest’articolo, mappa pubblicata nel volume 882 numero 1 della rivista The Astrophysical Journal Letters .

Nella mappa, le linee nere, che segnano i valori mediani per il parametro terra, fungono da costa approssimativa. I contorni approssimativi di Africa (centro), Asia (in alto a destra) e Americhe (a sinistra) sono “chiaramente” visibili. Sebbene questo modello non sia ovviamente un sostituto di un'immagine reale di un mondo alieno, può consentire ai futuri astronomi di valutare se un esopianeta ha oceani, nuvole e calotte polari, requisiti chiave per un mondo abitabile di tipo terrestre e se ha caratteristiche geologiche e / o sistemi climatici che ne influenzano l'abitabilità.

Il secondo studio di questo tipo è stato compiuto da un team di astronomi canadesi della McGill University. Anche i ricercatori canadesi hanno scelto la Terra come modello, per ottenere quello che hanno definito “impronta digitale di un mondo abitabile”.

Per farlo, hanno utilizzato i dati raccolti per oltre un decennio dal satellite SciSat-1 ACE (acronimo di Science Satellite/Atmospheric Chemistry Experiment) comunemente noto solo come SciSat. Sviluppato dalla Canadian Space Agency, SciSat è stato creato per aiutare gli scienziati a comprendere l'esaurimento dello strato di ozono terrestre studiando le particelle nell'atmosfera mentre la luce solare lo attraversa. In generale con questo metodo, applicato all’osservazione di esopianeti, gli astronomi possono dire quali molecole si trovano nell'atmosfera di un pianeta osservando come la luce delle stelle cambia mentre splende attraverso l'atmosfera. Per fare quest’osservazione, gli strumenti devono attendere che un pianeta passi (o transiti) davanti alla propria stella. Con telescopi abbastanza sensibili, gli astronomi potrebbero potenzialmente identificare molecole come anidride carbonica, ossigeno o vapore acqueo che potrebbero indicare se un pianeta è abitabile o addirittura abitato. In attesa di avere questi strumenti, i ricercatori canadesi hanno applicato questo metodo alla Terra, ottenendo così uno spettro di transito della Terra, vale a dire “un’impronta digitale” per l’atmosfera nella luce infrarossa, che mostra la presenza di molecole chiave per la ricerca di mondi abitabili. Ciò include la presenza simultanea di ozono e metano, che gli scienziati si aspettano di vedere solo quando esiste una fonte organica di questi composti sul pianeta. Tale rilevamento è chiamato "Biosignature".

I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Monthly of the Royal Astronomical Society nel mese di Agosto 2019, potrebbero aiutare gli scienziati a determinare quale tipo di segnale può identificare un pianeta simile al nostro.

I due gruppi di ricerca hanno avuto quindi il medesimo approccio, utilizzando però dati differenti e ottenendo modelli distinti per identificare mondi simili al nostro, oltre a fornirci un interessante punto di vista “alieno” della Terra. Entrambi i modelli, sia presi singolarmente, sia combinati assieme, aiuteranno nei prossimi anni gli astronomi a scovare nuovi mondi abitabili o abitati, grazie anche all’utilizzo di nuovi telescopi spaziali come il James Webb Telescope, la cui costruzione costellata d’innumerevoli ritardi dovuti a tagli del budget e a problemi con le aziende costruttrici, è giunta finalmente al capitolo finale. Frutto di una collaborazione tra la NASA, l'Agenzia spaziale canadese e l'Agenzia spaziale europea, il lancio del JWT è previsto nel 2021.

Stefano Nasetti

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Il mistero (quasi) svelato del metano marziano.

L’origine misteriosa del metano marziano sta per essere ufficialmente svelata. Le evidenze dei dati raccolti sul pianeta rosso sono ormai talmente tante che ogni spiegazione “convenzionale” all’origine del metano marziano non è più sostenibile. L’annuncio potrebbe avvenire in tempi bevi ma, poiché le conseguenze della portata di tal evidenza sarebbero a dir poco rivoluzionarie non solo dal punto di vista strettamente scientifico ma anche sociale, più verosimilmente le autorità scientifiche la tireranno ancora un po’ per le lunghe, in attesa di trovare la “pistola fumante” sul pianeta rosso. Ciò avverrà, se tutto procederà come previsto, alla fine del prossimo anno (2020) quando giungeranno su Marte le missioni di Esa e Nasa.

