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La Cina sul lato oscuro della Luna

La Cina sul lato oscuro della Luna, là dove nessuno mai è giunto prima (almeno ufficialmente).

Dopo decenni di disinteresse generale, la Luna sembra essere tornata di moda.

La corsa al nostro satellite si aprì ufficialmente nel settembre 1959, quando la sonda sovietica Luna 2 si posò sul suolo lunare. La precedente missione sovietica, Luna 1, mancò il bersaglio. Luna 2 fu invece un successo. Era la prima volta per un veicolo umano, anche se l’atterraggio fu tutt’altro che morbido. La sonda era sprovvista di un sistema di atterraggio o propulsione e dunque impattò violentemente al suolo.

Il successo sovietico fu ripetuto un mese più tardi, con la missione Luna 3 che raggiunse e fotografò, per la prima volta nella storia, la faccia opposta della Luna, quasi totalmente invisibile dalla Terra e per questo spesso noto come “il lato oscuro della Luna”. Grazie alle foto inviate dalla macchina, furono creati i primi atlanti della nuova regione lunare seguita da molti fallimenti.

In piena corsa allo spazio, la Luna era l’obiettivo principale e irrinunciabile anche per gli Stati Uniti. Nel 1958 l’ente spaziale americano lanciò le sonde Pioneer, seguite dalle Ranger, collezionando una lunga serie d’insuccessi. Ci vollero diversi anni per eguagliare i successi sovietici. Solo fra il 1964 e il 1965, infatti, le missioni Ranger cominciarono a inviare a Terra le prime foto della Luna vista da vicino, prima di impattare contro il suolo lunare.

La metà degli anni '60 segnò una svolta positiva anche per l'Urss, che aggiunsero un nuovo primato alla loro collezione di successi spaziali. Nel febbraio 1966, la missione sovietica Luna 9 fu la prima a compiere con successo l’atterraggio morbido sulla Luna.

Lo stesso obiettivo fu raggiunto qualche mese più tardi (nel maggio dello stesso anno) dagli Usa con la missione con il Surveyor 1. Fu questo l’anno in cui le due superpotenze ebbero consapevolezza di avere raggiunto un pari livello tecnologico.

Quello della Surveyor fu anche il primo di una lunga serie di successi che aprì, di fatto, la strada allo storico allunaggio dell'Apollo 11, la missione che il 20 luglio 1969 ha portato i primi uomini sulla Luna. Nelle cinque missioni Apollo che l'hanno seguita (di cui una fallita, l’Apollo 13), 12 uomini hanno camminato sul suolo lunare e sono stati riportati a Terra numerosi campioni del suolo lunare, studiati in tutto il mondo ancora oggi.

Il fiore all'occhiello del programma sovietico restarono invece le missioni Luna 16, che nel 1970 riportò a Terra i primi campioni di suolo lunare (altro primato sovietico), e Luna 17, che rilasciò il rover Lunokhod 1 sul suolo lunare. All’Unione sovietica spettò anche il primato di chiudere, il 9 agosto 1976, la storia degli allunaggi, con la missione sovietica Luna 24.

Dei motivi, più o meno misteriosi che portarono all’improvviso e inspiegabile disinteresse verso il nostro satellite, ho già parlato in articoli precedenti. Così come rimane ancora ufficialmente molto strana la collaborazione tra USA e URSS del 1975, con la missione Apollo-Sojuz in piena guerra fredda.

Per quasi quarant’anni la Luna fu abbandonata. Le missioni di esplorazione si concentrarono su altri obiettivi come l’esplorazione di Marte (soprattutto con le missioni americano Mariner e Viking, anche se ai sovietici spetta ancora una volta il primato di aver fatto giungere il primo veicolo umano sul pianeta rosso) e del nostro sistema solare con le missioni Voyager.

Negli ultimi cinque anni però, la Luna torna a essere un obiettivo interessante come lo era stato alla fine degli anni '50, per quasi 18 anni. Oggi interessa soprattutto i Paesi che si affacciano allo spazio, come Cina e India, ma è tornata ad essere considerata un punto interessante anche per Usa e Russia oltre che per l’Europa.

Nel dicembre del 2013 la sonda spaziale Chang'e-3 (preceduta dalla sonda orbitale Chang’e 1 del 2007, e Chang’e 2 del 2010) si è posata sulla Luna, facendo così diventare la Cina, la terza nazione a riuscire nell'allunaggio, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica. L'arrivo della sonda cinese Chang'e 3 sulla Luna ha rotto 37 anni di silenzio. Era, infatti, dal 1976 che un veicolo spaziale non si posava sulla superficie lunare e finora a raggiungere quest’obiettivo erano stati solo Unione Sovietica e Stati Uniti.

Nel 2013 la Cina è entrata in scena in grande stile, non limitandosi al semplice allunaggio ma facendo sbarcare dalla sonda Chang’e 3 (dal nome di una dea della Luna cinese), un piccolo rover (chiamato Yutu, come il coniglio che nella mitologia cinese accompagna la dea Chang'e nel viaggio verso la Luna) che per tre mesi ha esplorato il suolo lunare.

I dati e le immagini fornite dalle sonde cinesi hanno fatto molto discutere. Da alcune di esse si evincerebbe la presenza di strutture insolite che alcuni sostengono essere artificiali.

Negli anni successivi anche Unione Europea, India e Giappone sono riusciti con successo a far atterrare i propri rover, sulla faccia visibile della Luna e, mentre Stati Uniti Russia ed Europa, si stanno concentrando sulla creazione di una stazione spaziale in orbita cislunare e, in seguito alla creazione di basi permanenti sulla Luna, lo sfruttamento minerario della Luna ha allettato molte compagnie private.

Come spesso accade, mentre gli altri parlano e discutono, altri agiscono.

Incoraggiata dai successi della Chang’e 3, il prossimo 8 dicembre 2018 la Cina si prepara a lanciare l’ambiziosa missione Chang’e 4, con l’obiettivo ma riuscito ad alcuno, di far atterrare un lander sul lato nascosto della Luna.

