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Mondi alieni a caccia di vita… sulla Terra

Da sempre una domanda riecheggia nella mente umana: Siamo soli nell’Universo? Sebbene nel corso degli anni la risposta sia cambiata più volte, in un senso o nell'altro, abbiamo sempre affrontato la questione come se fosselquesto dubbio fosse un'esclusiva curiosità del genere umano.

In molti pensano che la ricerca di vita intelligente extraterrestre sia un qualcosa riservato agli appassionati di fantascienza, a quelli che si lasciano suggestionare da libri e film, se non da tutto il materiale che sull'argomento circola in rete. Secondo queste persone, in realtà non c'è nulla di serio nella ricerca di vita intelligente extraterrestre. Come amano raccontarsi i benpensanti, i presunti appartenenti alla media intellighenzia scientifica, assertori a tutti i costi delle teorie tradizionali, i conservatori della teoria evoluzionistica legata alla visione antropocentrica dell'universo (che spesso si trovano concordi su questi temi con i fedeli delle religioni che sostengono il creazionismo), l’argomento extraterrestre è una futile quanto inutile perdita di tempo. Inutile dire che questa ristretta e assai limitata visione delle cose è tanto anacronistica quanto frutto di una profonda ignoranza in ambito scientifico, poiché esistono molte ricerche scientifiche, anche finanziate con denaro pubblico, che persegue proprio l'obiettivo della ricerca di vita aliena intelligente.

Anche quelli che prendono in considerazione l'esistenza di vita intelligente extraterrestre però, spesso si pongono l'iniziale domanda (Siamo soli nell'universo?) e vedono la questione solo in modo limitato, in modo unilaterale.  Sarebbe interessante anche chiedersi se esiste qualcuno nell'universo che, non sapendo ancora se è solo o no, si pone la nostra stessa domanda dal suo punto di vista.

Personalmente, ogni volta che guardo le stelle nel cielo mi chiedo se attorno a quei piccoli soli che sto guardando, ci siano pianeti che ospitano vita intelligente e se, proprio in quel momento ci sia su uno di quei pianeti, magari un altro essere intelligente che si sta ponendo la stessa domanda guardando verso il nostro Sole, verso di noi.

Dovremmo quindi chiederci più frequentemente se a porsi la domenda "Siamo soli nell'universo?" fosse una civiltà aliena. In tal caso riuscirebbe a trovarci e riconoscere il pianeta Terra come abitabile?

Sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society nel mese di Agosto (2017) è stato pubblicato uno studio di Robert Wells e Katja Poppenhaeger, dottorandi alla Queen's University di Belfast, nel quale si è tentato di dare una risposta a questa domanda.

Dallo studio è risultato che esistono almeno nove esopianeti in grado di catturare il transito del nostro pianeta sul disco del Sole. Il metodo del transito è quello che ci ha permesso di scoprire gran parte degli oltre 3.500 esopianeti che fino ad ora conosciamo. Per comprendere come apparirebbe dall’esterno il sistema solare, i ricercatori hanno individuato le regioni del cielo da cui le orbite dei nostri pianeti oscurano periodicamente la luce del Sole, passandogli davanti. Come si può facilmente dedurre, i pianeti più grandi potrebbero ovviamente oscurare più luce con il loro passaggio davanti alla nostra stella. Tuttavia, il fattore più importante è invece la distanza del pianeta dalla stella madre, e poiché i pianeti di tipo terrestre sono più vicini al Sole rispetto ai giganti gassosi, i transiti dei primi saranno più facili da rivelare.

Nello studio è emerso che le eventuali civiltà che abitano pianeti alieni che guardassero verso la nostra stella da qualsiasi direzione del cielo, potrebbero rilevare un numero massimo di tre pianeti, ma che non tutte le combinazioni di tre pianeti sono possibili. Gli autori dello studio hanno affermato: "Stimiamo che un osservatore posizionato in maniera casuale abbia circa 1 possibilità su 40 di osservare almeno un pianeta del sistema solare. La probabilità di individuare almeno due pianeti sarebbe circa 10 volte più bassa, e per individuarne tre il numero sarebbe di nuovo dieci volte più piccolo".

Tra gli oltre 3500 pianeti extrasolari noti (3652 per la precisione - dato del 17 agosto 2017), il team di ricerca ne ha individuati solo 68 dai quali sarebbe possibile vedere uno o più pianeti del nostro sistema solare in transito. Per di più, soltanto nove di questi esopianeti sono in posizioni favorevoli all’osservazione dei transiti della Terra, ma nessuno di loro è considerato abitabile, cioè non si trovano nella cosiddetta fascia di abitabilità o non sono pianeti rocciosi e quindi in grado di sostenere la vita come la conosciamo.

Tuttavia i ricercatori prevedono che ci siano almeno una decina di esopianeti abitabili, attualmente non scoperti, che si trovano in posizioni favorevoli a scoprire la Terra.

Come esposto nell'articolo precedente, quasi quotidianamente vengono scoperti nuovi pianeti, grazie anche ai nuovi telescopi spaziali, come il Kepler della NASA. Le regioni su cui si sta concentrando questo telescopio, sono vicine al piano dell’orbita terrestre, e questo significa che le stelle osservate si trovano nelle zone di transito dei pianeti del sistema solare. Per il futuro, il team ha in programma di estendere la ricerca di pianeti proprio in queste zone di transito, con la speranza di trovarne alcuni potenzialmente abitabili.

Benché i comuni mezzi d'informazione e gli spesso approssimativi esponenti della comunità scientifica, continuino pubblicamente a derubricare l'argomento della ricerca di vita intelligente extraterrestre a semplice fantascienza, come dimostra questo studio, la questione è invece affrontata seriamente e tenuta in considerazione sia in abito scientifico e sia politico, anche con ricerche all'apparenza fantasiose.