Ad avvisare i membri più conservatori della comunità scientifica del prossimo rivoluzionario annuncio è lo studio supportato dalla Canadian Space Agency e dal Mars Science Laboratory, pubblicato sull’ultimo numero (agosto 2019) della rivista Geophysical Research Letters. Nella ricerca, si spiega che gli scienziati hanno perfezionato le stime del gas presente nell’atmosfera di Marte, proveniente dall’enorme cratere Gale che vanta un diametro di circa 154 chilometri e un’età stimata di 3,8 miliardi di anni. La scoperta è stata compiuta grazie ai dati messi a disposizione dal Trace Gas Orbiter della missione ExoMars dell’Esa e del rover Curiosity della Nasa.

Gli scienziati cercano di individuare la fonte del metano marziano da più di un decennio e la novità portata dal nuovo studio è che la concentrazione del gas sembra variare durante la giornata e non solo stagionalmente come già noto da anni. In questi dieci anni, i ricercatori hanno presentato diverse ipotesi, all’inizio tutte in apparenza plausibili, sull’origine del metano.

Molte di queste, quelle che hanno subito e fino ad ora riscosso maggior consenso presso la comunità scientifica, erano quelle che vedevano il gas generato da reazioni chimiche tra le rocce  (prima dell’annuncio della presenza di acqua su Marte ), quelle che vedevano il gas periodicamente presente nell’atmosfera marziana come prodotto delle reazioni che avvengono tra rocce e acqua o da materiali in decomposizione che lo contengono (dopo l’annuncio del ritrovamento di vasti depositi d’acqua salata sul pianeta rosso) e quella che sosteneva la presenza di depositi di metano originatesi nel passato e liberati nell’atmosfera a causa di movimenti sismici (solo dopo che si è accettata l’evidenza di un’attività geologica, ancora presente), da attività vulcanica (ma il cratere Gale, dove è stato rilevato metano, non è di origine vulcanica) o dall’erosione delle rocce generata dal vento (ipotesi venuta a cadere non più tardi di un paio di mesi fa).

In ultima era stata contemplata anche l’ipotesi che il gas possa essere generato dalla presenza di alcuni microbi nel sottosuolo di Marte, che proprio come accade anche sulla Terra, possono sopravvivere senza ossigeno e rilasciano metano come parte dei loro rifiuti. Questa ipotesi benché fin dall’inizio fosse la più coerente con le rilevazioni e i dati raccolti, e fosse in grado di spiegare sia la circoscritta presenza del metano solo in alcune aree di Marte, sia la sua variabilità a livello stagionale, era stata quella meno presa in considerazione, se non addirittura scartata dalla comunità scientifica. Questo perché avrebbe implicitamente stravolto tutte le affermazioni della comunità scientifica riguardo all’inabitabilità del pianeta rosso, oltre che cambiato per sempre uno degli assunti più longevi della storia, riguardo la visione centrale, preminente e quasi esclusiva della vita sulla Terra e dell’uomo in particolare. Scoprire o meglio, accettare l’idea, che su un altro pianeta esiste una forma di vita extraterrestre, significa, di fatto, aprire la porta a tutta una serie di possibilità che oggi le autorità scientifiche (e non solo) hanno sempre rigettato.

Un primo colpo assestato alla prevalente teoria dell’origine abiotica del metano marziano era avvenuta lo scorso anno, quando gli scienziati avevano notato che le concentrazioni di metano cambiavano nel corso delle stagioni con un ciclo annuale ripetibile. Da qui erano partite le nuove misurazioni, ancora più precise, che hanno permesso di calcolare un singolo numero per il tasso d’infiltrazioni di metano nel cratere Gale che equivale a una media di 2,8 chilogrammi al giorno marziano. I ricercatori sono stati  così in grado di conciliare i dati di ExoMars e di Curiosity che, all’inizio, sembravano contraddirsi a vicenda.