Già annunciato come obiettivo raggiungibile entro il 2020, la Cina è addirittura in anticipo nei tempi previsti. Un inedito nelle missioni spaziali e che dimostra con quale e quanta rapidità ed efficienza la Cina si sta affacciando nel panorama internazionale anche nel settore aerospaziale. Il programma lunare cinese è infatti partito solo 2004.

Anche in questo caso, il lander ospiterà a bordo un rover, che esplorerà l’emisfero più misterioso del nostro satellite.

Dal momento che allunerà dal lato opposto, la Luna bloccherà il contatto radio diretto tra il controllo missione sulla Terra, il lander Chang'e 4 e il rover, il collegamento è stato affidato ad un micro satellite chiamato Queqiao, già lanciato nei giorni scorsi, che si posizionerà nel punto di equilibrio gravitazionale Terra-Luna, chiamato Punto di Lagrange 2 a circa 65.000 chilometri al di là della Luna stessa.

Il lander Chang'e-4 atterrerà nel cratere Von Kármán, la struttura d’impatto più grande, profonda e antica della Luna; all'interno del bacino del Polo Sud-Aitken. Probabilmente formato da un gigantesco impatto di un asteroide, il bacino è di circa 2500 chilometri di diametro e 12 chilometri di profondità. Secondo i geologi cinesi, l'impatto potrebbe aver portato in superficie il materiale dal manto superiore della Luna, uno scenario che i dati di uno spettrometro che misura lo spettro visibile e quello vicino all'infrarosso potrebbero essere in grado di verificare. Lo spettrometro a bordo della sonda cinese esplorerà anche la composizione geochimica del terreno del “lato oscuro della Luna”, che si ritiene differisca dal suolo del lato a noi rivolto a causa degli stessi processi che hanno prodotto la differenza nello spessore della crosta.

Infine, il radar del rover, simile a quello a bordo della precedente missione Chang'e-3, fornirà un altro sguardo fino a circa 100 metri sotto la superficie, sondando la profondità della regolite e cercando strutture sottosuperficiali. Combinare i dati del radar con le immagini di superficie raccolte dalle telecamere montate sul lander e sul rover, potrebbe far avanzare la comprensione degli scienziati del processo che ha portato i due emisferi Lunari, ad essere così diversi.

Esplorando il “lato oscuro della Luna” si apre anche "una finestra completamente nuova per la radioastronomia", ha affermato Ping Jinsong, un radioastronomo dell'Osservatorio astronomico nazionale cinese dell'Accademia delle Scienze (NAOC) di Pechino. Infatti, sulla Terra, e persino nello spazio vicino alla Terra, l'interferenza naturale e umana ostacola le osservazioni radio a bassa frequenza. La Luna invece blocca questo rumore terrestre. La missione sul lato nascosto della Luna dispone quindi di un trio di ricevitori a bassa frequenza: uno sul lander, uno (di fabbricazione olandese) sul rover e un terzo sul micro satellite Queqiao in un'orbita lunare (il contatto con un secondo micro satellite che trasporta un quarto ricevitore è andato perso).

I ricevitori potranno così ascoltare senza interferenze le raffiche di radiazioni solari, i segnali delle aurore su altri pianeti e i deboli segnali delle nubi primordiali di gas idrogeno che si sono formate nelle prime stelle dell'universo.

Oltre ai citati strumenti per lo studio della geologia lunare la sonda porterà anche un contenitore di 3 kg in lega di alluminio pieno di semi e insetti.

Zhang Yuanxun, capo progettista di una parte del Progetto Chang’e-4 ha detto al Chongqing Morning Post: “A bordo della sonda vi saranno patate, semi di arabidopsis  uova di bachi da seta. Le uova si schiuderanno dando vita ai bachi da seta che produrranno anidride carbonica, mentre le patate e i semi emetteranno ossigeno attraverso la fotosintesi. Insieme potranno creare un semplice ecosistema sul nostro satellite naturale”.

Una telecamera in miniatura ne mostrerà l’eventuale crescita. Se l’esperimento avrà successo non sarà comunque la prima volta che una pianta terreste crescerà nello spazio. Ormai sono decine le piante messe a cultura sulla Sazione Spaziale Internazionale. Il prima anche in questo campo spetta però sempre ai sovietici. Nel 1982, l'equipaggio della stazione spaziale sovietica Salyut 7 hanno coltivato con successo alcune Arabidopsis, diventando così le prime piante a fiorire e produrre semi nello spazio. Le piante hanno prosperato per 40 giorni.

L'ambizioso programma lunare della Cina continuerà poi il prossimo anno con Chang'e-5. Questa missione recupererà fino a 2 chilogrammi di terriccio e roccia lunare dall'Oceanus Procellarum, una vasta pianura lunare sul lato visibile della Luna, non toccata da precedenti allunaggi, originatasi, secondo i geologi, da uno dei più giovani flussi vulcanici della Luna.

Cosa scopriranno le missioni cinesi questa volta?

La Luna è il programma spaziale più strategico varato dalla Cina, ma nel frattempo si sta lavorando anche per la costruzione di una stazione spaziale (già sono stati sperimentati i moduli abitati Tyangong) e in prospettiva per arrivare su Marte. Per questo ultimo obiettivo Pechino sta collaborando anche con Mosca.

Il rinnovato interesse internazionale verso la Luna è certamente motivato da interessi economici (quali quello dello sfruttamento delle risorse energetiche lunari come l’Elio 3), da motivi strategici legati all’esplorazione di altri corpi celesti del nostro sistema solare (come lo sbarco dell’uomo su Marte) ma anche da motivazioni scientifiche. La lune da sempre ci affascina e forse ci nasconde sopra e sotto la sua superficie, sul “lato oscuro” in particolar modo, importanti informazioni riguardanti la nostra storia e quella del nostro pianeta.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Lune aliene: aumentano le possibilità di vita extraterreste

Solo vent'anni fa alla domanda “siamo soli nell’universo?” la maggioranza della comunità scientifica rispondeva in maniera assolutamente negativa, ipotizzando al massimo solo la possibilità di una vita intesa come presenza di batteri o organismi molto semplici, e utilizzando frasi come “è assolutamente improbabile che ci siano omini verdi presenti nel cosmo”, prendendosi gioco apertamente di chi aveva posto loro la domanda.*

Nonostante non tutti fossero di quest’avviso, gli scienziati che si dimostravano più aperti alla possibilità di vita extraterrestre e che avevano il coraggio di partecipare a progetti di ricerca come quelli del SETI, venivano guardati con scetticismo e ilarità dagli altri membri della comunità scientifica.

