La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?

Uno studio scientifico ha provato rispondere a queste domande in modo oggettivo. I risultati però hanno avuto poco eco presso i mass media mainstream, soprattutto in Italia, perché?

Esistono persone che, con le loro opinioni, sono in grado di condizionare l’opinione pubblica. Molti grandi politici e statisti del passato, molti dittatori del XX secolo, erano grandi oratori. Sapevano utilizzare le parole giuste e smuovere le masse per “indirizzarle” nella direzione voluta.

Nel secondo dopoguerra, con la nascita delle scienze che riguardano lo studio della comunicazione efficace, queste capacità sono state tradotte in vere e proprie tecniche comunicative e si sono diffuse in molti campi. Non è ovviamente sufficiente conoscere e saper applicare queste tecniche per avere successo. Immagine pubblica e professionalità sono gli altri elementi che consentono di acquisire particolari posizioni di potere.

Nel campo della comunicazione queste persone sono chiamate Opinion Leader. Nell’era del digitale, in cui gran parte della comunicazione passa attraverso la rete, sebbene con qualche differenza, queste persone sono oggi chiamate “influencer”.

Insomma, parliamo d’individui con un più o meno ampio seguito di pubblico, che hanno la capacità di influenzare i comportamenti delle persone in ragione del loro carisma e della loro autorevolezza, rispetto a determinate tematiche o aree d’interesse.

È proprio l’alto potenziale relazionale e una consolidata reputazione, derivante dall’alto grado d’interesse e conoscenza di un certo argomento, che contraddistingue l’opinion leader, che avvalora la sua autorevolezza e la fiducia da parte del suo seguito. La credibilità può derivare, oltre che dal fatto di essere considerato un esperto in un particolare settore, anche dall’esser percepito come neutrale rispetto ai portatori d’interesse che operano in quel dato settore.

Ma ciò avviene anche in campo scientifico?

Esistono scienziati che con le loro opinioni sono in grado di influenzare il progresso scientifico, indirizzandolo verso una direzione anziché altre o, addirittura, ostacolare il progresso?

Ciò è un bene o un male per l’umanità?

Per chi si occupa di scienza, anche se solo dall’esterno, ormai da vent’anni, appaiono evidenti certe anomale situazioni.

Nei miei libri e articoli, non manco mai di porre l’accento su questa problematica in ambito scientifico, in particolar modo quando si tratta di spiegare determinati aspetti riguardanti il nostro passato.

L’idea secondo cui i progressi scientifici sono il risultato di una pura competizione d’idee, una competizione in cui le intuizioni di alta qualità inevitabilmente emergono come vittoriose, è ancora considerata garanzia di un progresso lineare e libero.

La scienza, nell'immaginario collettivo, è sovente associata al progresso, all'innovazione. La storia insegna però, come quest'immagine della scienza, non corrisponda poi molto alla verità, non perché la scienza non persegua il sapere o la conoscenza, quanto piuttosto perché è gestita dagli uomini, e non tutti gli uomini hanno l'interesse ha cambiare lo stato delle cose. Quest'atteggiamento ha fatto sì che la scienza tenda a essere estremamente cauta quando si parla di nuove conoscenze o ipotesi, che possono mettere in discussione le teorie tradizionali. Tale comportamento è talmente radicato, che è possibile affermare che la scienza è molto più conservatrice che progressista. (dal libro –“Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”)

Tuttavia si ritiene spesso che questa idea, sebbene non originale, sia da ritenersi più un’opinione che un dato di fatto.

Già all’inizio del XX secolo, Marx Planck, il pioniere della meccanica quantistica, affermava: "Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, ma piuttosto perché alla fine i suoi avversari muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari “.

Neil Turok, fisico sudafricano, uno dei massimi esperti mondiali della teoria delle stringhe, che ricopre il ruolo di direttore del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Waterloo (Ontario), ed ha ricoperto la cattedra di fisica matematica alla Cambridge University, fino al 2008, in un’intervista televisiva di qualche anno fa ha dichiarato: “Ci sono dei principi che si danno per scontato in ambito scientifico, e si fa fatica ad abbracciare nuove idee. A dire il vero in molti hanno costruito la propria carriera sullo status quo e non vogliono per questo, che nuove idee agitino le acque”. (dal libro “Il lato oscuro della Luna”)

Fino ad oggi si poteva sostenere che questa idea o sensazione, benché fosse stata manifestata e condivisa anche da scienziati importanti come quelli appena citati, fosse soltanto un’opinione. Grazie ad uno studio pubblicato su Scienze nel mese di settembre 2018 possiamo finalmente dire che non è assolutamente così.

Il Professor Pierre Azoulay, del dipartimento Sloan School of Management del MIT di Boston, ha voluto verificare le affermazioni di Planck secondo cui la scienza avanzerebbe “un funerale alla volta”, poiché più conservatrice che progressista.

