Per la prima volta la scienza ufficiale contempla la teoria degli antichi alieni

È successo! Membri attivi della comunità scientifica hanno aperto a una possibilità mai presa seriamente in considerazione prima d’ora. Sia subito chiaro però, ciò non significa nulla dal punto di vista delle prove che ciò sia realmente accaduto. 

Sono passati oltre cinquant’anni dal 1967, quando lo scrittore svizzero Erich von Däniken avanzo per la prima volta nei suoi libri, la possibilità, oggi nota con il nome di “teoria degli antichi alieni”, che gli extraterrestri avrebbero fatto visita alla Terra nel nostro passato. Fin dal primo istante la comunità scientifica tutta, rigettò questa possibilità nonostante la teoria fosse ben argomentata e supportata quantomeno da indizi di cui sarebbe valsa sicuramente la pena prendere nota. Ma nulla da fare.

La comunità scientifica era troppo chiusa su se stessa per poter quantomeno cogliere stimoli e spunti di riflessioni, riguardo le sue tante teorie incongruenti con i dati oggettivi. I preconcetti di cui era (e in buona parte è ancora) intrisa la comunità scientifica, hanno impedito fino ad ora di aprire la mente e considerare, anche per un solo attimo, la verosimiglianza della teoria degli antichi alieni, che riusce a spiegare, almeno in apparenza, in modo coerente e logico i tanti vuoti e le anomalie presenti nelle ricostruzioni ufficiali del nostro passato.

L’ipotesi alla base di questa teoria, cioè quella della visita di civiltà aliene nel nostro passato, era ritenuto assolutamente impossibile al punto da far coniare il termine “pseudoscenziato” e “pseudoscienza”, con cui sono stati etichettati per la prima volta nella storia, proprio Erich von Däniken e la sua teoria degli antichi alieni.

Solo una settimana fa (il 6/9/2019) in un articolo apparso su questo blog, facevo presente di quanto fosse anacronistico e assurdo, considerate le nostre attuali conoscenze scientifiche, continuare a disquisire sull’esistenza o meno di civiltà extraterrestri ponendo al centro della discussione il paradosso di Fermi, da un lato, e l’equazione di Drake, dall’altro. Nel farlo, rilevavo in particolar modo, come tutte le soluzioni proposte al paradosso di Fermi fossero tanto inattuali quanto preconcette, poiché intrise di quella limitata e limitante visione antropica dell’universo.

Neanche mi avessero ascoltato, un gruppo di ricercatori dell’Università di Rochester coordinato da Jonathan Carroll-Nellenback, ha così provato a dare una nuova e inedita soluzione al famoso paradosso di Enrico Fermi sulle probabilità di contatto con forme di vita intelligente extraterrestre.

Ma cosa hanno affermato come sono giunti a questa conclusione?

Andiamo con ordine.

Considerando la moltitudine di stelle nell'universo, Fermi riteneva naturale che forme di vita avrebbero potuto formarsi su altri pianeti, fino a dare vita a civiltà extraterrestri. La domanda allora era: "Dove sono tutti quanti?" La mancanza di segnali "non significa che siamo soli", è la risposta di Carroll-Nellenback. "Significa soltanto che i pianeti abitabili sono probabilmente rari e difficili da raggiungere".

Nel loro studio pubblicato sull'autorevole e prestigiosa rivista Astronomical Journal, il gruppo di ricerca è giunto alla conclusione che gli alieni potrebbero già essere nella nostra galassia: non ce ne saremmo accorti semplicemente perché la starebbero esplorando con tutta calma, sfruttando il movimento delle stelle per saltare più agevolmente da una all'altra alla ricerca di pianeti abitabili.

I parametri presi in considerazione nello sviluppo della simulazione rappresentano certamente una novità. La teoria dei ricercatori ruota attorno al fatto che le stelle e i loro pianeti orbitano attorno al centro della galassia a velocità diverse e in direzioni diverse.

In questo caso, le stelle e i pianeti s’incrociano di tanto in tanto, quindi gli scienziati pensano che gli alieni potrebbero decidere di viaggiare nello spazio e visitare altri pianeti, solo quando la destinazione scelta si avvicina alla loro. Ovviamente, sebbene stelle e pianeti si muovano a velocità elevatissime all’interno della galassia, considerate le enormi distanze questo eventuale tipo di approccio per l’esplorazione spaziale, richiederebbe alle civiltà aliene, più tempo di quanto si pensasse in precedenza per diffondersi tra le stelle.

