La scienza è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo.

Negli ultimi anni si è assistito a un calo continuo e inesorabile della credibilità della scienza agli occhi dell’opinione pubblica. Quest’ultima infatti, ha preso progressivamente coscienza delle innumerevoli incongruenze di molte spiegazioni scientifiche, divulgate all’opinione pubblica da decenni come conoscenze oggettive e verità incontrovertibili, sebbene fossero soltanto teorie. Se è vero che tali teorie fossero. Al momento della formulazione, in qualche modo ragionevolmente fondate, se consideriamo le conoscenze dell’epoca, è anche vero che il divulgarle come certezza, poiché opinioni condivise dalla maggioranza degli aderenti alla comunità scientifica, si è rivelato un errore marchiano, sia in termini di comunicazione, sia sotto l’aspetto squisitamente più scientifico e oggettivo.

Come ricordava Galileo Galilei oltre cinquecento anni or sono, “le verità scientifiche non si decidono a maggioranza.”

Se quest’atteggiamento, che possiamo definire di presunzione o supponenza da parte di molti (non tutti) i membri della comunità scientifica, è di fatto riscontrabile in ogni epoca, almeno negli ultimi 200 anni, il conservativismo e l’ostruzionismo nei confronti di nuove evidenze scientifiche che ne è sempre scaturito, è emerso ormai fragoroso in tutta la sua evidenza.

La velocità con cui la conoscenza scientifica è aumentata negli ultimi decenni, non ha più consentito agli aderenti alla comunità scientifica ufficiale, di “gestire” la transizione tra le vecchie conoscenze ormai obsolete, e le nuove scoperte. In passato la minor velocità con cui la scienza acquisiva nuova conoscenza, aveva infatti permesso di “anestetizzare”, complice anche la minor cultura media e la bassa velocità di diffusione delle informazioni, le possibili reazioni avverse del pubblico. Quest’ultimo era dunque impossibilitato di comprendere a pieno i mutamenti radicali riguardo determinati assunti scientifici ufficiali, rivelatesi palesemente errati e fuorvianti. In tale contesto, la scienza (o per meglio dire chi la gestisce e la rappresenta) è sempre riuscita a mantenere quell’aura di autorevolezza e prestigio forse immeritato che, giustamente va riconosciuta a chi fa scienza in modo serio.

Oggi, di fronte ad uno scenario completamente mutato, la spesso supponente e presuntuosa scienza ufficiale è stata messa spalle al muro. Molti membri della stessa hanno perciò iniziato a studiare i problemi che esistono all’interno della comunità scientifica ufficiale e nella scienza, più in generale.

L’immagine della scienza presentata agli occhi dell’opinione pubblica, è spesso stata quella di un gruppo di persone eticamente corrette, scevre da ogni condizionamento economico e/o politico, che anteponevano il benessere, la conoscenza e il miglioramento delle condizioni umane ai propri interessi personali, alle loro mire di ricoprire incarichi di prestigio e potere, alla loro ambizione di acquisire popolarità oltre che di aumento delle proprie possibilità economiche e del proprio tenore di vita.

Assistiamo ancora, soprattutto nel nostro paese, al tentativo di presentare il mondo scientifico come un mondo idilliaco, in cui sono quasi del tutto assenti le dispute e le rivalità tra colleghi, in cui esiste un mutuo e reciproco spirito collaborativo, in cui ciascun ricercatore e scienziato, indipendentemente dalla posizione gerarchica che ricopre nell’ambito della comunità scientifica, ha come unico e solo scopo della sua vita, la conoscenza e il progresso dell’essere umano. SI tratta di un tentativo sempre meno efficace, che riesce nel suo intento solo in quella fetta di popolazione ancora poco interessata e partecipe alla conoscenza scientifica, oltre che ossequiosa delle “autorità”.

L’astronomo Carl Sagan diceva: “Abbiamo costruito un mondo basato su scienza e tecnologia, in cui nessuno capisce nulla di scienza e tecnologia”.

Non tutti ne sono consapevoli ma, il ritenere che il settore scientifico sia un sistema a se stante, completamente avulso da quelle che sono le logiche economiche, di profitto, di competizione senza esclusione di colpi, di corsa al conseguimento di posizioni di potere, di fama, un mondo senza uno spiccato individualismo ed egocentrismo, logiche di cui ogni settore della nostra vita è ormai profondamente intriso, rimane un pensiero tanto ingenuo quanto anacronistico.

