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Su Marte c’è un intero sistema interconnesso di laghi sotterranei

 

Su Marte c’è un intero sistema interconnesso di laghi sotterranei! Lo ha detto il ricercatore Francesco Salese dell’Università di Utrecht e leader dello studio pubblicato il mese scorso su Journal of Geophysical Research – Planets.

È ormai certo che in passato Marte sia stato fortemente caratterizzato dalla presenza di acqua. Tutte le recenti missioni hanno confermato la presenza di antichi fiumi, laghi e oceani marziani. I segni lasciati da questi antichi corsi e bacini idrici, sono ancora ben visibili in ogni luogo del pianeta rosso e non lasciano spazio a dubbi. Gli astronomi ormai si sono convinti e hanno abbandonato l’ormai datata idea di un Marte secco e arido, forse anche per quanto riguarda il presente. Se, infatti, possiamo dire con certezza assoluta che c’è stata acqua nel passato di Marte, oggi possiamo dire che c’è anche nel suo presente. Mentre un tempo, il mondo rosso era probabilmente ricchissimo d’acqua in superficie, oggi il prezioso liquido che potrebbe indicare la presenza di microrganismi si trova intrappolato nei meandri del suolo marziano.

Sappiamo che acqua allo stato ghiacciato è abbondante nelle zone polari di Marte ma anche che, periodicamente e in modeste quantità, scorre ancora allo stato liquido in alcune zone del pianeta, come confermato dalla Nasa nel settembre del 2015. In seguito abbiamo scoperto che nell’immediato sottosolo esistono consistenti bacini di acqua (probabilmente anch’essa in parte ghiacciata) perfino nelle zone equatoriali del pianeta, là dove nessuno pensava potesse nascondersi. Eppure i dati raccolti dalle sonde orbitali che da anni analizzano in continuazione il pianeta rosso, non hanno lasciato, anche in questo caso, alcun dubbio.  Nel luglio scorso, grazie al radar italiano Marsis a bordo della sonda europea Mars Express, abbiamo scoperto che l’acqua nel sottosuolo marziano è presente in larga quantità anche allo stato liquido. La sonda europea ha, infatti, individuato un ampio lago d’acqua salmastra a circa 1,5 chilometri di profondità sotto il ghiaccio.

Questa che di per sé rappresentava un’ennesima scoperta rivoluzionaria riguardo il presente di Marte, sembra essere stata soltanto un piccolo antipasto di ciò che è emerso in seguito.

Una nuova ricerca pubblicata su Journal of Geophysical Research – Planets, condotta in collaborazione con il gruppo di Gian Gabriele Ori, dell'Università Gabriele D'Annunziò di Pescara, e di cui ho già accennato in un precedente articolo, fornisce un quadro ancora più completo della presenza liquida su Marte, come uno zoom che si allarga da un particolare mostrando un disegno sempre più complesso. Non solo esiste un deposito d’acqua nel sottosuolo marziano (quello appena citato rilevato dal radar italiano Marsis), ma c’è un intero sistema interconnesso di laghi sotterranei, e almeno cinque di essi hanno una composizione di minerali tale da poter ospitare forme di vita. La scoperta arriva ancora una volta da Mars Express, che da oltre 15 anni orbita attorno al mondo rosso inviandoci preziosissimi dati.

Emerge ora che i dati analizzati da un team di scienziati provenienti da Olanda, Germania e Italia, hanno posto in evidenza 24 crateri marziani molto profondi, all’interno dei quali si snodano particolari strutture geologiche che per formarsi hanno richiesto la presenza di acqua liquida. Il pavimento dei 24 crateri analizzati si trova a circa 4.000 metri sotto il “livello del mare” marziano, un livello che su Marte è arbitrariamente definito in base all’altitudine e alla pressione atmosferica del pianeta, non essendoci più un mare o oceano a far da riferimento univoco.

Francesco Salese dell’Università di Utrecht e leader dello studio ha commentato la pubblicazione dello studio con queste parole: “In passato Marte era un mondo acquoso ma quando il suo clima è cambiato l’acqua, si è ritirata progressivamente sotto la sua superficie, per formare bacini e falde sotterranee. Noi abbiamo cercato le tracce di quest’acqua, e abbiamo trovato la prima evidenza geologica di un sistema planetario di laghi sotterranei”.

L’origine di questa rete di laghi sotterranei, affermano i ricercatori, risalirebbe addirittura a circa 3.5 miliardi di anni fa e si sarebbe quindi “salvata” dai cambiamenti superficiali che Marte ha subito nel corso del tempo. Non è da escludersi dunque, che ci sia un nesso tra il sistema di laghi d’acqua appena scoperto nel sottosuolo e gli antichi oceani superficiali marziani che gli scienziati ritengono esistessero tra i 3 e 4 miliardi di anni fa e che, secondo molti altri studi sarebbero stati presenti addirittura fino a “soli” 200.000 anni fa.

"La presenza acqua per un lungo periodo è una condizione necessaria per l'esistenza di un'eventuale vita passata, ma da sola non sufficiente", ha osservato ancora Salese. “Altre possibili spie sono i minerali, come quelli scoperti in uno dei bacini analizzati, il cratere McLaughlin: i sedimenti sul fondo di questo antichissimo lago sono ricchi di minerali compatibili con l'ipotesi della vita, come "smectiti ricche di magnesio, serpentino e minerali di ferro-idrato", ha detto il ricercatore”.

Sono infatti minerali legati a reazioni che potrebbero avere a che fare con processo all'origine della vita. Altri 14 degli antichi laghi marziani conservano le tracce di delta di fiumi, molto ben conservati. “Questi depositi - ha rilevato Salese - permettono di individuare i siti ad alta priorità per la ricerca della vita, dove prodotti organici potrebbero avere avuto una alta probabilità di conservarsi".

Una teoria che sarà vagliata dalle future missioni sul pianeta rosso, che perforeranno il suolo marziano alla ricerca di eventuali forme di vita presenti ancora oggi, che potrebbero essere nate, proliferate ed evolute proprio grazie all’acqua conservata per tutti questi anni sotto la superficie di Marte.

Ormai non passa giorno che non venga pubblicato uno studio scientifico che indica la possibilità, sottendente la certezza o conferma la probabilità che su Marte c’è stata vita per lungo tempo (e ciò presuppone implicitamente e necessariamente l’estrema probabilità che si sia evoluta in più forme) e che ci possa essere vita ancora oggi.

Come interpretare questo piccolo ma continuo “bombardamento mediatico”, riguardo queste rivoluzionarie scoperte provenienti dal pianeta rosso? Si tratta semplicemente di divulgazione scientifica? Si vuole invece attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica per far sì che si accetti la spesa pubblica a favore delle missioni spaziali, facendo leva sulla suggestione di poter trovare forme di vita aliene? Oppure tutto ciò nasconde la volontà di preparare l’opinione pubblica all’annuncio ufficiale del ritrovamento di vita aliena, così com’è stato con l’annuncio dell’acqua liquida su Marte di cui la Nasa era a conoscenza già dal 2006 sebbene ne abbia diffusa pubblica notizia solo nel 2015?

Probabilmente un po’ tutte e tre le cose. L’aspetto più importante da rimarcare è che da moltissime pubblicazioni scientifiche emerge ormai chiaro che evidenze di vita passata su Marte siano già state trovate. La vita marziana non è quindi più in discussione. Si cerca ora di capire se esista ancora oggi.

Stefano Nasetti

Maggiori informazioni nel libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione.

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Forme di vita nel deserto più inospitale della Terra: su Marte come in Cile?

Atacama è il più inospitale deserto del nostro pianeta, la cui distesa torrida e sabbiosa si estende per mille chilometri dalla costa del Pacifico verso l’entroterra. Spesso è utilizzato per la simulazione delle esplorazioni spaziali su Marte.

I due luoghi distanti tra loro oltre duecento milioni di chilometri, hanno in comune molto di più di quanto si possa immaginare. Non soltanto la conformazione del terreno ci appare simile al punto che i rover inviati su Marte sono testati qui, ma condividono anche le condizioni di vita estreme e, a quanto pare forse non solo questo.

Secondo un nuovo studio internazionale guidato dall’Ames Research Center della Nasa, nascoste nell’immenso deserto di Atacama in Cile, potrebbero esserci forme di vita. Proprio come nei meandri del mondo rosso, ipotesi o per meglio dire ormai certezza, su cui gli astronomi di tutto il mondo stanno lavorando da qualche tempo, con la continua pubblicazione di studi basati sui dati raccolti dai rover giunti sul pianeta rosso, dalle evidenze fotografiche e chimiche fornite e con sforzi raddoppiati dopo la recente scoperta di acqua liquida e salata sotto la superficie marziana, scoperta che lascia presagire la possibilità dell’esistenza di forme di vita presenti ancora oggi.