Basti pensare anche, che nel mese di Aprile 2016, sempre sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, era apparso, con tanto di calcoli e simulazioni, un articolo di astronomi americani della Columbia University di New York, David Kipping e Alex Teachey. Partendo dal presupposto che così come noi, eventuali civiltà aliene potrebbero essere interessate a colonizzare nuovi pianeti e non conoscendo se tali civiltà possano o meno essere ostili, i due astronomi hanno proposto un vero e proprio mantello dell'invisibilità laser, cercando di camuffare la Terra per evitare che venga scoperta quando passa davanti al Sole riducendone momentaneamente la luminosità (lo stesso principio del "Transito" usato dal telescopio spaziale Kepler della Nasa per identificare altri pianeti abitabili). Ebbene, nell'articolo dell'aprile 2016, Kipping e Teachey sostengono che basterebbe accendere un mega laser per 10 ore all'anno per compensare questo calo di luminosità e passare inosservati durante il transito davanti al Sole. Un altro laser decisamente più economico, potrebbe invece mascherare la presenza dell'ossigeno in atmosfera, nascondendo agli alieni la presenza di vita sulla Terra.

Al di là dell'apparente bizzarra ipotesi, che ribadisco proviene da ambienti accademici tradizionali spesso finanziati anche con denaro pubblico, la possibilità dell'esistenza e di contatto con forme di vita intelligente extraterrestre, è ben più presente nella mente della comunità scientifica e delle autorità governative, di quanto ufficialmente venga fatto credere all'opinione pubblica.

Stefano Nasetti

© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore
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300 anni di scoperte di pianeti ed esopianeti in 30 secondi

Lo studente di Astronomia e Astrofisica dell'università di Warwick  Hung Osborn nel 2015 ha creato questa gif che raccoglie l'intera storia della scoperta dei pianeti dal 1750 fino al 2017 (la gif è stata aggiornata recentemente all'inizio del 2017).

Alla data del 17 agosto del 2017 i pianeti extrasolari conosciuti sono 3652, sul grafico ne risultano solo 2954. Ben 698 altri pianeti sono stati scoperti nei successivi 6 mesi, cioè dalla data di aggiornamento della gif (nel febbraio 2017) e l'Agosto 2017.

Grazie a questa immagine animata è possibile rendersi conto di come, con l'avanzare della tecnologia è stato possibile scoprire un sempre crescente numero di pianeti. La velocità con cui le scoperte si sono succedute, è addirittura esponenziale.

Quanti ne scopriremo nei prossimi anni?

Ricordiamo che uno dei motivi che ha spinto in passato la scienza a negare l'esistenza di altre forme di vita extraterrestre oltre che qualunque racconto riportasse di forme di contatto con esse, era essenzialmente il presupposto che non essendo possibile confermare l'esistenza di altri pianeti, non era possibile ipotizzare l'esistenza di altre forme di vita.

Tale affermazione è stata resa esplicitamente da alcuni astronomi appartenenti alla comunità scientifica ufficiale. Oggi la questione è sensibilmente cambiata poiché non è più possibile basare la negazione su questo presupposto. Oggi la scienza comincia a prendere ufficialmente  in considerazione la possibilità dell'esistenza di vita aliena, anche se si continua a negare ogni possibile forma di contatto avvenuta in passato.

C'è da rilevare come non tutti i pianeti indicati nella gif, siano pianeti potenzialmente abitabili, almeno per quanto ne sappiamo, tuttavia si tratta di scoperte fatte osservando parti molto piccole della volta celeste. Ciò lascia presupporre che i pianeti esistenti siano miliardi.

Come si legge il grafico rappresentato nell'immagine?

L'asse delle ascisse (quella orizzontale rappresentata dalla lettera x) identifica i periodi di rivoluzione dei pianeti, vale a dire il tempo impiegato da un pianeta per compiere un'orbita completa attorno al suo Sole.

L'asse delle ordinate (quella verticale rappresentata dalla lettera y) identifica invece le masse dei pianeti. Il raggio dei pianeti è rappresentato dalla dimensione dei pallini. 

I pianeti sono indicati con colori differenti, a seconda del metodo con il quale sono stati scoperti.

Il Blu indica i pianeti del nostro sistema solare, rimasti gli unici pianeti ufficialmente conosciuti oltre 2 secoli e mezzo, fino a quando cioè, il 5 ottobre del 1995, Michel Mayor e Didier Queloz dell'osservatorio di Ginevra, annunciarono di aver scoperto il primo pianeta extrasolare (51 Peg nel 1995).

Il colore azzurro indica invece gli esopianeti scoperti con il metodo della velocità radiale (cioè le variazioni nella velocità con cui la stella si avvicina o si allontana dal pianeta), primo tra i quali è stato il già citato 51 Peg nel 1995. Tali variazioni rivelano la presenza dei pianeti.

Con il colore arancione sono indicati gli esopianeti scoperti grazie al microlensing gravitazionale, vale a dire l'effetto che si genera quando i campi gravitazionali di due corpi celesti cooperano per focalizzare la luce di una stella, creando il cosiddetto effetto della lente gravitazionale, effetto che rivela la presenza dei pianeti.

Con il colore verde sono rappresentati gli esopianeti scoperti con il metodo della variazione degli intervalli di emissioni. Una stella Pulsar infatti, emette onde radio a intervalli estremamente regolari, simili ad una pulsazione (da qui appunto il nome). Analizzando le anomalie negli intervalli di queste emissioni, è possibile tracciare i cambiamenti ed evidenziare la presenza di uno o più pianeti.

