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L’interno della Terra è diverso da come ci hanno insegnato.

Nonostante la nostra tecnologia, la struttura interna del pianeta che abitiamo è a tutti gli effetti qualcosa che sfugge alle nostre possibilità di esplorazione diretta. Le tecnologie di perforazione messe a punto in questi anni per raggiungere profondi giacimenti petroliferi, ci permettono di arrivare a circa 10 chilometri al di sotto della superficie terrestre, e il pozzo più profondo mai raggiunto ci ha portati a poco più di 12 chilometri di profondità: andare oltre richiederebbe uno sforzo tecnologico ed economico che nessuno, al momento, pare voler intraprendere. In più, i pozzi realizzati sul pianeta sono relativamente pochi e hanno permesso di ottenere limitate informazioni dirette sull'interno della Terra.

Un nucleo caldo denso e ferroso, un ampio mantello fluido omogeneo e un’eterogenea crosta dura ma sottile. Questi sono i tre principali strati da cui è composto l’interno del nostro pianeta, o almeno così si pensava fino a poco fa. Poi tutto è stato rimesso in discussione, almeno in parte.

Questo perché, tra i primi di aprile e la metà di maggio (2019), tre differenti studi, pubblicati su diverse riviste scientifiche, ed eseguiti da tre gruppi di ricerca indipendenti gli uno dagli altri, hanno messo in luce tutti i limiti della precedente “conoscenza scientifica”, basata su dati sommari e formulata in modo assolutamente semplicistico.

Le conseguenze di tali nuove evidenze, questa volta più oggettive, oltre a porre in evidenza ancora una volta, come alcuni assunti scientifici che sono spacciati e insegnati per verità assolute siano invece frutto di congetture semplicistiche, dimostrano come il mettere in discussione la scienza ufficiale, non rappresenti un atto sovversivo, ma sia invece un atto necessario per il progresso della scienza stessa.

Vi è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita (Gaston Bachelard).

Ma cosa è stato scoperto e cosa comporta tutto questo in ambito scientifico?

Secondo ciò che viene ancora insegnato nelle scuole e nelle università, l’interno della Terra è costituito essenzialmente dai tre strati sopra citati, un nucleo denso e ferroso, un mantello di rocce fuse e fluide e da una crosta sottile ma solida. L’interazione tra il nucleo di ferro fuso e denso e il mantello che gli scorrerebbe sopra in modo molto più fluido, darebbe origine a quella che è chiamata in ambito geologico, “geodinamo terrestre”. Si tratta sostanzialmente del meccanismo in grado di generare il campo magnetico terrestre. Il campo magnetico terrestre funge da “scudo” per proteggerci dai venti solari, che altrimenti avrebbero reso impossibile la vita sulla Terra. Il campo magnetico terrestre è ritenuto dunque la condizione essenziale per la vita sulla Terra (anche se ciò, dati alla mano, non è necessariamente vero, come ho già posto in evidenza nel mio ultimo libro).

Sulla base delle precedenti conoscenze (che oggi possiamo certamente definire sommarie) erano stati elaborati dei modelli per spiegare il bilanciamento delle forze che genererebbero il campo magnetico.

Per fare questo si era partiti da un solo dato certo, cioè che il campo magnetico esisteva e poteva essere misurato oggettivamente. Per spiegare in modo semplice, si aveva quindi il solo risultato dell’equazione, e sebbene si conoscessero (o almeno si pensava di conoscere) il numero dei termini che dovevano generare quel risultato, non se ne conosceva il reale “valore”, cioè il peso che ciascuno di essi poteva avere all’interno dell’equazione. Sulla base dunque, di sommarie informazioni, si erano attribuite in modo ponderato ma pur sempre “arbitrariamente”, dei valori alle forze in questione, per ottenere dei modelli che potessero determinare quel risultato.

Per capirci ancora meglio facciamo un esempio. Supponiamo che il risultato della nostra equazione sia 4. Supponiamo che questo sia il “valore” del campo magnetico terrestre. Siamo certi che sia questo perché lo abbiamo misurato. Riteniamo di sapere che siano solo tre i fattori (nucleo, mantello e crosta) che contribuiscono a determinare questo risultato ma abbiamo solo poche informazioni sulle caratteristiche di ciascuno di essi. Sulla base di queste informazioni decidiamo quindi di attribuire a questi fattori dei valori che riteniamo congrui, ad esempio attribuiamo al nucleo il valore 3, al mantello il valore 1 e alla crosta terrestre il valore 0 (questo perché secondo la teoria tradizionale, la crosta terrestre non contribuisce a generare il campo magnetico). Sulla base di questi valori (alcuni dei quali attribuiti in modo presunto e arbitrario), sviluppando l’equazione si era ottenuto il risultato di 4, che era il risultato che volevamo ottenere. Non si può certo dire che l’equazione così ricostruita rappresenti con esattezza la realtà, ma si può certamente affermare che potrebbe rappresentare una possibilità, una probabilità ma non una certezza, non una verità.

Tuttavia fino ad oggi, la spiegazione sulla composizione interna del nostro pianeta e dell’origine del campo magnetico terrestre, è stata (ed è ancora insegnata) in questo modo, cioè come se fosse una realtà oggettiva e non una teoria molto aleatoria e ancora tutta da dimostrare.

Con la pubblicazione di questi tre nuovi studi, oggi finalmente sappiamo che gran parte di tutto quello che ci è stato insegnato andrebbe cestinato.

Infatti, non solo è stata fatta nuova luce sulla non omogenea composizione del nucleo e del mantello, ma la nuova consapevolezza dell’eterogeneità di ciascuno di questi strati, mette necessariamente in discussione la teoria stessa della generazione del campo magnetico terrestre. L’attribuzione delle forze nell’equazione che porta alla spiegazione del “valore” del campo magnetico terrestre è completamente da riformulare.

Che cosa è stato scoperto e cosa dicono questi tre studi? Andiamo con ordine.

Il primo dei tre studi a essere recentemente pubblicati sulla questione, è stato quello pubblicato nel mese di aprile 2019 sulla rivista Nature Geoscience coordinato dall’Università di Lisbona e che vede tra i suoi autori, anche l’italiano Manuele Faccenda dell’Università di Padova.

Utilizzando la tomografia sismica (cioè lo studio della velocità di propagazione delle onde sismiche nel sottosuolo), una sorta di Tac medica che fornisce una “visione” della struttura interna della Terra, i ricercatori hanno analizzato in modo approfondito il mantello terrestre, nei pressi dei fondali dell’oceano Pacifico, nelle vicinanze “dell’anello di fuoco”.

Dai dati è emerso chiaramente che il mantello terrestre è diverso dal previsto. Nei suoi strati più profondi non è un fluido, come si pensava, ma un solido duttile che si deforma molto lentamente, come il ferro quando viene forgiato dal fabbro. Finora si era sempre pensato che in questa parte del mantello terrestre, detta inferiore, la roccia non fluisse quasi per niente, a differenza di quanto avviene nella zona superiore.

Lo sprofondamento dei fondali terrestri e l'aumento del fluire nel mantello terrestre è dovuto probabilmente, al movimento dei cristalli di roccia che si formano nelle profondità terrestri, che cambiano orientamento tutti insieme nella stessa direzione. Questa lenta ma continua deformazione del mantello terrestre inferiore è trasmessa in superficie alle placche tettoniche più rigide, che muovendosi causano i terremoti. "Con questo nuovo approccio – ha dichiarato Manuele Faccenda all’Agenzia Ansa - potremo capire come il nostro pianeta sia arrivato ad avere la configurazione attuale".

Sebbene gli studiosi non ne abbiano fatto esplicita menzione, la scoperta è importantissima perché evidenzia un sostanziale errore in quella che era ritenuta una conoscenza scientifica oggettiva in merito alla composizione del pianeta e a tutto ciò che da essa deriva.

Lo studio infatti, ha stravolto un primo parametro della nostra equazione. Il mantello terrestre non è fluido e omogeneo, ma assolutamente eterogeneo e addirittura “solido” negli strati più profondi, quelli cioè che dovrebbero essere a contatto con il nucleo e dalla cui interazione si ritiene si generi il campo magnetico.

Il secondo studio è stato pubblicato nel mese di Maggio (2019) su National Academy of Sciences da un team dell’Università di Yale. Lo studio sembra aver individuato un fattore chiave per spiegare il flusso del campo magnetico terrestre: l’immiscibilità, che in chimica indica il comportamento particolare di due liquidi che non tendono a formare una miscela omogenea.

Tanto per fare un esempio, il fenomeno è osservabile nella vita di tutti i giorni, ad esempio quando condiamo un’insalata, quando l’olio e l’aceto non si uniscono ma tendono a separarsi, così come accade anche quando versiamo dell’olio in un bicchiere già pieno di acqua.

Gli scienziati di Yale hanno osservato lo stesso fenomeno all’interno della Terra. La fusione a temperature simili a quelle presenti nel nucleo terrestre di leghe di ferro, contenenti silicio e ossigeno, formerebbe due dunque liquidi distinti.

Gli esperimenti condotti fino ad oggi hanno riguardato fusioni di leghe metalliche effettuate o a pressione atmosferica o simulando la pressione presente nel mantello superiore della Terra, situato tra la crosta terrestre e il suo nucleo. Ciò conferma dunque eterogeneità del mantello già posta in evidenza dai rilevamenti dello studio precedente. Ma non è tutto! Infatti, gli scienziati hanno individuato lo stesso fenomeno d’immiscibilità non solo nel mantello, ma anche nel nucleo della Terra.

Come detto, ancora più in profondità, a circa 2.900 chilometri sotto la superficie, appena sotto il mantello c’è il nucleo esterno – uno strato di ferro fuso con uno spessore stimato di 2.000 chilometri, che costituisce, assieme al mantello inferiore, la fonte del campo magnetico terrestre.

Sebbene questo liquido bollente renda il nucleo esterno ben “miscelato”, è emersa la presenza di uno strato liquido distinto nella parte superiore. Le onde sismiche che si muovono attraverso il nucleo esterno viaggiano più lentamente in questo strato superiore di quanto non facciano nel resto del nucleo. 

Il fenomeno era già noto e, per spiegare questa maggiore lentezza, erano state formulate diverse teorie, ma senza alcuna dimostrazione sperimentale o teorica.

Combinando esperimenti in laboratorio con simulazioni al computer, il team di ricercatori ha riprodotto le condizioni del nucleo della Terra.

I risultati mostrano due distinti strati liquidi fusi: un primo composto di ferro e silicio, povero di ossigeno e un secondo liquido ferroso composto da silicio e ossigeno. Poiché quest’ultimo è meno denso, tende a salire verso l’alto formando uno strato di liquido ricco di ossigeno.

I risultati, aggiungono un tassello in più nella nostra comprensione dell’evoluzione della Terra e gettano una nuova luce sui cambiamenti del campo magnetico terrestre nel corso del tempo.

Questo secondo studio quindi, ci ha confermato che il mantello è composto di almeno due strati tra loro assai diversi, uno più fluido e l’altro più solido, conclusione a cui era giunto il precedente studio, ma poi ci ha detto anche che il medesimo fenomeno è osservabile nel nucleo.

Ciò significa che se prima per ricostruire l’equazione che porta come risultato la creazione del campo magnetico terrestre, si era tenuto in considerazione la presenza di tre distinti strati eterogenei tra loro in termini di composizione e densità, ma ciascuno di essi assolutamente omogeneo al proprio interno, oggi sappiamo che i fattori da tener presente sono almeno 5 (nucleo interno ed esterno, mantello superiore e inferiore e crosta terrestre).

L’ultimo studio pubblicato in ordine di tempo ha aggiunto un’altra variabile. Apparso sul numero di Maggio 2019, sulla rivista Nature Geoscience, lo studio compiuto dal gruppo dell'università dello Utah guidato da Sarah Lambart, ha affermato senza mezzi termini che il mantello terrestre non è “uniforme” come appare nei libri di scuola o nei modelli scientifici, ma è molto più eterogeneo e la sua composizione è così variegata da ricordare i quadri di Jackson Pollock, con macchie ben delineate di colori decisi che non si mescolano tra loro.