Il team dell’agenzia spaziale statunitense ha trasportato un nuovo modello di rover nel deserto cileno, scandagliandone il sottosuolo per verificare l’eventuale esistenza di vita microbica.

I risultati, pubblicati il 28 febbraio scorso (2019) su Frontiers in Microbiology, fanno ben sperare. Infatti, i campioni prelevati dal rover una volta analizzati in laboratorio, hanno mostrato tracce di microbi che i ricercatori hanno definito insoliti e altamente specializzati. Le tracce sono simili a quelle trovate e fotografate su Marte dal rover Curiosity e che, negli anni scorsi sono stati oggetto di una ricerca dell’Università di Siena. In questa circostanza i ricercatori italiani si erano detti certi che quelli fotografati da Curiosity fossero la prova inconfutabile della passata esistenza di vita sul pianeta rosso.

Lo studio appena pubblicato su Frontiers in Microbiology non dimostra ovviamente che ci sia stata vita su Marte, ma che la strada intrapresa dalle varie agenzie spaziali (NASA ed ESA) di cercare vita nel sottosuolo di Marte è la cosa più plausibile da fare.

Abbiamo dimostrato che un rover robotico può prelevare porzioni del sottosuolo in uno dei deserti terrestri più simili a Marte” – commenta Stephen Pointing dello Yale-Nus College di Singapore, responsabile dell’analisi microbica. “Questo è importante perché molti scienziati concordano sul fatto che eventuali forme di vita su Marte debbano trovarsi nel sottosuolo, per sfuggire alle rigide condizioni della superficie come le alte radiazioni, le basse temperature e l’assenza di acqua. I microbi che abbiamo trovato nell’Atacama si sono adattati a un ambiente molto ricco di sali, simile a quello che ci possiamo aspettare nella sottosuperficie marziana.”.

Al di là della fattibilità della ricerca della vita marziana con rover autonomi, l’aspetto più interessante si legge nelle parole e nelle affermazioni presenti nelle conclusioni dello studio.

Si legge, infatti: “La rilevanza dell'ecologia e degli habitat microbici alla vita passata e possibile esistente su Marte stanno finalmente emergendo nella ricerca robotica di evidenze biologiche su Marte (Warren-Rhodes et al., 2007; Cabrol, 2018). Come suggerisce il nostro studio, la rilevazione di tale vita o le sue biografie residue può rivelarsi molto difficile, dato che nei deserti più estremi sulla Terra queste comunità sono estremamente disomogenee nella distribuzione e si verificano con biomassa eccessivamente bassa. L'apparato di perforazione impiegato in questo studio ha dimostrato che le bio evidenze dei sedimenti sotterranei possono essere recuperate autonomamente, sebbene la delineazione precisa della profondità richieda un perfezionamento con l'approccio di perforazione del morso utilizzato in questo studio. Mentre evidenze biologiche genetiche come il DNA utilizzato nel nostro studio potrebbero non essere il metodo principale impiegato per cercare tracce di vita su Marte, sono il metodo più affidabile e ampiamente utilizzato attualmente disponibile per la stima della diversità microbica (Thompson et al., 2017; Delgado-Baquerizo et al., 2018). Quest’approccio ha fornito una prima prova essenziale del concetto che una firma biologica incontrovertibile nel probabile intervallo per le variabili geochimiche in un ambiente sottosuperficiale abitabile può essere recuperata da un sedimento di tipo marziano usando un rover autonomo.”.

Come già evidenziato nel mio ultimo libro, la vita su Marte è già stata trovata al punto che nell’ambito della comunità scientifica (ma non ancora quando ci si rivolge al pubblico) non si parla più di Marte in termini di pianeta deserto, quanto invece considerandolo in termini di biosfera. Molti addetti ai lavori lo sanno già molto bene.  Tant’è che concepiscono la vita passata ormai come dato acquisito, riservando la “possibilità” solo a quella a oggi esistente, come si legge testualmente nella frase “La rilevanza dell'ecologia e degli habitat microbici alla vita passata e possibile esistente su Marte stanno finalmente emergendo nella ricerca robotica di evidenze biologiche su Marte (Warren-Rhodes et al., 2007; Cabrol, 2018) ... ”. Le prossime missioni quindi, andranno a cercare la vita, ma non quella passata, ma quella presente come si evince dalla stessa frase.

Mentre in un altro punto si evince anche che le aspettative sono quelle di trovare vita in forme diverse. Si afferma, infatti: “… sono il metodo più affidabile e ampiamente utilizzato attualmente disponibile per la stima della diversità microbica (Thompson et al., 2017; Delgado-Baquerizo et al., 2018)…”. Anche in questo caso, le aspettative che riguardano il presente poiché la biodiversità marziana nel passato è già un dato assodato, come accennato in precedenza.

Le citazioni di altri studi evidenziano e confermano quanto ho già avuto modo di affermare. Gli studi a cui fanno riferimento gli scienziati partono da presupposti ben precisi (tra l’altro esplicitamente esposti nello studio di Cabrol pubblicato su Astrobiology nel gennaio 2018):

  • L'origine della vita marziana e la sua somiglianza con la biologia terrestre.
  • L’abitabilità di Marte nel passato.
  • La scoperta della chimica organica su Marte.
  • La vita marziana si sarebbe evoluta localmente o migrata verso i siti proposti dai suoi ambienti di origine, così come si ritiene sia avvenuta sulla Terra.

Prove generali per adesso concluse con successo dunque, in attesa di riuscire a prelevare campioni dagli strati più profondi del mondo rosso. Con le future missioni su Marte programmate per il 2020, sia Nasa sia Esa puntano, infatti, a perforare il suolo marziano fino a due metri di profondità, con la speranza di raggiungere eventuali comunità microbiche marziane ancora in vita.

Stefano Nasetti

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La scienza è malata, a quasi nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo.

Negli ultimi anni si è assistito a un calo continuo e inesorabile della credibilità della scienza agli occhi dell’opinione pubblica. Quest’ultima infatti, ha preso progressivamente coscienza delle innumerevoli incongruenze di molte spiegazioni scientifiche, divulgate all’opinione pubblica da decenni come conoscenze oggettive e verità incontrovertibili, sebbene fossero soltanto teorie. Se è vero che tali teorie fossero. Al momento della formulazione, in qualche modo ragionevolmente fondate, se consideriamo le conoscenze dell’epoca, è anche vero che il divulgarle come certezza, poiché opinioni condivise dalla maggioranza degli aderenti alla comunità scientifica, si è rivelato un errore marchiano, sia in termini di comunicazione, sia sotto l’aspetto squisitamente più scientifico e oggettivo.

Come ricordava Galileo Galilei oltre cinquecento anni or sono, “le verità scientifiche non si decidono a maggioranza.”

Se quest’atteggiamento, che possiamo definire di presunzione o supponenza da parte di molti (non tutti) i membri della comunità scientifica, è di fatto riscontrabile in ogni epoca, almeno negli ultimi 200 anni, il conservativismo e l’ostruzionismo nei confronti di nuove evidenze scientifiche che ne è sempre scaturito, è emerso ormai fragoroso in tutta la sua evidenza.

La velocità con cui la conoscenza scientifica è aumentata negli ultimi decenni, non ha più consentito agli aderenti alla comunità scientifica ufficiale, di “gestire” la transizione tra le vecchie conoscenze ormai obsolete, e le nuove scoperte. In passato la minor velocità con cui la scienza acquisiva nuova conoscenza, aveva infatti permesso di “anestetizzare”, complice anche la minor cultura media e la bassa velocità di diffusione delle informazioni, le possibili reazioni avverse del pubblico. Quest’ultimo era dunque impossibilitato di comprendere a pieno i mutamenti radicali riguardo determinati assunti scientifici ufficiali, rivelatesi palesemente errati e fuorvianti. In tale contesto, la scienza (o per meglio dire chi la gestisce e la rappresenta) è sempre riuscita a mantenere quell’aura di autorevolezza e prestigio forse immeritato che, giustamente va riconosciuta a chi fa scienza in modo serio.