La scienza è malata, e questo è ormai un dato di fatto. I mali non sono legati alla scienza in sé, ma agli uomini che la gestiscono e che vi operano, schiavi di quelle logiche proprie del nostro tempo.

La presa di coscienza di questo problema, all’interno della comunità scientifica, ha spinto alcuni ricercatori a cercare di comprenderne meglio le cause e la portata delle conseguenze che l’atteggiamento di chiusura e conservativismo conclamato in taluni ambiti scientifici, ha avuto agli occhi dell’opinione pubblica.

Sebbene non se ne parli diffusamente nel nostro paese, nell’ultimo anno sono stati pubblicati molti studi scientifici che hanno voluto verificare innanzitutto, la reale esistenza di certi problemi che, sebbene percepiti e percepibili anche da parte di chi di scienza s’interessa, pur non facendo parte della comunità scientifica, erano sempre rimasti delle sensazioni o delle idee intangibili.

Nei precedenti articoli (La scienza ha un problema di fake news, La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?) che ho pubblicato in questo blog, ho cercato nel mio piccolo, di dare spazio a queste ricerche, per dare evidenza dei problemi che interessano il settore scientifico, e per provare a diffondere un po’ di consapevolezza a riguardo. Inutile dire che suggerisco la lettura attenta di entrambi se si vuol provare a comprendere la portata del problema e le dannose conseguenze che ricadono sulle vite di tutti i cittadini.

Oltre a quanto già detto in tali articoli, presento oggi altre due ricerche scientifiche (entrambe pubblicate nelle scorse settimane sulla rivista e sul portale Science) che danno modo di far emergere altri due aspetti interessanti. Ciò che viene fuori, getta altre ombre sul mondo scientifico e sulle conseguenze che le errate o imprecise affermazioni scientifiche comportano nella vita di tutti i giorni.

In particolare, la prima ricerca si è concentrata sugli studi scientifici pubblicati in ambito medico. Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca guidato da Ben Goldacre, autore e medico presso l'Università di Oxford nel Regno Unito, sostenitore della trasparenza nella ricerca sulle droghe.

L’obiettivo dei ricercatori di Oxford, era capire le conseguenze di una sempre più diffusa cattiva abitudine, presente nel modus operandi di molti ricercatori. È infatti un problema ben noto, soprattutto nelle sperimentazioni cliniche, che i ricercatori iniziano le loro ricerche dichiarando che intendono verificare, e quindi ottenere, un risultato particolare, ad esempio le conseguenze e/o l’efficacia di un farmaco per attacchi di cuore. Poi però, nel corso della ricerca, cambiano totalmente obiettivi e cercano cose diverse da quelle dichiarate, cose che poi segnalano quando pubblicano i risultati. È stato più volte riscontrato che tale ondivaga pratica, può far sembrare un farmaco o un trattamento più sicuro o più efficace di quanto non sia in realtà.

In sostanza, magari si mette in pratica una sperimentazione con il dichiarato obiettivo di verificare l’efficacia (o i possibili effetti collaterali) di un farmaco per il cuore, ma poi quando si pubblica lo studio, si omette del tutto di rispondere al quesito principale della ricerca, concentrandosi magari sul fatto che il farmaco può produrre reazioni allergiche a livello meramente epidermico. Lo studio scientifico così redatto, farà apparire il farmaco più sicuro ed efficace di quello che in realtà potrebbe essere (non è possibile dai dati pubblicati, sapere se è realmente efficace o inutile, o se addirittura è più dannoso che utile).

Il processo peer-review a cui le riviste scientifiche dicono di sottoporre tutti gli studi prima della pubblicazione, dovrebbe essere un efficace deterrente per scoraggiare la realizzazione di questo tipo di studi, o quantomeno un mezzo efficace per impedirne la pubblicazione.

Nel tentativo di capire se almeno le riviste scientifiche più importanti, rispettano il loro impegno a garantire che i risultati siano riportati correttamente, i ricercatori di Oxford con la loro ricerca, hanno dato evidenza incontrovertibile che spesso ciò non accade. Hanno scoperto che molti degli attori dell’intero processo di ricerca e divulgazione scientifica, si piegano alle altre logiche economiche e commerciali e oltretutto, messi di fronte al fatto compiuto, avanzano le scuse più disparate.

