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Il ghiaccio blocca gli extraterrestri?

Gli astronomi della divisione di Scienze Planetarie dell’American Astronomy Society di Provo, nello Utah, hanno formulato una nuova ipotesi per spiegare la mancanza di segnali provenienti da altre civiltà tecnologicamente avanzate, che potrebbero essere presenti già ora anche nel nostro sistema solare.

L’ipotesi avanzata, applicabile anche a pianeti extrasolari, potrebbe spiegare anche il cosiddetto paradosso di Fermi, secondo il quale l’assenza di segnali sarebbe la prova che siamo soli nell’universo.

Il paradosso di Fermi (sintetizzato nella frase: se l’universo è pieno di civiltà extraterrestri, dove sono tutti quanti?) è spesso chiamato in causa da chi non crede nell’esistenza di altre civiltà extraterrestri avanzate, presenti ancora contemporaneamente alla nostra. E’ inutile rilevare come il paradosso di Fermi sia oggi soltanto un concetto anacronistico, se si tiene conto dei nostri attuali progressi tecnologici, della nostra aumentata conoscenza scientifica e della maggior consapevolezza del funzionamento e della vastità dell’universo. Oggi infatti, siamo un pochino più coscienti del fatto che la nostra conoscenza è limitata, così come lo è la nostra capacità tecnologica.

Formulare e sostenere verità assolutistiche, escludendo quindi ogni altra ipotesi scientificamente possibile, solo sulla base delle nostre limitate conoscenze e capacità tecnologiche, rappresenta soltanto un atto di arroganza, manifestazione della presunzione umana, oltre che una forzatura scientifica e un insulto all’intelligenza. Tutto questo rende il paradosso di Fermi un mero appiglio per i negazionisti dei fenomeni ufologici e per gli scienziati e i politici conservatori, a cui la scoperta o l’evidenza dell’esistenza di forme di vita extraterrestri, causerebbero soltanto problemi, sia di credibilità di fronte all’opinione pubblica (poiché hanno sempre negato perentoriamente l’esistenza degli alieni) e sia di prestigio e potere.

Secondo un articolo apparso sul sito web della rivista Science, lo scienziato planetario Alan Stern del Southwest Research Institute in Boulder, in Colorado, ha ipotizzato che la mancanza di segnali di civiltà extraterrestri sarebbe dovuta alla presenza del ghiaccio.

Negli ultimi anni gli astronomi hanno potuto rilevare come gli oceani siano abbastanza comuni sia nel nostro sistema solare sia, probabilmente, in altri sistemi stellari. Ad esempio ciò è vero per diverse lune di Giove come Europa, Callisto e Ganimede, di Saturno come Encelado e di Nettuno o anche per Plutone.

A conferma di ciò, proprio in questi giorni infatti, la Nasa  ha ridefinito le caratteristiche dei pianeti esterni al Sistema Solare in grado di ospitare la vita. Lo ha fatto con un modello nel quale sono indicati i parametri in base ai quali i mondi alieni potrebbero essere abitabili. Il risultato della ricerca, coordinata dall'Istituto Goddard della Nasa (GISS) e dall'Istituto di tecnologia di Tokyo, è pubblicato sull'Astrophysical Journal.

Il nuovo modello riguarda al momento solo i pianeti quasi completamente occupati da oceani. Un mondo alieno è infatti considerato potenzialmente abitabile se la sua temperatura consente all'acqua di essere presente in superficie allo stato liquido per un tempo sufficientemente lungo a consentire alla vita di prosperare.

Questi mondi hanno tutti ghiaccio d'acqua come elemento principale delle loro superfici. Su questi corpi celesti, il ghiaccio forma montagne torreggianti e canyon incrinati in superficie, ma è pensiero ormai diffuso tra gli astronomi e gli astrobiologi, che nelle profondità ci sia acqua liquida e salata.

Le aperture idrotermali su questi oceani ghiacciati, potrebbero immettere sostanze nutritive nel loro ambiente, simile agli ecosistemi che si trovano in fondo agli oceani della Terra. Questa sorta di vivai o serre cosmiche, schermando attraverso il ghiaccio i raggi cosmici, potrebbero essere addirittura più produttivi e fecondi, dal punto di vista biologico, degli ambienti simili presenti sul nostro pianeta.