Oggi, di fronte ad uno scenario completamente mutato, la spesso supponente e presuntuosa scienza ufficiale è stata messa spalle al muro. Molti membri della stessa hanno perciò iniziato a studiare i problemi che esistono all’interno della comunità scientifica ufficiale e nella scienza, più in generale.

L’immagine della scienza presentata agli occhi dell’opinione pubblica, è spesso stata quella di un gruppo di persone eticamente corrette, scevre da ogni condizionamento economico e/o politico, che anteponevano il benessere, la conoscenza e il miglioramento delle condizioni umane ai propri interessi personali, alle loro mire di ricoprire incarichi di prestigio e potere, alla loro ambizione di acquisire popolarità oltre che di aumento delle proprie possibilità economiche e del proprio tenore di vita.

Assistiamo ancora, soprattutto nel nostro paese, al tentativo di presentare il mondo scientifico come un mondo idilliaco, in cui sono quasi del tutto assenti le dispute e le rivalità tra colleghi, in cui esiste un mutuo e reciproco spirito collaborativo, in cui ciascun ricercatore e scienziato, indipendentemente dalla posizione gerarchica che ricopre nell’ambito della comunità scientifica, ha come unico e solo scopo della sua vita, la conoscenza e il progresso dell’essere umano. SI tratta di un tentativo sempre meno efficace, che riesce nel suo intento solo in quella fetta di popolazione ancora poco interessata e partecipe alla conoscenza scientifica, oltre che ossequiosa delle “autorità”.

L’astronomo Carl Sagan diceva: “Abbiamo costruito un mondo basato su scienza e tecnologia, in cui nessuno capisce nulla di scienza e tecnologia”.

Non tutti ne sono consapevoli ma, il ritenere che il settore scientifico sia un sistema a se stante, completamente avulso da quelle che sono le logiche economiche, di profitto, di competizione senza esclusione di colpi, di corsa al conseguimento di posizioni di potere, di fama, un mondo senza uno spiccato individualismo ed egocentrismo, logiche di cui ogni settore della nostra vita è ormai profondamente intriso, rimane un pensiero tanto ingenuo quanto anacronistico.

La scienza è malata, e questo è ormai un dato di fatto. I mali non sono legati alla scienza in sé, ma agli uomini che la gestiscono e che vi operano, schiavi di quelle logiche proprie del nostro tempo.

La presa di coscienza di questo problema, all’interno della comunità scientifica, ha spinto alcuni ricercatori a cercare di comprenderne meglio le cause e la portata delle conseguenze che l’atteggiamento di chiusura e conservativismo conclamato in taluni ambiti scientifici, ha avuto agli occhi dell’opinione pubblica.

Sebbene non se ne parli diffusamente nel nostro paese, nell’ultimo anno sono stati pubblicati molti studi scientifici che hanno voluto verificare innanzitutto, la reale esistenza di certi problemi che, sebbene percepiti e percepibili anche da parte di chi di scienza s’interessa, pur non facendo parte della comunità scientifica, erano sempre rimasti delle sensazioni o delle idee intangibili.

Nei precedenti articoli (La scienza ha un problema di fake news, La scienza avanza un funerale alla volta? Le superstar della scienza ostacolano il progresso scientifico?) che ho pubblicato in questo blog, ho cercato nel mio piccolo, di dare spazio a queste ricerche, per dare evidenza dei problemi che interessano il settore scientifico, e per provare a diffondere un po’ di consapevolezza a riguardo. Inutile dire che suggerisco la lettura attenta di entrambi se si vuol provare a comprendere la portata del problema e le dannose conseguenze che ricadono sulle vite di tutti i cittadini.

Oltre a quanto già detto in tali articoli, presento oggi altre due ricerche scientifiche (entrambe pubblicate nelle scorse settimane sulla rivista e sul portale Science) che danno modo di far emergere altri due aspetti interessanti. Ciò che viene fuori, getta altre ombre sul mondo scientifico e sulle conseguenze che le errate o imprecise affermazioni scientifiche comportano nella vita di tutti i giorni.

In particolare, la prima ricerca si è concentrata sugli studi scientifici pubblicati in ambito medico. Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca guidato da Ben Goldacre, autore e medico presso l'Università di Oxford nel Regno Unito, sostenitore della trasparenza nella ricerca sulle droghe.

L’obiettivo dei ricercatori di Oxford, era capire le conseguenze di una sempre più diffusa cattiva abitudine, presente nel modus operandi di molti ricercatori. È infatti un problema ben noto, soprattutto nelle sperimentazioni cliniche, che i ricercatori iniziano le loro ricerche dichiarando che intendono verificare, e quindi ottenere, un risultato particolare, ad esempio le conseguenze e/o l’efficacia di un farmaco per attacchi di cuore. Poi però, nel corso della ricerca, cambiano totalmente obiettivi e cercano cose diverse da quelle dichiarate, cose che poi segnalano quando pubblicano i risultati. È stato più volte riscontrato che tale ondivaga pratica, può far sembrare un farmaco o un trattamento più sicuro o più efficace di quanto non sia in realtà.

In sostanza, magari si mette in pratica una sperimentazione con il dichiarato obiettivo di verificare l’efficacia (o i possibili effetti collaterali) di un farmaco per il cuore, ma poi quando si pubblica lo studio, si omette del tutto di rispondere al quesito principale della ricerca, concentrandosi magari sul fatto che il farmaco può produrre reazioni allergiche a livello meramente epidermico. Lo studio scientifico così redatto, farà apparire il farmaco più sicuro ed efficace di quello che in realtà potrebbe essere (non è possibile dai dati pubblicati, sapere se è realmente efficace o inutile, o se addirittura è più dannoso che utile).

Il processo peer-review a cui le riviste scientifiche dicono di sottoporre tutti gli studi prima della pubblicazione, dovrebbe essere un efficace deterrente per scoraggiare la realizzazione di questo tipo di studi, o quantomeno un mezzo efficace per impedirne la pubblicazione.

Nel tentativo di capire se almeno le riviste scientifiche più importanti, rispettano il loro impegno a garantire che i risultati siano riportati correttamente, i ricercatori di Oxford con la loro ricerca, hanno dato evidenza incontrovertibile che spesso ciò non accade. Hanno scoperto che molti degli attori dell’intero processo di ricerca e divulgazione scientifica, si piegano alle altre logiche economiche e commerciali e oltretutto, messi di fronte al fatto compiuto, avanzano le scuse più disparate.

A partire dal 2015, i ricercatori di Oxford hanno dato vita al progetto del Centro per il Progetto di Monitoraggio dei risultati della medicina basato sull'evidenza (COMPARE). Hanno quindi cominciato a esaminare tutti gli studi pubblicati, su cinque principali e autorevoli riviste mediche: Annals of Internal Medicine, The BMJ, JAMA, The Lancet e The New England Journal of Medicina (NEJM). Gli argomenti degli studi pubblicati spaziavano dagli effetti sulla salute del consumo di alcolici per i diabetici, al confronto tra farmaci per il cancro del rene. Tutte e cinque le riviste esaminate, avevano preventivamente approvato linee guida per la pubblicazione dei dati consolidati degli studi sperimentali (CONSORT). Una regola CONSORT è che gli autori dovrebbero descrivere i risultati che intendono studiare prima dell'inizio di una sperimentazione, per poi attenersi tassativamente a tal elenco quando pubblicano i risultati.

Con enorme stupore, i ricercatori di Oxford hanno costatato che solo nove dei 67 studi pubblicati nelle cinque riviste, hanno riportato risultati giusti.  Il team di Oxford del progetto COMPARE, con la pubblicazione dello scorso 14 febbraio 2019 sulla rivista Trials, ha riferito che circa un quarto (il 25%) degli studi pubblicati, non ha riportato correttamente l'esito primario che aveva dichiarato di voler misurare, mentre addirittura il 45% non ha neanche riportato correttamente tutti i risultati secondari. Non solo, in alcuni casi negli studi sono stato pubblicati perfino nuovi risultati, che non erano oggetto della ricerca. (Si tratta ovviamente di risultati medi che variano da rivista a rivista. Ad esempio solo il 44% delle sperimentazioni su: Annals of Internal Medicine riportava correttamente l'esito primario, rispetto al 96% degli studi NEJM.

Quando il team del progetto COMPARE ha scritto alle riviste facendo presente i problemi riscontrati sui documenti degli studi pubblicati, le riviste hanno pubblicato soltanto 23 delle 58 lettere inviate dal team COMPARE, preferendo quindi nella maggioranza dei casi (35 su 58) non dare pubblica evidenza (e quindi censurare) dei problemi rilevati.