Infine in rosso sono rappresentati i pianeti scoperti con il metodo del transito. Se un pianeta si frappone (transita, appunto) tra noi e la sua stella, causa una minuscola variazione della luminosità. Osservando la regolarità della variazione e valutandone il calo di luminosità è possibile determinare la presenza e le dimensioni di un pianeta.

Per quanto riguarda la disposizione dei punti nel grafico, tanto più sono distanti dal margine destro del grafico, quindi distanti dall'asse verticale delle ordinate, tanto più sono distanti dal loro Sole.

Tale distanza non ha alcun tipo di significato circa la potenziale abitabilità del pianeta. Infatti, una stella nana rossa è molto più fredda, di una stella simile al nostro Sole (nana Gialla) dunque i pianeti che orbitano attorno a nane rosse, anche se molto vicini a essa, potrebbero essere abitabili. Al contrario pianeti distanti dalla propria stella come Giove o Nettuno o Saturno, potrebbero essere abitabili se la loro stella è una gigante gialla, molto più calda del nostro Sole.

Infine i pallini più vicini al margine superiore del grafico, rappresentano esopianeti che hanno una massa maggiore. Gli esopianeti più vicini al margine inferiore presentano una massa comparabile a quella della Luna, mentre quelli sul margine superiore hanno 10.000 volte la massa terrestre (come 30 volte Giove).

Stefano Nasetti

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I Babilonesi conoscevano la trigonometria millenni prima dei Greci

La trigonometria (dal greco trígonon (τρίγωνον, triangolo) e métron (μέτρον, misura): risoluzione del triangolo) è quella parte delle scienze matematiche che studia i triangoli a partire dagli angoli. La funzione principale della trigonometria è quella di riuscire a calcolare le misure ignote che caratterizzano gli elementi di un triangolo (lati, angoli, esterni e interni, mediane, ecc.) partendo d almeno tre misure già note (di cui almeno una lunghezza), grazie alle applicazioni di speciali funzioni dette trigonometriche (come ad esempio il seno e il coseno).

Questa disciplina matematica è solitamente insegnata soltanto a partire dalle scuole superiori, poiché si tratta già di funzioni matematiche non elementari, che presuppongono una conoscenza di base già solita oltre che la conoscenza de Pi greco (∏).

Fino ad oggi, le origini di questa disciplina matematica sono state fatte risalire al II secolo a.C. Si è sempre ritenuto che i primi fondamenti della trigonometria fossero contenuti nelle opere di Ipparco, Menelao e Tolomeo.
Ipparco visse a Rodi e ad Alessandria e morì intorno al 125 a. C., gettò le basi per il calcolo trigonometrico partendo dalla suddivisione della circonferenza in 360° (com'era stato fatto per la prima volta da Ipsicle di Alessandria nel 150 a. C. circa) e un suo diametro in 120 parti, ciascuna delle parti di entrambi, fu poi divisa in 60 parti, e queste ultime ancora in 60 e così via per poi arrivare all'introduzione della funzione che nella moderna trigonometria è chiamata seno.

La trigonometria greca raggiunge un alto livello di sviluppo con Menelao (98 a. C.), il quale introduce la trigonometria sferica mentre, lo sviluppo della trigonometria sferica e le sue applicazioni all'astronomia si sono avute in seguito per merito dell'egiziano Claudio Tolomeo.

Un articolo pubblicato sul portale Science (agosto 2017), che riprende uno studio pubblicato pochi giorni prima su Historia Mathematica per merito dei matematici Daniel Mansfield e Norman Wildberger dell'Università del Nuovo Galles del Sud (UNSW) a Sydney, ha retrodatato l'origine di questa disciplina matematica, non di qualche centinaio di anni, ma addirittura di quasi duemila anni, arrivando ad affermare che la conoscenza trigonometrica dei Babilonesi era addirittura migliore, dal punto di vista dell'utilità applicativa, di quella moderna!

I due hanno trovato prova di tale conoscenza avanzata su una tavoletta d'argilla babilonese conosciuta con il nome di Plimpron 322 (P322) datata tra il 1822 e il 1762 a. C.

Costituita da quattro colonne e da 15 righe di numeri scritti in carattere cuneiforme, la famosa tavoletta P322 è stata scoperta nei primi anni del 1900 in quello che oggi è l'Iraq sud dell'archeologo Edgar Banks, archeologo che ispirò poi la creazione del personaggio cinematografico di Indiana Jones.

Ora conservata presso la Columbia University, la tavoletta ha attratto l'attenzione degli studiosi soltanto negli anni '40 del novecento, quando gli storici si sono resi conto che le iscrizioni cuneiformi contenevano una serie di numeri somiglianti a quelli del celebre teorema Pitagora (che spiega la relazione tra i lati di un triangolo rettangolo) ma non era questo il punto.

Quello che modernamente conosciamo come teorema di Pitagora, infatti, è solitamente attribuito al filosofo e matematico Pitagora. Si tratta tuttavia di un apocrifo. In realtà il suo enunciato (ma non la sua dimostrazione) era già noto ai babilonesi, ed era conosciuto anche in Cina e sicuramente in India, come dimostrano molte scritture fra cui l’Yuktibhāṣā e il Baudhāyana Sulbasūtra.

Il motivo per cui gli antichi scribi generavano e ordinavano innanzitutto questi numeri è stato discusso per decenni.

I due matematici dell'Università del Nuovo Galles del Sud (UNSW) a Sydney, hanno studiato la tavoletta per due anni e arrivando alla conclusione che i babilonesi usassero una forma di trigonometria basata sui rapporti dei lati di un triangolo, piuttosto che sugli angoli, seno e coseno a noi più familiari. Sulle iscrizioni cuneiformi presenti sulla P322 i riferimenti a seni e coseni, la misura degli angoli utilizzati dagli astronomi greci e dagli attuali studenti delle scuole superiori, delle università, ecc., erano completamente assenti. Invece, ogni voce presente su P322 comprende informazioni su due lati di un triangolo: il rapporto tra il lato corto e il lato lungo e il rapporto tra il lato corto e la diagonale o l'ipotenusa.