Secondo Alan Stern, la maggior parte delle creature extraterrestri si potrebbe essere sviluppata nelle profondità degli oceani dei loro pianeti. Se gli organismi viventi nell’oceano di questi mondi gelidi si fossero evoluti in creature intelligenti, probabilmente non avrebbero conosciuto il cielo notturno, lo spazio cosmico e anche altre civiltà come la nostra ad esempio. Lo strato di ghiaccio avrebbe impedito loro di emettere segnali captabili da noi o di ricevere quelli inviati dalla nostra civiltà.

L’ipotesi formulata non si basa su nuove prove o scoperte, ma per la prima volta riuscirebbe a dare una spiegazione alla mancanza di segnali alieni legandola alla prevalenza di mondi oceanici e gelidi.

L'idea è intrigante, anche se non è necessario invocare il paradosso di Fermi” ha affermato lo psicologo Douglas Vakoch, presidente del METI (Messaging Extraterrestrial Intelligent) un’organizzazione non profit con base a San Francisco che si occupa della ricerca di messaggi extraterrestri.

 “Le indicazioni biochimiche della vita sono semplicemente difficili da individuare a distanza e probabilmente serviranno nuovi telescopi e tecniche per trovarle” ha replicato Alan Stern “ Se gli extraterrestri non ci trovano, in primo luogo potrebbe essere perché decidono che la comunicazione a lunga distanza non è valida, soprattutto se pensano che tutti gli altri siano intrappolati nelle loro proprie piccole bolle gelide”.

Stiamo parlando ovviamente d’ipotesi, che al pari di quelle che vogliono solo l'uomo rappresentare la vita intelligente, così popolari nella comunità scientifica più conservatrice, sono pur sempre delle possibilità da tenere presenti, ed è interessante poter sottolineare come il tema sul contatto extraterrestre è quotidianamente presente in ambito scientifico e non solo argomento per appassionati di fantascienza, come erroneamente si crede e si cerca di far passare.

Il futuro ci dirà presto chi ha torto o chi ragione. Avere a riguardo una posizione di equilibrio, aperta e scientificamente ragionavole appare, in attesa di riscontri, la strada più opportuna. Ciascuno può improntare la sua idea più o meno all’ottimismo o al pessimismo, è legittimo che ciascuno abbia il proprio pensiero. Tuttavia si spera che la propria idea a riguardo, sia sempre intellettualmente onesta e non sia forviata da ragioni di opportunità o interessi economici e personali, e/o legata all’appartenenza a determinati gruppi sociali o comunità di lavoro, in cui l’idea divergente è ridicolizzata.

La storia dimostra che gli insensati assolutismi, anche in ambito scientifico, alla fine devono fare i conti con la realtà e spesso chi li ha generati, cavalcati e sostenuti, ne esce nel migliore dei casi, fortemente ridimensionato.

L’argomento vita extraterrestre non dovrebbe essere un tema su cui dividersi, ma al contrario un qualcosa che unisce, dal momento che metterebbe la civiltà umana, tutta, a confronto con altre forme di vita.

Stefano Nasetti

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Usa e Russia insieme per una stazione spaziale in orbita lunare

Mentre sulla Terra Stati Uniti e Russia (e ancor prima l’Unione Sovietica) continuano da decenni ad essere apertamente in contrasto, portando il mondo più volte sull’orlo dell’olocausto nucleare, al di fuori dell’atmosfera terrestre, sembra invece che tutte le divergenze, non solo ideologiche, tra questi due Paesi, vengano di colpo appianate.

Dopo l’iniziale rivalità configuratasi con la celebre “corsa allo spazio” avvenuta nel secondo dopoguerra, che aveva registrato vittorie alterne con l’Unione Sovietica prima nazione a mettere in orbita un satellite artificiale (lo Sputnik) e il primo uomo ad orbitare attorno alla Terra (il cosmonauta Yuri Gagarin), e gli Stati Uniti prima nazione a far sbarcare un uomo sulla superficie della Luna, le due nazioni smisero di rivaleggiare.