Anche in questo caso, gli atteggiamenti tenuti dalle varie riviste sono stati eterogenei.  Mentre infatti le riviste Annals of Internal Medicine e The BMJ hanno pubblicato tutte le lettere a loro indirizzate, The Lancet ha accettato solo l'80% di quanto ricevuto, mentre NEJM e JAMA le hanno respinte tutte.

I redattori di NEJM hanno spiegato che sono soltanto i loro referenti che operano le peer-review a decidere quali risultati degli studi devono essere segnalati, specificando che, mentre alcune delle regole CONSORT sono oggettivamente "utili" nelle operazioni di valutazione di uno studio scientifico, gli autori degli studi non sono tenuti a rispettare. Ciò dovrebbe comportare tuttavia, il rifiuto di quella rivista di pubblicare lo studio scientifico, poiché quella rivista si era impegnata formalmente a verificare il rispetto di tali norme. Poiché la rivista, consapevole che gli autori non hanno rispettato le procedure, decide comunque di pubblicare lo studio, da evidenza di piegarsi a logiche presumibilmente di tipo economico-commerciali, anteponendo alla qualità e l’oggettività di uno studio scientifico, i propri interessi privati.

Alcune riviste o alcuni autori, che hanno risposto alle lettere del team COMPARE, hanno sostenuto che il progetto COMPARE è “al di fuori della comunità scientifica” (benché non sia vero) e dunque hanno deciso di non rispettato le indicazioni (prima sottoscritte e accettare). Altri hanno spazzato via le critiche, brontolando su quanto fosse difficile il loro lavoro. Altri ancora hanno negato addirittura di aver omesso qualsiasi risultato.

Da altre risposte ricevute dal team COMPARE, emerge che altri redattori delle riviste non sembravano preoccuparsi che i ricercatori potessero aver cambiato i risultati, se erano essi stessi a rivelare il cambiamento prima della pubblicazione. Addirittura le riviste JAMA e NEJM hanno dichiarato di non avere sempre sufficiente spazio per pubblicare tutti i risultati degli studi e che quindi, sovente, li pubblicano solo parzialmente.  

La discrezionalità assolutamente personale con cui i redattori omettono alcuni risultati anziché altri, altera certamente la percezione, in positivo o in negativo, di quella ricerca, anche se questa sia stata svolta correttamente. Se di una ricerca che mira a misurare l’efficacia e gli effetti collaterali di un farmaco, vengono poi pubblicati i risultati in modo parziale, pubblicando i benefici del farmaco ma omettendone i danni provocati, va da sé che il farmaco possa risultare più utile di quello che in realtà è.

La domanda che tutti dovrebbero porsi a questo punto è: a chi giova tutto questo?

La risposta la si può trovare già in quanto scritto nell’articolo La scienza ha un problema di fake news. La pubblicazione di uno studio, spesso finanziato da case farmaceutiche, anche se poi viene ritirato, finisce per essere utilizzato e citato come prova dell’efficacia o della non dannosità di un farmaco (come ad esempio un vaccino), che poi un’azienda farmaceutica (magari la stessa che ha finanziato la ricerca o la sua pubblicazione sulle cosiddette riviste predatorie) produrrà e commercializzerà.

Tuttavia i numeri della “cattiva scienza” sono stati resi pubblici alcuni mesi fa (settembre 2018) da Retraction Watch.

Retraction Watch è un progetto dei giornalisti scientifici Ivan Oransky e Adam Marcus che, con l’aiuto di Science, ha aperto i battenti ufficialmente nell’agosto del 2010. Un periodo in cui iniziava a diventare evidente un nuovo trend, quello del numero crescente di ritiridi articoli da parte d’importanti riviste scientifiche. Un fenomeno preoccupante ma difficile da mappare, perché, specie all’epoca, le riviste tendevano a non dare troppa visibilità al ritiro di un articolo.

Per questo i due giornalisti scientifici hanno iniziato a seguire la faccenda da vicino, decisi a comprendere le caratteristiche, le dimensioni e le cause di quest’anomala frequenza di studi ritirati. In quasi otto anni di lavoro hanno raccolto una lista di oltre 18mila paper ritirati. Ora hanno deciso di ha rendere pubblico il più ambio database mai realizzato di paper scientifici ritirati dagli anni Settanta a oggi (database esplorabile gratuitamente).

Ogni settore della scienza è, di fatto, contagiato da questa epidemia di studi ritirati. Medicina, fisica, biologia, psicologia fra tutti gli altri (nessuno escluso) i settori certamente più colpiti e quelli in cui le conseguenze di questo mal vezzo, hanno ripercussioni più gravi sulla nostra vita di tutti i giorni.

Nessun campo della scienza sembra immune a errori, sviste e persino vere e proprie truffe, che si concretizzano nel ritiro degli studi scientifici in questione da parte delle riviste. Questo è almeno ciò che avviene quando gli errori vengono allo scoperto, e gli editori decidono di correre ai ripari. Ma è legittimo domandarsi a questo punto, anche quanti studi errati ci siano che non sono stati scoperti e vengono tuttora considerati affidabili.

Il fenomeno del ritiro di uno studio scientifico è un fenomeno che da almeno una decina d’anni si è fatto sempre più comune, sollevando dubbi, legittimi, sullo stato di salute e di credibilità della scienza. I tanti ritiri sono certamente frutto di un’attenzione crescente per la correttezza dei dati pubblicati come già accennato nella premessa di quest’articolo, ma anche conseguenza della “legge non scritta” del publish or perish (letteralmente pubblica o muori), che obbliga i ricercatori a pubblicare risultati deboli, se non completamente inventati, per stare al passo, mantenere o acquisire prestigio, potere, finanziamenti e lavoro.

Dai dati resi pubblici da Retraction Watch, tra il 2000 e il 2014 si è passati da meno di 100 articoli ritirati all’anno a oltre mille, ma nonostante tutto oggi il problema investe non più di quattro articoli pubblicati ogni 10mila. E se è vero che la percentuale dei ritiri è più che raddoppiata tra il 2003 e il 2009, è ormai stabile da anni, e si può spiegare in parte con il concomitante aumento degli articoli pubblicati ogni anno: più che raddoppiati tra il 2003 e il 2016.

Parallelamente, il numero di riviste che ritirano almeno un articolo l’anno è aumentato. Nel 1997 erano soltanto 44, mentre nel 2016 sono state 488. Il numero di articoli ritirati in media da ciascun giornale però è rimasto pressoché invariato. Fatto che porta a pensare che l’aumento degli articoli ritirati negli ultimi 10 anni non sia legato principalmente a una linea di principio etico a cui le riviste s’ispirano, quanto piuttosto all’aumento del numero di riviste scientifiche esistenti. Le riviste quindi, non sembrano persuase a ritirare uno studio scientifico anche quando si accorgono essere errato.

Spiegare dove nasca la ritrosia, passata e presente, per una simile atteggiamento, è abbastanza semplice e in parte è già stato spiegato negli articoli precedenti. Il ritiro di uno studio scientifico è visto come una sconfitta sia per gli autori della ricerca, sia per chi avrebbe dovuto vigilare sulla correttezza dello stesso, sia per i revisori e gli editori delle riviste. Nel mondo dell’immagine in cui viviamo, il ritiro equivale spesso ad avere una piccola macchia sulla propria immagine pubblica. Questo perché la prima cosa che viene alla mente di fronte a un ritiro, è che sia dovuto a un caso di cattiva condotta scientifica o addirittura di vera e propria frode. In effetti, circa il 60% dei ritiri è esplicitamente legato a dati falsificati, immagini copiate, plagi, e altri atteggiamenti tipici delle frodi scientifiche.

Tuttavia, sebbene i motivi che spingono le riviste a ritirare un articolo scientifico non possano essere sempre ricondotti a una frode, dall’archivio della Retraction Watch emerge chiaro che il rimanente 40% dei ritiri è motivato dall’impossibilità manifesta di poter riprodurre i risultati dello studio. Ciò che potrebbe sembrare a occhi inesperti un semplice disguido burocratico, sottintende in realtà una cosa forse ancor più grave della falsificazione o di una frode.