La mappa di minerali accumulati nel mantello terrestre (fonte: Sarah Lambart/University of Utah)

Analizzando la lava che sgorga dalle dorsali oceaniche che si trovano nel mezzo del fondo oceanico e generano nuova crosta oceanica, i ricercatori hanno voluto capire come appare il mantello prima di risalire in superficie come lava. Per farlo hanno studiato i minerali che si accumulano e si cristallizzano per primi quando il magma entra nella crosta terrestre. Hanno così analizzato i campioni centimetro per centimetro, per individuare le variazioni negli isotopi di stronzio e neodimio, che indicano la diversa composizione chimica del materiale del mantello che viene dai distinti tipi di roccia. 

La prima a sciogliersi, come la crosta più antica, può creare dei canali che possono trasportare il magma fino alla superficie. La fusione di un altro tipo di roccia può fare lo stesso. Il risultato finale è una rete di canali che convergono verso le dorsali oceaniche ma non si mescolano, come le strisce di colore dei quadri di Pollock.

Il nuovo studio quindi, ci dice che non è possibile considerare la Terra come fosse composta da strati omogenei al loro interno, come se fossero gli strati di una cipolla. Al contrario, ciascuno strato è eterogeneo al suo interno e può presentare alla medesima profondità, situazioni diametralmente opposte, cioè strati fluidi o strati addirittura solidi, a seconda della composizione chimica dei minerali presenti in quel punto del pianeta.

Oltre quindi ad affermare che ciò che ci è stato insegnato in merito alla struttura interna del nostro pianeta è sbagliato, l’autrice dello studio ammette candidamente che “Serve un nuovo modello geodinamico della Terra per spiegare coerentemente ciò che abbiamo scoperto nelle rocce", come a dire che ciò che pensavamo di aver capito dell’origine forza che ci consente di essere qui (cioè il campo magnetico terrestre) è sbagliato.

Se per “l’uomo della strada” questa conclusione può sembrare poco rilevante, ma dal punto di vista scientifico questa nuova consapevolezza ha una portata molto ampia. Infatti, non solo impone ai geologi e ai geofisici di rivedere obbligatoriamente tutta quanta la teoria sulla composizione, la formazione e la storia geologica del nostro pianeta ma, da questo radicale cambiamento, sono investiti anche altri settori scientifici quali quelli della biologia, dell’astrofisica e dell’astrobiologia.

La biologia è coinvolta poiché i nuovi modelli che dovranno essere sviluppati sulla generazione del campo magnetico terrestre potrebbero “ridatare” la sua comparsa, e quindi influire sulle datazioni della comparsa della vita sulla Terra, le condizioni che si ritiene fossero presenti prima e dopo la comparsa del campo magnetico. Ciò potrebbe far rivedere alcuni aspetti della teoria dell’evoluzione.

L’astrofisica è chiama in causa perché, in assenza di specifiche conoscenze sugli oggetti celesti studiati, spesso il “modello terrestre” viene utilizzato per effettuare possibili ricostruzioni della vita di altri pianeti, come accade spesso nel caso di Marte e degli altri corpi celesti rocciosi del nostro sistema solare. Se oggi sappiamo che il nostro pianeta, la Terra, non è composto semplicisticamente da soli tre strati distinti ma omogenei, che interagiscono tra loro determinando campo magnetico e attività tettonica, dobbiamo necessariamente riformulare quanto è stato ipotizzato riguardo composizione, attività e origine anche degli altri pianeti, sia quelli del nostro sistema solare, sia quelli di altri sistemi.

Infine, l’astrobiologia è chiamata in causa poiché “dall’attività vitale di un pianeta” e dalla sua composizione interna, dipendono molte delle condizioni che riteniamo possano essere necessarie o sufficienti per ospitare forme di vita. Insomma, la nuova consapevolezza che l’interno del nostro pianeta è molto più complesso di quanto finora ritenuto, potrebbe restringere, ma molto più probabilmente ampliare, le possibilità che lassù, da qualche parte nel nostro sistema solare o nell’universo, la vita sia molto più diffusa di quanto immaginiamo.

Sebbene possa essere difficile da comprendere, la maggiore conoscenza sulla struttura e sulle dinamiche che riguardano il nostro pianeta, può comportare un sostanziale cambiamento riguardo la nostra visione dell’universo e del nostro posto in essa.

Stefano Nasetti

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Marte pianeta vivo

Da tempo si discute sull’origine del metano marziano. Infatti, nonostante fossero state avanzate perplessità sulla sua presenza, la recente e simultanea rilevazione del gas nell’atmosfera marziana, avvenuta nello stesso luogo e nello stesso periodo per merito di due differenti missioni, quella europea con la sonda orbitale Mars Express e quella Nasa con il rover Curiosity, non ha lasciato spazio a dubbi.

Oggi non solo sappiamo che il metano è presente nell’atmosfera marziana, ma sappiamo che ha dei picchi stagionali. Dato che il metano è un gas instabile, ed è soggetto a scomposizione per azione della radiazione ultravioletta (solitamente in un periodo massimo di 340 anni), la sua presenza variabile indica inequivocabilmente che sul suolo marziano è presente una fonte relativamente recente di questo gas.

Si dibatte da tempo sull’origine del gas. Sulla Terra la maggioranza di questo gas ha origine biologica, tuttavia sono presenti anche elevate quantità di metano abiotico, cioè originato da reazioni chimiche dei minerali presenti nelle rocce.

La contrapposizione tra chi propende per l’origine biologica del metano marziano, e chi invece parteggia per quella abiotica è una battaglia ideologica che va oltre le singole evidenze scientifiche.

Infatti, i due schieramenti coincidono essenzialmente tra gli scienziati più conservatori, che vogliono continuare a preservare l’idea di un Marte da subito freddo e secco, al punto da non aver avuto mai il tempo necessario per ospitare forme di vita, e quelli più aperti che, valutando le evidenze portate alla luce negli ultimi due decenni di esplorazioni del pianeta rosso, propendono per un Marte abitabile (e forse abitato, sebbene da forme di vita elementari) per lunghi periodi nel suo lontano, ma non troppo, passato. Insomma in ballo c’è la conservazione o il definitivo abbandono dell’idea dell’unicità della vita terrestre e dell’ottica antropocentrica che condiziona ancora pesantemente anche la scienza.

Se il passato umido e temperato di Marte è ormai un’evidenza scientifica, nonostante si continui a dipingerlo pubblicamente ancora come freddo e secco, la comunità scientifica sa bene che questa tradizionale idea va man mano cambiata, anche presso l’opinione pubblica.

Allo scopo di non destabilizzare in modo troppo repentino gli equilibri di potere all’interno del mondo scientifico accademico, si sta comunicando pubblica notizia di questo radicale cambiamento, in modo molto graduale. Questo perché si sta “preparando” gradualmente l’annuncio ufficiale del ritrovamento della vita al di fuori della Terra.

Per fare questo, infatti, è essenziale essere in grado di rispondere a tutte le domande in merito alle condizioni necessarie affinché la vita possa esistere ed essere riconosciuta tale.  Non si può semplicemente dire “Abbiamo trovato la vita su Marte” o “Su Marte c’è o c’è stata la vita” se fino a poco tempo prima si è ufficialmente e pubblicamente sempre sostenuto che la vita extraterrestre non è possibile (almeno nel nostro sistema solare).

Con cadenza quasi mensile quindi, vengono pubblicate notizie apparentemente “slegate” tra loro, ma che se analizzate complessivamente, confermano quanto ho avuto già modo di evidenziare nei post precedenti riguardo il pianeta rosso e quanto anticipato nel mio libro del 2018. Marte è stato ed è un pineta “vivo”, che è stato (e in forse è ancora) abitabile, e che è stato (e forse è ancora) abitato.

Decine sono gli studi ufficiali pubblicati che supportano queste affermazioni solo apparentemente rivoluzionarie.

In merito alla diatriba sull’origine del metano e sulle conseguenze di detta origine, se cioè la sua presenza indichi o no l’esistenza di forme di vita, è stato recentemente pubblicato uno studio molto interessante.

Sulla Terra, nel corso dell’ultimo secolo, gli scienziati hanno analizzato nel dettaglio l’origine organica dei combustibili fossili (gas naturale, carbone e petrolio). È, infatti, ormai noto che questi combustibili derivino dalla trasformazione, nel corso di milioni di anni, di sostanze organiche prodotte da piante e animali.

Come accennato in precedenza, esistono tuttavia alcuni combustibili fossili che hanno invece un’origine inorganica, e che per questo sono definiti idrocarburi abiotici. L’esempio più diffuso in natura è il metano, gas formato da un atomo di carbonio e quattro d’idrogeno, che può essere generato a seguito di processi inorganici negli strati più profondi del nostro pianeta. A differenza del comune metano biotico, prodotto da batteri o dalla degradazione di materia organica, il metano abiotico può avere origine da rocce non sedimentarie formatesi a grandi profondità all’interno della crosta terrestre.

Grazie ai risultati diffusi nel mese di Maggio (2019), frutto dello studio denominato  Deep Carbon Observatory  (Dco), oggi sappiamo che anche il metano abiotico non solo non esclude la presenza di vita, ma addirittura rafforza in un certo senso, alcuni aspetti legati alla sua comparsa e al suo sviluppo.

Il programma di ricerca, a cui partecipa anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma è un progetto della durata di 10 anni che ha coinvolto oltre 230 ricercatori da 35 nazioni, e che vedrà la sua conclusione solo il prossimo ottobre (2019).

Secondo gli esperti il metano abiotico potrebbe essere connesso allo sviluppo della vita sulla Terra quasi quanto il gemello biotico. Il motivo di tale conclusione sarebbe la grande quantità di metano abiotico presente sul nostro pianeta, più di quanto si pensasse. Tra gli esempi più affascinanti c’è il monte Chimera, nell’antica Licia, oggi corrispondente alla zona di Yanartas, in Turchia. Questa montagna era ed è tuttora famosa per i fuochi che per millenni vi hanno bruciato costantemente.

L’analisi dei depositi gassosi nel terreno attorno al monte Chimera non mostra traccia di residui organici decaduti; al contrario, la presenza di metano abiotico sembrerebbe spiegare perfettamente queste particolari emissioni in grado di generare combustione. Secondo i ricercatori, abbondanti depositi di metano di origine inorganica sarebbero rimasti intrappolati in queste zone al di sotto della superficie terrestre, dando il via a processi chimici a elevata infiammabilità. A seguito di movimenti sismici, le sacche di metano abiotico, avrebbero poi avuto la possibilità, nel corso del tempo, di raggiungere la superficie.

Gli scienziati del Dco hanno analizzato campioni gassosi raccolti dal monte Chimera stesso, ma anche da depositi simili trovati in Canada e in Oman. I risultati mostrano un possibile legame molto interessante – e del tutto inaspettato – tra il metano abiotico e l’origine della vita sul nostro pianeta.

Isabelle Daniel della Claude Bernard University di Lione, uno dei partner del progetto ha dichiarato: “Abbiamo trovato una curiosa firma biologica in campioni che al tempo stesso presentano tracce di metano abiotico. Sembra quindi che i microbi sappiano come utilizzare questo composto inorganico come combustibile”.

Secondo i ricercatori, si tratta di una delle prime prove della possibile trasformazione in natura da materia inorganica a materia organica: un fenomeno fondamentale non soltanto per spiegare la nascita della vita sul nostro pianeta, ma anche per cercare altre forme di vita nell’universo.

Comprendere i processi di formazione di questo idrocarburo sui nostri vicini planetari potrebbe gettare una nuova luce sui fenomeni chimici potenzialmente in grado di generare la vita.

Anche nel caso che quello marziano fosse metano abiotico quindi, non farebbe escludere la presenza di vita nel passato marziano, ma indicherebbe invece, a conferma sempre di tutto ciò che ho dettagliatamente riportato nel mio libro del 2018, che Marte abbia avuto le condizioni necessarie per accogliere e/o promuovere lo sviluppo della vita. Marte dunque potrebbe realmente essere stata la vera culla della vita nel nostro sistema solare.