I programmi spaziali delle agenzie dei due Paesi proseguirono in modo indipendente e, benché gli obiettivi fossero spesso analoghi (esplorazione ed invio di sonde sulla superficie di Venere e Marte, costruzione di stazioni spaziali orbitali) il clima di aperta rivalità, cambiò drasticamente dopo l’allunaggio americano del 1969.

Oggi, nonostante il clima politico sia nuovamente incandescente e i rapporti tra Stati Uniti e Russia siano tornati nuovamente abbastanza tesi, incredibilmente si ripete ancora una volta ciò che è già avvenuto in passato, vale a dire l’abbastanza sorprendente decisione delle due agenzie spaziali, la Nasa e la Roscosmos, di collaborare per la realizzazione di una missione spaziale comune.

Nel corso dell’International Astronautical Congress, tenutosi in Australia alla fine del Settembre 2017, il capo di Roscosmos Igor Komarov, ha annunciato che “la Nasa e il Roscosmos hanno deciso di costruire insieme una nuova stazione spaziale, la Deep Space Gateway, questa volta posizionata nell'orbita lunare”.


I primi moduli potranno essere lanciati nel 2024-2026. L'accordo, secondo quanto riporta l'agenzia Interfax è preliminare e dovrà essere stilato a livello governativo. 

Igor Komarov ha aggiunto: “Inizieremo con la costruzione della stazione orbitante, poi, una volta che le tecnologie saranno testate, potranno essere utilizzate sulla superficie della Luna e, più tardi, su Marte”. Anche la Cina, l'India, il Brasile e il Sudafrica, tutti Paesi interessati allo sfruttamento delle risorse minerarie lunari, potrebbero prendere parte al progetto. Le parti hanno avuto una discussione preliminare sul loro contributo al progetto.

I precisi aspetti tecnologici e finanziari dei partecipanti a Deep Space Gateway verranno discussi nella fase successiva dei negoziati. “Abbiamo appena firmato una dichiarazione congiunta d'intenti per lavorare sulla stazione orbitante lunare: missioni su Luna e Marte saranno considerate in futuro. La costruzione da uno a tre moduli e lo sviluppo di un sistema di attracco unificato per tutti i tipi di navicelle spaziali possono essere il nostro contributo; inoltre - ha concluso Komarov - la Russia intende usare i nuovi razzi da carichi pesanti in progettazione per portare gli elementi della stazione nell'orbita lunare”.

Non è certamente la prima volta che i due Paesi collaborano. Lo stanno facendo anche negli ultimi anni. A seguito del pensionamento delle navette Shuttle, le navette russe Sojuz hanno spesso rappresentato l’unica possibilità di rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che vede spesso astronauti dei due Paesi collaborare assieme.

Tuttavia la collaborazione alla realizzazione della ISS da parte della Russia fu inizialmente stato marginale, dal momento che per anni prima l’Unione Sovietica e poi la Russia, avevano costruito e mantenuto in vita una loro stazione spaziale, la Mir, abbandonata e poi distrutta come da programma, nel 2001.

Benché la Russia fosse già coinvolta nello sviluppo della ISS dunque, la sua piena partecipazione al progetto iniziò soltanto dopo questa fase.

Nel frattempo, a seguito della disgregazione dell’Unione Sovietica, negli anni ’90 del secolo scorso, le relazioni tra Russia e Stati Uniti migliorarono e portarono anche alla realizzazione del programma Shuttle-Mir, che consisteva in una serie di visite della navetta americana alla stazione orbitale russa.

Tutto questo avveniva in un clima di parziale distensione nei rapporti politici e diplomatici delle due superpotenze, dunque sotto un certo punto di vista ciò non sorprende.

Come detto però, i rapporti tra i due Paesi sono tornati tesi come ai tempi della guerra fredda, certamente come non accadeva da venticinque anni a questa parte, dal disfacimento dell’Unione Sovietica. ad oggi. L’annunciata collaborazione per la costruzione della nuova stazione spaziale, la Deep Space Gateway, questa volta posizionata nell'orbita lunare, desta  quindi sensazione così come lo fece l’inaspettata collaborazione negli avvenuta negli anni ’70.