L’attendibilità di uno studio scientifico, e dunque della scienza stessa, si fonda sulla possibilità di ottenere gli stessi risultati di un esperimento a parità di condizioni. Si basa quindi sulla ripetibilità, poiché questa evidenzia una costante oggettiva, sulla quale è ricavata la conseguente legge o verità scientifica. Se, una volta tolti gli studi falsi, il restante 40% dei ritiri avviene per mancanza di oggettività, significa che una fetta cospicua di ciò che viene pubblicato (e poi ritirato quando ci si accorge dell’errore) è costituito da vere e proprie fake news scientifiche. Per non parlare del fatto che negli ultimi anni si è diffusa l’abitudine di non ritirare articoli (evitando così di “compromettere” l’immagine e la reputazione dell’autore e della rivista) che presentano errori in buona fede, ma piuttosto diramare un avviso di “correzione”, da cui è difficile comprendere quanti e quali problemi avesse originariamente l’articolo.

Emerge dunque da questi studi un altro problema che affligge la scienza da cui guardarsi. Quel sistema di potere, d’interessi e di collusione tra alcuni scienziati e le riviste, sembrerebbe dunque tendere a “occultare” o sminuire il problema degli studi fake.

Quelli desunti dall’archivio della Retraction Watch, sono certamente di dati parziali che da soli non sono sufficienti a definire con precisione lo stato di salute della scienza, ma offrono, se combinati con gli altri studi esposti negli articoli precedenti, un quadro della situazione abbastanza esplicativo riguardo ai motivi che hanno portato a questa perdita di credibilità della scienza presso l’opinione pubblica.

L’origine del problema dunque, non sembra essere quella legata alla cattiva comunicazione scientifica, ai problemi connessi al mondo dell’editoria che opera in questo settore, quanto piuttosto alla sempre più frequente mancanza di oggettività di molti studi pubblicati, che in realtà di scientifico sembrano avere poco o nulla.

Solo per citare alcuni numeri desunti dal database in questione, la virtuale classifica degli editori che hanno ritirato più articoli scientifici, è guidata dall’Institute of Electrical and Electronics Engineers, con i suoi 7.300 articoli ritirati, che da soli rappresentano il 40% dell’intero archivio. Sebbene in questo caso si tratti solo di abstract che si riferiscono a conferenze tenutesi per lo più tra il 2009 e il 2011, parliamo pur sempre di testi pubblicati (teoricamente ma non effettivamente) dopo accurato processo peer-review, che hanno quindi avuto bisogno di una smentita ufficiale.

La virtuale classifica degli autori con più studi ritirati è costituita complessivamente da circa 30mila autori. Anche qui ce ne sono alcuni rivelatesi sistematicamente meno seri affidabili di altri. Infatti, i primi 20 hanno tutti almeno una trentina di paper ritirati a testa, i primi cento più di 13, e i primi 500 più di cinque. Andando nel dettaglio a guardare poi la top ten, troviamo campioni delle fake news scientifiche. Al primo posto spicca il nome di Yoshitaka Fujii, anestesista giapponese che dal 2012 ha collezionato bel 169 paper ritirati a causa di frodi e falsificazioni dei dati. Il secondo classificato, Joachim Boldt, anche lui anestesista, lo segue a debita distanza con un altrettanto considerevole ed eloquente numero di articoli scientifici ritirati, ben 96!

Ma com’è possibile una tale mole di articoli fake?

La risposta proviene questa volta da un altro studio, quello compiuto da John Ioannidis, uno statistico della Stanford University di Palo Alto, in California, si chiesto se alcuni membri della comunità scientifica stessero giocando con il “sistema scientifico”, forzando oltremodo il principio del publish or perish. Così lui e i suoi colleghi si sono immersi nel database della rivista accademica Scopus e hanno identificato 265 "autori iperprolifici" tra il 2000 e il 2016. Il gruppo di Ioannidis è stato in grado di contattare 81 di questi scienziati, per chiedere loro l’origine e finalità di tale super prolificità. Ioannidis ha poi presentato i risultati del suo studio su Nature per poi rilasciare anche un’intervista su Science.

Da ciò è emersa la conferma che la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di essere così prolifico al fine di ricevere più citazioni possibili, ottenendo quindi maggiore visibilità, con lo scopo di ottenere maggiori sovvenzioni. La Cina, ad esempio, dà soldi ai suoi ricercatori per la pubblicazione, specialmente in riviste influenti, e forse come risultato ospita anche un numero sproporzionato di autori iperprolifici. Questo denaro si è rivelato essere molte volte superiore al loro salario abituale. Dunque qui non è solo “pubblicare o perire”, ma è pubblicare e prosperare.

È dunque l’interesse individuale a spingere gli scienziati a pubblicare più articoli possibile e, essendo sostanzialmente impossibile avere una prolificità elevata mantenendo al contempo rigore, qualità e serietà delle ricerche, molti di loro finiscono per ricorrere a scorciatoie poco etiche, cambiando o aggiungendo dati a studi già compiuti, affinché da un singolo e reale studio riescano poi a “moltiplicarlo”, facendolo apparire come 5, 10 o addirittura 20 studi differenti. È ciò che spesso è stato riscontrato nel campo dell'epidemiologia, in cui gli scienziati ricercatori raccolgono una grande quantità di dati per poi distribuire le loro analisi, un foglio alla volta, consentendo a se stessi di collezionare un gran numero di pubblicazioni da un singolo progetto. In altri casi non esitano a falsificare interamente i risultati di studi precedenti se non addirittura a falsificare l’intero studio.

La pressione di pubblicare o perire o di ottenere finanziamenti amministrativi contribuisce a creare un ambiente in cui le rigorose regole vigenti in ambito scientifico, che dovrebbero garantire la ripetibilità dei risultati e quindi l’oggettività degli stessi, sono invece attenuate. Inoltre, poiché il fine è spesso quello di pubblicare il più possibile, chi rifiuterà mai di apporre il proprio nome su una ricerca, anche se è stata condotta da altri? Sì, perché accade anche questo.

È emerso infatti, che alcune discipline hanno più autori iperprolifici di altri. Circa la metà degli autori iperprolifici presenti nel database esaminato da Ioannidis, appartengono al settore della medicina e della biologia. Tenendo conto di quanto già emerso in merito alle ricerche esposte nel presente e nei precedenti articoli, certamente quest’aspetto non può essere trascurato. Le regole non scritte che governano questi campi scientifici infatti, favoriscono il proliferare di pubblicazioni attribuite a determinati scienziati. Ad esempio, quando i cardiologi diventano direttori d’importanti centri clinici e di ricerca, possono vedere aumentare anche di 10 volte il numero degli studi di cui gli è attribuita (non sempre meritatamente) la paternità. Questo perché i loro nomi vengono sempre associati a tutto ciò che il loro centro produce. È una norma che i campi di medicina e biologia hanno adottato, anche se ciò non soddisfa rigorosi standard scientifici per l’attribuzione di paternità di uno studio.

Ma perché è un grosso problema se alcuni autori estendono la definizione di paternità? Ci sono due ragioni principali per cui abbiamo la paternità: affidabilità e responsabilità. Avere un numero eccessivamente elevato di autori di uno studio, significa spesso (ma non sempre) diluire complessivamente l’affidabilità del team di ricerca, poiché equivale ad avere un sistema molto vago, eterogeneo e non standardizzato. È come un paese con 500 diversi tipi di monete e senza tasso di cambio. In termini di responsabilità, solleva anche alcuni problemi di riproducibilità e qualità. Con documenti che hanno un numero molto l’elevato di contributori, c'è qualcuno tra essi che può davvero assumersi la responsabilità che tutto si è svolto correttamente? Oppure, sanno tutti davvero cosa è successo? Se qualcosa non dovesse risultare poi corretto, chi sarebbe il responsabile? Ciò appare come un espediente atto a deresponsabilizzare i ricercatori e a diluire l’eventuale effetto negativo sulla reputazione dei ricercatori, nel caso in cui lo studio fosse poi ritirato. Come si suol dire “tutti colpevoli, nessun colpevole”.

Se è vero che il modo in cui sono condotte le ricerche in queste discipline (equipe di ricerca che coinvolge spesso un numero elevato di persone) sembra incoraggiare, o almeno favorire, l’aggiunta del proprio nome come autore della ricerca anche se il reale contributo è stato davvero esiguo e marginale, è anche vero che l’industria farmaceutica è quella che elargisce più finanziamenti per la ricerca, rispetto a ogni altra disciplina. Il palese conflitto d’interessi che spesso è presente tra chi finanzia la ricerca e chi trae beneficio dai risultati della stessa, è certamente un altro motivo che spinge gli autori a “esporsi” o a porsi in modo più indulgente nei presentare i risultati sull’efficacia o sulla non dannosità di un farmaco (di un principio farmacologico) o di una prassi terapeutica, nel momento in cui vanno a esporre i risultati della loro ricerca. Abbiamo già visto poi, che sono spesso le case farmaceutiche a finanziare le riviste per la pubblicazione di molti di questi studi. Le aziende farmaceutiche dunque, finanziano studi e ricerche e poi ne favoriscono la pubblicazione (pagando le riviste scientifiche) per poi prendere i risultati di questi studi come prova della validità di un farmaco che esse stesse producono e distribuiscono.