Quest’ultima infatti, non riconosceva la serietà di questi studi, poiché arroccata sulle posizioni tradizionali della visione antropocentrica dell’universo (principio antropico) e sull’assurda presunzione dell’unicità della vita sulla Terra.

Quest’atteggiamento si registrava soprattutto tra i membri più anziani e più autorevoli della  comunità scientifica , quelli che, di fatto, ne tiravano le fila.

La perentorietà delle risposte, il sarcasmo e la presunzione di questi scienziati, nascondeva in realtà la paura degli stessi, di non essere in grado di rispondere alle inevitabili domande che, anche la semplice ammissione della possibilità di esistenza della vita aliena avrebbe comportato.

La conferma di tutto questo arrivò direttamente da un membro autorevole della comunità scientifica, l’astronomo Geoff Marcy dell’Università della California, il più famoso scopritore di pianeti extrasolari (ha scoperto 70 dei primi 100 esopianeti). In un’intervista televisiva rilasciata nel 2011, ha dichiarò: “…..fino agli anni ’90 il mondo scientifico non si poneva neanche la domanda riguardo alla possibilità dell’esistenza di vita intelligente su pianeti appartenenti ad altri sistemi solari, questo perché non si sapeva come scovare questi pianeti e quindi, volutamente, si evitava di parlarne perché non si sarebbe potuto dare una risposta”.*

Già, perché il 5 Ottobre 1995 all'improvviso e inaspettatamente tutto cambiò.

Michel Mayor e Didier Queloz, dell'Osservatorio di Ginevra, annunciarono di avere scoperto il primo pianeta extrasolare, di massa paragonabile a quella di Giove, attorno alla stella 51 Pegasi. Benché già nel 1989 e poi nel 1992 e nel 1993 fosse stata annunciata la scoperta di pianeti extrasolari, quella del 1995 fu davvero per l’intera comunità scientifica, la scoperta spartiacque.

Adesso che la tecnologia attuale consente di individuare in modo univoco altri pianeti che orbitano intorno ad altre stelle e identificare addirittura quelli presenti nella così detta “fascia abitabile”, la presenza di vita intelligente su altri mondi viene addirittura quasi data per scontata.*

Da quel giorno, infatti, sono stati scoperti migliaia di esopianeti. La scoperta procede a un ritmo esponenziale. Nei primi 18 anni (cioè fino al 2013) i pianeti extrasolari sono stati 1.000 mentre nei 5 anni successivi il numero è più che triplicato. Al 30 novembre 2018 i pianeti extrasolari scoperti sono 3.901 pianeti extrasolari in 2.907 sistemi planetari diversi (di cui 647 in sistemi multipli). Altri 213 esopianeti scoperti sono in attesa di conferma mentre altri 2.443 sono corpi celesti già individuati potenziali candidati a essere catalogati come pianeti. (Guarda 300 anni di scoperte esopianeti in 30 secondi)

Se prima nell’ambito della comunità scientifica si riteneva estremamente rara la presenza di pianeti attorno alle stelle, i dati raccolti negli ultimi anni hanno dimostrato che quasi ogni stella ha il suo gruppo di pianeti che le orbita attorno. Sono pianeti molto diversi ovviamente alcuni rocciosi, altri gassosi, alcuni nella cosiddetta fascia di abitabilità (né troppo vicini né troppo lontani dalla stella di riferimento, in modo che presentino condizioni di temperatura al suolo e pressione da consentire la presenza di acqua liquida), altri al di fuori.

Negli anni ’60-’70, ben prima della scoperta del primo pianeta extrasolare, l’astronomo Carl Sagan, uno dei fondatori del progetto SETI, aveva stimato che, solo nella nostra galassia, ci fossero un milione di civiltà intelligenti.*

Il suo collega Frank Drake, un po’ più conservatore, nel 1961 aveva sviluppato un’equazione matematica, nota come “Equazione di Drake” per calcolare il numero di civiltà intelligenti possibili. Questa equazione è entrata in tutti i libri di astrofisica del mondo.*

Secondo Drake le civiltà intelligenti presenti nella nostra galassia sarebbero “solo” 10.000. L'equazione tiene conto di numerose variabili quali ad esempio il numero delle stelle presenti nella galassia, il numero di pianeti rocciosi presenti nella cosiddetta fascia abitabile, il numero di questi in cui è presente acqua allo stato liquido, la durata di una civiltà prima che si autodistrugga. Ci sono però ancora troppe variabili a cui non siamo ancora in grado di dare un valore certo. Pertanto il risultato esatto di questa equazione, è destinato continuamente a essere aggiornato, sulla base dell’evoluzione delle nostre conoscenze in campo astronomico.*

L’ultimo aggiornamento in ordine di tempo è appunto avvenuto a fine 2012, quando l’astronomo italiano Claudio Maccone ha rivisto l’Equazione di Drake alla luce delle ultime scoperte dei pianeti extrasolari. I risultati delle più recenti ricerche hanno appunto rivelato, che i pianeti sono molto più diffusi di quanto si potesse immaginare cinquanta anni fa. Tutto ciò ha quindi reso indispensabile l’aggiornamento dell’Equazione di Drake, trasformandola appunto nella così detta Equazione di Drake Statistica.*

Il risultato della nuova equazione ha dunque stabilito che il numero delle civiltà intelligenti della nostra galassia sarebbero approssimativamente 4.590. La nuova formula ha permesso anche di abbassare drasticamente la distanza media alla quale si troverebbero dalla Terra queste civiltà. Si stima, infatti, una distanza media di “soli” 2.670 anni luce dalla Terra, con il 75% di probabilità che almeno una di queste civiltà si trovi tra i 1.361 e i 3.979 anni luce da noi. Una distanza tuttavia pur sempre enorme, che sembrerebbe escludere ogni possibilità di comunicazione.*

Questa stima però è stata fatta con i dati disponibili fino al 2012, quando, come detto, i pianeti extrasolari scoperti erano ancora meno di 1.000.