“[…] E perché in piena guerra fredda, le due superpotenze mondiali in constante conflitto tra loro, decisero di “collaborare” per un breve periodo, in un comune programma spaziale?

Il 17 luglio 1975, infatti, una navicella del programma spaziale americano Apollo ed una capsula sovietica Sojuz si agganciarono nell'orbita intorno alla Terra, consentendo ai due equipaggi di potersi spostare da una navicella spaziale verso l'altra.

In un’epoca in cui lo spionaggio riguardante lo sviluppo della tecnologia, era una delle principali attività dei rispettivi apparati dei servizi segreti, perché consentire al “nemico” di poter accedere in “casa propria”, permettendo di spiare la propria tecnologia?

Sebbene tale collaborazione fu interpretata da molti come segno di reciproca volontà di pace, le tensioni tra i due Paesi continuarono per altri 15 anni e soltanto dopo vent'anni, dopo la fine della guerra fredda, venne iniziata una nuova collaborazione con l'avvio del programma Shuttle-Mir.

Quali erano dunque, i reali motivi di questa inaspettata ed imprevedibile collaborazione? Tutto ciò aveva a che fare con gli avvistamenti che gli astronauti dei due schieramenti, avevano avuto nei decenni precedenti? […]” (Brano tratto dal libro Il lato Oscuro della Luna)

Il motivo per il quale, usciti dall’atmosfera terrestre, tutte le problematiche, le divergenze politiche ed ideologiche sembrano ogni volta  improvvisamente scomparire, continuano a destare curiosità.

A tal proposito tornano alla mente le parole dell’ex presidente americano Ronald Regan.

“[…]Ronald Regan, affermò di aver avvistato un ufo, condividendo il suo pensiero addirittura durante una riunione dell’ONU. L’avvistamento risale al 1974, quando Regan era governatore della California. Raccontò infatti, che stava volando a bordo del suo aereo privato verso la California quando avvistò, assieme al suo pilota, un oggetto che seguiva il suo aereo in modo ben visibile. L’avvistamento durò per circa un paio di minuti, poi l’oggetto sfrecciò via ad una velocità incredibile.

Alcuni ritengono che questa esperienza abbia fortemente influenzato Regan, al punto che durante un suo discorso di fronte ai rappresentanti di tutti i paesi facenti parte all’Onu, disse: “… a causa delle nostre divisioni attuali, dimentichiamo quante cose in comune gli esseri umani abbiano tra loro. Forse abbiamo bisogno di una minaccia universale esterna che ci faccia riconoscere questo legame. A volte penso come sparirebbero velocemente tutti i nostri contrasti se dovessimo affrontare una minaccia aliena proveniente da un altro mondo, e mi chiedo: questa minaccia è già di fronte a noi? […]” (Brano tratto dal libro Il lato Oscuro della Luna)

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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Anche altri corpi del nostro sistema solare possono ospitare la vita!

Una volta soltanto la Terra era considerata ospitale per la vita, perché solo sulla Terra si riteneva fosse presente l’acqua, elemento ritenuto indispensabile per la presenza di vita (anche se oggi sappiamo con certezza che non è necessariamente così). Negli ultimi anni la questione è radicalmente cambiata e la favola che ci raccontava come fossimo fortunati a vivere su un pianeta unico nell’universo, proprio perché l’unico (certamente nel nostro sistema solare) ad avere acqua, va ormai dimenticata.

Grazie ai dati provenienti dalle varie missioni spaziali oggi sappiamo che c’è acqua (liquida o sotto forma di ghiaccio) sulla Luna, su Marte, sui pianeti nani Cerere e Plutone, su sulla luna di Giove Europa e su quella di Saturno Encelado, solo per citare i corpi celesti del nostro sistema solare.

Oggi a questa ormai lunga lista, includiamo anche Mercurio.

Uno studio, condotto dalla Brown University e pubblicato su Geophysical Research Letters, suggerisce che questo elemento potrebbe trovarsi in determinate aree della superficie butterata di questo apparentemente caldo, brillante e inospitale pianeta.

Nel dettaglio, grandi depositi di ghiaccio superficiale potrebbero trovarsi all’interno di tre nuovi crateri recentemente scoperti e, in misura minore, sparsi intorno al polo nord di Mercurio, sia nei crateri sia nelle zone ombreggiate tra questi ultimi.