Altro aspetto interessante della questione, è che le variazioni periodiche di metano presenti nell’atmosfera del pianeta rosso, nel caso si tratti di metano abiotico, stanno a testimoniare, sempre come anticipato nel libro, che contrariamente a quanto si ritiene, almeno pubblicamente, Marte è un pianeta ancora geologicamente vivo.

Come ho avuto più volte modo di sottolineare, questo è un aspetto essenziale per la possibile presenza di forme di vita.

L’attività geologica su Marte, tra l’altro recentemente registrata dalla sonda Nasa InSight, consentirebbe a eventuali sacche di metano abiotico di risalire in superficie e disperdersi nell’atmosfera marziana.

 

La scossa (il martemoto) è stata misurata il 6 aprile 2019, ovvero nel 128esimo giorno di missione di InSight. Il lander è dotato di un sismografo, chiamato Seis, che ha misurato per la prima volta la scossa. I dati raccolti da InSight sono ancora in fase di elaborazione, e ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo prima della conferma definitiva che si tratta di un sisma. La comunità scientifica propende tuttavia che il “martemoto” possa essere causato da un fenomeno interno al pianeta e non, ad esempio, dal vento: il sismografo, infatti, registra anche vibrazioni dovute al vento, che quindi non sono assolutamente sismiche.

Nei mesi precedenti, gli esperti Nasa avevano già registrato eventi apparentemente simili, ma li avevano quasi immediatamente esclusi. Almeno altre 3 scosse precedenti erano state registrate ma solo a livello di rumore. Quella del 6 aprile 2019 è stata un po’ più forte ma comunque rispetto agli standard terrestri, siamo ancora nel rumore di fondo. Sulla Terra non sarebbe un terremoto che farebbe notizia.

Sulla Terra la tettonica a placche è fondamentale per mantenere un clima in cui la vita può prosperare. Inoltre, senza l’interazione tra l’interno del pianeta e gli strati più superficiali, la convezione che guida il campo magnetico terrestre non sarebbe possibile, e senza un campo magnetico saremmo bombardati dalla radiazione cosmica.

La principale differenza rispetto al nostro pianeta è che mentre sulla Terra abbiamo la tettonica a placche, che genera i terremoti spostando le placche e le faglie, su Marte, così come la Luna, non dovrebbe esserci una vera e propria tettonica attiva, ma il raffreddamento del pianeta causa contrazioni del sottosuolo che possono dare origine a piccole scosse.

Tuttavia l’esistenza di un’attività geologica è considerata unanimemente una delle condizioni che possono aumentare in modo considerevole, la presenza di forme di vita.

Un team del Carnegie Institution of Science e che ha combinato diverse discipline, dalla biologia alla fisica, dalla chimica all’astronomia, provando a ricostruire le condizioni che hanno reso il nostro pianeta, un luogo abitabile, ha pubblicato sul numero di Science del maggio 2019, uno studio in cui invita la comunità scientifica a riflettere sull’importanza delle dinamiche interne di un pianeta, che sarebbero essenziali nel determinare la sua potenziale abitabilità.

Insomma, quasi non passa giorno senza che siano pubblicate notizie “apparentemente” slegate tra loro, che confermano direttamente o indirettamente quanto ho scritto, su basi rigorosamente scientifiche, ormai oltre un anno fa, riguardo al possibile (o probabile) passato e presente marziano.

Non sono un indovino, non ho avuto fortuna, non ho accesso a informazioni riservate. È stato sufficiente mettere insieme tutte le pubblicazioni scientifiche avvenute in questi anni sulle molte riviste internazionali del settore, e fare dei ragionamenti oggettivi esclusivamente sulla base delle evidenze scientifiche, per poi evidenziare le “conoscenze” sul pianeta rosso, delle culture umane del passato.

Un lungo lavoro che mi ha consentito di conoscere, capire e anticipare molte degli annunci che si stanno susseguendo e che si susseguiranno riguardo Marte, il suo legame con la vita e con la Terra.

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore


Maggiori informazioni https://illatooscurodellaluna.webnode.it/news/su-marte-c-e-un-intero-sistema-interconnesso-di-laghi-sotterranei/

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Indizi sul nostro passato dall'orbita terrestre?

Dall’ISS (acronimo di International Space Station) arrivano ormai da diversi anni, i dati di esperimenti condotti nello spazio, in assenza di gravità. Gli esperimenti riguardano diverse materie scientifiche e differenti aspetti di esse, da quelli strettamente tecnologici a quelli riguardanti la biologia. Soprattutto negli ultimi mesi sono arrivati dati, poi oggetto di studi, riguardanti la salute e i cambiamenti nel corpo umano dovuti alla lunga permanenza in assenza di gravità.

Questi esperimenti hanno l’obiettivo di comprendere quali sono gli effetti della microgravità e dell’assenza di gravità sulla salute umana, in modo da consentire di valutare rischi ed eventuali soluzioni, qualora nei prossimi anni, l’uomo sia in grado di avventurarsi nel nostro sistema solare con destinazione Luna e Marte, nell’ambito di missioni di lunga durata. I risultati di questi studi non riguardano però soltanto il nostro possibile futuro.

Dai risultati di questi studi sono emersi infatti, anche aspetti interessanti che possono in qualche modo riguardare la ricostruzione della nostra storia e l’interpretazione di alcuni scritti antichi, talvolta declassati a pura mitologia o a interpretazioni fantasiose.

In particolare, tra i tanti, sono stati pubblicati tre differenti studi sui dati provenienti dall’ISS che ritengo particolarmente significati proprio riguardo una più corretta e possibile ricostruzione del nostro passato.

In diverse culture del passato (distanti tra loro migliaia di chilometri e vissute in epoche differenti) è presente il racconto della discesa sulla Terra di esseri “venuti dalle stelle”, dotati di capacità sovrumane, di conoscenze avanzatissime rispetto a quelle popolazioni dell’epoca. Per tali motivi spesso le popolazioni antiche hanno finito per “divinizzare” queste figure (tutt’altro che etere, almeno stando ai racconti giunti a noi), adorarle e talvolta anche provare a imitarle nelle loro sembianze.

       

(Immagini nell'ordine: Raffigurazioni di crani allungati in Egitto; I Wandjina degli aborigeni australiani; Cranio allungato ritrovato in Perù; Confronto tra un teschio umano e quello dello Starchild)

In molte di queste culture queste divinità erano spesso descritte come esseri umanoidi e con crani molto grandi. Esistono molte raffigurazioni di esseri così descritti da Wandjina australiani ad alcuni faraoni egizi o come il teschio dello Starchild, tuttora senza valide spiegazioni. In molte culture si è poi diffusa la pratica della deformazione del cranio con cui, attraverso pratiche poco salutari come la fasciatura del cranio dei neonati, si tentava di “replicare” l’aspetto di questi esseri.

Sebbene la fasciatura del cranio possa avere, se prendiamo singolarmente ogni civiltà, anche altre spiegazioni dal punto di vista antropologico, rimane a oggi inspiegata la contemporanea e così diffusa presenza di questa pratica in popolazione del mondo non coeve e assolutamente (almeno dal punto di vista ufficiale) mai entrate in contatto tra loro.

È stata quindi avanzata l’ipotesi, rigettata ovviamente dalla scienza ufficiale, che le storie dell’arrivo di questi esseri dallo spazio possano avere un fondamento di verità.

Nel numero del mese di maggio 2019, sulla rivista Proceeding of the National Academy of Science (PNAS), è stata pubblicata la ricerca condotta da un team internazionale proveniente da Belgio, Russia e Germania. Il gruppo di ricerca ha ora scoperto un nuovo effetto sul cervello umano a seguito della prolungata permanenza nello spazio, individuando una possibile relazione tra i viaggi spaziali e l’accrescimento dei ventricoli cerebrali.

Il sistema dei ventricoli del cervello è costituito da canali interconnessi a spazi che si susseguono l’un l’altro contenuti nell’encefalo, che provvedono alla produzione del liquido cefalorachidiano (o liquor) e al suo smistamento nel sistema nervoso centrale.

La nuova ricerca ha analizzato i ventricoli cerebrali di 11 astronauti che hanno trascorso diversi mesi a bordo dell’Iss, per una media complessiva di 169 giorni nello spazio. Ciascuno di loro è stato sottoposto a risonanza magnetica prima del lancio, al ritorno dalla missione e infine di nuovo sette mesi dopo.

I risultati mostrano un aumento in media dell’11.6% delle dimensioni di tre ventricoli cerebrali dei cosmonauti appena tornati dallo spazio (immagine ad inizio articolo). Un aumento quindi assai significativo. Sette mesi dopo il termine della missione, i ventricoli restano in media ancora 6.4% più larghi rispetto alle dimensioni che avevano prima dell’esposizione alla microgravità.

Il prossimo passo sarà capire se si tratta di una modifica permanente, oppure che gradualmente si attenua con il passare del tempo.

La domanda ora è: se c’è una correlazione tra la permanenza nello spazio e l’accrescimento di alcune aree del cervello umano, lo stesso avviene anche in altre creature? Al momento non c’è motivo per ritenere che lo stesso effetto non avvenga anche su altri organismi biologici. Questi effetti sono permanenti? Possono legarsi a modificazioni genetiche e poi essere “trasmesse” geneticamente alle generazioni future?  D’altro canto grazie ai moderni studi riguardanti l’epigenetica, oggi sappiamo che le esperienze (anche emotive) di una persona si possono riverberare sul proprio DNA modificandolo e trasmettendo tali “memorie” ai figli.

Quando (e se) in un futuro, l’uomo viaggerà nello spazio con più continuità, le future generazioni umane di viaggiatori spaziali avranno crani sensibilmente più grandi rispetto a ora? Viene dunque da chiedersi: la descrizione di “antiche divinità” scese dal cielo sulla Terra in un lontano passato, a volte descritte aventi crani grandi e allungati, potrebbero essere stati effettivamente esseri di altri mondi abituati a viaggiare nello spazio e che hanno già subito questi effetti legati alla microgravità?

Nel marzo del 2017 è stato pubblicato un altro studio che riguarda questa volta alcune modificazioni genetiche avvenute nel genoma di uno dei due astronauti partecipanti al famoso Twins Study, il programma dell’agenzia spaziale americana dedicato ad analizzare gli effetti della microgravità nello spazio sul DNA di due gemelli.

Si tratta di Scott e Mark Kelly, entrambi astronauti, ma andiamo con ordine. I gemelli Kelly, essendo omozigoti, condividono lo stesso DNA. Inoltre fanno lo stesso mestiere, e quindi hanno avuto una vita piuttosto simile.

Questo ha ispirato la NASA ad attivare un nuovo filone di ricerca dedicato appunto allo studio dei gemelli, per trovare eventuali differenze biologiche tra i due Kelly prima e dopo l’ultima missione.

Ma c’è una grande differenza: Mark ha trascorso in tutto solo 54 giorni nello spazio, mentre Scott ha passato quasi due anni in orbita attorno al nostro pianeta, di cui un anno intero in una missione che si è conclusa nel marzo 2016.

E così, dal ritorno di Scott, gli scienziati hanno iniziato ad analizzare e confrontare i dati genetici dei due fratelli, per trovare eventuali cambiamenti causati dalla microgravità.

Lo studio sui gemelli Kelly ha dimostrato la resilienza e la robustezza di come un corpo umano può adattarsi ad una moltitudine di cambiamenti indotti dall’ambiente spaziale, come microgravità, radiazioni, disturbi circadiani, elevata CO2, isolamento da amici e famiglia e limitazioni dietetiche

I primi risultati, diffusi dalla NASA a gennaio 2017, avevano mostrato che effettivamente qualche differenza c’era: Scott, che ha passato molto più tempo nello spazio, presentava rispetto a Mark alcune alterazioni nell’espressione genica e nella metilazione del DNA, in altre parole quel meccanismo epigenetico usato dalle cellule per gestire appunto l’espressione dei geni.