Oggi questo numero è più che triplicato oltre al fatto che si è scoperto che esistono altre stelle (le nane rosse) non visibili a occhio nudo, poiché emettono una luce nello spettro dell’infrarosso, che sono numericamente le più diffuse nella nostra galassia (il triplo di quelle simili al nostro Sole). La maggioranza dei pianeti extrasolari scoperti orbita proprio attorno a questo tipo di stelle, più piccole e meno calde del Sole. Sebbene oggi si ritenga più difficile che possano consentire ai pianeti del loro sistema di ospitare forme di vita, la questione non può essere esclusa.

Negli ultimi anni, infatti, sono state scoperte sulla Terra forme di vita in grado di prosperare in condizioni estreme, senza luce, acqua e/o ossigeno, in grado di resistere a pressioni incredibili o di vivere in luoghi apparentemente inospitali come laghi di arsenico o idrocarburi.

L’acqua ritenuta da sempre essenziale, benché come appena detto, questo sappiamo oggi non sia necessariamente vero, è stat scoperta sulla Luna, su Marte, su Cerere e su Mercurio.

Se tutto questo non fosse ancora sufficiente ad ampliare le possibilità di vita extraterrestre, c’è da aggiungere che già nel nostro sistema solare, ben fuori dalla “fascia di abitabilità” e lontano dai pianeti rocciosi prima considerati essenziali per la vita, sono stati individuati altri ambienti potenzialmente ospitali alla vita. Parliamo delle lune che orbitano attorno a pianeti gassosi come Giove e Saturno. Le lune Europa (Giove), Ganimede (Giove) ed Encelado (Saturno) hanno oceani di acqua salata sotto a una crosta di ghiaccio, in condizioni tali da poter ospitare forme di vita. Ma anche gli oceani d’idrocarburi della luna Titano (Saturno) potrebbero averne.

Nel nostro Sistema Solare sono presenti un gran numero di lune che orbitano attorno ai pianeti. L’astronomia di oggi tenta di scoprire se i satelliti naturali sono così comuni anche al di fuori del Sistema Solare. Risale, infatti, al mese di ottobre 2018 l’annuncio della scoperta del primo esopianeta candidato a ospitare un’esoluna, ma la conferma delle prime rilevazioni dell’oggetto è ancora in corso.

Un passo in più verso la soluzione del mistero delle esolune ci viene fornito da un nuovo studio, pubblicato su Astrophysical Journal Letters, condotto dai ricercatori dell’università di Zurigo, guidati dall’astrofisico Judit Szulágyi.

Se giganti di ghiaccio possono formare i loro satelliti naturali, significa che la popolazione delle lune nell’Universo è molto più abbondante di quanto si pensasse, dato che nel cosmo la categoria di pianeti ghiacciati è molto comune” - riassume il Dr.Szulágyi. “Possiamo quindi aspettarci molte altre scoperte di esolune nel prossimo decennio”,  ha affermato l’astrofisico.

Questo risultato è significativo anche nell’ottica della ricerca mondi abitabili. Gli oceani sotto la superficie sono posti ovvi in ​​cui la vita come noi la conosciamo potrebbe potenzialmente svilupparsi” - ha continuato Judit Szulágyi. “Quindi una popolazione molto più grande di lune ghiacciate nell’Universo implica un maggior numero di mondi potenzialmente abitabili, molti di più di quanto si era immaginato finora. Saranno quindi degli obiettivi eccellenti per cercare la vita al di fuori del Sistema Solare”. Le esolune saranno dunque la nuova frontiera della ricerca di vita aliena?

L’equazione di Drake dovrà dunque essere radicalmente rivista. Dovrà contemplare no più solo i pianeti rocciosi nella fascia abitabile ma anche tutte le lune, sia quella dei pianeti rocciosi, sia quelle dei pianeti gassosi dentro e fuori la fascia di abitabilità, oltre a dover aggiungere tutti quei pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole, come le numerosissime nane rosse.

Alla luce di tutto ciò, la scienza sì è dovuta ricredere. In attesa di riscontri ufficiali, quantomeno la possibilità che la vita (anche in forma intelligente) si sia sviluppata solo sulla Terra è pressoché esigua se non nulla. Siamo dunque soli nell’universo? Solo vent’anni fa la comunità scientifica rispondeva “quasi certamente sì”.

Oggi la risposta è diametralmente opposta: “Quasi certamente no”.

*(i paragrafi con l’asterisco sono tratti dal libro del 2015 Il Lato Oscuro della Luna)

Stefano Nasetti

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Proposta l'istituzione della Banca mondiale del DNA

La rivista Scienze ha pubblicato la proposta di istituire una banca dati universale del Dna al servizio della medicina forense. La proposta è stata avanzata da un gruppo di ricerca della Vanderbilt University di Nashville, negli Stati Uniti, guidato da James Hazel.

Recentemente, negli Stati Uniti ma anche in Europa, i database con i dati genetici disponibili al pubblico, che appartengono alle aziende private, hanno permesso di identificare dei presunti killer, collegando il Dna trovato sulla scena del crimine con le informazioni genetiche date volontariamente dai loro familiari. Al di fuori delle banche dati pubbliche, i dati genetici conservati in quelle private possono invece essere ottenuti dietro un mandato di comparizione.

Secondo i ricercatori, le richieste di dati privati inoltrate delle forze dell'ordine sono destinate ad aumentare, a seguito della sempre maggiore diffusione di questi metodi d’indagine. Anche se il Dna è un potente strumento per risolvere i crimini, sorge la questione riguardo quali corpi di polizia potrebbero avervi accesso e dell'unione dei dati genetici provenienti da server pubblici e privati.

Secondo questi “scienziati” l'istituzione di una banca mondiale del DNA sarebbe più produttiva, meno discriminatoria e garantirebbe una maggiore privacy, poiché permetterebbe di superare alcuni pregiudizi collegati agli attuali database forensi, che sono costituiti in gran parte da campioni di persone arrestate o condannate generalmente giovani e di colore, a differenza di quelli privati che invece hanno il Dna di persone bianche.