Il dato che emerge da tutti gli studi esposti finora sullo stato di salute della scienza, è che la maggioranza delle cosiddette fake news scientifiche non proviene da improvvisati scienziati dilettanti. Non sono frutto della cosiddetta “pseudoscienza” così come spesso viene divulgato dall’opinione pubblica. Sono invece generate da principi etici quasi del tutto assenti ormai nel campo delle scienze (così come in ogni altro settore della vita), e da un sistema contorto e poco trasparente in cui si intrecciano i diversi e distinti interessi individuali degli attori dell’intero processo scientifico (quelli dei nuovi ricercatori, quello delle superstar scientifiche e dei loro più stretti collaboratori, quello degli editori delle riviste scientifiche, quello dei redattori che lavorano nelle riviste, quello delle case farmaceutiche che finanziano direttamente o indirettamente ciascuno di essi). Ciò favorisce la “cattiva scienza”, che genera poi quella perdita di credibilità della scienza agli occhi dell’opinione pubblica.

Il complesso sistema di gestione della scienza, le dinamiche di esasperata competizione generate dal sistema stesso, gli “ammortizzatori” degli effetti negativi sulla reputazione di tutti gli attori della “filiera scientifica” quando uno studio si rivela errato e viene ritirato, tutto questo fa si che, agli occhi di uno scienziato (indipendentemente se alle prime armi o se già affermato), di una rivista scientifica e di un’azienda che finanzia certi tipi di studi, l’esame rischi/benefici riguardo l’opportunità di firmare, finanziare e pubblicare studi errati possa comunque propendere dalla parte positiva. In fin de conti, se le pubblicazioni dei risultati di uno studio, anche se sono “forzati”, parziali, omessi o addirittura inventati non impediranno a quello scienziato, a quella rivista o a quell’azienda farmaceutica di continuare a operare nel medesimo settore, anche qualora venisse a galla che si tratta di uno studio fake, mentre al contempo tutti gli attori potranno trarre individuale beneficio, perché non rischiare? La risposta vien da sé, non c’è nulla da rischiare e nulla da perdere.

Come risolvere il problema? Fare appello al senso etico dei singoli membri è utopistico nella società moderna. Dobbiamo quindi pensare a soluzioni a livello sistematico, piuttosto che a livello di singolo individuo.

Un primo passo dovrebbe certamente essere quello di cercare di rendere assolutamente chiaro e trasparente il processo di ricerca, dal suo finanziamento fino alla pubblicazione dei dati.

C’è bisogno di far sì che all’interno della comunità scientifica si raggiunga un accordo su chi ottiene meriti e finanziamenti e per cosa. Le riviste potrebbero, in teoria, provare a stabilire uno standard per le pubblicazioni (ma abbiamo anche visto che ciò è stato già fatto, salvo poi essere rinnegato dagli stessi sottoscrittori).

Si potrebbero creare sistemi che tracciano la paternità degli studi in modo più giusto e accurato. È ridicolo vedere anche 50 o 100 autori elencati come se avessero scritto tutti assieme un articolo. La maggior parte di loro ha solo contribuito con una virgola o un punto o, a volte, neanche quello. Abbiamo bisogno di un sistema che riconosca, e riconosca meglio, il vero lavoro che gli scienziati stanno facendo, e che agli stessi si faccia capo e siano attribuite anche tutte le responsabilità e le conseguenze negative, in caso in cui lo studio si riveli antiscientifico (poiché mal condotto) o inventato.  

La scienza è malata, quasi a nessuno interessa, in pochi se ne accorgono ma a molti fa comodo. Mi chiedo se tutte le forze politiche italiane e/o i singoli individui che settimane or sono hanno firmato “il patto per la scienza” sono realmente informate e consapevoli di questi problemi.

Se non ne sono a conoscenza, dovrebbero astenersi dal trattare certi temi o informarsi prima, perché, come diceva Socrate “la cosa peggiore di non sapere una cosa è presumere di saperla”. Se invece ne sono al corrente, dovrebbero proporre anzitutto delle soluzioni concrete.

La risoluzione dei problemi che affliggono la scienza, non passa certamente attraverso la gestione della comunicazione scientifica, né tanto meno attraverso la stipula di patti che mirano a diffondere l’idea che la buona scienza provenga esclusivamente dalla comunità scientifica ufficiale. Com’è emerso chiaro, incontestabile e inequivocabile nell’esposizione degli studi scientifici accademici riportati in questo e nei precedenti articoli del blog, il problema delle fake news scientifiche proviene dall’interno della comunità scientifica stessa e non da fuori.

Le cosiddette teorie scientifiche alternative, spesso etichettate tutte indistintamente come pseudoscienza, non perché se n’è valutata l’effettiva attendibilità, quanto piuttosto perché formulate al di fuori degli ambienti istituzionali, accademici e tradizionali della scienza ufficiale, non rappresentano un reale problema. Tali teorie, quelle scientificamente e razionalmente valutabili, servono invece da stimolo al mondo scientifico, poiché spesso queste teorie alternative mettono in risalto limiti e contraddizioni di certi assunti ufficiali.

Concentrare il proprio impegno sul tentativo di annichilire il pensiero divergente e azzittire le critiche, cercando al contempo di sottacere i reali problemi che la scienza ha (e che hanno causato la crisi di riproducibilità e credibilità che sta vivendo), significa soltanto voler proteggere quell’intricato sistema di potere che genera le vere fake news scientifiche e che favorisce l’interesse economico individuale e non “a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell'umanità, che non ha alcun colore politico, e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili”, come invece propagandato.

La scienza non ha e non deve avere colore politico, ma non deve neanche servire gli interessi personali di alcune superstar scientifiche e/o delle lobby economiche (soprattutto di quelle in ambito farmaceutico).

Stefano Nasetti

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Exomars2020: su Marte in cerca dell’evoluzione!

 

Nel mondo scientifico e accademico, la presenza di vita su Marte, almeno nel passato, è ormai ben più che una semplice idea o deduzione. Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi basati sui dati raccolti dalle sonde inviate sul pianeta rosso, che hanno dato evidenza della sua presenza. Non parliamo ancora del rinvenimento di esseri viventi o dei loro resti. Tuttavia, così come i paleontologi sono certi della presenza di alcune specie animali (come i dinosauri ad esempio) in specifiche aree del nostro pianeta ancor prima di rinvenirne i resti, basando giustamente le loro certezze sulle tracce presenti nell’ambiente lasciate dal passaggio di queste specie terrestri, allo stesso modo oggi gli astrobiologi sono certi della presenza passata di vita su Marte.

Sono ormai moltissime le evidenze raccolte e, sebbene pubblicamente si faccia ancora fatica a rilasciare esplicite dichiarazioni in questo senso (per i motivi che ho spiegato già in precedenti articoli), nelle parole con cui gli stessi astrobiologi accompagnano la pubblicazione delle ricerche che provano tal evidenza, è possibile cogliere quest’assoluto convincimento.

Eccone un piccolo esempio.

Nel Settembre del 2016, un analogo studio è stato pubblicato su International Journal of Astrobiology, per opera di un team di ricerca italiano composto da Nicola Cantasano e Vincenzo Rizzo dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Cosenza (Isafom-Cnr).

I due ricercatori hanno allargato la mole dei dati analizzati, includendo in modo sistematico, tutte le fotografie delle rocce marziane scattate dai rover Opportunity, Spirit e Curiosity, rilevando analogie non solo con le strutture delle microbialiti terrestri (rocce costruite dai batteri) alle diverse scale dimensionali (microscopiche, ma soprattutto meso e macroscopiche), ma anche nelle tracce attribuibili alla produzione batterica di gas e di gelatine adesive altamente plastiche.

Rizzo, presentando i dati dello studio ha dichiarato, senza mezzi termini, che quelle raccolte, sono le prove inconfutabili della presenza passata di vita su Marte!