John Moores, uno degli autori del nuovo studio ha dichiarato: “Siamo stati in grado di risolvere queste differenze mostrando come le concentrazioni di metano erano molto più basse nell’atmosfera durante il giorno e significativamente più alte vicino alla superficie del pianeta durante la notte, poiché il trasferimento di calore diminuisce". Il metano sarebbe quindi emesso costantemente durante l’intero Sol (giornata marziana), ma nelle ore di luce, complice la radiazione solare e il maggior calore, si diluirebbe rapidamente nell’atmosfera, sfuggendo alle rilevazioni delle sonde orbitali ma non ai rover presenti sul posto.

Sebbene lo studio non lo affermi esplicitamente, ciò è compatibile esclusivamente con l’ipotesi che il metano marziano sia realmente prodotto da forme di vita presenti nel sottosuolo marziano. Di fatto, procedendo per esclusione, è l’unica ipotesi plausibile e coerente con tutti idati fon qui raccolti, che rimane sul tavolo. Come ricorda anche il portale dell’ASI (Agenzia spaziale Italiana e quello dell’house organ della stessa, la rivista Global Science) “… il prossimo anno la missione ExoMars 2020 dell’Esa potrebbe portare nuovi elementi a queste ricerche, con la possibilità di scavare in profondità nel sottosuolo fino a due metri, alla ricerca di eventuali forme di vita batteriche …” trovando così conferma che potrebbero essere queste ultime, (che saranno ufficialmente le prime forme di vita extraterrestri trovate) responsabili della produzione del metano.

A quel punto tutto ciò che la maggior parte delle persone pensava di sapere su Marte, sulla Terra, sull’origine della vita e la visione sul nostro posto nel nostro sistema solare e nell’universo, cambierà. In molti saranno costretti a seppellire le anacronistiche teorie tradizionali e rivalutare possibilità o evidenze che ancora oggi, sembrano fantasie. Del resto ormai si sa “la scienza avanza un funerale alla volta” (Max Plank).

Stefano Nasetti

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L’alternativa agli OGM è vaccinare le piante?

Il constante ed esponenziale aumento della popolazione mondiale ha portato la domanda alimentare a livelli finora ineguagliati. Ciò ha portato l’industria agroalimentare ad attingere alle nuove scoperte fatte in capo biotecnologico per cercare di massimizzare i raccolti minacciati da insetti e, soprattutto, da malattie. Anche le piante infatti, come ogni altro essere vivente, può ammalarsi, compromettendo in tutto o in parte, il lavoro fatto dagli agricoltori nei mesi precedenti, con danni economici rilevanti.

Poche cose sono più spaventose per un coltivatore di zucca rispetto alle lettere CMV. Queste rappresentano il virus del mosaico del cetriolo, un agente patogeno che distrugge interi campi di zucche, cetrioli e meloni. I virus rappresentano una minaccia in continua evoluzione per la sicurezza alimentare globale, e la nuova tecnica potrebbe aiutare gli agricoltori a tenere il passo con i patogeni in costante cambiamento.  L’industria agroalimentare si è da anni rivolta alla genetica, facendo creare piante geneticamente modificate in modo da renderle più resistenti a certe malattie. Se è vero che in tal modo i raccolti sono stati maggiormente protetti dal rischio di perdere tutto a causa di malattie, nessuno studio di lungo periodo è stato fatto sugli effetti che questi OGM (Organismi Geneticamente Modificati) possono avere sulla salute di chi li consuma, uomo o animali che siano. I dubbi riguardo alla reale sicurezza degli OGM sono talmente tanti che anche dal punto di vista politico, non tutti gli stati consentono coltivazioni di questo tipo. Una parte della popolazione mondiale che ha la fortuna di poter scegliere cosa mangiare e cosa no, ha deciso di non consumare cibi OGM facendo nascere così un mercato alternativo e molto remunerativo (poiché i prezzi dei prodotti No OGM sono decisamente superiori per via della minore resa dei raccolti.)

