Un faro terrestre per alieni

Nell’immaginario collettivo l’ipotesi di un contatto extraterrestre è un qualcosa di altamente inverosimile. Per chi basa le proprie idee esclusivamente su ciò che è diffuso dalle autorità politiche e scientifiche attraverso i mass media mainstream, scienza e politica non si occupano di alieni.

Secondo questa diffusa ma errata idea, la ricerca di vita extraterrestre si concentra su forme di vita abbastanza semplici, come batteri ad esempio, e non a forme di vita più complesse o addirittura a civiltà intelligenti. Secondo il concetto di “vita” stabilito dalla Nasa “la vita è un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”. Sul medesimo concetto si basano dunque tutti i centri di ricerca spaziale.

Si è dunque portati a pensare che la possibilità di un reale contatto con forme di vita aliene intelligenti, sia materia per illetterati ricercatori alternativi e ufologi di ogni sorta, spesso dipinti dai mass media come persone facilmente suggestionabili e completamente a digiuno di materie scientifiche.

Come diceva Einstein però “L’irriflessivo rispetto delle autorità è il più grande nemico della verità”, ed anche in questo caso ciò che si ritiene “reale” perché solo perché ufficialmente affermato, si rivela completamente errato.

Esistono in ambito politico, numerosi trattati, accordi e regolamenti tra nazioni, che stabiliscono quale debba essere il comportamento da tenere in caso di “contatto” ufficiale con civiltà aliene. Sebbene tutto questo non confermi l’esistenza di tali civiltà, né tantomeno di un contatto già avvenuto, conferma almeno il fatto che la possibilità è tutt’altro che remota, improbabile e inverosimile come invece si vuol far credere.

Se il fenomeno Ufo non esiste, se il contatto con altre civiltà aliene fosse assai improbabile (come spesso si sente ripetere richiamando ogni volta il famoso paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti?), perché emanare questo tipo di regolamenti e vademecum in caso di contatto alieno?

Potrebbe sembrare questa una semplice dissertazione filosofica, se anche la scienza non si fosse preoccupata in passato e anche oggi, di compiere studi per provare a trovare e stabilire un qualche contatto con civiltà non terrestri.

I messaggi contenuti nel Voyager Golden Record, imbarcato sulle sonde Voyager inviate all’esplorazione del nostro sistema solare nel 1977, il progetto SETI (Serch Extraterrestrail Intelligence) nato negli USA alla fine degli anni ’50 e finanziato ancora oggi da alcuni Paesi attraverso vari organismi statali (in Italia se ne occupano alcuni importanti astrofisici dell’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica – come Claudio Maccone e Stelvio Montebrugnoli) o il progetto Breakthrougt Listen finanziato da privati ma sostenuto da importanti scienziati di fama mondiale come Stephen Hawking, solo per citare i più conosciuti, sono lì a dimostralo.

Tuttavia, ogni qualvolta che s’intraprende una discussione sull’argomento "alieni", s’incappa nell’immancabile saccente e pedante ossequioso delle teorie dominanti che, sebbene non abbia probabilmente mai letto alcun libro di astrofisica o di astronomia, non conosca nulla di biologia, di storia o più in generale di scienza, interviene con supponenza “a gamba tesa” nel dibattito per ricordarci che “nulla può viaggiare più veloce della luce” e che quindi, “considerate le enormi distanze che separano le stelle, il contatto con altre civiltà, qualora esistessero contemporaneamente alla nostra, sarebbe comunque impossibile”.

Nulla vale in questi casi, far presente al presunto genio di turno, che misurare ciò che è possibile o impossibile, ciò che è reale e ciò che non lo è, utilizzando l’uomo, la sua attuale conoscenza e le sue odierne capacità tecnologiche, come “unità di misura dell’universo” è un atto di presunzione e arroganza. La storia stessa della scienza (se la si conoscesse) è lì a testimoniare quanto ciò sia errato.

Se anziché ascoltare certe “autorità”, accettare e ripetere pedissequamente ciò che si è capito (che a volte non corrisponde neanche a ciò che è stato realmente detto), ci si provasse a documentare direttamente e non per interposta persona forse la propria assurda idea cambierebbe. Sarebbe sufficiente sfogliare riviste scientifiche ufficiali o frequentare i siti delle varie agenzie spaziali o degli organismi scientifici, se proprio si ha un’idiosincrasia per i libri, per rendersi conto che ciò che è mediaticamente diffuso, non corrisponde poi all’idea di fondo che invece sottintende molte ricerche scientifiche e molti progetti di enti scientifici governativi.