I cambiamenti osservati riguardano le strutture che si trovano alle estremità dei cromosomi, chiamate telomeri. I telomeri "rappresentano l'orologio della cellula". Secondo quanto è noto in ambito scientifico, ciascuno essere umano nasce con i telomeri di una certa lunghezza e, ogni volta che la cellula si divide, i telomeri si accorciano un po'. Quando diventano troppo corti, la cellula non può più dividersi e inizia così il processo d’invecchiamento.

Quest’orologio cellulare deve essere finemente regolato per due motivi: da un lato, per permettere un numero sufficiente di divisioni cellulari garantendo così lo sviluppo dei diversi tessuti dell'organismo e il loro rinnovo (ogni essere umano vede ciclicamente e completamente “rinnovata” ciascuna cellula del proprio corpo in media nell’arco di circa sette anni); dall'altro lato, invece, deve evitare che avvenga una proliferazione incontrollata, tipica delle cellule tumorali.

Contro ogni aspettativa, in Scott, durante il volo spaziale, queste strutture si sono allungate rispetto a quelle del gemello Mark.

Ciò comporterà una sua maggiore longevità rispetto al fratello rimasto sulla Terra? La scienza non sa ancora rispondere e non esclude questa possibilità.

È dunque possibile che la permanenza nello spazio possa “allungare” le aspettative di vita di un organismo?

D’altro canto questa possibilità era già stata in qualche modo paventata da Einstein con la sua legge della relatività. Secondo Einstein lo spaziotempo è una dimensione relativa. Lo scorrere del tempo è subordinato, infatti, alla velocità. Secondo Einstein dunque, il tempo scorre più lentamente quando si percorre uno spazio con maggiore velocità. Proprio come nel caso dei gemelli Kelly, Scott che ha orbitato per più tempo attorno alla Terra e dunque si è mosso a una velocità maggiore rispetto al fratello Mark rimasto a casa, è invecchiato meno.

Che Einstein avesse ragione era già stato dimostrato in passato con un esperimento che aveva visto due orologi atomici perfettamente sincronizzati, essere messi a confronto dopo che uno dei due era stato caricato su un aereo e aveva percorso il giro del mondo nell’arco di poche ore. Al ritorno l’orologio che aveva compiuto il giro del mondo, e dunque si era mosso più velocemente dell’altro, era indietro di alcuni miliardesimi di secondo. Il tempo quindi per l’orologio che aveva compiuto il viaggio, così come per Scott Kelly era trascorso più lentamente. L’aspetto più interessante è che l’allungamento dei telomeri nelle cellule di Scott Kelly sembrano aver “registrato” e confermato questa variazione di velocità nel trascorrere del tempo.

Il legame di questo studio con il nostro passato, risiede proprio nel possibile allungamento dell’aspettativa di vita in funzione di un viaggio nello spazio (e quindi nel tempo).

In molte delle civiltà del passato, alle divinità che hanno regnato in un’epoca spesso considerata antidiluviana su quei territori, è attribuita una longevità assolutamente inusuale per l’essere umano. Parliamo di regni durati centinaia o addirittura migliaia di anni. Ne abbiamo esempi nelle tavolette d’argilla note come Lista reale Sumera (conservata al British Museum), nel papiro egizio noto con il nome di Canone Regio (conservato presso il museo egizio di Torino) e ancora nella Bibbia dove, i discendenti di Abramo hanno età pluricentenarie che vanno però, via via a rifarsi più consone agli standard umani, col trascorrere dei millenni.

La domanda quindi è: lo studio sui gemelli Kelly, che ha evidenziato un allungamento dei telomeri (ritenuti responsabili della longevità) nelle cellule dell’astronauta Scott, può essere considerati un altro indizio che le storie e gli scritti antichi che narrano di esseri venuti dalle stelle, che hanno attraversando lo spazio sono giunti sulla Terra in un lontano passato, possano effettivamente contenere dei resoconti reali? Questi esseri avevano aspettative di vita così lunghe e anomale se rapportate all’uomo, perché erano abituati a viaggiare nello spazio?

Nel mio primo lavoro editoriale, esaminando l’episodio biblico dell’esodo del popolo ebraico e la sua permanenza nel deserto, avevo valutato l’attendibilità dell’ipotesi avanzata da Peter Fiebag scienziato e filologo tedesco, autore assieme al fratello Johannes del libro “Die Ewingkeits Maschine” (uscito in Italia nel 2007 con il titolo “Custode della reliquia”). Nella bibbia e soprattutto nel libro della Zohar, si legge come il popolo ebraico sarebbe sopravvissuto nel deserto nutrendosi di un cibo chiamato “manna” prodotto da un qualcosa chiamato “l’antico dei giorni”.

Secondo i due ricercatori tedeschi, la descrizione de “l’antico dei giorni” corrisponderebbe a quella di una macchina tecnologica (da loro chiamata “la macchina della manna”). Sulla base della descrizione, i due sono riusciti a costruire un modello che, secondo questa teoria, era in grado di risucchiare l’umidità dell’aria del mattino per condensarla in una parte che sembrava una cupola di plexiglass (“il cervello dell’antico dei gironi”). L’acqua così ottenuta dall’aria era quindi mescolata dalla macchina, con una coltura di alghe. All’interno della stessa macchina, la coltura era trattata con un’energia simile a una forte luce laser, per accelerare la crescita. La macchina sarebbe stata alimentata da una fonte di energia (probabilmente proveniente da una sorta di mini reattore nucleare ante litteram, custodito nell’Arca dell’Alleanza) in grado di favorire e accelerare la crescita di questo strano e super nutriente cibo, la manna appunto.

Nella ricerca di un riscontro scientifico tangibile a questa teoria, mi ero imbattuto in uno studio della Nasa che, negli anni ’60 e ’70, scoprì che la vita umana può essere sostenuta, anche per lunghi periodi, consumando esclusivamente Chlorella.

In merito nel 2015 scrivevo:

“[…] Quest’alga è ricca di clorofilla ed è proprio la clorofilla, di cui l’alga è in assoluto il cibo più ricco (in quantità da 10 a 100 volte superiore di quanto riscontrato nei vegetali a foglia verde), ad agire profondamente nelle dinamiche di disintossicazione dell’organismo.

È stato scientificamente appurato, che quest’alga svolge una forte azione di pulizia dell’intestino e risanamento della flora batterica, mediante l’eliminazione di residui tossici dal fegato e dai tessuti. Ha un’azione di depurazione ematica che costituisce la base per la formazione dell’emoglobina, ed è garanzia di un’importante fonte di linfa vitale, rivitalizza il sistema vascolare, favorisce la cicatrizzazione dei tessuti. Ma non è tutto!

Quest’alga può vantare la presenza di acidi nucleici (DNA RNA), acidi grassi essenziali insaturi, sali, proteine di facile assimilazione e amminoacidi, è molto ricca in ferro (zinco, zolfo, fosforo e altri minerali come il magnesio), di vitamine antiossidanti quali Betacarotene (o Vitamina A), Vitamine del gruppo B (anche la B12 tanto difficile da trovare in natura), Vitamina C e Vitamina E che la rendono “speciale” per il rinforzo del sistema immunitario. Oggi è ampiamente utilizzata in erboristeria e per la preparazione di composti ricostituenti ed integratori alimentari. Un vero e proprio supercibo […]” * (Brano del libro "IL LATO OSCURO DELLA LUNA")

Quest’alga (o qualcosa di simile) può essere stata la “manna” con cui gli ebrei si sono sfamati nel deserto? Se così fosse chi ha fornito questa tecnologia agli israeliti, era un viaggiatore dello spazio? Quest’alga può essere il futuro cibo degli astronauti nelle missioni di lunga durata?

Lo scorso 6 maggio (2019) è arrivato sull’Iss, a bordo della navetta Dragon di SpaceX, il Photobioreactor, un innovativo bioreattore a base di alghe.

L’esperimento utilizza le alghe per convertire l’anidride carbonica esalata dagli astronauti sull’Iss, in ossigeno e biomassa commestibile attraverso la fotosintesi e sarà utilizzato in congiunzione al sistema di riciclaggio dell’aria – l’Advanced Closed Loop System (Acls).

Così come interpretato dai Fiebag per la “macchina della manna”, anche il sistema Acls sull’ISS da un lato estrae metano e acqua dal biossido di carbonio presente all’interno della stazione orbitante, mentre dall’altro il fotobioreattore (o meglio le alghe di cui è composto) utilizzerà il biossido di carbonio rimanente per generare ossigeno, creando una soluzione ibrida.

Così come mi ero chiesto nel mio libro del 2015, l’obiettivo dichiarato del nuovo esperimento è di valutare la possibilità d’impiego di soluzioni simili in vista di future missioni di lunga durata che richiedono più rifornimenti di quanto un veicolo spaziale sia in grado di trasportare.

Anche l’alga scelta per questo esperimento è la medesima che avevo preso in considerazione nel mio libro di ormai 4 anni e mezzo fa!

L’esperimento coltiverà infatti, alghe microscopiche chiamate Chlorella vulgaris a bordo della stazione spaziale. Oltre a produrre ossigeno, le alghe producono anche una biomassa commestibile. La creazione di una biomassa commestibile dal biossido di carbonio all’interno di un veicolo spaziale implica una minore quantità di cibo da trasportare.

A oggi, i ricercatori hanno stimato che le alghe, per via del loro alto contenuto proteico, potrebbero sostituire il 30% del quantitativo di cibo di un astronauta.

È questa serie di “fortuite coincidenze” l’evidenza che invece alcune teorie alternative e interpretazioni non accettate dalla scienza ufficiale circa le antiche leggende del passato, possono invece essere corrette?

Non possiedo ovviamente una risposta a queste domande, ma è interessante riscontrare, ancora una volta e come ho già fatto nel corso di precedenti post e/o nel mio primo lavoro editoriale, come teorie apparentemente ardite che hanno tentato di fornire plausibili spiegazioni riguardo alcune limitate spiegazioni ufficiali della storia, continuino a trovare con il progresso e le nuove scoperte scientifiche, sempre più riscontri. Sebbene forse ancora non sufficienti a far ritenere queste teorie come verità, la presenza di tutte queste circostanze, che si voglia o no considerarle casualità, impongono certamente di dover tenere in considerazione questa “strada alternativa” nella ricerca di una verità riguardo al nostro passato.

Stefano Nasetti

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Sionisti sulla Luna

 

AVVERTENZE: l’articolo che segue contiene ironia e un po’di satira. Benché tutti i fatti narrati siano assolutamente reali, documentati da fonti ufficiali, le opinioni espresse in merito sono formulate coerentemente sulla base dei principi fondamentali della democrazia. Se ne sconsiglia pertanto la lettura a chi è privo d’ironia, non comprende la satira, a chi disconosce o non applica coerentemente i valori base della democrazia (poiché è solito abbeverarsi esclusivamente alle fonti d’informazioni mainstream), a chi è afflitto da dissonanza cognitiva (che non gli permette di vedere e valutare le cose per quelle che sono in realtà) e/o agli analfabeti funzionali.

Sionisti sulla Luna! No, non è il titolo del sequel del film "Fascisti su Marte" (2006) in cui il comico romano Corrado Guzzanti, ironizzando sullo spirito colonialista che permeava gran parte degli stati europei nei primi decenni del ‘900, immaginava una spedizione fascista alla conquista di Marte, “rosso pianeta bolscevico e traditor”. Questa volta si parla di una missione spaziale reale.

L’11 aprile 2019, il primo veicolo privato nella storia dell’umanità toccherà il suolo lunare. Si tratta di un veicolo di proprietà della società israeliana SpaceIL.

Sebbene lo spirito colonialista riconosciuto al regime fascista italiano sia assolutamente riscontrabile nell’attuale Stato israeliano (con la differenza che quello fascista è durato appena un ventennio, mentre il colonialismo israeliano perdura da oltre 70 anni!), l’indole persecutoria e assolutista dello Stato d’Israele trova, certamente, molte più similitudini con il regime nazista piuttosto che con quello fascista (non a caso Le Nazioni Unite in una risoluzione del 1975, equipararono il sionismo al razzismo, ma la risoluzione fu poi ritirata nel 1991, come condizione da parte di Israele per partecipare alla Conferenza di Madrid; il ritiro è dunque da imputarsi a una scelta di opportunità politica più che un reale cambio d’idee a riguardo). Detto ciò le similitudini finiscono dunque qui (forse).

