Obsolescenza programmata e progresso tecnologico

Nel mondo moderno, assistiamo un progresso tanto inarrestabile quanto veloce. Ogni settore delle nostre vite ne è coinvolto. Medicina, fisica, astronomia, biologia, informatica, tecnologia, ciascuno di questi aspetti cambia continuamente, incidendo quotidianamente nelle nostre vite. Siamo ormai talmente assuefatti a questa velocità di cambiamento, che si fa veramente fatica a stare al passo con i tempi, dovendo continuamente cambiare aspetti delle nostre vite conseguentemente a questi progressi. Spesso ci sentiamo costretti ad adeguarci, senza però riuscire a comprendere fino in fondo, tutto quello che questi cambiamenti comportano.

L'aspetto tecnologico di questo esponenziale progresso è certamente quello che più incide nella nostra quotidianità. Tutti sembrano essere consapevoli e accettare, in un certo senso, che quando compriamo qualcosa di elettronico ad esempio, anche se di ultimissima generazione, il giorno dopo è già "vecchio". Questo non perché lo sia veramente, ma perché l'innovazione tecnologica viaggia a un ritmo talmente elevato, al punto da rendere sotto alcuni aspetti, obsoleta quella tecnologia anche se appena acquistata. Quello dell'acquistare una cosa nuova già vecchia, è ovviamente solo l'esempio dell'estremizzazione del concetto di velocità del progresso, che molti confondono però con un altro concetto che è chiamata obsolescenza programmata.

L'obsolescenza programmata è quella pratica (o presunta tale) per la quale un qualsiasi prodotto, non necessariamente elettronico, è progettato e costruito per avere una durata ben specifica e limitata nel tempo. Dopo un certo periodo quindi, il prodotto sarà inservibile, non solo al confronto di uno più recente, ma anche e soprattutto dal punto di visto pratico. Il prodotto smette di funzionare, si rompe o è comunque inutilizzabile o almeno questa è la comune percezione.

Ma è possibile tutto ciò? Da dove nasce questa idea, qual è la sua finalità e quali sono le prove tangibili a sostegno dell'esistenza di questa sciagurata pratica?

Proviamo a rispondere a questa domanda, leggendo questo brano.

"[...] L’attuale situazione sociopolitica ed ecologica descritta in precedenza è la conseguenza dell’applicazione, in modo estensivo, di un’idea strettamente legata alla lampadina, ma non intesa in senso figurato come rappresentazione di un’idea.

La lampadina ad incandescenza fu brevettata da Thomas Edison nel 1880 e, nei decenni successivi con la diffusione dell’energia elettrica. Quello della produzione di lampadine fu uno dei primi veri business a livello mondiale.

I vari produttori tra cui Osram e Philips, fecero a gara per introdurre sul mercato lampadine di sempre maggiore durata garantita fino ad arrivare al 1925, quando la durata media delle lampadine presenti sul mercato era di 1.500 ore e, per alcuni modelli, anche di 2.500.

In quell’anno le aziende produttrici formarono un cartello, con lo scopo di controllare il mercato globale. Capirono che continuando a cercare di progettare e immettere sul mercato, lampadine con durata sempre maggiore, i loro affari ne avrebbero risentito. Capirono che vendere un prodotto di minor durata, avrebbe significato maggiori vendite nel futuro. Decisero quindi di allearsi per immettere sul mercato solo lampadine la cui durata non avrebbe dovuto superare le 1.000 ore. Nonostante gli anni immediatamente successivi, furono depositati brevetti per lampadine di durata superiore anche alle 10.000 ore, queste non entrarono mai in produzione.

Le carte di quest’accordo segreto stipulato (noto con il nome di Cartello Phoebus) tra i vari produttori (General Electric Company, Osram, Philips, Tungsram e Compagnies di Lapes), sono riemerse negli ultimi anni, dagli archivi di uno di questi produttori. Dai documenti risulta che il cartello dei produttori, istituì anche un organismo di controllo con lo scopo di verificare che le lampadine prodotte dalle varie fabbriche rispondessero a quanto concordato, con la possibilità addirittura per quest’organismo, di imporre perfino delle multe ai produttori che avessero trasgredito.

Questo fu il primo esempio di quell’idea che è stata poi chiamata l’obsolescenza programmata, cioè quella di progettare appositamente, prodotti di qualunque tipo, che avessero una durata limitata. Tale pratica poteva garantire sempre elevati livelli di produzione e quindi di guadagno per i produttori. Livelli di produzione che si sarebbero tradotti anche con adeguati livelli occupazionali e diffusione del benessere tra la popolazione.