Uno dei due autori dello studio, Daniel Mansfield, ha dichiarato: "Questo è un modo completamente diverso di guardare la trigonometria. Preferiamo seno e coseno ad esempio...  dobbiamo veramente uscire dalla nostra cultura per vederli dalla loro prospettiva (quella dei babilonesi ndr) per essere in grado di capirlo. Probabilmente è stata scoperta solo una piccola parte dei tesori delle tavole babilonesi – conclude il ricercatore – e il mondo matematico ha appena iniziato a capire che questa antica e sofisticata matematica ha molto da insegnarci".

In merito a questa scoperta, lo Storico dell'antichità alla Humboldt University di Berlino Mathieu Ossendrijver, ha osservato: "Se la nuova interpretazione è corretta, la P322 non solo contiene la prima prova della trigonometria, ma rappresenta anche una forma più esatta della disciplina matematica, piuttosto che le approssimazioni che i valori numerici stimati per il seno e coseno forniscono. Ciò che manca ancora - ha aggiunto Ossendrijver - è la prova che i babilonesi abbiano effettivamente utilizzato il contenuto di queste tavolette, o altri simili, per risolvere i problemi nel modo proposto nel nuovo studio".

C'è da rilevare tuttavia, che la nuova interpretazione della tavola P322 non ha riscosso unanimità di giudizio, come spesso accade nei casi in cui un reperto rimette in discussione la storia ufficiale.

Già, perché se questo nuovo studio fosse esatto, aggiungerebbe un altro importante tassello a dimostrazione che le nostre informazioni riguardo le conoscenze che le prime civiltà della storia umana (quella babilonese è considerata la civiltà immediatamente successiva alla prima, quella sumera) avevano, sono errate o fortemente limitate. Tale limitazione influisce sulla corretta percezione del grado di evoluzione di queste civiltà, considerate a torto, delle civiltà molto più arretrate rispetto a quelle successive, come quell’egzia, greca o romana. Queste "prime" civiltà, avevano un grado di conoscenze scientifiche applicate molto elevato e assolutamente incompatibile e inspiegabile con il grado di evoluzione e civilizzazione che di esse si può leggere negli attuali libri di storia.

Incongruenze a cui la storia ufficiale quindi dovrebbe trovare logiche risposte, attività impossibile da fare senza rimettere in discussione tutto, prendendo magari anche solo in considerazione l'ipotesi che i racconti di visite di Dei scesi dal cielo, che hanno donato alle prime civiltà umane, conoscenze astronomiche, matematiche oltre che insegnare loro la scrittura (racconti di questo tipo sono presenti nei miti e nelle leggende nelle culture di ogni epoca, in ogni parte del globo), possano corrispondere a racconti storici reali che, sebbene mediati con le parole conosciute del tempo, corrispondono a fatti realmente accaduti.

E' utile citare in questo frangente che nel Gennaio 2016, sempre su Science è stato pubblicato la coperta definita "rivoluzionaria" per la storia dell'astronomia. Nel frangente lo studio riguardava ancora una volta delle tavolette d'argilla babilonesi decifrate dal già citato Mathieu Ossendrijver, dell'università Humboldt a Berlino. In queste tavole è calcolata la posizione di Giove, solo sulla base della geometria. La scoperta ha destato sensazione perché finora, si era convinti che calcoli del genere fossero comparsi nella storia della scienza solo 1.400 anni più tardi.

Queste tavolette babilonesi utilizzano la geometria in senso astratto per definire il tempo e la velocità, a differenza degli antichi Greci che usavano le figure geometriche per descrivere la posizione nello spazio fisico. L'autore dello studio Ossendrijver intervistato ha dichiarato: "Le tavolette? Riscrivono i libri di storia dell'astronomia e rivelano che gli studiosi europei del '400 di Oxford e Parigi sono stati preceduti dai Babilonesi nell'uso della geometria per calcolare la posizione dei pianeti".

Tornando alle critiche ricevute sull'interpretazione della tavoletta P322, quella più feroce si è registrata da parte dello storico in pensione Jöran Friberg, dalla Chalmers University of Technology in Svezia, che si è preso addirittura la briga di scrivere un'email a Science, sostenendo che " i babilonesi non sapevano niente riguardo al rapporto tra i lati di un triangolo. La tavoletta P322 è soltanto una tabella dei parametri necessari per la composizione dei testi scolastici".

Ma Mansfield e Wildberger sostengono che i babilonesi, geometri esperti, avrebbero potuto avere utilizzato le loro tavole per costruire palazzi, templi e canali.

La storica di matematica Christine Proust del Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica a Parigi, esperta della materia, ha definito l'ipotesi degli dei due matematici australiani "Un'ipotesi molto seducente". Tuttavia rileva che "Nessun testo babilonese suggerisce che la tavoletta era utilizzata per risolvere o comprendere i triangoli. L'ipotesi è matematicamente valida e solita, ma per il momento è altamente speculativa".  Mathieu Ossendrijver si è dimostrato comunque più aperto affermando che una ricerca approfondita di altre tavolette matematiche babilonesi può ancora dimostrare l'ipotesi dei due matematici di Sydney.

Mi sembrava corretto riportare anche i pareri discordanti dalla tesi principale, giacché sebbene ciascuno abbia la propria idea su quella che può essere la storia passata, nessuno dovrebbe far il tifo per le proprie idee, ma soltanto cercare la verità. Un atteggiamento che si dovrebbe dare per scontato, soprattutto da parte della scienza, ma purtroppo la storia ci insegna che non è sempre così.