A partire dal 2015, i ricercatori di Oxford hanno dato vita al progetto del Centro per il Progetto di Monitoraggio dei risultati della medicina basato sull'evidenza (COMPARE). Hanno quindi cominciato a esaminare tutti gli studi pubblicati, su cinque principali e autorevoli riviste mediche: Annals of Internal Medicine, The BMJ, JAMA, The Lancet e The New England Journal of Medicina (NEJM). Gli argomenti degli studi pubblicati spaziavano dagli effetti sulla salute del consumo di alcolici per i diabetici, al confronto tra farmaci per il cancro del rene. Tutte e cinque le riviste esaminate, avevano preventivamente approvato linee guida per la pubblicazione dei dati consolidati degli studi sperimentali (CONSORT). Una regola CONSORT è che gli autori dovrebbero descrivere i risultati che intendono studiare prima dell'inizio di una sperimentazione, per poi attenersi tassativamente a tal elenco quando pubblicano i risultati.

Con enorme stupore, i ricercatori di Oxford hanno costatato che solo nove dei 67 studi pubblicati nelle cinque riviste, hanno riportato risultati giusti.  Il team di Oxford del progetto COMPARE, con la pubblicazione dello scorso 14 febbraio 2019 sulla rivista Trials, ha riferito che circa un quarto (il 25%) degli studi pubblicati, non ha riportato correttamente l'esito primario che aveva dichiarato di voler misurare, mentre addirittura il 45% non ha neanche riportato correttamente tutti i risultati secondari. Non solo, in alcuni casi negli studi sono stato pubblicati perfino nuovi risultati, che non erano oggetto della ricerca. (Si tratta ovviamente di risultati medi che variano da rivista a rivista. Ad esempio solo il 44% delle sperimentazioni su: Annals of Internal Medicine riportava correttamente l'esito primario, rispetto al 96% degli studi NEJM.

Quando il team del progetto COMPARE ha scritto alle riviste facendo presente i problemi riscontrati sui documenti degli studi pubblicati, le riviste hanno pubblicato soltanto 23 delle 58 lettere inviate dal team COMPARE, preferendo quindi nella maggioranza dei casi (35 su 58) non dare pubblica evidenza (e quindi censurare) dei problemi rilevati.

Anche in questo caso, gli atteggiamenti tenuti dalle varie riviste sono stati eterogenei.  Mentre infatti le riviste Annals of Internal Medicine e The BMJ hanno pubblicato tutte le lettere a loro indirizzate, The Lancet ha accettato solo l'80% di quanto ricevuto, mentre NEJM e JAMA le hanno respinte tutte.

I redattori di NEJM hanno spiegato che sono soltanto i loro referenti che operano le peer-review a decidere quali risultati degli studi devono essere segnalati, specificando che, mentre alcune delle regole CONSORT sono oggettivamente "utili" nelle operazioni di valutazione di uno studio scientifico, gli autori degli studi non sono tenuti a rispettare. Ciò dovrebbe comportare tuttavia, il rifiuto di quella rivista di pubblicare lo studio scientifico, poiché quella rivista si era impegnata formalmente a verificare il rispetto di tali norme. Poiché la rivista, consapevole che gli autori non hanno rispettato le procedure, decide comunque di pubblicare lo studio, da evidenza di piegarsi a logiche presumibilmente di tipo economico-commerciali, anteponendo alla qualità e l’oggettività di uno studio scientifico, i propri interessi privati.

Alcune riviste o alcuni autori, che hanno risposto alle lettere del team COMPARE, hanno sostenuto che il progetto COMPARE è “al di fuori della comunità scientifica” (benché non sia vero) e dunque hanno deciso di non rispettato le indicazioni (prima sottoscritte e accettare). Altri hanno spazzato via le critiche, brontolando su quanto fosse difficile il loro lavoro. Altri ancora hanno negato addirittura di aver omesso qualsiasi risultato.

Da altre risposte ricevute dal team COMPARE, emerge che altri redattori delle riviste non sembravano preoccuparsi che i ricercatori potessero aver cambiato i risultati, se erano essi stessi a rivelare il cambiamento prima della pubblicazione. Addirittura le riviste JAMA e NEJM hanno dichiarato di non avere sempre sufficiente spazio per pubblicare tutti i risultati degli studi e che quindi, sovente, li pubblicano solo parzialmente.  