Questa idea, che sembrò poter risolvere molteplici aspetti, trovò larga diffusione nel secondo dopoguerra e divenne l’idea base del modello consumistico che poi si è diffuso in tutto il mondo. Da quel momento insomma, s’iniziò a misurare la salute di un’economia e di un Paese, sulla base della sua crescita in termini di produzione. Un’economia ancora oggi è considerata “sana” se ogni anno i suoi livelli di produzione aumentano rispetto all’anno precedente.

La Du Pont nel 1937 brevettò il nylon, prima fibra sintetica alternativa a quelle naturali, non prima di aver rivisto in senso peggiorativo il suo primo prodotto, perché troppo resistente e duraturo. Una delle prime applicazioni del nylon furono, infatti, le calze da donna, che risultarono troppo resistenti all’usura. La resistenza all’usura del nylon impiegato, fu quindi peggiorata con lo scopo di creare calze che avrebbero comunque potuto smagliarsi dopo un certo periodo di utilizzo, garantendo una vendita sempre elevata del prodotto.

    

Altro esempio documentato dell’applicazione di questa politica si è verificato pochi anni fa, quando l’Apple fu citata in tribunale negli Stati Uniti, da una class action di consumatori che avevano comprato il primo iPhone e che, dopo alcuni mesi, avevano avuto la necessità di sostituire la batteria ormai inutilizzabile. Dall’Apple si sentirono rispondere che non potevano avere singole batterie di ricambio, ma avrebbero dovuto ricomprare un nuovo telefono. Durante il processo, l’Apple dovette fornire gli schemi progettuali del telefono e si scoprì che le batterie erano state progettate deliberatamente con l’intento di avere una durata di circa 18 mesi. Inutile dire che l’Apple fu condannata a risarcire i consumatori e fu costretta a pagare una forte multa.

Un altro esempio dell’applicazione occulta dell'obsolescenza programmata è quello delle stampanti a getto d’inchiostro. È stato scoperto che alcuni produttori avevano inserito un chip nel circuito elettronico della stampante. Questo chip aveva il compito di contare le copie stampate e segnalare un errore al raggiungimento del numero di copie stabilito (circa 18000 nel caso specifico). Anche in questo caso la casa produttrice, al verificarsi di questo errore, suggeriva di comprare una nuova stampante, poiché considerava quella vecchia ormai obsoleta e non riparabile. Un programmatore russo riuscì, però, a individuare il chip responsabile di questo blocco. Ideò e realizzò quindi un software in grado di resettare il contatore. Con questo sistema le stampanti in questione ripartirono e ricominciarono a funzionare normalmente.

Visti alcuni sviluppi legali che l’applicazione del concetto di obsolescenza programmata ha avuto nei decenni precedenti, oggi le aziende di ogni settore, si guardano bene dal pubblicizzare questo tipo di politica che, a maggior ragione nell’era dell’elettronica, trova ancora se possibile, più facilmente applicazione. .... " (Cit. dal libro Il Lato Oscuro della Luna)

Ogni cosa oggi ha una scheda elettronica, e quindi potenzialmente può essere sottoposta a obsolescenza programmata. Le evidenze che questa idea sia stata, o possa venire ancora oggi, applicata non sono dunque fantasia. Del resto molti buttano via oggetti ancora funzionanti, per cambiarli con oggetti più di moda come suggerito dalla pubblicità. Il fatto che gli oggetti siano ancora funzionanti, non significa che l’obsolescenza programmata non esista.

"[...]Basti pensare agli aggiornamenti dei software sui nostri computer, che con la scusa di garantire sempre un maggior livello di sicurezza del sistema operativo, appesantiscono inesorabilmente il processore rendendo sempre più lento il PC fino al punto di costringerci a comprarne uno nuovo e più veloce.

Grazie ad altri strumenti affinati nel corso dei decenni, quali la pubblicità e il credito, l’obsolescenza programmata continua in modo preponderante a determinare la vita di ognuno di noi. [...]"(Cit. dal libro Il Lato Oscuro della Luna)

Ciò indica un'evoluzione nell'applicazione dell’originaria strategia industriale dell'obsolescenza programmata.

Infatti, giacché questa pratica è ufficialmente illegale, le aziende tendono a rischiare meno nelle realizzazioni di beni a scadenza, preferendo sostituire l'obsolescenza programmata "classica", a quella "indotta" tramite la pubblicità, affinché venga "percepito" che ciò che si ha, è vecchio e da buttare, anche se utilizzabile e ancora adatto a soddisfare le esigenze per le quali è stato acquistato.