Stefano Nasetti

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Le sonde Voyager e il loro carico d'oro avvolto nel mistero

Ricorre in questi giorni il 40° anniversario delle missioni Voyager. Le due sonde, ancora oggi attive e che rappresentano le missioni spaziali più anziane e più longeve della storia umana, hanno ormai superato i confini del nostro sistema solare. Lanciate rispettivamente il 20 agosto del 1977 (la Voyager 2) e il 5 settembre del 1977 (la Voyager 1) sono infatti, gli oggetti artificiali umani, più lontani dalla Terra. 

La Voyager 1 aveva come missione primaria quella di fotografare Giove, Saturno e Titano (una delle lune di Saturno), per poi dirigersi verso il confine del sistema solare, superato nell'Agosto del 2012, quando è ufficialmente entrata nello spazio interstellare (cioè lo spazio che si trova tra il nostro sistema solare e gli altri a noi vicini).  Con l'ingresso nello spazio interstellare, la Voyager 1 ha iniziato la sua missione secondaria che ha come obiettivi lo studio delle particelle magnetiche provenienti dall'esterno del sistema solare, alla ricerca del punto esatto dove inizia l'Eliopausa, cioè il confine presso il quale il vento solare emesso dal nostro Sole è fermato appunto, dalle particelle interstellari. In questo momento (dati del febbraio 2017) si trova a circa 20,460 miliardi di Km dalla Terra.

La Voyager 2 (partita circa 15 giorni prima della Voyager 1 per una questione di traiettorie orbitali) aveva come missione primaria lo studio di ben 4 pianeti del nostro sistema solare (Giove, Saturno, Urano, Nettuno). Passando accanto ai primi due, la Voyager 2 integrò le immagini e gli studi fatti dalla Voyager 1. I passaggi vicino a Urano e Nettuno furono invece i primi (e a tutt'oggi gli unici) incontri ravvicinati con questi due pianeti. La scoperta più recente (del 2016) compiuta dalla Voyager 2, riguarda la scoperta di altre due lune di Urano, oltre alle 27 già note, basata sui dati catturati nel 1986 dalla stessa Voyager 2. In questo momento si trova a circa 16,852 milioni di km dalla Terra.

In molti già sanno che entrambe le sonde Voyager, oltre al loro carico di strumentazione, trasportano un altro importante manufatto umano (il Voyager Golden Record) su cui tanto si è scritto, ma che ancora oggi è circondato da un alone di mistero legato ad alcune particolari scelte fatte nella sua realizzazione, non da tutti rilevate e per questo ancora più interessanti.

Per parlarne più nel dettaglio e cercare di capire a cosa mi riferisco, riporto qui di seguito dei brani tratti dal mio libro pubblicato ormai 2 anni fa (2015), nel quale ho trattato anche quest’argomento, all'interno di un quadro di riferimento molto più ampio.

" [...] Nel 1977 gli Stati Uniti, nell’ambito del programma di esplorazione spaziale chiamato Voyager, hanno lanciato nello spazio due sonde spaziali, chiamate Voyager 1 e Voyager 2, con il compito di esplorare il sistema solare esterno. Da allora, le due sonde munite di numerose apparecchiature all’avanguardia, hanno continuato ad inviare sulla Terra, centinaia d’immagini, dati ed informazioni riguardanti pianeti lontani del nostro sistema solare, come Urano, Nettuno e Plutone, consentendo di aumentare la conoscenza scientifica circa la composizione di tutti questi corpi celesti.

Grazie alle loro batterie ad isotopi radioattivi, si stima che saranno in grado di funzionare fino al 2025, mentre continueranno a viaggiare verso i confini del nostro sistema solare, là dove nessuna sonda o manufatto di origine terrestre, è mai giunta prima.

Su entrambe le sonde si trova una copia del cosiddetto “Voyager Golden Record”, un disco registrato che contiene immagini e suoni della Terra, insieme ad una selezione musicale. È concepito per qualunque forma di vita extraterrestre o per la specie umana del futuro che lo possa trovare, anche se la possibilità, secondo le ammissioni degli stessi curatori del progetto, sono assai poche. La sonda Voyager, infatti, impiegherà 40.000 anni per arrivare nelle vicinanze di un'altra stella e quindi l’invio nello spazio di questo manufatto, sarebbe da considerare più che altro come qualcosa di simbolico, e non un tentativo reale di comunicare con forme di vita extraterrestri. Sulla custodia del disco, anch'essa metallica, sono incise le istruzioni per accedere alle registrazioni in caso di ritrovamento.

Tuttavia, migliaia di dollari sono stati spesi per elaborare e realizzare questo disco. Pertanto considerarlo soltanto come una cosa puramente simbolica sarebbe riduttivo. Significherebbe aver deliberatamente voluto gettare via e quindi sprecare, notevoli risorse finanziarie che sarebbero potuto essere destinate allo sviluppo di altri progetti.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali quindi, è più logico pensare che, se forse poco probabile, il tentativo di comunicare con altri esseri, sia tutt’altro che simbolico.

Il contenuto di questo messaggio è particolarmente interessante. Il contenuto del disco venne commissionato dalla NASA ad una commissione guidata dal famoso astrofisico statunitense Carl Sagan. Il messaggio elaborato conteneva una varietà di 115 immagini e un gran numero di suoni naturali, come quelli delle onde, del vento, dei tuoni oltre ai suoni prodotti da animali, come il canto degli uccelli e quello delle balene. Insieme a questi suoni della Terra, venne inserita una selezione musicale proveniente da diverse culture e diverse epoche, oltre ai saluti di abitanti della Terra in 55 lingue diverse.