Queste le sue parole, apparse anche sul sito dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana): “L’Università di Siena ha avviato un’analisi matematica frattale multiparametrica delle coppie d’immagini, i cui risultati confermano che esse sono identiche. Un ulteriore studio morfologico del Laboratorio de Investigaciones Microbiológicas de Lagunas Andinas-LIMLA, su campioni di microbialiti viventi provenienti dal deserto di Atacama (Cile) ha permesso di evidenziare, grazie alla pigmentazione organica, che tali microstrutture e microtessiture esistono e sono un prodotto dell’attività batterica. I dati mostrano la perfetta somiglianza tra le microbialiti terrestri e le immagini marziane, con una fortissima evidenza statistica nell’analisi di 40.000 microstrutture Terra/Marte analizzate. La quantità, la varietà e la specificità dei dati raccolti – ha proseguito Rizzo - accreditano per la prima volta, in modo consistente, che le analogie non possono essere considerate semplici coincidenze”.

Ormai appurato questo, le domande a cui le prossime missioni di esplorazione marziana, a partire da quella dell’agenzia Spaziale Europea denominata Exomars 2020, o quella della Nasa chiamata Mars 2020 prevista nello stesso anno, cercheranno di dare risposta sono: per quanto tempo è esistita la vita su Marte? Si è evoluta in più forme, anche più complesse? C’è ancora? Dov’è finita?

(Brano tratto dal libro Il lato oscuro di Marte – dal Mito alla Colonizzazione)

Sono, infatti, ormai queste le domande che ci si pone in ambito scientifico ufficiale. Contrariamente a quanto ancora comunemente si pensa, è il considerare fantasia la vita marziana a essere ormai un’idea folle e antiscientifica.

Nei prossimi mesi (2020) sarà lanciata la seconda parte della missione dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) denominata Exomars2020. La prima parte della missione (lanciata nel 2016 e giunta sul pianeta rosso nel 2018) è stata poco fortunata.

La missione composta di due sonde, un orbiter e il lander Schiaparelli, è stata un successo solo parziale. L’orbiter ha eseguito perfettamente tutte le operazioni previste, è pienamente operativo, e sta analizzando l’atmosfera marziana. Il lander Schiaparelli invece, si è schiantato al suolo per un’apertura e un distacco troppo anticipato del suo paracadute.

Nel 2020 è in programma la seconda parte della missione europea ExoMars, con l’invio di un rover dotato di un lungo trapano di produzione italiana, che perforerà per la prima volta il suolo marziano fino a una profondità di 2 metri, alla ricerca di acqua e tracce di vita.

(Brano tratto dal libro Il lato oscuro di Marte – dal Mito alla Colonizzazione)

In questi giorni è stato annunciato il nome scelto per il rover della missione Exomars2020 che toccherà il suolo marziano nella località di Oxia Planum nel 2021. Anche in quest’occasione non sono mancati elementi a supporto dell’affermazione esposta pocanzi, riguardo all’ormai concreta certezza della vita marziana, nella mente degli addetti ai lavori.

Si chiamerà Rosalind Franklin, dal nome della grande scienziata che dato un fondamentale contributo alla scoperta della doppia elica del Dna (scoperta per la quale hanno ricevuto il premio nobel James Watson e Francis Crick nel 1962), il rover di ExoMars destinato a cercare la vita su Marte. L’ha annunciato il 7 febbraio 2019, l’Agenzia Spaziale Europea, che ha selezionato il nome tra oltre 36mila proposte inviate dai cittadini di tutti gli stati membri dell’Esa, rispondendo a un concorso lanciato a luglio dall’agenzia spaziale inglese.

La scelta di attribuire un nome così importante come quello della Franklin (cui non fu attribuito il nobel assieme a Crick e Watson soltanto perché era deceduta a causa di un tumore nel 1958 e il premio nobel non viene mai attribuito postumo), un nome così legato al concetto di vita poiché scopritrice del DNA, è già di per sé molto esplicativo della convinzione di riuscire a provare in modo definitivo, l’esistenza della vita su Marte.

Ma, se ciò non fosse sufficiente, gli addetti ai lavori hanno forse attese ancora maggiori. Almeno questa è l’impressione che traspare dalle parole rilasciate, a margine dell’annuncio del nome del rover Exomars2020, da importanti membri dell’ESA e dell’ASI (Agenzia spaziale Italiana).

Nell’articolo apparso sul portale dell’Asi, si legge”… La presenza di acqua liquida su Marte è nota da tempo agli scienziati, e la conferma definitiva è arrivata la scorsa estate con le osservazioni del radar italiano Marsis a bordo della sonda MarsExpress, che ha scoperto un lago salmastro sotterraneo nei meandri del mondo rosso. Una ragione in più per credere che l’abitabilità marziana, sia essa passata o presente, vada cercata nel sottosuolo marziano …”.

Dunque, checché se ne dica pubblicamente, e come emerge chiaro dagli innumerevoli articoli scientifici continuamente pubblicati sulle autorevoli riviste di settore, l’abitabilità di Marte non è un qualcosa che va confinato soltanto al primo mezzo miliardo di anni (circa 4 miliardi di anni fa) della vita del pianeta rosso, poiché è ormai scientificamente assodata l’abitabilità marziana anche in tempi a noi più vicini. Ciò emerge ancora una volta evidente, quando si lascia intendere, come nell’articolo sopra citato, che si pensa che Marte sia abitabile ancora oggi!

Come dicevo, le aspettative degli addetti ai lavori sono ancora maggiori. In tal senso sono illuminanti le parole del Commissario straordinario dell’ASI.

“Abbiamo appreso con soddisfazione – ha commentato Piero Benvenuti, Commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana, in una videointervista rilasciata all’ASI e poi ripresa dall’Agenzia giornalistica Ansa – che il rover di ExoMars 2020 avrà il nome di Rosalind Franklin, la grande scienziata che per prima ha scoperto la doppia elica del Dna. Il rover sarà montato sulla missione ExoMars 2020, che verrà lanciata nel 2020. È una missione che ha molto di Italia a bordo: avrà un trapano che potrà perforare la superficie marziana fino a due metri di profondità e analizzare il materiale che da lì verrà estratto. Ecco il motivo per il quale è stato dato questo nome: perché cercheremo tracce di eventuale evoluzione biologica nella superficie di Marte. Stiamo quindi aspettando con grande ansia e aspettativa il successo di questa missione, veramente targata Italia”.

Con la missione Exomars2020 quindi, ci si aspetta non solo di trovare evidenze incontrovertibili di vita marziana, ma addirittura segni di una sua “eventuale evoluzione”.

Parole sorprendentemente folli, semplicemente incaute o assolutamente logiche e coerenti con le attuali conoscenze scientifiche?

La valutazione di queste parole in un senso o nell’altro, così come di ogni altro aspetto che riguarda la realtà, è direttamente proporzionale al grado di conoscenza della materia, poiché come dico spesso, il grado di comprensione della realtà è direttamente proporzionale alla conoscenza.

Chi non s’interessa di questi argomenti e vive il tutto con la superficialità propria del nostro tempo, delle logiche del “sentito dire” e del comodo “allineamento” delle proprie idee a quelle dominanti e ufficiali, sosterrà che si tratta di parole folli o, per evitare di andare contro l’autorità costituita, di parole travisate.

Per chi conosce un pochino di più l’argomento, ma non ha la libertà di pensiero di prendere pubblicamente una posizione ancora scomoda, affermerà che si tratta di parole incaute.

Per chi conosce invece in modo approfondito tutto ciò che è stato scoperto ufficialmente, con studi scientifici e accademici, negli ultimi vent’anni su Marte (magari dopo aver letto il mio libro), è capace e libero di pensare e non ha interessi da tutelare, dirà semplicemente che si tratta di dichiarazioni assolutamente logiche e normali.

“La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza deriva dalla conoscenza, la conoscenza deriva (anche) dall'informazione, dallo studio e dalla lettura senza pregiudizi... " (Stefano Nasetti – da Il lato oscuro della Luna).

 

Stefano Nasetti

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Abitabilità e vita su Marte: nuove conferme

I dati che indicano la passata abitabilità del Pianeta Rosso continuano a susseguirsi senza soluzione di continuità.

Nuovi dati raccolti dai satelliti Mars Express dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Mars Reconnaissance Orbiter (Mro) della Nasa sono stati oggetto di una ricerca coordinata dall'italiano Francesco Salese, ora nell'università olandese di Utrecht. Pubblicata sul Journal of Geophysical Research-Planets, la ricerca è stata condotta in collaborazione con il gruppo di Gian Gabriele Ori, dell'Università Gabriele D'Annunzio di Pescara.

