La ricerca di civiltà aliene è solo una finzione?

Ormai da alcuni decenni, molti Paesi del mondo finanziano la ricerca di forme di vita extraterrestre. Della moltitudine di progetti, il più famoso è senza alcun dubbio il SETI ( Search for Extra-Terrestrial Intelligence  - ovvero Ricerca di Intelligenza Extraterrestre). Il programma è nato nel 1960, proposto dall’astronomo Frank Drake, famoso per la sua equazione matematica dedicata all’ipotetico conteggio delle civiltà extraterrestri esistenti, ma il SETI Institute è nato ufficialmente nel 1974. Il progetto basa la sua ricerca sul presupposto che possa esistere o essere esistita, una civiltà abbastanza evoluta da inviare segnali radio nel cosmo. Per tale motivo il Seti cerca da ormai oltre 40 anni, di captare radiosegnali provenienti da queste ipotetiche civiltà, scansionando o meglio, ascoltando una piccola porzione di universo. La porzione presa in esame e stata fin qui quella in cui si pensava potessero esistere pianeti con le stesse caratteristiche della Terra.

Benché la capacità di “ascolto” del SETI sia stata implementata nel corso del tempo con la costruzione di tutta una serie di nuovi e più potenti radiotelescopi, come ampiamente illustrato nel mio libro Il lato oscuro della Luna”, il progetto presenta notevoli limiti. Tali limiti non sono soltanto rappresentati dal fatto che oggi sappiamo che la vita può esistere anche in ambienti differenti da quelli simili alla Terra, ampliando notevolmente la porzione di universo nella quale cercare i radiosegnali, ma anche e forse soprattutto da limiti tecnologici e concettuali. Infatti come oggi i progressi tecnologici stanno dimostrando, nel prossimo futuro il mondo della comunicazione sarà guidato dalla fotonica. Saranno dunque le particelle di luce a veicolare dati, immagini e informazioni da un punto ad un altro. E’ infatti questo il futuro della comunicazione, perché la luce che viaggia alla massima velocità possibile, consente comunicazioni più veloci.

Preso atto di ciò, molti Governi da anni non finanziano più il progetto SETI, che ciò nonostante continua grazie a finanziamenti privati, imperterrito nella sua ricerca di messaggi extraterrestri contenuti in radiofrequenze.

Continuano poi a nascere ed essere pubblicizzati, anche altri progetti che si basano sullo stesso principio del progetto SETI, tant’è che nel Luglio del 2015 è stato reso noto un nuovo progetto di ricerca senza precedenti per ambizione e ampiezza, aperto e multinazionale, chiamato Breakthrough Listen. L’annuncio della nascita del nuovo progetto è stato dato a Londra, nella sede della prestigiosa Royal Society, su impulso di Yuri Milner, un miliardario russo che ha messo sul piatto 100 milioni di dollari per i prossimi 10 anni, riuscendo a coinvolgere alcuni dei fisici e degli astronomi più illustri del pianeta: da Stephen Hawking a Martin Rees (che ne sarà il coordinatore), dallo stesso Frank Drake, ideatore del progetto SETI, a Geoff Marcy.

Il progetto avrà a disposizione due dei più potenti radiotelescopi al mondo il Green Bank Telescope, in West Virginia, Usa, e il Parkes Telescope, in Australia), oltre a software ultramoderni e di una piattaforma informatica per l'elaborazione dei dati raccolti, fornità dall’Università di Berkeley, in California. Il progetto Breakthrough Listen  dunque, si prefigge di trovare segnali di forme di vita extraterrestri, provenienti da civiltà aliene, entro la fine XXI secolo, confidando sul fatto che, a detta degli stessi scienziati coinvolti, la capacità di ascolto di tale progetto è 50 volte maggiore a quella degli altri analoghi progetti condotti finora con lo stesso obiettivo. Riuscirà infatti, a coprire una porzione di volta celeste 10 volte maggiore di quanto non si sia fatto in passato, e controllerà uno spettro di frequenze radio 5 volte più grande e a una velocità 100 volte superiore.