Siamo al paradosso! Come è possibile affermare che una schedatura definitiva completa e sistematica della popolazione (perché questo in sostanza è stato proposto, nascosto con il nome di “Banca dati universale del DNA per la medicina forense”) come possa garantire maggiore privacy.

Viviamo in un mondo in cui ogni aspetto della nostra vita è ormai osservato, catalogato e studiato attraverso la massiccia raccolta di dati che avviene con ogni mezzo, dagli smartphone, ai computer, dagli ormai onnipresenti oggetti SMART (connessi alla rete), alle carte fedeltà o di pagamento, dai miliardi di telecamere con riconoscimento facciale poste in ogni dove nelle città e nei centri commerciali, fino ai satelliti che scrutano dall’alto ogni cosa. Continuamente ogni cosa che facciamo è osservata, ogni parola pronunciata è registrata. In tutto questo, mentre la “propaganda” spinge sempre più verso l’integrazione uomo macchina iniziando ad esempio, dalla promozione all'uso dei microchip sottocutanei già diffusi in molti Paesi dell’Europa settentrionale, il concetto di privacy, ultimo apparente baluardo di quella una pallida idea che chiamiamo ancora libertà, viene minacciato.

Con l’introduzione della carta d’identità elettronica (che ha imposto il prelevamento delle impronte digitali, già proposto in precedenza per il rilascio dei passaporti) la "schedatura classica" sistematica delle persone, fin dai bambini, è divenuta una realtà.

Fino a una decina di anni fa, o poco più, la schedatura classica, cioè la raccolta delle generalità (nome, cognome, età, sesso, altezza, peso, ecc.) dei segni particolari e distintivi (come foto del volto di fronte e di profilo e le impronte digitali) che oggi sono genericamente chiamati “parametri biometrici”, era riservata ai criminali. Una volta tratti in arresto, si passava appunto a “schedare” il criminale o presunto tale.

Oggi, il medesimo trattamento è riservato indiscriminatamente a tutta la popolazione, ma nessuno sembra essersi indignato per questo. La scusa è quella di garantire maggiore sicurezza ma, la realtà dei fatti dimostra che non è assolutamente così.

In quelle che noi continuiamo a chiamare impropriamente “democrazie” l’ingerenza dello Stato, si fa sempre più pressante e coercitiva. Non si è più propriamente liberi di manifestare pubblicamente, sebbene non si calunni, insulti o diffami nessuno, il proprio pensiero se questo non è conforme ad alcune idee dominanti (il riferimento è alle leggi sul negazionismo). Non si è più padroni del proprio corpo e della propria salute (il riferimento è ai crescenti e sempre più diffusi obblighi vaccinali).

In Francia, spesso considerata patria della democrazia in Europa (poiché i principi democratici erano francesi erano stati “importati” dai nascenti Stati Uniti, nel 1776), le cose vanno addirittura peggio. È stata infatti proposta dal “democratico” Macron, l’istituzione di un tribunale deputato a stabilire, in perfetto stile orwelliano, cosa sia vero e cosa no. Un “ministero della verità” insomma.

Oggi dai “democraticissimi” Stati Uniti, quelli che esportano la “democrazia” con le bombe e che spiano tutti, Governi amici e nemici e l’intera popolazione mondiale,  si propone di istituire l’ennesimo, ma non ultimo dato che il microchip sottocutaneo non è ancora obbligatorio, strumento di controllo, come la banca dati mondiale del DNA.

Possibile che nessuno si ponga la questione riguardo la minaccia che questo eventuale sistema di raccolta dati, pone alla libertà personale e alla democrazia.

È davvero necessario dover ricordare che questi dati, conservati su server, potrebbero finire nelle mani sbagliate? Ogni sistema informatico è violabile, non solo da hacker criminali ma, soprattutto (Edward Snowden docet) dai Governi, che possono legalmente o illegalmente accedere a questi dati e farne ciò che vogliono. La concentrazione di dati nelle mani di pochi, costituisce una seria minaccia alla libertà e alla democrazia. Le informazioni sono la primaria fonte per l'ottenimento o il mantenimento del potere!

Solo per fare un esempio, sostituire sui server il nome di un profilo genetico con un altro, può determinare l’accusa o l’assoluzione di una persona. Pensate davvero che queste cose non possano accadere o che ci sarà qualcuno che potrà mai garantire che ciò non accada?

Negli ultimi anni è già la seconda volta che la rivista Science pubblica una proposta di raccolta massiva e sistematica del DNA di tutta la popolazione. Anche nel precedente caso, avvenuto nel gennaio del 2017, la proposta veniva da scienziati statunitensi.

Nel frattempo altri Paesi (Italia compresa) hanno istituito i propri centri di raccolta del DNA. Per il momento dei soli carcerati ma si sa, come già avvenuto ad esempio per i vaccini, una volta fatto accettare alla popolazione il provvedimento in linea di principio, ad allargare la platea degli obbligati si fa presto, è solo il passo successivo.

Parallelamente continuano le iniziative private per creare banche dati del DNA (come quella dell'industria farmaceoutica Astra Zeneca).

Ma l’opinione pubblica dov’è? I Mass media? E gli scienziati nostrani cosa ne pensano?

Secondo il genetista Giuseppe Novelli, intervistato dalla’agenzia ANSA, si tratta di una proposta interessante, ma che suscita diverse perplessità: "Al momento ci sono pochi dati a supporto dell'idea che una banca dati universale possa aiutare a ridurre il crimine. Prima di dire che è efficace e ha dei benefici, bisognerebbe sperimentarla almeno in uno stato per alcuni anni e vederne l'impatto". Secondo Novelli sarebbe meglio usare banche dati del genere "per identificare i cadaveri senza nome o nei luoghi dei disastri di massa".

Se questo rappresenta il massimo della discussione, appare chiaro quindi, che siamo già oltre. Non si discute se sia opportuno istituirla o meno, quanto piuttosto cosa farne dei dati raccolti.