Le malattie delle piante però, sono in continua evoluzione, così come quelle dell’uomo. I virus che colpiscono frutta, verdura e ortaggi, mutano quasi alla stessa velocità con cui muta il virus dell’influenza nell’uomo. L’industria degli OGM quindi, non riesce a stare al passo nel creare cereali, ortaggi, frutta e verdura immuni (o più resistenti) a certe cangianti malattie. La strada della modificazione genetica si sta rivelando oltre che incerta per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’uomo, non sempre efficace oltre che molto complessa in alcune circostanze.

L’industria agroalimentare chiede soluzioni e l’industria chimico farmaceutica ne studia continuamente di nuove. Quali però le alternative agli OGM?

La nuova “medicina” propone oggi di vaccinare le piante contro i virus più devastanti. Il biochimico Sven-Erik Behrens dell'Università Martin Luther di Halle-Wittenberg, in Germania, e i suoi colleghi hanno trovato un modo per sviluppare rapidamente vaccini in grado di proteggere le colture dai patogeni virali.

I vaccini sono un tema su cui si discute tantissimo negli ultimi anni e potrebbe non essere una buona notizia doverne discutere anche per quel che riguarda le piante. Tuttavia è bene parlarne ancor prima che certe nuove “tecnologie” siano applicate su larga scala, nella speranza di dar vita a un dibattito informato e quindi meno soggetto a manipolazione, evitando così imposizioni legislative, che vanno a circoscrivere le libertà individuali come nel caso dei vaccini sull’uomo. Ricordiamo, infatti, che i vaccini sono dei medicinali e, come ogni altro medicinale ha delle controindicazioni e degli effetti indesiderati, e andrebbe assunto solo se necessario. L’assunzione forzata e ingiustificata oltre ad essere un atto antidemocratico degno dei regimi assolutisti, poiché lede quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo, può esporre a rischi per la salute più elevati di quelli a cui il provvedimento coercitivo sostiene di voler limitare.

Nel caso dei vaccini delle piante potrebbe ripresentarsi, di fatto, e nel migliore dei casi, la stessa situazione già vissuta con gli OGM o, al peggio, potremmo trovarci nella condizione di non poter scegliere se consumare piante “vaccinate” o no. L’impossibilità di scegliere a fronte dell’emanazione di leggi frutto di decisioni prese dall’alto senza un adeguato e informato dibattito e senza il consenso dell’opinione pubblica, configura, di fatto, una restrizione delle libertà individuali. È bene quindi sapere fin da subito, di cosa stiamo parlando quando si dice di voler vaccinare le piante.

Quando un virus infetta una cellula vegetale, rilascia spesso RNA, sotto forma di RNA messaggero o RNA a doppio filamento. Questo viaggia attraverso la cellula, aiutando il virus a replicarsi. Le proteine ​​di difesa all'interno della cellula vegetale riconoscono questi RNA virali. Scattano quindi le difese immunitarie e gli enzimi della pianta agiscono come piccole forbici e dividono i filamenti di RNA virale. Alcuni dei pezzi di RNA così generati, chiamati piccoli RNA interferenti (siRNA), si uniscono a un gruppo di proteine delle piante, ​​chiamato complesso Argonaute, fungendo come identificatori che portano il complesso Argonaute a RNA sul genoma del virus. Identificato il virus, il complesso Argonaute e le altre proteine ​​lo distruggono.

La tattica è micidiale, ma non sempre efficace. Delle molte migliaia di vari siRNA prodotti dalla pianta, pochissimi hanno le giuste proprietà chimiche per combattere l'RNA virale. I ricercatori tedeschi, compreso questo meccanismo, hanno iniziato a semplificare il processo.

Hanno sviluppato test molecolari per identificare quali siRNA sono efficaci nella lotta contro i virus. In esperimenti di laboratorio con piante di tabacco, hanno dimostrato di poter identificare e selezionare i siRNA “vincenti” e usarli come vaccino contro il virus acrobatico del pomodoro, che rallenta la crescita e danneggia le foglie nelle piante di tabacco. Il miglior siRNA, spruzzato sulle foglie, ha protetto il 90% delle piante, il team riferisce questo mese sulla rivista Nucleic Acids Research.