Sulla Terra si stima che si parlino oltre 6.000 lingue diverse. È quindi comprensibile che, quando si è deciso di inserire un saluto in diverse lingue, sia stata fatta una selezione. Ma con quali criteri?

Le lingue selezionate, e quindi registrate sul Voyager Golden Record sono (in ordine alfabetico): Accadico, Amoy (dialetto Min), Arabo, Aramaico, Armeno, Bengalese, Birmano, Cantonese, Ceco, Cinese Mandarino, Coreano, Ebraico, Francese, Olandese, Inglese, Tedesco, Gallese, Greco antico, Giapponese, Gujarati, Hindi, Kannada, Ila (Zambia), Indonesiano, Italiano, Ittita, Latino, Luganda, Marathi, Ungherese, Nepalese, Nguni, Nyanja, Oriya, Persiano, Polacco, Portoghese, Punjabi, Quechua, Rajasthani, Rumeno, Russo, Serbo, Singalese, Sotho, Spagnolo, Sumero, Svedese, Telegu, Thai, Turco, Ucraino, Urdu, Vietnamita, e Wu.

Da questo elenco traspare molto chiaramente, come si sia deciso di inserire non le lingue più parlate al mondo (sono presenti soltanto 34 lingue tra le prime 55 più parlate al mondo e solo 43 tra le prime 100), ma quelle forse più rappresentative delle diverse aree geografiche.

Un altro elemento assai curioso è quello riguardante la presenza di ben 5 lingue morte (Accadico, Sumero, Ittita, Greco antico e Latino) sulle 55 lingue scelte. Perché inserire queste lingue, alcune delle quali (come l’Accadico, il Sumero e l’Ittita) essendo molto antiche, non si conosce neanche con esattezza il suono? Perché il Sumero, ad esempio e non la lingua degli antichi egizi, che hanno forse regnato per più tempo ed è forse considerata più importante, almeno nell’immaginario collettivo?

La questione si fa ancora più curiosa ed interessante se si verifica l’ordine con cui i saluti nelle diverse lingue, sono stati registrati.

Come si sa in campo della comunicazione, le persone (in questo caso le lingue) che sono considerate più importanti, effettuano il loro intervento, in un meeting, una convention o una riunione di partito ad esempio, per prime o per ultime, con una netta prevalenza, in relazione all’importanza, all’ultimo intervento.

Nel Voyager Golden Record, l’ultimo saluto inciso è ovviamente, quello in lingua inglese, poiché dal punto di vista politico, la lingua inglese oggi, e ancor di più nel 1977, è la lingua più importante al mondo.

La sorpresa però, nasce dalla presenza della lingua Sumera come prima lingua incisa nel disco. Perché è stata scelta proprio questa lingua, tra l’altro morta da oltre 4.000 anni e di cui, come detto, non si è certi neanche del corretto suono? La scelta è stata fatta giacché si tratta della prima lingua scritta conosciuta sulla Terra, o questa scelta nasconde invece qualche altra cosa? Tutto quanto scritto in precedenza in merito al popolo Sumero, ai suoi miti, e alle peculiarità della sua lingua (trovata anche in luoghi lontani dalla Mesopotamia), hanno qualcosa a che vedere con la scelta di porre il saluto in lingua sumera, al primo posto nel Voyager Golden Record? [...]" (brano dal libro Il lato oscuro della Luna)

Quali le possibili risposte a questi interrogativi? Nel libro in precedenza avevo scritto anche:

"[...] Abbiamo visto come in tutte le culture del passato, fin da quelle più antiche, siano presenti in quelli che oggi sono considerati miti o leggende, storie di Déi o esseri giunti dal cielo che insegnano all’uomo la matematica, la geometria, l’astronomia e spesso anche, e direi ovviamente, la scrittura. Del resto com’è possibile insegnare una qualunque disciplina contenente aspetti concettuali, i cui significati devono essere rappresentati con simboli, se prima non s’insegna il significato di quei simboli?

Partendo dal presupposto che questi racconti non siano soltanto dei miti o delle leggende, è possibile supporre che nei simboli che rappresentano le scritture di antiche civiltà, come quella sumera appunto o come quelle che utilizzavano il sanscrito, siano presenti nell’intero alfabeto o almeno in parte di esso, dei simboli appartenenti ad alfabeti o scritture di origine extraterrestre. Se oggi noi dovessimo insegnare a leggere ed a scrivere ad una popolazione, o anche solo ad una persona che non lo sa fare, creeremmo un nuovo alfabeto o utilizzeremmo quello che già conosciamo?

Se veramente le storie che fino ad ora abbiamo analizzato, e su cui si fonda la teoria degli antichi astronauti, fossero vere, è probabile che nelle forme più antiche di scrittura come quelle sanscrite e quella cuneiforme sumera, siano contenuti simboli “extraterrestri”. La lingua sumera, potrebbe quindi rappresentare la lingua utilizzata da questi antichi colonizzatori. Se così fosse, potrebbe essere questa la prova della veridicità dei miti e dei antichi racconti, e quindi delle nostre origini oltre che della vera storia dell’umanità?

Questa ipotesi è solo una congettura, frutto della suggestione della teoria degli antichi alieni? Oppure, nonostante quanto possano pensare la maggior parte degli scienziati tradizionalisti, è un’ipotesi molto più verosimile di quanto si possa comunemente immaginare?