Per cercare di fornire oggettiva risposta alle domande poste nel corso di quest’articolo, Azoulay ha compiuto diversi studi nel corso degli ultimi 10 anni.

Per farlo ha preso in considerazione tutte le pubblicazioni scientifiche nel campo delle scienze della vita (biomedicina), in un intervallo compreso tra il 1968 e il 1998. Una quantità di dati veramente enorme.

Una volta stabiliti criteri e modalità della ricerca, lo studio ha individuato 12.935 scienziati definiti, attraverso criteri oggettivi di valutazione (premi ricevuti, impatto delle ricerche nel proprio settore, numero di citazioni, ecc.) “superstar”.

Di questi ha poi individuato quelli deceduti nell’intervallo preso in considerazione, e il numero è sceso a 452 superstar. Così facendo ha potuto valutare quale impatto ha avuto la scomparsa di questi scienziati, nel campo d loro competenza.

Già con un primo studio pubblicato nel 2008, (in un documento di lavoro intitolato "Superstar Extinction", pubblicato dalla National Bureau of Economic Research) Azoulay aveva scoperto che quando gli scienziati accademici "superstar" muoiono, i loro collaboratori sperimentano un declino rilevante e permanente della produttività (numero di pubblicazioni e importanza delle stesse) nell’ordine del 5-10%. Studiando il ruolo della collaborazione nell'incrementare la creazione di nuove conoscenze scientifiche, ha scoperto che più le aree di studio dei collaboratori si sovrappongono alla superstar, più si accentua il calo della produzione.  Il calo di produzione si perpetua nel tempo, aumentando costantemente per tutto il periodo preso in considerazione (5 successivi anni dalla scomparsa della superstar).

La risultanza dei dati della ricerca è che le superstar riempiono il loro campo scientifico con le loro idee, ma quando muoiono, l'intero campo si contrae, quindi si tratta davvero delle loro idee e gli effetti della loro perdita sono piuttosto ampi e diffusi.

Molti collaboratori delle superstar deceduti sono stati intervistati. Alcuni hanno detto che la scomparsa della superstar è stata una terribile perdita per la scienza, ma altri, hanno detto invece che erano un po' stanchi di quella leadership, affermando addirittura che potrebbe esserci un lato positivo in tutto questo, perché le superstar tendono a “succhiare tutto l'ossigeno fuori dalla stanza” (vale a dire che non lasciano spazio a nuove idee se non le loro).

Nella nuova ricerca pubblicata nel 2018, i risultati sono ancor più interessanti.

I risultati dello studio di Azoulay, hanno posto in evidenza che le morti delle superstar hanno un effetto opposto (quindi positivo) sui non collaboratori.

La morte di una star è seguita da un afflusso di nuove persone nel campo in cui la superstar operava. Il flusso proviene da campi di studio correlati a quello della superstar, ma non dai campi in cui la superstar esercitava la sua influenza.

Le nuove persone che entrano direttamente nel campo lasciato parzialmente libero, portano idee diverse. Le nuove persone pubblicano molti paper, e i loro articoli ricevono molte citazioni, come a indicare che hanno avuto un impatto significativo.

I riferimenti nei documenti dei nuovi arrivati ​​sono quindi diversi, suggerendo che affrontano sì i medesimi problemi scientifici, ma da nuovi punti di vista.

È importante notare, che i risultati di cui sopra non implicano che gli studi scientifici pubblicati dai nuovi partecipanti al settore di ricerca siano necessariamente in contraddizione o rovescino l’idea scientifica prevalente.

Piuttosto, sembrano indicare la presenza di una miriade di "piccole rivoluzioni". Rivoluzioni permanenti in cui nuove idee vengono alla ribalta senza necessariamente eclissarne gli approcci precedenti.

Con sorpresa per chi pensa che in ambito scientifico trionfi sempre la qualità dell’idea e il dato oggettivo, non sono i collaboratori o i concorrenti che lavorano già in quel settore scientifico ad assumerne leadership, ma piuttosto gli scienziati di altri campi che entrano per riempire il vuoto creato dalla scomparsa della superstar.

Pertanto, coerente con le affermazioni di Planck, la perdita di un luminare offre un'opportunità per l’ingresso di nuove idee per evolvere in nuove direzioni, opportunità che fa avanzare rapidamente la frontiera scientifica.

Non si può comunque sostenere in modo assoluto che le superstar scientifiche costituiscano un netto negativo per il progresso scientifico.

Piuttosto, i risultati di questo studio suggeriscono che, una volta giunti al comando dei loro campi di ricerca, gli scienziati superstar tendono a mantenere la loro posizione di autorevolezza, e il potere che ne deriva, un po' troppo lungo.