Stando a quanto riportato nell’articolo, almeno questa volta non si tratta quindi, di vaccini convenzionali, fatti di sostanze chimiche o altro, ma soltanto di materiale endemico della pianta che è risultato più resistente e reattivo per sconfiggere la malattia. Si tratta una tecnica più simile ai primi vaccini messi a punto per l’uomo, che miravano a stimolare le difese immunitarie in modo semplice e “pulito”, senza aggiunta di additivi, metalli e altre sostanze estranee al corpo umano, come invece avviene oggi (stando a quanto riportato nei bugiardini).

La tecnica messa a punto dai ricercatori tedeschi non sfrutta un principio inedito. Esistono altri modi per prevedere quali siRNA potrebbero essere efficaci contro un virus vegetale, ma la maggior parte di questi sono modelli di computer che non funzionano sempre come previsto, afferma il principale autore dello studio Sven-Erik Behrens.

Un aspetto interessante dello studio è che il team, in alternativa alla classica iniezione, ha semplicemente spruzzato i siRNA sulla pianta o li ha strofinati sulle foglie. Ciò rende questo sistema molto più semplice e veloce rispetto all'ingegneria genetica di una pianta per la resistenza virale, che genera OGM il cui DNA sarà modificato per sempre ma che, al contempo, non assicura un altrettanto perpetua protezione dal virus. Questo metodo invece consente agli scienziati e agli agricoltori di tenere il passo con la rapida evoluzione dei patogeni virali. Tutto bene allora, qual è il problema?

Come al solito non è tutto oro ciò che luccica. I ricercatori stanno ora lavorando per trovare il modo più efficiente ed economico di somministrare il vaccino alle piante. Una delle soluzioni proposte suggerisce vaccinare le piante con uno spray che utilizza, come additivo o "vettore", nanoparticelle di sostanze, in questo caso, non meglio specificate (spesso in altre situazioni, ma sempre in ambito biotecnologico, sono utilizzati nanoparticelle di bario o altri metalli) per fornire i siRNA. Le nanoparticelle (di qualunque tipo) hanno la caratteristica di essere talmente piccole da poter superare qualunque filtro biologico e penetrare addirittura la membrana cellulare. Non hanno quindi la possibilità di essere smaltite dall’organismo, come avviene con altre sostanze assunte in forme (intesa come scala molecolare) più grande. L’uomo potrebbe assumere quindi queste nanoparticelle depositate irreversibilmente nelle piante che hanno subito questo trattamento. Nessuno studio è in programma per comprendere se questa pratica potrebbe comportare rischi per la salute dell’uomo nel breve o nel lungo periodo. Appare dunque legittimo cominciare a chiedersi se la soluzione della vaccinazione delle piante è veramente una soluzione a uno dei problemi dell’umanità, quello della soddisfazione della domanda di cibo, o rischia invece di essere l’inizio di un nuovo problema, quello di vedere aumentare in modo apparentemente inspiegabile, malattie rare o sconosciute. Se prevenire è meglio che curare, sarebbe opportuno studiare bene tutto quanto, prima di applicare qualunque nuova tecnologia. Se il rapporto rischi/benefici è spesso una questione etico - morale (aspetti che non sono oggettivi ma come si sa, cambiano con i tempi) la scienza a cui tutti richiediamo oggettività e nulla più, dovrebbe ben guardarsi dall’intraprendere strade che possano in qualche modo comportare dei danni all’uomo o all’ambiente, piccoli o grandi che siano.