L’asse di Mercurio non è molto inclinato, per questo motivo i suoi poli sono poco illuminati e la mancanza di atmosfera mantiene le temperature di queste aree sufficientemente basse da far presupporre l’esistenza di ghiaccio. Queste ipotesi sono state suffragate dalle osservazioni della missione Messanger della Nasa entrata nell’orbita di Mercurio nel 2011. La sonda ha poi terminato il suo compito nel 2015. Gli strumenti a bordo della Messanger hanno così individuato tre nuovi crateri che si espandono per circa 3.400 chilometri quadrati.

Un altro aspetto importante dello studio riguarda i dati sulla riflessione del terreno che circonda i crateri. L’area non è così luminosa come l’interno dei crateri, ma è notevolmente più brillante di molte altre zone della superficie di Mercurio. L’esistenza di questi piccoli depositi di ghiaccio potrebbe aumentare di molto l’inventario del ghiaccio presente sul pianeta.

La ricerca non ha ancora chiarito come il ghiaccio si sia formato, tuttavia la presenza di ghiaccio su Mercurio ipotizzata negli anni ’90, ha trovato un riscontro oggettivo.

Mercurio si aggiunge quindi, alla lista dei luoghi nel nostro sistema solare che hanno acqua sulla sua superficie.

Ciò non significa necessariamente che tutti questi corpi celesti abbiano con certezza ospitato, o ospitino ancora, forme di vita, ma testimonia ancora una volta come le affermazioni scientifiche che ancora oggi sono sostenute e fatte, debbano sempre e necessariamente essere prese soltanto come una delle tante possibilità e non come certezze assolute che non possono essere discusse senza passare per pazzi o visionari. Ciò che sappiamo e di cui siamo capaci, è solo una piccola parte di ciò che esiste. Escludere altre possibilità a fronte di queste limitate conoscenze è assurdo.

Molte delle affermazioni riguardanti soprattutto l’impossibilità dell’incontro con forme di vita extraterrestre, quando fatte in buona fede, sono conseguenza soltanto d’ignoranza scientifica, intesa non in senso dispregiativo ma come idee frutto di mancanza di elementi tangibili e oggettivi oltre (in caso di malafede) che di estremizzazioni ed estensione in modo irragionevole, arrogante, presuntuoso, pretestuoso, fanatico, assolutista e intellettualmente violento della poca conoscenza che ancora abbiamo riguardo molti aspetti scientifici.

Tutto ciò purtroppo non riguarda soltanto la ricerca di vita su altri pianeti, ma anche la nascita e lo sviluppo della vita sul nostro pianeta.

Continuare a sostenere in modo dogmatico le teorie che vedono  l’uomo come unica forma di vita su questo pianeta che si è evoluto in modo così intelligente , che le moltissime civiltà umane del passato si siano evolute in modo indipendente ma casualmente tutte nella medesima direzione, sviluppando lo stesso tipo di miti e leggende, la stessa iconografia, lo stesso tipo di religioni, gli stessi elementi costruttivi e architettonici, ecc. equivale a voler continuare a ritenere valida la teoria, ormai chiaramente da considerarsi una vera e propria favola, dell’unicità della Terra, della vita su essa presente e dell’uomo, citata in precedenza.

Lasciamo questo tipo di pensieri oscurantisti soltanto a coloro che dal mantenimento dello status quo traggono profitto e vantaggio.

Per tutti gli altri è forse giunto il momento di abbandonare il pensiero unico, le visioni del mondo preconcette e stereotipate imposte dalle autorità e dai mass media, per imparare a vedere il mondo da prospettive differenti. Solo così potremo riuscire ad evolverci, a migliorare il nostro mondo e a costruire un futuro migliore per tutti.

Stefano Nasetti

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Mondi alieni a caccia di vita… sulla Terra

Da sempre una domanda riecheggia nella mente umana: Siamo soli nell’Universo? Sebbene nel corso degli anni la risposta sia cambiata più volte, in un senso o nell'altro, abbiamo sempre affrontato la questione come se questo dubbio fosse un'esclusiva curiosità del genere umano.