A differenza della parodia immaginata da Guzzanti in Fascisti su Marte, la navicella sionista non ha a bordo alcun equipaggio. Si tratta infatti di una missione robotica. I sionisti poi, non sono andati sulla Luna per espandere il loro territorio (almeno ufficialmente), così come volevano fare i fascisti su Marte del film di Guzzanti.

Almeno questa volta, Infatti, i motivi che li hanno spinti a lasciare la Terra per arrivare sulla Luna, non sono riconducibili a improbabili promesse di ottenere prelazioni o diritti su qualche territorio, fatte da fantasiose ed immaginarie divinità della guerra.

Abbiamo controllato e, almeno nella Bibbia, non sembra esserci traccia di tutto questo, e non sembra essere presente alcun elemento che possa essere interpretato in tal senso, anche se in questa storia la Bibbia è comunque presente.

Allora cosa ha spinto la società israeliana a compiere questa impresa? Certamente non lo spirito di avventura, né tanto meno la sete di conoscenza. Che cosa potrebbe essere allora? Cosa può interessare allo Stato di Sion oltre ad un pezzo territorio?

Se avete risposto tesori e ricchezze, non siete andati molto lontani dalla verità.

La compagnia israeliana SpaceIL infatti, è stata fondata nel 2011 per partecipare al Google Lunar XPrize, competizione internazionale che puntava a premiare il primo team privato in grado di far atterrare con successo un veicolo spaziale senza equipaggio sulla Luna. La prima squadra a fare questo avrebbe vinto il primo premio da 20 milioni di dollari. Il secondo posto avrebbe guadagnato 5 milioni e altri 5 milioni erano disponibili per vari risultati speciali, portando il montepremi totale a 30 milioni di dollari.

La gara si è ufficialmente chiusa a gennaio senza vincitori, poiché Google aveva indicato come marzo 2018 il termine ultimo per riuscire nell’impresa. Nonostante questo, se l’allunaggio della sonda israeliana andrà come previsto, SpaceIL dovrebbe comunque ricevere un premio “di consolazione” di un milione di dollari.

Al Google Lunar XPrize, si erano iscritte inizialmente 32 squadre, provenienti da diversi Paesi come Stati Uniti, Giappone, Israele, India, Italia, Romania, Malesia, Russia, Spagna, Germania, Ungheria, Brasile, Canada, Cile e altre squadre “internazionali”. Tuttavia solo 16 squadre hanno poi partecipato attivamente a tutte le attività e soltanto 5 sono state in grado di presentare entro il 31 dicembre 2016, un regolare contratto firmato, con qualche agenzia spaziale, per il lancio del proprio lander.

SpaceIL, nell’ottobre 2015, era stata la prima squadra ad annunciare di aver sottoscritto un contratto di lancio e, dopo che Google a marzo 2018, ha annunciato ufficialmente la fine della competizione senza alcun vincitore, SpaceIL si è comunque impegnata a portare a termine la missione e atterrare sulla Luna. Questo per tentare comunque di raggiungere l’obiettivo secondario di contribuire al progresso dell'istruzione scientifica e tecnologica in Israele.

D’altro canto non poteva più tirarsi indietro, poiché è stata la squadra che ha ricevuto il maggior numero di donazioni, un importo pari quasi a 100.000.000 di dollari!

Andare nello spazio costa ed è anche molto difficile, soprattutto se bisogna sviluppare da zero una tecnologia idonea. L’associazione no-profit è riuscita così in poco tempo a raccogliere ingenti fondi e stringere accordi strategici per portare a termine l’obiettivo.

I co-fondatori del team erano Yariv Bash, ex ingegnere elettronico e informatico nel Centro interdisciplinare di Herzliya; Kfir Damari, docente di reti informatiche e imprenditore; e Yonatan Winetraub, precedentemente ingegnere dei sistemi satellitari presso Israel Aerospace Industries e attualmente candidato al dottorato di ricerca in biofisica presso la Stanford University.

Morris Kahn (imprenditore miliardario israeliano e sionista di origine sudafricana) è il presidente del consiglio di amministrazione e ha donato 27 milioni di dollari al progetto.

Molti altri imprenditori hanno risposto all’appello di SpaceIL, di poter portare Israele oltre la Terra.

Sheldon Gary Adelson, imprenditore del gioco d’azzardo (possiede più della metà dell’impero del gioco USA), di nazionalità statunitense ma di origine ebraica (con un patrimonio stimato di circa 33,3 miliardi di dollari, è stato nel 2018 considerato da Forbes, il 15° uomo più ricco degli Stati Uniti), convinto sostenitore del Partito Repubblicano (nel 2016 ha finanziato la campagna presidenziale di Donald Trump con una donazione di oltre 25 milioni di dollari, donazione che sommata alle precedenti lo hanno reso più grande donatore della campagna di Trump e il più grande donatore alle elezioni presidenziali di qualsiasi partito tra il 2012 e il 2016) ha finanziato SpaceIL con 16,4 milioni di dollari.

Altri 5 milioni sono stati donati nel 2018 da un altro convinto sionista, imprenditore immobiliarista l’israeliano-canadese Sylvan Adams, appassionato di ciclismo, conosciuto alle nostre latitudini per aver per primo “suggerito” che il Giro d’Italia 2018, facesse tappa per la prima volta fuori dall’Europa e, in particolare in Israele, “donando” per tale scopo la considerevole somma di 80 milioni di dollari.

A queste già cospicue donazioni, si sono aggiunte quelle di altri facoltosi imprenditori, istituti di ricerca, come l’Industrie Aerospaziali Israeliane (Iai) e l’Agenzia Spaziale Israeliana (Isa) che ha donato all’incirca 2,6 milioni di dollari, tutti mossi da un’unica idea: "Abbiamo pensato che fosse giunto il momento di cambiare, e vogliamo portare il piccolo Israele fino alla Luna", ha detto Yonatan Winetraub, co-fondatore di SpaceIL, durante il briefing prelancio. "Questo è lo scopo di SpaceIL".

Tuttavia soldi e determinazione non erano sufficienti per raggiungere il primato di essere il primo paese a giungere sulla Luna con un veicolo privato, ed ecco che i “buoni uffici” del popolo di Sion hanno aperto parecchie porte al motto di “Tutti per Sion, Sion per tutti!”.

L’Israel Aerospace Industries, ha materialmente assemblato la navicella che ha compiuto il percorso Terra-Luna e il lander destinato a toccare il suolo lunare. Ma alla costruzione hanno partecipato anche la svedese Swedish Space Corporation (che ha costruito le antenne), la Nasa (che ha contribuito con le tecnologie che permettono al rover di comunicare con la Terra) e l’italiana Leonardo (che ha realizzato a Nerviano – in provincia di Milano - i pannelli solari del rover, integrati in modo tale da consentire al veicolo di essere operativo a diverse inclinazioni rispetto alla luce solare, permettendogli di continuare a trasmettere a terra immagini e video ad alta risoluzione). Per il lancio la SpaceIL non ha sviluppato un proprio lanciatore ma ha stipulato un accordo con l’azienda spaziale privata SpaceX di Elon Musk.

Nella notte del 21 febbraio 2019, alle 02:45 ora italiana, il veicolo spaziale israeliano chiamato “Beresheet” (che in lingua israeliana significa “In principio”, con chiaro riferimento al primo capitolo della Genesi contenuto nella Bibbia) è stato lanciato dal Cape Canaveral Air Force Station in Florida, con il razzo Falcon 9 di Space X (foto in alto).

Alto circa un metro, largo 2,3 m. e pesante 585 chilogrammi, il veicolo di Israeliano è stato il primo a separarsi dal Falcon 9, che ha portato in orbita anche un satellite indonesiano per le telecomunicazioni e un microsatellite militare americano per la sorveglianza spaziale.

L’evento ha aperto ufficialmente le celebrazioni in occasione dei 50 anni dallo sbarco sulla Luna, ha indicato come la nuova corsa all'esplorazione lunare veda i privati fra i suoi protagonisti.
A rilevare la novità di questa missione è stato l'amministratore capo della Nasa, Jim Bridenstine, che l'ha definita "un traguardo storico per tutte le nazioni" e un augurio in vista delle future attività congiunte con i privati nella corsa verso la Luna e Marte.

Beresheet, dopo aver eseguito una serie di manovre preliminari, ha acceso i suoi motori per 30 secondi, per collocarsi in un’orbita ellittica sempre più pronunciata. Così facendo si è allontanata progressivamente dalla Terra, per arrivare in orbita lunare, dove è entrata il 4 aprile.

Alle 16:18 ora italiana, il lander ha acceso il suo motore principale per sei minuti, riuscendo a rallentare alla velocità di 1.000 chilometri orari, abbastanza perché la capsula venisse “catturata” per così dire, dalla forza gravitazionale del nostro satellite.

Finora nessun veicolo costruito da privati era arrivato fino all'orbita lunare. Lo avevano fatto soltanto missioni sostenute dall’agenzia spaziali governative di altri 6 paesi come Stati Uniti, Russia e Cina, seguiti da Giappone, Europa e India.

Per 6 giorni Beresheet orbiterà seguendo una traiettoria ellittica con un perilunio (il punto più vicino alla Luna) di 500 chilometri e un apolunio (il punto più lontano di 10.000 chilometri).

Dopo 7 settimane nello spazio, l’11 aprile 2019 Beresheet tenterà l’allunaggio. Se riuscirà a eseguire con successo un atterraggio morbido sulla superficie lunare, Israele diventerà la quarta nazione a raggiungere un tale risultato.  

Il primo atterraggio morbido sulla Luna fu realizzato dalla navicella spaziale Luna 9 dell'Unione Sovietica nel febbraio del 1966. La sonda Surveyor 1 della NASA atterrò sulla superficie lunare quattro mesi più tardi (giugno 1966).  La  Cina  è entrata in scena nel 2013, con il suo lander Chang'e 3 e il suo rover Yutu per poi giungere nel 2019  sul lato oscuro della Luna

La discesa di Beresheet, della durata di circa 30 minuti, ed è previsto l’allunaggio nel Mare della Serenità, la stessa area in cui l'11 dicembre 1972 erano arrivati, almeno ufficialmente, gli astronauti americani dell'Apollo 17 nel 1972. 

Considerata l’indole belligerante di Stati Uniti e Israele, soprattutto quando operano l’uno affianco all’altro, speriamo che quel luogo mantenga lo stesso nome anche in futuro.

Nella remota e fantasiosa ipotesi che là ci fossero dei seleniti (immaginari abitanti della Luna) ci sarebbe da preoccuparsi. Se nel 1969, quando ufficialmente gli Stati Uniti portarono per la prima volta un uomo sul nostro satellite, lasciarono una targa con su scritto: “Qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 DC. Siamo venuti in pace…”. C’è da augurarsi che non abbiano omesso di aggiungere un “per ora”, dettaglio di non poco conto e che deve essere sempre ritenuto sottinteso quando si ha a che fare con queste due nazioni. Eventuali seleniti lo sapranno?

La sonda di Sion sopravvivrà solo per due giorni circa, prima di rimanere senza energia. Durante questo periodo, studierà i campi magnetici della Luna (che potrebbero fornire informazioni sul nucleo ferroso del nostro satellite) e farà delle foto della sua superficie.

Una volta rimasta senza energia, Beresheet non sarà del tutto inutile. Montato sul veicolo spaziale c’è, infatti, un retroriflettore laser, un dispositivo composto da una serie di specchi che non richiede alimentazione, e può essere utilizzato per le comunicazioni spazio-terra tramite Deep Space Network (DSN) della NASA. La NASA, infatti, ha fornito il dispositivo a questa missione come parte di un accordo con SpaceIL, che avrebbe consentito alla società israeliana di utilizzare il DSN per la sua futura missione lunare.

A bordo del lander Beresheet poi, è stata alloggiata una capsula del tempo. All’interno di questa capsula ci sono una varietà di “cimeli” israeliani.