Nei miei libri o nei miei articoli ho sempre cercato di portare in evidenza questo aspetto ma, siccome l’analfabetismo funzionale è ormai dilagante, forse soprattutto in chi si uniforma proprio al pensiero dominante, il concetto fatica ad essere compreso. Come si dice “a lavar la testa al somaro si perde il tempo, l’acqua e sapone”.

Personalmente non o alcuna verità da dispensare, tuttavia invito ancora chi ancora ritenga che la scienza non si occupi veramente del contatto con civiltà extraterrestri, a documentarsi su quante numerose siano le ricerche pubblicate ogni anno sulle principali riviste scientifiche internazionali, che trattano seriamente l’argomento.

La possibilità è ritenuta talmente tanto concreta, anche in ambito scientifico, che è vivo il dibattito tra gli scienziati che ritengano “utile” un contatto con civiltà extraterrestri, probabilmente più avanzate di noi, e chi invece non manchi occasione di invitare l’umanità a evitare tutto questo.

A tal proposito vorrei citare in questa sede due ricerche, pubblicate in anni diversi da astronomi di Paesi e università diverse, che hanno proposto l’utilizzo di una tecnologia simile, in merito al possibile contatto alieno, con scopi diametralmente opposti.

Il primo studio a cui mi riferisco, è stato pubblicato nel 2016 sulla rivista Monthly Notice of the Royal Astronomici Society per opera di due astronomi americani della Columbia University di New York.

Partendo dal presupposto che esistano gli alieni (o altrimenti dovremmo pensare che siano stati presi da un raptus di follia o perché non avevano altro da fare) e che questi possano non essere amichevoli nei nostri confronti, hanno studiato attraverso complicati calcoli matematici, la possibilità di realizzare una sorta di raggio laser in grado di compensare il calo di luminosità che la Terra crea durante il suo transito davanti al Sole, celando, di fatto, l’esistenza del pianeta a un’eventuale civiltà aliena alla ricerca di pianeti abitati. Di questo studio ne ho ampiamente parlato in un mio precedente articolo che invito a leggere.

Poche settimane fa (nel mese di novembre 2018) è stata invece la volta di uno studio dei ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Si sa la ricerca di segnali di vita intelligente nel cosmo è da sempre uno dei motori dell’esplorazione spaziale. Sebbene personalmente come ho già avuto modo di affermare, la ricerca di segnali radio fatta attraverso i sopracitati progetti (dal SETI in poi) dovrebbe essere considerata solo come “fumo negli occhi” dell’opinione pubblica, considerati i limiti teorici e tecnologici di tali progetti, questo tipo di ricerche continuano tuttora. Dalle emissioni radio ai segnali luminosi, i candidati passati in rassegna per stanare possibili civiltà intelligenti extraterrestri sono stati molteplici, fino ad oggi senza successo.

Gli scienziati del MIT hanno provato a ribaltare la questione. Se invece di cercare gli alieni provassimo ad attirare la loro attenzione? Questa proposta è stata avanzata in una nuova ricerca del MIT americano, secondo cui le moderne tecniche laser potrebbero, in linea di principio, essere utilizzate per costruire una sorta di gigante faro sul nostro pianeta, con un fascio di luce talmente potente da riuscire a raggiungere punti molto lontani nell’universo – fino a 20mila anni luce di distanza.

Nell’articolo pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal, gli autori presentano un vero e proprio studio di fattibilità.

Secondo i ricercatori americani, il progetto sarebbe attuabile già con la tecnologia oggi a nostra disposizione. I due elementi principali sono un laser da 1 o 2 megawatt e un telescopio di circa 40 metri attraverso cui far passare la luce del laser. Attraverso questa combinazione, si produrrebbe un fascio di radiazione infrarossa tale da distinguersi dalla luce del nostro Sole. Ciò evidenzierebbe, agli occhi di una civiltà aliena che magari sta guardando proprio nella nostra direzione, come un inequivocabile segno della presenza di un’altra civiltà evoluta.

Non resterebbe dunque che scegliere il punto del cosmo verso cui puntare questo faro terrestre, sperando di intercettare gli strumenti di qualche astronomo alieno. Un buon candidato potrebbe essere il tanto discusso sistema planetario attorno a Trappist-1, una stella a circa 40 anni luce da noi che ospita 7 mondi, 3 dei quali considerati potenzialmente abitabili.

Ma la scienza non riteneva impossibile il contatto alieno?

Stefano Nasetti

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