Siamo o stiamo andando, ormai verso un futuro orwelliano in cui chiameremo “democrazia” la dittatura, tanto per illuderci di essere ancora liberi.

Quando i nostri figli, o più probabilmente i nostri nipoti, guarderanno alle nostre generazioni odierne, piangeranno pensando a quanto avevamo ottenuto a livello di diritti e libertà, e a quanto abbiamo perso senza fare assolutamente nulla ma anzi, plaudendo e accompagnando ciascuna di queste privazioni illiberali e antidemocratiche con soddisfazione e sorriso sulle labbra, pensando che si tratti di complottismo. Ci ricorderanno con rancore a causa della nostra indifferenza, il nostro egoismo, il nostro egocentrismo che non ci ha permesso di unirci per fronteggiare il subdolo avanzare di questo autoritarismo che si respira ormai in ogni campo, dalla scienza alla politica.

Stiamo vivendo un nuovo medioevo. Anche se apparentemente più civilizzati, più tecnologicamente avanzati, mediamente più eruditi, enormi passi indietro sono stati fatti negli ultimi due decenni dal punto di vista del rispetto dei valori e dei diritti individuali e democratici. Distratti dai gadget tecnologici e dalla propaganda mediatica, la società moderna ha perso molti dei suoi principi e valori individuali e sociali.

Politica ed economia hanno utilizzato (e stanno utilizzando) il progresso scientifico e tecnologico per circoscrivere sempre più i diritti dei cittadini, facendosi sempre più oppressivi. In presenza dell’incapacità conclamata della gente di discutere di valori e principi, di identificare quelli comuni e di unirsi in difesa di questi, non resta che dire “si salvi chi può”, consapevoli che forse non c’è più alcun posto in questo mondo, dove cercare salvezza.

Stefano Nasetti

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InSight è giunta su Marte con un “equipaggio speciale”

Il 26 novembre 2018, alle 20:54 ora italiana, la sonda InSight è ammartata.

InSight è il 15/o veicolo a toccare il suolo marziano a partire dal 1971, quando sul pianeta rosso si era posato il sovietico Mars 2, distrutto durante la discesa. Non sono mancati i fallimenti delle missioni precedenti, se consideriamo che solo 7 missioni su 16 sono state pienamente operative. L’ultimo fallimento risale a poco più di due anni fa. Il Lander Schiaparelli dell’ESA, si schiantò sulla superficie del pianeta rosso a causa del malfunzionamento di un software. Oggi sono al lavoro su Marte altri due veicoli, entrambi della Nasa: Curiosity, che era arrivato nel 2012, e Opportunity, del 2004. Molti di più sono quelli ancora operativi se consideriamo anche gli orbiter:

  • Mars Odissey in orbita intorno a Marte dal 24 ottobre 2001, era stata inviata con l’obiettivo di trovare tracce di acqua sul Pianeta Rosso. In questo momento è usato come ripetitore tra Opportunity e la Terra;
  • Mars Reconnaissance Orbiter (MRO): lanciato il 12 agosto 2005 ed entrato in orbita il 10 marzo del 2006. Sta tuttora analizzando il pianeta alla ricerca di un luogo idoneo all’atterraggio per missioni future. Attraverso le sue immagini ad altissima risoluzione e a una strumentazione d’avanguardia (almeno all’epoca del lancio), aveva ed ha ancora, l’obiettivo di analizzare la geologia e l’atmosfera del pianeta. Grazie alle immagini di MRO era stata scoperta sul suolo marziano già dal 2017, la presenza di rivoli d’acqua stagionale, scoperta annunciata ufficialmente dalla Nasa solo nel settembre 2016.
  • MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN): la missione ha come obiettivo lo studio del clima di Marte. Orbita intorno al pianeta dal 22 settembre 2014.
  • Mars Express: missione dell’ESA lanciata il 2 giugno ed entrata nell’orbita di Marte il 25 dicembre 2003. Era composta dal modulo Mars Express Orbiter (ancora in funzione), che ha mostrato per la prima volta e con dettagli inaspettati la Valles Marineris, e dal lander Beagle 2 (non più operativo), scomparso fino al 16 gennaio 2015 (trovato poi da MRO).
  • Orbiter Mission Mars: prima missione marziana indiana. La sonda chiamata anche Mangalyaan (veicolo marziano in sanscrito) è arrivata sul pianeta rosso il 24 settembre del 2014.
  • ExoMars: missione dell’Esa, composta dall’omonimo orbiter (ancora operativo) che ha il compito di studiare l’atmosfera Marziana, e dallo sfortunato lander Schiaparelli.

In somma, InSight è in buona compagnia e dopo aver viaggiato assieme a due minisatelliti Cubesat MarCO A e B (acronimo di MARs Cube One, che hanno avuto il compito di trasmettere i primi segnali di InSight dal suolo di Marte) avrà il compito di esplorare il sottosuolo marziano.

Rob Grover, responsabile della fase Edl (entrata, discesa e atterraggio) di InSight, aveva spiegato così la scelta del sito di ammartaggio, nella regione Elysium Planitia: "Questa regione vulcanica, in prossimità dell'equatore, sembra essere ancora geologicamente attiva e rappresenta il luogo ideale per studiare il mantello e il sottosuolo marziano”.

Come si evince facilmente da questa dichiarazione, infatti, Marte non è più considerato un pianeta morto.

La missione InSight non sarebbe neanche stata progettata se i dati delle precedenti missioni, sia quelle ancora attive, sia quelle ormai terminate, non avessero stravolto completamente l’idea trentennale che la comunità scientifica si era fatta di Marte, sulla base delle poche immagini e dati raccolti dalle missioni Mariner e Viking degli anni ’70.

Fino a qualche anno fa infatti, l’idea prevalente di un Marte freddo, arido, inospitale alla vita, geologicamente morto era ormai considerata una certezza. Le missioni che sono state progettate dalla metà degli anni ’90 fino ai primi del nuovo millennio, avevano lo scopo di cercare conferme a questa idea.

I dati raccolti però non solo non hanno confermato questa idea, ma l’hanno addirittura smentita completamente.