In molti pensano che la ricerca di vita intelligente extraterrestre sia un qualcosa riservato agli appassionati di fantascienza, a quelli che si lasciano suggestionare da libri e film, se non da tutto il materiale che sull'argomento circola in rete. Secondo queste persone, in realtà non c'è nulla di serio nella ricerca di vita intelligente extraterrestre. Come amano raccontarsi i benpensanti, i presunti appartenenti alla media intellighenzia scientifica, assertori a tutti i costi delle teorie tradizionali, i conservatori della teoria evoluzionistica legata alla visione antropocentrica dell'universo (che spesso si trovano concordi su questi temi con i fedeli delle religioni che sostengono il creazionismo), l’argomento extraterrestre è una futile quanto inutile perdita di tempo. Inutile dire che questa ristretta e assai limitata visione delle cose è tanto anacronistica quanto frutto di una profonda ignoranza in ambito scientifico, poiché esistono molte ricerche scientifiche, anche finanziate con denaro pubblico, che persegue proprio l'obiettivo della ricerca di vita aliena intelligente.

Anche quelli che prendono in considerazione l'esistenza di vita intelligente extraterrestre però, spesso si pongono l'iniziale domanda (Siamo soli nell'universo?) e vedono la questione solo in modo limitato, in modo unilaterale.  Sarebbe interessante anche chiedersi se esiste qualcuno nell'universo che, non sapendo ancora se è solo o no, si pone la nostra stessa domanda dal suo punto di vista.

Personalmente, ogni volta che guardo le stelle nel cielo mi chiedo se attorno a quei piccoli soli che sto guardando, ci siano pianeti che ospitano vita intelligente e se, proprio in quel momento ci sia su uno di quei pianeti, magari un altro essere intelligente che si sta ponendo la stessa domanda guardando verso il nostro Sole, verso di noi.

Dovremmo quindi chiederci più frequentemente se a porsi la domenda "Siamo soli nell'universo?" fosse una civiltà aliena. In tal caso riuscirebbe a trovarci e riconoscere il pianeta Terra come abitabile?

Sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society nel mese di Agosto (2017) è stato pubblicato uno studio di Robert Wells e Katja Poppenhaeger, dottorandi alla Queen's University di Belfast, nel quale si è tentato di dare una risposta a questa domanda.

Dallo studio è risultato che esistono almeno nove esopianeti in grado di catturare il transito del nostro pianeta sul disco del Sole. Il metodo del transito è quello che ci ha permesso di scoprire gran parte degli oltre 3.500 esopianeti che fino ad ora conosciamo. Per comprendere come apparirebbe dall’esterno il sistema solare, i ricercatori hanno individuato le regioni del cielo da cui le orbite dei nostri pianeti oscurano periodicamente la luce del Sole, passandogli davanti. Come si può facilmente dedurre, i pianeti più grandi potrebbero ovviamente oscurare più luce con il loro passaggio davanti alla nostra stella. Tuttavia, il fattore più importante è invece la distanza del pianeta dalla stella madre, e poiché i pianeti di tipo terrestre sono più vicini al Sole rispetto ai giganti gassosi, i transiti dei primi saranno più facili da rivelare.

Nello studio è emerso che le eventuali civiltà che abitano pianeti alieni che guardassero verso la nostra stella da qualsiasi direzione del cielo, potrebbero rilevare un numero massimo di tre pianeti, ma che non tutte le combinazioni di tre pianeti sono possibili. Gli autori dello studio hanno affermato: "Stimiamo che un osservatore posizionato in maniera casuale abbia circa 1 possibilità su 40 di osservare almeno un pianeta del sistema solare. La probabilità di individuare almeno due pianeti sarebbe circa 10 volte più bassa, e per individuarne tre il numero sarebbe di nuovo dieci volte più piccolo".

Tra gli oltre 3500 pianeti extrasolari noti (3652 per la precisione - dato del 17 agosto 2017), il team di ricerca ne ha individuati solo 68 dai quali sarebbe possibile vedere uno o più pianeti del nostro sistema solare in transito. Per di più, soltanto nove di questi esopianeti sono in posizioni favorevoli all’osservazione dei transiti della Terra, ma nessuno di loro è considerato abitabile, cioè non si trovano nella cosiddetta fascia di abitabilità o non sono pianeti rocciosi e quindi in grado di sostenere la vita come la conosciamo.