La lingua sumera è forse l’unica lingua di cui non è stata ancora dimostrata la parentela con alcun’altra lingua, oltre al fatto che secondo la storia ufficiale, anche il luogo di origine è incerto. Se i Sumeri sono immigrati nel territorio alluvionale della Mesopotamia, come afferma la scienza ufficiale, la lingua era probabilmente sorta già da prima da un’altra parte? Forse su un altro pianeta? [...]" (brano dal libro Il lato oscuro della Luna)

A ciascuno spetta il compito di trovare la propria risposta, acquisendo maggiori informazioni su tutta la vicenda umana, magari partendo dallo scoprire cos'altro c'è sul lato oscuro della Luna.

Stefano Nasetti

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Esopianeti ed Esoscienza

Negli ultimi 5 anni si sono scoperti  una quantità incredibile di esopianeti. Eppure fino a non più di 15-20 anni or sono, parlare apertamente di esopianeti era, anche nella comunità scientifica, quasi un tabù. Sebbene fosse logico immaginare, considerato l'enorme numero di stelle presenti e visibili anche solo ad occhio nudo, che ci fossero anche altri pianeti, spesso gli astronomi evitavano il discorso, semplicemente perché non potevano dimostrare l'esistenza.  L'argomento finiva per essere semplicemente sminuito o addirittura ridicolizzato o considerato null'altro che semplice fantasia. Come frequentemente accade e come la storia dovrebbe aver insegnato a tutti (anche se invece non è così), le cose che solo pochi anni fa sembravano solamente fantascienza, oggi sono addirittura considerate un'ovvietà.

Con i progressi tecnologici intervenuti negli ultimi anni e con la messa in orbita di opportuni telescopi spaziali, oggi siamo in grado di cercare, scovare e vedere migliaia di esopianeti.

Altri cinque possibili esopianeti 'fratelli' della Terra, si troverebbero dietro l'angolo, in orbita intorno a stelle vicine a noi: il primo pianeta, descritto sul numero di Agosto 2017 di sull'Astrophysical Journal, potrebbe trovarsi a 16 anni luce, intorno alla stella Gliese 832; altri quattro esopianeti, descritti su Astronomical Journal, sono stati individuati a 12 anni luce da noi intorno alla stella Tau Ceti. Due di questi esoèianeti orbiterebbero nella cosiddetta zona abitabile, ossia a una distanza tale dalla loro stella da poter avere acqua liquida in superficie.

Il condizionale è d'obbligo giacché questi nuovi 5 esopianeti non sono stati scoperti con l'ormai consueto metodo del transito (quello che rivela la presenza del pianeta quando, transitando davanti al suo sole, ne determina una diminuzione della luminosità) ma da calcoli gravitazionali effettuati riguardo all’osservazione delle due stelle in questione. Da tali calcoli si è visto che l’oscillazione di queste due stelle è compatibile con la presenza di pianeti posti ad una certa distanza e di certe dimensioni.

Dal risultato di tali calcoli quindi gli astronomi hanno dedotto (l'uso di questa parola non è casuale da momento che è il termine utilizzato nella presentazione di queste notizie nelle citate riviste, oltreché in tutti i mass media che ne hanno dato risalto) la presenza di questi esopianeti.

Mentre gli scienziati ufficiali, basano le loro affermazioni sulle deduzioni, noi umili ricercatori indipendenti, rei di utilizzare spesso il nostro cervello, sulla base di dati concreti ed oggettivi, applicando il metodo scientifico, possiamo invece affermare con certezza alcune cose riguardo il modus operandi della comunità scientifica e dell'informazione.

Ironia a parte (non voglio fare di tutta l'erba un fascio), mi piace evidenziare come, ancora una volta, per determinate notizie o "scoperte" che provengono dagli ambienti accademici tradizionali e che non contrastano in alcun modo con le teorie scientifiche (e dogmatiche) prevalenti, non si utilizza alcuna cautela nel diffondere queste informazioni. Il tutto è dato, sebbene come in questo caso non ci sia una prova tangibile ma solamente dei calcoli, quasi per assodato.

Non sto mettendo in discussione la bontà dei calcoli o del lavoro effettuato dagli astronomi autori di questo studio, né tantomeno voglio obbiettare circa la probabile presenza o esistenza di questi esopianeti. Il mio vuole essere soltanto una sottolineatura di come la scienza, poiché gestita dagli uomini, possa non essere così obiettiva come spesso si sente affermare dagli adepti delle teorie ufficiali a tutti i costi!

Queste persone per difendere la dottrina ufficiale o annichilire le tesi che posso metterla in discussione, spesso chiamano in causa il cosiddetto metodo scientifico, sovente non sapendo neanche con precisione di cosa s’intenda per metodo scientifico e, ancor più frequentemente, senza informarsi se, negli studi considerati "alternativi" tale metodo non sia stato applicato con rigore.

Infatti, al contrario di quanto avviene con le notizie ufficiali, le informazioni non provenienti da ambienti esterni alla comunità scientifica tradizionale e/o che mettono in discussione le teorie prevalenti, si pretende sempre una prova inequivocabile, senza riserva alcuna e senza la possibilità di considerare il nuovo punto di vista semplicemente come una possibilità da prendere in considerazione o un qualcosa di molto più probabile rispetto alla versione ufficiale. Nella rigidità e nella chiusura mentale di coloro che difendono ad oltranza la scienza precostituita, si finisce per considerare, senza distinzione alcuna, tutte queste informazioni alternative o controcorrente, spazzatura, fake news (tanto per utilizzare un termine molto in voga al momento, a cui spesso queste persone sono affezionate) o pseudoscienza.

Sia ben chiaro, sono il primo ad affermare che gran parte di ciò che circola in rete è spazzatura, anche in ambito scientifico, tuttavia, come dicevo poche righe fa, fare di tutta l'erba un fascio è sbagliato, così com'è sbagliato fare una selezione delle informazioni esclusivamente sulla base dell''attendibilità (o presunta tale) di una qualsiasi fonte (non fosse altro perché nessuno è infallibile e nessuno può dirsi detentore della verità assoluta).