Scoperte sensazionali si sono avute senza soluzione di continuità:

Tutte queste evidenze hanno aperto scenari inimmaginabili solo vent’anni fa, obbligando a ridiscutere l’idea che l’uomo aveva di Marte, del suo passato e del suo futuro.

Nell’ultimo decennio, infatti, anche i privati (come Space X di Elon Musk e MarsOne di Bas Lansdorp) hanno iniziato a sviluppare progetti per colonizzare Marte.

Sì, perché scoprire che il pianeta presente caratteristiche tali da poter consentire ancora (con i dovuti accorgimenti) il sostentamento della vita è un qualcosa di veramente rivoluzionario.

Ma in attesa che qualcuno di questi progetti possa veramente venire alla luce e consentire così all’uomo di calcare le sabbie di Marte, si continuano a cercare conferme alla nuova idea di un Marte ancora vivo. Si sa, scardinare delle idee decennali è difficile, soprattutto in ambito scientifico dove, nonostante ci si dovrebbe basare sull’evidenza dei dati, troppi sono gli interessi, di lobby e gruppi di potere ma anche semplicemente personali, che sottintendono le logiche di gestione della scienza, del suo sapere e della divulgazione presso il pubblico.

InSight proverà a fornire altre conferme e, come dice il suo nome (letteralmente “guardare dentro”) avvalendosi di un sismografo e di una sonda, misurerà la temperatura fino alla profondità di cinque metri, rivelando così se all'interno del pianeta rosso esista ancora una forma di calore. 

Se l’ipotesi fosse confermata, si potrebbe dedurre che l’acqua salata scoperta nel luglio 2018 sotto i ghiacci del polo sud Marziano, potrebbe essere addirittura più calda di quanto si pensi, aggiungendo così un nuovo tassello alle probabilità di trovare forme di vita marziane.

Mentre si cercano segni di vita marziana, e in attesa che l’uomo arrivi fisicamente sul pianeta rosso, InSight ha virtualmente portato la prima colonia umana su Marte.

Una colonia molto numerosa, composta di 2.429.807 persone di tutto il mondo (gli italiani sono 75.093, l’Italia è il sesto Paese più rappresentato dopo Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Turchia) che, aderendo ad una campagna di divulgazione scientifica della Nasa, hanno potuto scrivere il proprio nome su due chip di silicio di appena 8mm montati su InSight.

Dopo un viaggio di quasi sei mesi e di quasi 100.000.000 di km, all’ammartaggio di InSight del 26 novembre 2018, simbolicamente una parte di queste persone, rappresentato dal loro nome, è giunta per la prima volta su un altro pianeta e lì vi rimarrà forse per sempre.

Un’idea romantica ma anche di forte impatto mediatico. Chissà se un giorno qualcuno, ritrovando InSight su Marte, riuscirà a recuperare il chip e vedere i nomi scritti sopra. Chissà se questi nomi sono stati davvero i primi nomi propri di forme di vita intelligenti a essere presenti su Marte. Chissà se sono stati i primi nomi di esseri umani a giungere sul pianeta rosso. Chissà se saranno gli ultimi.

Le prossime missioni Mars2020 della Nasa ed Exomars2020 dell’Esa forse potranno rispondere a queste domande. Nel frattempo ogni possibilità resta sul tavolo….

Stefano Nasetti

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Un faro terrestre per alieni

Nell’immaginario collettivo l’ipotesi di un contatto extraterrestre è un qualcosa di altamente inverosimile. Per chi basa le proprie idee esclusivamente su ciò che è diffuso dalle autorità politiche e scientifiche attraverso i mass media mainstream, scienza e politica non si occupano di alieni.

Secondo questa diffusa ma errata idea, la ricerca di vita extraterrestre si concentra su forme di vita abbastanza semplici, come batteri ad esempio, e non a forme di vita più complesse o addirittura a civiltà intelligenti. Secondo il concetto di “vita” stabilito dalla Nasa “la vita è un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”. Sul medesimo concetto si basano dunque tutti i centri di ricerca spaziale.

Si è dunque portati a pensare che la possibilità di un reale contatto con forme di vita aliene intelligenti, sia materia per illetterati ricercatori alternativi e ufologi di ogni sorta, spesso dipinti dai mass media come persone facilmente suggestionabili e completamente a digiuno di materie scientifiche.

Come diceva Einstein però “L’irriflessivo rispetto delle autorità è il più grande nemico della verità”, ed anche in questo caso ciò che si ritiene “reale” perché solo perché ufficialmente affermato, si rivela completamente errato.

Esistono in ambito politico, numerosi trattati, accordi e regolamenti tra nazioni, che stabiliscono quale debba essere il comportamento da tenere in caso di “contatto” ufficiale con civiltà aliene. Sebbene tutto questo non confermi l’esistenza di tali civiltà, né tantomeno di un contatto già avvenuto, conferma almeno il fatto che la possibilità è tutt’altro che remota, improbabile e inverosimile come invece si vuol far credere.

Se il fenomeno Ufo non esiste, se il contatto con altre civiltà aliene fosse assai improbabile (come spesso si sente ripetere richiamando ogni volta il famoso paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti?), perché emanare questo tipo di regolamenti e vademecum in caso di contatto alieno?

Potrebbe sembrare questa una semplice dissertazione filosofica, se anche la scienza non si fosse preoccupata in passato e anche oggi, di compiere studi per provare a trovare e stabilire un qualche contatto con civiltà non terrestri.

I messaggi contenuti nel Voyager Golden Record, imbarcato sulle sonde Voyager inviate all’esplorazione del nostro sistema solare nel 1977, il progetto SETI (Serch Extraterrestrail Intelligence) nato negli USA alla fine degli anni ’50 e finanziato ancora oggi da alcuni Paesi attraverso vari organismi statali (in Italia se ne occupano alcuni importanti astrofisici dell’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica – come Claudio Maccone e Stelvio Montebrugnoli) o il progetto Breakthrougt Listen finanziato da privati ma sostenuto da importanti scienziati di fama mondiale come Stephen Hawking, solo per citare i più conosciuti, sono lì a dimostralo.