La discrezionalità assolutamente personale con cui i redattori omettono alcuni risultati anziché altri, altera certamente la percezione, in positivo o in negativo, di quella ricerca, anche se questa sia stata svolta correttamente. Se di una ricerca che mira a misurare l’efficacia e gli effetti collaterali di un farmaco, vengono poi pubblicati i risultati in modo parziale, pubblicando i benefici del farmaco ma omettendone i danni provocati, va da sé che il farmaco possa risultare più utile di quello che in realtà è.

La domanda che tutti dovrebbero porsi a questo punto è: a chi giova tutto questo?

La risposta la si può trovare già in quanto scritto nell’articolo La scienza ha un problema di fake news. La pubblicazione di uno studio, spesso finanziato da case farmaceutiche, anche se poi viene ritirato, finisce per essere utilizzato e citato come prova dell’efficacia o della non dannosità di un farmaco (come ad esempio un vaccino), che poi un’azienda farmaceutica (magari la stessa che ha finanziato la ricerca o la sua pubblicazione sulle cosiddette riviste predatorie) produrrà e commercializzerà.

Tuttavia i numeri della “cattiva scienza” sono stati resi pubblici alcuni mesi fa (settembre 2018) da Retraction Watch.

Retraction Watch è un progetto dei giornalisti scientifici Ivan Oransky e Adam Marcus che, con l’aiuto di Science, ha aperto i battenti ufficialmente nell’agosto del 2010. Un periodo in cui iniziava a diventare evidente un nuovo trend, quello del numero crescente di ritiridi articoli da parte d’importanti riviste scientifiche. Un fenomeno preoccupante ma difficile da mappare, perché, specie all’epoca, le riviste tendevano a non dare troppa visibilità al ritiro di un articolo.

Per questo i due giornalisti scientifici hanno iniziato a seguire la faccenda da vicino, decisi a comprendere le caratteristiche, le dimensioni e le cause di quest’anomala frequenza di studi ritirati. In quasi otto anni di lavoro hanno raccolto una lista di oltre 18mila paper ritirati. Ora hanno deciso di ha rendere pubblico il più ambio database mai realizzato di paper scientifici ritirati dagli anni Settanta a oggi (database esplorabile gratuitamente).

Ogni settore della scienza è, di fatto, contagiato da questa epidemia di studi ritirati. Medicina, fisica, biologia, psicologia fra tutti gli altri (nessuno escluso) i settori certamente più colpiti e quelli in cui le conseguenze di questo mal vezzo, hanno ripercussioni più gravi sulla nostra vita di tutti i giorni.

Nessun campo della scienza sembra immune a errori, sviste e persino vere e proprie truffe, che si concretizzano nel ritiro degli studi scientifici in questione da parte delle riviste. Questo è almeno ciò che avviene quando gli errori vengono allo scoperto, e gli editori decidono di correre ai ripari. Ma è legittimo domandarsi a questo punto, anche quanti studi errati ci siano che non sono stati scoperti e vengono tuttora considerati affidabili.

Il fenomeno del ritiro di uno studio scientifico è un fenomeno che da almeno una decina d’anni si è fatto sempre più comune, sollevando dubbi, legittimi, sullo stato di salute e di credibilità della scienza. I tanti ritiri sono certamente frutto di un’attenzione crescente per la correttezza dei dati pubblicati come già accennato nella premessa di quest’articolo, ma anche conseguenza della “legge non scritta” del publish or perish (letteralmente pubblica o muori), che obbliga i ricercatori a pubblicare risultati deboli, se non completamente inventati, per stare al passo, mantenere o acquisire prestigio, potere, finanziamenti e lavoro.

Dai dati resi pubblici da Retraction Watch, tra il 2000 e il 2014 si è passati da meno di 100 articoli ritirati all’anno a oltre mille, ma nonostante tutto oggi il problema investe non più di quattro articoli pubblicati ogni 10mila. E se è vero che la percentuale dei ritiri è più che raddoppiata tra il 2003 e il 2009, è ormai stabile da anni, e si può spiegare in parte con il concomitante aumento degli articoli pubblicati ogni anno: più che raddoppiati tra il 2003 e il 2016.