Come diceva il filosofo francese Gaston Bachelard "C'è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita"

L'impressione è quella che si voglia per forza tentare di imporre un pensiero unico, scoraggiando il libero pensiero alimentato dalla moltitudine d’incongruenze che fanno sorgere, nella mente di coloro che non hanno ancora abdicato alla loro intelligenza rifiutandosi di smettere di pensare in modo autonomo, una moltitudine di ragionevoli dubbi, sovente non dettati dalla scarsa conoscenza della materia, come spesso si vorrebbe far credere, ma al contrario dall'analisi e dal possesso di un maggior numero d’informazioni.

Se quindi una teoria controcorrente (ovviamente ben argomentata e scientificamente documentabile) è definibile come "pseudoscienza" se non addirittura fantascienza, come definire le affermazioni scientifiche che si fondano su deduzioni e non su dimostrazioni oggettive, come nel caso di questi 5 esopianeti? Appare quanto mai opportuno cominciare ad utilizzare un termine preciso anche per questa categoria di affermazioni provenienti dalla comunità (o Autorità) scentifico-accademica ufficiale. A voler essere buoni e il termine "esopianeti" da lo spunto per creare un nuovo neologismo: d'ora in avanti queste affermazioni ufficiali (molto simili ad opinioni e fatta salva la buona fede di chi le diffonde) che però di metodo scientifico hanno ancora troppo poco per essere meritarsi l'appellativo di scientifiche, le definirei "Esoscienza". (Eso, dal greco éxō, che significa “fuori”, “dall'esterno”). Infatti, ritenere che esista un qualcosa sulla base di una semplice deduzione (sebbene supportata da dati) è un qualcosa che esula dall'ambito strettamente inerente al metodo scientifico.

Mi chiedo quale differenza ci sia dal punto di vista Scientifico (con la S maiuscola) affermare sulla base di calcoli, che esistono degli esopianeti (come in questo caso) o che esistano civiltà avanzate aliene (vedi equazione di Drake). Sebbene nel primo caso i dati, poi rielaborati e presi a base per il calcolo, provengano da rilevazioni strumentali e nel secondo, i risultati sono calcoli di tipo probabilistico basati però sulle attuali conoscenze astronomiche (numero di pianeti, stelle, ecc.), in entrambi vediamo applicato un analogo metodo "scientifico".

Eppure, nel caso della diffusione di notizie (di esoscienza) riguardanti l'esistenza (solo probabile, per via del metodo di rilevamento) di nuovi pianeti, si prende quasi per certa la loro esistenza, mentre nel caso dell'esistenza di civiltà aliene il tutto è continuamente ricondotto a più probabili fantasie o a ipotesi remotissime. 

E questo è soltanto un piccolo esempio. Perché si "accetta", come in questo caso, l'esistenza di esopianeti sulla base di deduzioni fatte dall'elaborazione di dati riguardanti le oscillazioni gravitazionali, e invece si accoglie con scetticismo la possibile esistenza di altri pianeti e/o oggetti (trans nettuniani, cioè oltre l'orbita di Nettuno) nel nostro sistema solare (che qualcuno chiama Pianeta X o Nibiru), calcolata con il medesimo sistema? Che cosa dire delle diverse considerazioni sulla datazione di siti ed eventi sulla base degli allineamenti astronomici, come nel recente caso della stele dell'Avvoltoio a Gobekli Tepe? Vogliamo parlare delle differenti e palesemente pretestuose interpretazioni dei petroglifi paleolitici ritrovati in tutto il mondo in cui qualcuno affine alla comunità scientifica ufficiale, ha visto addirittura la natività?  Che dire poi della teoria dell'evoluzione? (Potrei continuare ma mi fermo qui)

La differenza non è dunque solamente nella mente di chi fa certe affermazioni (a cui potrebbe dare un peso diverso secondo la propria convenienza o della propria opinione personale) ma anche nella mente di chi le ascolta (che potrebbe dare un peso diverso a queste notizie per gli stessi identici motivi, se non addirittura sulla base di preconcetti derivanti dal tipo di "indottrinamento culturale" ricevuto o dalla scarsa conoscenza delle materie scientifiche).

Tuttavia è bene ricordare che la differenza tra credere e sapere è la stessa che passa tra fede e scienza.

E' bene sempre documentarsi e porsi le opportune domande, cercando poi risposte logiche e intellettualmente oneste, senza abbandonarsi alla pigrizia dell'accettazione della teoria prevalente o delle mode del momento. Sebbene sia certamente utopistico immaginare di potersi documentare sempre su qualunque cosa, sarebbe certamente opportuno, nell'impossibilità di documentarsi liberamente e provare a formarsi una propria opinione, sospendere ogni giudizio, evitando di abbracciare fideisticamente l'una o l'altra tesi.

Galileo Galilei, considerato il padre della scienza moderna, oltre 6 secoli fa disse: "Non riesco a credere che lo stesso Dio che ci ha dotato di senso, ragione e intelletto, ci ha destinati a rinunciare al loro uso" e ancora "In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo. Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza."

Non dobbiamo avere timore di manifestare le nostre idee o nel valutare nuove teorie. Aprire la mente verso possibilità apparentemente irraggiungibili è la strada per l'evoluzione culturale e spirituale dell'umanità. Ciò che sappiamo è solo una parte di ciò che c'è da sapere. La fantascienza (per lo più) non esiste, siamo noi che in quel momento la definiamo tale per mancanza di informazioni o di capacità tecnologiche. La scienza nega ciò che non sa dimostrare, la storia ce lo insegna e il tempo lo dimostrerà ancora.

Stefano Nasetti

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