Rassicuriamo eventuali seleniti che, almeno ufficialmente, non ci dovrebbero essere fantomatiche "arche dell'alleanza" o altre armi fornite da alcuna immaginaria divinità belligerante, così come non dovrebbero esserci, come già detto “in principio” (beresheet), rivendicazioni territoriali o esercizi di prelazioni su eventuali ricchezze lunari.

Già, perché il rinnovato interesse verso la Luna anche da parte dei privati, ha un interesse prettamente economico, più che scientifico.

La Cina, gli  Stati Uniti, così come la Russia  e l’Europa sono interessate, sia attraverso compagnie private sia con agenzie spaziali governative, a tornare sul nostro satellite per riuscire a sfruttarne nei prossimi decenni, le ricchezze minerarie (l’elio3 in particolare). Sono molti i progetti già avviati e finanziati, che intendono realizzare la costruzione di stazioni orbitali lunari e basi lunari permanenti. Insomma, nei prossimi decenni la Luna potrebbe diventare piuttosto trafficata.

Con tutto questo trafficare, mercanteggiare e commerciare, volete che prima o poi non ci sarà la necessità di avere un istituto di credito anche sulla Luna o, addirittura, di coniare una nuova moneta?

Vuoi vedere che il reale obiettivo della sonda di Sion, sia quella di creare i presupposti per la costruzione della prima banca centrale lunare per controllare l’economia anche lì?

Forse è solo una suggestione derivante dall’esame del contenuto della capsula del tempo.

La capsula del tempo presente all’interno di Beresheet è un enorme database digitale noto come Arch Lunar Library, un progetto della fondazione senza scopo di lucro di Arch Mission. La biblioteca contiene milioni di documenti provenienti da tutto il mondo, dizionari diversi e enciclopedie, file digitali che contengono informazioni sul veicolo, canzoni ebraiche, opere d'arte create da bambini israeliani e una foto di Ilan  Ramon, il primo e unico astronauta di Israele morto nella tragedia dello Shuttle Columbia (esploso durante il rientro sulla Terra il 1 febbraio 2003), oltre all’immancabile copia libro (o meglio, di quella raccolta di libri) di ambigua interpretazione, che racconta i rapporti passati tra il popolo ebraico e un’entità dispotica e sanguinaria considerata divina. Sì, stiamo parlando dell’Antico Testamento biblico. Non a caso le principali religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo) che fondano il loro credo su questo libro (o buona parte di esso), si sono poi macchiate, seguendo l’esempio o gli ordini di questa “entità”, di stermini ed eccidi nel corso di tutta la storia umana, fino ai giorni nostri.

Tutte queste informazioni, compresa l’intera copia della Bibbia ebraica, sono incise a laser su tre monete, ciascuna delle dimensioni di una moneta da 2 euro (foto qui sopra).

Yonatan Winetraub, un co-fondatore di SpaceIL ha commentato:  "Sarà il manufatto più pieno d’informazioni a raggiungere il suolo lunare e resterà lì per le generazioni future che, se un giorno riusciranno a recuperarlo, potranno vedere com'era la Terra nel 2019" (almeno dall’ottica di Sion NDR).

Nell’attesa di vedere se la sonda israeliana riuscirà o no a completare la sua missione, vogliamo augurarci che la compagnia privata abbia, al pari delle altre agenzie spaziali governative, rispettato i rigidi protocolli di sterilizzazione della sonda. Questo per evitare che la “vita terrestre” giunta lì fortuitamente (processo noto in astrobiologia con il nome di "forward contamination").

Se così non fosse, ci sentiamo di mandare un sentito messaggio di solidarietà a eventuali seleniti, dicendogli: “Ci dispiace, la maggioranza dell’umanità non voleva contaminare la Luna. Vorremmo condividere solo le cose belle ma non possiamo controllare tutto”. Speriamo non sia il "beresheet" della fine.

Aggiornamento del 11/4/2019: Beresheet NON ce l'ha fatta! A causa di un malfunzionamento del motore, si è schiantata sulla superficie della Luna durante la fase di allunaggio.

Saranno stati i nazisti giunti lì decenni or sono in missione segreta, grezie alle tecnologie di Von Braun? (Von Braun chi? L'ingegnere tedesco, padre dei missili nazisti V2, che fu poi a capo, per conto della NASA, dello sviluppo dei razzi Saturn utilizzati dalle missioni Apollo a stelle e strisce? Ma quindi i nazisti sulla Luna...).

Saranno stati i Seleniti, avvisati da questo articolo? Qualche divinità cocciuta che non vedeva di buon occhio la missione poichè non aveva promesso alcun territorio extraterrestre a Sion? Oppure una semplice fatalità?

DIfficile a dirsi, speriamo solo in futuro, di non essere costretti a dover ricordare questo evento come il primo esempio della persecuzione del popolo di Sion nello spazio. In ogni caso non sarebbe antisemitismo, ma antisionismo.

Stefano Nasetti

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Polizia di Stato o stato di Polizia?

Da diversi anni ormai il nostro paese ha intrapreso una pericolosa china antidemocratica. In quasi in ogni settore della vita e del nostro quotidiano sono ormai presenti diversi episodi che possono essere portati a evidenza di tale pericolosa e triste realtà. A essere calpestati non ci sono soltanto generici diritti degli onesti cittadini, ma addirittura i principi fondamentali umani e propri della democrazia. Libertà di pensiero e parole e l’inviolabilità del corpo sono tra le libertà fondamentali che stanno pagando dazio a questa deriva assolutista. Il riferimento, non troppo velato, ma esemplificativo è alle leggi contro la libertà di pensiero e parola (vedi legge Mancino, legge sul negazionismo), quelle relative all’inviolabilità del corpo (vedi obbligo vaccinale) ma anche tutti quei provvedimenti adottati a livello europeo e nazionale, che stanno determinando una vera e propria attività repressiva e di censura sul web.

Nell’assordante silenzio dei mass media mainstream che, alla faccia della libertà e indipendenza della stampa sempre sbandierata in Italia sono invece sempre più proni agli interessi politici e delle lobby del potere economico e finanziario, questa volta qualcosa sembra muoversi.

A proposito, l’Italia è oggi solo al 46 posto al mondo per libertà di stampa, ma ha toccato addirittura il 77 negli anni dell’approvazione delle citate leggi liberticide. Oggi ci precedono in classifica oltre a tutti i principali paesi europei, anche paesi come Costarica (10), Estonia (12), Suriname (21), Ghana (23), Lettonia (24), Cipro (25), Namibia (26), Capo Verde (29), Lituania (36), Cile (38), Burkina Faso (41), Repubblica cinese di Formosa (42) Corea del Sud (43), mentre precediamo di pochissimo Belize (47) e Botswana (48 ). I democraticissimi paesi con i quali siamo abituati spesso stringere accordi, e che sono spesso citati come esempio di democrazia, come Stati Uniti e Israele, si piazzano rispettivamente al 45° e all’87° posto. (Fonte Wikipedia)

Tra la fine di Marzo e i primi giorni di Aprile 2019, due notizie sono apparse su testate mainstream come Wired (platealmente guidata da logiche europeiste e globaliste) e Motherboard (meno apparentemente schierata ma pur sempre attigua a certe logiche poiché fa parte della galassia Disney di cui il principale azionista è Rupert Murdoch) che hanno posto ancora in evidenza come il nostro paese si stia lentamente trasformando da Stato di diritto a Stato di polizia.

Sebbene abbiano dato un taglio abbastanza strumentale alle notizie, tentando di farle percepire i fatti non gravi per la violazione dei principi di libertà in sé, quanto piuttosto come discriminatorie nei confronti delle persone straniere e di colore in particolare, le due testate hanno portato a conoscenza dell’opinione pubblica due gravi accadimenti.

In data 29 il portale Motherboard pubblica la notizia che alcuni hacker che lavorano per un’azienda di sorveglianza, hanno infettato per anni centinaia di persone grazie a diverse App malevole per Android che erano state caricate sul Play Store ufficiale di Google.

Il portale Motherboard ha anche appreso dell’esistenza di un nuovo tipo di malware per Android presente sul Play Store di Google, che il governo italiano ha acquistato da un’azienda che generalmente vende sistemi di videosorveglianza ma che, fino a ora, non era conosciuta per lo sviluppo di malware.

Il malware trovato su Google Play Store è stato chiamato Exodus ed era programmato per agire in due stadi. Nel primo stadio, lo spyware s’installa e controlla solamente il numero di telefono e l’IMEI del cellulare (cioè il codice identificativo del dispositivo) presumibilmente per controllare se lo smartphone è effettivamente quello da attaccare.

Ma, in realtà, lo spyware non sembra eseguire propriamente questo controllo, secondo quanto riportato dai ricercatori.

Questo particolare è di notevole rilevanza poiché la possibilità di utilizzare questi spyware o malware da parte delle forze di polizia, è regolata dalla legge e sono soggetti a permessi dal punto di vista legale. Anche in Italia infatti, le forze dell’ordine possono dietro esplicito mandato del giudice, hackerare i dispositivi. Lo Stato Italiano ha un vero e proprio listino prezzi di convenzioni stipulate con i principali gestori telefonici (come TIM, Vodafone, Fastweb, Wind, ecc.) che sono/possono essere dunque obbligati per legge, ad inviare messaggi SMS ai propri clienti per “facilitare” l’installazione del malware, e dunque obbligati ad “infettare” il dispositivo dei rispettivi clienti/cittadini.

Alcuni dettagli su queste operazioni erano emersi in un’audizione del Company Security Governance di Wind Tre S.p.A., tenutasi a marzo 2017 presso il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR) — un comitato che supervisiona le attività dei servizi segreti italiani. Queste operazioni “consistono soprattutto nell’ampliamento della banda e nell’invio di messaggi per richiedere determinate attività di manutenzione” si legge nel testo (sostanzialmente sono le richieste di aggiornamento delle varie App presenti sullo smartphone). Queste attività potrebbero rientrare in quelle che vengono definite “prestazioni obbligatorie di giustizia” degli operatori telefonici.

Spesso i mass media mainstream si scandalizzano e danno risalto alle notizie riguardanti l’uso di spyeare di Stato in Cina ma, al contempo, tacciono sulle medesime pratiche presenti in Italia.

La domanda è dunque legittima: è legale nascondere uno spywere o un malware su uno store, infettando indiscriminatamente e diffusamente ogni utente che scaricherà alcune specifiche App, nelle quali tali strumenti di spionaggio erano nascosti?

Prima di rispondere alla domanda, torniamo alle funzioni di Exodus. Una volta identificato il dispositivo, a quel punto si passava alla fase due. Il malware installava un software che aveva accesso ai dati più sensibili presenti sul telefono infetto come, fra le altre cose, le registrazioni audio ambientali, le chiamate telefoniche, la cronologia dei browser, le informazioni del calendario, la geolocalizzazione, i log di Facebook, Messenger, le chat di WhatsApp, e i messaggi di testo, ecc. Una volta raccolte tutte le informazioni, le inviava a un server remoto.

In oltre, lo spyware apre anche una porta e una shell sul dispositivo. Ma cosa significa? In parole povere, oltre a consentire di raccogliere tutte le informazioni presenti sullo smartphone, gli operatori del malware possono far eseguire direttamente dei comandi al telefono infetto, dunque può accendere microfono e telecamera, registrare e inviare video, ecc.

Le indagini svolte dai giornalisti di Motherboard con l’aiuto dei ricercatori di Security Without Borders, una non-profit che spesso compie investigazioni su minacce contro i dissidenti e attivisti per i diritti umani, il malware (chiamato Exodus) è stato sviluppato da eSurv, un’azienda italiana con base a Catanzaro, in Calabria.

Le indagini infatti, hanno confermato che i server a cui il malware inviava le informazioni carpite sono di eSurv, così come anche confermato poi da Google.

Un dipendente dell’eSurv ha indicato nella sua pagina LinkedIn, che parte del suo lavoro nell’azienda, è stata quella di sviluppare “un agente applicativo per raccogliere dati dai dispositivi Android e inviarli a un server C&C” — un riferimento tecnico, sebbene chiaro, a spyware Android.

eSurv ha certamente una relazione continuativa con le forze dell’ordine italiane, malgrado Security Without Borders non sia stata in grado di confermare in questo frangente, se le App malevole fossero state sviluppate per clienti governativi.