Tuttavia, ogni qualvolta che s’intraprende una discussione sull’argomento "alieni", s’incappa nell’immancabile saccente e pedante ossequioso delle teorie dominanti che, sebbene non abbia probabilmente mai letto alcun libro di astrofisica o di astronomia, non conosca nulla di biologia, di storia o più in generale di scienza, interviene con supponenza “a gamba tesa” nel dibattito per ricordarci che “nulla può viaggiare più veloce della luce” e che quindi, “considerate le enormi distanze che separano le stelle, il contatto con altre civiltà, qualora esistessero contemporaneamente alla nostra, sarebbe comunque impossibile”.

Nulla vale in questi casi, far presente al presunto genio di turno, che misurare ciò che è possibile o impossibile, ciò che è reale e ciò che non lo è, utilizzando l’uomo, la sua attuale conoscenza e le sue odierne capacità tecnologiche, come “unità di misura dell’universo” è un atto di presunzione e arroganza. La storia stessa della scienza (se la si conoscesse) è lì a testimoniare quanto ciò sia errato.

Se anziché ascoltare certe “autorità”, accettare e ripetere pedissequamente ciò che si è capito (che a volte non corrisponde neanche a ciò che è stato realmente detto), ci si provasse a documentare direttamente e non per interposta persona forse la propria assurda idea cambierebbe. Sarebbe sufficiente sfogliare riviste scientifiche ufficiali o frequentare i siti delle varie agenzie spaziali o degli organismi scientifici, se proprio si ha un’idiosincrasia per i libri, per rendersi conto che ciò che è mediaticamente diffuso, non corrisponde poi all’idea di fondo che invece sottintende molte ricerche scientifiche e molti progetti di enti scientifici governativi.

Nei miei libri o nei miei articoli ho sempre cercato di portare in evidenza questo aspetto ma, siccome l’analfabetismo funzionale è ormai dilagante, forse soprattutto in chi si uniforma proprio al pensiero dominante, il concetto fatica ad essere compreso. Come si dice “a lavar la testa al somaro si perde il tempo, l’acqua e sapone”.

Personalmente non o alcuna verità da dispensare, tuttavia invito ancora chi ancora ritenga che la scienza non si occupi veramente del contatto con civiltà extraterrestri, a documentarsi su quante numerose siano le ricerche pubblicate ogni anno sulle principali riviste scientifiche internazionali, che trattano seriamente l’argomento.

La possibilità è ritenuta talmente tanto concreta, anche in ambito scientifico, che è vivo il dibattito tra gli scienziati che ritengano “utile” un contatto con civiltà extraterrestri, probabilmente più avanzate di noi, e chi invece non manchi occasione di invitare l’umanità a evitare tutto questo.

A tal proposito vorrei citare in questa sede due ricerche, pubblicate in anni diversi da astronomi di Paesi e università diverse, che hanno proposto l’utilizzo di una tecnologia simile, in merito al possibile contatto alieno, con scopi diametralmente opposti.

Il primo studio a cui mi riferisco, è stato pubblicato nel 2016 sulla rivista Monthly Notice of the Royal Astronomici Society per opera di due astronomi americani della Columbia University di New York.

Partendo dal presupposto che esistano gli alieni (o altrimenti dovremmo pensare che siano stati presi da un raptus di follia o perché non avevano altro da fare) e che questi possano non essere amichevoli nei nostri confronti, hanno studiato attraverso complicati calcoli matematici, la possibilità di realizzare una sorta di raggio laser in grado di compensare il calo di luminosità che la Terra crea durante il suo transito davanti al Sole, celando, di fatto, l’esistenza del pianeta a un’eventuale civiltà aliena alla ricerca di pianeti abitati. Di questo studio ne ho ampiamente parlato in un mio precedente articolo che invito a leggere.

Poche settimane fa (nel mese di novembre 2018) è stata invece la volta di uno studio dei ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Si sa la ricerca di segnali di vita intelligente nel cosmo è da sempre uno dei motori dell’esplorazione spaziale. Sebbene personalmente come ho già avuto modo di affermare, la ricerca di segnali radio fatta attraverso i sopracitati progetti (dal SETI in poi) dovrebbe essere considerata solo come “fumo negli occhi” dell’opinione pubblica, considerati i limiti teorici e tecnologici di tali progetti, questo tipo di ricerche continuano tuttora. Dalle emissioni radio ai segnali luminosi, i candidati passati in rassegna per stanare possibili civiltà intelligenti extraterrestri sono stati molteplici, fino ad oggi senza successo.

Gli scienziati del MIT hanno provato a ribaltare la questione. Se invece di cercare gli alieni provassimo ad attirare la loro attenzione? Questa proposta è stata avanzata in una nuova ricerca del MIT americano, secondo cui le moderne tecniche laser potrebbero, in linea di principio, essere utilizzate per costruire una sorta di gigante faro sul nostro pianeta, con un fascio di luce talmente potente da riuscire a raggiungere punti molto lontani nell’universo – fino a 20mila anni luce di distanza.

Nell’articolo pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal, gli autori presentano un vero e proprio studio di fattibilità.

Secondo i ricercatori americani, il progetto sarebbe attuabile già con la tecnologia oggi a nostra disposizione. I due elementi principali sono un laser da 1 o 2 megawatt e un telescopio di circa 40 metri attraverso cui far passare la luce del laser. Attraverso questa combinazione, si produrrebbe un fascio di radiazione infrarossa tale da distinguersi dalla luce del nostro Sole. Ciò evidenzierebbe, agli occhi di una civiltà aliena che magari sta guardando proprio nella nostra direzione, come un inequivocabile segno della presenza di un’altra civiltà evoluta.

Non resterebbe dunque che scegliere il punto del cosmo verso cui puntare questo faro terrestre, sperando di intercettare gli strumenti di qualche astronomo alieno. Un buon candidato potrebbe essere il tanto discusso sistema planetario attorno a Trappist-1, una stella a circa 40 anni luce da noi che ospita 7 mondi, 3 dei quali considerati potenzialmente abitabili.

Ma la scienza non riteneva impossibile il contatto alieno?

Stefano Nasetti

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