Stefano Nasetti

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Dove sono tutti quanti? Forse oggi abbiamo un'idea

“Dove sono tutti quanti?” Questa è ciò che si chiedeva, ormai settant’anni fa Enrico Fermi, conversando con alcuni colleghi riguardo la possibilità di vita intelligente extraterrestre. In molti hanno provato a rispondere alla domanda (che costituisce, di fatto, il famoso Paradosso di Fermi) che forse, potrebbe non avere neanche necessità di risposta se non si partisse da taluni preconcetti che sono propri, tra l’altro, della sua formulazione. Volendo in questa sede rimanere nell’ambito delle teorie scientifiche ufficiali e prevalenti (ma non per questo necessariamente esatte), se oggi non possiamo ancora indicare il luogo dove si annida la vita extraterrestre (o ancor meglio extrasolare), senza scontrarsi con l’ideologia della comunità scientifica (ma non con l’evidenza della Scienza), oggi abbiamo un’idea più precisa di dove poterla cercare.

Per noi, abitanti della Terra del XXI secolo, fin dagli esordi dei telescopi spaziali Harps e Kepler gli esopianeti non sono più una novità. A oggi (6 settembre 2019 ndr) gli esopianeti ufficialmente scoperti sono 4108. Più si scoprono nuovi esopianeti però, più appare difficile trovarne simili alla Terra, simili non per dimensioni o orbita ma per capacità di ospitare la vita. Un recente studio su The Astronomical Journal ha cercato di fare il punto.

Secondo Eric B. Ford, professore di astronomia e astrofisica a Penn State e uno dei leader del gruppo di ricerca “contare semplicemente esopianeti di una determinata dimensione o con una determinata distanza orbitale è fuorviante, poiché è molto più difficile trovare piccoli pianeti lontani dalla loro stella piuttosto che trovare pianeti grandi vicino alla loro stella”.

La stima del numero dei pianeti con un clima abbastanza temperato da avere acqua allo stato liquido in superficie si deve all'università della Pennsylvania, che ha utilizzato i dati del telescopio spaziale Kepler della Nasa.

Per superare quest’ostacolo, i ricercatori hanno progettato un nuovo modello che simula “universi” di stelle e pianeti e poi “osserva” questi universi simulati per determinare quanti pianeti sarebbero stati scoperti da Keplero in ciascun “universo”.

La missione di Keplero ha scoperto migliaia di piccoli pianeti, la maggior parte sono così lontani che è difficile per gli astronomi apprendere dettagli sulla loro composizione e atmosfere.

“Abbiamo utilizzato il catalogo finale dei pianeti identificati da Keplero e migliorato le proprietà stellari del satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea per costruire le nostre simulazioni”, ha dichiarato Danley Hsu, il primo autore dello studio. “Confrontando i risultati con i pianeti catalogati da Keplero, abbiamo caratterizzato il tasso di pianeti per stella e il modo in cui ciò dipende dalle dimensioni del pianeta e dalla distanza orbitale. Il nostro nuovo approccio ha permesso al team di spiegare diversi effetti che non erano stati inclusi negli studi precedenti”.

I risultati di questo studio sono particolarmente rilevanti per la pianificazione di future missioni spaziali per caratterizzare pianeti potenzialmente simili alla Terra.

Sulla base delle loro simulazioni, i ricercatori stimano che i pianeti di dimensioni molto vicine alla Terra, da tre quarti a una volta e mezza, con periodi orbitali che vanno da 237 a 500 giorni, sono circa uno ogni quattro stelle. In pratica, secondo i calcoli una stella simile al Sole ogni quattro potrebbe accogliere un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra.

Ok, ma quanti sarebbero i mondi potenzialmente abitabili simili nella sola nostra galassia? Il nuovo calcolo dei mondi potenzialmente abitabili costituisce una sorta di rivoluzione nello studio della Via Lattea e questo passo, rilevano gli autori della ricerca, sarebbe stato impossibile senza i dati del telescopio Kepler, che ha permesso di scoprire 2.600 pianeti nella Via Lattea e di capire che molti di essi sono simili alla Terra. L'analisi basata sui dati di Kepler, andato in pensione nell'ottobre 2018, "ha delle incertezze, ma fornisce una stima ragionevole di come i pianeti simili alla Terra nella nostra galassia siano compresi fra cinque e dieci miliardi", ha osservato il coordinatore della ricerca, Eric Ford.