Tuttavia i ricercatori prevedono che ci siano almeno una decina di esopianeti abitabili, attualmente non scoperti, che si trovano in posizioni favorevoli a scoprire la Terra.

Come esposto nell'articolo precedente, quasi quotidianamente vengono scoperti nuovi pianeti, grazie anche ai nuovi telescopi spaziali, come il Kepler della NASA. Le regioni su cui si sta concentrando questo telescopio, sono vicine al piano dell’orbita terrestre, e questo significa che le stelle osservate si trovano nelle zone di transito dei pianeti del sistema solare. Per il futuro, il team ha in programma di estendere la ricerca di pianeti proprio in queste zone di transito, con la speranza di trovarne alcuni potenzialmente abitabili.

Benché i comuni mezzi d'informazione e gli spesso approssimativi esponenti della comunità scientifica, continuino pubblicamente a derubricare l'argomento della ricerca di vita intelligente extraterrestre a semplice fantascienza, come dimostra questo studio, la questione è invece affrontata seriamente e tenuta in considerazione sia in abito scientifico e sia politico, anche con ricerche all'apparenza fantasiose.

Basti pensare anche, che nel mese di Aprile 2016, sempre sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, era apparso, con tanto di calcoli e simulazioni, un articolo di astronomi americani della Columbia University di New York, David Kipping e Alex Teachey. Partendo dal presupposto che così come noi, eventuali civiltà aliene potrebbero essere interessate a colonizzare nuovi pianeti e non conoscendo se tali civiltà possano o meno essere ostili, i due astronomi hanno proposto un vero e proprio mantello dell'invisibilità laser, cercando di camuffare la Terra per evitare che venga scoperta quando passa davanti al Sole riducendone momentaneamente la luminosità (lo stesso principio del "Transito" usato dal telescopio spaziale Kepler della Nasa per identificare altri pianeti abitabili). Ebbene, nell'articolo dell'aprile 2016, Kipping e Teachey sostengono che basterebbe accendere un mega laser per 10 ore all'anno per compensare questo calo di luminosità e passare inosservati durante il transito davanti al Sole. Un altro laser decisamente più economico, potrebbe invece mascherare la presenza dell'ossigeno in atmosfera, nascondendo agli alieni la presenza di vita sulla Terra.

Al di là dell'apparente bizzarra ipotesi, che ribadisco proviene da ambienti accademici tradizionali spesso finanziati anche con denaro pubblico, la possibilità dell'esistenza e di contatto con forme di vita intelligente extraterrestre, è ben più presente nella mente della comunità scientifica e delle autorità governative, di quanto ufficialmente venga fatto credere all'opinione pubblica.

Stefano Nasetti

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300 anni di scoperte di pianeti ed esopianeti in 30 secondi

Lo studente di Astronomia e Astrofisica dell'università di Warwick  Hung Osborn nel 2015 ha creato questa gif che raccoglie l'intera storia della scoperta dei pianeti dal 1750 fino al 2017 (la gif è stata aggiornata recentemente all'inizio del 2017).

Alla data del 17 agosto del 2017 i pianeti extrasolari conosciuti sono 3652, sul grafico ne risultano solo 2954. Ben 698 altri pianeti sono stati scoperti nei successivi 6 mesi, cioè dalla data di aggiornamento della gif (nel febbraio 2017) e l'Agosto 2017.

Grazie a questa immagine animata è possibile rendersi conto di come, con l'avanzare della tecnologia è stato possibile scoprire un sempre crescente numero di pianeti. La velocità con cui le scoperte si sono succedute, è addirittura esponenziale.

Quanti ne scopriremo nei prossimi anni?

Ricordiamo che uno dei motivi che ha spinto in passato la scienza a negare l'esistenza di altre forme di vita extraterrestre oltre che qualunque racconto riportasse di forme di contatto con esse, era essenzialmente il presupposto che non essendo possibile confermare l'esistenza di altri pianeti, non era possibile ipotizzare l'esistenza di altre forme di vita.