Parallelamente, il numero di riviste che ritirano almeno un articolo l’anno è aumentato. Nel 1997 erano soltanto 44, mentre nel 2016 sono state 488. Il numero di articoli ritirati in media da ciascun giornale però è rimasto pressoché invariato. Fatto che porta a pensare che l’aumento degli articoli ritirati negli ultimi 10 anni non sia legato principalmente a una linea di principio etico a cui le riviste s’ispirano, quanto piuttosto all’aumento del numero di riviste scientifiche esistenti. Le riviste quindi, non sembrano persuase a ritirare uno studio scientifico anche quando si accorgono essere errato.

Spiegare dove nasca la ritrosia, passata e presente, per una simile atteggiamento, è abbastanza semplice e in parte è già stato spiegato negli articoli precedenti. Il ritiro di uno studio scientifico è visto come una sconfitta sia per gli autori della ricerca, sia per chi avrebbe dovuto vigilare sulla correttezza dello stesso, sia per i revisori e gli editori delle riviste. Nel mondo dell’immagine in cui viviamo, il ritiro equivale spesso ad avere una piccola macchia sulla propria immagine pubblica. Questo perché la prima cosa che viene alla mente di fronte a un ritiro, è che sia dovuto a un caso di cattiva condotta scientifica o addirittura di vera e propria frode. In effetti, circa il 60% dei ritiri è esplicitamente legato a dati falsificati, immagini copiate, plagi, e altri atteggiamenti tipici delle frodi scientifiche.

Tuttavia, sebbene i motivi che spingono le riviste a ritirare un articolo scientifico non possano essere sempre ricondotti a una frode, dall’archivio della Retraction Watch emerge chiaro che il rimanente 40% dei ritiri è motivato dall’impossibilità manifesta di poter riprodurre i risultati dello studio. Ciò che potrebbe sembrare a occhi inesperti un semplice disguido burocratico, sottintende in realtà una cosa forse ancor più grave della falsificazione o di una frode.

L’attendibilità di uno studio scientifico, e dunque della scienza stessa, si fonda sulla possibilità di ottenere gli stessi risultati di un esperimento a parità di condizioni. Si basa quindi sulla ripetibilità, poiché questa evidenzia una costante oggettiva, sulla quale è ricavata la conseguente legge o verità scientifica. Se, una volta tolti gli studi falsi, il restante 40% dei ritiri avviene per mancanza di oggettività, significa che una fetta cospicua di ciò che viene pubblicato (e poi ritirato quando ci si accorge dell’errore) è costituito da vere e proprie fake news scientifiche. Per non parlare del fatto che negli ultimi anni si è diffusa l’abitudine di non ritirare articoli (evitando così di “compromettere” l’immagine e la reputazione dell’autore e della rivista) che presentano errori in buona fede, ma piuttosto diramare un avviso di “correzione”, da cui è difficile comprendere quanti e quali problemi avesse originariamente l’articolo.

Emerge dunque da questi studi un altro problema che affligge la scienza da cui guardarsi. Quel sistema di potere, d’interessi e di collusione tra alcuni scienziati e le riviste, sembrerebbe dunque tendere a “occultare” o sminuire il problema degli studi fake.

Quelli desunti dall’archivio della Retraction Watch, sono certamente di dati parziali che da soli non sono sufficienti a definire con precisione lo stato di salute della scienza, ma offrono, se combinati con gli altri studi esposti negli articoli precedenti, un quadro della situazione abbastanza esplicativo riguardo ai motivi che hanno portato a questa perdita di credibilità della scienza presso l’opinione pubblica.

L’origine del problema dunque, non sembra essere quella legata alla cattiva comunicazione scientifica, ai problemi connessi al mondo dell’editoria che opera in questo settore, quanto piuttosto alla sempre più frequente mancanza di oggettività di molti studi pubblicati, che in realtà di scientifico sembrano avere poco o nulla.

Solo per citare alcuni numeri desunti dal database in questione, la virtuale classifica degli editori che hanno ritirato più articoli scientifici, è guidata dall’Institute of Electrical and Electronics Engineers, con i suoi 7.300 articoli ritirati, che da soli rappresentano il 40% dell’intero archivio. Sebbene in questo caso si tratti solo di abstract che si riferiscono a conferenze tenutesi per lo più tra il 2009 e il 2011, parliamo pur sempre di testi pubblicati (teoricamente ma non effettivamente) dopo accurato processo peer-review, che hanno quindi avuto bisogno di una smentita ufficiale.