Tuttavia, come emerge da un documento pubblicato online nel rispetto della legge italiana sulla trasparenza (FOIA), eSurv ha vinto, quando si dice il caso, un bando della Polizia di Stato per lo sviluppo di un “sistema di intercettazione passiva e attiva,”. Il documento rivela che eSurv ha ricevuto un pagamento di 307.439,90 € il 6 novembre 2017.

Sulla vicenda eSurv non ha voluto rilasciare dichiarazioni e ha disattivato il suo portale internet. Al fine di poter ottenere informazioni sulla gara d’appalto, la lista delle aziende che hanno partecipato, l’offerta tecnica inviata dall’azienda e le fatture emesse dalla stessa, il team di ricerca ha presentato una specifica richiesta alla Polizia di Stato, sempre avvalendosi della direttiva FOIA. La richiesta d’informazioni dettagliate, però, è stata rigetta. La Direzione centrale per i servizi Antidroga della polizia, che ha risposto alla richiesta, ha affermato di non poter consegnare i documenti poiché il sistema di sorveglianza è stato ottenuto “per speciali misure di sicurezza”.

Rispondendo alla domanda posta in precedenza, sul fatto che tutto questo sia legale, si può affermare con assoluta certezza che, agendo senza un preciso e specifico mandato del giudice, lo spyware di eSurv potrebbe non aver operato nel rispetto della legge, e così dunque eventualmente la Polizia di Stato.

Alla fine del 2017 infatti, l’Italia ha introdotto una legge che regola l’utilizzo dei captatori informatici per le attività di polizia e le investigazioni. Il testo di legge però, regola unicamente l’utilizzo degli spyware per la registrazione di audio da remoto, tralasciando tutti gli altri utilizzi che può avere uno spyware, come intercettare i messaggi di testo, o catturare gli screenshot dello schermo. In sostanza la legge italiana fa equivalere gli spyware ai dispositivi di sorveglianza fisica, come i microfoni e le videocamere nascoste di vecchia maniera, limitandone l’uso solo alla registrazione audio e video, ma ciò appare volutamente semplicistico. A pensarla così non sono io o altri operatori informatici.

Nell’aprile dello scorso anno (2018) il Garante italiano per la protezione dei dati personali aveva espresso parere negativo sul provvedimento del 2017, criticando i requisiti in esso contenuti per la loro vaghezza nella descrizione degli elementi del sistema d’intercettazione. Nello stesso frangente, il Garante della Privacy aveva rilevato che le autorità di polizia devono garantire che l’installazione del captatore informatico non riduca il livello di sicurezza del dispositivo.

Nel mese di maggio 2018, il Ministero della Giustizia è corso ai ripari, pubblicando i requisiti tecnici che devono essere rispettati nella produzione e utilizzo dei captatori informatici.

Tuttavia il malware dell’eSurv è in grado di svolgere e, di fatto, sembra aver svolto, una serie di attività ben più invasive di quelle previste dalla legge.

Sfruttare App che si mascherano da offerte promozionali e di marketing provenienti da operatori telefonici locali è una pratica che lo Stato italiano ha già utilizzato in precedenza, come abbiamo visto.

Mentre la Polizia di Stato si è rifiutata di fornire dichiarazioni sulla vicenda, sono state inviate medesime domande a due Procure della Repubblica.

Il 30 aprile 2019, la procura di Napoli ha fatto sapere all’agenzia Ansa di aver aperto un fascicolo d'indagine a riguardo. La prima individuazione del malware è infatti avvenuta proprio nel capoluogo partenopeo.

Come nel più classico dei copioni delle commedie tragicomiche italiane, solo a questo punto il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, ha fatto sapere che approfondirà la vicenda e a quanto si apprende, nei prossimi giorni chiederà al Dis, il dipartimento che coordina l'attività delle agenzie d’intelligence, notizie e aggiornamenti sulla vicenda. Il comitato di controllo della Polizia di Stato quindi, chiederà alla Polizia di Stato se sono stati compiuti reati. Il che equivale a “chiedere all’oste se er vino è bono” (proverbio romano).

Nel frattempo che si consumava questa gravissima vicenda, sul portale Wired è comparsa un’altra inquietante notizia.

Il Sistema automatico di riconoscimento delle immagini (Sari), in uso alla Polizia italiana dal 7 settembre 2018, dispone di un database di 16 milioni di profili! Tutti i dati sono conservati in modo permanente.

Cosa significa tutto questo e cosa c’è che non va?

Innanzitutto un numero simile di profili presenti nel database è inconciliabile con l’entrata in funzione del sistema.

Da dove vengono dunque tutti quei profili che la Polizia di Stato detiene nel suo database? Come sono stati raccolti? A quale titolo? È legale raccogliere e detenere a tempo illimitato questo materiale?

Per tutti coloro abituati a credere fermamente nelle istituzioni, e che tutti gli apparati dello Stato operino nella legalità e nel rispetto dei valori fondamentali della democrazia, le domande potrebbero sembrare pleonastiche. Come si fa a pensare che la Polizia di Stato, in un paese democratico, pervaso in ogni sua componente sociale da persone che si autodefiniscono democratici e garantisti, possa mai svolgere attività in modo illecito poiché deve essa stessa combattere l’illegalità e difendere la democrazia?

Pensiero legittimo, nobilissimo. Purtroppo però, l’indagine fatta dai giornalisti di Wired, sembra indicarci che le cose vanno diversamente.

Grazie ai pochi dettagli tecnici e alle informazioni ottenute dalle autorità a seguito di specifiche richieste sempre basate sulla legge FOIA, ci si è potuta fare un’idea più precisa su dove vengano così tante informazioni già presenti nel database di Sari.

Sari, infatti, è “un’evoluzione del sotto sistema anagrafico” Ssa-Afis, in altre parole del Sistema automatizzato d’identificazione delle impronte (Automated fingerprint identification system).

Vi dice nulla?

In parole povere, inserendo in Sari la fotografia di un sospettato, il sistema dovrebbe andare a cercare tutti i fotosegnalati che gli somigliano e che erano stati precedentemente inseriti nel database di Afis.

Il sistema di rilevamento, e probabilmente il database, è lo stesso utilizzato dagli sportelli anagrafici dei Comuni e della Polizia, quando un cittadino richiede il rilascio di un passaporto (rilasciato obbligatoriamente con rilevamento dei parametri biometrici dall’1 luglio 2009) e della carta d’identità elettronica (anch’essa obbligatoriamente con rilevamento delle impronte dal 2017 ma che già dal 2016 era disponibile).

In occasione dell’entrata in vigore del rilascio esclusivo del passaporto elettronico (a seguito dell’adozione del regolamento europeo n. 2252/2004), le autorità di pubblica sicurezza avevano assicurato che una volta acquisiti, i dati biometrici sarebbero stati inviati ai sistemi centrali di pubblica sicurezza come l’AFIS, per rimanervi solo il tempo necessario all’espletamento di tutta l’istruttoria e la verifica del corretto funzionamento del chip inserito nel passaporto (e ora sulle carte d’identità). Dopo tale verifica, sarebbero stati cancellati (questa specifica è presente ancora oggi sul sito della Polizia di Stato). Inoltre, si aggiungeva che non esisteva alcun rischio di schedatura di massa, né di un’illecita archiviazione dei dati sensibili. Una volta emessi dunque, i controlli dei documenti sarebbero stati fatti mediante il confronto diretto dei dati presenti nel microchip e con quelli presi seduta stante al cittadino o al viaggiatore.

Nonostante le rassicurazioni del caso, probabilmente le cose sono andate diversamente, poiché sono 16 milioni di profili presenti oggi nel database della Polizia di Stato.

Sebbene dichiarazioni successive abbiano ridimensionato il numero a 10 milioni di profili (di cui 8 milioni di stranieri e solo 2 d’italiani), il ridimensionamento appare troppo corposo.

Wired nel suo portale ha tenuto a specificare che all’ingresso nel nostro paese, gli immigrati vengono “schedati” con foto, rilevamento delle impronte digitali e degli altri parametri biometrici, come a voler porre l’accento su una presunta disparità di trattamento tra cittadini italiani ed extracomunitari.

A differenza degli articolisti di Wired che hanno provato a strumentalizzare la notizia per dirottare l’attenzione del pubblico verso le solite logiche pseudo progressiste, europeiste e globaliste, a noi poco deve interessare la nazionalità dei profili. Ciò che conta è il principio violato.

Nonostante i successivi passi indietro nelle dichiarazioni pubbliche, non si può far finta di non aver ascoltato le parole del dirigente della polizia scientifica Fabiola Maccone che  in un’intervista al Tg1  aveva esplicitamente affermato che: “La banca dati ha sedici milioni di volti”.

Ma sedici milioni di profili sono tanti, troppi secondo Stefano Quintarelli (già deputato nella scorsa legislatura, eletto deputato nella circoscrizione Veneto 1 come indipendente nella lista di Lista Civica) che su Twitter ha osservato come a essere schedato sarebbe “un italiano su tre, esclusi i bambini.”.

La stessa cifra era stata poi confermata da un dirigente di Parsec 3.26, società leccese che ha sviluppato il sistema, in un’intervista rilasciata a Telenorba nello stesso periodo.

Secondo quanto emerso in seguito mediante una successiva richiesta di accesso agli atti (sempre grazie al FOIA), all’interno del verbale di collaudo, si legge che i tecnici hanno provveduto a verificare il corretto allineamento tra Afis e il software per il riconoscimento facciale. In particolare, si legge nel documento, “la base dati del Sari Enterprise è composta da circa 16 milioni di record per quanto riguarda le informazioni strutturate, e da circa 10 milioni d’immagini per quanto riguarda i volti (come da apposita specifica del capitolato tecnico)”.

Cosa significa esattamente e quali dati comprende il termine “informazioni strutturate”?

Forse una risposta la si può trovare in un altro articolo tratto questa volta dal portale dell’agenzia AGI, pubblicato il 4 aprile 2019, in cui l’estensore dell’articolo espone le sue perplessità riguardo i tempi di attesa molto lunghi per il rilascio della carta d’identità elettronica. Nell’articolo il giornalista ci fa sapere che dal 2016 ben 8 milioni d’italiani hanno richiesto e ottenuto la nuova carta d’identità, fornendo, all’atto della richiesta le proprie impronte digitali. L’aspetto interessante è che, secondo le fonti del giornalista, di questi 8 milioni di nostri connazionali, ben 6 milioni l’hanno richiesta e ottenute nel solo 2018.

Ecco qui dunque che forse i conti tornano. Alle 10 milioni d’immagini presenti sul database della Polizia di Stato, mancavano 6 milioni di profili di “informazioni strutturate”. Forse le abbiamo trovate. Potrebbero verosimilmente essere costituite dai profili di quei 6 milioni d’italiani che hanno ottenuto una carta d’identità elettronica proprio nell’anno (2018) di consegna del software Siri! Oltretutto i 2 milioni di profili italiani già presenti nel database, potrebbero essere rappresentati proprio dagli altri 2 milioni d’italiani che, tra il 2016 e il 2017, avevano richiesto e ottenuto la nuova carta d’identità elettronica. I conti dunque sembrano tornare, anche se, è bene precisare, si tratta di una semplice ipotesi che, per gli affezionati dell’idea che le istituzioni sono sempre buone e agiscono a favore del cittadino, potrebbe essere definita una semplice congettura.

Tra l’altro, il verbale di consegna fa riferimento alla sola versione Enterprise di Sari, cioè esclusivamente a quella che funziona tramite l’inserimento manuale di un’immagine nel motore di ricerca.

L’altra modalità, Real-Time, è in grado di identificare il volto di un soggetto in tempo reale e automatico attraverso le telecamere di sorveglianza, e peraltro non ha ancora ottenuto il via libera da parte del Garante della Privacy, che a ottobre del 2018 ha chiesto al Ministero degli Interni di fornire una valutazione d’impatto del sistema.