Tale affermazione è stata resa esplicitamente da alcuni astronomi appartenenti alla comunità scientifica ufficiale. Oggi la questione è sensibilmente cambiata poiché non è più possibile basare la negazione su questo presupposto. Oggi la scienza comincia a prendere ufficialmente  in considerazione la possibilità dell'esistenza di vita aliena, anche se si continua a negare ogni possibile forma di contatto avvenuta in passato.

C'è da rilevare come non tutti i pianeti indicati nella gif, siano pianeti potenzialmente abitabili, almeno per quanto ne sappiamo, tuttavia si tratta di scoperte fatte osservando parti molto piccole della volta celeste. Ciò lascia presupporre che i pianeti esistenti siano miliardi.

Come si legge il grafico rappresentato nell'immagine?

L'asse delle ascisse (quella orizzontale rappresentata dalla lettera x) identifica i periodi di rivoluzione dei pianeti, vale a dire il tempo impiegato da un pianeta per compiere un'orbita completa attorno al suo Sole.

L'asse delle ordinate (quella verticale rappresentata dalla lettera y) identifica invece le masse dei pianeti. Il raggio dei pianeti è rappresentato dalla dimensione dei pallini. 

I pianeti sono indicati con colori differenti, a seconda del metodo con il quale sono stati scoperti.

Il Blu indica i pianeti del nostro sistema solare, rimasti gli unici pianeti ufficialmente conosciuti oltre 2 secoli e mezzo, fino a quando cioè, il 5 ottobre del 1995, Michel Mayor e Didier Queloz dell'osservatorio di Ginevra, annunciarono di aver scoperto il primo pianeta extrasolare (51 Peg nel 1995).

Il colore azzurro indica invece gli esopianeti scoperti con il metodo della velocità radiale (cioè le variazioni nella velocità con cui la stella si avvicina o si allontana dal pianeta), primo tra i quali è stato il già citato 51 Peg nel 1995. Tali variazioni rivelano la presenza dei pianeti.

Con il colore arancione sono indicati gli esopianeti scoperti grazie al microlensing gravitazionale, vale a dire l'effetto che si genera quando i campi gravitazionali di due corpi celesti cooperano per focalizzare la luce di una stella, creando il cosiddetto effetto della lente gravitazionale, effetto che rivela la presenza dei pianeti.

Con il colore verde sono rappresentati gli esopianeti scoperti con il metodo della variazione degli intervalli di emissioni. Una stella Pulsar infatti, emette onde radio a intervalli estremamente regolari, simili ad una pulsazione (da qui appunto il nome). Analizzando le anomalie negli intervalli di queste emissioni, è possibile tracciare i cambiamenti ed evidenziare la presenza di uno o più pianeti.

Infine in rosso sono rappresentati i pianeti scoperti con il metodo del transito. Se un pianeta si frappone (transita, appunto) tra noi e la sua stella, causa una minuscola variazione della luminosità. Osservando la regolarità della variazione e valutandone il calo di luminosità è possibile determinare la presenza e le dimensioni di un pianeta.

Per quanto riguarda la disposizione dei punti nel grafico, tanto più sono distanti dal margine destro del grafico, quindi distanti dall'asse verticale delle ordinate, tanto più sono distanti dal loro Sole.

Tale distanza non ha alcun tipo di significato circa la potenziale abitabilità del pianeta. Infatti, una stella nana rossa è molto più fredda, di una stella simile al nostro Sole (nana Gialla) dunque i pianeti che orbitano attorno a nane rosse, anche se molto vicini a essa, potrebbero essere abitabili. Al contrario pianeti distanti dalla propria stella come Giove o Nettuno o Saturno, potrebbero essere abitabili se la loro stella è una gigante gialla, molto più calda del nostro Sole.

Infine i pallini più vicini al margine superiore del grafico, rappresentano esopianeti che hanno una massa maggiore. Gli esopianeti più vicini al margine inferiore presentano una massa comparabile a quella della Luna, mentre quelli sul margine superiore hanno 10.000 volte la massa terrestre (come 30 volte Giove).

Stefano Nasetti

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