La virtuale classifica degli autori con più studi ritirati è costituita complessivamente da circa 30mila autori. Anche qui ce ne sono alcuni rivelatesi sistematicamente meno seri affidabili di altri. Infatti, i primi 20 hanno tutti almeno una trentina di paper ritirati a testa, i primi cento più di 13, e i primi 500 più di cinque. Andando nel dettaglio a guardare poi la top ten, troviamo campioni delle fake news scientifiche. Al primo posto spicca il nome di Yoshitaka Fujii, anestesista giapponese che dal 2012 ha collezionato bel 169 paper ritirati a causa di frodi e falsificazioni dei dati. Il secondo classificato, Joachim Boldt, anche lui anestesista, lo segue a debita distanza con un altrettanto considerevole ed eloquente numero di articoli scientifici ritirati, ben 96!

Ma com’è possibile una tale mole di articoli fake?

La risposta proviene questa volta da un altro studio, quello compiuto da John Ioannidis, uno statistico della Stanford University di Palo Alto, in California, si chiesto se alcuni membri della comunità scientifica stessero giocando con il “sistema scientifico”, forzando oltremodo il principio del publish or perish. Così lui e i suoi colleghi si sono immersi nel database della rivista accademica Scopus e hanno identificato 265 "autori iperprolifici" tra il 2000 e il 2016. Il gruppo di Ioannidis è stato in grado di contattare 81 di questi scienziati, per chiedere loro l’origine e finalità di tale super prolificità. Ioannidis ha poi presentato i risultati del suo studio su Nature per poi rilasciare anche un’intervista su Science.

Da ciò è emersa la conferma che la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di essere così prolifico al fine di ricevere più citazioni possibili, ottenendo quindi maggiore visibilità, con lo scopo di ottenere maggiori sovvenzioni. La Cina, ad esempio, dà soldi ai suoi ricercatori per la pubblicazione, specialmente in riviste influenti, e forse come risultato ospita anche un numero sproporzionato di autori iperprolifici. Questo denaro si è rivelato essere molte volte superiore al loro salario abituale. Dunque qui non è solo “pubblicare o perire”, ma è pubblicare e prosperare.

È dunque l’interesse individuale a spingere gli scienziati a pubblicare più articoli possibile e, essendo sostanzialmente impossibile avere una prolificità elevata mantenendo al contempo rigore, qualità e serietà delle ricerche, molti di loro finiscono per ricorrere a scorciatoie poco etiche, cambiando o aggiungendo dati a studi già compiuti, affinché da un singolo e reale studio riescano poi a “moltiplicarlo”, facendolo apparire come 5, 10 o addirittura 20 studi differenti. È ciò che spesso è stato riscontrato nel campo dell'epidemiologia, in cui gli scienziati ricercatori raccolgono una grande quantità di dati per poi distribuire le loro analisi, un foglio alla volta, consentendo a se stessi di collezionare un gran numero di pubblicazioni da un singolo progetto. In altri casi non esitano a falsificare interamente i risultati di studi precedenti se non addirittura a falsificare l’intero studio.

La pressione di pubblicare o perire o di ottenere finanziamenti amministrativi contribuisce a creare un ambiente in cui le rigorose regole vigenti in ambito scientifico, che dovrebbero garantire la ripetibilità dei risultati e quindi l’oggettività degli stessi, sono invece attenuate. Inoltre, poiché il fine è spesso quello di pubblicare il più possibile, chi rifiuterà mai di apporre il proprio nome su una ricerca, anche se è stata condotta da altri? Sì, perché accade anche questo.

È emerso infatti, che alcune discipline hanno più autori iperprolifici di altri. Circa la metà degli autori iperprolifici presenti nel database esaminato da Ioannidis, appartengono al settore della medicina e della biologia. Tenendo conto di quanto già emerso in merito alle ricerche esposte nel presente e nei precedenti articoli, certamente quest’aspetto non può essere trascurato. Le regole non scritte che governano questi campi scientifici infatti, favoriscono il proliferare di pubblicazioni attribuite a determinati scienziati. Ad esempio, quando i cardiologi diventano direttori d’importanti centri clinici e di ricerca, possono vedere aumentare anche di 10 volte il numero degli studi di cui gli è attribuita (non sempre meritatamente) la paternità. Questo perché i loro nomi vengono sempre associati a tutto ciò che il loro centro produce. È una norma che i campi di medicina e biologia hanno adottato, anche se ciò non soddisfa rigorosi standard scientifici per l’attribuzione di paternità di uno studio.