La stima è considerata dagli esperti un passo importante per andare in cerca di possibili forme di vita aliena, per esempio indirizzando la 'caccia' del futuro cacciatore di mondi Wfirst (Wide-Field Infrared Survey Telescope) della Nasa, il cui lancio è in programma entro i prossimi dieci anni. "Avremo un ritorno decisamente maggiore dei nostri investimenti, sapendo dove andare a cercare", ha detto ancora Ford.

C’è inoltre da far rilevare come questo studio fornisca una stima molto limitata, poiché parte dal presupposto che la vita possa essersi sviluppata, o ancor meglio possa essere ospitata, soltanto su pianeti con caratteristiche simili alla Terra, che orbitano attorno a stelle simili al nostro Sole. Oggi però sappiamo che la vita non è una prerogativa esclusiva del nostro pianeta. Il movimento ideologico che permeava la comunità scientifica e rispondeva al quesito di Enrico Fermi, con la cosiddetta “ipotesi della rarità della Terra” deve ragionevolmente essere accantonato di fronte alle evidenze scientifiche raccolte negli ultimi vent’anni.

Il prossimo anno (2020) partiranno ben due missioni spaziali per cercare (altre) prove di vita attuale su Marte (evidenze di quella passata ne sono già state trovate, come vedremo e ascolteremo ufficialmente tra alcuni mesi). Sono in preparazione diverse missioni per il prossimo decennio alla ricerca di tracce di vita sulle lune ghiacciate di Giove e Saturno. Sappiamo, dunque, che la vita extraterrestre non è poi così improbabile com’è stato sempre ritenuto dalla comunità scientifica, fino nel recente passato. Al contempo le condizioni per la sua presenza altrove non sono circoscritte al ripetersi delle sole condizioni terrestri e non deve essere circoscritta ai soli pianeti rocciosi, ma anche ai miliardi di lune (il cui numero non è neanche minimamente stimabile a causa dei nostri limiti tecnologici che non ci consentono ancora di scoprirne in numero statisticamente sufficiente) che circondano sia i pianeti rocciosi sia quelli gassosi. Esistono poi pianeti (e un numero ancor maggiore di lune) che appartengono a sistemi con stelle di tipo diverso dal Sole, come ad esempio quelli che orbitano intorno a stelle nane rosse, stelle più fredde ma che si ritiene possano comunque garantire le condizioni necessarie al sostenimento di vita (e della sua eventuale evoluzione). Appartiene a questo tipo di sistemi stellari la maggioranza dei 4018 esopianeti fin qui scoperti, senza dimenticare che le stelle nane rosse sono quattro volte più numerose delle stelle simili al nostro Sole.

Se nelle simulazioni più recenti, come quella oggetto dello studio sopra menzionato, dovessimo aggiungere questi dati e queste variabili, verosimilmente raggiungeremmo numeri dieci, cento o mille volte più grandi di quelli determinati con i calcoli effettuati dagli scienziati della Pennsylvania. Analogo discorso può essere fatto per la famosa Equazione di Drake a cui spesso è contrapposto il Paradosso di Fermi. Anche in questo caso, portare i risultati dell’Equazione di Drake (che non sebbene complessa, non contempla tutte le possibilità sopra citate) come “prova” a sostegno dell’ipotesi extraterrestre, non costituisce elemento sufficiente e significativo.

Dal punto di vista esclusivamente ideologico (e non pratico, poiché sovente i “negazionisti” della vita extraterrestre disconoscono talune evidenze) quindi, la risoluzione della questione è molto più complessa di quella che la semplicistica contrapposizione tra Paradosso di Fermi ed Equazione di Drake fa apparire. Alla domanda “Dove sono tutti quanti?” oggi potremo rispondere, anche alla luce di questo studio, “Tutto a torno a noi”. È inutile rispondere a chi insiste nel dire non che non ci sono prove, ricordando che l’eventuale assenza di prove ( ma ce ne sono) non è prova d’assenza. Eppure talvolta, sarebbe sufficiente mettere da parte assurdi e ormai anacronistici “pensieri pseudoscientifici” (come quelli suggeriti da Fermi) e guardare un po’ più in la del proprio naso …

Stefano Nasetti

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