Tutto molto interessante se non fosse per il fatto che si continua a cercare soltanto tra le radiofrequenze. Per radiofrequenze si intende generalmente un segnale elettrico o un'onda elettromagnetica ad alta frequenza che si propaga nello spazio o in un cavo coassiale. Benché anche la luce sia di fatto un’onda elettromagnetica, per radiofrequenze, nel caso di segnali via etere, si intendono onde elettromagnetiche di frequenza compresa tra qualche kHz e 300 GHz. Le lunghezze d'onda variano da 100 km (da 3 kHz) a 1 mm (a 300 GHz). Dunque si cercano segnali soltanto in una piccala porzione dello spettro delle onde elettromagnetiche. Non vengono prese in considerazione le onde con frequenza maggiore di quelle comprese nello spettro luminoso visibile ai nostri occhi, quello cioè compreso tra i 428 e i 749 THz, e neanche quelle comprese nello spettro invisibile, come i raggi ultravioletti (749 THz – 30 Phz), i raggi X (30 PHz – 300 Ehz), i raggi Gamma (300 Ehz) o come quelle con frequenza minore di quelle comprese nello spettro visibile ai nostri occhi, come i raggi Infrarossi (300 GHz – 428 THz) e le Microonde (300 MHz – 300 GHz).

Gli odierni studi nel campo della fotonica hanno dimostrato come gran parte di queste onde luminose sono in grado di trasportare dati e dunque messaggi. Viaggiando poi a velocità maggiori rispetto alle onde radio, sono certamente le frequenze più adatte a trasmettere dati nel cosmo, considerate le enormi distanze che separano i vari sistemi stellari. Allora perché continuare a cercare messaggi extraterrestri solo nelle onde radio? Che senso ha tutto questo? Non sarebbe più opportuno attendere qualche anno per avere a disposizione questa nuova tecnologia e cercare segnali extraterrestri nelle onde luminose, anziché sprecare ingenti somme di denaro con metodi ormai tecnologicamente e concettualmente obsoleti? Si ha forse fretta di giungere ad una conclusione definitiva sull’argomento riguardante le prove della non esistenza di vita extraterrestre?

Cercando infatti messaggi di origine extraterrestre tra le onde “più primitive” tra quelle possibili, è assai probabile che messaggi non si riescano a trovare. Infatti, se anche noi dovessimo decidere di inviare un messaggio e volessimo avere le maggiori probabilità possibili che tale messaggio giunga con successo  a destinazione e venga compreso, utilizzeremmo certamente i mezzi a disposizione migliori possibili. Se invece non fossimo interessati all’esito dell’invio del messaggio, quanto invece a far vedere che il tentativo di contatto è stato fatto, certamente la nostra scelta ricadrebbe sull’utilizzo dei sistemi più lenti e obsoleti, dal punto di vista concettuale e tecnologico, di cui disponiamo. In tal modo si otterrebbe anche con maggiore probabilità, la conferma della risposta negativa che la scienza da sempre continua a fornire circa l’esistenza di altre civiltà aliene.

Visto che è impossibile pensare che molti illustri astronomi e astrofisici, come quelli coinvolti nel progetto Breakthrough Listen, non possano non conoscere i progressi delle attuali tecnologie legate alla fotonica, è possibile pensare che la pubblicizzazione di questi e di altri progetti simili, siano soltanto una farsa atta a dimostrare che siamo soli nell’universo? E se così fosse, perché? Ci sono forse interessi particolari in ballo?

Per gran parte delle persone, quelli che credono cecamente nelle affermazioni delle istituzioni, degli enti ad essi collegati e delle persone che ne fanno parte e li rappresentano, ascoltare da essi che non si sono trovate tracce di messaggi extraterrestri, significherebbe mettere la parola fine una volta per tutte, alla possibilità passata, presente e nell’immediato futuro di un contatto con civiltà extraterrestri. Ciò significherebbe anche assestare un bel colpo a tutte le teorie ufologiche, compresa quella degli antichi astronauti.

Sebbene sia sempre importante, indipendentemente da come la si pensi, che credere a qualcosa, a qualunque cosa, non la rende vera, è altrettanto importante tenere gli occhi sempre aperti ed il cervello acceso. Perché come la storia recente e passato dimostra, delle istituzioni non ci si può sempre fidare. Forse anche in questo caso le risposte si trovano a portata di mano, basta andarle a cercare, cambiando se necessario il nostro punto di osservazione, cercandole nei luoghi che si pensano misteriosi ma che in realtà sono tutt’altro che tali. Anche questa volta forse, le risposte si trovano ne “Il lato oscuro della Luna”.

Stefano Nasetti

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