Dati hanno fornito evidenza oggettiva e incontrovertibile della presenza di almeno 24 laghi antichissimi nell’emisfero nord di Marte, a conferma che in passato il pianeta è stato ricco di acqua ben oltre i primi 500 mila anni dalla sua formazione. Le tracce dei laghi li fanno risalire a 3,5 miliardi di anni fa, dunque secondo questi dati l’acqua è stata presente almeno per 1 miliardo di anni, cioè il doppio del tempo stimato con le tradizionali teorie (tuttora molto in voga) ormai scientificamente superate. Infatti anche in questo  studio si afferma che i laghi si sarebbero formati in seguito a fluttuazioni delle acque sotterranee durante il periodo Esperiano, cioè tra i 3.500 e 1.800 milioni di anni fa.  Si è dunque passati da 4 miliardi di anni fa a 1.800 milioni, il che fa una bella differenza considerato che altri studi evidenziano presenza di larghi specchi di acqua liquida in superficie nel periodo Amazzoniano, fino a circa 200.000 anni fa!

È interessante notare come tutti i mass media mainstram che hanno riportato la notizia, abbiano scelto di evidenziare nei titoli la datazione per eccesso (3,5 miliardi di anni) scelta certamente più “conservatrice” e rassicurante a difesa delle teorie dominanti e dello status quo, anziché quella molto più “compromettente” ma altrettanto plausibile (1,8 miliardi di anni) anch’essa contemplata dagli autori dello studio.

Tutti i 24 laghi scoperti erano profondi almeno 4.000 metri. “Altri 14 degli antichi laghi marziani conservano le tracce di delta di fiumi, molto ben conservate. Questi depositi - ha rilevato Francesco Salese all’agenzia ANSA - permettono di individuare i siti ad alta priorità per la ricerca della vita, dove prodotti organici potrebbero avere avuto un’alta probabilità di conservarsi”.

 

Secondo gli scienziati, la presenza di acqua per un lungo periodo è una condizione necessaria per l'esistenza di un'eventuale vita passata, ma da sola non sufficiente. Altre possibili spie sono i minerali, come quelli scoperti in uno dei bacini analizzati, il cratere McLaughlin: i sedimenti sul fondo di quest’antichissimo lago sono ricchi di minerali compatibili con l'ipotesi della vita, come smectiti ricche di magnesio, serpentino e minerali di ferro-idrato. Sono infatti minerali legati a reazioni che potrebbero avere a che fare con processo all'origine della vita.

I dati di questo studio vanno però considerati in un’ottica più ampia. Negli ultimi 10 anni sono stati raccolti moltissimi altri dati dalle sonde presenti sul pianeta rosso.

I dati hanno confermato la presenza di sostanze quali il ferro e lo zolfo considerate essenziali per lo sviluppo della vita, come ha rivelato la ricerca condotta dal gruppo coordinato da Susanne Schwenzer, dell'Istituto di scienze lunari e planetarie di Houston e dell’Open University, in Gran Bretagna, pubblicata sulla rivista Meteoritics & Planetary Science nell’agosto 2016. Se la presenza della combinazione ferro e zolfo è quindi stata accertata su Marte, già addirittura in un periodo risalente a circa 3,9 miliardi di anni fa, non è mai stata confermata, paradossalmente e forse incredibilmente, in un periodo così antico sulla Terra!  Nel settembre del 2017 in uno studio pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, sulla base delle successive verifiche dei dati, eseguite nei laboratori statunitensi di Los Alamos, il principale autore dello studio Patrick Gasda, ha affermato che: “Trovare il boro su Marte, rende più probabile che in passato il pianeta possa aver ospitato la vita. I borati rappresentano un possibile ponte tra molecole organiche semplici e l’RNA. Senza l'RNA, non c'è la vita”. Secondo i ricercatori, le tracce di boro rinvenute su Marte risalgono a 3,8 miliardi di anni fa, un periodo analogo a quello in cui si è formata la vita anche sulla Terra. “Questo ci dice, essenzialmente, che la vita potrebbe essersi sviluppata su Marte indipendentemente da quella sulla Terra”, ha aggiunto Gasda.
Il boro marziano è stato trovato in minerali di solfato di calcio, il che significa, secondo i ricercatori, che il boro era presente nelle acque sotterranee del pianeta e che, in alcune di queste, grazie al pH neutro-alcalino e alla loro temperatura compresa tra zero e sessanta gradi centigradi, sarebbero state abitabili.  (dal libro Il Lato oscuro di Marte – Dal mito alla colonizzazione).

Altre ricerche scientifiche ufficiali, tutte basate su dati rilevati dalle sonde e non su ipotesi di fantasia, hanno confermato tra l’altro:

  • la diffusa presenza di acqua per lunghissimi periodi, fino a “soli 200.000 anni fa”;
  • l’alternanza di periodi caldi e umidi a periodi più freddi e secchi;
  • la presenza di ossigeno e metano nell’atmosfera (ancora oggi);
  • la presenza di acqua liquida (sebbene solo; stagionalmente e in modeste quantità) ancora oggi;
  • l’esistenza di un’attività geologica recente, cosa assolutamente impensabile fino a soli 5 anni fa;
  • la presumibile presenza di un campo magnetico fino a tempi recenti, quale condizione per la presenza di atmosfera e acqua liquida in superficie;
  • segni evidenti nelle rocce sedimentarie marziane di attività biologica;
  • segni in quasi tutti i meteoriti di origine marziana, di tracce fossili di microorganismi.

Tutte questi dati, tutte queste ricerche pubblicate su autorevoli e prestigiose riviste accademiche, se prese e valutate in modo organico, non solo fanno pensare che Marte sia stato adatto alla vita, ma che l’abbia ospitata addirittura prima che la vita facesse la sua comparsa sulla Terra.

Ovviamente questa conclusione che potrebbe apparire “forzata” al punto che qualcuno potrebbe chiamarla “congettura”, è un’idea che non trova unanimità di vedute in tutti gli astrofisici. Del resto, come ho evidenziato in altri articoli e nei miei libri, la scienza segue logiche differenti da quelle che comunemente le si attribuiscono. La scienza è in realtà molto più conservatrice che progressista e spesso, sintetizzando il pensiero di Marx Planck “la scienza avanza un funerale alla volta”.

Tuttavia molti sono gli scienziati che, nel loro piccolo, hanno esplicitamente dichiarato che su Marte ci sia stata vita. Molte agenzie spaziali (Nasa, Esa e Asi comprese) dando quasi per scontato (considerati tutti gli elementi sommariamente citati in precedenza) che la vita su Marte abbia fatto la sua comparsa, stanno portando avanti programmi per la ricerca di vita marziana ancora eventualmente presente.

C’è poi chi, dall’alto della sua esperienza nel campo della biologia e astrobiologia che sostiene addirittura che la vita a base di RNA e poi forse DNA, abbia probabilmente fatto la sua comparsa sul Pianeta Rosso per poi arrivare, tramite panspermia, sulla Terra.

Per potersi fare un’idea più precisa sull’intera vicenda è necessario conoscere tutte le ricerche e le scoperte che sono state pubblicate negli ultimi anni, i cui risultati sono stati qui solo sommariamente e superficialmente citati. Avere una visione d’insieme è essenziale se si vuole evitare di “pendere dalle labbra” di chi spesso si arroga il diritto di ergersi ad arbitro della conoscenza e della verità ma poi, in realtà, difende solo interessi personali.

Galileo Galilei affermava che: “In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo. Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza”.

Personalmente ritengo che quando si parla di scienza o di cosa sia reale e cosa no, sia l’evidenza dei fatti a dire chi ha torto e chi ragione.

I fatti, cioè i dati raccolti e gli studi scientifici pubblicati, ci suggeriscono che quelle che solo fino a qualche anno fa erano considerate “ipotesi fantasiose”, sono probabilmente più che verosimili. Nel frattempo attendiamo la prova inequivocabile che sovverta lo status quo, l’annuncio rivoluzionario (tipo quello sull’acqua marziana fatto dalla Nasa nel settembre 2017) o, come diceva Planck e come confermato da recenti studi sull’argomento, che trionfi la nuova verità scientifica, non perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, ma piuttosto perché alla fine i suoi avversari muoiono, e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari.

 Se vuoi approfondire l’argomento e conoscere tutte le ultime scoperte su Marte  clicca qui. 

Stefano Nasetti

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