Se è vero che non considerare il parametro dei movimenti stellari costituisce un limite decisivo per tutte le altre soluzioni proposte in precedenza, e averlo fatto rappresenta certamente un passo in avanti nella ricerca della soluzione al paradosso di Fermi, è anche vero che permangono nello studio in questione, molti altri parametri considerati in modo “convenzionale”. Ad esempio sono stati considerati tra i parametri la possibile frequenza dei lanci, nonché la possibilità di percorrenza delle distanze interstellari in rapporto ad un grado di capacità tecnologica e di conoscenza scientifica rapportata alla nostra. Voglio dire che un’eventuale civiltà extraterrestre in grado di viaggiare nello spazio, avrà certamente sviluppato mezzi adeguati per coprire rapidamente le enormi distanze. Noi però non conosciamo per niente questo tipo di tecnologia. Come possiamo stimarne in modo attendibile e verosimile le prestazioni al punto di parametrarle e inserirle nei nostri modelli matematici?

Chiaramente non possiamo!

Pensiamo oggi di conoscere la scienza e la fisica ma i nostri studi ci dimostrano in continuazione che nonostante abbiamo fatto grandi passi in avanti, sono ancora più le cose che non sappiamo rispetto a quelle di cui siamo a conoscenza. Riguardo a quest’ultime, siamo certi che siano esatte? E se sì, le nostre attuali conoscenze scientifiche teoriche, sono state prese in considerazione nell’elaborazione dei modelli che nel corso del tempo hanno provato a dare una risposta al paradosso di Fermi? Anche in questo caso la risposta è decisamente negativa.

Ad esempio, in tutte le soluzioni preposte che contemplano la possibilità di viaggiare da una stella all’altra, agli extraterrestri sono attribuite capacità tecnologiche certamente superiori alle nostre ma che rientrano comunque in parametri o che rispettano principi fisici per noi “convenzionali” o che escludono l’utilizzo di tecnologie per noi a oggi inarrivabili. Si ritiene che gli alieni abbiano sviluppato sistemi per viaggiare a velocità prossime a quella della luce, poiché si ritiene questo un limite invalicabile. Tuttavia, a livello per noi attualmente solo teorico, la teoria della relatività di Einstein afferma che è possibile coprire le enormi distanze che separano le stelle anche in altro modo, aggirando il problema. Sarebbe possibile sfruttare cunicoli spazio-temporali (Tunnel di Einstein-Rosen). Tale possibilità non viene mai minimamente contemplata da chi prova a fornire spiegazioni al paradosso di Fermi, eppure si tratta di una possibilità scientificamente plausibile benché in questo momento ben lontana dalla nostra portata. Potrebbe non essere altrettanto così per civiltà più evolute. Un altro esempio, questa volta legato alla mancata ricezione di segnali di civiltà aliene, potrebbe essere quello riguardante la tecnologia utilizzata per l’invio di segnali. Anche in questo caso ho fatto presente sia nel mio primo lavoro editoriale, sia in altri articoli apparsi su questo blog, che aspettarsi di captare segnali radio extraterrestri è di per sé sbagliato o, almeno, limitante poiché presuppone la contemporanea esistenza di altre civiltà con un livello tecnologico pari e non superiore a quello nostro attuale. Già oggi ci accingiamo a cambiare questo sistema di trasmissione dei dati, passando dalle onde radio alla luce. Forse se fossimo stati in grado di “guardare” oltre che “ascoltare” il cosmo, come fa ad esempio il famoso progetto SETI, avremmo già trovato segnali di civiltà extraterrestre o forse no. Forse potrebbero utilizzare forme di comunicazioni che noi oggi non sappiamo neanche immaginare.

Tornando allo studio appena pubblicato su Astronomical Journal, secondo i ricercatori quindi, una possibile spiegazione alla domanda “Dove sono tutti quanti” potrebbe essere che altre civiltà ci sono ma che stanno prendendosi il loro tempo per visitare con tutta calma, altri sistemi stellari e l’intera galassia.