Dunque, la Polizia di Stato sta utilizzando, ufficialmente da settembre 2018, un sistema di telecamere a riconoscimento facciale che, ai nastri di partenza, ha inspiegabilmente già un database di 16 milioni di profili (alcuni completi d’impronte e immagini) presi non si capisce bene da dove, e che non è “legale” perché non ha ricevuto l’ok dal Garante della Privacy.

La quantità di dati già di per sé difficili da giustificare, si fa ancora più sospetta alla luce di alcuni fatti documentati di cronaca.

Se i giornali del 7 settembre 2018 titolavano “Brescia: ladri d’appartamento identificati con il riconoscimento facciale” celebrando l’ingresso della polizia scientifica nel futuro delle modalità investigative, il fatto incredibilmente non costituiva un inedito.

Il 6 giugno dello stesso anno (2018) il Secolo XIX pubblicava sul proprio sito internet, un articolo dal titolo Genova, identificato un ladro grazie a un nuovo software di riconoscimento facciale.

Questa notizia anticiperebbe di 93 giorni il primo impiego ufficiale di Sari in un contesto d’indagine, se non fosse che l’articolo è stato eliminato (verosimilmente lo stesso giorno), e sostituito con un più semplice pezzo di cronaca nel quale sparisce ogni riferimento a Sari e al riconoscimento facciale. Nell’articolo poi ritirato, già si fa riferimento a un database composto da 10 milioni di profili.

Ciò nonostante, il primo articolo del 6 giugno, dove si fa riferimento all’impiego di Sari, è ancora reperibile nella rassegna stampa di Parsec 3.26. Se quindi la polizia all’epoca non aveva realmente accesso a questa tecnologia, come dichiarato dalla questura di Genova, è assai curioso che sia proprio l’azienda che l’ha sviluppata (e che verosimilmente dovrebbe sapere anche quando l’ha consegnata alla Polizia di Stato) a inserire e mantenere sul proprio sito l’articolo che ne parla.

Il verbale di consegna fornito a seguito di una richiesta FOIA risulta che, da contratto, il sistema sarebbe dovuto essere attivato “entro e non oltre i 10 giorni lavorativi dal termine delle attività di verifica (decorrenti dalla comunicazione di approvazione del certificato dell’avvenuta verifica funzionale positiva)”. In questo caso il collaudo è terminato l’8 marzo 2018. Il 18 marzo 2018 quindi, il sistema è divenuto verosimilmente operativo. Perché allora la Polizia di Stato nega di averne avuto la disponibilità prima del settembre 2018?

Forse perché all’epoca mancava ancora (così come ancora oggi) l’assenso del Garante della Privacy?

Tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018, il 23 marzo 2018 il Garante aveva già avanzato la necessità di sottoporre il sistema a una verifica. Dopo diversi mesi di contatti telefonici intercorsi tra le due parti, a luglio il Ministero degli Interni comunicava al Garante che il sistema Sari Enterprise non è altro che un’evoluzione del Ssa-Afis e quindi adeguatamente regolamentato, chiudendo, di fatto, e definitivamente la porta a una verifica preliminare da parte del Garante.

Il software quindi era in uso già molto tempo prima? E da quando?

Forse prima è necessario trovare risposta a un’altra domanda: come si finisce nel database di Sari?

Passaporti, Carte d’identità elettroniche, le telecamere a rilevamento biometrico installate agli accessi degli impianti sportivi nei quali ormai si può accedere esclusivamente con un biglietto nominativo, il Sistema dattiloscopico europeo (Eurodac) o addirittura la rinnovata tendenza delle forze dell’ordine a scattare copiose fotografie durante le manifestazioni: le ipotesi su come si sia arrivati a parlare di 16 milioni di identità sono state molteplici.

Dagli aeroporti alle metropolitane, dal controllo delle minoranze in Cina ai concerti musicali, negli ultimi anni le tecnologie per il riconoscimento facciale si sono diffuse a macchia d’olio, dando a governi e aziende il potere di disporre del volto dei cittadini per attività che spaziano dalla pubblica sicurezza al marketing mirato.

Già nel 2015 avevo denunciato pubblicamente questa minaccia riportando le dichiarazioni dell’allora Sindaco di Roma. Questo il brano del mio libro “Il lato oscuro della Luna” pubblicato nel 2015:

“[…] Nel Marzo 2015 il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, intervistato da un’emittente radiofonica locale (Teleradiostereo) ha annunciato che nell’ambito dell’ammodernamento della rete d’illuminazione pubblica cittadina, grazie ad un accordo stipulato con il Ministero dell’Interno Italiano, su molti pali della luce saranno installate videocamere “intelligenti” (circa 200.000 per una spesa di 28 milioni di euro), collegate con le forze dell’ordine. Le forze di polizia esamineranno le immagini grazie ad un software con riconoscimento facciale, in grado di far partire in automatico segnalazioni di allarme in caso il software riconosca una persona ricercata o riscontri atti o comportamenti ritenuti dannosi o illegali.

Viviamo incontrovertibilmente, in un’epoca di “raccolta dati personali”. Questo, se da un lato può indubbiamente portare dei vantaggi in termini di legalità, dall’altro porterà prima o poi alla completa perdita di privacy.

Di fatto i governi o anche società private, potrebbero segretamente e più o meno lecitamente, entrare in possesso di qualunque informazione che ci riguardi. Se a ciò uniamo anche sempre il maggior utilizzo delle transazioni elettroniche e della moneta elettronica in particolare, oltre che all’ormai prossima utilizzazione di massa, come vedremo più avanti, dei microchip installati sottopelle ad ognuno di noi, qualcuno potrebbe controllare ogni aspetto della nostra vita, non soltanto per quanto riguarda le abitudini, le idee politiche o religiose, chi frequentiamo, dove andiamo solitamente o altre cose simili riguardante il nostro comportamento ma, cosa ancor più grave, la nostra salute ed i nostri parametri biologici. Non è fantascienza o paranoia, ma una prossima e probabile realtà derivante dall’applicazione di una tecnologia già disponibile che, pian piano, si comincia ad utilizzare. […]”

Già nel 2015, quindi con ben 3 anni di anticipo, una pubblica autorità dichiarava che stava per essere messa in funzione una tecnologia simile, se non uguale, a quella che, ufficialmente, è in uso alla Polizia di Stato solo dal settembre del 2018! Già 4 anni fa segnalavo il potenziale pericolo per una schedatura di massa della popolazione, a seguito dell’’abuso di questa (e di molte altre) tecnologia, evidenziando il rischio per la democrazia e le libertà individuali e fondamentali che essa dovrebbe sottintendere e di cui solo oggi, alcuni organi di stampa, molto sommessamente, cominciano a prendere coscienza. In questo senso diamo un ben svegliati almeno a una piccola parte della stampa mainstream che però sembra ancora non aver compreso bene la portata del problema!

L’agenzia AGI, proprio in questi giorni, ha pubblicato un articolo nel quale riporta le affermazioni dell’attuale Sindaco di Roma Virginia Raggi che, in data 4 aprile 2019. L’annuncio è stato fatto dalla Sindaco durante la conferenza stampa di presentazione della Formula-e che si svolgerà nella capitale il 13 aprile. Il Sindaco ha comunicato l’installazione di nuove e ulteriori telecamere intelligenti a riconoscimento facciale, in altre aree della capitale.

L’articolo di Agi si concentra però su un aspetto puramente di tipo geopolitico. La decisione del Comune di Roma ha fatto storcere il naso, alla luce della guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti, con questi ultimi che invitano tutti i Paesi Nato a boicottare le tecnologie Huawei, sospettate dal governo Trump di essere uno strumento di spionaggio, dimenticandosi di quanto invece dovremmo diffidare proprio dagli Stati Uniti, alla luce delle prove concrete (e non dei sospetti) portati alla luce da Edward Snowden nel 2012.

Le nuove telecamere intelligenti, ha spiegato ieri il Sindaco, “saranno in grado di seguire eventuali vandali o autori di reati e saranno direttamente collegate con le forze dell’ordine. Non solo, nel caso in cui nelle immagini comparisse una persona con precedenti, le forze dell’ordine saranno in grado di intervenire sul posto ancora con maggiore tempestività”. Si sta parlando inequivocabilmente e ancora una volta, del sistema SIRI.

Luigi De Vecchis, presidente d Huawei Italia, a margine della conferenza stampa, ha dichiarato ad AGI che queste telecamere, una volta collegate ai software in uso alla Polizia di Stato, “possono addirittura prevedere alcuni tipi di eventi” (cioè reati NDR). Già, infatti, per chi ancora non ne fosse a conoscenza, la Polizia di Stato italiana ha in uso software in grado di prevedere dei crimini.

Per gli appassionati di fantascienza possiamo richiamare il film Minority Report (del 2002), se non fosse che non siamo più nella finzione cinematografica che descrive un possibile futuro distopico, ma nella triste e altrettanto distopica realtà del presente.

Software come KeyCrime, sviluppato da un ufficiale della questura di Milano e in uso già nel 2016, e lo XLAW, sviluppato da Elia Lombardo, ispettore della questura di Napoli, è già stato sperimentato a Napoli e a Prato nel 2018, si stanno ormai diffondendo su tutto il territorio nazionale.

Anche in questo caso, sussistono molte perplessità riguardo agli algoritmi che sottintendono a questi software. Come prevedono i potenziali reati? Sulla base di quali dati e parametri eseguono le valutazioni? Sulla base di questi parametri e dati, infatti, potrebbero fare delle previsioni “discriminatorie” o lesive delle libertà fondamentali degli individui. Il contenuto e la natura di questi algoritmi sono riservati e, in alcuni casi come quello del software XLAW, non sono disponibili neanche al Ministero degli Interni, ma ad accesso esclusivo della società che li ha sviluppati.

Anche in questo caso, nel medesimo libro sopra citato, già nel 2015 manifestavo le mie preoccupazioni per la possibile applicazione anche in Italia (in alcune città degli Stati Uniti sistemi simili sono in funzione da anni) di queste tecnologie si sorveglianza.

La maggioranza dei cittadini, continuamente distratti da cose più futili o marginali, continuano a essere spesso ignari dell’esistenza di queste tecnologie e dai rischi derivanti da un uso spensierato o di un abuso di simili strumenti. La cronaca quotidiana ci continua a dimostrare come tutti questi strumenti tecnologici e connessi alla rete sono soggetti a errori e vulnerabilità. Continuamente ascoltiamo di notizie riguardanti furti di dati, server sia pubblici sia privati, lasciati incustoditi che contengono dati personali e riservati. Che cosa succederebbe se per un furto o un errore fosse diffuso un archivio con i parametri biometrici di milioni di persone? Le password le potete sempre cambiare, il danno economico si può sempre ripagare, ma i dati biometrici non possono essere cambiati e il furto d’identità (sempre più in aumento) può avere conseguenze devastanti sulla vita delle persone.

La sorveglianza non è sicurezza (come dimostrano la cronaca e i fatti), e la privacy è nella nostra epoca diventato ormai un valore fondamentale e inalienabile dell’individuo, in una società realmente democratica. Com’è possibile accettare una restrizione della privacy barattandola con una sorveglianza di Stato che, come abbiamo visto, sembra non tenere conto di alcun diritto fondamentale dell’individuo? Come ci difendiamo dai pregiudizi algoritmici?  

Tutti interrogativi che s’infrangono, in Italia come all’estero, contro il muro di sostanziale riservatezza delle autorità, sulla loro presunta correttezza e sul loro ruolo di garanti dell’ordine pubblico. Tutto questo rende ancora più importante fare urgentemente chiarezza sulle finalità e le modalità di utilizzo di tutta la tecnologia oggi esistente, sia quella già in uso sia quella già esistente e di probabile o prossimo utilizzo, in special modo se è una tecnologia “tracciante”, che raccoglie qualunque tipo di dato personale (soprattutto se biometrico), con particolare riguardo a tutte quelle connesse alla rete (in sostanza ormai tutte).

Il rischio è di passare dall’avere una Polizia di Stato, al vivere in uno Stato di Polizia!

Stefano Nasetti

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