Ma perché è un grosso problema se alcuni autori estendono la definizione di paternità? Ci sono due ragioni principali per cui abbiamo la paternità: affidabilità e responsabilità. Avere un numero eccessivamente elevato di autori di uno studio, significa spesso (ma non sempre) diluire complessivamente l’affidabilità del team di ricerca, poiché equivale ad avere un sistema molto vago, eterogeneo e non standardizzato. È come un paese con 500 diversi tipi di monete e senza tasso di cambio. In termini di responsabilità, solleva anche alcuni problemi di riproducibilità e qualità. Con documenti che hanno un numero molto l’elevato di contributori, c'è qualcuno tra essi che può davvero assumersi la responsabilità che tutto si è svolto correttamente? Oppure, sanno tutti davvero cosa è successo? Se qualcosa non dovesse risultare poi corretto, chi sarebbe il responsabile? Ciò appare come un espediente atto a deresponsabilizzare i ricercatori e a diluire l’eventuale effetto negativo sulla reputazione dei ricercatori, nel caso in cui lo studio fosse poi ritirato. Come si suol dire “tutti colpevoli, nessun colpevole”.

Se è vero che il modo in cui sono condotte le ricerche in queste discipline (equipe di ricerca che coinvolge spesso un numero elevato di persone) sembra incoraggiare, o almeno favorire, l’aggiunta del proprio nome come autore della ricerca anche se il reale contributo è stato davvero esiguo e marginale, è anche vero che l’industria farmaceutica è quella che elargisce più finanziamenti per la ricerca, rispetto a ogni altra disciplina. Il palese conflitto d’interessi che spesso è presente tra chi finanzia la ricerca e chi trae beneficio dai risultati della stessa, è certamente un altro motivo che spinge gli autori a “esporsi” o a porsi in modo più indulgente nei presentare i risultati sull’efficacia o sulla non dannosità di un farmaco (di un principio farmacologico) o di una prassi terapeutica, nel momento in cui vanno a esporre i risultati della loro ricerca. Abbiamo già visto poi, che sono spesso le case farmaceutiche a finanziare le riviste per la pubblicazione di molti di questi studi. Le aziende farmaceutiche dunque, finanziano studi e ricerche e poi ne favoriscono la pubblicazione (pagando le riviste scientifiche) per poi prendere i risultati di questi studi come prova della validità di un farmaco che esse stesse producono e distribuiscono.

Il dato che emerge da tutti gli studi esposti finora sullo stato di salute della scienza, è che la maggioranza delle cosiddette fake news scientifiche non proviene da improvvisati scienziati dilettanti. Non sono frutto della cosiddetta “pseudoscienza” così come spesso viene divulgato dall’opinione pubblica. Sono invece generate da principi etici quasi del tutto assenti ormai nel campo delle scienze (così come in ogni altro settore della vita), e da un sistema contorto e poco trasparente in cui si intrecciano i diversi e distinti interessi individuali degli attori dell’intero processo scientifico (quelli dei nuovi ricercatori, quello delle superstar scientifiche e dei loro più stretti collaboratori, quello degli editori delle riviste scientifiche, quello dei redattori che lavorano nelle riviste, quello delle case farmaceutiche che finanziano direttamente o indirettamente ciascuno di essi). Ciò favorisce la “cattiva scienza”, che genera poi quella perdita di credibilità della scienza agli occhi dell’opinione pubblica.