L'obsolescenza programmata è dunque applicata oggi in modo più raffinato e poco evidente, ma altrettanto eticamente poco corretto. Poco importa, infatti, se apparentemente non si hanno soldi per cambiare l'oggetto percepito ormai come obsoleto. Il credito al consumo e i pagamenti rateali sono stati inventati proprio per supportare tutto questo. Il principio è garantire altri livelli di guadagno e produzione, tramite obsolescenza programmata sia classica sia indotta, possibilmente con formule d’indebitamento, anche quando non è necessario né acquistare un nuovo oggetto, tecnologicamente più al passo con i tempi perché ancora funzionante, né farlo con una formula ratele poiché forse sarebbe possibile pagarlo subito a un prezzo minore. D'altro canto vuoi mettere la soddisfazione di uscire da un negozio con l'impressione di portarsi via qualcosa senza aver pagato pressoché nulla?

La pubblicità convince spesso le persone a illudersi di aver fatto un grande acquisto, prendendo l'ultimo modello di smartphone o TV Led, e pagarlo (spesso a un prezzo anche leggermente superiore al prezzo che si sarebbe speso pagandolo in contanti) in 24 o 48 "comode" rate mensili.

Dopo pochi mesi, la percezione è che l'ultimo acquisto cominci a diventare già obsoleto. Spesso ciò accade ben prima della fine del pagamento dell'ultima rata prevista. Si procede quindi, a un nuovo acquisto, magari sempre pagando a debito.

Una persona con debiti è certamente meno libera e questo il sistema l’ha capito bene, al punto che dopo aver educato per anni, tramite le carte di credito revolving (con pagamento a rate), una popolazione ormai completamente soggiogata dalla logica consumista prodotta dall'obsolescenza programmata, oggi la tendenza è quella di vendere a rate con possibilità di restituire il bene a scadenza, sostituendolo con uno nuovo e più moderno, sempre e rigorosamente con pagamento a rate.  Così facendo s’incoraggia il debito, fidelizzando per giunta, il debitore.

Per questo tipo di persone, accorgersi dell'obsolescenza programmata (intesa come oggetti che smettono materialmente di funzionare) è certamente più difficile, perché sono vittime inconsapevoli dell’obsolescenza programmata indotta (qualcuno la chiama "percepita", ma ritengo sia più corretto chiamarla indotta, perché frutto di una precisa strategia commerciale).

Per queste persone scambiare il concetto dell'obsolescenza programmata, con quello assai più facile, del semplice progresso tecnologico è la norma.

L'obsolescenza programmata è dunque la causa e il mezzo con il quale è stato creato e imposto il sistema consumista e non la conseguenza dell'applicazione di tale sistema o del progresso tecnologico.

Esistono molti siti e blog dedicati allo smascheramento delle cosiddette bufale o leggende metropolitane, che sostengono che l’obsolescenza programmata non esiste.

E’ bene ricordare però a tutti i benpensanti che “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede tanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà”.

L’obsolescenza programmata esiste ancora oggi, la storia sta lì a dimostrarlo, a patto che si accetti di volerla considerare, poiché sui libri di storia ufficiale e sui mass media mainstream di tutto ciò non si parla.

Del resto come disse George Orwell "Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro".

PS: Una lampadina che funziona da oltre  115 anni esiste davvero. Ciò a dimostrazione che in America le lampadine prodotte prima del Cartello Phoebus, potessero durare molto sebbene con un basso rendimento luminoso. La lampadina è tutt’oggi ancora in funzione presso la caserma dei pompieri di Livermore. La lampadina è chiamata la Centennial Light. La sua lunga durata l’ha fatta entrare di diritto nel Guinnes dei Primati.

Prodotta da in origine dalla Shelby Electric Company alla fine degli anni '90 dell’ottocento, la lampadina aveva una potenza che si stima fosse compresa fra i 30 e i 60 Watt ma nel corso del tempo essa si è progressivamente ridotta (a causa della sublimazione del filamento) fino ai circa 4 W misurati nel 2003. Infatti una caratteristiche di tutte le lampadine ad incandescenza (anche di quelle in commercio fino a qualche anno fa) è che la durata di una lampadina ad incandescenza è inversamente proporzionale alla sua efficienza.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore

CLICCA E GUARDA IL VIDEO

Ti potrebbero anche interessare:

Vai all'indice dei Post

Feed RSS