Infatti, sempre dalla stessa ricerca, non sembra che le superstar usino la loro influenza finanziaria o editoriale, per bloccare l'ingresso di nuove idee nei loro campi, ma piuttosto la prospettiva stessa di sfidare un luminare nel campo serve come deterrente per l'ingresso da parte di estranei.

Appare più che concreta la possibilità che gli “estranei” siano semplicemente scoraggiati dalla prospettiva di sfidare un luminare sul suo campo. L'esistenza di una figura imponente può certamente far pendere la bilancia verso il negativo nel calcolo costi/benefici di proporre studi in contrasto con la teoria dominante. Ciò spinge i ricercatori esterni a ritardare la pubblicazione di certi risultati in attesa “di tempi migliori”, o li spinge a concentrarsi su attività alternative.

D’altro canto gli scienziati devono essere considerati alla stregua di ogni altro lavoratore. Giacché persone normali, non dobbiamo pensare che lo scienziato persegua il sapere, la conoscenza o il progresso ad ogni costo. Anche lui ha esigenze e aspirazioni comuni. Anche lui ambisce ad acquisire fama, prestigio e il potere che esso comporta. Anche lui ha la necessità di mantenere il suo posto di lavoro e “portare a casa” il suo stipendio. Insomma, le logiche che sottintendono la ricerca sono diverse da quelle a cui comunemente si pensa. Per ulteriori approfondimenti in merito, suggerisco la lettura del precedente articolo “ La scienza ha un problema di Fake News ”.

Tornando ai risultati dello studio di Azoulay, per quanto riguarda le superstar oggetto dello studio, queste piuttosto che concentrare i loro sforzi per ostacolare direttamente l’arrivo di potenziali “estranei” concorrenti, sembra che demandino implicitamente questo compito ai loro collaboratori (controllo indiretto).

Infatti, è vero che le superstar in carica all'interno di un campo, possono fungere “da guardiani” dei finanziamenti e dell'accesso alle pubblicazioni su un determinato giornale. Potrebbero essere in grado di allontanare efficacemente le minacce d’ingresso da parte di estranei. Nello studio però, non è stato possibile rilevare alcuna attività in tal senso. Allo stesso tempo, è implicitamente vero che i collaboratori, come capita sovente, sono i principali destinatari dei finanziamenti che arrivano in quel campo di ricerca.

Dai risultati dello studio emerge infatti, che il controllo indiretto (quello esercitato dai collaboratori) sembra quindi essere un potenziale meccanismo attraverso il quale le superstar possono esercitare un'influenza sull'evoluzione dei loro campi, anche dopo la loro morte.

I coautori degli studi della superstar, sia attraverso il loro sforzo diretto per mantenere viva la fiamma intellettuale della superstar scomparsa, sia semplicemente per la loro posizione dominante (finanziaria) sul campo, erigono barriere all'entrata in quei campi, impedendo in prima battuta, il ringiovanimento del settore con l’ingresso da parte di estranei.

Insomma, presi insieme, questi risultati suggeriscono che gli estranei sono riluttanti a sfidare l'egemonia leadership in un campo quando la stella è viva, mentre sono più propensi a correre il rischio quando questa scompare.

Concludendo, appare ormai oggettivo che le superstar della scienza condizionino, non sempre positivamente e non sempre volutamente, il progresso o, almeno, la sua linearità e la sua velocità. La loro influenza, diretta o indiretta, è spesso finalizzata al mantenimento dello status quo.

Gli autori di questo studio precisano che i risultati ottenuti nel campo da loro esaminato (biomedicina), non debbano necessariamente intendersi esemplificativi delle dinamiche presenti in tutti i settori della scienza. Alcuni settori, come quello della fisica ad esempio, in cui gli scienziati lavorano spesso individualmente o in gruppi di pochissime unità, queste dinamiche potrebbero essere differenti.

Tuttavia esistono molti altri settori (archeologia, astronomia, ecc.) in cui le dinamiche sono certamente simili se non addirittura più accentuate (come nel campo delle scienze di frontiera), poiché la ricerca è subordinata e condizionata da finanziamenti soprattutto privati.

Gli autori della ricerca sottolineano infine, come simili dinamiche (e quindi simili ostacoli all’andamento auspicabile del progresso scientifico) si verificano e vengono addirittura accentuate, quando la superstar scientifica si occupa anche di divulgazione al pubblico.

Le superstar scientifiche che si occupano di comunicazione scientifica, o i comunicatori scientifici che diventano superstar, potrebbero rappresentare un ulteriore problema per l’avanzare della scienza nell’interesse collettivo (e forse in Italia lo sappiamo bene!)

In ultimo, perchè i risutlati di questa ricerca non hanno trovato spazio nei mass media mainstram in Italia? Forse perchè mettono in risalto, per la prima volta in modo oggettivo, la presenza di un sistema di potere che mina le fondamenta dello status quo e può ledere l'immagine e la credibilità di qualche superstar scientifica italiana?

Stefano Nasetti

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