Il complesso sistema di gestione della scienza, le dinamiche di esasperata competizione generate dal sistema stesso, gli “ammortizzatori” degli effetti negativi sulla reputazione di tutti gli attori della “filiera scientifica” quando uno studio si rivela errato e viene ritirato, tutto questo fa si che, agli occhi di uno scienziato (indipendentemente se alle prime armi o se già affermato), di una rivista scientifica e di un’azienda che finanzia certi tipi di studi, l’esame rischi/benefici riguardo l’opportunità di firmare, finanziare e pubblicare studi errati possa comunque propendere dalla parte positiva. In fin de conti, se le pubblicazioni dei risultati di uno studio, anche se sono “forzati”, parziali, omessi o addirittura inventati non impediranno a quello scienziato, a quella rivista o a quell’azienda farmaceutica di continuare a operare nel medesimo settore, anche qualora venisse a galla che si tratta di uno studio fake, mentre al contempo tutti gli attori potranno trarre individuale beneficio, perché non rischiare? La risposta vien da sé, non c’è nulla da rischiare e nulla da perdere.

Come risolvere il problema? Fare appello al senso etico dei singoli membri è utopistico nella società moderna. Dobbiamo quindi pensare a soluzioni a livello sistematico, piuttosto che a livello di singolo individuo.

Un primo passo dovrebbe certamente essere quello di cercare di rendere assolutamente chiaro e trasparente il processo di ricerca, dal suo finanziamento fino alla pubblicazione dei dati.

C’è bisogno di far sì che all’interno della comunità scientifica si raggiunga un accordo su chi ottiene meriti e finanziamenti e per cosa. Le riviste potrebbero, in teoria, provare a stabilire uno standard per le pubblicazioni (ma abbiamo anche visto che ciò è stato già fatto, salvo poi essere rinnegato dagli stessi sottoscrittori).

Si potrebbero creare sistemi che tracciano la paternità degli studi in modo più giusto e accurato. È ridicolo vedere anche 50 o 100 autori elencati come se avessero scritto tutti assieme un articolo. La maggior parte di loro ha solo contribuito con una virgola o un punto o, a volte, neanche quello. Abbiamo bisogno di un sistema che riconosca, e riconosca meglio, il vero lavoro che gli scienziati stanno facendo, e che agli stessi si faccia capo e siano attribuite anche tutte le responsabilità e le conseguenze negative, in caso in cui lo studio si riveli antiscientifico (poiché mal condotto) o inventato.  

La scienza è malata, quasi a nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo. Mi chiedo se tutte le forze politiche italiane e/o i singoli individui che settimane or sono hanno firmato “il patto per la scienza” sono realmente informate e consapevoli di questi problemi.

Se non ne sono a conoscenza, dovrebbero astenersi dal trattare certi temi o informarsi prima, perché, come diceva Socrate “la cosa peggiore di non sapere una cosa è presumere di saperla”. Se invece ne sono al corrente, dovrebbero proporre anzitutto delle soluzioni concrete.

La risoluzione dei problemi che affliggono la scienza, non passa certamente attraverso la gestione della comunicazione scientifica, né tanto meno attraverso la stipula di patti che mirano a diffondere l’idea che la buona scienza provenga esclusivamente dalla comunità scientifica ufficiale. Com’è emerso chiaro, incontestabile e inequivocabile nell’esposizione degli studi scientifici accademici riportati in questo e nei precedenti articoli del blog, il problema delle fake news scientifiche proviene dall’interno della comunità scientifica stessa e non da fuori.

Le cosiddette teorie scientifiche alternative, spesso etichettate tutte indistintamente come pseudoscienza, non perché se n’è valutata l’effettiva attendibilità, quanto piuttosto perché formulate al di fuori degli ambienti istituzionali, accademici e tradizionali della scienza ufficiale, non rappresentano un reale problema. Tali teorie, quelle scientificamente e razionalmente valutabili, servono invece da stimolo al mondo scientifico, poiché spesso queste teorie alternative mettono in risalto limiti e contraddizioni di certi assunti ufficiali.

Concentrare il proprio impegno sul tentativo di annichilire il pensiero divergente e azzittire le critiche, cercando al contempo di sottacere i reali problemi che la scienza ha (e che hanno causato la crisi di riproducibilità e credibilità che sta vivendo), significa soltanto voler proteggere quell’intricato sistema di potere che genera le vere fake news scientifiche e che favorisce l’interesse economico individuale e non “a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell'umanità, che non ha alcun colore politico, e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili”, come invece propagandato.

La scienza non ha e non deve avere colore politico, ma non deve neanche servire gli interessi personali di alcune superstar scientifiche e/o delle lobby economiche (soprattutto di quelle in ambito farmaceutico).

Stefano Nasetti

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