Un’altra possibilità paventata nello stesso studio è quella che gli alieni non facciano scientemente visita alla Terra poiché già abitata, preferendo evitare di entrare in contatto con noi. Potrebbe anche darsi che gli alieni siano passati nei paraggi della Terra dopo la comparsa dell'uomo perché non avrebbero avuto probabilità di sopravvivere (il cosiddetto “effetto Aurora”, dall'omonimo romanzo di Kim Stanley Robinson). Tra le varie ipotesi, anche quella per cui gli alieni potrebbero evitare di proposito i pianeti che già ospitano vita, con un atteggiamento opposto rispetto allo spirito di conquista tipico degli esseri umani.

Fin qui però sebbene con un approccio un pochino più aperto, lo studio non sembra particolarmente rilevante rispetto a tutti quelli analoghi fatti in passato, poiché, come detto, presenta gli stessi limiti di tipo concettuale.

L’unico vero aspetto importante di questo studio risiede nell’affermazione che si legge tra le possibili altre soluzioni proposte. In particola modo nel fatto che gli alieni potrebbero aver già visitato la Terra, lasciando tracce ormai cancellate dal tempo”.

“Se una civiltà aliena fosse approdata sulla Terra milioni di anni fa - scrivono i ricercatori - probabilmente non ci sarebbero più tracce del suo passaggio”.

Per la prima volta quindi, nei risultati di uno studio compiuto da membri effettivi e attivi della comunità scientifica, si contempla la possibilità che gli alieni abbiano fatto già visita alla Terra, concetto alla base della teoria degli antichi alieni.

Ciò non significa che questo studio, tra l’altro basato esclusivamente su modelli teorici e matematici, al fine di ottenere risultati probabilistici, stia avvalorando la teoria degli antichi alieni giacché, quasi a voler esplicitamente prenderne le distanze, confina la possibile visita aliena della Terra, a milioni di anni fa all’epoca dei dinosauri e prima della comparsa dell’uomo, “scongiurando” così qualunque tipo di possibile contatto. In ballo ci sono una reptazione e il proprio posto di lavoro da difendere. Il coordinatore dello studio Jonathan Carroll-Nellenback e il suo team, non vogliono certamente correre il rischio di essere etichettati come pseudo scienziati, né tantomeno che il loro lavoro sia definito pseudoscienza.

Chiunque con un minimo di granus salis però, dovrebbe porsi a questo punto legittimamente una domanda: sulla base di quali elementi e per quale motivo la possibile visita aliena della Terra dovrebbe essere avvenuta eventualmente, solo prima della comparsa dell’uomo?

Leggendo attentamente i risultati di questo studio, non esiste alcun tipo di parametro che può far circoscrivere il periodo di una visita aliena della Terra a periodi giurassici e non invece anche a periodi storici o preistorici.

Del resto, non sono proprio i racconti di tutte le civiltà del passato, in tutti gli angoli della Terra, a narrare dell’arrivo di esseri delle stelle che giungono sul nostro pianeta con scopi e in periodi differenti? Perché, poiché oggi alcuni membri della comunità scientifica ufficiale contemplano la possibilità di una visita aliena avvenuta nel passato, non possiamo rivalutare queste storie (che tra l’altro sono spesso all’origine delle antiche, ma anche odierne, religioni)? Perché dobbiamo continuare da un lato a relegare queste storie a miti e leggende, e dall’altro sostenere che se gli alieni hanno fatto visita in passato al nostro pianeta le loro “tracce” sono state cancellate dal tempo? La memoria dei popoli, tramanda attraverso varie forme, i racconti orali, documenti scrittura, le pitture rupestri, bassorilievi e sculture e strutture architettoniche non potrebbero essere le “tracce” cui fanno riferimento i ricercatori dell’Università di Rochester? Tutti questi aspetti, se interpretati in modo non preconcetto, potrebbero realmente rappresentare la documentazione di visite extraterrestri.

Accontentiamoci per il momento, di questa prima apertura da parte della comunità scientifica, rimandando l’eventuale dibattito e la conseguente necessaria revisione della storia ufficiale in altri momenti, quando forse i tempi saranno maggiormente maturi.

Nel frattempo, per chi avesse fretta e intenzione nell’intraprendere questo viaggio di conoscenza e contemplare le possibilità sopra accennate, non posso che consigliare di cliccare qui.

Stefano Nasetti

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